lunedì 27 aprile 2020

Il 25 aprile e il 17 marzo [𝕙𝕚𝕤𝕥𝕠𝕣𝕚𝕒]


Il 26 aprile ho scritto su Facebook: 


«Una riflessione sul 25 aprile 2020. Ci è mancato il corteo (invero a Benevento abbastanza ridotto di solito). Forse quest’anno sarei addirittura riuscito a portare Caterina che in III media ha studiato e iniziato a capire. Però è stato bello vedere tante condivisioni e, soprattutto, molti giovani “ereditare” lo spirito antifascista.Resta, però, insoluto e, ad ora, insolubile, “il” problema specifico dell’Italia: l’atto di fondazione della nuova Italia è divisivo, come inevitabile che fosse in un paese largamente e convintamente fascista almeno fino alla seconda metà degli anni Trenta. L’americano repubblicano o democratico si riconosce nel 4 luglio, il francese gollista o socialista si riconosce nel 14 luglio. L’italiano? Come docente ogni anno mi confronto con giovani che simpatizzano per il fascismo pur conoscendolo in maniera rudimentale. Convintamente antifascista, iscritto all’ANPI da quando è nata a Benevento, partecipe tutti gli anni (credo di averne saltati due per motivi di salute) al corteo del 25 aprile, continuo ad essere interpellato da questa “fondazione” escludente. D’altronde, quanti di noi non hanno amici che non si definirebbero antifascisti e che, al contrario, provano simpatie per quel regime? E dico amici che leggono queste parole, amici tutt’altro che ottusi o ignoranti. Al contrario, spesso colti e raffinati. Ne verremo mai a capo? Umberto Saba nel 1946 scrisse una delle sue folgoranti Scorciatoie (andrebbero fatte leggere a scuola).“Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuto, in tutta la sua storia – da Roma ad oggi – una sola vera rivoluzione? La risposta – chiave che apre molte porte – è forse la storia d’Italia in poche righe.Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani. “Combatteremo – fece stampare quest’ultimo in un suo manifesto – fratelli contro fratelli”. Favorito, non determinato, dalle circostanze, fu un grido del cuore, il grido di uno che – diventato chiaro a se stesso – finalmente si sfoghi. Gli italiani sono l’unico popolo, credo, che abbiano, alla base della loro storia, o della loro leggenda, un fratricidio. Ed è solo col parricidio, con l’uccisione del vecchio, che si inizia una rivoluzione.Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli”».

Ne è nata discussione, come auspicavo.
In particolare, Antonio Furno ha scritto: 


«L’Italia ha un altro mito fondativo ed è il Risorgimento. C’è un pezzo d’Italia, tra cui Nicola, che riconosce solo la Resistenza e non il Risorgimento».

La mia risposta: 


«L’Italia nata il 17 marzo 1861 (non democratica e profondamente "razzista" nei confronti della sue regioni meridionali, annesse "per caso" e al di fuori di un progetto serio di unificazione nazionale, per Cavour stesso prematuro in quel momento) muore l’8 settembre del 1943 con il tradimento (l’ennesimo!) dell’ultimo Savoia. Il fascismo non è "accaduto" per caso ma anche con la connivenza (o, meglio, per volontà) di Vittorio Emanuele III, erede degno di una stirpe che ha sempre covato pulsioni autoritarie (Crispi e governi italiani di fine secolo insegnano). Ciò non toglie che quel processo vada accettato. Ma bisogna raccontarlo senza mitologie […]. Per altro la ferocia inaudita nella repressione del brigantaggio, che non fu solo delinquenza comune ma anche esplosione del disagio sociale (al di là delle inaccettabili mi(s)tificazioni neoborboniche), e l’amplificazione della "questione meridionale" aggravano un quadro già critico. Si può essere italiani, ed orgogliosi di esserlo, guardando con lenti critiche il processo (casuale, come ripete spesso Mack Smith) di nation building».

Antonio Furno, come spesso gli capita, ha accusato la mia ricostruzione storica di essere «rozza», di voler decidere il “mito” fondativo della nostra nazione e altre amenità, con il sottinteso (difficile da sradicare in chi è mosso da pregiudizi) che io sia “neoborbonico”. 
Il mio amico ritorna sulla questione senza citarmi (anche questa è prassi per lui inveterata). Scrive: 


«Adesso vi racconto una cosa sul 25 Aprile, sulla Resistenza, sul 1861, sull’Unità d’Italia e il Risorgimento.Il 19 novembre 1863, durante la guerra di secessione, Abramo Lincoln va ad inaugurare il cimitero militare di Gettysburg. Sono passati 4 mesi dalla battaglia di Gettysburg, gli stati del Nord sono ormai prossimi alla vittoria e Lincoln pronuncia un discorso che cambierà la storia degli Stati Uniti d’America e del mondo.“Four score and seven years ago our fathers brought forth on this continent a new nation, conceived in liberty, and dedicated to the proposition that all men are created equal”.Lincoln in queste poche parole segna la nascita della nazione americana. Dice che 87 anni prima («four score and seven years») i padri fondatori hanno fondato una nazione, i cui principi sono la libertà e l’uguaglianza tra le persone. Fino a quel momento, il documento fondativo degli Stati Uniti era da tutti considerato la Costituzione, promulgata nel 1788, un testo frutto di una lunga negoziazione tra gli Stati che conteneva le regole di funzionamento della federazione americana. Lincoln a Gettysburg sposta la nascita degli Stati Uniti d’America al 4 luglio 1776, alla dichiarazione di indipendenza.Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità.Lincoln a Gettysburg crea gli Stati Uniti d’America semplicemente scegliendo il mito fondante della nazione.Le nazioni sono invenzioni umane che si reggono sui racconti e i miti condivisi.Quelli che oggi scelgono di fare nascere l’Italia dalla Resistenza e non dal Risorgimento, compiono un atto politico, legittimo per carità, ma pur sempre politico».

E, nei commenti: «Se nel racconto della nazione parti dal 1861 e prendi Cavour e il liberalismo piemontese come padre della nazione è un conto». E, poco dopo, ribadisce la matrice neoborbonica di una posizione diversa, malgrado il suo interlocutore (Ottavio Cosentini) gli ricordi tutte le “criticità” del Risorgimento italiano. 

Mi fa piacere trascrivere tutto qui perché è un peccato che queste discussioni si perdano. 
Schematizzo.

1. La storia non è scienza “dura” né “esatta”. Essa è pesantemente condizionata dall’epoca in cui viene scritta, dai punti di vista, dall’appartenenza di classe et cetera. Non so se la mia ricostruzione delle vicende italiane, che vado raccontando ai giovani da circa venticinque anni, dopo averle studiate in una discreta Università (La Sapienza) con discreti docenti (e qualche libro letto negli anni) sia “rozza”. Possiamo discuterne (se gli interlocutori partono dalla consapevolezza del conflitto interpretativo e dismettono, ma capisco che questo per Antonio è come per la gomena passare nella cruna d’un ago, pretese veritative “assolute”).

2. Un dato è inoppugnabile (per altro ben resto dal titolo di un libro di un intellettuale che pure non amo: La morte della patria): il tradimento dei Savoia dell’8 settembre pone fine alla storia iniziata il 17 marzo 1861
Scrive a proposito Galli Della Loggia:


«L’elemento storico decisivo dell’8 settembre, ripeto, non sta nel fatto, ma nel come. E il come è memorabile – degno di essere ricordato, come di fatto è ricordato, a cominciare dalla data, che forse è a tutt’oggi la più conosciuta della nostra storia da parte dell’uomo della strada – perché quel come riassume e simboleggia la piena legittimità storica – anzi addirittura la crucialità – della domanda sul “carattere degli italiani” quale domanda obbligatoriamente preliminare ad ogni idea di nazione e di Stato di cui li si immagini (o li si voglia) partecipi. E perché l’8 settembre è altresì simbolo del fallimento rovinoso in cui prima o poi è destinata ad incorrere qualsiasi risposta alla suddetta domanda che sia esclusivamente ideologica e/o politica, estrinsecamente e volontaristicamente tale. Di fronte a quanto ora accennato – vale a dire all’ampiezza ed alla profondità di una crisi dell’idea di nazione che indusse tanti a pensare di non essere più una nazione, o di non esserlo mai stati, o di non essere stati capaci di esserlo quando solo e per davvero contava, cioè nel momento del cimento supremo – di fronte a questa crisi tanto grave in coincidenza con la guerra, non stupisce che la vita politica e lo spirito pubblico dell’Italia dell’ultimo cinquantennio ne siano stati segnati così profondamente».

Andando a ritroso scopriamo varie cose interessanti: le responsabilità di questa antichissima famiglia franco-italiana nelle nefandezze del fascismo (appoggio a Franco, guerre coloniali, alleanza con Hitler), la responsabilità nell’avvento del fascismo, la spinta a svolte autoritarie (già incarnatesi nel periodo crispino e a fine secolo). Andando più indietro scopriremo il tradimento di Carlo Alberto nel 1821, l’intervento “interessato” nel 1848 dello stesso, la “casualità” dell’unificazione, che nell’ottica di un grande statista sabaudo (Cavour) doveva essere un ampliamento del regno di Sardegna. 

3. La storia non si può discutere? Questo è probabilmente l’assunto di molti. Una giustificazionismo di (inconsapevole?) matrice hegeliana. E, invece, la storia va discussa criticamente pur nella consapevolezza della immodificabilità delle sue conseguenze. Bisogna ricostruire in maniera non mitizzante il Risorgimento, svolgendo una (doverosa!) opera “revisionistica” (che ha costretto molti di noi a liberarsi di impalcature mentali costruire sin dall’infanzia, quando Cavour, Garibaldi, Mazzini e Vittorio Emanuele II venivano rappresentanti nelle aule elementari tutti insieme appassionatamente). E, dunque, i punti di vista "conservatori o “reazionari” (da Verga a Tomasi di Lampedusa agli storici neoborbonici) risultano assolutamente preziosi nella loro parzialità. 

