martedì 25 febbraio 2020

E venne il giorno...




Se dovessi focalizzare l’angoscia di questi giorni non penserei tanto o soltanto al Coronavirus ma soprattutto all’anomala primavera di metà febbraio che sembra accettata quasi come normalità. Il combinato delle due cose suggerisce, al di là dei nostri tentativi di razionalizzazione (che pure dobbiamo sempre alimentare), nel profondo, l’annunzio di una catastrofe («Poi apparve nel cielo un gran segno: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle»).
Non sappiamo come andrà a finire. Potrebbe essere l’inizio di una pandemia che falcidierà gran parte dell’umanità attraverso un virus prodotto in laboratorio. È la storia raccontata magistralmente da Terry Gilliam ne L’esercito delle 12 scimmie.


Oppure potremmo leggere gli eventi come una rivolta della Terra, Gaia, organismo senziente secondo le teorie (contestatissime e fascinose) di Lovelock (ma anche, sul versante della scuola junghiana, di Hillman), che inizia ad indurre gli uomini a comportamenti autodistruttivi per tutelarsi dalla devastazione, sebbene all’inizio si pensa sia colpa di un attacco biochimico terroristico (interessante analogia con le tesi complottiste sul Coronavirus).
Il film in questione, E venne il giorno…, capolavoro “minore” e a mio avviso sottovalutato di un regista altalenante, Manoj Nelliyattu Shyamalan (film geniali come Ad occhi aperti, Il sesto senso, Unbreakable, The village, Split e altri decisamente meno riusciti), ha un messaggio "forte", come nello stile dell’autore, finanche didascalico: solo l’amore salva. 


Julian, il professore di matematica, homo cartesianus, è persuaso sino alla fine che l’uso corretto della ragione porterà salvezza. Aveva detto: «Mia madre mi ha chiamato di nuovo al cellulare. È isterica! Isterica! Le ho continuato a ripetere che le probabilità che possa succedere anche a Philadelphia sono pari a zero. Insomma, nessuno ci ha detto di lasciare la città. Quindi le ho buttato lì dei numeri. A volte serve essere un professore di matematica: le persone sono confortate dalle percentuali».  


Elliot, sebbene anche lui cresciuto nel culto della scienza, che insegna, si “abbandona” gradualmente. Nella penultima scena del film, compiendo un gesto assolutamente irrazionale per raggiungere la moglie Alma (anima in latino, evocazione dell'Anima Mundi della tradizione neoplatonica?) e Jess, la figlia dell’amico matematico morto, e così – contro la razionalizzazione cartesiana - scommettendo à la Pascal, dice: «Se devo morire, voglio essere lì con te».
Dunque, sia che siamo avviati (come è poco realistico almeno nell’immediato) alla fine del mondo sia che questa crisi che stiamo vivendo diventi una storia da poter raccontare ai nipoti, l’insegnamento da trarne potrebbe essere sintetizzato con le parole splendenti di Giordano Bruno negli Eroici furori, massima esaltazione della forza salvifica di ἔρως:

Sia chiar o fosco il ciel, fredd’o ardente,
sempr’un sarò ver l’unica fenice.
Mal può disfar altro destin o sorte
quel nodo che non può sciȏrre la morte.

Rafforziamo i legami amorosi, non lasciamo trionfare la paura che ci rende monadi mascherate

Lo ha scritto Franco Arminio in una delle sue cose migliori.










Topografia d'una catastrofe [poesia]


sabato 22 febbraio 2020

[Benevento-Italia] Morale di una crisi carnascialesca



La “crisi carnascialesca”, un unicum nella storia probabilmente non solo cittadina, si è chiusa con il ritiro delle dimissioni (che si erano dette “irrevocabili”) del Sindaco, Clemente Mastella, il quale, in maniera irrituale ma in linea con il suo personaggio, ha spiegato alla città in televisione il senso del suo gesto, spiegando in realtà ben poco. 


