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domenica 23 aprile 2017

libri


«Il libro da leggere appartiene a quei miracoli di una tecnologia eterna di cui fan parte la ruota, il coltello, il cucchiaio, il martello, la pentola, la bicicletta. Il coltello viene inventato prestissimo, la bicicletta assai tardi. Ma per tanto che i designer si diano da fare, modificando qualche particolare, l'essenza del coltello rimane sempre quella. Ci sono macchine che sostituiscono il martello, ma per certe cose sarà sempre necessario qualcosa che assomigli al primo martello mai apparso sulla crosta della terra. Potete inventare un sistema di cambi sofisticatissimo, ma la bicicletta rimane quella che è, due ruote, una sella, e i pedali. Altrimenti si chiama motorino ed è un'altra faccenda.
L'umanità è andata avanti per secoli leggendo e scrivendo prima su pietre, poi su tavolette, poi su rotoli, ma era una fatica improba. Quando ha scoperto che si potevano rilegare tra loro dei fogli, anche se ancora manoscritti, ha dato un sospiro di sollievo. E non potrà mai più rinunciare a questo strumento meraviglioso. La forma-libro è determinata dalla nostra anatomia».
Questo scriveva Umberto Eco in una delle sue celebri “Bustine di Minerva” proprio all’inizio del millennio. Aveva torto. Oggi tutti noi sperimentiamo che il “libro” non coincide più necessariamente con un manufatto cartaceo. A me capita spesso di non ricordare se ho letto un “libro” sull’e-reader, sul pc da tavolo, sul tablet o sulla carta. Come Bobbio, che non immaginava la possibilità tecnica di poter esprimere un parere “politico” con un click (cosa che, dal suo punto di vista, avrebbe reso evidentemente praticabile l’utopia della democrazia diretta), così Eco non immaginava le possibilità evolutive della forma “libro”, capace di transitare, partendo dalla pietra, passando per altri supporti come papiro, pergamena e carta, nella dimensione immateriale.
Anche per questo, due anni fa ho scelto di rinunziare al libro di testo nelle mie discipline, accettando la sfida di una scuola quasi integralmente digitale. Per me, cresciuto nell’amore fisico, tattile e olfattivo per il “libro” di carta è stato un passaggio arduo ma pur necessario.
Rimane aperta la sfida irrisolta della mia vita: mettere ordine nelle mie terre libresche... Scisso tra una casa cittadina dove c’è spazio solo per pochi testi essenziali (e non ancora digitalizzati) e una capiente in campagna, penso spesso con sofferenza ai cinquemila volumi che dimorano a San Cumano, in precario ordine. Prima o poi riuscirò a sanare questa lacerazione e a mettere ordine nelle mie terre!
Seconda sfida (persa in partenza): archiviare in maniera ordinata e utilizzabile le migliaia di “libri” digitali accumulatisi negli anni.
Nella Giornata mondiale del libro raddoppierò il lavoro, sapendolo vana fatica. Ma ben venga. Non è accumulazione seriale e compulsiva. I libri ci aspettano. Aspettano l’attimo propizio in cui il nostro incontro diventa necessario. È importante, dunque, che essi siano pronti per quest’attimo assoluto e trasformativo.

domenica 16 aprile 2017

Pasqua 2017


Saremo coscienti della nostra santità
Che matura mentre sviluppiamo
Le nostre verghe e i centri essenziali,
I nostri rami e le foglie benedette
Sul margine oltre la vostra portata;
Commenteremo la grossezza
Delle nostre radici,
Radici stupende
Perché nascoste sotto la corteccia
Del nostro charme.
Dateci il gusto del rimpianto.
Le nostre lacrime suonano più assennate
Che la nostra allegria all’aria
O al giallo fanello che non la merita.
Saremo coscienti della nostra
Divinità, quando è l’ora:
Senza vergogna ma senza esultare,
Rendendo saldi i nostri affetti;
Vi legheremo
A un solo senso di finalità
Come una caverna con un unico filo.
Sotto quest’ombra
Accorre il martinpescatore
E l’uccello d’acqua dolce
Dal becco roseo,
Ma noi non gli badiamo,
Aspettando, aspettando,
Aspettando l’uccello che dirà
«Sono venuto a sollevarvi,
A segare le vostre radici
Per farvi liberare».
Allora ci alzeremo
Su larghe ali
Ed entreremo nell’aria
Scavando verso l’alto nell’azzurro del cielo.
Quest’ombra
Ha la libellula e il pescespada
Fendendo ciascuno i propri carici,
E la lontra
Che striscia felina sott’acqua
Dando la mano alla sirena.
Saremo coscienti
Della nuova regione che si schiude
Nella nuvola cieca sopra le nostre teste:
Saremo coscienti d’una gran divinità
E di una totale sanità.

[Dylan Thomas, Saremo coscienti della nostra santità (1930), trad. it. di Ariodante Marianni, in Poesie e racconti, nuova edizione italiana a cura di Ariodante Marianni, Torino, Einaudi, 1996]

We will be conscious of our sanctity
We will be conscious of our sanctity
That ripens as we develop
Our rods and substantial centres,
Our branches and holy leaves
On the edge beyond your reach;
We will remark upon the size
Of our roots,
Beautiful roots
Because they are under the surface
Or our charm.
Give us the pleasure of regret;
Our tears sound wiser
Than our laughter at the air
Or the yellow linnet who does not merit it.
We will be conscious of our divinity
When the time comes
Unashamed but not with delight,
Making our affections fast;
We will tie you down
To one sense of finality
Like a cave with one thread.
Under this shade
The kingfisher comes
And the fresh-water bird
With his pink beak,
But we do not concern ourselves,
Waiting, waiting,
Waiting for the bird who shall say,
‘I have come to elevate you,
To saw through your roots
And let you float.’
Then we will rise
Upon broad wings
And go into the air,
Burrow our way upwards into the blue sky;
This shade
Has the dragonfly and the swordfish
Cleaving their own sedges,
The otter
Hand in hand with the mermaid
Creeping catlike under the water.
We will be conscious
Of a new country
Opening in the blind cloud over our heads;
We will be conscious of a great divinity

