venerdì 28 aprile 2023

"Extravagantes". Un nuovo (inatteso) libro di versi

 


Come un figlio inatteso, frutto di distrazione, ma non per questo meno amato.

Ecco cosa è Extravagantes (che uscirà il 10 maggio).

Domenico Cosentino, insieme a Flavia Peluso bella scoperta, quasi casuale dello scorso anno, coraggioso promotore dell’esperienza Casa Naima, che è riduttivo definire libreria, essendo soprattutto un luogo di aggregazione per affamati di libri in cerca di dimora, editore con ’roundmidnight edizioni, un giorno, nelle pause degli incontri di poesia che stiamo tenendo da lui, mi ha regalato un quadernetto dicendomi che avrebbe pubblicato quel che vi avrei scritto. Io non sono scrittore prolifico. In rampa di lancio ci sarebbe il “terzo figlio” programmato (Spes contra spem che ha vinto il Premio Sanremo e dovrebbe uscire entro l’anno). Ci sarebbero voluti anni per produrre un nuovo libro. Febbrilmente, allora, mi sono messo a rivedere antichi versi, scartati per i motivi più vari da Per aspera e Nel chiaro mondo, versi su cui avevo lavorato anche tanto. Alcuni li ho modificati, altri li ho ripresi così com’erano. Il titolo, dunque, di questa terza, anch’essa breve raccolta, è Extravagantes. Spero, dopo la spiegazione, che sia chiaro il motivo.

Il libriccino è impreziosito dalla copertina e dai disegni di Gaetano Cantone. Lo considero il sigillo di una oramai antica amicizia e di tanti percorsi che abbiamo condiviso. Glie ne sono sinceramente grato.

Inutile dire che ogni libro è costruzione di sé. Quindi, sono riconoscente a Domenico che lo ha fortemente voluto.


martedì 25 aprile 2023

Ancora sulla Resistenza [𝕙𝕚𝕤𝕥𝕠𝕣𝕚𝕒]

 


«Carissimo Nicola,

I Russi morirono per liberare il loro paese e contrastare la ferocia tedesca, così come gli Ucraini oggi stanno morendo per difendere la loro patria dai barbari criminali Russi (e ti ricordo che i comunisti sovietici avevano stretto un famoso patto con i nazisti tedeschi: vittima ne fu la Polonia con il relativo carico di massacri, dunque non furono animati da nessun amore per la libertà se non la loro).

La nostra Italia la liberarono gli Alleati, tra tutti gli Americani, basta farsi un giro anche solo al sacrario militare di Nettuno ( in giro per l'Italia ce ne sono una quarantina).

Gli Americani a centinaia di migliaia morirono non per difendere il loro suolo, come i Russi, ma il nostro. La differenza è chiara ed è sostanziale, imprescindibile! E dovrebbe sempre far capire, sempre sempre , da che parte stare al di là di infatuazioni ideologiche che hanno una visione dello Stato basata su una concezione totalitaria del potere e della società.

Per nostra fortuna la Liberazione avvenne per mano degli Americani.

Nicola, lo sappiamo chi sono i "buoni" e chi sono i "cattivi".

Ti ricordo però che tanti "cattivi" dopo la liberazione si scoprirono "buoni" e ti risparmio l'elenco, sarebbe troppo lungo. E parlo solo di quelli più illustri. Sarà per questo che Togliatti, on accordo con altre forse politiche, non tutte (vedi gli azionisti) senza perdere tempo fece una bella amnistia per fascisti, così tanto per voltare pagina senza più stare a cianciare di resistenza, presunti primati morali ed altro: c'era da ricostruire l'Italia, rimetterla in piedi, sfamare milioni di persone, ricreare una identità di popolo. Da lì anche parti il boom economico, smettendo di covare rancori , odii.

Certo lo scontro c'era, ma costruttivo e con lo sguardo rivolto in avanti, al futuro per andare incontro ad un avvenire carico di speranze.

Oggi niente di tutto questo! Quali speranze nutriamo, quale idea di società e di Patria coltiviamo, quale futuro stiamo disegnando per i nostri figli?. A tutte le inefficienze e carenze del nostro sistema politico, economico, amministrativo, giudiziario, si aggiunge la stanca retorica sempre sull'antifascismo, sul fascismo di andata/ritorno, che continua di nuovo a bloccarci , a sclerotizzare il dibattito, a mummificarci. Non se ne può più.

A che serve ripetere che la costituzione è antifascista: come non potrebbe esserlo, nascendo dalla sue macerie? Dove è il grande messaggio, la novità?

La nostra costituzione è antifascista ed anticomunista. Per me tanto basta, però mi dispiace e mi preoccupa molto che molti si fermino al primo anti...e questo non rende ai miei poveri occhi credibili chi va celebrando i valori della nostra costituzione che è non solo democratica, ma anche e soprattutto LIBERALE, che niente ha a che fare con quelle di paesi tirannici e dittatoriali che tanto fascino esercitano su un volgo smarrito ed incerto !

Stimato e sincero Nicola, ad un certo punto scrivi che pure noi docenti diciamo sempre le stesse cose con le stesse parole.