Ma, appunto, siamo a Carnevale, tempo di maschere, di finzioni. Il discorso di Mastella (in sintesi: inaffidabilità di una parte della vecchia maggioranza, sintonia con De Luca sulle grandi opere, bontà dell’operato fino ad oggi) cela l’indicibile: un probabile accordo non solo con il Governatore campano ma anche ai massimi livelli con Conte o suoi portavoce per l’ingresso di Sandra Lonardo nella maggioranza parlamentare (senza escludere un suo ruolo nel Governo).
Noi che cerchiamo di capire razionalmente quanto accade dimentichiamo spesso che Mastella gioca un’altra partita o più partite insieme. Io personalmente ero convinto che volesse andare a votare e risalire in sella con una maggioranza politica. E sicuramente questa è una partita che ha giocato. Il niet leghista gli ha consentito di giocarne altre, a cui già si era preparato. Questo spiega gli incontri con De Luca e i viaggi a Roma in un momento di svolta del governo Conte, in cui ci si prepara a sostituire il “Joker” Renzi, inaffidabile ed egolatra, con una pattuglia di “responsabili”. 
La resistenza, sicuramente apprezzabile, di un pezzo del PD locale (Segreteria cittadina e provinciale) e la presa di posizione di Italo Di Dio hanno costituito un inciampo sulla via di un accordo che, in caso contrario, si sarebbe potuto celebrare alla luce del sole, sancendo la nascita di una nuova maggioranza consiliare, con un ritorno al passato, agli anni in cui Carmine Nardone reggeva la Rocca dei Rettori e Fausto Pepe, mastelliano, veniva eletto trionfalmente nel 2006.
È realistico che Mastella decida di continuare l’esperienza di governo della città senza avere avuto garanzie da qualcuno? Potremmo ipotizzare che saranno i tre esponenti legatisi a Claudio Mosè Principe (Feleppa, Reale, Annarita Russo) a fare da stampella. Le dichiarazioni da entrambe le parti e le rinnovate accuse del Sindaco (una suggestiva: «succhiaruote») inducono a crederlo poco probabile. Allora potrebbe essere il gruppo “Patto Civico” (Sguera, Scarinzi, Paglia, Aversano) questo sostegno, alcuni esponenti dei quali già sono stati “tentati” dal Sindaco con offerta di assessorati (due o addirittura tre quelli da occupare). Ipotesi  realistica? L’intervista recente di Scarinzi pare interlocutoria. Non credo che Mastella possa dare garanzie che rimanga nell'alveo del centro-destra. Infine, potrebbero essere i quattro esponenti del PD (Del Vecchio, De Pierro, Fioretti, Varricchio a cui potrebbe aggiungersi Lepore) ad essere, in maniera discreta, e in nome, appunto di indicibili accordi avvenuti a livello più alto, questa ruota di scorta della consiliatura. Se Mastella nelle prossime settimane diventasse un pezzo importante del governo e un elemento imprescindibile nel Sannio per vincere alla Regione, potrebbero porsi come oppositori duri (per altro – qui mi limito a trascrivere quanto letto un po’ ovunque – avendo fatto fino ad oggi una blanda opposizione)? Certo, sarebbe davvero imbarazzante questo “connubio”, considerando che il mantra dei tre anni alle spalle è stato: «Stiamo rimediando agli errori delle giunte Pepe» (di cui erano parte Del Vecchio e Lepore). Dovremo aspettare l’approvazione del bilancio per capirlo.
Considerazioni.
1)    Mastella potrebbe essere fatto cadere subito (o essere messo in condizione di non governare) se ci fosse volontà politica. I numeri sono impietosi. Ma c’è la volontà politica?
2)    Mastella ha vinto o ha perso? Dipende da quale partita stesse giocando. Ha perso se voleva andare al voto con una maggioranza di centro-destra (FI+FdI+Lega). Ha vinto se nelle prossime settimane traghetterà la sua maggioranza (allargatasi intanto) in un’area di centro-sinistra, facendo un’operazione già fatta in passato e che è nella logica del “centrismo” come l’ha sempre interpretato. Obiezione: ma ha giocato contemporaneamente le due partite? Certo! E probabilmente qualche altra a noi invisibile.
E gli altri? Il Movimento 5 Stelle certifica con i pochissimi candidati alla selezione per le Regionali e il pasticcio sul nome di Marianna Farese una condizione di smarrimento (eufemismo!). Per altro, se l’accordo innominabile davvero fosse stato chiuso, sarebbe imbarazzante fare opposizione in loco ad un prezioso alleato del governo Conte. Insomma, ancora una volta Mastella combatte utilizzando la sua natura “ibrida” (per sposare l’immagine finale del comizio televisivo, quella dell’«animale politico», sicuramente molto più «golpe» che «lione», ma soprattutto “gigante” perché capace di interloquire direttamente con i livelli superiori della politica, lasciando ai “lillipuziani” il livello locale).
“Civico 22” avrebbe potuto essere un’esperienza nuova per come si era presentata. Errori e ambizioni personali l’hanno azzoppata. Soprattutto, lo ripeto, la presenza assai ingombrante di un “boiardo di Stato” come Costantino Boffa, e quella di Fausto Pepe, la rendono poco credibile come cambiamento sostanziale. Mi auguro che Angelo Moretti e Pasquale Basile possano riprendere un cammino più organico anche imparando a dire dei no. Non ci sono uomini e donne per tutte le stagioni.
Ancora una volta, poi, con un’ostinazione immemore dei propri smacchi, “Altrabenevento” si auto-legittima come soggetto politico senza mai avere il coraggio (o l’onestà) di cimentarsi con la sfida del consenso. La pretesa di fare di meritorie battaglie per la legalità un progetto politico (a cui però altri dovrebbero garantire voti e truppe…) ancora una volta porterà ad esiti fallimentari.
Purtroppo la crisi fulminea del Movimento 5 Stelle a livello nazionale, riverberatasi anche qui, ha tolto la speranza di cambiamento radicale della politica cittadina.
Lo scenario che abbiamo di fronte è ben triste: un PD, ancora egemonizzato da Del Basso De Caro che, malgrado il tentativo onesto portato avanti dalla Segreteria cittadina, non pare dissimile, ove abbia amministrato o amministri, nei metodi dal vituperato (fino ad ora!) Mastella; un movimento civico che, nato con grandi aspettative, ha compiuto errori (anche grossolani) che ne hanno minato la credibilità; un M5S afono e probabilmente ininfluente oramai anche dal punto di vista numerico.
Che cosa possiamo sperare? Prima di tutto che finisca questa stagione “democristiana” nell’accezione peggiore del termine. Questo tempo di compromessi al ribasso contro la minaccia leghista che ha messo tra parentesi la democrazia, ancora una volta probabilmente in virtù di quel “pilota automatico” evocato illo tempore da Draghi. E che nasca, dalle viscere popolari del Paese, un bisogno di politica non mediatica, non sardinizzata e inscatolata sin dall’inizio. E che Benevento possa essere dentro questo rinnovamento. In ogni caso, il nostro dovere è non disperare. Se ripercorriamo la storia beneventana dal 1993 ci renderemo conto che l’unica vera, grande novità fu la prima elezione di Pasquale Viespoli. Il resto è stata restaurazione e gestione “democristiana” con volti diversi. Ci può deprimere, non angosciare.

Post scriptum

Come faranno persone con una storia importante alle spalle e sempre coerenti (penso in particolare al mio amico Mario Pasquariello) ad accettare il transito verso altri lidi?

A mors [poesia]


martedì 18 febbraio 2020

Il cinema e la filosofia: esperienze sul campo

Aristotele e Spielberg montati su un fotogramma di "Stalker" (A. Tarkovskij)
 1. «Io ne ho viste di cose…»

Mi capita spesso di ripensare ad una sera del 1982 in cui andai a cinema per vedere, pensavo, un film di fantascienza, dello stesso regista di Alien, e questo era una garanzia. Frequentavo la prima liceale, corso B, del Giannone. 


