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sabato 21 ottobre 2017

«Visitare gli ammalati»


Quando mi chiedono di intervenire in un Convegno o incontro pubblico mi chiedo sempre quale sia il titolo che mi dà tale diritto. 
Le parole, infatti, se prese sul serio, impegnano. Fare una dichiarazione pubblica significa prendere un impegno nei confronti della comunità che ti ha chiamato a pronunziarla, a meno che, come i geniali e pericolosi Sofisti greci, non riteniamo la parola stessa un’arma da utilizzare per conquistare o rafforzare ruoli egemonici e, dunque, alla Gorgia, la sganciamo da qualunque dimensione pertinente l’ethos
Sono qui come amministratore, sebbene espressione della minoranza consiliare? Non credo... Il tema di oggi, purtroppo, non viene intercettato dalla politica. Sono qui come educatore? È realistico. I temi cui rapidamente farò cenno sono parte integrante di una reale impresa educativa integrale, che abbia cioè la giusta, doverosa ambizione di trascendere le discipline e contribuire a plasmare (meglio: a far maturare) l’uomo e il cittadino che abitano negli adolescenti affidatici. Sono qui come ex volontario dell’AVO? È assolutamente probabile... Lo riconosco: fu atto d’amore nei confronti della mia allora giovane fidanzata, oggi moglie, che viveva con intensità questa forma di servizio al prossimo, ben radicata nella nostra formazione cattolica, avvenuta tra i Missionari del Preziosissimo Sangue, e, personalmente, a contatto con l’esperienza vincenziana di mia madre. All’epoca io ero troppo preso dal mio personale dolore, dalla risoluzione di una cupa visione del mondo, debitrice del Leopardi maturo e di Schopenhauer, di Guido Ceronetti e di Emile Cioran, per poter essere toccato nei precordi dalla sofferenza altrui. Un paradosso... Eppure, con imbarazzo, attraversai, col mio camice bianco, i reparti della solitudine e del dolore, cercando nel profondo di me stesso una parola di conforto per gli altri, che usciva sempre stentata, cigolando, quasi in falsetto. Non ero pronto. Non so se oggi lo sarei. Forse non si è pronti mai, e bisogna deporre ogni paura, ogni remora, zittire la ragione e lasciare esprimere il cuore.
Avendo dichiarato i titoli che rendono legittima oggi una mia parola, è possibile pronunziarne una sensata su questi temi? Voglio dire: ha senso parlare o bisognerebbe tacere e fare? Non c’è il rischio della “chiacchiera” vacua, dello stereotipo sempre in agguato in una società che predica la solidarietà e vive il suo “autismo corale”?
Proverò ad intrecciare elementi storici e filosofici per cercare una parola sensata. Ebbene, a me pare doveroso partire dallo Statuto dell’AVO che «opera nelle strutture ospedaliere e nelle altre strutture socio-assistenziali con un servizio organizzato, qualificato e gratuito per assicurare una presenza amichevole accanto ai malati nell’ambito delle strutture stesse offrendo loro, durante la degenza, calore umano, dialogo, aiuto per lottare contro la sofferenza, l’isolamento, la noia: con l’esclusione però di qualunque mansione tecnico-professionale di competenza esclusiva del personale medico e paramedico. È una presenza che integra e non si sostituisce a quelli che sono i compiti perseguiti e le responsabilità assunte dalle organizzazioni nelle quali svolge la sua attività». L’articolo 2, comma D, ci illumina, in realtà, su un’intera configurazione storico-culturale delle strutture ospedaliere e della funzione del medico e dell’infermiere che dobbiamo saper cogliere, e non considerare eterna e immodificabile. 
Voglio dire che, con l’avvento della modernità, che collochiamo tra il XVI e il XVII secolo, avviene una radicale trasformazione nella concezione dell’uomo e delle scienze, in cui la stessa medicina viene coinvolta. Il dualismo di matrice cartesiana, che separa nettamente “res cogitans” e “res extensa”, corpo ed anima, crea i presupposti affinché la medicina perda sempre più i tratti che, con tutti i limiti delle società premoderne, ne facevano cura integrale dell’uomo. Si aprono le porte nel contempo ad immensi progressi ma anche ad una scissione mai più ricomposta.