And a wide sanity.

giovedì 13 aprile 2017

il lavoro po/etico di Franco Arminio


Ieri il mio amico Franco Arminio è tornato a Benevento per parlare del suo ultimo libro, primo vero libro di poesie (Cedi la strada agli alberi, Chiarelettere, 2017).
È stata una serata “corale”, guidata da un bravo direttore d’orchestra che ha fatto emergere le vite di molti dei presenti o i loro doni spesso nascosti. Io ho parlato del lavoro meritorio di Franco nel creare «microcomunità di senso». La poesia deve essere, nella transizione faticosa che l’intera umanità sta vivendo, anche, soprattutto questo. Deve avere un afflato “religioso”.
Per l’occasione pubblico sul blog le note che scrissi per un incontro a Vitulano di qualche anno fa.



Premessa

Non cercherò di spiegare cosa sia la “paesologia”. Lo farà Arminio, inventore di questa nuova disciplina che è un modo di stare al mondo, fortemente radicato nelle terre appenniniche. Cercherò, invece, di collocare il lavoro di Franco all’interno di un processo più ampio, talvolta “traducendo” le sue intuizioni poetiche in altri linguaggi, non essendo io un “paesologo” ma tutt’al più un “georgologo” e soprattutto un insegnante di storia e filosofia. Pur tenendo conto dell’insieme delle sua opera, mi baserò soprattutto su Terracarne e su Stato in luogo, raccolta di poesia “paesologiche”, per un mio personale bisogno di far sempre riferimento ad opere circoscritte.

1.        Intimamente poeta

E mi pare opportuno partire da qui: dalla poesia. Franco Arminio nasce poeta e tale rimane. E non perché scriva poesie, tante, anche se poche poi vengono pubblicate, ma perché il suo rapporto con la lingua è di tipo poetico. E questo perché il suo rapporto col mondo è di tipo poetico. Non mi addentro in una discussione complessa sulla differenza fra prosa e poesia. In ogni caso, dopo Rimbaud e dopo il Novecento e poeti come René Char è impossibile pensare alla poesia come tecnica, fatta necessariamente di rime, versi, strofe ecc. La poesia è uno sguardo peculiare sul mondo che si traduce in una scrittura in cui le cose, più che essere raccontate vengono fatte accadere o riaccadere. Arminio scrive della paesologia come una disciplina tra etnologia, sociologia e poesia. Di qui l’indefinibilità dei suoi libri, che, dunque, si collocano accanto a quanto di meglio la “narrativa” contemporanea a prodotto, opere ibride, a cavallo di più generi, con un forte intento parenetico. Per fare due esempi lontani tra loro e da Arminio ma emblematici di questa ibridazione di generi: Saviano e Coetzee. Dicevo “parenetico” per alludere ad un’urgenza che traspira dalle pagine di Arminio: quella di indurre una trasformazione nella percezione del mondo nei suoi lettori. Tornerò su questo, che dal mio punto di vista è il cuore del problema odierno.

2.       Piccola genealogia

Allarghiamo lo sguardo. Dove si può collocare quest’opera in un’ideale storia poetica? Io direi che padre nobile di questa tradizione è Pier Paolo Pasolini, che per primo in Italia denunziò il fallimento della modernizzazione consumistica già negli anni Sessanta, che distruggeva la cultura contadina sostituendola con una sottocultura egemonizzata dai rituali delle merci e di quello che Arminio in maniera pregnante definisce “autismo corale”, i cui santuari sono gli iper-mercati. È stato distrutto in questo modo ciò che Arminio definisce “mastice comunitario”.
Più nell’immediato io collocherei l’opera di Arminio in una generale presa di coscienza degli intellettuali meridionale che ha nell’uscita de Il pensiero meridiano di Franco Cassano, alla metà degli anni Novanta, la prima emersione importante, per poi trovare altri due momenti preziosi nella rilettura della storia meridionale (come non pensare a Pino Aprile?) e alla creazione del Centro per la documentazione del poesia del Sud ad opera di persone che Franco ben conosce, Paolo Saggese e Peppino Iuliano, che stanno facendo una doverosa battaglia per la valorizzazione della poesia meridionale. Attenzione: rivendicare il Sud, il Mezzogiorno, la dimensione meridiana significa tutt’altro che chiudersi in un ghetto, fare razzismo al contrario. Significa scoprire, dopo decenni di colonizzazione anche culturale, la propria differenza. Iniziare a pensarsi con la propria testa o, meglio, con la propria carne… Come scrive Arminio: «Non dobbiamo riempirci la testa dei pensieri degli altri, dobbiamo raccontare i nostri» (Terracarne, p. 33).
Allargando lo sguardo all’intero ventesimo secolo, collocherei l’opera di Arminio in quella che felicemente Bruno Arpaia ha definito “sinistra reazionaria”, ricostruendone la genealogia in un libretto tanto denso quanto poco assimilato. Ecco, collocherei Franco accanto alla Weil e a Camus, a Bataille e Latouche (su cui torneremo). Tutti intellettuali e scrittori attenti ai grandi valori della cosiddetta “sinistra”, ma consapevoli della illusorietà del progresso, e persuasi che il vero lavoro da fare nel futuro fosse quello di togliere, non di aggiungere, di semplificare, di rallentare, di fare silenzio.