4. In realtà, la matrice (ideologica come è giusto che sia) del discorso di Antonio è in quel elogio di Cavour e del liberalismo piemontese come origine della nazione. Poiché Antonio è un liberale (di destra o di sinistra in base alle definizioni ottocentesche lo lascio a lui decidere ma l’elogio di Cavour non lascerebbe dubbi…) desidera che quel contorto e molto casuale processo di unificazione nazionale, nato soprattutto dalla volontà delle grandi potenze europee, venga accettato acriticamente, chiedendo, dunque, di dimenticare le nefandezza già elencate. Ribadisco il mio no, grazie. Sono italiano, e orgoglioso di esserlo. E, come sempre, scelgo di stare, rileggendo la storia, “dalla parte del torto”, del Risorgimento sconfitto (in cui affondano le linfe più vitali della Resistenza). «La nostra eredità non è preceduta da alcun testamento» ha scritto un comandante partigiano francese. A ciascuno l’onere di “ereditare”, di costruire la sua personalissima genealogia. Immagino che Antonio mi obietterà che io sono un docente di storia e ho responsabilità “pubbliche”. Voglio rassicurarlo: entro certi limiti (umani), mi sforzo di dare ai miei allievi punti di vista plurali. 

5. La polemica con Antonio in realtà consente di problematizzare ulteriormente l’oggetto originario del mio post (l’origine divisiva della storia italiana): sia il 25 aprile che il 17 marzo sono “miti fondativi” divisivi per gli Italiani. Antonio eredita Cavour, il suo liberismo, il suo liberalismo, io eredito Pisacane. Amici si sentono eredi di Mussolini e del fascismo, io dell’antifascismo. Salvatore Esposito obietta: quale origine non è divisiva? Certo, però nel tempo quelle divisioni sono state “assorbite”. Perché solo in Italia non accade, al punto che nell’ultimo trentennio c’è stato, per esempio, il fiorire del “neoborbonismo”? 

6. Ripeto, e spero di non essere ancora frainteso: non ho soluzioni a questo problema (serio). Cerco di contribuire con i miei «rudimentali» (cit.) strumenti alla discussione.

lunedì 13 aprile 2020

Teresa Simeone: Sempre con Prometeo. Risposta a Nicola Sguera [φιλοσοφία]

Martin Heidegger, Nicola Sguera e Ivan Illich: incontro impossibile su un mondo partorito dalla fantasia di Moebius

L’appassionata critica di Nicola mi costringe a una replica, da lui intelligentemente preparata, d’altronde, col generoso endorsement di qualche giorno fa. 
I punti toccati sono tanti e impossibile da esaurire, per cui cercherò di rispondere a quelli che ritengo più importanti. 

1. Il primo riguarda una mia sottintesa “codardia” nel non citare esplicitamente Heidegger. Non l’ho fatto perché non mi rivolgevo soltanto a lui ma a una categoria di pensatori che negano la modernità e la riducono a puro tempo del dominio, riducendo ogni intervento umano a tentativo di sottomissione e di violenza prevaricatrice e dunque sminuendo la portata liberatrice di un sapere che cerchi di emancipare l’essere umano dalla potenza, dove incontrollabile, della natura. Non ho fatto citazioni perché stavo esponendo una mia personale visione del tema; non sempre le citazioni sono segno di cultura: a volte lo sono di erudizione. Il mio pensiero, per quanto discutibilissimo nelle sue articolazioni e conclusioni, è il mio e non intendo trovare l’appoggio in continui e pedanti riferimenti esterni, per quanto autorevoli, a meno che non citi posizioni di altri e dunque debba documentarle. Come farò, ad esempio, anche nel corso di questa risposta laddove l’ho ritenuto necessario. 

2. Mi dispiace deluderlo, ma l’articolo non è stato affatto occasionato dalle sue lezioni su FB: lo avevo pronto da un po’; tra l’altro Nicola conosce bene la mia posizione che ho sempre pubblicamente espresso, de visu e attraverso miei scritti, come nel libro da lui gentilmente ricordato. Corrisponde a verità, invece, il riferimento alla Foresta Nera che ho inserito, nel rivederlo, poco prima di inviarlo in redazione, dovendo cercare un’immagine esemplificativa per meglio veicolare il mio pensiero. 

3. Non sono io a dare giudizi definitivi, ci mancherebbe altro: la damnatio memoriae cui allude è della storia e di pensatori come Anders, Jonas, Arendt, Löwith, Lévinas, Jaspers, Adorno, alcuni dei quali avevano intuito che la filosofia di Heidegger è la negazione di ogni forma di autonomia morale. Il “ Mago di Meßkirch”, come lo indicavano i suoi studenti, il “ nazista privo di rimorsi”, secondo Habermas, uno che avvolge “ le proprie parole come arance nella cartavelina” secondo Adorno, continua a essere per me un pensatore, algido e privo di ogni calore empatico, certo, comunque extra-ordinario, ma pessimo uomo. Al posto di Nicola mi chiederei come filosofi di quel calibro lo abbiano, a un certo punto della loro vita, del tutto ripudiato. Forse si sorprenderà ma anch’io, in gioventù, sono stata affascinata dal respiro di Heidegger, salvo poi accantonarlo, quando ho capito dove conduceva la svolta degli anni ’30, proprio quella svolta che invece è cara a lui e a tanti poeti del Novecento.

4. Mi dispiace ma giudico frettoloso e sospetto il modo in cui liquida i Quaderni Neri che, invece, sono il vero punto di rottura con la narrazione “elevata” che è girata per molto tempo sulla doverosa (per i suoi fedeli) separazione tra pensiero e biografia, come compreso da una sua appassionata studiosa, Donatella Di Cesare, che è arrivata a dimettersi dalla carica di vicepresidente della Martin Heidegger-Gesellschaft dopo aver capito come il suo antisemitismo fosse non solo razziale quanto addirittura metafisico e dunque ancor più pericoloso e profondo. «Il pensiero più elevato – conclude - si è prestato all’orrore più abissale». E, più che considerare Heidegger un nazista, lo ritiene un sofista. Un ammaliatore, evidentemente, cui preme, non la ricerca della verità, bensì la dimostrazione di apparire, appunto, un gigante del pensiero. 

5. Non costruisco un obiettivo polemico di comodo, anzi, mi pare che lo stia facendo Nicola, con il suo intervento: io mi sono limitata ad esporre una tesi che, ovviamente, chiama in causa la modernità di cui Heidegger è feroce critico. Nicola, invece, si ostina a pensare a me come a una scientista acritica e incapace di considerare i limiti della ragione e della scienza. Gli ho dato prova più volte del contrario, soprattutto perché la concezione di una scienza come conoscenza assoluta è un ricordo dell’Ottocento positivista, abbondantemente superato dal novecentesco concetto di scienza, come procedimento rigoroso ma limitato da un lavoro lento e continuo di rettifica e adeguamento e sottoposto costantemente al vaglio di una ragione non certo ritenuta infinita. D’altronde Popper, col suo principio di falsificazione, non è certo passato invano. Nicola mi fa torto, ma capisco che debba vedermi in questo modo per poter criticare la mia impenitente fiducia nella scienza (quella buona, non la mala scienza), verso cui ha da sempre un chiarissimo intento demolitore. 

6. Quando mi riferisco al ritorno a un mondo preindustriale capisco di provocare, ma cos’è un mondo in cui la rivoluzione scientifica, la modernità, il pensiero razionale sono presentati come negatori dell’essenza più vera dell’essere, non del solo esser-ci, si badi bene?

7. Nicola mi accusa di storicismo, anzi di giustificazionismo, ma non si rende conto di ridurre a una sola categoria quella che è una realtà complessa: cosa significa il suo attacco? Che tutti quelli che credono nell’essere umano sono giustificazionisti? Seguendo il suo modus argomentativo, allora, coloro che non vi credono devono essere considerati passatisti, conservatori e reazionari, esattamente la critica da cui sta cercando di liberare Heidegger. Della serie: uso lo stesso meccanismo riduzionistico che contesto per confutare categorie riduzionistiche che voglio respingere. È un buon allievo di Heidegger, che usa il filosofare per decretare la fine della filosofia. Piuttosto che criticare solo quello che a lui non piace, perché Nicola non risponde alle domande che pongo nell’articolo? Sarei curiosa, veramente, di sapere come sia possibile respingere tutto ciò che è modernità e progresso senza utilizzarne le conquiste. Non rimanendo nell’astrazione, per favore, ma dando risposte concrete, con esempi reali.

8. Quando riferisco la critica di antiumanismo di Heidegger (durante i nostri incontri, non nell’articolo, in cui non ne faccio menzione) è con riferimento all’umanismo storico e filosofico: sarebbe veramente sciocco sostenere che il filosofo di Meßkirch voglia la fine dell’uomo. Quando mai l’ho detto o scritto? In ogni caso Heidegger, dopo la svolta, non considera l’ente colui che può
interrogare l’Essere, che diventa centrale mentre l’esser-ci arretra. L’esser-ci, per lui, deve mettersi “in ascolto” dell’Essere, lasciar fare, abbandonarsi alla sua maestà, rinunciare, di fatto, a pensare. Dopo aver “ragionato” secondo le proprie premesse e modalità, il nostro filosofo ne La questione della tecnica, confessa: «Così domandando, noi attestiamo lo stato di difficoltà per cui, con tutta la nostra tecnica, non sappiamo ancora cogliere ciò che costituisce l’essere della tecnica, e con tutta la nostra estetica non custodiamo più ciò che costituisce l’essere dell’arte. Tuttavia, quanto più interrogativamente consideriamo l’essenza della tecnica, tanto più misteriosa diventa l’essenza dell’arte»; per finire con una frase a effetto: «Quanto più ci avviciniamo al pericolo, tanto più chiaramente cominciano ad illuminarsi le vie verso ciò che salva, e tanto più noi domandiamo. Perché il domandare è la pietà (Frӧmmigkeit) del pensiero» (Martin Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia, p. 27). Il che sta a indicare che il pensare chiede (a chi?) pietosamente, aspettando che qualcuno (Chi?) risponda. No, il domandare non è la pietà del pensiero: è la sua forza.