Un autore a me carissimo, che provocatoriamente cito soprattutto di fronte ad amici medici, Ivan Illich, scriveva in Nemesi medica, circa quarant’anni fa: «Un mondo in cui la salute è ottimale e diffusa è ovviamente quello dove l’intervento medico è minimo e soltanto occasionale. Gli individui sani sono quelli che vivono in case sane con un’alimentazione sana in un ambiente parimenti adatto per nascere, crescere, lavorare, guarire e morire; sono sorretti da una cultura che favorisce l’accettazione consapevole di una limitazione demografica, della vecchiaia, del ristabilimento incompleto e della morte sempre incombente». Noi viviamo, al contrario, in un mondo in cui quella che Illich chiama “casta” medica ha medicalizzato la vita (dall’utero al fine vita), facendo di ciascuno di noi un individuo indigente, bisognoso perennemente di cure e sempre potenzialmente malato. E, dunque, l’ospedale è divenuto uno dei luoghi fondamentali della nostra vita, finanche per morirci, in un’assoluta dimenticanza di quelli che sono i nostri bisogni umani più profondi. E in questi ospedali, purtroppo, e in virtù di quella inevitabile scissione prodotta dalla tecnoscienza che fonda la modernità, c’è spazio solo per la cura della “res extensa”, dimenticando spesso che dentro quella carne malata, afflitta, sofferente, si nasconde un’anima che anela cure e lenimenti, balsami e refrigeri. Le donne e gli uomini dell’AVO diventano questo balsamo, questo momento di senso nell’insensatezza del dolore o nella solitudine. Perché – vedete – un altro grande male, di cui tutti diventiamo ogni giorno più consapevoli, del nostro tempo è lo sradicamento planetario che sembra recidere ogni legame con il territorio, la comunità, sembra spazzare via le relazioni parentali, costringendoci ad un affollata solitudine, il cui dente appuntito sentiamo soprattutto nella malattia. Il mondo della globalizzazione è un mondo di apolidi solitari...
La mia sembra una descrizione cupa. Probabilmente ci si aspettava parole di speranza e, invece, ne ho pronunziate di oscure.
Il mio maestro più pericoloso, Martin Heidegger, mi ha insegnato che nel momento del massimo pericolo, però, cresce anche ciò che salva... 
Noi viviamo un tempo propizio proprio in virtù della sua crisi di senso universale che riguarda il pianeta e le nostre singole vite, le città inquinate e le relazioni umane. E che cosa può salvare? Nel 2010 uscì un libro di Jeremy Rifkin che vi invito caldamente a leggere. Si intitola La civiltà dellempatia. La corsa verso la coscienza globale nel mondo in crisi. In esso, con una magistrale ricostruzione dell’intera storia umana, il sociologo statunitense teorizza che questo tempo di crisi può segnare l’avvento di una nuova umanità empatica, relazionale, capace, cioè di sanare quella frattura fonda apertasi con la modernità tra “res cogitans” e “res extensa”, uomo e uomo, uomo e ambiente: «La coscienza empatica si fonda sulla consapevolezza che gli altri, come noi, sono esseri unici e mortali. Se empatizziamo con un altro è perché riconosciamo la sua natura fragile e finita, la sua vulnerabilità e la sua sola e unica vita; proviamo la sua solitudine esistenziale, la sua sofferenza personale e la sua lotta per esistere e svilupparsi come se fossero le nostre. Il nostro abbraccio empatico è il nostro modo di solidarizzare con l’altro e celebrare la sua vita». 
Ecco, a me sembra che gli uomini e le donne dell’AVO appartengano all’avanguardia di una nuova umanità, che sta nascendo, oscuramente, nel nascondimento, umilmente, come i grandi simboli cristiani ci insegnano, educando, attraverso l’esempio, ad un rapporto in cui l’Altro, il volto dell’altro, nella sua fragilità ci interpella costringendoci a rispondere a questo appello attraverso parole e gesti sensati. Il sogno è quello di luoghi di cura, familiari e accoglienti, dove la scissione della modernità venga superata, dove medici empatici curino la persona nella sua interezza, tornando al senso dell’antico giuramento ippocratico: «in qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati».
Fino ad allora il ruolo dell’AVO resterà insostituibile e impagabile.
Una persona a me cara, di cui vi ho già parlato, ha scritto nel 1988, rivolgendosi ai malati cui andava a far visita, Mafalda, Giulia, il vecchietto che non può parlare. Con le sue parole, decentrandomi, mi congedo, da diversamente credente o da credente inquieto che pure continua a guardare alla croce, gesto di apertura e chiusura dei giorni, con stupore e venerazione: «E quando mi perdo nel vuoto del modo, del dire, del fare senza un perché, che voi tutti mi mancata ancora di più. È stato solo nel “volto” scolpito in quell’antico legno che per un attimo si è dileguata la nullità del mio essere, ma in quel volto c’eravate anche voi».