Ebbene se così è allora questo è esattamente la morte dell'insegnamento, che dovrebbe essere sempre ricerca di parole, fonti, argomentazioni nuove ed originali; avventura dello spirito, desiderio di cose nuove. Abbandonare il certo (presunto) per l'incerto dovrebbe essere un imperativo categorico sempre e dappertutto, ma soprattutto a scuola e nelle università , altrimenti non ci sarebbe Ricerca.

Con amicizia» (Gianluigi Panarese)

* * *

Caro Gianluigi, prima di tutto sono lieto che tu abbia accolto il mio invito al dialogo su questioni vive della nostra convivenza civile, anche se ho l’impressione che tu abbia risposto solo marginalmente alle questione che sollevavo.

Sottolineavo “popolo russo” proprio per evitare l’equivoco di un elogio dello stalinismo che è quanto di più lontano dalla mia formazione. Lasciami dire, però, che la resistenza di quel popolo ha messo in crisi la perfetta macchina bellica nazista. In un esercizio di storia controfattuale: se Stalingrado fosse caduta, probabilmente i tedeschi avrebbero potuto spostare le loro armate in Europa. E forse le cose sarebbero andate diversamente. A Berlino giunsero quasi contestualmente le truppe anglo-americane e quelle russe. Per venire al presente, credo che dover scegliere una “parte”, soprattutto in questo momento, sia assai pericoloso. Non saprei cosa scegliere tra una Russia “neozarista” e un’America che vuole conservare egemonia planetaria, anche con guerre “delegate”. Mi piacerebbe una politica autonoma dell’Italia e dell’Unione Europea (se questa avesse un profilo realmente autonomo nelle relazioni internazionali).

Ma il mio rilievo parlava d’altro, sottolineava, cioè, che si festeggia il 25 aprile perché in quel giorno le bande partigiane furono chiamate all’insurrezione generale. Quella è una rifondazione di un’Italia tradita dalle sue classi dirigenti. Questo nulla toglie ai meriti dei liberatori. È che mi par di cogliere una sottovalutazione nelle tue parole del coraggio di donne e uomini italiani, molti dei quali pagarono con la vita la loro scelta, la “parte” per cui combattere.

Gli atti di fondazione sono importanti. Hai ragione a ricordare l’amnistia. Io credo sia stato un grave errore, un modo per non fare i conti con il ventennio fascista e per lasciare cellule malate nel corpo della nazione. E questo ha perpetuato un equivoco che ritorna nelle parole (sciagurate!) di personaggi come La Russa. Quella che tu continui a chiamare retorica antifascista è la constatazione che la nuova Italia nasceva dalla lotta di una minoranza (lo ripeto) contro la barbarie. E questo va ricordato e celebrato, per quanto i riti possano correre il rischio, appunto, della retorica. 

Ti chiedi: «A che serve ripetere che la costituzione è antifascista: come non potrebbe esserlo, nascendo dalla sue macerie? Dove è il grande messaggio, la novità?» La novità è nel fatto, ad esempio, che la seconda carica dello Stato afferma che la parola “antifascismo” non si trova nella Costituzione. E mi pare novità non da poco. Primo Levi, a proposito dell’orrore di cui il fascismo fu quanto meno complice, scriveva: «Ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre». Il fascismo, proteiforme, e dunque in grado di ripresentarsi sotto spoglie nuove, può di nuovo sedurre e oscurare le coscienze. Per questo quel che a te appare monotono ripetersi di parole sempre uguali è un dovere. E qui rispondo all’ultima parte dei tuoi rilievi. Per me ripetere le stesse cose, come facciamo a scuola, è tutt’altro che negativo! Non è un segno di stanchezza, ma al contrario la fedeltà ad una missione di trasmissione. Luigi Pintor intitolò un suo bellissimo libriccino Servabo: «Può voler dire conserverò, terrò in serbo, terrò fede, o anche servirò, sarò utile». Questa è la missione degli educatori, ma anche di coloro che hanno deciso di raccogliere la fiaccola resistenziale dalle mani tremanti dei pochi superstiti affinché quel sogno (plurale!) di un’Italia libera e antifascista passi alle nuove generazioni. 

E, chiudo, con un dissenso netto. Scrivi: «La nostra costituzione è antifascista ed anticomunista». No, caro Gianluigi. La nostra Costituzione è antifascista e basta. Ed è stata scritta con il decisivo contributo del Partito Comunista Italiano. Vengo dalla visione dell’ultimo film di Moretti, che è anche un’autocritica rispetto ad una vicenda complessa, i cui errori ed orrori da insegnante di storia (a partire dalla figura di Togliatti) enfatizzo con i miei allievi. Ma tutti i valori fondamentali che si trovano in quella carta sono parte integrante di una ideologia il cui scopo era la creazione di una democrazia autentica. Mettere sullo stesso piano l’ideologia fascista e quella comunista è un grave errore, che personalmente non smetterò di sottolineare (rinviandoti qui per chiarire la mia posizione). 

Detto questo, mi preparo per andare a celebrare, come ogni anno, questo luminoso atto di fondazione, a sentire parole che a te paiono fruste, e che io trovo urgente ripetere, a costo di essere noiosi, ad ascoltare canti che mi collegano idealmente ad un manipolo di donne ed uomini cui debbo non solo (e non tanto) la mia libertà ma soprattutto l’orgoglio di potermi dire italiano.

Un caro saluto (partigiano!)