9. Per quanto riguarda Illich, Nicola dimentica che ne abbiamo discusso, qualche tempo fa, quando ne citò, in un articolo del 28 novembre 2016, su Il Vaglio.it, scritto in riposta a un mio pezzo, l’opera Nemesi medica. Scriveva in quel pezzo: «il monopolio medico sulla cura della salute si è sviluppato 
senza freni usurpando la nostra libertà nei confronti del nostro corpo […] La società ha trasferito ai medici il diritto esclusivo di stabilire che cosa è malattia, chi è o può diventare malato e che cosa occorre fargli […] L’impegno sociale di fornire a tutti i cittadini una massa pressoché illimitata di prodotti del sistema medico rischia di distruggere le condizioni ambientali e culturali necessarie perché la gente viva una vita di costante guarigione autonoma». E, nello stesso articolo continuava, con riferimento alla mia difesa della scienza medica (è sempre stato un mio pallino, lo confesso!): «La contrapposizione non è , dunque, quella decisamente riduttiva di Teresa, ma fra chi crede che esiste un’unica medicina, depositaria della verità nel campo della salute, in nome della quale imporre a tutti i protocolli, e che ritiene che esistano una pluralità di “atti medici” volti alla salute dell’individuo che rimane il padrone della propria vita, non alienabile ad uno Stato o alla corporazione medica» . Così scriveva Nicola, in pieno amore pentastellato e avversione per la medicina, a cui, ovviamente, risposi che aveva ragione perché, se mi accusava di difendere la scienza medica, non sbagliava affatto. L’opportunità di un’azione preventiva che la medicina non solo deve proporre ma propone già, di fatto, non la esonera, nel momento in cui insorga
un’emergenza, però, dall’intervenire né sminuisce la necessità di affidarsi alla competenza di chi ha dedicato studio, energie e intelligenze alla medicina. Tralascio il ruolo che i vaccini (Nicola avverte sempre come una spina nel fianco le mie critiche ai No-vax) hanno svolto nel tempo per liberare l’umanità da malattie terribili come la peste, il vaiolo, la lebbra, la poliomielite, la tubercolosi perché stiamo toccando con mano la necessità di averne uno contro il covid-19. Tutti concordano che potremo uscire dall’emergenza solo quando la comunità scientifica lo troverà.

10. Per quanto riguarda il fatto che Descolarizzare la società mi farebbe rabbrividire non so a cosa si riferisca Nicola, dal momento che:
a) ho insegnato Pedagogia e Sociologia per molto tempo e lo proponevo come testo rivoluzionario dal punto di vista educativo già trenta anni fa;
b) non mi pare di accondiscendere acriticamente alle scelte di una scuola-azienda che non manco di criticare e di cui denuncio quotidianamente gli sciagurati effetti, non ultimi quelli legati a un marketing che costringe gli istituti a una competizione vergognosa nella corsa ad accaparrarsi iscritti. E lui lo sa benissimo.

11. Nicola rivendica, con orgoglio, la sua appartenenza ai romantici epimeteici contro gli illuministi prometeici: non ho nulla da aggiungere se non che, etimologicamente, Prometeo è “colui che riflette prima” , mentre Epimeteo è “colui che pensa dopo”. Come dire che l’ignoranza è grande cosa rispetto allo sforzo della conoscenza.

12. Nicola mi “accusa” di essere una neoilluminista. Credo che se la filosofia oggi abbia ancora un senso, è nell’indicare una strada eticamente e umanisticamente fondata: la caratteristica peculiare, non l’unica, beninteso, dell’uomo è la sua ragione critica, lo strumento veramente egualitario che ci possa difendere da intolleranza, pregiudizi e misticismo. L’illuminismo ha avuto un ruolo decisivo nel fornire all’occidente i mezzi per fissare i principi inderogabili di “dignità umana”, di “diritti”, di “autodeterminazione”, di “democrazia”, di “autonomia del procedere filosofico”, di “divulgazione del sapere”, di “laicità” dello Stato e del conoscere. Certo che sono fortemente debitrice a tale corrente di gran parte della mia formazione! E faccio del Sapere aude oraziano, ripreso da Kant, una delle poche convinzioni che ancora guidano la mia vita. Ridurre l’illuminismo a una corrente “razionalizzante”, ottusamente prometeica e superata nel suo lascito di principi importanti, benché ovviamente storicizzati, significa negarle la capacità demistificatrice nei confronti di false credenze e superstizioni e il ruolo emancipatore nella storia dell’umanità . È singolare che Nicola respinga tale corrente il cui prodotto storico si è espresso in una rivoluzione il cui armamentario ideologico e linguistico è ancora utilizzato da un movimento dal quale si è staccato istituzionalmente ma che non ha mai rinnegato.

Mi avvio alla necessaria conclusione anche se il discorso potrebbe continuare per altre lunghe pagine tanto stimolante è la discussione che Nicola, com’è suo intelligente costume, accende.
Il linguaggio di Heidegger, come rileva Guido Calogero, è arcaico e privo di contenuto “determinabile”. «Provate – sottolinea – a pensare l’essere e vedrete che equivale a pensare il nulla, cosa altrettanto impensabile». È legittima o no, allora, la domanda se tale nebulosità non voglia nascondere un’elitaria e aristocratica appartenenza al suo entourage da parte di quei pochi che “riuscirebbero” a comprenderne il significato? In un bell’articolo di qualche mese fa, Alfonso Berardinelli scriveva che Heidegger non si fa capire, «E chi non si fa capire, in filosofia ha successo, attrae, affascina. Essere chiari e dare spiegazioni è troppo “democratico”, giustificarsi non è signorile, usare una lingua comune non è “esclusivo”, non distingue, non eleva…».
D’altro canto, come sosteneva Miguel De Unamuno, «la puntualità è la cortesia del re; la chiarezza lo è dei filosofi». Evidentemente Heidegger non era cortese. Ciononostante Lettera sull’umanismo è lì, a parlarci e a dirci che, se è ovvio che il filosofo di Essere e tempo non vorrebbe la fine dell’uomo, certamente, non per questo non è contro la visione di un uomo capace di porsi come attore della propria esistenza. La sua posizione è arretrata e decentrata rispetto all’Essere. Quel conta, per lui, è l’Essere, non l’uomo.
La filosofia è sguardo d’insieme e visione delle implicazioni di una tesi proposta. “Dove ci porta un determinato ragionamento?” è non “una”, ma “la” domanda che dobbiamo sempre porci quando leggiamo un filosofo. È chiaro che se giudichiamo ciascuno secondo il suo modo di procedere non avrà mai torto perché è lui a condurre il gioco e a guidarci dove vuole. Nel caso di seduttori della parola come Heidegger, poi, finiamo per lasciarci incantare dalla magia di un linguaggio volutamente ammaliatore, dimenticando di pensare. Cosa che non dovremmo mai fare. È per questo che rifuggo da populismi e incantatori di anime. I pifferai magici che, con il pretesto di voler parlare alle emozioni, cercano di obnubilare la ragione, hanno fatto più danni all’umanità di qualsiasi calamità naturale.
Dovremmo evitare, perciò, di rimanere ai dettagli e guardare, soprattutto, alle implicazioni pratiche di determinate tesi: come può esser rivoluzionario un pensiero che invita ad abbandonarsi all’ascolto
dell’Essere? Che non si preoccupa in nessun modo di etica ma solo di ontologia? E, poiché è fondamentale la questione, come può essere umanistica una filosofia che invece di attualizzarsi in scelte che migliorino la vita di chi le fa, la rendano nei fatti ignobile? Come può non essere inverata da posizioni che aiutino
l’umanità e non ripudino ideologie negatrici del valore della vita umana? Invece di ricordare soltanto i tanti allievi che ha avuto Heidegger, perché Nicola non si chiede il motivo per cui questi allievi lo hanno ripudiato? Karl Lӧwith, che riporta come nel discorso di Friburgo giustificasse la scelta di Hitler parlando di un “destino che bisogna volere” , ricorda come Heidegger, ancora nel ’36, in un incontro a Roma, in cui non mancò di appuntarsi sul vestito la spilla del NSDAP, avesse affermato che la «concezione di storicità sviluppata nove anni prima in Essere e tempo era alla base del suo nazionalsocialismo». Löwith, dopo un accurato lavoro di analisi, conclude che non si tratta soltanto di vicende biografiche ma che «c’è una sostanziale omogeneità della filosofia di Heidegger con l’atmosfera e la mentalità nazionalsocialiste». È esattamente quello che sostiene Victor Farias quando, molti anni prima della pubblicazione dei Quaderni neri, affermava che il nazismo non è stato per Heidegger solo una scelta politica, ma un’opzione più profonda e che egli cercasse un fondamento filosofico per il nazionalsocialismo. D’altronde, già nel lontano 1987, quindi molti anni prima della pubblicazione dei Quaderni neri, denunciava non solo un nazismo mai ripudiato da Heidegger, ma lo accusava anche di aver collaborato con la Gestapo e di aver denunciato almeno due professori universitari. Allo stesso modo argomenta Emmanuel Faye, che parla di anima nazista nell’opera speculativa heideggeriana, e anche un illustre italiano, prima estimatore del filosofo di Meßkirch, Maurizio Ferraris, quando sostiene che «(...) quello che non si è visto in generale (e che ha provocato una semi-cecità circa le propensioni ideologiche di Heidegger) è che il pensiero heideggeriano nel suo insieme è iper-gerarchico, e che l'appello al nichilismo e alla volontà di potenza, l'insistenza sulla Decisione, l'abbandono della nozione tradizionale di "verità", costituiscono una adesione profonda e non opportunistica al Führerprinzip» (Manifesto del nuovo realismo, Laterza, Bari 2012, p. 15). Per non parlare di Jeanne Hersch, di Roberta De Monticelli e di tutta una schiera di critici di Heidegger che Nicola respinge come letteratura secondaria, stranissimo in lui che invita i suoi studenti ad approcciarsi alle questioni anche attraverso Wikipedia.
Capisco che aprire all’arte piuttosto che alla filosofia sia suggestivo e ammaliante, ma se soltanto la poesia può arrivare all’Essere, che le si svela, allora la filosofia non ha alcuna funzione nel cercare la verità. Noi docenti di filosofia staremmo indicando ai nostri studenti una falsa via e staremmo mentendo, iniziando da me e finendo a lui: per coerenza, Nicola dovrebbe smettere di insegnare filosofia e tornare alle sole radici letterarie della sua formazione. Io non riuscirei a insegnare qualcosa nel cui valore non credessi più. E la filosofia è, non dimentichiamolo, sforzo e indagine: anche se questa ricerca è inesauribile e determina un imprescindibile stato di frustrazione, deve, comunque, conservare la fiducia nella sua validità di fondo e nella possibilità per l’uomo di ricercare qualcosa che, pur sfuggendo, rimane l’obiettivo della ricerca. Per Heidegger ciò che conta è «l’estraniazione dell’esser-ci dall’Essere»: un vero amen per l’umanismo, con buona pace di contorsionismi interpretativi.
Inoltre, e concludo, le scelte si valutano anche in virtù dell’afflato morale che le connota: mettere sullo stesso piano accademici che hanno giustificato il nazismo, che ne sono stati persino ideologi, e quelli che lo hanno combattuto è profondamente ingiusto perché vuol dire arrivare ad annullare del tutto i legami tra pensiero e vita e, soprattutto, svuotare la filosofia di quella che è la sua matrice e natura, l’amore per la conoscenza, il discrimine tra ciò che è bene e ciò che non lo è, il tentativo di trovare dei principi che diano un senso vero alla nostra esistenza.
La biografia, misera anche a detta di Nicola, di Heidegger non è per nulla separata dalla sua visione filosofica che, nell’invitare all’ascolto dell’Essere, pone l’uomo in posizione “passiva” : l’uomo diventa libero so lo se appartiene all’ambito del destino, diventando un semplice “ascoltante”. Nel recuperarlo come subordinato ad esso e, nell’esaltare un arretramento che rischierebbe di contaminarlo, rivendica come necessaria la battaglia contro il progresso, la scienza, la modernità, culle dell’umanesimo storico e dell’umanismo filosofico. In questo senso Heidegger è un anti-umanista. Secondo quanto sostengono i suoi critici e quanto ci fa concludere l’argomentare filosofico.




