lunedì 26 dicembre 2022

Guelfo Margherita tra Odisseo ed Enea alla ricerca dell'America

 


1.     Ringraziamenti [ITACA]

 

Grazie a Loredana Vecchi, che mi ha chiesto di esserci nel confronto con un "maestro" come Guelfo Margherita.

Ho bisogno di “situare” il mio intervento. Per me un dialogo, una presentazione sono sempre una messa in discussione. Credo nella “sincronicità” e nella non casualità degli accadimenti.

Da quale “differenza” proviene la mia interlocuzione con Guelfo. Siamo coppie di opposti: 

mare/terra, 

inquietudine/quiete, 

poligamia/monogamia, 

Oriente/Occidente. 

Ad unirci la ricerca di un dire che superi gli steccati disciplinari, che è volontà profonda di abbattere mura, prigionie.

Guelfo è Odisseo, l’inquieto Odisseo di Dante e Tennyson.

E invece io resto sul molo a guardare

lo sfondo del mare più in là

e affido ai gabbiani i paesi lontani

e il profumo di una vita che non sarà.

Ah! La mia vela candida.

In un corpo a corpo fecondo e complesso, ho lottato con un testo, di genere indefinibile, a metà, stante quanto scrive l’autore, tra il flusso di coscienza di joyciana memoria (nell’anno del centenario dell’uscita dell’Ulisse) e il Bildungsroman di pre-formazione più che di formazione, testo che il cui simbolo retorico potrebbe essere la metafora, o anche la metonimia, in cui colpisce innanzitutto la scelta prosimetrica, dove il verso diventa emersione di altre voci possibili in una “polifonia” già di per sé estremamente spinta.

L’opera nasce dall’assunto che non esista esistenza senza una traccia, ed essa è, dunque, la traccia di un’intera esistenza trasfigurata alla luce del mito, in particolare ma non esclusivamente quello di Odisseo (chiamato alla greca, tranne che nel titolo). Anche in questo caso, dunque, tutto l’universo mitologico è chiamato a raccolta con un fare barocco (oltre che intimamente post-moderno) che mi pare altra cifra caratteristica dell’opera. E il barocco, il grande barocco, non quello, ahimè assai mediocre prodotto in Italia, ma quello spagnolo o inglese, con la sua voluttuosa mescolanza di eros e thanatos, mi pare essere modello mai esplicitato ma sempre segretamente operante nel laboratorio dell’autore.

Nelle intenzioni di Guelfo il libro dovrebbe essere il viaggio di ritorno, il nostos, che lui, novello Odisseo, compie (e che talvolta sembra, invece, una fuga). Quello che chiederei all’autore è proprio di articolare meglio le metafore (o i simboli o le allegorie?) utilizzate. Che rapporto c’è tra Itaca, che è dentro il “mare nostrum”, il lago semichiuso del Mediterraneo, e la America, per raggiungere la quale nel pericoloso oceano è necessario varcare le colonne d’Ercole? Infatti, la America domina il titolo del libro ma senza mai divenire oggetto (o soggetto!) di una riflessione, a differenza di Itaca. Per altro, ma di questo dopo, sono convinto che, partito nell’ideazione del libro con un obiettivo, Guelfo, esattamente come Colombo, sia giunto in tutt’altra destinazione…

 



2.     [NAUSICAA]

 