Nicola


lunedì 24 aprile 2023

A Gianluigi Panarese sulla Resistenza [𝕙𝕚𝕤𝕥𝕠𝕣𝕚𝕒]

 


Caro Gianluigi, amico, ottimo collega, scrivi sulla tua bacheca Facebook in prossimità della festa della Liberazione:


«A proposito  della prevedibile canea di voci, sulla celebrazione del 25 aprile, che si accavallano in tv, sui giornali, sui social, si può notare che sono voci sempre identiche a se stesse da decenni, che ripropongono le solite frasi di circostanza,  la solita retorica dei soliti sacerdoti della mistica partigiana. 

In tutta questa celebrazione è rarissimo però ascoltare qualcuno che ricordi chi effettivamente  ci porto “la liberazione”. 

È stupefacente osservare come quasi nessuno  ricordi il sacrificio degli eserciti Alleati che lasciarono solo  sul suolo italiano circa 300.000 soldati tra morti, feriti e dispersi. Di questi più di 90.000 (novantamila!) furono americani,  i quali per fortuna  rifornirono di armi pure i nostri partigiani (quelli veri), altrimenti non ci sarebbe stata alcuna resistenza».


Provo a fare esegesi del tuo testo.

«Canea»: «inseguimento della selvaggina da parte dei cani da caccia, canizza, clamoroso contrasto di suoni, chiasso, strepito».

Non credi che mai come in questi anni, in questi giorni, in cui si tenta una “revisione” della memoria di ciò che fu sia necessario far sentire le proprie voci plurali ma egualmente antifasciste? Io non credo sia una “canea”. E mi spiace che quanto alcuni di noi fanno, scrivono, dicono sia valutato come vacuo strepito.

Accusi tali voci di essere sempre identiche. Probabilmente è vero. Come sempre identiche sono le voci dei docenti che, anno dopo anno, ripetono le stesse parole. Ma, evidentemente, è il contesto che cambia. L’Italia del 2023, che ha eletto, con una minoranza, a guidarla una coalizione che in alcuni suoi esponenti non si riconosce nel 25 aprile, evidentemente ha bisogno che queste parole vengano ripetute, perché non passi l’idea che a via Rasella fu sterminata un’innocua banda di riservisti o che la Costituzione italiana non sia antifascista. 

Parli, poi, di “sacerdoti” e di “mistica” resistenziale, anche qui, mi pare, con tono sprezzante. Dissento ovviamente anche in questo caso. Dall’interno dell’ANPI ti posso garantire che è fatica, lavoro, tempo sottratto ad impegni più ameni custodire (sì, religiosamente!) una memoria che rischia di diventare evanescente, di farsi anch’essa liquida come il tempo che abitiamo (per venire, dunque, liquidata). I “sacerdoti”, che reputi detentori di privilegi, sono umili custodi di una fiamma che rischia di spegnersi, e che invece deve essere consegnata alle generazioni future.

Infine, ti stupisci che non si ricordi il sacrificio degli Alleati. Ma ciò che si celebra, caro Gianluigi, è la Resistenza. Quella di inglesi e americani fu guerra, cui dobbiamo in parte la nostra libertà dal nazifascismo. Ovviamente potrei obiettarti che non si ricorda adeguatamente quanto tale libertà europea debba al sacrificio del popolo (bada bene: il popolo!) russo che pagò un mostruoso tributo di sangue. Ma il punto, ovviamente, non è questo, bensì tenere desta l’attenzione su quella virtuosa minoranza di italiani che salvarono l’onore della Patria, morta l’8 settembre, e crearono i presupposti per la nuova Italia che sarebbe nata nel dopoguerra.

Come uomo di scuola ritengo che ora più che in passato sia necessario che l’antifascismo sia denominatore comune della comunità educante, nella pluralità delle sue espressioni. Mi auguro, dunque, amico mio, che anche tu partecipi a questo sforzo collettivo, piuttosto che polemizzare. L’invito è ad esserci, dunque, domani alla manifestazione e al concerto, a partecipare, portando il tuo contributo di intelligenza e cultura, alle iniziative dell’Officina “Maria Penna”, contribuendo a rendere l’ANPI quel luogo plurale e aperto che da sempre ha inteso essere.


giovedì 6 aprile 2023

Su Ferraris e Rousseau [φιλοσοφία]

 


Dopo la condivisione social del mio pezzo su Ferraris e la sua interpretazione di Rousseau, ne è sorto un interessante dibattito con colleghi, molti dei quali insegnano o hanno insegnato, come me, al Giannone di Benevento. Li riporto, riservandomi il privilegio, con altro post nei prossimi giorni, di chiudere il cerchio.

Dolores Morra, con la poesia connaturata al suo animo, invita a leggere la seconda delle Passeggiate del Ginevrino come «come antidoto», definendolo «un capolavoro “politico” ed “ecosistemico”».

L’amico e magister Amerigo Ciervo, invece, mi scrive questo.