* * *


In limine allintervento ho chiesto ai presenti di riflettere sulla parola persona, molto utilizzata da chi era intervenuto prima di me, ricordando la sua etimologia.



lunedì 16 ottobre 2017

Il Politico nel tempo del disordine globalizzato: un incontro


Il 14 ottobre si è svolto un incontro organizzato da Luigi Santamaria. Ospiti: Edoardo Dallari e Vincenzo Vitiello.



Qui di seguito la mia introduzione e una riflessione sulla serata già pubblicata da «Messaggio d'oggi».

* * *

Grazie a Luigi, che mi auguro – nella costruzione della sua vita – possa trovare tempo, risorse ed energie per alimentare, nella sua città, nella nostra città, degli spazi perché il pensiero possa accadere, nella sua libertà, al di fuori di qualunque burocrazia o “necessità” eterodiretta (e anche di qualunque ingerenza politica). Noi ci abbiamo provato per qualche anno con la Libera scuola di filosofia del Sannio, e sarei felice se i giovani raccogliessero questo testimone. Avranno sempre il mio sostegno convinto.
Qualche anno prima ci provammo, appena laureati, negli anni Novanta, con “la rosa necessaria”, che fu laboratorio di riflessione innanzitutto poetica ma soprattutto desiderio di non rassegnarsi a una vita di “quieta disperazione” nella provincia sonnacchiosa, dormiente. Questa città troppe volte sembra oscillare come un pendola tra la cultura “organica” a qualche potentato o la fruizione privata, come se non fosse possibile creare spazi liberi. Grazie, dunque.
E grazie a Luigi soprattutto perché ha creato questa oasi in cui rigenerarmi tra l’impegno scolastico, bellissimo ma estenuante, e l’impegno politico. Sono ambiti che mi sforzo di tenere in feconda tensione, e di continuare a nutrire entrambi con il pensiero.
Grazie a Luigi anche perché mi permette di riascoltare, per la seconda volta a pochi mesi dalla intensa, sentita presentazione del libro di Guido Bianchini, uno dei maggiori filosofi italiani. So bene che lui non lo ricorda – anche se mi piace sperarlo – e senza nessun ansia di primato. Credo però di essere stato il primo ad invitare il professore in città. Era il maggio del 2005. Io – divenuto da qualche anno docente di filosofia e storia, pur avendo formazione letteraria - stavo vivendo da alcuni anni una travaglio spirituale che mi aveva spinto a riabbracciare la fede cattolica. L’incontro con i libri di Vitiello, in particolare Dire Dio in segreto, mi spinse ad organizzare un incontro, che ricordo partecipatissimo in una nota libreria cittadina.
Veniamo a noi.
Vitiello accomuna due pensatori come Jünger e Schmitt nella comune volontà di «comprendere il presente» (che in realtà mi pare la non tanto segreta ambizione del libro stesso di Edoardo...). Volontà condivisa da un pensatore oggi bistrattato, al centro di un’operazione-verità (la pubblicazione dei Quaderni neri) che vuole, in nome del suo antisemitismo filosofico e della sua convinta adesione al nazismo – sbarazzarsi anche di quanto continua ad esserci necessario proprio per capire questo tempo, il nostro tempo. Sto parlando, ovviamente, di Martin Heidegger. Questi tre autori, e Vitiello lo dice a lettere cubitali, furono tutti e tre nazisti. Uno dei miei maestri, un atipico poeta-pensatore, più volte ospite a Benevento, Marco Guzzi, mi ha insegnato che il XX secolo è percorso da istanze rivoluzionarie che sfigurano l’uomo. Esse devono essere riprese per trans-figurare quella figura d’uomo che noi ancora siamo. E mi pare che Edoardo si incammini nella stessa direzione, ambiziosa, necessaria quando scrive: «L’idea regolativa che muove questa ricerca consiste nel faticarsi ad indicare un possibile cammino percorrendo il quale possa accadere, un giorno, il rivolgimento del mondo che noi, abitatori del tramonto dell’Occidente, frequentiamo in ogni nostra forma di pensare, agire, vivere». Il rivolgimento del mondo....
Questo è il tempo del disordine globalizzato, del dominio di una razionalità tecnoeconomica incapace di regolarsi: una dissonante polifonia multipolare priva di ἀρχή,, la definisce Dallari, suggestivamente. Qui si capisce la fascinazione del secondo Schmitt, quello del Nomos della Terra, libro imprescindibile, titanico, che aiuta l’autore a pensare il rapporto senza sintesi ed equilibrio tra il tutto e le parti (che invece opererebbe nel pensiero storico-politico di Hegel). La globalizzazione supera lo Jus Publicum Europaeum fondato sullo Stato, a partire dalla pace dii Westfalia, alla fine dell’ultima grande guerra di religione. Lo Stato nazione non riesce più ad ordinare una realtà che lo dissolve dall’alto (pensiamo all’UE per l’Europa) e dal basso (pensiamo alla recentissime vicende catalane).
La densa premessa di Dallari si chiude con quello che mi sembra un progetto di ricerca per il futuro e che seguiremo con grande interesse: come si strutturerà la politica meta-statale abitata da entità neo-imperiali? Come si evolverà il rapporto fra politico ed economico in questo secolo percorso da accordi commerciali di cui i cittadini sono spesso inconsapevoli (pensiamo al Ceta o al Mes-China)?
Chiudo, lasciando a veri pensatori il compito di elevare la discussione, evocando – e sollecitando il professore ed Edoardo eventualmente ad una riflessione – una pensatrice a me carissima, che mi è tornata in mente leggendo alcune pagine del libro. Parlo di Simone Weil, la cui opera sullo sradicamento (che il mio Fortini tradusse felicemente per le Edizioni Comunità con un’espressione dantesca: La prima radice) mi pare di assoluta attualità e da ripensarsi insieme a Schmitt – la “partigiana” francese e il nazista -. Mi pare di poter dire che la sfida del nostro tempo, insomma, è quella di pensare (ed incarnare) una forma nuova di radicamento, dopo aver sperimentato la forza dissolutrice dell’economico globalizzato, che però eviti le regressioni identitarie fondate sull’ipostatizzazione del volk e del boden.
Un’ultimissima suggestione. Il prof. Vitiello chiude la sua “Prefazione” scegliendo come parola chiave del futuro prossimo e faro del nostro agire la parola “speranza”, intesa paolinamente: «Spe enim salvi facti sumus; spes autem, quae videtur, non est spes». Io vorrei chiudere invece con la parola “limite”, il cui possibile uso nei più disparati ambiti, da quello etico a quello politico, mi è stato insegnato da pensatori “eretici” a me cari come Ivan Illich e Serge Latouche. Non solo penso al limite come la sola possibile cura per la ὕβϱις ma anche come antidoto alla forza sradicante che, dissolvendo i confini, ci rende sì “abitanti del mondo” ma anche “apolidi”. Insomma, ed è domanda impegnativa per me che leggevo fino a pochi anni fa con entusiasmo e partecipazione la trilogia di Toni Negri, è possibile pensare in maniera nuova parole come “nazione” o, addirittura, madrepatria senza diventare nazionalisti ma vedendo in esse l’unico, storico (badate bene!) organismo politico in grado di garantire ai cittadini una vita dignitosa e sensata?

