domenica 12 maggio 2019

Populismo ma di "sinistra"

Ne è valsa la pena? Questo ripeto spesso ai miei ex compagni di percorso, a quasi un anno dalla “rivoluzione” del marzo 2018 e dall’avvio del governo giallo-verde. Ne è valsa la pena allearsi con il partito più antico del Parlamento italiano, i cui vertici storici sono stati condannati in maniera ignominiosa per appropriazione di risorse pubbliche e nel cui DNA ci sono (ancora!) antimeridionalismo, xenofobia, pulsioni centrifughe? Mi obiettano: non c’erano alternative. C’erano: si rimaneva all’opposizione con una forza poderosa in grado di dettare l’agenda, aspettando il tempo in cui nel rimanente quadro politico, uscito destabilizzato da quel voto, si facesse chiarezza. Sin dall’inizio della mia esperienza (comunque intensa e di cui non rinnego niente) nel M5S, mi era chiaro – e ne scrissi – come lo spazio da occupare fosse quello disertato dalla “sinistra” nell’ultimo trentennio. Voglio essere chiaro: malgrado oscillazioni nel corso degli anni (l’argomento è complesso), ritengo che destra e sinistra siano categorie oramai insufficienti a definire il campo attuale della politica. Esse devono necessariamente essere articolate con altre categorie. Se mi chiedessero come mi definisco risponderei: un populista disinistra. Dove l’aggettivo è più importante della specificazione ma da ciò non consegue che “i più vicini” siano tutti gli altri populisti! Se vogliamo, questo è il rovello del tempo (e che mi spinge ad essere molto comprensivo con chi si è illuso che “da dentro” si potesse modificare il quadro).

Al netto delle cose buone fortemente volute dal M5S, in primis il reddito di cittadinanza (come inizio di un percorso e al di là delle sue contraddizioni, misura eccezionale per rispondere a un diffuso disagio sociale), non si è in qualche modo venduta l’anima del Movimento ad un alleato scaltro, reso forte dalla pratica possibile dei “due forni”, le cui scelte sembrano sempre essere “win-win”? Ripeto spesso che quello di Salvini sarà un fuoco alto ma di breve durata. Identico al renzismo. Quindi non sono tanto preoccupato per derive “autoritarie”. La democrazia italiana mi pare solida (anche grazie al M5S). E quindi cosa accadrà nel futuro? Zingaretti al guida del PD potrà sicuramente rimettere in moto, “a sinistra”, un po’ di politica e avviare un’interlocuzione con il Movimento che mi pare quanto mai necessaria. Nel contempo, ed è ciò che mi interessa in prospettiva, l’auspicio è che il fallimento del paradigma neoliberista, messo alle corde dalla crisi, crei anche in Italia un movimento popolare e populista, sovranista ma scevro da ogni tentazione nazionalista, critico nei confronti dell’euro, moneta “carolingia”, ma idealmente europeista, capace di identificare un nuovo soggetto “di classe” e farsene portavoce, radicale nel reclamare politiche di giustizia sociale fondate sul controllo della libera circolazione dei capitali: per contrastare quella che Luciano Gallino, prezioso faro, purtroppo scomparso, in questi “tempi interessanti, definiva «la lotta di classe dopo la lotta di classe».