Quell’evento, la visione di Blade Runner, mi avrebbe, in qualche modo, cambiato la vita. Fu un’esperienza estetica certamente dirompente. Quella Los Angeles futuribile eppure così realistica, battuta da una pioggia sporca e pesante, senza requie, e una commistione di razze, di usanze, le musiche elettroniche di un compositore greco, poi assurto a grande fama, Vangelis. Ma soprattutto il tema affrontato: androidi che si ribellano, che ricercano disperatamente un’identità, che pensano, che amano! Poi avrei scoperto che il film di Scott era tratto dal racconto di un geniale e sfortunato scrittore, Philip Dick, e che il titolo di quel racconto suona in italiano: Possono gli androidi sognare pecore elettriche?.[1] 


Fui talmente impressionato da quel film che, quando il nostro professore di italiano, Vittorio Cappelluzzo, ci chiese per il compito in classe di parlare di un avvenimento che ci aveva colpito, io sentii l’urgenza di parlare di ciò che quel film aveva prodotto in me. In particolare, riflettevo sulla possibilità inaudita che un essere artificiale potesse avere un anima… E risuonavano quelle parole straordinarie, pronunciate dal leader degli androidi in fuga, sotto la pioggia: «Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo... come lacrime nella pioggia. È tempo... di morire».
Quando decisi (sì, ricordo che lo decisi a diciassette anni) di diventare professore, presi solenne impegno di non tradire le mie passioni giovanili: il cinema ma soprattutto il fumetto. Come avrei letto in una poesia di Eluard, sognavo di stabilire rapporti «fra le grotte fatate e la valanga / fra gli occhi pesti e le risa allo stremo […] / fra l’araucaria e la testa di un nano» (La necessità).[2] Avevo l’oscura percezione che quei mondi fatati non erano il rifugio di fantasie adolescenziali. La mia esperienza di questi anni è stata una risposta a quella promessa: penso al corso di fumetto fatto per due classi ginnasiali, penso alle lezioni sulla spiritualità in Battiato (durante le giornate di LIC…enza) e l’opera di De André, penso, soprattutto, all’uso che faccio del cinema nel mio insegnamento tanto della storia quanto della filosofia. È possibile coniugare il lasciato straordinario degli antichi saperi, della cultura greca, della filosofia, l’indagine storica, con i mezzi espressivi creati nel corso del XX secolo.

2. La didattica filosofica e il cinema

Per fortuna, la riflessione sul rapporto tra cinema e filosofia si è consolidata negli ultimi anni anche a livello accademico. In un recente manuale di didattica filosofica, ad esempio, tra i vari contributi spicca quello di Umberto Curi dedicato, appunto, alla questione. Rileggendo e riattualizzando alcune indicazioni della Poetica aristotelica, Curi arriva a sostenere che «è possibile “imparare” e “ragionare” guardando le immagini, meglio e più facilmente, di quanto non possa accadere con l’esercizio filosofico tradizionale». [3] Per questo motivo preferisco rinviare ad una bibliografia di base quanti fossero interessati tanto agli aspetti teorici del problema quanto ad alcune possibili applicazioni pratiche, dedicandomi, invece, ad illustrare il lavoro sul campo svolto con le mie classi.[4]
Ho sempre considerato il cinema uno strumento prezioso nell’insegnamento della filosofia, seppure per motivi diversi. Non ho mai avuto in mente in particolare i film nati con una voluta connotazione “filosofica”, come ad esempio le pur pregevoli opere divulgative dell’ultimo Rossellini (Cartesio, Pascal, Agostino), quanto film che si prestano ad una lettura filosofica. Sin dall’inizio, dunque, del lavoro di sperimentazione che ho sempre cercato di condurre, soprattutto nell’insegnamento della filosofia, ho innestato, in momenti diversi dell’anno, dei momenti di visione di opere cinematografiche legate a problematiche affrontate attraverso gli autori canonici del “programma”. Negli ultimi anni ho provato, invece, ad inserire un vero e proprio modulo integralmente dedicato all’analisi “filosofica” di un film, con tanto di verifica finale.[5]

3. Matrix e Platone

Lo scorso anno, con una prima liceale, ad inizio anno, ho dedicato tre lezioni alla visione di Matrix, film di fantascienza uscito nel 1999 dei scritto e diretto dai fratelli Andy e Larry Wachowsky. Ho avuto cura, durante la visione, di dare una serie di chiarimenti e di stimolare nei ragazzi la riflessione su possibili significati “nascosti” del film. Credo che il vantaggio (rispetto ad un testo esplicitamente filosofico) di un film (oltre al medium stesso, il linguaggio del quale i ragazzi conoscono precocemente) sia soprattutto nella compresenza di più livelli di lettura. Matrix, ad esempio, può essere visto come uno spettacolare ed intrigante film fantasy, in questo paragonabile a molti altri “prodotti” dell’industria cinematografica, che per lo dedita all’intrattenimento. Ma, nello stesso tempo, come alcuni altri film di “genere” (ad esempio, I.A. di Spielberg), si presta ad una lettura molto più complessa. Questa la sintesi del film: «In un indeterminato futuro la specie umana è controllata e sfruttata dalle macchine che, in forza del livello tecnologico che hanno raggiunto, fanno credere agli esseri umani che questi vivano liberamente nel mondo del XX secolo mentre in realtà sono imprigionati in speciali contenitori, allevati unicamente allo scopo di ottenerne l’energia necessaria alla sopravvivenza meccanica».[6] Alla fine di un complesso lavoro di “conoscenza”, il protagonista, il cui nome da hacker è Neo, riuscirà (apparentemente, perché poi ci saranno due sequel che complicheranno la vicenda) a liberare gli uomini da Matrix. È evidente che il riferimento più esplicito è al “mito della caverna” (Repubblica, VII, 514 b – 520 a). I fratelli Wachowsky, dunque, illustrano in maniera innovativa l’antichissima credenza, tipica di alcune religioni orientali e del platonismo, che il mondo sia una “copia”, e che la maggior parte degli uomini vivano immersi nelle tenebre, e che solo attraverso un doloroso processo sia possibile liberarsi e accedere alla luce della verità. Altro tema portante del primo Matrix è la critica al macchinismo, che ha una nobile genealogia nella cultura fantascientifica, se pensiamo a molte opere di Asimov o, nel cinema, a film come Metropolis di Lang, per citare un classico, o Terminator, per citare un film di grande successo. I riferimenti filosofici in Matrix, però, sono tali e tanti che uno studioso americano, William Irwin, ha pubblicato un’opera collettanea (con la prestigiosa collaborazione di Zizek) tradotta in italiano con il titolo Pillole rosse,[7] titolo che si riferisce alla possibilità che viene offerta a Neo da Morpheus, leader della resistenza al mondo delle macchine, di scegliere (il tema della scelta e del libero arbitrio sarà il cuore del secondo Matrix, Reloaded) tra una pillola che lo liberi dall’illusione e una che gli faccia dimenticare tutto e tornare, come se nulla fosse successo, alla sua vita normale.