Oltre a darci suggestive autointerpretazioni, per cui il libro spesso diventa un meta-libro, dunque, che vorrebbe contenere in una pulsione “borgesiana”, la totalità delle vite possibili e dei libri possibili, ad esempio «zibaldone di appunti di viaggio» (che è una simpatica duplicazione essendo lo zibaldone già di per sé «scartafaccio in cui si annotano, senza ordine e man mano che capitano, notizie, appunti, riflessioni, estratti di letture, schemi, abbozzi»), Nausicaa esplicita il senso della quête, dovuta all’impossibilità di tornare all’origine (unificante) senza un lungo e doloroso percorso separante. E, dunque, scopriamo che l’uomo, direi provocatoriamente, il maschio (e, mi chiedo, se questo fosse un libro “per soli uomini”?) si trova, dopo aver vissuto beatamente nell’acqua dell’amnios, a navigare il periglioso mare “fuori”. Noto, di sfuggita, che amnios era per il greco il vaso in cui si raccoglie il sangue delle vittime. E il sangue è, insieme all’acqua, il simbolo più ricorrente dell’intero libro (la parola ricorre ben 36 volte). Dunque, l’uomo, il maschio vuole disperatamente, incestuosamente, come ci ricorda il sottotitolo, tornare nel corpo materno, mosso da una passione epistemofilica destinata alla scacco. E tutti i miti marini di cui è intramata la cultura, occidentale e orientale, racconterebbero, alla fine, il medesimo viaggio. Ma Nausicaa è parte importante del libro anche perché ci dice della convinzione dell’autore secondo cui la famiglia è «sentina di tutte le nequizie». La famiglia espropria «l’individuo del suo diritto all’indipendenza». Anche qui noto, di sfuggita, che Guelfo, figlio del suo tempo, alla fine fine, è legato all’idea dell’individuo e dei suoi diritti, è figlio legittimo della modernità cartesiana e lockiana. O almeno questo è il suo punto di partenza, la sua Palos, consapevole. E tutte queste cose vengono dette con continui cortocircuiti di senso, slittamenti, passaggi di piano che non esitano a mettere insieme il sublime e la canzone pop. A proposito, parte integrante di questo “caleidoscopio postmoderno” sono ovviamente le copiose note, l’indice analitico di autori e personaggi citati, la bibliografia, la discografia, la filmografia, le opere d’arte e la sitografia (un po’ scarna a dire il vero per un’opera così “reticolare”). Mancano i fumetti, se non citazioni scolastiche della Valentina di Crepax e di Corto Maltese di Pratt. Peccato!

 

3.     [FEMMINICIDIO]

 

Il mito si confonde inestricabilmente con una storia trasfigurata. A me colpisce di queste pagine l’emergere vorrei dire inconsapevole di una radicale alterità tra il maschio e la femmina, di un ineluttabile e distruttivo polemos. Odisseo vuole disperatamente tornare nel corpo di sua madre e, nel suo viaggio, lotta con tutte le donne che incontra per possedere, attraverso di loro, l’oggetto del suo desiderio. Dunque, il femminicidio non sarebbe altro che lo sbocco patologico di un desiderio fisiologico e universale di ogni maschio di possedere ogni femmina? Guelfo/Odisseo parla di una «tardiva autocritica» di questo punto di vista, ma tutto il suo Zibaldone parla d’altro. E non a caso il viatico al raggiungimento della meta non sarà (come avrebbe potuto?) una donna ma un maschio, un alter ego, essendo la donna un alter alter, irrimediabilmente destinato a rimanere tale.

 

4.     [TROIA]

 

Tutti avrete riconosciuto uno dei momenti più alti della storia delle liberazioni in Italia, con il doveroso omaggio a Franco Basaglia, partigiano liberatore. Nelle poche note biografiche che trovate in rete leggiamo che Guelfo «nel ’72 viene allontanato nell’Università di Napoli, dal reparto e dalla ricerca perché, con altri colleghi, cerca di aprire (in termini reali e mentali) il reparto e la cultura psichiatrica dell’istituto, entrambi allora ostinatamente chiusi sull’organicismo, con l’introduzione delle liberalizzazioni basagliane e della psicoanalisi» e che «la sua equipe conduce dal ’76 la prima esperienza Campana di apertura di reparto psichiatrico in sinergia con le istituzioni locali (sociali, religiose, politiche, della formazione) individuate nel territorio». All’esperienza ha dedicato un suo libro (Manicomio, addio!) di qualche anno fa.