sabato 11 maggio 2019

La piolatria come strumento di governo



L’uso della religione come instrumentum regni è antico come l’uomo. Con la nascita della modernità e la separazione della politica dalla religione e dall’etica esso assume nuove forme. Uno dei padri della politica moderna, Niccolò Machiavelli, scrive ne “Il Principe”: «Debbe adunque avere uno principe gran cura che non li esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle soprascritte cinque qualità, e paia, a vederlo et udirlo, tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto umanità, tutto religione». Tre Presidenti del Consiglio italiani hanno commentato il testo del Segretario fiorentino: Mussolini, Craxi, Berlusconi (finiti maluccio tutti e tre). Attendiamo il commento del Ministro dell’Interno, un «messo infernale» in sedicesimo, ma anch’egli «tra un alalà di scherani», ospite a Pietrelcina oggi.
Cosa ha significato questa visita nello storytelling del nuovo leader della destra sciovinista e lepenista italiana, non essendo mai i suoi gesti “pubblici” (finanche mangiare cannoli) gratuiti? La geniale strategia salviniana, incuneatasi nella duplice crisi (della “destra” berlusconiana e della “sinistra” a tradizione piddina) e nella sconcertante miopia del Movimento Cinque Stelle, che riteneva di avere possibilità di raccogliere voti a destra, è quella di saldare, all’interno di una Lega rinnovata, che ha perso il pelo dell’antmeridionalismo e del secessionismo (ma nessuno dei vizi connessi), varie pezzi della destra italiana: i più evidenti sono quelli neo-fascisti e quelli cattolico-conservatori. Ecco, dunque, il senso della sua visita pietrelcinese, dove il Ministro ha fatto sfoggio di pietà e umanità, di integrità e religione. Ma quale religione? Quella che Francesco Forgione incarna perfettamente. Scrive Sergio Luzzatto (in “Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento”, Einaudi, 2007): «È una via dove il vecchio e il nuovo, il premoderno e il postmoderno, il ragionevole e l’improbabile, l’istituzionale e l’irregolare, il religioso e il politico, tendono a confondersi molto più che a contrapporsi. Probabilmente, questa è addirittura la strada maestra del paese Italia». Padre Pio incarna la Chiesa che non voleva e non ha mai accettato il Concilio Vaticano II e che oggi vede in Papa Francesco un pericoloso cedimento all’eresia. E, dunque, se bisogna, come ovvio in un paese in cui gli over 60 sono ancora in larga parte condizionati dal cattolicesimo, portare quel voto nel grande contenitore della Lega, è necessario accreditarsi come cattolici “reazionari”, fedeli ad un cristianesimo antico e contadino, miracolistico e assolutamente compatibile con i leader forti, comunque si chiamino. Soprattutto se, contemporaneamente, il Vescovo di Roma – negli stessi giorni in cui il Ministro va a visitare compiaciuto i muri eretti da Orbán- pronunzia parole inequivocabili e coraggiose, affermando che «il modo in cui una Nazione accoglie i migranti rivela la sua visione della dignità umana e del suo rapporto con l’umanità». E a queste parole nitide guardano con simpatia e speranza non solo tanti cristiani ma anche credenti di altre fedi o diversamente credenti (come chi scrive).


L’uso della religione come instrumentum regni è antico come l’uomo. Con la nascita della modernità e la separazione della politica dalla religione e dall’etica esso assume nuove forme. Uno dei padri della politica moderna, Niccolò Machiavelli, scrive ne “Il Principe”: «Debbe adunque avere uno principe gran cura che non li esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle soprascritte cinque qualità, e paia, a vederlo et udirlo, tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto umanità, tutto religione». Tre Presidenti del Consiglio italiani hanno commentato il testo del Segretario fiorentino: Mussolini, Craxi, Berlusconi (finiti maluccio tutti e tre). Attendiamo il commento del Ministro dell’Interno, un «messo infernale» in sedicesimo, ma anch’egli «tra un alalà di scherani», ospite a Pietrelcina oggi.

Cosa ha significato questa visita nello storytelling del nuovo leader della destra sciovinista e lepenista italiana, non essendo mai i suoi gesti “pubblici” (finanche mangiare cannoli) gratuiti? La geniale strategia salviniana, incuneatasi nella duplice crisi (della “destra” berlusconiana e della “sinistra” a tradizione piddina) e nella sconcertante miopia del Movimento Cinque Stelle, che riteneva di avere possibilità di raccogliere voti a destra, è quella di saldare, all’interno di una Lega rinnovata, che ha perso il pelo dell’antmeridionalismo e del secessionismo (ma nessuno dei vizi connessi), varie pezzi della destra italiana: i più evidenti sono quelli neo-fascisti e quelli cattolico-conservatori. Ecco, dunque, il senso della sua visita pietrelcinese, dove il Ministro ha fatto sfoggio di pietà e umanità, di integrità e religione. Ma quale religione? Quella che Francesco Forgione incarna perfettamente. Scrive Sergio Luzzatto (in “Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento”, Einaudi, 2007): «È una via dove il vecchio e il nuovo, il premoderno e il postmoderno, il ragionevole e l’improbabile, l’istituzionale e l’irregolare, il religioso e il politico, tendono a confondersi molto più che a contrapporsi. Probabilmente, questa è addirittura la strada maestra del paese Italia». Padre Pio incarna la Chiesa che non voleva e non ha mai accettato il Concilio Vaticano II e che oggi vede in Papa Francesco un pericoloso cedimento all’eresia. E, dunque, se bisogna, come ovvio in un paese in cui gli over 60 sono ancora in larga parte condizionati dal cattolicesimo, portare quel voto nel grande contenitore della Lega, è necessario accreditarsi come cattolici “reazionari”, fedeli ad un cristianesimo antico e contadino, miracolistico e assolutamente compatibile con i leader forti, comunque si chiamino. Soprattutto se, contemporaneamente, il Vescovo di Roma – negli stessi giorni in cui il Ministro va a visitare compiaciuto i muri eretti da Orbán- pronunzia parole inequivocabili e coraggiose, affermando che «il modo in cui una Nazione accoglie i migranti rivela la sua visione della dignità umana e del suo rapporto con l’umanità». E a queste parole nitide guardano con simpatia e speranza non solo tanti cristiani ma anche credenti di altre fedi o diversamente credenti (come chi scrive).
La “piolatria” (come l’ha definita un sacerdote “illuminato” di queste terre) è una delle tante patologie dello spirito, purtroppo diffusa nel nostro Sannio, dove è, non a caso, in atto una transumanza verso la destra salviniana di pezzi di vecchio elettorato e classi dirigenti.
Sostenere la visione della Chiesa di Francesco, che riprende e invera il Vaticano II, contro tutte le tendenze reazionarie, non alimentando, dunque, la “piolatria” e il suo uso politico, è una battaglia culturale degna di esser fatta per arginare l’imbarbarimento del paese e la costruzione di muri, di pietra e non.