Il film è disseminato di citazioni esplicite: ad esempio, sulla porta della cucina dell’Oracolo (che è una donna di colore), campeggia la scritta del tempio delfico, in latino: «Temet nosce», che – come sappiamo – è uno dei fulcri dell’insegnamento socratico. E il percorso di scoperta di ciò che il protagonista è realmente (l’Eletto, chiamato a salvare l’umanità) definisce l’intero plot del film. Perché, dunque, un film come Matrix si presta bene ad un’operazione di innovazione nell’insegnamento della filosofia (a patto che esso si integri in un programma dove ci sia spazio per la lettura diretta dei testi filosofici e la discussione problematica sui grandi nodi del pensiero)? Perché, mentre il ragazzo si appassiona ad una storia intrigante, piena di colpi di scena, inseguimenti, sparatorie, lotte modellate sulle arti marziali, mentre entra ed esce dal per lui familiare mondo dei videogiochi, se opportunamente guidato può interrogarsi su alcune questioni capitali della filosofia: il mondo che io percepisco con i sensi esiste realmente? Esiste un mondo non percepibile con i sensi? Io sono libero o tutto ciò che faccio è “programmato”? Chi sono io? Mi conosco realmente o sono solo le maschere che la società mi ha costretto ad indossare? E posso liberarmi da queste maschere? Gli uomini sono realmente i “padroni” del mondo o hanno posto le basi per un dominio tecnico delle macchine, rischiando così di diventare “servi del proprio servo” (cioè le macchine che inizialmente lo servivano)? Le macchine possono “pensare”? I ragazzi, per approfondire queste tematiche, hanno avuto a disposizione anche un saggio di Diego Marconi[8] e il saggio di Irwin, “Computer, caverne e oracoli: Neo e Socrate” (tratto da Pillole rosse), un brillante confronto tra il protagonista del film e il fondatore della filosofia occidentale, in cui mostra come il messaggio finale del film riguardi l’invito a seguire la propria strada con coraggio e determinazione, anche rischiando la morte. La verifica del “modulo” è consistita, come mio costume, in una breve analisi testuale (tratta da un altro saggio dello stesso libro, “La simulazione di Matrix e l’epoca postmoderna” di David Weberman) e una serie di domande a risposta aperta del tipo: «Perché Cypher tradisce Morpheus?»; «Che cosa dice l’Oracolo a Neo? Che lui è l’Eletto? Che lui non è l’Eletto? Altro ancora? Motiva la tua risposta»; «Qual è il rapporto tra uomini e macchine in Matrix?»; «Quali sono le scelte decisive che Neo compie nel corso della vicenda?»; «Come si manifesta la consapevolezza acquisita da Neo di essere l’Eletto? Chi svolge il ruolo di tramite verso questa consapevolezza? In che modo?». La collocazione del lavoro tra ottobre e novembre ha consentito di utilizzare una serie di conoscenze realizzate attraverso questo modulo atipico per la prosecuzione del programma.

4. La “sottile linea rossa” tra la il fisico e il metafisico

Quest’anno, invece, ho innestato l’analisi di un film diverso sull’impianto radicalmente diverso della programmazione, avviata nella prima liceale con un modulo dedicato alle cosmogonie e alle cosmologie (da Esiodo a Vito Mancuso, un cui testo chiudeva la riflessione). Ho scelto un’opera molto complessa, sicuramente difficile per dei ragazzi: La sottile linea rossa di Terrence Malick.[9] In questo caso lo “zucchero” era costituito dalla parata di star presenti nel film, volti noti al pubblico giovanile: da John Travolta a Nick Nolte, da Sean Penn a George Clooney. Il film racconta della conquista di un campo d'aviazione giapponese posto in cima ad una collina dell'isola di Guadalcanal durante la seconda guerra mondiale. Il gruppo di militari è guidato dal mite capitano, agli ordini di un ambizioso colonnello: «durante il lungo assalto alla collina si consumeranno le vicende e i tormenti interiori di un gruppo di uomini costretti a confrontarsi con i propri doveri e la follia della guerra, mentre la natura, lussureggiante e indifferente, sembra cullarli e contrapporsi alla loro logica».[10] La complessità del film mi ha spinto a preparare una sorta di schema dei personaggi, ognuno dei quali incarna una possibile risposta alla grande domanda posta all’inizio: «Cos’è questa guerra stipata nel cuore della natura? Perché la natura lotta contro se stessa? Perché la terra combatte contro il mare?». Dunque, il film, che erroneamente fu interpretato – visto anche la quasi coeva uscita di Salvate il soldato Ryan – come un film “di guerra”, utilizza, come Matrix, un genere codificato per porre un interrogativo filosofico, antichissimo, se è vero che Eraclito l’Oscuro scriveva: «Il Conflitto (Polemos) è padre di tutte le cose e di tutti re».[11] 