«Caro Nicola,  [...]  non ho ascoltato Ferraris, mi fido della tua sintesi e condivido le tue critiche, Mi limito ad aggiungere un modesto contributo avendo seguito, nel lontano 1973, universitario alla Federico II, un seminario durato tre mesi e guidato dal compianto Giulio Gentile, assistente di Carbonara alla cattedra di Storia della filosofia, sul Rousseau e Marx di Galvano della Volpe, libro pubblicato da Editori Riuniti se ricordo bene a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta. Il saggio chiudeva un rigoroso lavoro teorico, dal coté marxista, sulle possibili relazioni tra il Ginevrino e Marx. Quale la tesi? Se per Rousseau l'uomo è il soggetto depositario di diritti originari, la società che egli immagina nel Contratto sociale, assume i caratteri con cui, nell'età moderna, si afferma la libertà borghese. E, dunque, all'individuo atomistico e astorico (perché analizzato al di fuori delle condizioni economico-sociali reali che Rousseau propone, sarebbe necessario contrapporre la visione dell'uomo soggetto sociale, così come Marx lo presenta nei Manoscritti del 1844). Ma fin qui non ci sarebbe nessuna novità rispetto alla tradizionale concezione marxista del pensiero rousseauiano. della Volpe, però, si interroga sul valore politico non ancora «storicamente esaurito» del filosofo ginevrino, sostenendo la necessità di distinguere radicalmente gli esiti politici dai principi ideologici di Rousseau. In tal modo il filosofo di Ginevra prospetterebbe una società che esce fuori dai parametri storici e ideologici della borghesia. È l’idea di una società egualitaria non livellatrice: una società in grado di realizzare un’eguaglianza e una giustizia fondate sul rapporto proporzionale di differenze sociali e personali basate sul merito. Un rapporto di “proporzionalità universale” assicurata dalla “forza comune” del “corpo sociale”. In tal modo, per della Volpe, il progetto politico di Rousseau non sarebbe esaurito, ma andrebbe oltre la rivoluzione borghese, fortemente contribuendo a sviluppare in avanti l'idea di democrazia. Ora è chiaro che per approfondire tali temi siano necessari tempi non brevi e, probabilmente, modalità differenti. L’incontro con Emiliano Brancaccio, per dire, è durato tre ore. In ogni caso, concordo: non lamentiamoci eccessivamente e prendiamoci tutto il buono possibile».

La carissima Carmen Caggiano scrive: «Mi sento molto vicina alle tesi formulate da Ferraris che sta facendo i conti, com'è giusto che sia in filosofia, non solo con Heidegger, ma anche con Rousseau e Kant per un nuovo realismo che ripensi il rapporto tra essere umano e tecnologia». Poi articola questo accenno in una più approfondita riflessione che riporto, supportata da alcune pagine tratte da un libro recente di Ferraris (Documanità, Laterza, 2021) dedicate all’autore del Contratto sociale.

«Provo a dire la mia opinione a proposito della lezione di Ferraris. A me pare che la lettura del pensiero di Rousseau da parte di Ferraris prescinda da quella in chiave marxista e vada a recuperare la visione propriamente roussoiana per cui l'essere umano è considerato in uno stato di natura ideale anteriore alla costruzione della società. Per parafrasare Nicola Sguera, ogni studente di quarta liceo sa che lo stato di natura viene usato dal filosofo ginevrino in senso strumentale come correttivo della società a lui contemporanea e sa che lo stato di natura è al di fuori del tempo storico. E, allora, se lo stato di natura è una condizione ideale, una condizione verso cui tendere, una condizione che non è già data, se tale condizione non è intesa come condizione di partenza, in quale modo l'essere umano di Rousseau potrebbe nascere libero? A me pare evidente uno slittamento dal piano ideale a quello storico, da quello teorico a quello della prassi, della realtà concreta (Kant direbbe dal piano del pensiero a quello ontologico) senza che vi sia, però, una giustificazione della libertà in senso storico. La libertà di cui parla Rousseau, quindi, è una libertà ideale, che appartiene al dover essere dell´uomo. È una libertà da costruire, proiettata nel futuro, non un dato di partenza. 

Per quanto riguarda il pensiero ecologico, questo non è affatto svalutato da Ferraris, ma è considerato da un altro punto di vista: per Ferraris non ha senso l'espressione “salviamo il pianeta” perché noi non siamo essenziali all'esistenza del pianeta, il quale è esistito, come ci ricorda anche Telmo Pievani, prima di noi ed esisterà anche dopo la nostra scomparsa. Vista la inessenzialità nostra in relazione al pianeta, dove sarebbe l'interpretazione antropocentrica? La conclusione di Ferraris, come quella di Pievani, ci ricorda che la nostra attenzione deve concentrarsi sulle condizioni che rendono possibile la nostra esistenza completamente inserita nella natura. Noi dobbiamo salvare noi stessi e per farlo dobbiamo partire dal riconoscimento che siamo parte della natura.

Aggiungo, inoltre, che chiedersi retoricamente se si stia consapevolmente stravolgendo il pensiero di Rousseau in quanto ancora oggi rivoluzionario a me appare una domanda dal sapore complottista.

A me convince la proposta di Ferraris che non condivide l´idea per cui l'essere umano è schiavo della tecnica: dal suo punto di vista, le macchine non hanno senso senza la nostra vita, i nostri desideri e, kantianamente, tale concezione ha lo scopo di non farci uscire dalla “minorità” e di evitare di assumerci le nostre responsabilità.