(apparso su «Il Vaglio»).

domenica 3 febbraio 2019

Nel chiaro mondo



Qualche settimana fa (il 18 gennaio al Mulino Pacifico), ho presentato alla città il mio secondo libro di poesie. Come spiego nell’Introduzione, era nato come oasi nell’arido (per quanto entusiasmante) mondo della politica. L’ho presentato quasi un anno dopo la sua uscita, in un contesto in cui, venuto meno quell’impegno per impegni sovraderminati con la mia coscienza, famiglia, scuola, poesia sono ridivenuti centrali nel tempo dedicatovi.

Qui di seguito le cose che ho detto in una serata emotivamente densa per me, riscaldato da respiri amici, empatici.
Grazie a chi ha voluto dedicare una riflessione a quella serata (Elide Apice, Antonio Esposito). Particolarmente articolata quella di Alessio Zarro Ievolella.

* * *

«Al centro della poesia, un contraddittore t’aspetta.
È il tuo sovrano.
Lotta lealmente contro di lui» (René Char).

Il Mulino Pacifico è un luogo raccolto, in cui è possibile creare la confidenza necessaria all’accadimento poetico. Grazie a Michelangelo Fetto e Tonino Intorcia per avermi ospitato stasera.
In questo anno quasi passato dalla pubblicazione del libro, ho pensato a tanti modi diversi di presentarlo.
Ricorrente, come nel caso di quando feci in occasione di Per aspera nell’ottobre del 2014, il ricorso alla musica, misteriosa forma del tempo, come la definisce Borges ne Altra poesia dei doni.
Poi ho pensato che mi sarebbe piaciuto, invece, invocare una Musa e nello stesso tempo esortare i presenti, ben al di là del mio libro, alla poesia.
E allora ecco l’illuminazione da cui partiremo. La voce di un grande poeta, il testo che potete seguire, la bellissima traduzione di Giorgio Caproni, la copertina del libro appena uscito che ripubblica quanto uscito nel 1962 con Feltrinelli. Muse e guide. Quale miglior viatico del poeta che più guida non solo la mia scrittura ma la vita stessa? Pensiero poetante in azione, in sorgente, nella duplice accezione. E poi Caproni, altro grande maestro della mia Bildung...
  





Ascoltiamo insieme Char che legge la poesia...

Io sono un piccolo poeta di provincia, in linea con il mio essere uomo di provincia, essere stato politico di provincia. E, badate, lo dico senza alcuna falsa modestia e diminutio. Ho bisogno di conoscere le persone a cui parlo. Nella mia mente, quando penso, ci sono persone in carne ed ossa, portatori di visioni “altre” del mondo. E potrei fare dei nomi: da Amerigo Ciervo a Giancristiano Desiderio, da Antonio Furno a Nicola Savoia. E anche quando scrivo lo faccio pensando che sarò letto da persone che conosco, che appartengono al mio piccolo mondo. Anche per questo volevo questo raccoglimento. Anzi, avevo addirittura pensato di invitare piccoli gruppi a San Cumano, rinverdendo lo spirito della “rosa necessaria”, agli inizi degli anni Novanta. Ora che le energie investite nella politica sono di nuovo libere non è detto che non accada.