* * *
 Sono convinto che la Benevento “colta” sia costituita da nicchie che andrebbero valorizzate (con un supporto logistico prima che economico) da parte dei decisori politici, ma anche lasciate completamente autonome. Questa città troppe volte sembra oscillare come un pendolo tra la cultura “organica” a qualche potentato o la fruizione privata.
Sabato 14 ottobre ho partecipato ad un evento messo in piedi da un giovane laureato in filosofia, Luigi Santamaria, che è stato capace di attivare risorse “private” e riportare in città uno dei maggiori filosofi italiani viventi, Vincenzo Vitiello, per la presentazione del libro di un giovane ricercatore, allievo di Cacciari e Severino, oltre che di Vitiello stesso, Edoardo Dallari, dedicato al problema del Politico in Hegel e Schmitt.
Ho ricordato l’esperienza de «la rosa necessaria» (che un’associazione e una rivista per altro legata a questa storica testata). Sarei ben felice se si creassero sodalizi culturali capaci di una proposta “sensata”, che nasca da un autentico bisogno ed eludano il rischio dell’evento spettacolare o autopromozionale.
In una sala gremita (e senza l’irresistibile fascinazione sul mondo studentesco di crediti e ore di alternanza scuola-lavoro...), abbiamo assistito ad un vero dialogo filosofico tra un maestro (Vitiello) ed un allievo (Dallari) che sta simbolicamente “uccidendo il padre”, emancipandosi e avviando un percorso autonomo di ricerca.
Il libro si presenta come una riflessione su due pensatori molto diversi tra loro e distanti nel tempo ma che entrambi hanno dedicato una parte essenziale della loro opera al Politico. Ma l’interesse del testo risiede soprattutto nel voler pensare il nostro tempo a partire dalle categorie hegeliane e schmittiane che vengono fatte interagire tra loro.
Vitiello nel suo intervento ha sottolineato il suo disaccordo rispetto alla prima fase del pensiero del nazista Schmitt, tutto fondato sul tema della decisione nello “stato d’eccezione”. In realtà, ha detto il filosofo napoletano, a Schmitt interessa “chi” decide. L’intervento è stato una meticolosa decostruzione della (presunta) grandezza del pensatore cattolico tedesco (o almeno della prima parte della sua produzione), pur nel riconoscimento della sua biografia sofferta. È ridicolo, ad esempio, pensarlo come padre della “teologia politica” (merito che spetta evidentemente a Platone). Diverso, invece, il secondo Schmitt, quello che scrive, dopo la “cattività”, Il Nomos della Terra (uscito nel 1950, tradotto nel 1991 da Adelphi), in cui – nel tempo del disordine globalizzato – tenta di radicare il Politico non in chi esercita il comando ma nella Terra (γ μήτηρ), come peraltro facevano anche il filosofo-letterato Jünger ed Heidegger. Ma anche questo oggi si è rivelata un’illusione. E noi siamo nel pieno di una crisi che pare senza sbocchi positivi. Unica soluzione – e qui ha parlato il grande e innovativo studioso del cristianesimo – potrebbe essere modificare non ciò che facciamo ma il modo in cui lo facciamo, attingendo a San Paolo (temi questi per altro affrontati anche da un altro allievo di Vitiello, il nostro Guido Bianchini nel suo suo L’inquietudine dell’Altro).
Edoardo Dallari ha svolto un ampio intervento, apparentemente più politico che filosofico, partendo dall’assunto che lo Stato nazionale oramai sia tramontato e sia impensabile riportarlo in vita. Viviamo il tempo della globalizzazione e di compagini neo-imperiali che pongono nuovi problemi di sovranità. L’Europa, in particolare, che pure ha vinto imponendo i suoi valori al globo intero, vive una crisi apparentemente senza rimedio. La sfida, ha detto il giovane filosofo, allora è creare una sovranità europea, come ribadito recentemente dal Presidente francese Macron. Insomma, nel tempo del trionfo dell’Economico, si pone una nuova sfida al Politico e alla sua capacità di guidare gli eventi che va accettata. È necessario creare un nuovo ordine per l’Europa intesa come “grande spazio” che sappia superare l’impasse del germanocentrismo e dei diktat del FMI. L’Europa può e deve esistere solo come Stati Uniti d’Europa... Tutto questo, ha detto Dallari, non ha a che fare (qui emerge una vera e propria filosofia della storia purtroppo solo accennata) con l’uomo e le sue scelte. Da allievo di Severino, Dallari ha parlato di «fatto destinale». L’Europa figlia della crisi (crisi dell’imperialismo nel 1918, crisi della seconda guerra mondiale, crisi del 1989) ha il compito storico di rispondere perennemente alla crisi, che è in qualche modo il motore stesso della sua storia. In «Caoslandia» (Caracciolo), il