Vorrei cercare di attualizzare, se possibile, la questione, evocando una figura bella e tragica del nostro tempo, quella di Mark Fisher, morto suicida, geniale interprete, anch’egli capace di andare oltre gli steccati disciplinari. Nel suo capolavoro, che già a partire dal titolo meriterebbe di essere studiato nelle scuole, Realismo capitalista, scrive: «Già negli anni Sessanta e Settanta, teorici e politici radicali come Laing, Foucault, Deleuze, Guattari e altri, si concentrarono su condizioni mentali estreme come la schizofrenia, suggerendo che, per esempio, la pazzia fosse una categoria più politica che naturale. Quello di cui però abbiamo bisogno ora è una politicizzazione di disordini assai più comuni; anzi, è proprio il fatto che questi disordini siano diventati comuni che vale da solo la nostra attenzione». E aggiunge: «Ritengo che il crescente problema dello stress (e dell’angoscia) nelle società capitaliste vada reinquadrato; 1anziché scaricare sugli individui la risoluzione dei loro problemi psicologici – vale a dire, anziché accettare la generalizzata privatizzazione dello stress che ha preso piede negli ultimi trent’anni – quello che dovremmo chiederci è: com’è potuto diventare tollerabile che così tante persone, e in particolare così tante persone giovani, siano malate? La “piaga della malattia mentale” che affligge le società capitaliste lascia intendere che, anziché essere l’unico sistema che funziona, il capitalismo sia innatamente disfunzionale; il prezzo che paghiamo per dare l’impressione che il capitalismo fili liscio è davvero molto alto».

Lasciatemi dire, come docente, che mai ho visto, come quest’anno casi di depressione o ansia tra i nostri giovani studenti che non credo siano solo strascichi del Covid. Siamo dentro una “crisi sistemica e paradigmatica” che richiede, probabilmente, essendo estrema e terminale, risposte estreme e risolutive.

È evidente, per altro, che un universo “schizofrenico” e “psicotico”, secondo l’autore, può essere narrato solo da un’opera che si fa essa stessa “schizofasica”.

 

5.     [CIRCE]

 

Inutile dire che per gran parte del libro l’eros la fa da padrone. Sembrano risuonare le parole virgiliane, spesso pronunziate senza la consapevolezza di quanto tragica fosse tale divinità per l’autore delle Bucoliche e delle Georgiche, oltre che dell’Eneide. «Amor vincit omnia et nos cedamus amori». E in particolare in alcune pagine, come La ballata delle puerpere antropofaghe e quelle appena lette, che reinterpretano il mito, emerge il nesso indissolubile da eros e violenza, che assume simbolicamente spesso la forma dell’antropofagia. La sessualità evocata è sempre espansa, femminile, se mi passate il termine rudimentale, quasi come se lo scrivente volesse trascendere la sua dimensione ineluttabilmente e monocordemente fallica, trasformando il corpo intero, a partire dal cervello, in un’unica zona erogena espansa. Per questo, aggiungo, l’altra figura retorica che potrebbe simboleggiare il libro è la sinestesia. Memore del progetto sognato da Arthur Rimbaud, Guelfo in una deragliamento di tutti i sensi vuole giungere all’Ignoto.

Circe rappresenta l’archetipo del femminile che reclama ciò che le è stato separato da lei col taglio del cordone ombelicale. La donna, nella sua dimensione più pura, è incarnazione di una potenza ctonia che, se lasciata libera, minaccerebbe la stessa coesistenza umana. Circe è la promessa di un ritorno alle origine, in cui l’uomo possa riscoprire la sua natura animale o, ancora più indietro, il ritorno all’Uno primordiale, che mi pare una delle pulsioni segrete del libro, uno dei non detti esoterici che lo animano. Libro gnostico, dunque, in cui un neoplatonismo intriso di “nolana filosofia”, che si manifesta in un mondo “panpsichico”, torna a quella segreta scaturigine di ogni “odio per il mondo”, per il molteplice: «il dolore di non essere più nell’unità». Gnosticismo che mi pare molto più diffuso di quanto si pensi se, per esempio, l’opera stessa di un maestro profondamente diverso da Guelfo, può essere anch’essa inscritta in tale tradizione. E parlo di Franco Battiato. Per fortuna, questa ricerca inesausta dell’Uno finirà in maniera diversa…

 

6.     [Perseo e Medusa]

 

I corpi si avvinghiano in un abbraccio mortale e generatore. Il bambino, quando arriva alla consapevolezza, si chiede se è possibile che sia stato concepito in tale violenza. «Violenza e sesso, aggrovigliati in un inscindibile abbraccio, vorticano per sempre creando la turbina che produce le uniche altissime energie veramente necessarie al funzionamento della mente del mondo».