3.       La “paesologia” come fenomenologia

La paesologia, come dicevo, è una fenomenologia: bisogno, attraverso uno costante esercizio dello sguardo, fare in modo che le cose si rivelino «per quello che sono», liberate da impalcature dettate non solo dallo scontento quanto soprattutto da quel mondo di ombre costruito artificialmente dall’immaginario televisivo. Contro il “vedere” da lontano (la “televisione”) bisogna esercitare il “vedere” da vicino, contro l’eterno presente e l’eterno ritorno dei fantasmi catodici bisogna rivendicare la creaturale caduta nel tempo, la mortalità delle cose che abitiamo nel nostro quotidiano.

4.       Il viaggiatore ipocondriaco

Arminio si definisce in una bella poesia «viaggiatore ipocondriaco che porta in giro la sua morte». In questi versi sono racchiuse parole chiave del suo mondo poetico. Il viaggio, prima di tutto, mai alla ricerca dell’esotico, dello straordinario, mai per vie note, dunque un viaggio strutturalmente opposto a quelli cui siamo abituati, fatti di pacchetti preconfezionati, di luoghi ed eventi “da vedere” e fotografare. L’ipocondria è in qualche modo la felix culpa di Arminio, una paura capace di generare il bisogno di “evadere” dal proprio corpo, dall’osso della testa e annullarsi nel mondo, nel puro esistere delle cose. Sarebbe possibile la paesologia senza questa patologia? Ci tornerò dopo… In un’altra poesia scrive Arminio: «Dunque mi sono dedicato alla morte e alla poesia». La paura della morte, connessa all’ipocondria è l’altro motore potente generatore di movimenti, sguardi, parole. D’altronde, in funzione di esorcismo è stato scritta un’operetta dolorante e commovente come Cartoline dai morti… Una Spoon River prosaica e dolente. Seguire la vita morta dei paesi, farsene cronista, significa fare i conti quotidianamente con la propria morte, come se davvero la terra divenisse carne. Qui si annida secondo me la possibilità, per così dire, evolutiva della scrittura di Arminio, constatando lui stesso che una certa modalità di paesologia pare giunta al termine, auspicandone lui stesso un’altra, di cui dirò dopo.

5.       Decolonizzazione dell’immaginario

Spesso Arminio allude alla decrescita conviviale. Sul “manifesto” ha scritto articoli mirabili sulla questione. Che condenso con questi versi mirabili:

fatti fummo
per il sacro e la poesia
non per l'ateismo
dell’economia.

Di solito di fronte ad affermazioni del genere si rivendica la concretezza del reale, le dure esigenze della sopravvivenza, come se gli oracoli che quotidianamente provengono dalle Borse non fossero una forma degenere di culto idolatrico. Guardate, queste cose non le dicono solo i poeti ma anche persone con i piedi ben piantati a terra… Sono fresco di lettura di un agghiacciante libro di Jared Diamond, premio Pulitzer, spirito pragmatico. Ebbene, in Collasso Diamond dice ce che se non modifichiamo il nostro stile di vita planetario faremo la fine dell’Isola di Pasqua o dei vichinghi della Groenlandia… Abbiamo tutti sotto gli occhi, molti patiscono nella carne il fallimento del modello capitalistico. Talmente grande, scrive Franco, che pare difficile immagine un altro modello di civiltà. Ebbene io credo che proprio questo sia il compito degli scrittori, soprattutto di quelli consapevoli come Arminio. Latouche, il più celebre teorico della decrescita, infatti, ritiene che la decolonizzazione dell’immaginario è decisiva nella direzione di una riduzione dei bisogni. Il capitalismo, infatti, ci ha reso degli indigenti cronici, come scriveva già Ivan Illich negli anni Sessanta, e dunque degli insoddisfatti e dei rancorosi. La lettura dei libri di Arminio è un esercizio di depurazione, di ecologia dell’immaginario, che guarisce dal mito del progresso, della crescita indefinita, dalla bulimia edilizia, dal tempo come tutto pieno…

6.       Una nuova religione?

Alla fine di Terracarne, Arminio immagina la nascita di una sorta di nuova religione, laica: la paesologia, dopo aver indagato il mondo, dovrebbe dargli sollievo… È evidente che Franco usa la parola “religione” nella sua etimologia, il latino “religare”. Si tratta, dopo l’atomizzazione sociale indotta dal capitalismo borghese, di ricreare un legame comunitario, depurato dagli aspetti più intollerabili delle “società chiuse”. Ma a me pare che, a parte questo significato più esplicito, ci sia davvero un respiro “sacro” che aleggia in certe pagine. Nel punto più alto del libro Arminio fa parlare il suo paese d’origine, Bisaccia, il suo Genius Loci, più antico di ogni nome, che rivendica la sua “lunga durata” millenaria. Mi pare che in quelle pagine Franco raggiunga una dimensione potentemente religiosa e sacrale, riuscendo a stabilire un legame con il mondo ctonio, quello dei morti, in un’accezione che non ha più nulla di ipocondriaco, ma intimamente “pietoso”, ricolmo di quella “pietas” che è rispetto dei morti, senso della continuità della loro vita nelle nostre. Il pius Arminius scrive in una poesia bellissima:

In cima al paese
Il silenzio è così forte
Che si sente la calma
Della nuvola
Che ha partorito la neve
Dentro le cantine.
Paese chiuso, verniciato dai fossili
Delle capre e dei muli.
Seduto sull’osso
Dove non cresce neppure la rovina.
Sono venuto qui a pregare
Oggi che il vento è così forte
E sparpaglia pure le ossa dei morti
Nelle bare.

È l’acquisizione di un respiro “cosmico”, millenario… Questa mi sembra la strada da percorrere per il futuro, per fare il modo che la paesologia da “resistenza”, come detto in un’altra magnifica poesia, si faccia ricostruzione, «comune pane spezzato dell’utopia».