nostro tempo che contraddice le profezie di Fukuyama sul mondo pacificato, una nuova Europa ha il compiti di essere baluardo di pace rivitalizzando i suoi valori fondativi. E a farlo dovranno essere politici-artisti che operano nel vuoto, senza certezze sul futuro, nella consapevolezza che non esistono “forme” definitive, ordinamenti capaci di resistere all’usura del tempo. Qui, mi pare, che venga rivendicata l’eredità di Schmitt, nella concezione dell’uomo politico come colui che decide non sulla base di ordinamenti dati o di accadimenti prevedibili, ma nell’incertezza, nella precarietà, assumendosene la responsabilità. Dunque, non solo una visione “artistica” della politica ma anche “eroica”. Il politico, dunque, è colui che allontana la crisi ma agisce solo in virtù di essa, in essa.
L’intervento di Dallari si è chiuso con una serie di questione irrisolte: il rischio della Rete (dove si smarrisce il soggetto dell’agire), il rapporto fra dimensione politica (fondata sul consenso) e apparati burocratici, anonimi e opachi. Il problema più grande (e qui torniamo al tema centrale del libro, ossia il rapporto tra società civile e Stato) è quello di coniugare un individualismo (in cui tutti rivendicano la propria personale realizzazione) sempre più spinto con uno potere capace di decidere.
L’ultima parte dell’incontro è stata una raffinato duello dialettico in cui il maestro ha cercato di smontare l’utopia dell’allievo, ritenendo da una parte che l’Europa è già morta (come per altro argomentato in Europa. Topologia di un naufragio, Mimesis, 2017), dall’altra che Nietzsche dovrebbe averci insegnato l’impotenza della volontà di potenza. Con una battuta, dopo aver ascoltato anche le domande dei presenti, ha detto Vitiello di sentirsi nel 1835, poco dopo la morte di Hegel, come se poi non ci fosse stato appunto Nietzsche e il XX secolo a smontare alcune illusioni (in particolare quella dell’esistenza del Soggetto, su cui si fonda invece la visione “artistica” ed “eroica” della Politico proposta da Dallari).
Con una mossa intelligente il discepolo è uscito dall’angolo rivendicando la parola con cui il maestro chiude la “Premessa”: speranza. Speriamo, ha detto, che tutto questo sia possibile. Spes contra spem, potremmo dire, paolinamente...
Dallari sta costruendo con solide basi il profilo dell’anti-Fusaro. Entrambi frutto del vivaio della San Raffaele, con un lessico filosofico e auctores in comune, spesso maestri identici, declinano due possibilità della filosofia politica: l’uno teso a ripensare la grande tradizione marxista in chiave “nazionale”, l’altro, invece, sulla scia in particolare di Cacciari, convinto della necessità storico-destinale di un’altra Europa capace di rigenerarsi per crisi, ereditando tutti valori che ha prodotto nel corso dei millenni.
Io, dal mio canto, mi sono permesso di suggerire – condividendo con Vitiello l’idea di una crisi ineluttabile dell’Europa come costruita fino ad oggi, e provando profondo orrore per le conseguenze della globalizzazione – di lavorare sul concetto di limite, come suggerito da Serge Latouche. A differenza di Dallari non penso la storia in termini “destinali”. Ritengo, da umile docente di storia quale sono, che la globalizzazione, esattamente come la rivoluzione industriale, sia evento accaduto in un certo modo anche per precise volontà politiche. E che, dunque, sperimentatane la potenza dissolutrice (del bisogno primario dell’uomo, il radicamento, oltre che di una vita “sensata” e sicura) sia necessario il limite come sola possibile cura per la ὕβϱις ma anche come antidoto alla forza sradicante che, dissolvendo i confini, ci rende sì “abitanti del mondo” ma anche “apolidi”. Insomma, ed è domanda impegnativa per me che leggevo fino a pochi anni fa con entusiasmo e partecipazione la trilogia di Toni Negri, è possibile pensare in maniera nuova parole come “nazione” o, addirittura, “madrepatria” senza diventare nazionalisti (senza regressioni identitarie) ma vedendo in esse l’unico, storico organismo politico “a misura d’uomo” in grado di garantire ai cittadini una vita dignitosa? Come scrive Latouche in Limite (Bollati-Boringhieri, 2012), contro l’ideologia del “senza frontiere”, «la frontiera non isola, filtra. Le frontiere, per quanto arbitrarie possano essere (e c’è da sperare che lo siano il meno possibile), sono indispensabili per ritrovare l’identità necessaria allo scambio con l’altro. Al contrario di quello che sostiene la tesi mondialista, non c’è democrazia senza capacità del corpo dei cittadini, a tutti i livelli, di darsi dei limiti». 