venerdì 10 aprile 2020

Epimeteici figli di Heidegger vs. neo-illuministi prometeici. Risposta a Teresa Simeone [φιλοσοφία]

Incontri impossibili: Teresa Simeone in visita a Martin Heidegger nella Foresta Nera
L’amica e collega Teresa Simeone ha scritto un appassionato articolo su «Il rasoio di Occam» che, in parte, nasce anche da un’esperienza condivisa in questi giorni.
Infatti, per “socializzare” quanto il corpo docente sta facendo in epoca di DaD (Didattica a distanza), ho deciso di dedicare un’ora a settimana a piccoli gruppi di non studenti per leggere testi di filosofi (Invito al pensiero). Il primo, per un debito che sento di avere, è stato quel Martin Heidegger che Teresa evoca (la Foresta nera, il mulino, la φύσις…) senza mai citare esplicitamente, e in particolare la conferenza poi divenuta saggio (confluita in Saggi e discorsi) La questione della tecnica.
Nei due dei tre incontri io e Teresa abbiamo amabilmente ma anche vibrantemente polemizzato sul tema. 
Ora Teresa sembra voler pronunziare il giudizio definitivo, una vera e propria damnatio, che bolla Heidegger (& sons… ma tra questi non ci sarebbe anche Jonas? Sono pensabili L’uomo è antiquato di Anders e Il principio responsabilità senza le lezioni del Maestro ascoltate dai due autori a Marburgo?).
La mia tesi è che, malgrado la messe di studio e i dibattiti che periodicamente si riaccendono intorno alla sua opera (ultimo quello sui Quaderni neri, che davvero non aggiungono nulla e appaiono, al contrario, tediosi al limite dell’illeggibilità), l’opera di Heidegger sia incompresa dai più. Non per scarse capacità dei lettori ma per una serie di a priori che impediscono di comprendere quello che realmente egli scriveva
Ciò che sostiene Teresa nella parte centrale del suo saggio è assolutamente significativo da questo punto di vista, e, malgrado l’evidenza emersa dalla lettura diretta del testo (pratica a cui i più preferiscono la letteratura secondaria), stupisce l’ostinazione nel voler considerare il "mago" della Foresta Nera un conservatore o addirittura un reazionario, un nostalgico. Secondo una prassi antichissima, insomma, nella storia della filosofia, risalente addirittura al venerando Aristotele, Teresa costruisce un obiettivo polemico di comodo e che non corrisponde, proprio in base a parametri “scientifici”, filologici, a ciò che troviamo nei libri heidegerriani per aver facili argomenti polemici. 
Sarebbe per altro interessante capire dall’autrice la rimozione del nome del filosofo pur riconoscibilissimo in filigrana…
La posizione che emerge è quella di chi rivendica una razionalità “debole” (ma questa acquisizione non nasce da una convergenza del magistero heideggerriano con gli sviluppi della seconda rivoluzione scientifica?) che hanno smontato il tronfio ottimismo e lo scientismo positivista e neo-positivista. Teresa preferisce considerarsi una neo-illuminista e per altro appare assolutamente coerente che collabori ad una rivista (ottima e preziosa!) il cui riferimento (Flores d’Arcais) vuole incarnare esattamente il ritorno alla ragione dopo la sua “distruzione” ad opera della genia di Meßkirch.
Teresa scrive dei «negatori della modernità  che sognano un mondo idillico» dove «innovazione, anticonformismo, progresso sono allontanati come pericolosi […], un mondo pre-industriale, pastorale e rurale». Il pensiero del “filosofo” tedesco, al contrario, se compreso al di là di quelle che appaiono vere e proprie mistificazioni (sempre esistite, come detto, dalle origini della filosofia) appare aperto quanto mai al futuro. L’indagine sull’essenza della tecnica, che ne scopre una dimensione non esclusivamente umana, ma coappartenente all’ambito che tiene insieme Essere ed Esser-ci, deve impedire tanto «l’ottusa costrizione per cui dobbiamo darci alla tecnica in modo cieco» (quanto prefigurato, invece, da Anders o da stanchi epigoni come Galimberti), tanto (ma per Heidegger è la stessa cosa!) di «rivoltarci vanamente contro di essa e condannarla come opera del demonio». Capire l’essenza della tecnica, attraverso il pensiero (non la filosofia, ambito nel quale a mio avviso, orgogliosamente e rivendicandolo, Teresa rimane) ci può richiamare ad un appello liberatore.
Teresa poi passa a colpire altri “miti” (dal suo punto di vista) di cui spesso abbiamo discusso polemicamente. Mi pare di cogliere, ma anche qui (e, ancora una volta, perché?) la mancanza di nomi, atipica in una come lei che giustamente rivendica l’acribia e l’importanza delle note e delle citazioni precise, una polemica rivolta contro la decrescita conviviale. Scrive: «Ci spiegassero come si sarebbe fatto, nella concretezza, ad arrivare ai pannelli fotovoltaici, che non depauperano il sole e per questo sono “accettati”, senza passare per quell’essenza della tecnica colpevole di aver soltanto “usato” la natura». Provo a risponderle, visto che mi sento personalmente interpellato (e considerato che questo tipo di riflessione è stato portato proprio all’interno della lettura che abbiamo fatto in rete). Intimamente hegeliana, Teresa esplicita il giustificazionismo che alberga in ogni storicismo. In questo modo (e tradendo, a mio avviso, uno dei suoi maestri, Jonas, poi chiamato in causa), mostra di ritenere che un bene futuro giustifichi un male nel presente, che l’umanità avvenire sia ontologicamente superiore a quella presente, che, ad esempio, le sofferenze delle masse sfruttate dalla rivoluzione industriale siano servite a preparare il benessere di operai del futuro (quale poi?). Io credo che la storia non sia necessitata, che tante scelte del passato avrebbero potuto essere diverse, ma (ci soccorre il “cattivo maestro”…) la scienza moderna nasce con un cuore tecnico, votata al dominio (basti leggere Cartesio e Bacone senza paraocchi: «Il dominio dell’uomo consiste solo nella conoscenza: l’uomo tanto può quanto sa; nessuna forza può spezzare la catena delle cause naturali; la natura infatti non si vince se non ubbidendole»). 
Il vero obiettivo polemico di Teresa, in realtà, che la spinge a confondere posizioni molto lontane tra loro (e a ritenere ad esempio molto diffuse posizioni presenti solo nelle frange più estreme della deep ecology) è l’anti-umanesimo. Ma l’umanismo che Heidegger mette in discussione non porta a posizioni “contro l’uomo” (o addirittura che auspicano la sua scomparsa da una terra ridonata alla sua immacolatezza: sfido Teresa a trovare una sola parola in tal senso nell’immenso corpus heideggeriano). Al contrario, tali critiche dovrebbero spingere l’uomo a diventare consapevole di essere custode e non padrone dell'intero mondo naturale accolto non più come "fondo" a disposizione per essere sfruttato.
Non mi pare casuale che Teresa, come Marx, scelga Prometeo come simbolo positivo di altruismo e solidarietà, nume tutelare di un pensiero in marcia verso la civiltà.
Non credo che su Ivan Illich io e Teresa abbiamo mai duellato (se non di sfuggita). Immagino lo ascriverebbe all’ambito dei pensatori anti-moderni. Ebbene, questo straordinario sacerdote cattolico, sospeso a divinis, tra le altre tesi provocatorie, ha scritto (in un libro il cui titolo farebbe rabbrividire la mia amica: Descolarizzare la società!) un elogio di Epimeteo che faccio mio, antiteresianamente. Pagine meravigliose, cariche di poesia (ma, purtroppo, per Teresa la poesia va relegata alla sfera dell’estetico, al mondo delle sensazioni, non pertiene la “verità”, cui si accede solo metodicamente attraverso la filosofia e le scienze…). Illich scrive parole che dovrebbero far vibrare un’innamorata della “speranza” (cui ha dedicato un libro): «Dobbiamo riscoprire la differenza tra speranza e aspettativa. Speranza, nell’accezione più pregnante, indica una fede ottimistica nella bontà della natura, mentre aspettativa, nel senso in cui utilizzerò questo termine, è contare su risultati programmati e controllati dall’uomo. La speranza concentra il desiderio su una persona dalla quale attendiamo un dono. L’aspettativa attende soddisfazione da un processo prevedibile, il quale produrrà ciò che è nostro diritto pretendere. Oggi l’ethos prometeico ha messo in ombra la speranza. La sopravvivenza della specie umana dipende dalla sua riscoperta come forza sociale».  E poco dopo: «Il dubbio che nel concetto di homo faber vi sia qualcosa di strutturalmente sbagliato si va sempre più diffondendo in una minoranza sparsa in tutti i paesi, comunisti, capitalisti e “sottosviluppati”. Questo dubbio è la caratteristica comune di una nuova élite. Appartengono a essa individui di ogni classe, reddito, fede e civiltà. Essi sono giunti a diffidare dei miti della maggioranza: delle utopie scientifiche, del diabolismo ideologico e dell’aspettativa del giorno in cui beni e servizi saranno distribuiti con una certa eguaglianza. Hanno in comune con la maggioranza la sensazione d’essere in trappola e, ancora, la consapevolezza che quasi tutte le nuove scelte politiche adottate con vasto consenso approdano regolarmente a risultati che sono clamorosamente opposti ai loro fini dichiarati. Ma mentre la maggioranza prometeica degli aspiranti esploratori spaziali continua a non affrontare il problema strutturale, la minoranza emergente critica il deus ex machina scientifico, la panacea ideologica e la caccia ai diavoli e alle streghe, e comincia a dar forma al proprio sospetto che le nostre continue illusioni ci leghino alle istituzioni contemporanee come le catene legavano Prometeo alla roccia. Una fiducia piena di speranza e l’ironia classica devono allearsi per denunciare l’inganno prometeico». E chiude con un auspicio: «La Pizia di Delfi è stata ora sostituita da un computer che troneggia sui pannelli e perfora schede. Gli esametri dell’oracolo hanno lasciato il posto a istruzioni in codici di sedici bit. L’uomo timoniere ha ceduto la barra alla macchina cibernetica. Sta per comparire la macchina definitiva che guiderà i nostri destini [oggi si chiama algoritmo...]. I bambini fantasticano di volare con le loro astronavi lontano da una terra al crepuscolo.
Dalla prospettiva dell’uomo giunto sulla luna, Prometeo potrebbe riconoscere nell’azzurra e splendente Gaia il pianeta della speranza e l’arca dell’umanità. Una nuova consapevolezza dei limiti della Terra e una nuova nostalgia possono oggi aprire gli occhi agli uomini e portarli a condividere la scelta di Epimeteo che sposando Pandora sposò la Terra. A questo punto il mito greco diventa una profezia carica di speranze, perché ci dice che il figlio di Prometeo era Deucalione, il timoniere dell’arca che, come Noè, resistette al diluvio e diventò padre di una nuova umanità, che egli fece con la terra unitamente a Pirra, figlia di Epimeteo e di Pandora. Incominciamo così a capire che in realtà il πίθος [vaso] che Pandora ricevette dagli dèi è il contrario di una scatola: è il nostro vascello, la nostra arca».
Teresa, dopo una rapida ricostruzione del pensiero di Jonas (fondamentale anche per me), ritorna a semplificazioni inaccettabili, ipotizzando che noi poveri scolaretti di Heidegger vogliamo tornare ad una «condizione bucolica», pieni di nostalgia per «un’unione con la φύσις e con la primitività di un mondo tutto votato a un rapporto di pura contemplazione». Ho trovato, confesso, questa immagine grottesca, pensando al fatto che, pochi giorni fa, abbiamo discusso (in rete, utilizzando le tecnologie più evolute, in maniera relazionale!) questi temi. Ripeto: è troppo facile crearsi obiettivi polemici inesistenti! Al contrario, io ho scelto di polemizzare vigorosamente, con una persona in carne ed ossa. 
Chiudo con affetto polemico: Teresa non ha capito Heidegger e i suoi “figli” perché non vuole capirlo, non perché non possa (e per questo ha bisogno di ricostruire un Heidegger che semplicemente non esiste). Credo che un confronto serio con questo filone di pensiero (vana strategia retorica la lanx satura in cui ci si mette di tutto: finanche i no-vax!) destabilizzerebbe troppe sue certezze. Le auguro, però, di rispondere a questo appello liberatore. 
La sua posizione neo-illuministica si rivelerà nel tempo organica ad un socialismo eco-liberale (non a caso abbarbicato fino a negare l'evidenza ad un europeismo "idealizzante" e che per altro rischia di essere molto greenwashing) compatibile con la conservazione dello stato di cose esistente. Abbiamo bisogno di un pensiero radicale (in sorgente e insorgente) in un tempo apocalittico (e in quanto tale rivelativo: per chi vuole vedere!). Le donne e gli uomini di pensiero dovrebbero farsi carico di essere intimamente rivoluzionari, di non accettare più compromessi con forze economiche e politiche che hanno mostrato e mostrano fino alla fine (letteralmente!) la loro carica distruttiva. Ma una prassi rivoluzionaria può nascere solo da un pensiero rivoluzionario.
Il saggio di Heidegger si chiude con una meditazione sui celeberrimi versi di Hölderlin: «Dove c’è pericolo cresce anche ciò che salva». Nel tempo della desolazione non solo della terra ma anche del suo Re pescatore, gli fanno eco le parole di un capitano della Resistenza francese (anche lui rifugiatosi nelle campagne della Provenza, anche lui “regressivo” e anti-moderno?) che intessé col tedesco un fecondo colloquio:

Siamo, oggi, più vicini al disastro
che non la stessa campana a martello,
quindi è più che mai tempo di farci,
della calamità, una salute.
Dovesse essa aver l’arrogante
apparenza del miracolo.

Fare della calamità una salute. Questo è l’appello dell’uomo epimeteico. Questo l’augurio che faccio a me stesso e a chi avrà orecchie per udire e occhi per leggere.

P.S.
A Teresa chiesi illo tempore di presentare, a Vitulano, In quieta ricerca. Se ne trova eco sul mio blog. Fu una bellissima serata!
A lei ho chiesto di leggere, prima di pensare ad una stampa, la nuova raccolta di saggi, ancora oggi inedita (Pensiero in sorgente).
Voglio dire con questo post scriptum che, malgrado la veemenza della mia risposta, figlia del mio carattere sanguigno e agonistico, il rapporto di stima, prima ancora che di amicizia, è solidissimo.
Esso nasce, però, dalla consapevolezza di una distanza non colmabile. Agli occhi di Teresa io resterò sempre un populista (in politica), irrazionalista (in filosofia), con tratti “pericolosi” ai suoi occhi in virtù di quelle che lei spesso definisce capacità «ammaliatorie» dei miei discorsi.
Ciò nonostante, mi auguro che quella in atto sia una delle tante vibranti polemiche che ci accompagneranno nel prosieguo delle nostre vite.

Incontri veri: Heidegger e Char




lunedì 6 aprile 2020

Gesù e la verità storica. Risposta ad Emanuele Troisi [Τέως]