7.       Filo-sofia

Per caso mentre leggevo o rileggevo Arminio, stavo completando uno straordinario libro di Hadot intitolato Che cos’è la filosofia antica?. Ebbene, mi ha impressionato ritrovare analogie tra le pratiche e gli esercizi tipici delle scuole filosofiche antiche e quanto emerge dai libri di Franco: la meditazione sulla morte, la ricerca di uno sguardo cosmico, la liberazione dal proprio io… Questo mi sembra punto decisivo, rispetto a cui l’esser poeta di Franco non è indifferente. Io credo infatti che la grande poesia, soprattutto del XX secolo, riprenda il progetto delle scuole sapienziali di liberarsi da un io egocentrato che ci impedisce di entrare in relazione con le cose. E, dunque, per andare alle cose è necessario liberarsi da quest’io:

delirate con calma, uscite
dal vostro corpo e più ancora
dalla vostra anima.
Siate felice per ogni attimo che la vita vi affida
Per ogni attimo in cui non ci sarete.

Davvero, nel tempo in cui i bisogni indotti, il nostro essere dei perenni affamati, ci incatena al nostro corpo e al nostro piccolo Io, questo è un programma rivoluzionario, che si integra alla decrescita conviviale e alla creazione di un nuovo legame sociale. L’io egocentrato è infatti il presupposto di quell’autismo corale denunziato da Arminio. Se l’io si libera dalla prigionia, dalla caverna in cui è rintanato, può riscoprire il mondo, nella sua terragna carnalità, e l’altro, il volto dell’altro.

8.       Conclusione

Chiudo. Franco Arminio ha “inventato” una modalità assolutamente inedita per raggiungere, questa la mia tesi, scopi antichissimi: la paesologia è un “farmaco” (medicina e veleno, come dicevano gli antichi) personale, è la proposta di una stile di vita, è un programma che può avere precise traduzioni politiche, può diventare una nuova “religione”. È evidente che non tutti possono percorrere questa viva. La condicio sine qua non per diventare “paesologi” è l’aver avuto il dono e la maledizione di nascere “paesani”. È, ad esempio, il dono chi è nato a Vitulano. A me, ad esempio, questa via è preclusa. Come accennavo all’inizio il mio dono è di aver sempre vissuto, dualmente, tra città, Benevento, e una meravigliosa campagna estiva… Cosa voglio dire? Che ciascuno di noi è tenuto a fare ciò che Arminio fa in maniera originale e peculiare. Si può seguire la sua strada, certo, ma anche altre strade, antichissime o tutte ancora da inventare. A me pare che l’importante sia conservare quegli elementi strutturali che ho cercato di far emergere dalla mia breve analisi. È importante cioè che ciascuna via contenga una poetica, cioè uno sguardo radicalmente nuovo sulla realtà (uno sguardo capace di essere cosmico ma anche capace, sciamanicamente, di identificarsi con il mondo animale), un’etica intimamente politica, cioè uno stile di vita (fondato sulla relazione comunitaria, sul dono, sulla cura) e sull’assunzione delle proprie responsabilità all’interno della comunità provvisoria di cui si è parte, una “religione”, una spiritualità che ci metta in contatto con una “trascendenza” (è indifferente che sia un Dio personale, un Logos cosmico, il mondo dei morti), annullando le pretese esorbitanti del nostro io egoico. L’elemento comune è quello della “cura”: l’uomo è pastore, non padrone… Noterete l’assenza dell’economia. Essa deve tornare ad essere una componente del sociale, altrimenti non solo collasserà la terra madre ma anche la nostra psiche malata. E, dunque, a tutti noi il compito di tracciare nuovi sentieri, a voi quello di salvare il vostro paese, Vitulano, l’Italia, nella consapevolezza che non siamo soli, che

La rivoluzione si fa con uomini e donne
E con gli umani si fa la gioia e pure la poesia.


martedì 7 marzo 2017

La rivoluzione gentile 12 (Risposta a Giovanni Tartaglia Polcini)



Il 3 marzo ho postato una breve riflessione su Facebook relativa all’affaire Consip, al coinvolgimento del “giglio magico” renziano, alle dichiarazioni dell’ex Presidente del Consiglio sul padre.

Giovanni Tartaglia Polcini, ex sostituto procuratore della Repubblica di Benevento, chiamato nel 2014 come consulente giuridico del Ministro degli affari Esteri, amico di vecchissima data con il quale abbiamo condiviso successi e debacle della Pallavolo “Grippo” a cavallo fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta (con l'indimenticabile Mario Castracane), ha scritto un articolato commento (che mi sono permesso di numerare per tematiche affrontate per rendere più semplice la lettura delle mie risposte).

«[0] Fermo restando il dato che la politica partitica non mi interessa, essendo votato all’indirizzo politico costituzionale (e non della maggioranza o minoranza), mi permetto di soggiungere che le parole di Renzi meritano profondo rispetto.
[1] Al contempo ti evidenzio l’assoluta carenza di simili prese di posizione nell’affaire Roma, per il quale, anziché sfuggire da processi, si è modificato un regolamento, per giunta, ad personam e senza efficacia retroattiva.
[2] Quanto alle tue certezze sull’esito della crisi in atto, permettimi il beneficio del dubbio. Non so come finirà. Ma sono certo non finisca adesso.
[4] Infine consentimi una chiosa da uomo libero quale sono: sei davvero convinto che la democrazia si possa fondare su movimenti irreggimentati telematicamente? Non intravedi anche nella tua vicenda (la tua mancata candidatura a Sindaco), così come quella di altri candidati pure rappresentativi, un vulnus alla democraticità? Sono meglio le primarie o le miniconsultazioni telematiche? Ti prego aiutami a capire».

Avevo promesso a Giovanni una risposta non frettolosa. Eccola.
Procedo per punti.