La guerra, chiede interrogativamente Malick, è non solo ciò che rende l’uomo tale ma principio nascosto dell’intera vita naturale, che non lascia scampo a nessun possibile “paradiso”? Il protagonista del film, una sorta di “idiota” dostoevskijano, un personaggio mite e gentile, sembra aver trovato questo paradiso in un villaggio aborigeno, salvo scoprire alla fine che anch’esso è minato dallo stesso oscuro male del conflitto e della violenza, e, dunque, accettare il destino del conflitto, morendo da eroe. Non esiste salvezza nell’amore, se un altro personaggio, che dialoga incessantemente con la donna amata al di là delle acque dell’oceano, divenute una sorta di Acheronte, evocative del mito di Orfeo ed Euridice, scopre alla fine che ella lo ha abbandonato. L’unica risposta positiva sembra essere quella tutta umana del sergente duro con i suoi uomini ma intimamente lacerato dalle loro sofferenze e del capitano che sacrifica la sua carriera alla salvezza dei suoi. Risposte etiche, per così dire, che si contrappongono al cinismo di altri ufficiali, sospinti da volontà di potenza, speranza di ascesa sociale. Alla fine, però, il film sembra ribaltare questa cupa visione del mondo, perché una voce recita questa sorta di preghiera panteistica: «Dove eravamo insieme, chi eri tu? Quello col quale ho vissuto, camminato, il fratello, l'amico. Buio dalla luce, conflitto dall'amore. Sono il frutto di una sola mente, i tratti di un solo volto. Oh anima mia, fa che io sia in te adesso, guarda attraverso i miei occhi, guarda le cose che hai creato. Tutto risplende». A rimarcare questa torsione religiosa del film, ho fatto leggere e commentare ai ragazzi una pagina del Baghavad-Gita, dove, in particolare, Krhsna erudisce Arjuna: «Tu non desiderare, non domandare;  agisci, ma lascia il frutto delle tue azioni. Cerca rifugio in questa disciplina, senza attaccamento alcuno. Il successo e l’insuccesso sono uguali».[12] Mi è parso, infatti, che il comportamento del protagonista nasca dall’illuminazione sulle cose del mondo, e dalla consapevolezza che bisogna agire senza curare il frutto delle azioni. Perché? Perché questo mondo è “apparenza”, Maya. Altrove c’è la risposta alla domanda iniziale, in una dimensione sovratemporale, meta-fisica, che solo attraverso la purificazione e la morte si può raggiungere. E, sempre in una prospettiva “religiosa”, ho letto una celeberrima poesia di Montale, Spesso il male di vivere ho incontrato,[13] dolente meditazione, senza illuminazione finale, se non il “distacco”, l’atarassia, sulla sofferenza cosmica. Infine, i ragazzi hanno letto alcuni saggi critici dedicati al film, alcuni densi di riferimenti letterari e filosofici.[14] Nella verifica di fine modulo chiedevo, ad esempio, di schematizzare le vari opzioni “esistenziali” (cioè le scelte di vita) dei personaggi principali del film, di descrivere la vicenda amorosa del film, i simboli e i miti ad essa connessi, di analizzare il rapporto padre/figlio che viene ripetutamente evocato, di discutere criticamente i testi letti e i saggi critici analizzati. In riferimento alle cosmologie classiche e ai primi filosofi greci, ho chiesto, ad esempio, di analizzare gli elementi presenti nel film. Un’allieva ha scritto: «Il loro compito è quello di concentrare l’attenzione sul rapporto uomo-natura. L’elemento più presente è l’acqua. Quella del mare rappresenta il grembo materno, la perfezione che ognuno di noi ha provato almeno una volta e di cui avverte la mancanza. Non a caso rappresenta il raggiungimento finale della “gloria” da parte del protagonista.[15] Al fuoco sono riconducibili sia le scene di distruzione (bombe, capanne in fiamme) sia il rapporto con Dio. Il capitano prega e si vede una candela come simbolo mistico, porta attraverso la quale la realtà divina entra in rapporto con quella umana (con evocazione di una simbologia biblica). La terra è, invece, il simbolo della mortalità: “Siamo polvere, siamo solo polvere…”».
La risposta dei ragazzi è stata molto interessante in entrambi i casi. È stato per me possibile veicolare contenuti complessi, densi, spesso oscuri, utilizzando la forza suggestiva delle immagini, che hanno grande importanza nella filosofia studiata il primo anno.



5. Il cinema, linguaggio universale del mito contemporaneo

Il mio percorso molto anomalo probabilmente spiega l’ansia di sperimentare nuove strategie e nuovi approcci alla disciplina. Infatti, il mio incontro con la filosofia non ha avuto un passaggio, se non marginale e, per certi versi, casuale, accademico.[16] Diciamo (questo ripeto il primo anno agli alunni) che sono un autodidatta. Probabilmente questo consente maggiore libertà rispetto ai “programmi” canonici. Soprattutto nei primi due anni del triennio (il terzo con l’esame di Stato pone problemi particolari, ovviamente), pur mantenendomi nei limiti cronologici previsti e con ampi riferimenti agli autori canonici, cerco di impostare moduli alternativi. Quello sul cinema è una dei possibili, ma certamente quello più intrigante per un adolescente, quello che lascia tracce maggiori nel tempo. Io spero che, oltre ad avere positivi effetti per lo studio della filosofia, tale scelta sviluppi anche una maggiore attitudine critica nella fruizione del cinema, che – anche grazie alle pay tv – è diventato uno degli strumenti primari di formazione di coscienza etica e gusto dei giovani. Inoltre è mia persuasione che il bagaglio di “miti” che ogni civiltà presuppone nei suoi membri (il mondo degli dei e degli eroi omerici per la Grecia, ad esempio) oggi sia plasmato, appunto, dall’immaginario cinematografico. È mia persuasione che la funzione “modellizzante” un tempo svolta da Achille, Enea, Orlando, dai tre moschettieri, oggi venga svolta dagli eroi di celluloide. È molto più facile stabilire un ponte comunicativo con i ragazzi utilizzando il codice filmico e tutto l’immaginario ad esso connesso che sforzandosi di inculcare loro modelli e miti “fuori tempo”. Sia chiaro: non sto dicendo che quel mondo vada abbandonato. Non dobbiamo, però, illuderci che esso funzioni come trenta o quaranta anni fa.
Conto, dunque, di proseguire questo tipo di esperimenti: penso, in particolare, a Spielberg e al suo cinema “etico”, a Bergman e al suo “esistenzialismo”, a Tarkovskij e al “mistero” che egli indaga.[17] Ma non necessariamente deve trattarsi di film “difficili”. Ad esempio, ritengo che La guerra dei mondi di Spielberg, apparentemente solo un film di fantascienza, sia una perfetta esemplificazione dell’etica della responsabilità.[18]
Il cerchio si chiude: quell’adolescente che per la prima volta fu indotto a pensare da un film, oggi cerca di spronare al pensiero i suoi allievi utilizzando macchine spettacolari, attualizzando antiche ricette pedagogiche: «Cosí a l'egro fanciul porgiamo aspersi / di soavi licor gli orli del vaso: / succhi amari ingannato intanto ei beve, / e da l'inganno suo vita riceve».