Un mio disegno degli anni Ottanta, copia da Rouault, autore amato come tutto il filone latamente definibile come espressionistico.
Prima di tutto grazie ad Emanuele per la sua riflessione, sicuramente sentita e vibrante, in risposta al mio articolo, necessariamente sintetico, apparo su «Sonar». Ci siamo conosciuti in un contesto molto particolare (l’impegno politico nel Movimento 5 Stelle) per prendere strade diverse (lui, uscitone già nel 2016 è ridiventato militante comunista, io ne sono uscito nel 2018 e sono tutt’ora un apolide politico).
Vorrei fare una premessa, che non era possibile nell’articolo. 
Nato in una famiglia intrisa di cattolicesimo praticato (i rosari nella casa in campagna starebbero bene in una canzone di Battiato per un nuovo Orizzonti perduti), cresciuto nell’Associazione Cattolica (a S. Anna), “persa la fede” (sulla questione della sofferenza degli animali) nel 1984, dopo aver testimoniato un ateismo dolente e percorso da una struggente nostalgia dell’Assolutamente Altro, grazie all’incontro con la persona e l’opera di Marco Guzzi (il 3 aprile del 1993, quando lo invitai per la prima volta a Benevento con «la rosa necessaria»), e attraverso un processo lentissimo, sono tornato alla pratica religiosa (febbraio 1999), abbandonata nel 2008 per incompatibilità con alcune scelte della Chiesa cattolica (decisive le scelte intorno alla vicenda di Piergiorgio Welby). Da allora mi definisco un “diversamente credente”, pur nella consapevolezza che il cristianesimo (in tutte le sue espressioni, non solo quella cattolica) è il fondamento della mia visione del mondo e della mia moralità. I Vangeli, le lettere di Giovanni, Eckhart, Silesius, Bonhoeffer, Giovanni Vannucci, Ramundo Panikkar, Marco Guzzi sono letture imprescindibili, accanto all’immenso patrimonio della spiritualità planetaria. 
Questa premessa autobiografica era fondamentale per sgomberare il campo da un equivoco in cui credo sia caduto Emanuele.
Il primo rilievo che muovo al suo intervento è risentito (nei modi in cui è possibile esserlo con un amico!). Che abbia potuto definire il mio un «gioco intellettuale», per me cresciuto nella consapevolezza della responsabilità delle parole dette o scritte, parola che deve sempre essere «efficace», è ben triste. Se Emanuele avrà pazienza di scorrere questo blog o di leggere le poche cose pubblicate si renderà conto che l’idea di “gioco intellettuale” è quanto di più alieno dalla mia sensibilità. Al contrario, mi occupo solo di cose che reputo decisive e, come Nietzsche, seppure da lui lontanissimo, reputo che la vita con le sue urgenze sia l’unico parametro dirimente di un prodotto culturale.
Io credo che individuare l’autentico messaggio gesuano consenta due cose: la prima è quella di interpretare (come intuiva profeticamente Bonhoeffer) il cristianesimo non come una religione ma come un lievito in grado di vivificare ogni religione storica; il secondo è coglierne la portato autenticamente rivoluzionaria nell’attesa del Regno di Dio (e quindi nel rifiuto di questo mondo dominato da un «princeps» tenebroso). Siamo lontani da qualunque “gioco”, caro Emanuele, e mi spiace tanto che tu abbia potuto pensarlo!
La cosa più difficile, evidentemente, in questo tentativo, in questo avvio di interlocuzione, è parlare con chi ritiene inesistente il problema perché risolto dal “salto” della fede. Nessuno impedisce di farlo! Io stesso lo faccio (sebbene la mia fede non sia in Gesù come Cristo, come «agnus Dei» che prende su di sé i peccati del mondo o in quel Cristo, frutto del ricco connubio tra ebraismo e filosofia greca testimoniato dal Credo niceno-costantinopolitano, che il Gesù storico avrebbe letto con sgomento senza capirci nulla!).
La sfida, dunque, che pongo a Emanuele è la seguente: da qui ad un anno, dopo che avrà letto almeno i testi fondamentali scritti negli ultimi trent’anni, ne riparleremo, sullo stesso terreno. Altrimenti il nostro è un dialogo tra sordi. Per altro, essendo Emanuele un (eccellente) professore di storia e filosofia, mi pare ancora più necessario un percorso del genere. 
Giusto per fare un esempio: Emanuele dice di accettare che lo storico non possa parlare di Spirito Santo e parto virginale. Ma, dunque, perché non accettare che Giuseppe sia il padre di Gesù? Perché in questo modo lui cattolico entra in cortocircuito clamoroso! Mentre lo storico trova nel “mito” della fecondazione pneumatica e nella tarda età di Giuseppe motivi per interrogarsi (con scarsa possibilità di trovare risposte come per tutto il periodo che precede la predicazione gesuana).
Ma l’impossibilità di una discussione, ad ora, emerge soprattutto da quanto Emanuele scrive su Giovanni Battista, che dimostra, appunto, come un cattolico colto, intelligente, profondo si senta legittimato ad ignorare contenuti, metodi e scoperte di un filone storiografico ricchissimo e, soprattutto, plurale, provenendo da atei, cattolici, protestanti, agnostici. Lo rimando per una buonissima sintesi a questo sito, augurandomi che accetti l’agone rispetto al quale la mia biblioteca e i libri cui mi dedico da oltre un decennio sono a sua completa disposizione.
Emanuele dedica un inciso alla storicità dei Vangeli, ma anche qui mostra di non avere alcuna confidenza con i criteri che gli storici hanno elaborato, in maniera  faticosa (e, dunque, meritevole di assoluto rispetto) per affrontare i testi che parlano di Gesù. 
Emanuele scrive: «I Vangeli, come le Lettere degli apostoli, non sono testi storici, è vero. Sono testimonianze di chi ha visto «il Verbo della vita» ed è stato investito della missione di riferirne ad altri, affinché credessero e testimoniassero a loro volta». Sicuramente, invece, i Vangeli non sono stati scritti da persone che hanno visto Gesù ma sono il frutto di una molto tardiva elaborazione di fonti scritte e orali che rendono necessaria una lettura critica e filologica attenta (per esempio alle interpolazioni).
Oggi gli storici sono grosso modo concordi nel definire il cuore della predicazione gesuana (l’imminente avvento del Regno qui, sulla terra, che nulla ha, dunque, a che fare con l’apocalittica: Gesù non era un apocalittico!), dopo un probabilmente breve discepolato presso Giovanni il Battezzatore. Così come appare abbastanza pacifico immaginare che la morte di Gesù nacque dalla convergenza di interessi di una parte dei sacerdoti del Tempio gerosolimitano, che avevano visto con paura la venuta nella Città Santa di un profeta fino ad allora frequentatore di villaggi e piccoli centri urbani, accolto, seppure da una folla sparuta, come il Mesiah (l'Unto, parola che sarà tradotta con il greco Χριστός), e le autorità romane che, correttamente dal loro punto di vista (non probabilmente da quello gesuano!) vedevano nella “messianicità” un’attribuzione di regalità che metteva in discussione il potere romano (il titulus crucis, di cui nessuno storico dubita, accusava Gesù di essersi proclamato «rex Iadaeorum»). Detto questo (per ribadire come sia difficile discutere partendo da presupposti diversi) gli storici ritengono quasi unanimemente che il “processo” di Pilato (e l’ostensione alle folle di Gesù e Barabba) sia un’invenzione di sana pianta da parte delle comunità che hanno redatto i Vangeli (molti anni dopo la morte di Gesù).
Uno dei punti su cui gli storici non sono concordi è proprio la messianicità di Gesù. 



Giorgio Jossa, ad esempio, propende per una storicità della proclamazione messianica. Gesù, dopo il fallimento della sua predicazione (il Regno non era giunto!) sarebbe salito a Gerusalemme, proclamandosi Messia, secondo la tradizione ebraica, e dunque leader destinato a liberare Israele, annunziando la venuta di una misteriosa figura, quella del «Figlio dell’Uomo», che lo ricollegava alla predicazione apocalittica del suo apprendistato presso il Battezzatore. In ogni caso, e questo va ribadito con forza, Gesù non ha mai insegnato di essere «unigenito figlio di Dio» né tanto meno di essere egli il tramite della salvezza (anche nel caso in cui si accetti che egli abbia proclamato di essere il Messia). Tutta la sua opera di predicatore e taumaturgo ce lo mostra come un fervente ebreo che vuole ricondurre la legge mosaica alla sua purezza ed essenzialità, contro le degenerazioni legalistiche del fariseismo, nel mondo (contro la fuga mistica e monacale degli Esseni). L’unica preghiera che Gesù ha lasciato è un preghiera che potrebbe essere pronunziata senza problemi da un ebreo. Vi si parla di un Dio del cui Regno si auspica la venuta e di un’etica del perdono e della condivisione (simbolicamente messa in scena nell’ultima cena ma anche nel “miracolo” della moltiplicazione dei pani e dei pesci) per una nuova era di pace sulla terra. Gesù non dice mai in quella preghiera meravigliosa che bisogna credere in lui! Ed è per questo che, ancora una volta con Nietzsche (ma contro molte delle sue conclusioni) io ritengo Paolo di Tarso il vero “fondatore” del Cristianesimo come lo conosciamo noi. E lui che, dando organica sistemazione ai racconti su Gesù, soprattutto alle “visioni” seguite alla sua morte, fa del Risorto il mediatore della salvezza e, spinge, ad un’elaborazione secolare che porterà a quei prodigi teologici che sono il dogma della Trinità e quello relativo alla natura del Cristo (parola che in Paolo assume un significato radicalmente incompatibile con quello ebraico ortodosso).
Concludo. Emanuele è un cattolico “adulto” e colto. Proprio per questo mi aspetto da lui un’apertura. Come tutto il mondo cattolico, sconta quella chiusura assurda che ha segnato indelebilmente una realtà pur ricca di grandi personalità. Parlo della repressione dell’“eresia” modernista, e in particolare della vera e propria persecuzione di quella figura meravigliosa che fu Ernesto Buonaiuti (quanti cattolici lo conoscono?). Penso che il tempo sia maturo perché nel corpo della Chiesa si diffonda una maggiore consapevolezza. Non è un gioco culturale, non è vacua erudizione. Volendo utilizzare un metro nietzschiano, potremmo dire che se il cristianesimo è “incarnazione” del divino nella storia, la storia va studiata e conosciuta approfonditamente. Sapere chi fu il Gesù storico non osterà a nessun atto di fede: né a quello di Emanuele, che crede nel Risorto come mediatore della salvezza, né al mio, che credo nel Dio di Yehoshua ben Yosef e prego ogni sera perché venga il suo Regno.

domenica 5 aprile 2020

E. Troisi - Gesù e la Verità. Risposta a Nicola Sguera [Τέως]



Qualche giorno fa «Sonar» ha pubblicato una mia breve riflessione sullo stato degli studi dedicati al «Gesù storico».
Il prof. Emanuele Troisi ha voluto ribattere a quanto scritto, e io sono ben lieto di riportare le sue riflessioni sul mio blog. 
Domani cercherò di rispondergli.