Ma davvero l’amore è solo questo, chiedo a Guelfo, davvero è, schopenahuerianamente, solo l’ammanto per consentire la continuazione sociale della specie?

  

7.     [L’urna degli avi]

 

Nell’ultima parte questo libro imprevedibile, a mio avviso, partito per raggiungere l’India, tocca un continente sconosciuto e nuovo, di cui a mio avviso l’autore non era a conoscenza, scoperto per una tragica fatalità, legata alla terribile pandemia che abbiamo tutti vissuto ma che ad alcuni ha strappato, in maniera inattesa, affetti cari. E, a mio avviso, qui avviene una clamorosa metamorfosi in cui Odisseo diviene Enea. È Enea, infatti, che scende nell’Ade, e si fa carico, per citare un grande poeta, Giorgio Caproni, del passato e del futuro:

 

Nel pulsare del sangue del tuo Enea

solo nella catastrofe, cui sgalla

il piede ossuto la rossa fumea

bassa che arrazza il lido – Enea che in spalla

un passato che crolla tenta invano

di porre in salvo, e al rullo d’un tamburo

ch’è uno schianto di mura, per la mano

ha ancora così gracile un futuro

da non reggersi ritto.

 

L’entronauta, l’Elfo Gu nella Margherita, tutto ricurvo sul suo ego, talvolta ipertrofico, fallito il sogno fusionale, scoperta l’inaccessibilità del corpo femminile, avvia un toccante confronto con gli Avi. La fusione tanto invocata, dunque, avviene con il suo albero genealogico, che trascende il sangue, la genetica. E queste bellissime, toccanti pagine si chiudono degnamente con un Requiem per il fratello Lucio, anche lui «guerriero che cerca la giustizia». È come se la discesa all’Ade, negli inferi della propria zona più oscura, preluda alla riscoperta della luce.

 

9.       [Acknowledgment]



(Intervento tenuto in occasione della presentazione del libro di Guelfo Margherita, Toccare la "America" - Mulino Pacifico, 17 dicembre 2022, ore 15.30)






sabato 3 dicembre 2022

Pensiero in sorgente VI (Leandro Pisano)

 


Al fondo del pensiero “in sorgente” di Nicola Sguera, si può intravedere il tentativo costante di lavorare a un’opera di connessione tra due elementi in tensione coesistente tra loro: la poesia e la filosofia. Nicola Sguera insegna dal 2001 storia e filosofia nei licei, ma è profondamente legato all’universo della letteratura e della poesia contemporanea, fin dai tempi in cui si laurea in lettere moderne all’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi su Franco Fortini.

Il testo che presentiamo in questa sede, oggi, raccoglie in maniera libera pensieri, analisi, confessioni, riflessioni più o meno brevi. Si tratta di un lavoro autobiografico, introspettivo: ogni passo di questo libro racconta del suo autore, della sua personalità, del suo multiforme ingegno di uomo di cultura e di lettere, del pluriverso di interessi che ha maturato nel corso della sua esistenza. Ci narra dell’irresistibile spinta che guida l’autore a immergersi nella profondità delle questioni che affronta, per portarne alla luce gli elementi vivi, pulsanti con un’urgenza che dal piano personale si riverbera su quello comunitario e collettivo, generando una risonanza di pensiero che si moltiplica tra la dimensione individuale e quella condivisa.

Teresa Simeone ha scritto di questo testo leggendo tra le sue righe un costante, spietato attacco alla filosofia, in cui l’autore non perderebbe l’occasione, “da Talete a Platone, da Cartesio a Bacone, arrivando all’illuminismo e all’idealismo, di considerarli i responsabili del male nel mondo, di aver creato la metafisica, aver gettato le basi di un prometeismo tracotante e pericoloso e di aver consentito un progresso che confligge con la sua visione naturocentrica.”[1]