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Questo il libro di cui si è parlato: 

giovedì 28 settembre 2017

incipit vita nova

Come scritto lo scorso anno l’impegno politico ha modificato radicalmente il mio stile di vita, molto più di quanto prevedessi onestamente. Ad esempio, mentre prima l’anno era bipartito rigidamente in una fase di negotium e una di otium rigenerativo, ora questo non è più possibile. Ciò nonostante l’estate, libera dal contatto con i ragazzi e dagli impegni scolastici, è il momento in cui è più facile, per citare Marco Guzzi, scendere nei propri “inferi”, trovando sassolini per nuove strade da seguire. Questa estate, ad esempio, ho deciso che nei prossimi anni avrei colmato le mie clamorose lacune sulla storia beneventana e sulla questione meridionale. La seconda acquisizione preziosa è che sta accadendo in me una profonda trasformazione nel modo di pormi nei confronti della vita. Fino ad oggi, infatti, ho avvertito sempre un senso di responsabilità nei confronti di tutto quello che accadeva, fosse anche nei luoghi più lontani della terra, accompagnato, quasi sempre, da un velato senso di colpa. Catastrofi familiari o planetarie erano in qualche modo riconducibili a me, alla mia pigrizia o superficialità, al mio scarso impegno. Era difficile essere “felice”. L’altra struttura operante nel profondo, sin dall’adolescenza (o dall’infanzia, se penso alla mia passione per cavalieri e super-eroi) era quella verso l’assoluto, i nuovi inizi, le rivoluzioni... Insomma, la mia vita avrebbe sempre dovuto essere “poetica” (uso il termine in senso estensivo). Oggi, nel silenzio della poesia, mi chiedo che tipo di scrittura possa essere adeguata a questa nuova stagione in cui non so se saggezza o disillusione mi spingono a vivere con serenità ogni momento della giornata senza più quella che in verso giovanile definivo «un’ansia che insegue se stessa» in attesa di eventi straordinari che dessero senso, una volta per sempre, “compimento” alla vita intera. Quella di oggi è una felicità domestica, che addirittura è capace di tollerare i difetti della compagna di una vita, fino a pochi mesi fa talvolta insopportabili, spesso sorridendone, di vivere gli acciacchi dell’età senza più sognare palingenesi “guerriere”, ma senza mai dismettere l’impegno civile (sorretto dalla quotidianità degli impegni politici). Mi sono chiesto se possa essere un venir meno del “desiderio” a spiegare questa quiete che avverto nelle membra. Poi però mi rendo conto che il desiderio non è svanito, si è solo disciplinato anch’esso, quasi ad obbedire ad una forza superiore. Il desiderio è sempre stato il motore del mio agire. Quando si estinguerà non sarò quieto: sarò morto. Saprò, dunque, descrivere in una poesia dimessa o in una prosa intrisa di odori casalinghi questo tempo senza accensioni, senza verticalizzazioni improvvise, senza fughe? Ci sarà una parola adeguata alla assoluta semplicità del qui ed ora? Non lo so... e sono curioso di scoprirlo.