Com’è nato il libro? Incontro casuale con Anna Rita Margio. Piantavamo alberi. Volontà di creare una parentesi nell’impegno politico, raccogliendo quanto scritto dopo Per aspera, uscito nel 2013. Poi la vita è andata altrove: ho perso una persona carissima, è finita la mia esperienza politica. La poesia è tornata prepotentemente al centro del mio percorso esistenziale.

In copertina troverete una foto scattata in una mattina brumosa. È il viale che porta nella mia casa di campagna, a San Cumano, cui è dedicato il libriccino. Strano. Ma quel luogo dell’anima è per me dimora di trapassati: di mia madre, in particolare, e di Maria, la donna che che ha accudito amorevolmente me e le mie sorelle da sempre, rimanendo con noi fino alla fine. Li immagino come numi tutelari di quel luogo magico.

Il titolo del libro è un verso dantesco, fortemente antifrastico: 

«Lo duca e io per quel cammino ascoso,
intrammo a ritornar nel chiaro mondo».

E poco dopo c’erano le stelle riviste in Dante, quelle non non hanno seguito le “asperità” che davano il titolo alla mia prima racconta. Il mondo mi appare, man mano che invecchio, tutt’altro che chiaro, esattamente con il paesaggio agreste della copertina. Bello e difficile da decifrare.

La bellissima epigrafe mi è stata suggerita ancora da Anna Rita. Evoca, con le parole delle Dickinson, anche in questo caso, le stelle cui alludeva il titolo della prima raccolta, Per aspera, astra ancora attese con speranza, ultima dea.

La nostra parte di notte portare –
La nostra parte di mattino –
Il nostro spazio con la beatitudine riempire
Il nostro spazio con il disprezzo –
Qui una stella, e là una stella,
Alcuni smarriscono la via!
Qui una nebbia, e là una nebbia,
Subito dopo - il Giorno!

Seguono una prefazione ed una presentazione. La prima di Marco Guzzi, tra i miei maestri il maggiore, l’altra di Luca Rando, che definire amico, come sa bene chi mi conosce, è poco, e della cui lontananza da Benevento non smetterò mai di dolermi, malgrado la gioia per sua realizzazione professionale e familiare. È interessante che queste due riflessioni sul libro apparentemente collidano. Marco pone l’accento sull’aspetto storico-eonico, per così dire, collocando i miei versi un processo apocalittico-rivelativo. Parole grosse. Luca lo incardina e lo spiega a partire dal dato biografico-familiare. Eppure credo che le due letture siano complementari. Un poeta, anche piccolo come me, ha l’ambizione di credere che la sua biografia sia speculum di “destini generali”.

Il libro è strutturato in 5 sezioni e un congedo. Ritengo che la poesia contemporanea (che a mio avviso inizia con I fiori del male) sia costituita da libri pensati come tali (a partire dal titolo). Tutte le sezioni hanno un titolo in latino (così come abbondano parole greche nei testi). Immagino che sia il mio lavoro nel Classico ad aver accentuato questo amore profondo per lingue morte e suggestive, lingue “magiche” in qualche modo, che dischiudono porte.

“Pro nobis”, la prima sezione, raccoglie testi “di preghiera”, che testimoniano lo stadio attuale della mia fede che è essenzialmente speranza e aspira ad essere soprattutto carità, una fede che intreccia suggestioni eraclitee e la grande mistica cristiana e non.

Arco e lira

Alla pace ineffabile non anelo
in questa vita. Guarisco per crisi,
rivoluzioni e scontri permanenti
campali di cellule e batteri.

Che il conflitto sia.

Forze in tensione.
Cavalco una potenza buona e vitale.
Genero con l’arco e la lira.

Dove spero sia evidente il debito enorme che ho, mediato da Char, nei confronti dell’oscuro pensatore efesino, pensatore definito “aurorale” da Martin Heidegger. L’arco e la lira simboleggiano la tensione armonica, la concordia discors che produce un’ρμονίη φανς  su cui si regge luniverso e che ho imparato a sperimentare nella mia esistenza.