Eppure, l’analisi di Nicola a mio modo di vedere precede non per antinomie, ma seguendo un pensiero in cui convivono, in maniera talvolta irrimediabilmente conflittuale, in una tensione costante che è produttiva, elementi differenti: l’umano e il non umano, la natura e la cultura[2], la poesia e la filosofia. Elementi che sono sempre già implicati l’uno nell’altro, inseparabilmente coesistenti. Quando questa ‘coesistenza’ si configura in maniera conflittuale, sembrano emergere tra le pieghe della scrittura delle zone ‘grigie’, ‘oscure’, per parafrasare il concetto ecosistemico di “dark ecology” introdotto da Timothy Morton[3], generate da una serie di attriti epistemologici e ontologici tra opposti, che finiscono per mettere produttivamente in discussione ciascuno di essi. Questo processo trova passaggi illuminanti in queste pagine, come quando Nicola scrive:

 

Oggi ci troviamo nel momento del massimo pericolo, quando si decide della perdizione dell’umanità o della sua possibile salvezza. Le menti più illuminate del XX secolo hanno percepito questa sfida epocale e ci hanno dato gli strumenti per vincerla, rimettendo in discussione i miti fondanti della modernità (il progresso illimitato, il dominio tecnico della realtà). [...] La Natura non può essere, come troppo spesso accade, il sogno di una Wilderness (terra selvaggia) incontaminata, che rischia di diventare un’insana utopia.[4]

 

È un processo, questo, alimentato da un filosofare che procede per giustapposizione di immagini - la “luce” dei volti cari, le foto dei defunti e l’estetica cimiteriale, le visioni cinematografiche come quella di Blade Runner, a proposito della profonda critica alla tecnoscienza - per interrogarsi su questioni esistenziali irrisolte, per aprire squarci profondi nella coscienza di una ricerca che si fa cognizione del dolore, specie nelle pagine dedicate al rapporto con il padre, alla relazione irrisolta con gli aneliti religiosi, all’amara constatazione che lo studio di Platone, Cartesio, Bacone, Hegel innesca un meccanismo razionalistico che, più che restituire il senso di una visione disincantata e serena della realtà, serve a decostruire le proprie certezze alimentando quella condizione di strenua inertia, come scriveva Orazio, e cioè un’inquietudine esistenziale, la propria.

Questa irrequietezza si costruisce sul crinale di un utopico eppure invocato riequilibrio nei rapporti tra uomo e natura, tra spiritualismo e scienza, tra filosofia e politica. In questi frangenti, la scrittura di Nicola Sguera si propone come un dispositivo che catalizza punti di ascolto profondo, sui quali costruire e immaginare ulteriori approdi linguistici, di pensiero, di senso. È un riequilibrio che passa anche attraverso la messa in discussione del primato della visione sull’udito, in un rapporto sensoriale con il mondo che possa preludere a un nuovo rapporto anche con il sapere, seguendo il fil rouge della critica alla metafisica post-socratica di matrice visualistica intessuto dall’analisi heideggeriana.

 

Si deve dunque tornare al silenzio e, dunque, all’ascolto. L’aspetto più importante è che il primato della visione porta necessariamente alla deriva antropocentrica che poi è ciò che Heidegger chiama “oblio dell’essere” [...] Avviarsi sulla strada della guarigione significa, allora, anche mettere in crisi, nella pratica quotidiana, il primato della visione [...] e ripristinare il primato ebraico dell’ascolto.[5]

 

Perché la poesia possa farsi atto di affermazione o di ribellione, è inevitabile che si innervi della componente filosofica, diventando essa stessa un pensiero poetante, una poesia pensante, in cui la dialettica, il rigore logico, il procedimento teoretico e speculativo si dispongono in tensione elastica e coesistente con la suggestione, l’evocazione, la scomposizione delle parole e il loro aprirsi a una pura dimensione lirica in senso pienamente heideggeriano. Quella di Heidegger è una presenza immanente, nelle pagine di questo libro: l’incontro e il confronto con il filosofo tedesco e con la sua “kehre”, la sua svolta, è per l’autore un nodo ineludibile, a partire dalla questione dell’essere nel suo rapporto con il linguaggio.