Il discorso a questo punto potrebbe andare avanti, ma chiudo qui questo mio breve contributo. Mi sento molto legata ai colleghi del Giannone verso i quali nutro stima e affetto e con i quali condivido molte idee e mi sento legata da stima, affetto e profonda riconoscenza anche verso chi ha dato vita e sta portando avanti tra innumerevoli difficoltà il Festival della Filosofia del Sannio, la professoressa Carmela D´Aronzo che sta offrendo a Benevento, e non solo a Benevento, la possibilità di un confronto diretto con intellettuali conosciuti finora solo attraverso la parola scritta».

Annalisa Cervone, finissima ricercatrice, oltre che collega, scrive: «I grandi maestri sono fatti per essere smontati, decostruiti, e a volte addirittura fraintesi e traditi. Credo ci siano molteplici progetti ermeneutici e possibilità di lettura ricavabili dall'archetipo libertario e dal profilo democratico-rivoluzionario del pensiero di Rousseau (se così non fosse saremmo di fronte all'ennesima deriva ideologica sempre sottesa a un certo epigonismo di scuola); così come penso che per provare a controbattere la tesi di Ferraris avremmo bisogno (tutti noi, e anche i nostri alunni) di un convegno efficacemente congegnato, della durata di qualche giorno, e non più di un luogo ibrido, come può essere quello di un festival della filosofia che, quand'anche didatticamente meritorio (ma solo dal punto di vista della divulgazione culturale), costituisce pur sempre un dispositivo che per sua stessa natura manifesta grossi limiti proprio di tipo epistemico e procedurale (di creazione concettuale, per dirla con Deleuze)».

Teresa Simeone, infine, molto presente in questo blog come privilegiata interlocutrice in un polemos sorretto da vigorosa philia, scrive un lungo intervento. Eccolo.

«Caro Nicola, scusa se ti rispondo solo ora. Voglio innanzitutto ringraziarti perché poni sempre questioni che aprono dibattiti, stimolano al confronto e cercano di scuoterci dal torpore a cui a volte, vuoi per pigrizia, vuoi per umiltà intellettuale, vuoi per disimpegno, finiamo per cedere.

Devo riconoscere, onestamente, che condivido molte delle tesi di Ferraris: sono una progressista, confessione che so non ti sorprende, ma, mi permetto di aggiungere, del tipo critico. Non mi ha mai appassionato il mito di un’età dell’oro in cui l’umanità vivesse felice e in armonia con la natura da cui ci saremmo drammaticamente separati. Credo che il lavoro, alla cui base c’è il possesso di una mano capace di forgiare strumenti con cui intervenire sull’ambiente, matrix dell’intelligenza (Anassagora e Bruno l’hanno scritto molto chiaramente) e del suo sforzo di emanciparsi dal dominio di un pianeta non benevolo né malevolo ma certamente indifferente alle sue sorti, sia il fondamento dell’impegno a non subire, quanto a porsi come soggetto attivo di crescita. Non rimpiangerò mai il tempo in cui si era costretti a vivere in sporche e fredde casupole di paglia e fango, a non avere sistemi fognari per liberarle dal ristagno mefitico di umori ed escrementi, a dover mettere al mondo sette, otto figli per sopportarne la morte della metà, in cui i libri erano privilegi di pochi, in cui chi aveva problemi di vista era destinato alla cecità anche culturale, in cui le donne morivano di parto e si amputavano arti senza anestesia, giusto per fare qualche esempio, sicuramente banale, ma comunque concreto che rimanda a uno sviluppo che ci ha liberato da dolori e bisogni. Naturalmente, condivido la necessità di aver sempre chiaro, come un faro che ci dovrebbe orientare, il senso del limite che solo può consentire uno sviluppo razionalmente ordinato e controllato nei suoi eccessi. Anders, che tu hai giustamente nominato, ci ha messo in guardia da un uso smodato della tecnica, i cui effetti, soprattutto in riferimento all’atomica, aveva denunciato, così come il nostro caro Jonas che, nel ribadire la necessità di un’etica nuova che desse all’umanità paradigmi per preservare non solo i presenti ma gli “ancora non nati”, ha posto l’accento sul rispetto dell’ambiente. L’enciclica Laudato sì, a cui ho dedicato, come sai, numerose pagine nel 2016, rimane un documento importante nel proporre la lettura teologica di un’ecologia integrale che, in qualche modo, si affianca a quella laica di Latouche.