* * *

Il professore e filosofo Nicola Sguera ha recentemente pubblicato su «Sonar Magazine» un interessante articolo nel quale, a pochi giorni dalla Pasqua, ha voluto riproporre la grande questione della storicità di Gesù, considerando questo «un tempo quanto mai opportuno per interrogarsi su chi sia stato veramente colui che viene considerato il fondatore di questa nuova religione». La domanda intorno a cui ruota tutto il suo ragionamento è perché e quando il Cristianesimo sia diventato “fede in Gesù Cristo, figlio unigenito». Com’è noto , è stato lo stesso Gesù di Nazaret o Joshua Ha-Nozri, come forse preferirebbero chiamarlo i colti lettori di Corrado Augias, a proclamarsi “Cristo”, ma Sguera sgombra subito il campo da possibili fraintendimenti, affermando che «è necessario liberarsi dalle “lenti” cristiane » per capire chi sia stato Gesù nella sua verità storica. Così, dopo aver ricordato che fuori del mito Gesù era l’oscuro figlio di un carpentiere di Nazaret, un probabile discepolo del battezzatore Giovanni e un maestro che si mosse sostanzialmente nell’alveo dell’ebraismo , attribuisce il vero inizio del cristianesimo al “genio teologico” di Paolo di Tarso e al trionfo della sua teologia. Paolo infatti, «che non conobbe Gesù», ebbe la meglio su Pietro e su Giacomo nel durissimo scontro che ebbe con loro in merito alla questione della circoncisione (del cuore e non della carne).
Senza nulla togliere ai meriti e alle buone intenzioni del professore Sguera, anzi proprio in virtù di quelli e di queste, è giusto, credo, accogliere il suo articolo come un invito alla discussione e provare a muovere alcune obiezioni alle sue tesi.
Innanzitutto occorre precisare che la nascita di Gesù non ha nulla di oscuro. Se non fu per intervento dello Spirito Santo che Maria si ritrovò incinta di Gesù, perché questo ovviamente non può essere assunto come dato storico ma solo come verità di fede, non c’è nessun motivo di dubitare che il vero padre di Gesù sia Giuseppe. È legittimo che la ragione dubiti della verginità di Maria, non della sua onestà. Se di concepimento naturale si è trattato, è nell’ambito della “sacra” famiglia che questo è avvenuto.
In secondo luogo, non risulta da nessun documento che Gesù sia stato discepolo di Giovanni. Gesù era “cugino” di Giovanni e ricevette da lui il battesimo nelle acque del fiume Giordano. Questo dicono i Vangeli. Quale sarebbe, del resto, la dottrina di cui Gesù sarebbe debitore a Giovanni? Giovanni aveva ben chiara quale fosse la sua missione, preparare la via alla venuta del Messia, ed è quello che ha fatto, fino a prova contraria. Anche Gesù sapeva per quale motivo era venuto al mondo. Si fece battezzare da Giovanni per «portare a pienezza ogni giustizia», come leggiamo nel Vangelo di Matteo. «Gesù con quel gesto di umiltà vuole rappresentare la sua adesione al progetto divino di salvezza: facendosi battezzare in mezzo ai peccatori, Gesù si fa solidale con loro, rivela l’incarnazione, si fa prossimo all’umanità e al suo peccato, proprio com’era nel disegno celeste (G. Ravasi)».
In terzo luogo non ha alcun senso affermare che sia stato Paolo il vero iniziatore del cristianesimo, dal momento che è lo stesso “Apostolo delle genti ” a porre Cristo al centro della sua teologia e a definire se stesso nulla di più che un operaio di Dio:
«Nessuno – scrive infatti nella Prima lettera ai Corinzi – può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo» (1 Cor 3,11). E qualche riga più avanti scrive ancora: «Vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto» (1 Cor 15, 3).
Gesù di Nazaret, dunque, è il solo, unico fondatore del cristianesimo e questa religione, la nostra, sia detto senza offesa per nessuno, si chiama così, “Cristianesimo”, e non “Gesuismo”, perché per i cristiani Gesù non è solo il figlio del carpentiere Giuseppe e della sua giovane (e vergine) sposa Maria, ma è soprattutto “Cristo”, «il Figlio del Dio vivente». E chi si pone alla sua sequela non può essere chiamato in altro modo se non cristiano.
Non è stato Paolo a fondare il cristianesimo, come non lo è stato nessuno degli altri apostoli. A cominciare da Giovanni, Pietro e Giacomo, per limitarci ai soli testimoni della “Trasfigurazione” sul Monte Tabor, quando Gesù, al cospetto di Mosè ed Elia, si rivestì di luce davanti agli occhi, resi pesanti dal sonno, dei tre apostoli che egli aveva voluto con sé. E Pietro, che nella sua semplicità di uomo nulla poteva capire di ciò che stava avvenendo, si offrì di «fare tre tende» (Lc 9, 33).
Non è la Chiesa ad essere cristiana in virtù degli apostoli, ma – come ha detto Giovanni Paolo II nel libro-intervista “Varcare le soglie della speranza ” (1994) – è la Chiesa ad essere «apostolica in virtù di Cristo »!
Gli apostoli sono stati i primi testimoni di Cristo, quelli che per primi «hanno piantato e irrigato il campo di Dio». Gesù Cristo li ha scelti e a loro ha affidato la missione di annunciare al mondo il suo Vangelo, la Buona novella. Apostoli, appunto. Ad ognuno di loro ha chiesto qualcosa di particolare, ha dato un compito preciso. A Paolo, quello di predicare il Vangelo tra i gentili, adottando le loro categorie e misurandosi a viso aperto con il loro pensiero (e con il loro scherno); a Giovanni di testimoniare, con i suoi scritti e con la sua vita, la verità più grande che avevo appreso, che «Dio è amore». È sua, infatti, la più importante frase di tutta la Bibbia (1Gv, 4, 8)! l’unica in virtù della quale – dice Sant’Agostino - l’umanità sarebbe salva se fosse l’unica frase della Bibbia a conservarsi ; a Pietro di guidare il popolo, come suo vicario. Non c’è stata alcuna lotta per il primato tra gli apostoli. Il primato Gesù lo aveva già conferito a Pietro («Tu sei Pietro …») a Tabgha, sul lago di Tiberiade, e nessuno osò sollevare dubbi. Discussioni sì, ce ne furono tante, com’era normale che fosse. Come tante ce ne sono state nella lunga storia della Chiesa. Ma non lotte, non divisioni, come purtroppo è accaduto dopo. Ogni discussione tra gli apostoli, anche quelle più accese, finivano sempre con una stretta di mano «in segno di comunione». Ed è Paolo stesso a dirlo nella Lettera ai Galati.
Ma non è tanto su queste questioni, pur importanti, che voglio soffermarmi, quanto sulla conclusione del discorso di Sguera. Nelle ultime righe del testo infatti, il filosofo afferma che «il confronto con il Gesù storico consente a chiunque, credente o no, di trovare (o ritrovare) un uomo unico , che intravide un Dio paterno e misericordioso… predicò una vita di altruismo vissuto… e credette ardentemente in un mondo più giusto». Ci sarebbe da scrivere un intero volume su queste parole e spero che qualcuno più autorevole e competente di me lo faccia. Intanto provo a scriverne qualcosa io, pur con mezzi e conoscenze limitate, rivolgendomi direttamente all’autore che, oltre ad essere un collega, è anche un amico.
Caro Nicola, non possiamo dire che Gesù sia stato solo un «uomo unico». Non lo possiamo dire non perché siamo cristiani, e lo siamo tutti in Occidente per cultura, a prescindere dalla fede, ma perché Gesù stesso, in più occasioni, ha detto di sé di non essere solo questo. Te ne voglio ricordare solo un paio.
A Filippo che gli chiede di mostrar loro il volto del Padre, Gesù risponde con tono di dolce rimprovero: «Come puoi dire: mostraci il Padre? Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre ». E poi prosegue dicendo: «Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è in me compie le sue opere» (Gv 14, 8-10). Non possiamo scindere il messaggio di Gesù, estrapolando kantianamente il nucleo morale, razionale, del suo insegnamento, dimenticando ciò che Lui ha detto di sé. E’ da qui che dobbiamo partire. Dalle sue parole e dalle sue opere.
Davanti a Pilato che gli chiede “che cos’è la verità”, Gesù resta in silenzio. Ma le parole che aveva pronunciato prima sono di quelle che cambiano la storia: «Il mio Regno non è di quaggiù. Per questo sono venuto al mondo, per rendere testimonianza alla Verità». La domanda di Pilato è legittima, semplice, forse provocatoria. E’ la domanda di un uomo di media cultura, probabilmente un romano scettico, che nel governo di una regione difficile, la Giudea, si trova di fronte uno che, a dispetto degli stracci che indossa e della polvere ai piedi, dice cose strane e, forse, pericolose. Un ribelle e un bestemmiatore. Glielo presentano così i suoi nemici e lui, alla fine, lo condanna alla crocifissione per questi ragioni. Lui, Pilato, non conosceva altra verità che non fosse quella coincidente con il dominio di Roma.
Ma quella domanda ha attraversato i secoli. L’uomo ha continuato a porsela, ignorando, però, le parole che l’avevano provocata . Lui, Gesù, non dice di aver intravisto, predicato o creduto in una verità, come tu sostieni. E non è neanche uno che abbia ricevuto un’illuminazione, come Buddha (l’Illuminato). Lui di sé ha detto «sono venuto al mondo per rendere testimonianza alla Verità». Non è un rompicapo per gli storici, come può esserlo stato Socrate. No, Gesù Cristo è molto di più. E’ un mistero che inquieta, interroga, interpella l’uomo in quanto tale ed è con questo Gesù che dobbiamo confrontarci, se davvero pensiamo che «il suo messaggio, vissuto all’altezza del proprio tempo, sia quanto mai attuale». Da questo confronto non possiamo escludere, allora, le questioni di fede, la miracolosa nascita, i miracoli, la risurrezione soprattutto, che «per lo storico non possono neanche porsi».