[1] P. K. Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, Fanucci, 2007.
[2] Cit. in A. Gnisci, Spighe. Saggi di letteratura comparata, Carucci 1986, p. 43.
[3] U. Curi, Cinema e filosofia, in AA.VV., Insegnare filosofia. Modelli di pensiero e pratiche didattiche, a cura di L. Illetterati, Utet, 2007, p. 292.
[4] G. Deleuze, L’immagine-movimento, Ubulibri, 1985; G. Deleuze, L’immagine-tempo, voll. 1 e 2, Ubulibri, 1989 e 2004; U. Curi., Lo schermo del pensiero. Cinema e filosofia, Raffaello Cortina, 2000; J. Cabrera, Da Aristotele a Spielberg. Capire la filosofia attraverso i film, Bruno Mondadori, 2000; A. Sani, Il cinema tra storia e filosofia, Le Lettere, 2002; J. A. Rivera, Tutto quello che Socrate direbbe a Woody Allen,. Cinema e filosofia, Frassinelli, 2005; U. Curi, Un filosofo a cinema, Bompiani, 2006.
[5] Ottimi spunti per la sperimentazione di moduli su cinema e filosofia si trovano negli articoli che Andrea Sani va pubblicando sulla rivista «Diogene. Filosofare oggi», edita dalla Giunti (si veda anche il sito: http://www.diogenemagazine.eu). Ecco alcuni titoli: Dalla robotica alla robotica. L’etica nel mondo dei robot (n. 1, ottobre 2005), Frank Capra e il migliore dei mondi (n. 3, maggio 2006), Kubrick, Nietzsche e il Superuomo (n. 7, maggio 2007)
[6] Voce “Matrix” di Wikipedia, http://it.wikipedia.org/wiki/Matrix.
[7] AA.VV., Pillole rosse. Matrix e la filosofia, a cura di W. Irwin, Bompiani, 2002.
[9] Malick è una delle figure più originali dell’attuale panorama cinematografico. Autore di soli quattro film nell’arco di trent’anni, laureato in filosofia ad Harvard, nel 1969 ha tradotto in inglese l'opera di Martin Heidegger, Vom Wesen des Grundes - The Essence of Reasons, (Evanston, Northwestern University Press).
[10] http://it.wikipedia.org/wiki/La_sottile_linea_rossa_(film_1998)
[11] È il celebre frammento 53, in H. Diels-W. Kranz, I Presocratici (a cura di G. Reale), Bompiani, 2006, p. 353.
[12] http://www.guruji.it/bhagavadgita/gita.htm
[13] E. Montale, L'opera in versi, Einaudi, 1980.
[14] A. Piccardi, “Lo sguardo disumano: La sottile linea rossa”, B. Fornaia, “In viva morte morta vita vivo”, P. Vecchi, “Il regista che cadde sulla terra”, F. La Polla, “Soldati e filosofi”, in «Cineforum» n. 382, marzo 1999.
[15] « Un uomo guarda un uccello morente e pensa che la vita non sia altro che dolore senza risposta, ma la morte che ha l’ultima parola ride di lui. Un altro uomo vede lo stesso uccello e sente la gloria, sente nascere la gioia eterna dentro di sé». Era uno degli aforismi tratti dal film che abbiamo analizzato.
[16] Per “imposizione” della mia docente di letteratura italiana contemporanea, Bianca Maria Frabotta, con la quale mi sarei laureato con un tesi sull’opera poetica di Franco Fortini, seguii un esame di filosofia (Estetica, Emilio Garroni), che poi mi avrebbe consentito l’acceso al concorso a cattedra.
[17] Considero l’opera di Andrej Tarkovskij uno dei grandi lasciti dell’arte novecentesca tout court, e le sue riflessioni sul cinema un libro fondamentale di estetica, poesia e spiritualità (Scolpire il tempo, Ubublibri, 2002).
[18] Molto interessante l’esperienza didattica svolta al Carducci di Roma sul rapporto tra il cinema di Kieslowski e l’etica di Lévinas, descritta in http://www.swif.uniba.it/lei/scuola/scuole/etica.pdf.

[Apparso in «Api ingegnose», 2016]

lunedì 17 febbraio 2020

Un matrimonio di interesse ma non per colpa della legge elettorale [πολιτική]



Non ho mai visto un matrimonio peggio assortito di quello tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico. Questo non vale tanto e solo per la diffidenza, che talvolta cela a stento il disprezzo, tra i rispettivi gruppi dirigenti ma soprattutto per l’astio che regna tra gli elettori e gli attivisti. Ovviamente i social sono specchio di tale situazione. È surreale leggere discussioni (a me capita spessissimo sulla mia bacheca FB) in cui un osservatore ignaro non potrebbe assolutamente capire che stanno dialogando (meglio: si stanno offendendo) persone che razionalmente e scientemente appoggiano il medesimo governo. Ci troviamo, dunque, di fronte ad un tipico matrimonio “d’interesse” in cui la segreta (ma non troppo!) speranza dei coniugi è che l’altro defunga (elettoralmente) anzitempo.
Nelle letture quotidiane mi ha colpito, però, un argomento utilizzato dai pentastellati per giustificare l’imbarazzante convivenza con quelli che fino alla nascita del Conte II erano i “pidioti”. E cioè che (cito quasi alla lettera) fosse l'unica possibilità esistente, dopo una legge elettorale fatta da tutti i partiti politici, tutti nessuno escluso, apposta per non far vincere il M5S da solo. Premesso che viviamo in un tempo privo di memoria per cui i politici sanno che possono dire qualunque cosa (che pure sarà resa eterna dai media ma senza incidere sulle decisioni degli elettori), mai come in questo caso “liquido”, mi permetto di ricordare ai miei vecchi compagni di strada un pezzetto della storia condivisa.
Agli inizi del 2014 gli iscritti alla piattaforma furono chiamati, con una procedura innovativa, che prevedeva esperti (il più celebre dei quali avrebbe lasciato il M5S pochi mesi prima dell’accordo assurdo con la Lega, Aldo Giannuli) illustrare alcune opzioni elettorali messe al voto. Un procedimento “pedagogico” con tempi adeguati, fatto per evitare il voto “di pancia” che avrebbe connotato altre votazioni on-line.
Sulla base delle otto votazioni degli attivisti fu elaborata una proposta di legge presentata nel luglio 2014.
Ebbene, la legge in questione prevedeva un sistema proporzionale.
È possibile leggere una ricostruzione dettagliata di tutte le leggi elettorali appoggiate dal M5S. Ebbene, nessuna di esse avrebbe mai garantito, anche nel momento di massimo successo, di governare autonomamente, di «vincere».
Personalmente ho sempre difeso il proporzionale, anche quando fui schiacciato, insieme a pochi altri, dalla propaganda che lo voleva causa della democrazia "bloccata” italiana: il famoso (famigerato?) referendum Segni-Occhetto. Il proporzionale è una garanzia per la democrazia ed evita una scollatura troppo marcata tra il Paese vero e la sua rappresentanza. Ma se questo è vero perché gli attivisti oggi si appellano alla legge elettorale per spiegare il connubio forzato con l’odiato PD? La verità è che il M5S prima di smarrire la strada era consapevole della sfida ardua di diventare un partito maggioritario da solo dentro un sistema proporzionale, cioè senza scorciatoie.
Veniamo all’oggi. Il Movimento, dopo la (grottesca?) manifestazione romana contro il proprio stesso governo sui vitalizi, dovrebbe convincersi che indietro non si torna. So bene che i miei sono consigli non richiesti e poco graditi: difficile riconoscere di aver sbagliato non una volta ma tante. Ciò nonostante mi permetto di suggerire di chiudere con la laudatio temporis acti, sognando il ritorno all’epoca della “verginità” politica. Troppo spesso mi capita di parlare con amici che rimpiangono quella “purezza” oramai perduta. Si prenda atto che il M5S è diventato un partito a tutti gli effetti che deve fare scelte di campo nette. Perderà inevitabilmente un pezzo del proprio elettorato ma potrà diventare attrattivo per una nuova generazione. Meglio in ogni caso dello stillicidio cui stiamo assistendo.
Per intanto, suggerisco ai coniugi infelici una seria terapia di coppia in attesa che gli Stati Generali (omaggio onomastico alla stagione “rivoluzionaria” del Movimento) aiutino a far chiarezza (o a far esplodere le contraddizioni tra le tre o quattro anime in maniera rumorosa).