Ti ringrazio per aver ricordato la mia semplice domanda sul fatto che la decrescita, che per me non ha senso se assolutizzata, ha avuto il merito di focalizzare l’attenzione sugli effetti negativi di uno sfruttamento sfrenato dell’ambiente e di averne indicato, in qualche modo aiutando, forse, attraverso la circolazione delle idee e il pluralismo delle posizioni, a correggerne le storture consumistiche. Almeno a livello di dibattito culturale. Un po’ come ha fatto Rousseau che, nel riportare l’individuo alla natura e nell’utilizzare l’espressione classica della bontà originaria dell’uomo che la società renderebbe “mechant”, non vuole, sono d’accordo con te, un ritorno a una condizione precivile, impossibile da realizzare, ma ribadire il ruolo dell’educazione nel processo di formazione dell’individuo, un’educazione che si pone come naturale, negativa (nel senso che interviene quanto meno possibile) e indiretta: fortunati, sicuramente, quei bambini che hanno potuto vivere la loro infanzia in campagna, a esperire ed esplorare un ambiente ricchissimo di stimoli! L’Emile ha rivoluzionato in modo decisivo il mondo dell’educazione e offerto nuove, preziose chiavi di lettura e di approccio pedagogico. E, ciononostante, Rousseau, cui va altresì il merito di aver proposto nel Contract social un modello politico anch’esso per noi imprescindibile, nel Discorso sulle scienze e le arti, intervenne in maniera tranchant nel contesto illuministico, attribuendo al progresso scientifico la responsabilità della corruzione dei costumi. Come poteva Voltaire non contestarlo? Come si poteva non criticarne la miopia nell’aver allontanato il pensiero dalla funzione democratica di un’operazione divulgativa come, ad esempio, l’Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers di Diderot e d’Alembert? Nella diatriba classica tra Voltaire e Rousseau, non voglio e non posso, date le mie limitate capacità, entrare: sono due grandissime figure del pensiero, entrambe fondamentali per ciò che ci hanno regalato, sia pure da angolazioni diverse. Per tornare a Ferraris, di cui forse si sarebbe potuto rilevare la perentorietà di alcune affermazioni (penso a quelle sui terremoti), credo che abbia voluto, con il richiamo a Rousseau, piuttosto assumerne la tesi più nota e controcorrente, quella di un uomo che allo stato di natura è libero e buono, per criticarne il senso e le implicazioni. Per lui, e anche per me, lo stato, sia pure “idealtipico”, di una libertà e bontà originarie che la società avrebbe inquinato, confligge con la realtà di una condizione che di umano ha poco, nel senso che l’uomo è cultura nella misura in cui riesce a emanciparsi dall’asservimento a un ambiente esterno da cui la sua esistenza è minacciata. L’uomo primitivo non era libero, perché incapace di contrastarne gli effetti devastanti, e non poteva essere buono, dal momento che la bontà è un valore che attiene all’etica e che, per sua necessità, implica l’alterità: io sono buono o cattivo in relazione a un altro, non se vivo in un eremo. La società è incontro, confronto e scontro, conflittualità e corruzione ma anche il campo in cui far emergere bellezza, sensibilità e intelligenza: è la cultura che mi impedisce di risolvere tutto con la forza bruta. Ed è all’interno delle sue dinamiche che mi pongo come buono o come malvagio. Il “bestione“ di vichiana memoria, che “sente senza avvertire”, che vive in uno stato ferino e in una realtà ostile da cui deve difendersi, cosa che può fare con la fantasia e con la ragione, caratteristiche peculiarmente umane, avvia un percorso di incivilimento che lo porta ad allontanarsi dalla sua condizione originaria. Come può essere libero in tale schiavitù? Lo è potenzialmente, perché possiede in sé le qualità per avviare tale processo, ma per “attualizzarle” deve uscire da un immobilismo conservatore e slatentizzarle e ciò è possibile grazie alla sua intelligenza pratica che lo spinge, attraverso il lavoro e dunque la tecnica, a vincere le difficoltà. Ovviamente è un cammino impervio, in cui i successi della ragione si affiancano ai suoi fallimenti, in cui il male può prevalere sul bene, in un alternarsi di corsi e ricorsi storici che richiedono vigilanza e senso del limite. Ma è necessario».



sabato 1 aprile 2023

Contro Ferraris [φιλοσοφία]

 


Contesto: il 31 marzo, all’interno del Festival di filosofia “Stregati da Sophia”, Maurizio Ferraris ha tenuto una lezione (on-line), di circa 45 minuti, dal titolo: L’uomo nasce libero ed è ovunque in catene?

Qui di seguito ne riporto una sintesi fatta da me in tempo reale, sicuramente omissiva di qualche passaggio ma non decisivo.


* * *


L’uomo è nato libero ma è in catene (Rousseau). Critica: perché diamo per assunto che l’uomo sia libero? In realtà, l’uomo NON nasce libero perché ha bisogno di un lungo periodo di accudimento ed educazione per diventare autonomo. Ma continua ad essere dipendente da famiglia e società per molti aspetti. L’uccello è fatto per volare, l’uomo deve imparare a camminare. L’uomo non è nato per parlare. Deve impararlo. L’animale umano è “dipendente” per natura. Siamo dipendenti, allevati ed educati.

Se lasci l’uomo nello stato di natura hai, appunto, un animale.

L’idea che l’uomo nasca libero di Rousseau deriva dalla secolarizzazione di un’idea religiosa: l’uomo sarebbe stato creato ad immagine e somiglianza di Dio. Ma, in quell’idea, c’era il peccato originale, idea che manca nel Ginevrino. Idea “reazionaria”. La società ci rende cattivi.  Non incontreremo mai un essere umano “allo stato di natura”. 

Cfr.: decrescita felice. Cacciatori-raccoglitori. Vita breve e noiosa.

Kant, appassionato lettore di Rousseau, parla di un uomo sempre imperfetto ma perfettibile. L’uomo è un “legno storto”. Ma l’umano è l’unico umano che può essere educato. 

Critica a due dogmi alla visione dell’uomo che nasce libero.

1. Noi saremmo tanto più buoni quanto più vicini alla natura, dunque tanto più cattivi quanto più esercitiamo il nostro dominio sulla natura.