0)    Ho già detto... Non ci ritorno. Poiché Massimo Recalcati ha utilizzato spesso categorie psicoanalitiche per descrivere Renzi, diciamo che siamo di fronte ad un passaggio all’età “adulta” attraverso un parricidio simbolico, che ha sempre un costo altissimo per chi lo compie. Potrebbe essere il rituale di passaggio ad una maturità che, sino ad ora, il ragazzo di Rignano non ha mai mostrato con il suo mix di giovanilismo e sbruffoneria da adolescente mai cresciuto.

1)   Giovanni lamenta una mancata presa di posizione sulla vicenda che ha visto protagonista Virginia Raggi e ritiene che il M5S abbia modificato il “regolamento” per “blindare” la Sindaca. Io non ho nascosto disappunto per quanto accaduto, ma sono consapevole che – almeno a quello che è dato sapere fino ad ora – l’unica colpa della Raggi sarebbe stata quella di fidarsi di una persona “esperta” ritenendo che potesse supportarla, con la sua conoscenza della macchina comunale, nell’arduo lavoro di rimediare a disastri ultradecennali. Ti rimando, per il resto, alle parole pronunziate da un collega che immagino tu stimi, Nino Di Matteo, che ha plaudito all’iniziativa del MoVimento e definito «sterili» le polemiche sul Codice etico.
 
2)    La politica è il luogo del possibile, ma ci tocca pensare a possibili direzioni, senza credere alla “necessità” dei processi in atto. Mettendo insieme le varie elezioni susseguitesi, la bocciatura parziale della Madia, la Waterloo del 4 dicembre, la bocciatura dell’Italicum, il disastro conclamato del Jobs Act, il malumore diffuso suscitato dalla Buona Scuola, la crisi dell’Europa, di cui Renzi è stato fiero sostenitore, fallimenti – bada – tutti politici, frutto di scelte consapevoli, tutte dentro il paradigma di una sinistra “blairiana” fuori tempo massimo, ebbene mi pare che la vicenda Consip sia pietra tombale al di là dell’esito giudiziario, visto il coinvolgimento di familiari, collaboratori, amici tutti dentro il Giglio magico improvvisamente appassito. Vedremo a breve tra il congresso del PD e le elezioni. Ma posso dire con certezza che il “renzismo 1.0” è finito, malgrado il ragazzo che vuol farsi uomo “uccidendo” il padre (dopo aver provato ad “uccidere” i padri...), lasciando posto, eventualmente (in caso di sopravvivenza) ad un “renzismo 2.0”, che deve saper mediare dentro il partito (con le correnti) e fuori (in un sistema tornato, finalmente e definitivamente, proporzionale).

3)    Sul quarto punto Giovanni mostra una conoscenza, purtroppo, solo mediatica (e faziosa: non è colpa sua, lo so) del M5S. Io lo “abito” da circa tre anni, i primi spesi a capirne l’originalità, che lo rende un monstrum politico (nel senso latino del termine): una novità che è in continua costruzione. Non si tratta né di una struttura «irreggimentata» né «telematica». Basterebbe frequentare i Meetup del lunedì a via dei Mulini per capire quanta sia lontana (e questo vale per tutto l’attivismo sparso sul territorio italiano) la ricostruzione à la «Repubblica» e la realtà, molto più ricca e viva. Evoca a tal proposito la mia «mancata candidatura». In generale (ma non a proposito del mio caso) credo che si possa fare meglio in tal direzione, ma la direzione è quella giusta! La vicenda triste (e non nuova) dei tesseramenti “farlocchi” del PD mi dicono che non si può e non si deve tornare a strutture partitiche quelle sì irreggimentate da ras locali che “acquistano” disinvoltamente tessere per i propri sostenitori. 
Questo è il vero vulnus della democrazia che la trasforma in una post-democrazia, che conserva solo l’involucro della partecipazione. La nostra è, invece, reale. Ci irridono per i numeri. «Siete quattro gatti che votano» dicono. Il problema allora è quello di ampliare la partecipazione attraverso un capillare processo di educazione alla partecipazione attiva con cui rivitalizzare i livelli in cui non si può fare a meno di delegare (Rousseau, che dà il nome al sistema operativo creato da Casaleggio, affermava che la democrazia diretta si può praticare solo nelle piccole città...).
Spero di essere stato esaustivo con il mio vecchio amico e con le persone in buona fede che ci osservano con curiosità.

Proveremo a smentire molte loro paure infondate e a dimostrare loro come sia possibile una politica che coniughi onestà e competenza.

domenica 5 marzo 2017

La rivoluzione gentile 11 (La politica come realizzazione di sé per il bene comune)



Una chiosa a quanto detto da Michelangelo Fetto nella trasmissione condotta da Enzo Colarusso su Lab TV, affermando che vorrebbe politici pagati per far bene il loro mestiere. Per corroborare la sua affermazione è ricorso ad una similitudine: a chi mi affiderei per fare un viaggio? Ad un autista esperto o ad uno non esperto? In realtà, Michele citava il libro VI della Πολιτεία platonica, in cui Socrate/Platone spiega ad Adimanto, con una «immagine», perché nella guida della πόλις sia necessario un personale “esperto”;

