giovedì 11 febbraio 2016

babe



In America il maialino australiano Babe è ancora un fenomeno di costume che insidia gli evergreen di Disney. Perché parlare in una rubrica che vuole scorgere i segni del “nascente” di un film per bambini, privo di intenti allegorici tipici della favola antica di Esopo e Fedro e di racconti moderni come quelli di Mandeville o Orwell? Perché credo che Noonan abbia scelto una forma apparentemente giocosa e leggera per affrontare un problema che ha a che fare con qualunque “nuova era” del mondo: il rapporto dell’uomo con gli altri esseri della terra. Nella civiltà occidentale (diverso il discorso per le culture orientali) tale rapporto è sempre stato condizionato dall’idea, contenuta nella Bibbia («riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra», Gen, 1,28) del dominio e dello sfruttamento, perpetuatosi senza mai entrare in crisi seriamente fino ad oggi, se non per pochi individui. Questa realtà continua anche nella nostra epoca in cui da una parte lo sviluppo tecnologico permette di non sfruttare più gli animali per il lavoro, dall’altro la scoperta di nuove culture permetterebbe di fare a meno di nutrirsi di carne animale. E non voglio parlare di episodi clamorosi e drammatici come il recente caso della “mucca pazza”, o dei danni ecologici dovuti al disboscamento di intere foreste per creare pascoli per futuri hamburger. Risaputi sono i metodi di sfruttamento intensivo degli animali, la violenza su quelli da pelliccia.
Il film di Noonan ci introduce in un mondo conflittuale in cui, a differenza che nei film disneyani, gli animali vivono con “timore e tremore” il rapporto con l’uomo (come la figura del papero che fugge per evitare il suo destino a Natale). Bellissima la prima scena, in cui la mamma-scrofa viene portata via, per il «Paradiso dei maiali», crede il piccolo Babe, che, prescelto dal destino, diviene premio per una gara, e, rapidamente, conquista l’attenzione del suo padrone, un rude e onesto pastore, scegliendo come seconda madre una disponibile cagna da pastore. Incredibilmente il piccolo porcellino, che si fa amare da tutti per la sua cortesia, impara a “governare” il gregge, non con la violenza come i cani (chiamati “lupi” dalle pecore) ma gentili richieste. Il padrone ha una folgorante intuizione: far gareggiare il maialino nella gara che premierà il migliore cane da pastore. La malvagia gatta, però, rivela al maialino che dorme vicino al fuoco, il suo destino di carne da macello, facendolo entrare in una profonda crisi. Ripresosi in extremis, e con l’aiuto del cane da pastore - che fino ad allora l’aveva odiato come rivale -, Babe, suscitando prima l’ilarità dell’intera Australia che assiste alla gara in diretta, prende poi il massimo del punteggio, guidando in un perfetto percorso il gregge che dialoga con lui. A parte l’happy end (necessario visto il genere prescelto) in cui il diverso destino dell’animale è una sorta di premio per la sua bravura, per il suo adeguamento ai desideri del padrone, il film è straordinario perché fa vedere il mondo animale,  non come un tutto armonico e solidale, vivente di pulsioni, aspirazioni, attese.
Io ne sono uscito scosso, costretto, pur vegetariano da undici anni, a guardare i miei animali con uno sguardo nuovo. Ho ricordato con angoscia la prima volta che vidi sgozzare un maiale, le sua grida strazianti. Non c’è idillio, lo so: nessuno vuole negare che la natura ha in sé un elemento ineliminabile di ferocia e sopraffazione, ma noi uomini del Duemila, a cui è data questa possibilità per la prima volta nella storia del mondo, perché non salviamo i tanti Babe che popolano il mondo? Perché il “silenzio degli agnelli” innocenti deve ancora continuare a tormentarci? L’epoca, di cui siamo in attesa fervida, deve accogliere, maternamente, anche loro.

(Articolo apparso su «Olis», 1997)

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