2. Noi saremmo schiavi della tecnica (concependo le catene come apparato tecnico).


1. Rapporto uomo-natura


Oscillazione tra dipendenza completa e onnipotenza. “Salviamo il pianeta” è uno slogan con cui siamo tutti d’accordo in linea di principio, ma il pianeta non risente delle nostre manipolazioni. Noi inquiniamo e distruggiamo perché siamo troppi. Il pianeta cessarà di esistere perché si spegnerà il sole. C’è un equivoco fondamentale: noi non siamo i padroni del pianeta e i suoi violentatori, ma siamo pezzi della natura che stanno seriamente correndo il rischio di rendere l’ambiente inospitale per gli uomini stessi (o per alcuni uomini, visto che alcuni Paesi potrebbero giovarsi del riscaldamento globale). 

Il Papa non ha pensato durante il Covid ad una teodicea ma ad una “vendetta” della Terra nei confronti dell’uomo. La Natura non esiste: esiste un concetto di natura “umano”. 

Anche Rousseau pensava che la Natura “reagisse” a vicende umane (terremoto di Lisbona che fa danni a causa dell’incuria umana). 


2. Onnipotenza della Tecnica


La tecnica non si impone sull’umano. L’idea è molto presente nel Novecento in controtendenza rispetto alla filosofia precedente, che adorava Prometeo. Perché questo cambiamento? Come diventa una gabbia d’acciaio? 

Conferenza sulla tecnica di Brema di Heidegger (1949), poi in Saggi e discorsi

Nel 1946 Albert Speer, architetto personale di Hitler, fu processato e si dichiarò colpevole sin dall’inizio. Ma nella dichiarazione finale disse che la Germania è il primo caso di uno Stato talmente evoluto tecnologicamente da far sì che la complessità tecnica raggiungesse ogni cittadino, trasformandolo in un esecutore degli ordini. La tecnica, dunque, sarebbe la responsabile delle nefandezze tedesche. 

Da cosa ci dobbiamo far perdonare noi?


1. L’uomo nasce in catene e può diventare libero.

2. Ci si libera con educazione e cultura. 

3. La tecnica ha un valore positivo (ed educativo). Un libro è un prodotto tecnologico che può migliorare la propria capacità deliberativa. 

4. La nostra libertà cresce con la nostra educazione.

5. Esattamente il contrario di quello che ha detto Rousseau. 

6. L’umano è unione indissolubile di organismo e meccanismo, o serie di apparati tecnici (dalla clava al libro fino al cellulare). 

7. Le macchine non governeranno mai gli umani. 

8. Enigma della Sfinge: l’uomo è un animale che si modifica in virtù dell’educazione e della tecnica (impara a camminare e usa il bastone per supplire ad una propria insufficienza). Solo l’uomo utilizza il bastone in quel modo preciso, che nasce dalla decisione di camminare eretto. Voltaire nel 1755 ebbe un saggio di Rousseau, e scrisse che calunniava gli uomini e che leggendolo veniva voglia di camminare a quattro zampe. 


Confronto umani/delfini: in acqua non si accende il fuoco, cuocere i cibi, riscaldarsi, raccontarsi storie intorno al fuoco per raccontarsi storie, coprire il fuoco con il tetto et cetera.


Uomini interessanti come portatori di valori, non come produttori di cose.


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Ho sentito il bisogno di intervenire, e qui cercherò di articolare e argomentare meglio le mie obiezioni.

Faccio una premesse: ascoltare pensatori come Ferraris è sempre un arricchimento (proprio il Voltaire che lui ha citato contro Rousseau diceva, a proposito dei libri, che i miglio sono quelli con i quali non sono d’accordo perché affinano il nostro senso critico). E, quindi, grazie (di cuore) anche a chi rende possibili tali incontri, particolarmente preziosi in una città come Benevento che è fuori dai grandi circuiti culturali (per quanto, nell’ultimo anno, si stia assistendo ad un risveglio “dal basso” di energie “nove” che fanno ben sperare). Ciò nonostante appare doveroso contestare Ferraris. Non tanto per la sua tesi di fondo (che è assolutamente legittima per quanto da me non condivisa in nessun modo, e che spero emerga dalla sintesi fattane). E neanche perché ogni lezione di Ferraris sembra una nuova puntata del suo personalissimo confronto con il “venerando” Maestro poi rinnegato, il suo “heideggericidio”, se mi è permesso parafrasare. Molto più semplicemente Ferraris va contestato (e andava contestato…) per la sua ricostruzione falsa del pensiero di Rousseau. Ora, nel momento in cui formulo un’accusa così pesante so benissimo che ciò è accaduto non per ignoranza ma per scelta consapevole. Dunque, a mio avviso, l’obiettivo di Ferraris è quello di denigrare un’intera tradizione che dal Ginevrino si filia. Perché tale ricostruzione è falsa? Perché Rousseau utilizza un dispositivo teorico (il “buon selvaggio”) ben consapevole a) che non si tratti di storia; b) che l’uomo non potrà mai “tornare” a tale stato. Perché lo usa allora? Per criticare un tempo corrotto, viziato e fondato su una spaventosa ineguaglianza. In questo senso le opere che scrisse rispondendo all’Accademia di Digione sembrano essere, complementari, la premesse del lavoro successivo, nel quale emerge il cuore del suo pensiero, potente e liberatorio, come riconobbero i rivoluzionari francesi che, nel 1794, lo festeggiarono come uno dei “santi” laici della Rivoluzione. E questo progetto, qui la mistificazione inaccettabile di Ferraris, è raggiungere un equilibrio virtuoso tra la naturalità dell’uomo e la sua dimensione “culturale”. Dunque, lo “stato di natura” deve essere uno strumento correttivo. Solo un pensatore superficiale, citato da Ferraris, come Voltaire poteva scrivere: «Ho ricevuto il vostro nuovo libro contro la razza umana, e ve ne ringrazio. Non fu mai impiegata tanta intelligenza allo scopo di definirci tutti stupidi. Vien voglia, leggendo il vostro libro, di camminare a quattro zampe». Per questo Rousseau si dedica a rivoluzionare i tre grandi ambiti (“culturali”!) della vita umana. Altro che camminare a quattro zampe! E parlo, ovviamente, della famiglia fondata sul matrimonio (Giulia), dello Stato (Il contratto sociale) e l’educazione (l’Emilio). In tutte è tre i casi non si nega la “cultura” o l’educazione (scherziamo?), ma si afferma in un’epoca dominata dalla finzione e dall’artificio che la “natura” deve rendere la vita dell’uomo… più umana! 