domenica 16 febbraio 2020

Di speranza [poesia]


Il sogno ad occhi aperti (o De Utopia) [φιλοσοφία]


Mad Max ed Ernst Bloch su uno sfondo distopico di Corrado Roi.
 1.        È possibile ancora sognare ad occhi aperti? Ernst Bloch, ha scritto che la speranza, nettamente superiore alla paura, è «sogno a occhi aperti», «sogno in avanti», nel senso dell’anticipazione di ciò che non è ancora dato. Bloch distingue nettamente i sogni notturni dai «sogni a occhi aperti»; nei primi l’adempimento di desideri è «nascosto e antico», nei secondi è «fabulatorio e anticipante».

2.        Da una ricerca de «La Stampa» del 2014: «Siamo immersi, appunto, in un “presente continuo”, siamo ininterrottamente online: dove ieri e domani si confondono con l’odierno, senza soluzione di continuità. Non era così anche solo vent’anni fa».

3.        Stiamo vivendo una “presentificazione dell’esperienza”. Se questo è vero, allora ne vengono modificate le esperienze sia del passato che del futuro. Viviamo, dunque, un tempo senza memoria e senza radici, a partire dalla dimensione familiare. E, dunque, viviamo un tempo senza futuro, senza speranza, se non nelle sue forme corrotte e degradate, e senza progetto.

4.        Non ritengo casuale il successo di opere (romanzi o film) distopici e catastrofisti, che spesso utilizzo nelle mie attività didattiche: da La strada a Mad Max, da Waterworld a L’esercito delle 12 scimmie. È come se il nostro tempo riuscisse ad immaginare il futuro solo come catastrofe. Certo, questo è anche il frutto del fallimento delle utopie ottocentesche, soprattutto il socialismo, nelle sue possibili varianti: «Le utopie del diciannovesimo secolo si sono infrante contro la dura realtà della storia del ventesimo. La globalizzazione oggi è sia economica sia tecnologica, e abitiamo in un mondo fatto di immagini e messaggi istantanei che ci dà la sensazione di vivere in un presente continuo» (Augé).

5.        La “fine della storia” è uno dei concetti-chiave dell'analisi filosofica del politologo Francis Fukuyama: secondo questa tesi storiografica, il processo di evoluzione sociale, economica e politica dell'umanità avrebbe raggiunto il suo apice alla fine del XX secolo, snodo epocale a partire dal quale si starebbe aprendo una fase finale di conclusione della storia in quanto tale. Dagli anni Novanta, nella cultura occidentale si è ripetuto il mantra secondo cui “la storia è finita”. Non plus ultra... A tutto questo si è dato spesso il nome di “postmodernità”. Se la modernità è stata percorsa dal “sogno”, dall’utopia di “andare oltre il presente”, di plasmare un futuro (o un altrove) migliore, se la storia stessa è stata vista da Marx come gravida di un forza motrice che necessariamente «abolisce lo stato di cose presente», la post-modernità abbandona questo sogno pericoloso, acquietandosi nell’eterno presente della televisione e dei mondi digitali, uniche realtà o surrealtà alternative possibili, ma anche esse “pensate” da un’oramai onnipervasiva industria dell’intrattenimento.


6.        La parola deriva dal greco οὐ (“non”) e τόπος (“luogo”) e significa “non-luogo”. Nella parola, coniata da Tommaso Moro (1516), è presente in origine un gioco di parole con l'omofono inglese eutopia, derivato dal greco εὖ (“buono” o “bene”) e τόπος (“luogo”), che significa quindi “buon luogo”. Questo, dovuto all'identica pronuncia, in inglese, di “utopia” e “eutopia”; eutopia (buon luogo). L'utopia sarebbe dunque un luogo buono/bello ma parimenti inesistente, o per lo meno irraggiungibile.

7.        Secondo Massimo Cacciari, l’utopia nasce con la modernità (e il suo “prometeismo”), va di pari passo con la consapevolezza dell’uomo di poter plasmare il mondo attraverso la tecno-scienza (e, dunque, tutto ciò che impropriamente si chiama utopia nel mondo premoderno avrebbe più a che fare con la profezia). Questo progetto si compirebbe proprio nel capitalismo tecnologico in cui siamo immersi.

8.        «Una carta geografica del mondo che non comprenda Utopia non merita neanche uno sguardo, giacché lascia fuori l’unico paese al quale l’Umanità approda di continuo. E quando lUmanità vi arriva guarda altrove, e scorgendo un paese migliore, alza le vele e riparte. Il progresso è la realizzazione delle Utopie» (Oscar Wilde).

9.        Esisterebbe, sempre secondo Cacciari, a partire dal XX secolo, una variante “profetica” dell’utopia, incarnata soprattutto dall’opera di Ernst Bloch, il teorico del “principio-speranza”. In ogni caso, sia nella variante moderno-tecnologica che in quella novecentesca-profetica, l’utopia era un sogno collettivo, che riguardava tutti o almeno molti. Si dava per assunta la natura “politica” dell’uomo, secondo quanto avevano detto i grandi pensatori greci come Socrate, Platone e Aristotele.

10.    In realtà, dice Bauman, il sostituto contemporaneo dell’utopia è la fuga individualistica del consumatore: «Alle tue preoccupazioni e ai tuoi sforzi non rimane altro che concentrarsi sulla lotta per evitare di perdere, lotta che deve assorbire gran parte della tua attenzione e delle tue forze». Questa utopia individuale e consumistica, fuga perenne, non postula un punto di approdo: la felicità è sempre avvenire: «Un’utopia strana, non ortodossa, ma comunque un’utopia, che promette lo stesso premio irraggiungibile sbandierato da tutte le utopie, vale a dire una soluzione definitiva e radicale ai problemi umani passati, presenti e futuri, e una cura definitiva e radicale dei dispiaceri e dei dolori della condizione umana. Non è ortodossa soprattutto perché la terra delle soluzioni e delle cure non è più collocata in un “altrove” remoto, ma nel “qui e ora”».