A San Cumano mi capita spesso di leggere e scrivere a lume di candela, con la campagna che dischiude innanzi a me le sue ombre benevole. Una sera decine di piccole farfalle si sono immolate al fuoco della candela.

Falene nella notte.


Nelle mie poesie, è evidente, ritornano, spesso anche inconsciamente in fase di scrittura, echi di tutta la bellezza di cui mi sono nutrito, come in questo caso alcune memorabili scene dei film di Tarkovskij o il Montale maggiore delle prime tre raccolte, decisive nel mio processo di formazione poetica. E il fuoco è certo il Logos/Πῦρ eracliteo, ma anche lo Spirito Santo, il Fuoco dei Veda di cui parla spesso Aurobindo.


A chi conobbi nella musica

  
La sezione è chiusa da una riflessione (che eccezionalmente tenta il verso lungo o lunghissimo) sui miei morti, a partire dal mio piccolo rituale di raccogliere nel cassetto della scrivania dove lavoro, accanto alla polvere dei fiori che accompagnarono mia madre al suo funerale, tutti i santini delle persone care. Il confronto con la morte, oserei dire vittorioso, è un tema tra i più presenti in ciò che scrivo. Essa solo, come mi ha insegnato Heidegger, rende la nostra esistenza “autentica”.

Un cassetto accoglie, accanto a polvere di lutto,
ricordini di chi conobbi e non c’è più. Il sacrario si infoltisce
di volti noti. Nobili epigrafi certificano un’assenza difficile a credersi,
tanto le loro movenze, i sorrisi, gli sguardi sono incisi in me.
Se li mettessi in fila, come figurine della mia infanzia,
tutta intera scorrerebbe la mia vita dalla culla ad oggi.
Io sono tutti i morti che dormono nel mio cassetto,
vegliano su opere e giorni, silenti, nell’attesa d’essere
anch’io una foto imprecisa, una frase scolpita nel tempo.

Filiae matrique raccoglie, invece, le poesie dedicate alle due Caterine, mia figlia e mia madre, per me intrecciate. Talvolta sogno d’essere, dunque, il padre di mia madre. O il figlio di mia figlia...

Con il seme ti diedi la joie de vivre,
eredità materna, il canto che satura
il silenzio, sutura ferite dell’anima.
La coltivai cullandoti fino a sfinirmi,
tra nenie e sussurri. Ma, ricorda,
della mia stirpe, la tua, la malinconia,
ospite dei giorni amari, senza senso
né meta. Accettala: nel volto suo triste
impara a vedere l’imago della pienezza,
il passo indietro necessario
per slanciarti alla conquista del mondo intero.

Pater.



 Locus animae” è la quarta sezione, quella maggiormente ispirata a e da San Cumano, la dimora che iniziammo ad abitare nel 1974, quando era quasi un rudere, per trasferircisi nel 1984. Lì ho abitato con mia madre, mio padre, le mie sorelle, Maria, fino al 2001. Lì torno ogni estate per rigenerarmi. Lì epifanie, rivelazioni, nutrimento terrestre e celeste. Finalmente le stelle!

Pietre.
        Chi sa quando intagliate.
Nella terra, che ignaro percorsi.
Sotto il manto.
                Di stelle silenti.
Veglia. La quercia.
Dimora che sola è mia.
Ascolto.
        Il vento.
Rimodula lieve il pensiero a pietà.
Lontana la città,
cui pure appartengo.

Pietra.
        Grano.
                Quercia.
                        Stelle.
Sono. Benevoli cenni al mio domandare.

Ho cercato in questi anni di sanare il rapporto spesso conflittuale città/campagna, tenere entrambi i poli dentro la mia quotidianità. Non so se ci sono riuscito. Certo l’esperienza, pur breve, di amministratore, mi ha aiutato a non vivere la campagna come una fuga.

L’ombra del noce, la sua frescura donata
nei giorni più arsi dell’anno, quando il cuore
brucia rivivendo il suo scacco. Quest’albero,
cresciuto su terra nutrita dai morti,
mi offre rifugio dal tempo. Qui sento
che passato e futuro si fondono,
ogni attimo, ogni attesa divenendo καιρός.

Il noce è corteccia, ramo, foglia, frutto offerto
agli avidi denti del mio cane. Mi specchio,
nella sintesi mirabile, io,
frantumato, scisso, lacerato, ambisco
alla sua dedizione, salda in sé stessa
eppure generosa.