Quello della storicità di Gesù è un falso problema, un gioco intellettuale fine a se stesso, se in assenza di documenti storici che ci giustifichino, separiamo Gesù da se stesso! Chi si incammina su questa strada lo fa non per stabilire una verità, ma solo per sfuggire agli interrogativi drammatici che Gesù pone e che solo «nella luce che promana dal mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo » possono trovare una risposta che soddisfi la ragione (San Giovanni Paolo II, Fides et ratio, 1998). Se vogliamo confrontarci in spirito di verità con la figura del nazareno, dobbiamo tenere insieme fede e storia, guardando all’umanità di Gesù senza escludere la divinità di Cristo. Non ci si può porre davanti a Gesù, come ci si pone davanti a Socrate, a Siddharta Gotama, a Confucio o, che so io, a Gandhi. No, di questi possiamo ben dire che sono stati “uomini unici”, eccezionali maestri dell’umanità. Ma Gesù, per quanto possa sembrare simile a questi per tanti aspetti, non è uno di loro. Non è un filosofo. Non è un sapiente. Non è uno che ha cercato la verità.
Certo, l’accostamento che tu fai tra Gesù e Socrate non è nuovo. Tanti, possiamo citare Kierkegaard, lo hanno fatto. Anche Socrate fu, come Gesù, condannato ingiustamente. Anche Socrate, come Gesù, non ha lasciato nulla di scritto. Anche Socrate, come Gesù, lo conosciamo attraverso ciò che di lui ne hanno scritto quelli che lo avevano conosciuto. E Socrate ci appare ogni volta diverso, a seconda delle fonti che consultiamo. Ma le somiglianze finiscono qui, amico mio, perché ciò che Socrate ci ha insegnato non ha nulla a che vedere con quello che ci ha detto Gesù.
Per la verità, anche rispetto a Socrate c’è stato chi ha posto la questione della storicità, non tanto della persona, quanto del pensiero. Tutti, quando leggiamo soprattutto i dialoghi giovanili di Platone, ci poniamo la domanda se il filosofo ateniese abbia effettivamente detto ciò che gli si fa dire. Sembra che lo stesso Socrate, con la sua consueta ironia, abbia sollevato il problema. Eppure non ci discostiamo da quelle fonti e ci confrontiamo con Socrate, dando credito a quelle autorevoli testimonianze. Attraverso queste, da venticinque secoli, ci misuriamo con il suo pensiero e, soprattutto, con il suo metodo di ricerca della verità. La cosa più preziosa che ci ha lasciato. Ma ecco il punto! Socrate, diversamente da Cristo, è stato uno che ha dovuto e voluto cercare la verità e lo ha fatto umilmente attraverso il dialogo con gli altri, non da solo. Cristo, invece, si è presentato all’umanità come la Verità incarnata. Possiamo crederci o no, ma è questo quello che lui ha detto.
Certo, i Vangeli, come le Lettere degli apostoli, non sono testi storici. Sono testimonianze di chi ha visto e si è sentito, o è stato, investito della missione (l ’apostolato) di riferire a quanti non hanno visto, affinché credessero e testimoniassero a loro volta: «ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ovvero il Verbo della vita…noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi.» (1 Gv, 1-3).
Nessuna fonte storica antica, eccetto il famoso e controverso Testimonium Flavianum, parla di Gesù di Nazaret. Il documento, com’è noto, prende il nome dallo storico giudeo romanizzato Flavio Giuseppe che, nell’opera Antichità giudaiche, descrive il nazareno come un uomo saggio, «se pure uno lo può chiamare uomo, date le opere sorprendenti che compì». «Egli era il Cristo – afferma lo storico – e Pilato lo condannò alla croce… (ma) nel terzo giorno apparve loro nuovamente vivo, come i profeti avevano preannunciato». Al netto dei dubbi che questo testo ci lascia, a parte quelli del Nuovo Testamento, non ci sono altri scritti a cui poter fare riferimento per capire Gesù. Ma lo stesso, mi pare, si possa dire anche di Socrate, o sbaglio? Non ci sono libri di storia che confermino o smentiscono quello che sappiamo di lui. Ma con Socrate non ci poniamo il problema che, invece, solleviamo per Gesù. Cerchiamo, a tutti i costi, il Gesù storico, ci sforziamo di de-mitizzarne la figura, come se da questo dipendesse il nostro giudizio su di lui, e soprattutto la credibilità della sua rivelazione. Ma così facendo falliamo completamente il bersaglio. Come ha scritto ancora San Giovanni Paolo II nell’enciclica Fides et ratio, se non inserisce la sua ricerca nell’orizzonte della fede (è il “credo ut intelligam” di Sant’Agostino e Anselmo!) l’uomo non ha «la possibilità di conoscere in modo adeguato se stesso, il mondo e Dio » (San Giovanni Paolo II, Fides et ratio, 16) . «Egli (Gesù Cristo) – scrive ancora il Papa – vedendo il quale si vede anche il Padre, con tutta la sua presenza e con la manifestazione di sé, con le parole e le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la gloriosa risurrezione dai morti, e infine con l’invio dello Spirito di verità, compie e completa la Rivelazione ».
Caro Nicola, Gesù non ha intravisto un Dio paterno e misericordioso, lo ha rivelato agli uomini. È lui stesso quel Dio. Gesù non si è limitato a predicare «un altruismo vissuto». Lui ha incarnato questo amore. Ha donato tutto se stesso alle folle che lo seguivano e lo ascoltavano. Ha guarito i malati per cui era venuto al mondo e per essi (gli “annegati” della canzone di De Andrè!), che fossero infermi nel corpo (paralitici, ciechi, sordi) o nello spirito (esattori delle tasse, usurai, adultere, ladri), si è speso e davanti a loro si è lasciato spezzare sul legno della croce dalla forza bruta del mondo, come lui stesso aveva spezzato e diviso il pane poche ore prima con i suoi amici. Gesù non è un maestro d’amore. Gesù è l’Amore stesso fattosi carne. Non usa parole efficaci, come i sapienti o i filosofi. Lui è la Parola, il Verbo, il Logos che cura, che risana, che consola, che trasfigura l’umano. Gesù non ha creduto in un mondo più giusto. Gesù, il Cristo, quel mondo lo ha annunciato e ce lo ha mostrato. Ce lo ha messo davanti agli occhi nella sua persona. E di quel mondo fa parte la sua Chiesa, la sposa di Cristo!
È con questa verità – lo ripeto - che Gesù ha rivelato, incarnato, annunciato e non intravisto, predicato o creduto, che dobbiamo fare i conti, credenti e non credenti, nell’approssimarsi della Pasqua di quest’anno. Una Pasqua così diversa dalle altre. Più triste, ma forse più vera.
La stessa Trinità, che tu evochi nel tuo articolo e di cui Cristo è la seconda persona, non è solo un simbolo, una di quelle «feconde simbologie di cui l’umanità ha mai come ora bisogno». La Trinità, come ha scritto Sant’Agostino, è un mistero dentro il quale e attraverso il quale Dio ha rivelato all’uomo la verità su stesso. Come D io è “Essere (Padre), Verità (Figlio) e Amore (Spirito Santo), così l’uomo «è, conosce e ama». «Al di fuori di questa prospettiva il mistero dell’esistenza rimane un enigma insolubile» (San Giovanni Paolo II, Fides et ratio, 12)
Come possiamo allora pretendere di liberarci dalle lenti cristiane per capire chi era Cristo? Toglierci queste lenti significa restare al buio. Non sono lenti che deformano il dato reale, perché non sono state forgiate da mani d’uomo. Quest e lenti sono l’eredità che lui ha lasciato nel mondo e che è arrivata fino a noi attraverso la testimonianza di coloro che «fin da principio lo hanno amato e non hanno cessato di aderire a Lui» (Flavio Giuseppe). Non dobbiamo, dunque, liberare Gesù dal cristianesimo, come si tenta di liberare Marx dal marxismo! Paolo, Pietro e Giovanni non stanno a Cristo, come Lenin, Stalin e Mao stanno a Marx.
La divino-umanità di Gesù deve turbarci ed affascinarci, caro Nicola, non il Gesù “storico”! Cristo ci chiede di fare i conti con noi stessi; di dare ragione quotidianamente del nostro vivere e del nostro amare; ci indica una via difficile da seguire, la via della croce; ci invita ad entrare in quello che Kafka con pregnante espressione chiama “un abisso pieno di luce”. Per capire chi sia stato veramente Gesù e perché Lui incarni la vera risposta alla domanda di Pilato, non può significare altro che lasciarsi trasportare dal legno della croce (la famosa terza navigazione agostiniana!) in quel mistero di Luce.
Il celebre motto, da te riformulato, «Christus amicus sed maius amica veritas» non regge di fronte al mistero cristologico. Lo sapeva bene Dostoevskij che nella famosa lettera alla Fonvizina del 20 febbraio 1854 scrive: «se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori della verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità». Un paradosso, lo sai meglio di me. Perché lo scrittore russo, uomo di fede profonda e conoscitore sensibile delle sofferenze umane, sapeva che tra Cristo e la verità non c’è differenza. Come lo sa «la ragione creata che umilmente si sottomette alla verità increata» (Cost. dogm. Sulla fede cattolica Dei Filius, III), sapendo che solo così potrà percorrere speditamente il cammino che la separa dalla meta.
Tra le 217 domande che i quattro vangeli attribuiscono a Gesù (mi permetto a questo proposito di rinviarti al bel libro di Ludwig Monti Le domande di Gesù), «Ma voi chi dite che io sia?» è probabilmente la più importante. La troviamo in tutti e tre i vangeli sinottici. Gesù la rivolge ai suoi apostoli, dopo aver ascoltato le risposte date loro dalla gente comune. Com’è noto , è Pietro a rispondere per tutti: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Con queste parole, che «né la carne, né il sangue» gli avevano rivelato, Pietro in un colpo solo si guadagna il riconoscimento di Gesù («Beato te, Simone figlio di Giona…») e il primato di cui parlavamo. Ma questo Pietro è lo stesso apostolo che sul Tabor voleva fare tre tende per ospitare Gesù, Mosè ed Elia e che, dopo l’arresto del suo Maestro, lo rinnega per tre volte di seguito.
Gli storici che pretendono di far luce sul mistero di Gesù, mettendo tra parentesi la fede e affermando di dover essere più amici della verità che di Cristo, somigliano tanto al secondo Pietro e molto poco al primo.


Con stima e riconoscenza,
Emanuele Troisi