«“Bene!”, incominciai. “Dopo avermi gettato in un problema così arduo da dimostrare, mi prendi in giro? Ascolta dunque l’immagine, e vedrai ancora meglio con quanta fatica mi muovo nei paragoni! Il rapporto che le persone più oneste hanno con la propria città è così difficile da non avere l’uguale, ma per farne un quadro e prendere le loro difese bisogna raccogliere molti elementi, come i pittori, mescolando specie diverse, dipingono ircocervi e altri animali simili. Immagina che su molte navi o su una sola accada un fatto di questo genere: da una parte un capitano che supera per statura e forza fisica tutto l’equipaggio, ma è un po’ sordo, ha la vista corta ed è provvisto di scarse conoscenze nautiche, dall’altra i marinai che litigano tra loro per il governo della nave, poiché ciascuno è convinto di dover stare al timone anche se non ha mai imparato l’arte della navigazione e non è in grado di indicare né il proprio maestro né il periodo in cui l’ha appresa, e per giunta sostengono che quest’arte non si può insegnare, anzi sono pronti a fare a pezzi chi dica il contrario. Essi stanno sempre attorno al capitano, pregandolo e facendo di tutto perché affidi loro il timone, e se talvolta riescono a persuaderlo altri invece che loro, li uccidono o li gettano giù dalla nave, e dopo aver reso innocuo il buon capitano con la mandragora, con l’ebbrezza o in qualche altro modo, si mettono al comando della nave consumando le provviste e navigano tra bevute e banchetti, com’è logico attendersi da persone simili. Inoltre lodano con i nomi di marinaio, timoniere ed esperto di nautica chi è bravo ad aiutarli nel comando usando sul capitano la persuasione o la forza, mentre biasimano come inutile chi non si comporta in questo modo; e non hanno neanche idea che il vero timoniere deve preoccuparsi dell’anno, delle stagioni, del cielo, delle stelle, dei venti e di tutto quanto concerne la sua arte, se realmente vuole essere un comandante, anzi sono convinti che, senza sapere né in teoria né in pratica come si guida una nave a prescindere dal volere della ciurma, sia possibile imparare quest’arte nel momento in cui si prende in mano il timone. Se sulle navi accadessero fatti del genere, non pensi che il vero timoniere sarebbe chiamato dall’equipaggio di navi così combinate acchiappanuvole, chiacchierone e inutile?”». 

Apparentemente Platone dice una cosa di buon senso. In realtà, come ho cercato di spiegare in occasioni pubbliche, egli apre la strada ad una “oligarchia” (governo di pochi) tecnica, per così dire, in cui il possesso di determinate competenze (certificata da chi?) conferisce la patente di buon politico. Insomma, quello che accade nella sostanza oggi, in cui “aristocrazie” (il “governo dei migliori”, ἄριστοι, evocato da Scalfari nel recente referendum sulla Costituzione) guidano le sorti del mondo, dietro mandato conferito una volta ogni quattro o cinque anni da masse che poi, il giorno dopo il voto, come insegnava Rousseau, tornano ad essere schiave. 
Apparentemente si ritiene che contestare tale visione sia “populismo”, una delle parole-mantra dell’epoca che stiamo vivendo. E sia! Ma interpretiamo tale parola in senso positivo, come aspirazione ad una democrazia, cioè ad un potere del popolo, più avanzata di quella fino ad ora sperimentata. Da questo punto di vista mi appare necessario, dunque, intrecciare più temi: la riduzione dei costi della politica, infatti, connessa a quanto stiamo dicendo, va di pari passo con la sperimentazione di una pratica politica che divenga attivismo civico, servizio civile a termine, cui se non tutti almeno molti cittadini dovrebbero sentirsi chiamati. E in nome di cosa? Se la politica non deve più essere una “professione” (Weber) o una “militanza” fondata su una ideologia/fede, quale sarà lo sprone all’agire politico? Qui diventa necessario attivare seriamente il pensiero di una filosofa (che tale non volle mai essere definita) che ritengo ancora tutta da inverare. Parlo ovviamente della Arendt che nei suoi libri parla di un uomo in cui la sfera politica, una delle forme della “vita activa”, diventa realizzazione piena dell’uomo, trascendendo la sfera dei bisogni “della casa” (l’economia: dal greco οἶκος, "casa" inteso anche come "beni di famiglia", e νόμος). Insomma, se la “delega” all’esperto (nella variante platonica o in quella tecnocratica) svilisce l’uomo perché, consentendogli di dedicarsi al lavoro (alla riproduzione della vita) o alle attività ludico-estetiche, lo priva della possibilità di sperimentare l’agire politico, l’impegno diretto, che deve faticosamente affiancarsi alla necessità di procacciarsi il pane e al bisogno profondo di divertissement e bellezza, ebbene tale impegno ci realizzerebbe pienamente come uomini. 
Il fondamento filosofico dell’assunto arendtiano, che condivido pienamente, è che nelle faccende umane non esista la verità: la condizione umana è plurale perché diverse e non esclusive sono le facoltà, le attività umane, e il mondo è inevitabilmente plurale perché plurimi sono gli esseri che vi abitano. Esistono solo opinioni in conflitto fra di loro, mai verità assolute, “idee”, “leggi ferree” (della storia o dell’economia). Il pensiero della Arendt è di una profondità ancora incompresa perché supera a piè pari le teleologia storiche ma anche l’illusione che il mondo sia retto da leggi che, comprese, ci consentano di guidare i processi come un autobus verso la meta o una nave verso il porto. La politica non è messa in atto di ἀλήθεια, ma “attività” fondata su scelte. Ovviamente questo non esime chi decide di fare politica di conoscere approfonditamente ciò di cui si occupa. Ma di questo sono in grado (quasi) tutti gli uomini! Come insegna il mito di Prometeo che sempre Platone ci racconta nel Protagora. Tutti gli uomini hanno πολιτική αρετή: «Quando deliberano sulla virtù politica - che deve basarsi tutta su giustizia e saggezza - ascoltano il parere di chiunque, convinti che tutti siano partecipi di questa virtù, altrimenti non ci sarebbero città».
Per questo, pieno della stanchezza di un uomo che cerca di svolgere bene il proprio ruolo di consigliere comunale, senza certezze, di marito, di padre e insegnante, ma anche pieno di entusiasmo perché ciascuna di queste esperienze mi rende più complesso (e più completo), invito non solo l’amico carissimo Michelangelo Fetto a ripensare la sua idea di politica, ma anche a pensare seriamente ad un impegno diretto e a tempo, come il mio.

P.S.