Se Heidegger ha scritto che "la poesia è negata come sterile nostalgia, svolazzante nell'irreale, e rifiutata come fuga in un sogno sentimentale [...] la poesia non può che apparire come letteratura"[6], la mia sensazione è che Nicola abbia tenuto bene in mente, scrivendo questo libro, la messa in evidenza di una dimensione post-metafisica del linguaggio, in cui esso, da elemento dichiarativo o assertivo, diventa innesco rivelativo. La poesia è poiesis, nel senso erodoteo del termine, e cioè un atto fondato sul creare, produrre poesia portando alla luce ciò che è nascosto. Per giungere, parafrasando ancora le parole del filosofo tedesco in “Che cos’è la metafisica”, ad affermare che mentre il pensatore dice di esserlo il poeta invece dice il “sacro”[7].

 

Abbandonare l’umanismo, l’antropocentrismo, restituisce all’uomo un compito grande. Perché, e anche in questo sono debitore ad Heidegger, resto convinto della differenza “ontologica” dell’uomo, per me testimoniata non dalla ragione o dal linguaggio bensì dalla capacità, credo di poter dire senza tema di smentita unica, di trascendere le leggi del mondo, la “pesantezza” la chiamava Simone Weil, in virtù della “grazia”. È per questo che noi siamo “custodi”, “pastori”.[8]

 

Nel suo rimestare continuo e irrequieto, nel suo flusso di coscienza legato alle fasi dell’esistenza vissute nel posizionarsi come padre, docente, figlio, semplice osservatore o viandante, Nicola trova la ragion d’essere delle sue riflessioni in una serie di temi che tornano costantemente e che tendono a mettere in discussione l’assolutismo antropocentrico di una visione appiattita sulla tecnocrazia e sulle leopardiane ‘magnifiche sorti e progressive’. Così vengono in evidenza l’uno dopo l’altro, o sovrapponendosi, riflessioni sull’anti-umanesimo, l’anti-progressismo, la democrazia diretta, la scuola, la tecnocrazia, il veganesimo, ora attraverso lo scandaglio critico-filosofico ora risalendo la corrente della memoria, talora rileggendo i racconti letterari dell’antichità in chiave mitopoietica, come nel racconto di sapore esiodeo su Epimeteo e Prometeo.

In questo fluttuare tra oggetti, storie, ricordi, paesaggi, la scrittura di Nicola Sguera sembra affidare a noi lettori, in ultima istanza, l’urgenza di una questione ineludibile, definitiva: un’interrogazione meravigliata sul permanere della poesia nel nostro mondo, nonostante tutto. E tutto questo può avvenire, ci pare di avvertire nelle parole dell’autore, ricollegandoci al presente attraverso un viaggio a ritroso verso il passato non perché gli antichi semplicemente sono un valore o perché ci offrono un insegnamento, ma perché è nella tradizione che gli antichi hanno costituito nei secoli che risiedono le ragioni e le forze che, come ha scritto Gian Mario Villalta in un recente illuminante saggio[9] “hanno opposto il perdurare all’effimero, ciò che rinnova la creazione a ciò che la oblitera in una vuota rincorsa verso l’etichettatura dell’istante. Il nostro tempo ha insidiato e pervertito il senso dell’effimero e di ciò che dura”[10].

Proprio per questo occorre cercare “quel sostare inquieto che interroga il sentire e ridà voce al corpo, al percepire la nostra più vera collocazione sul lembo di terra che calchiamo, al pensare dentro le corrispondenze che ci legano a tutte le forme dell’esistere”[11].


Introduzione a “Pensiero in sorgente”, in occasione della presentazione del testo tenutasi a San Martino Valle Caudina (AV) il 02/11/2022.

Una sintesi dell'incontro.

 


 

 

 

 

 

 

 



[2] Bruno Latour, "Non siamo mai stati moderni. Saggio d'antropologia simmetrica", ed. Elèuthera, 2009.

[3] Nicola Sguera, “Il Pensiero Insorgente”, p. 72.

[4] Nicola Sguera, op. cit., pagg. 135-136.

[6] Martin Heidegger, “Che cos’è la metafisica? e altri scritti”, ed. goWare, 2018. A cura di F. Sollazzo.

[7] Nicola Sguera, op. cit, pag. 30.

[9] Ivi.

[10] Gian Mario Villalta, "La poesia, ancora?", ed. Mimesis, 2021.

[11] Timothy Morton, “Dark Ecology”, Columbia University Press, 2016.