Dunque, con rispetto per il suo importante lavoro di riflessione, ritengo (e spero di parlare a nome di molti colleghi o cultori di filosofia) che semplificazioni di tal fatta possono essere solo funzionali ad un progetto politico che, a mio avviso, rinunzia a priori a qualunque ipotesi di trasformazione del mondo. Mi pare, dunque, francamente infondato e fortemente "ideologico" definire pensatore "reazionario" Rousseau , il cui lascito va costantemente attualizzato, per correggere le storture e le diseguaglianze che l'artificio (stavolta tecnico) e il tecnocapitalismo stanno creando nell'umanità. 


POST SCRIPTUM (02.04.23)


Aggiungo un paio di cose, dette durante l'incontro e che cerco di articolare meglio.

Ferraris stigmatizza e ritiene sbagliate (finanche ridicole) affermazioni del tipo: «bisogna salvare il pianeta». Dal suo punto di vista, bisogna salvare l'habitat adatto alla vita dell'uomo. Quindi, il professore è consapevolmente portatore di un'etica fortemente antropocentrica che, dal mio punto di vista, compie l'errore di pensare l'uomo come un'entità separata dalla natura (malgrado poi Ferraris lo riconduca sempre alla sua origine animale). Da questo punto di vista, la mia contestazione è diversa da quella relativa a Rousseau: è un dissenso filosofico. Come amo ripetere, utilizzando Panikkar, l'uomo è un essere "cosmoteandrico" (aggettivo che immagino faccia venire l'orticaria ai nuovi "realisti"). Credo sia miope pensare alla sola preservazione dell'uomo come se essa fosse possibile senza prendere in custodia l'interezza del creato. 

Capisco anche le critiche a Papa Francesco, nel suo intervento, che, con la Laudato si' ha impresso una clamorosa (e bellissima) svolta al cristianesimo cattolico sul tema del rapporto con la natura (attualizzando quella radice francescana che è alla base del suo magistero).

In tutta la riflessione di Ferraris emerge una visione che definirei "neo-meccanicistica" della Natura, che, sempre a mio avviso, non tiene conto di tante acquisizioni della scienza contemporanea. D'altronde, lo stesso Kant, che egli ha citato come antitesi teorica di Rousseau (pur riconoscendo il debito dell'uno nei confronti dell'altro), non avvertiva, nel cuore di quella prima rivoluzione scientifica che pensava sostanzialmente la natura come una macchina, il bisogno profondo di un altro pensiero, cui dà forma nella terza delle sue Critiche, in cui emerge la capacità dell'uomo di percepire un fine nel mondo naturale? Siamo di fronte a paradigmi non conciliabili, ovviamente. 

Ferraris ha assimilato, nella sua stroncatura, Rousseau e la decrescita. Anche in questo caso, però, volutamente altera il nucleo teorico di pensatori come Latouche, affermando che essi sosterrebbero la necessità di una "regressione" della civiltà. Non so quali libri abbia letto il Professore. Io vi ho trovato (e benedetto) il richiamo ad un "limite" (tale il titolo di un piccolo libriccino che mi pare chiave di volta di tutto l'edificio decrescista) che è imposto dalla tenuta stessa del nostro habitat. L'ideologia della crescita illimitata semplicemente non tiene conto di quei "limiti" che venivano denunziati in un memorabile studio cinquant'anni fa dal Club di Roma. Come ha dovuto riconoscere una critica severa della decrescita, Teresa Simeone, ponendo un quesito a Ferraris, la decrescita ha il merito di aver denunziato storture di un produttivismo sfrenato, che produce rifiuti, dissipa risorse. In realtà, la decrescita non è altro che l'attualizzazione, innestata sulle emergenze ecologiche sorte a partire dal XX secolo, di una saggezza antichissima, non pauperistica ma capace di limitare i bisogni indotti (dalla pubblicità al servizio del produttivismo) in nome di una vita sobria e felice nel senso aristotelico del termine. Anche in questo caso, temo, che con Ferraris siamo su piani incomunicabili. Resto fedele al magistero del suo antico maestro, Martin Heidegger, che, come ho cercato di mostrare nella prima sezione del mio ultimo libro, resta essenziale per articolare un pensiero ecologico all'altezza della sfida, sottovalutata da molti, da troppi.