11.    È possibile veramente, per parafrasare Char, vivere senza futuro dinanzi? Scriveva Karl Mannheim in Ideologia e utopia (uscito nel 1929): «Una rimozione dell’elemento millenaristico dalla sua posizione centrale nella cultura e nella politica priverebbe il mondo del significato della vita». Ciò avrebbe condotto a «un indebolimento della volontà umana». Senza «ideali», l’uomo sarebbe diventato una creatura dominata da meri impulsi». Che è quanto sta accadendo oggi. L’homo non è costitutivamente utopicus? Ma se l’utopia “moderna” è stata realizzata dal capitalismo, per quale utopia c’è spazio?

12.    Bernard Stiegler mostra come l’uso immeditato delle tecnologie porti a ciò che chiama «disindividuazione» ovvero disintegrazione dei singoli e dei gruppi. La successione rapida e incessante di stimoli impedisce agli uomini di elaborare quelle che definisce «protensioni», vale a dire speranze, progetti, ambizioni. E questo perché parte delle «ritenzioni», diciamo della memoria, non trovano il tempo di formarsi. Senza di esse viene meno «l’orizzonte di attesa», cioè quel trampolino verso il futuro che anima la vita dell’uomo. E questo per l’implosione del tempo necessario al formarsi di connessioni tra le diverse generazioni. La velocità delle informazioni incatena gli uomini alla loro individualità facendo evaporare ogni forma di continuità con predecessori e contemporanei. Ma senza continuità non c’è vita. Ogni cosa si acciambella su se stessa e non trova il respiro della storia. Ecco che allora prevale l’estenuazione. Il non senso di qualunque azione diventa dominante. L’eclissi dell’avvenire non è senza conseguenze. Disintegra l’uomo. Estinguendosi ogni forma di progettualità, gli uomini si ritrovano rinserrati in un eterno presente. «La distruzione del narcisismo primordiale – riconosce Stiegler – conduce alla follia, vale a dire alla perdita della ragione e più precisamente della ragione di vivere da cui proviene il sentimento di esistere». Senza lo slancio verso il futuro ispirato dalla cura di se stessi il mondo sembra fermarsi. Peggio. Pare che si muova per puri automatismi a prescindere dall’uomo, al punto da generare quella che Stiegler definisce «epoca senza epoca». Cioè la nostra. Per uscirne non si deve rifiutare asceticamente le tecnologie. Ma farsene carico come fossero un farmaco, portentoso e letale al tempo stesso.

13.    Riscoprire l’utopia, liberatasi dalla βϱις della modernità che ne ha sancito il fallimento nelle sue varianti fino ad ora prodotte, significa anche tentare di contrastare lo sradicamento planetario che pare destino ineluttabile di quella che Antonio Martone chiama “e-polis”. Il radicamento, secondo la Weil, è uno dei bisogni primari dell’uomo. Il realismo capitalista, invece, sceglie come proprio “cliente” l’homo consumens (Bauman) senza radici, senza memoria, senza passato, totalmente assorbito dai propri bisogni materiali. Va da sé che questo comporta un progetto politico ambizioso e di lungo periodo che imbrigli la globalizzazione con i suoi perniciosi effetti, senza cadere nella soluzione regressiva dell’identitarismo patriottico o, peggio, etnico (come purtroppo sta accadendo un po’ ovunque, ivi compresa l’Italia).

14.    Ritessere il legame con il passato. Tornare a coltivare la memoria. A livello personale e collettivo. Questo mi pare il primo imperativo. Che non significa cadere nella “retrotopia”, per citare sempre Bauman, nella idealizzazione del passato. Significa “radicarsi” in una storia di cui ci sentiamo parte e che continuerà dopo di noi perché ci slanciamo, con gli occhi ben aperti, anche in un’altra dimensione costitutiva del nostro essere che è il futuro. Sono persuaso che se non veniamo spinti dall’anelito ad un mondo migliore, ci rassegneremo sempre ad un presente percepito come immodificabile. Abbiamo di nuovo bisogno di profezia. Senza cedere, però, al demone della perfezione, a quella voce diabolica che sussurra che il migliore dei mondi è possibile.

15.    In questo tempo apocalittico-rivelativo, dove nel massimo pericolo sorge anche ciò che salva, non è proprio il cristianesimo (lo dico - si badi! - da non cristiano, da diversamente credente), il modello cristiano (meglio: gesuano) di vita, in quanto fondato sull’amore fraterno (esteso all’intero creato, e quindi sul rigetto radicale dell’individualismo consumistico) e sulla speranza che non delude, il più alto progetto utopico? Non è quel messaggio saldamente radicato nel passato e profeticamente aperto su un futuro di speranza e attesa? Che torni a risuonare, dunque, l’antica preghiera: «Veniat Regnum Tuum». Sia il sogno ad occhi aperti del futuro la stella che guida il nostro viaggio, la cometa che ci conduca al tempo messianico.

Testi di riferimento

M. Augé, Un altro mondo è possibile, Codice Edizione, 2012.
Z. Bauman, Modus vivendi, Laterza, 2018.
E. Bloch, Il principio-speranza, Garzanti, 2005.
E. Bloch, Lo spirito dell’utopia, Rizzoli, 2009.
M. Cacciari, P. Prodi, Occidente senza utopie, Il Mulino, 2016.
M. Fisher, Realismo capitalista, Nero, 2018.
F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, 1992.
K. Mannheim, Ideologia e utopia, Il Mulino, 1972.
A. Martone, Antropologia della tecnica, Rubettino, 2018.
L. Mumford, Storia dell’utopia, Donzelli, 2008.
T. Simeone, Il dovere della speranza, Aletti, 2017.
B. Stiegler, Reincantare il mondo, Orthotes, 2012.

Questi frammenti rielaborano l’intervento tenuto al Liceo Classico “Luigi Sodo” di Cerreto Sannita il 21 febbraio 2019 all’interno di un ciclo di incontri sul sogno.
Il testo a stampa si trova in «Api ingegnose» (n. 7, 2019)