Ti ringrazio per l’ombra diurna,
per il riparo che mi offri
quando troppo cielo pesa sulle mie paure.
Qui si schiudono porte per nuovi inizi,
epifanie terrestri, nutrite da linfe stellari.

Il noce stellare è l’albero che campeggia nel cortile di San Cumano, piantato quando mia madre era ancora viva (e spesso, dopo la sua scomparsa, sognavo che la sua tomba fosse lì sotto). Il kairòs evocato è il tempo opportuno dei Greci, quell’attimo in cui la mistica e la poesia potrebbero insegnarci ad insediarci affinché ogni attimo, per citare Nietzsche, sia l’inizio dell’essere.
“Historia experimentalis” suggerisce un’idea di vita: un esperimento appunto che costruisce giorno dopo giorno una storia, senza un telos, un disegno, uno scopo precostituito. Qui tutti i temi e i luoghi e le persone a me care tornano, intrecciandosi tra loro.
Per esempio, ancora, il divino esperito nei volti delle persone che incontro e non in una trascendenza tentatrice e, dunque, luciferina...
Questa poesia evoca il Mosè del Sinai che scende e trova il vitello d’oro, il culto idolatrico. La considero una buona poesia per quanto incompiuta formalmente.

Descendens de monte...
       
Pregavo nelle veglie notturne,
illuso che qualcuno ascoltasse.
E invece non era Nessuno.

Ringraziavo per i doni
del giorno, per il pane e la luna.
Invano.

Dio morto.
Per fortuna.
Era un altro fantasma,
un feticcio della mia fantasia
di bambino pauroso.

Benedico, ora, ogni cosa:
non solo, come ovvio, una rosa
sul giardino di casa ma il dolore
degli arti, i rovesci del tempo,
mia moglie e i suoi affanni.

Volti e cose, la loro imperfetta
bellezza, sono il “tu” cui aspiravo.
Dio risorge. Non altro
dalla fatica gioiosa d’esistere.

Non fuggo. Abito
l’attimo, la sua compiutezza.
Ascolto il fluire del sangue
nelle vene, assaporo, insonne,
mia figlia che dorme, quieta.

Il vento è presenza costante nelle cose scrivo. Quando ero molto giovane amavo distendermi sui balconi di San Cumano, di sera, con un plaid, ed ascoltarne la voce. L’ho sempre considerato messaggero. A me l'onere di interpretare... Il “tu” di questi versi è il Dio sconosciuto che prego in questi anni. Più una speranza, come amo ripetere, che una fede. Ma ritengo che l'asse portante della mia spiritualità resti la benedizione: il dire-bene, il ringraziare per quanto abbiamo avuto in dono (il che non esclude, al contrario, la sofferenza).

Il vento, ancora
       
                «... nell’originario dominio della potenza dell’essere»
                        Martin Heidegger

Il vento, ancora.
                        La sua potenza
rigenerante.

Cercavo, un tempo, di decifrarne
moniti e messaggi. Ora,
tra basilico e menta,
m’abbandono: che trascorra
in me come tra foglie.
Parole intramate siano il canto-vento.

Io esposto.
                Io deposto.

So che può sembrare paradossale, ma io ritengo che la forma di scrittura più “soggettiva”, quella che sembra amplificare a dismisura l’ego dello scrivente, sia anche, se adeguatamente vissuta, un viatico alla “deposizione dell’io”, che può essere declinata nichilisticamente come morte (luttuosa) del soggetto o interpretata vitalmente come scoperta che siamo intramati e attraversati da una forza più grande di noi, che la nostra psiche è dentro una psiche cosmica, che siamo parte di un Logos, di una parola infuocata che talvolta parla attraverso di noi, sue docili fibre.
Alcune di queste poesie hanno al centro mia moglie, la quale si è rifiutata di leggere questo libro (invero dubito che abbia letto anche gli altri...) perché, dice, le cose che scrivo per lei sono “terribili”. Non lo so se ha ragione. Certo non mi appartiene per indole la lirica “petrarchesca” (che pure amo leggere) sul modello di un Pedro Salinas. Cerco di fare una poesia, direbbe Saba, “onesta”, che non nasconda le asperità di una oramai assai lunga vita insieme, ultratrentennale, che diventa metafora di ciò che dovrebbe essere per tutti l’esistenza: una lenta costruzione fatta di pieni e di vuoti, di rotture e cuciture, di sofferenza e gioia. «La storia, come la vita stessa, è complicata. Né la vita né la storia sono imprese per chi cerca semplicità e coerenza». D’altronde, la poesia stessa vive nei suoi spazi bianchi, nei suoi silenzi.