Insomma, mi pare che i cinquanta anni aprano una stagione nuova della mia vita. Prego quel Dio che oramai ha contorni nebulosi, e che pure avverto come "senso" nel profondo del reale, di illuminare questo nuovo percorso ritmandolo.

P.S.
Non mi sfugge che, nel cercare il titolo del post, ricorro alle mie consuete strutture psichiche "verticali": il nuovo inizio, la vita nuova...

mercoledì 13 settembre 2017

La rivoluzione gentile 13 (9 anni dopo...)


Iniziai il mio blog nel 2008 sull’onda dello scoramento per quella che vissi come una catastrofe elettorale con la scomparsa della sinistra dal Parlamento italiano.
Il secondo post era l’articolo scritto (e mai pubblicato) per il «Corriere del Mezzogiorno» che ampliava alcune dichiarazioni, chiestemi da Giancristiano Desiderio, sull’inchiesta Udeur-Mastella del gennaio di quell’anno.
Ieri quell’inchiesta si è chiusa con un’assoluzione “integrale” per tutti gli imputati: smontato tutto il castello accusatorio. Mi pare doveroso tornare, nove anni dopo, su quanto scrivevo.
Premetto che stamattina ho mandato un messaggio a quello che è divenuto intanto il Sindaco della mia città in cui scrivevo che una giustizia del genere non è giusta. Dunque, umanamente, al Sindaco e a Sandra Lonardo va la mia incondizionata solidarietà per quanto subito senza se e senza ma.
Non sarebbe ora, dunque, meglio far calare un pudico silenzio? Perché sento urgere la necessità di elaborare l’accaduto? Perché, come scrivevo allora la mia famiglia è stata parte di quel potere cittadino che, per tanti anni (diciamo per tutti gli anni Ottanta per semplificare) ha deciso le sorti della città e che, appunto, faceva capo a Clemente Mastella, esponente di punta della cosiddetta “sinistra di base”, che aveva scalzato il potere vetroniano in città.
In quella riflessione scrivevo che il giudizio doveva prescindere dall’esito giudiziario della vicenda. Eppure, nove anni dopo, non è possibile non solidarizzare – umanamente – con chi ha visto stravolta la propria vita e ha dovuto attendere un’eternità per scoprire di essere innocente. Questo non è degno di un paese civile. All’epoca avevo superato l’illusione giovanile (sbagliata), risalente a Tangentopoli, che potesse esistere una via giudiziaria alla “rivoluzione italiana”.
Le cose che scrivevo allora le rivendico integralmente. Le intercettazioni ci diedero e ci danno l’immagine di un paese in cui la politica pretende di occupare tutti gli spazi, a prescindere dal colore politico. Ed evocavo non a caso l’esempio di Loretta Mussi, che davvero appare una personalità donchisciottesca stritolata da un potere infinitamente più grande di lei. Mi piacerebbe che un giorno tornasse qui in città a raccontare quella storia...
Evocavo la categoria del “familismo” in un senso molto ampio. Ebbene, come evidente anche da un evento dalla forte carica simbolica come la “cena in bianco”, Mastella vive la sfera politica come ampliamento della sfera familiare (e se stesso come un “buon padre di famiglia”).