All'amico Antonio Tretola, invece, mi sento di ricordare quanto dettogli anche in passato: non bisogna confondere una scelta adulta di praticare la politica senza compromessi (che non significa nella vuota astrazione dell'ideale ma mettendo dei paletti precisi ad ogni perversione machiavellica, ad ogni "ragion di Stato") con «ingenuità». Antonio, in sintesi, ritiene che qualcuno "in alto", molto in alto, in altissimo, abbia utilizzato per fini politici la nostra battaglia per la legalità e la trasparenza (la questione dei "morosi"). Ben consapevole di questo, mi chiedo e gli chiedo: per questo non avremmo dovuto farla? Non c'è il rischio che, a furia di ragionare come i propri avversari, si diventi esattamente come loro, perdendo di vista del tutto il senso del proprio agire? 







giovedì 23 febbraio 2017

La rivoluzione gentile 10 (Benevento decrescente e resiliente)


Nel 2012, nella “Introduzione” a In quieta ricerca, riprendendo Latouche (e Guzzi), scrivevo: «Stiamo vivendo un tempo “apocalittico”, con l’emergenza contestuale di quattro crisi: ecologica, energetica, economica e psichica. Il rischio concreto è quello di un vero e proprio “collasso”».
La decrescita appare, dunque, non come una bella teoria ma come una improcrastinabile urgenza storica.
Ispirata dalle teorie sulla “convivialità” di Ivan Illich, ma strutturatasi dall’incontro e dall’impollinazione reciproca tra varie discipline, la decrescita, in tutte le sue declinazioni, mette in discussione tre grandi miti della modernità: sviluppo, progresso e globalizzazione.
Essa elabora un nuovo “paradigma”, che viene scandagliato in un’opera collettanea, a cura di Marco Deriu: Verso una civiltà della decrescita (Marotta & Cafiero). Il libro raccoglie saggi di diversissima impostazione che illuminano vari aspetti del nuovo paradigma.
Personalmente la “decrescita” è stata uno dei miei viatici verso il MoVimento 5 Stelle, venendo da una storia che era dentro quella di una sinistra eretica ed ecologista, oramai a mio avviso ostaggio di piccole oligarchie autoreferenziali (cosa per altro confermata dalle vicende politiche, molto tristi, di questi giorni.
Spesso si ironizza su una presunta mancanza di “cultura” del MoVimento. È quindi particolarmente emblematico ritrovare molti degli autori del libro spesso presenti sul Blog. Non solo ovviamente il maggiore tra questi, cioè Serge Latouche.
Le questioni ambientali ed energetiche sono decisive per il MoVimento, e non a caso da esse si è partiti per la definizione del Programma.
L’approdo al MoVimento ha significato, per me, riconoscere che, per resistere alla globalizzazione, l’azione “dal basso” è necessaria ma non sufficiente. Bisogna entrare nelle istituzioni, sempre rimanendo collegati all’attivismo che funga da nutrimento vitale, ma costringerle a modificare il proprio agire, contribuendo alla costruzione di comunità locali.
Come attivista del M5S nella mia città mi impegno nella costruzione quotidiana di un’utopia “concreta”: Benevento “decrescente”. Che non significa povera. Questo è un equivoco clamoroso in cui incappano coloro che solo superficialmente conoscono la decrescita.
Per questo motivo io e Marianna Farese abbiamo deciso di discutere del libro (con Salvatore Esposito) nell’Aula Consiliare. Abbiamo lanciato una sfida virtuosa alla maggioranza, appellandoci a tutti gli uomini “bonae voluntatis”. Nel “Programma” della Giunta Mastella, infatti, si parla di «città ecostorica» e di «conversione ambientale». Parole bellissime che devono però diventare scelte concrete: il depuratore, la qualità dell’aria e il varo di un Piano Urbano di Mobilità Sostenibile, l’incentivazione all’uso della bicicletta, il divieto per l’uso dei diesel, maggior responsabile della presenza nell’aria del biossido di azoto che causa 70.000 morti all’anno di cui 21.000 in Italia, la concreta realizzazione di Zero-Waste o, meglio di un E-Waste-conversion, la creazione di orti urbani utilizzando i terreni incolti di proprietà comunale. Benevento potrebbe entrare nella logica di medio/lungo periodo delle città “di transizione” che gradualmente limitano fino ad abolire l’uso dei combustibili fossili.
«La rilocalizzazione rappresenta lo strumento strategico più importante per realizzare la decrescita e, allo stesso tempo, uno dei suoi obiettivi principali». Così scriveva Latouche nella “Prefazione” al bel libro di Salvatore Esposito. Deponendo le “magnifiche e progressive” fole in stile piattaforma logistica, grande capacità et cetera, di una sinistra “crescente” e prometeica, bisogna, appunto, “rilocalizzare”. Qui misuriamo l’abissale distanza rispetto alla “sinistra”, che in Italia e a Benevento è vocata ad una miope globalizzazione priva di qualunque consapevolezza ecologica.
Benevento, dunque, in decrescita, Benevento città di transizione, ma anche, necessariamente, Benevento “resiliente”, soprattutto dopo il monito dell’alluvione.
Pensando di fare ironia, un noto attivista beneventano, oramai arruolato in pianta stabile nel contro-Movimento 5 Stelle, e evidentemente evocando il mio essere un docente di filosofia, ha scritto: «Per amministrare un Ente locale serve meno filosofia e più concentrazione sugli atti amministrativi». In questo modo ha mostrato come anche persone di spessore e con una storia alle spalle risultino poco attrezzate ad affrontare un tempo gravido di incognite, come detto, per una volta in maniera condivisibile da Massimo Cacciari. La scala locale, la città, può essere il luogo di esperimenti e vie nuove. A patto, dico a Corona, sapendo che non potrà capire (non perché poco dotato ma perché il suo paradigma è tutto novecentesco), che si sappia coniugare «filosofia» e «atti amministrativi», gestione del presente e sguardo lungo. Soprattutto sulle grandi tematiche ecologiche.
Il compito che abbiamo di fronte è immane. Avremo bisogno di tutte le risorse buone della tradizione: scientifiche, etiche, artistiche, spirituali, nella consapevolezza che la felicità ha poco ha che fare con la ricchezza materiale e nasce soprattutto dalla qualità delle nostre relazioni.
Come scrive Deriu nel bellissimo libro da lui curato:

«Il superamento dell’era della crescita capitalista coincide dunque con una sorta di re-framing, un mutamento nell’autorappresentazione del genere umano. Già oggi, e più ancora in futuro, pratiche, esperienze e progetti sono frutto e conseguenza di un essere umano che non si pensa più separato né dalla comunità cui appartiene né dalla natura da cui trae nutrimento. La transizione verso una società della decrescita in questo senso si deve fondare sull’etica, l’estetica e l’ecologia delle relazioni, sull’idea di un essere umano la cui esistenza e soggettività è radicata ed emergente in un vasto e complesso tessuto di rapporti e interdipendenze. Da questo punto di vista vivere nei limiti non significa altro che riconoscere e stare alla misura delle relazioni più vitali, sia in termini sociali che ambientali».

martedì 21 febbraio 2017

domenica 19 febbraio 2017

martedì 14 febbraio 2017

Latouche e la decrescita


 1. L’uniformazione planetaria

Nella corposa produzione di Serge Latouche, che ruota sempre intorno alle stesse tematiche, abbiamo scelto La fine del sogno occidentale per l’icasticità del titolo italiano (in francese è La planète uniforme) e per lo sforzo di dare in poche pagine una ricostruzione ardita della storia occidentale. Nato nel 1940 in Bretagna, Latouche insegna scienze economiche e il suo pensiero è stato fra i riferimenti del movimento no-global, seppure contestato da economisti e sociologi di sinistra.
Lo studioso francese parte dalla descrizione della uniformazione planetaria, la cui spia più evidente è data dai consumi. È «l’americanizzazione del quotidiano» che sta portando anche ad una standardizzazione dell’immaginario, con una distruzione sistematica della “biodiversità” culturale. Una sola cultura, fondata sull’economia (in cui, anzi, l’economia sostituisce la cultura) distrugge tutto ciò che si pone come diverso da sé, causando uno «sradicamento planetario». L’intero universo è costretto a diventare utilitaristico e funzionale, generando il “sottosviluppo” (che è uno sguardo dell’Occidente sull’altro).

2. Che cos’è l’Occidente?

Il secondo capitolo del libro è il più affascinante, nel tentativo di definire cosa sia “Occidente”, luogo introvabile, il cui tratto comune si rivela essere non lo spazio, non l’etnia, non la religione, non una cultura (quella illuministica), non un sistema economico, ma tutte queste cose unite in un progetto di civiltà caratterizzato dall’essere “culturofago” o “culturicida”. Caratteristica costante dell’Occidente è stato il suo progetto di “civilizzazione” della modernità. Questo progetto è universalista: «i suoi valori sono la scienza, la tecnica, il progresso; distrugge le culture e porta il benessere, eliminando l’isolamento territoriale e sostituendo le leggi del mercato ai rapporti sociali tradizionali» (p. 87). Così, la visione ristretta della vita culturale va in frantumi, mentre la concorrenza sfrenata e la ricerca della performance comportano un’accumulazione materiale senza precedenti, stimolata dal progresso della scienza e delle tecniche. Ma la cultura è sempre una “agricultura”. Mentre le altre grandi civiltà della storia sono state piuttosto degli insiemi complessi di culture giustapposte, articolate, ovvero incorporate in seno a un impero, l’Occidente si afferma come la sola civiltà «anticulturale».
Come un rullo compressore, l’Occidente ha imposto l’industrializzazione, ha causato la scomparsa dei ceti rurali (e delle loro culture), ha creato e diffuso il mito dello “sviluppo”. E, come un’inversione orrida delle utopie del progresso (a partire da Bacone), è nato il caos, la guerra di tutti contro tutti, la cui manifestazione macroscopica è il fallimento dello sviluppo economico del Terzo Mondo. La «megamacchina economica» mostra nel nuovo millennio le sue crepe, incapace com’è di rispondere prima di tutto alle domande di senso, che da sempre le “culture” hanno soddisfatto.

3. Quale speranza?

Se l’universalismo occidentale (cristiano, illuministico, capitalistico) non è che il particolarismo della «tribù occidentale», la cui nemesi è l’emergere dei movimenti identitari (i vari fondamentalismi, in cui la religione diventa premessa per la ricostruzione della comunità), l’alternativa che Latouche indica (e a cui ha dedicato ampi studi) per i “naufraghi dello sviluppo” è la ricostruzione di reti neoclaniche e la riscoperta del dono, la valorizzazione di tutta una nebulosa produttiva “informale” che già è nata alle periferie delle megalopoli: insomma, una produzione di beni collettivi nuovamente immersa nella socialità. Ma Latouche indica che questo percorso (il reinnesto dell’economia e della tecnica nel sociale) vale anche per noi “occidentali”, e passa prima di tutto per una decolonizzazione del nostro immaginario.
L’altro compito, che riguarda soprattutto gli intellettuali e gli artisti, è il passaggio da una paradigma “universalistico” (che, adornianamente, pur partendo con scopi positivi si è ribaltato in una logica di dominio) ad un paradigma “pluriversalistico”, necessariamente relativo e fondato su una “democrazia delle culture”.

[Apparso su «soglie» (on-line), ora si trova nel libro In quieta ricerca (2010)]

Il 16 febbraio 2017 sarà presentato a Benevento il libro Verso una civiltà della decrescita (Marotta & Cafiero, a c. di M. Deriu).