L’amore coniugale

Arduo vivere insieme a lungo,
mediando ogni giorno, scoprendo,
dopo il sogno del sinolo,
quanto siamo diversi per indole,
progetti, interessi. E quando
i palpiti tacciono, perché,
ci chiediamo, restare,
pestando cenere nei luoghi
che furono corpi avvinghiati
e cuori roventi? Va’, dice,
dunque, una voce: rinasci.
Resta, dice un’altra: ripara,
racconta ogni volta a te stesso la storia.
Dove fuoco fu, ancora calore
e luce saranno. Alle stagioni
dell’amore il tuo assenso, ai suoi vuoti,
ai suoi voti. La prosa adulta completi
l’acerba poesia dei tuoi sedici anni.

Ho scelto di restare ogni volta,
le nuove rose attendendo
e le umili gioie dell’amore fedele.

Chiudo questa serata con voi, amici, non con la poesia dolente dell’Exitus. Mi nutro di speranza. Ho bisogno di pensarmi “in-sorgente” nella duplice accezione della parola. Unito alla fonte del senso ma anche in rivolta contro gli ordini costituiti e mortuari dello spirito, della politica, della società. E connesso con gli elementi essenziali della vita, percorso da altre voci che mi dicono cosa fare e non fare. Immaginate, dunque, questi versi a tre voci.

[INSORGENTE
OGNI MATTINA
CONTRO IL NIENTE]

Sole/Padre, fendi le pietre
dell’oscura prigione.
Acqua/Madre, scorri
nell’arido legno del corpo.
L’orecchio sfibrato si tenda
a ciò che deflagra,
lo sguardo sul punto
efesino in cui tutto oscura-
mente si tiene.
   
[OGNI MATTINA
IN SORGENTE
ALLA NOTTE
IMMEMORE]

La legge sottesa alla natura
rerum reclama anche te.

Amala senza riserve.

(In sottofondo Schmelzer e la mescolanza unica di mestizia e gioia che la musica barocca comunica).



domenica 20 gennaio 2019

Il poeta ascolta il respiro del mondo

Cosa mai si può dire di una cosa con cui, leggendo e scrivendo, si vive da più di cinquant’anni? Cosa si può dire della poesia? Che non riusciamo a immaginare una vita senza di essa?  Che proprio per questo è diventata una cosa sola con la mia vita e l’ha modificata, come d’altro canto la poesia stessa sì è modificata nella mia percezione nell’arco della vita?  Oggi non riesco più a leggere ciò che leggevo quando la scoprii, perché cambiano di continuo i nomi. Se allora, tanti anni fa, si trattava di Gorter o Rilke o Eluard, oggi si tratta di Stevens o Juarroz, Montale o Celan, Tranströmer o Kuowenaar, Pessoa, Pilinszky, Herbert, Heaney, Claus: il che non implica che i nomi del passato siano andati perduti.  Mi servono ancora, così come mi servono Campert o Vallejo, o Slauerhoff e Rimbaud.
La poesia ha una sua continuità profonda, ma parla con voci sempre nuove e nei termini più personali delle questioni generali, del mondo, illustrando e accompagnando così quell’insieme di finzione e verità che siamo.  La forma che utilizza per farlo è mutevole così come mutevoli siamo noi.

Abbiamo costantemente bisogno di nuovi poeti, di nuove poesie, ora oscuri ora luminosi, ora ironici ora mistici, poeti del tempo ciclico e del tempo lineare, poeti della città e della natura, del mondo e contro il mondo. Talvolta desidero che la poesia sia sommessa ed essenziale, ascetica, talaltra che canti o addirittura urli, che mediti su se stessa, che sia triste, quasi taccia, inciampi e proceda a singhiozzo, che inneggi al mondo e ci seduca con una cascata di parole. Vi sono momenti in cui vorrei smarrirmi nelle sue oscurità, altri in cui deve scrivere con la nitidezza di una puntasecca. Io non posso essere sempre uguale e non lo chiedo nemmeno alla poesia. L’unica cosa che le chiedo è che esista: oscura, chiara, razionale, metafisica, danzante, contemplativa, che parli del mondo in cui vivo, il mondo reale, immaginato, fuggevole, pericoloso, possibile, impossibile, esistente. E so che esisterà sempre, con tutte le sue maschere, tutti i suoi nomi e tutte le sue forme, tutti i suoi poeti e lettori, come un elemento della natura. Chi siano questi lettori, non sappiamo. «Una vastissima minoranza» ha detto Juan Ramón Jiménez. Forse ha ragione. Talvolta ascoltiamo la poesia in grandi sale; ma la lettura, che ciascuno deve fare di persona e da solo, avviene nella solitudine. In questo senso i lettori di poesia assomigliano ai certosini; qualche volta stanno insieme, di solito sono soli. La poesia è un’avventura linguistica e spirituale allo stesso tempo: chi è in cerca di una comprensione immediata e rifiuta l’ignoto, non sempre avrà soddisfazione. Non con Hadewijch e Góngora, e nemmeno con Eliot, Paz o Celan. Spesso non li ho capiti, nemmeno mentre li traducevo, come nel caso di Vallejo o Montale: ma non nuoceva. Qualcosa mi parlava, e io, pur senza capirlo, capivo quanto veniva detto.  
A volte fissavo le parole di Stevens e desideravo che mi dicesse che il segreto si trovava nell’ermetico bianco che circonda le parole, e che non aveva importanza se non riuscivo a leggere una poesia come fosse una lettera o un resoconto, che aveva bisogno di tempo per giungere sino a me, e che la lingua non può sopravvivere se di tanto in tanto non può essere oscura, perché la sua successiva chiarezza trae sempre nutrimento dalle avventure che vive quando si addentra in territori, suoi o nostri, ancora ignoti. «A volte bisogna essere difficili», ha detto Eliot in un’intervista. «Quando scrissi La terra desolata non mi interessava sapere se capivo cosa stavo dicendo». Il poeta come druido o medium: un’idea che le menti determinate positivisticamente come è ovvio respingono con fermezza. Come che sia: così come gli uomini non possono vivere senza i loro pericolosi e inaspettati sogni, così il mondo non può vivere senza la poesia; e con questo non pensiamo a nulla di onirico.

L’amore per la lirica inizia verosimilmente nella fase dei grandi sentimenti, quando si pensa che da grandi emozioni nascano anche grandi poesie. La maggior parte delle persone non va mai oltre questo equivoco. Non solo lo scrivere, anche il leggere poesia è una disciplina specialistica, stranamente governata da un’unica legge: quella dell’autenticità e della logica interna. Una poesia deve «tornare»: non riesco a trovare un’espressione più appropriata. Ma i criteri per determinare se l’obiettivo sia stato raggiunto sono, tanto al momento della scrittura, quanto leggendo, del tutto personali. Riguardano l’istinto e l’esperienza. La poesia, ogni poesia è un idioma che deve dapprima essere conquistato: e questo è possibile solo leggendo e, se siamo noi stessi a scrivere, scrivendo. Amiamo allo stesso modo tutte le poesie che «tornano»? No, ovviamente no, ogni lettore ha le sue preferenze che tuttavia nell’arco degli anni possono cambiare notevolmente. Io ad esempio non uso la rima: implica forse che non mi piaccia la poesia rimata? Certamente no, nel mio pantheon ci sono Montale, secondo il quale «le rime sono più noiose delle / dame di San Vincenzo: battono alla porta / e insistono», e Gottfried Benn con le sue rime flagranti, fantastiche che ci toccano con la loro voluta singolarità. Per farla breve: il mio canone è soggetto a mutamenti, ma alla base di tutto colloco sempre l’autenticità. Le poesie degli autori che ho appena casualmente accostato «tornano», tornano in sé e per sé, sono complete e conchiuse, hanno trovato la loro forma assoluta.

Un’ultima considerazione. La lirica è ovunque e in ogni cosa, ma non la si può forzare. Deve battere alla porta. Eliot ha detto che esiste un’età in cui la lirica non ci «coglie» più. Non saprei però dire quando accade. L’incipit, quel particolare verso, quelle poche parole, quell’immagine: tutto ciò resta avvolto nel mistero. Credo che ogni poeta l’abbia sperimentata quella improvvisa, inattesa marea, quel possente fiume che ci investe come fu investito Pessoa dai suoi eteronimi. Forse perché per noi stessi il tutto resta un enigma, alla fine sono le poesie a conoscere la spiegazione [...].