La mia riflessione si chiudeva con la profezia di una lunga latitanza della sinistra, la necessità di una ricostruzione dal basso di un agire politico totalmente privato di senso da un potere speculare a quello incarnato dal mastellismo.
Sono passati nove anni: io ho abbandonato l’illusione che la sinistra, come l’avevo sempre immaginata, potesse rifondarsi e ho fatto scelte molto radicali.
Per quanto mi riguarda non posso che ribadire il mio giudizio sul mastellismo, rispetto al quale, a contrario, ho strutturato, a partire dalle elezioni comunali del 1993, la mia partecipazione alla politica. Si tratta dell’ennesima variante delle classi dirigenti meridionali che si sono poste come mediatrici di risorse prima nazionali, ora comunitarie senza mai riuscire a modificare sostanzialmente il tessuto economico e sociale in cui operavano. Nel 1993 in maniera decisa ruppi con la mia storia politica familiare. Non mi sono mai pentito. Ho attraversato i miei deserti. Non devo ringraziare nessuno per quel che sono diventato, accettando i lavori più umili. Continuo, ostinatamente, come nel 2008, come nel 1993, a reclamare una politica fondata sulla morale, una politica vissuta “a tempo” come dovere civico da prestare alla propria città, al proprio Paese, per poi tornare alle occupazioni abituali.
Nel porgere, dunque, la mia solidarietà umana a Clemente e Sandra Mastella, rivendico con fierezza la mia idea e la mia pratica della politica, agli antipodi di quella teorizzata e praticata dal mio Sindaco. La "questione morale", correttamente intesa, rimane una delle spinte fondamentali del mio agire. Essa va continuamente rilanciata, senza temere di essere inattuali.

Un caro amico, commentando l’accaduto e condividendo la mia definizione del mastellismo come «autobiografia della città», mi ha scritto che ci vorrebbe un grande narratore per raccontare nel suo insieme la cultura beneventana, un lavoro storico serio, di ampio respiro, che tenga insieme antropologia, psicologia, sociologia ed economia. Non è detto che, nella prossima vita, pur non essendo un grande narratore, non provi a dedicarmici.

domenica 10 settembre 2017

un anno in Consiglio: post "morale"


A giugno, con Marianna Farese, abbiamo tentato un bilancio di quanto fatto in Consiglio comunale nel nostro primo anno da portavoce del M5S. Ma io sono e sarò sempre prima di tutto un “moralista”, appassionato al cuore degli uomini, e incapace di vivere qualsivoglia aspetto della vita senza appassionarmene. Per questo vorrei provare, in poche righe, a tracciare un bilancio d’altro tipo di quel che ho vissuto.
Prima di tutto vorrei sottolineare come la percezione delle cose cambi radicalmente quando si è “dall’altra parte”, dentro le istituzioni. Per quanto mi riguarda ho imparato che organismo complesso sia una città, anche medio-piccola come Benevento, e quante siano le variabili che rendano complicatissimo pianificare e progettare.
Ho imparato anche che le persone sono molto diverse dalla immagine stereotipata che ne danno i media. Non a caso il consigliere più competente si è rivelato essere quel Fausto Pepe che per me è stato (e il giudizio non muta) un pessimo Sindaco, soprattutto nel suo secondo mandato.
Tutto questo significa anche fare i conti con i propri limiti, riconoscersi come “inesperti” bisognosi di un tirocinio: nella politica l’esperienza è molto più importante della teoria.
Ancora. Giuseppe “Bobby” Falvella, architetto, urbanista napoletano, mi ha detto una volta: imparerai più da questa esperienza che da tutte le altre che hai vissuto. Sugli uomini, in particolare. In politica vedi gli uomini, che pure si comportano come fossero sul palco di un teatro, nella loro essenza, nella loro “verità”. Ne vedi il valore, come direbbe la mia amata Arendt, in azioni e grandi (o piccole) parole.
E Mastella? Conosce i suoi limiti come amministratore e sa di non avere un personale politico all’altezza della sfida, avendo vinto, come ama ripetere, sfruttando debolezze altrui più che per meriti propri e ritrovandosi uomini e donne in buona parte da formare. E, dunque, con scaltrezza, combatte su un piano in cui è più abile di tutti gli avversari: quello mediatico. Di qui la centralità della politica “culturale” e la rivendicazione ossessiva delle sue amicizie prestigiose.
Il futuro cosa ci riserva? Il 12 dovrebbe esserci la sentenza del processo... Un incognita. E noi? Saremo “virtuosi”? Quanto dovrà durare il nostro apprendistato per renderci degni, agli occhi dei cittadini, di amministrare questa città con oculatezza ma anche lungimiranza? Io mi sto preparando. Per la prima volta – questa la grande illuminazione estiva – le mie letture sono state quasi esclusivamente “cittadine”. Il libro di Raimondo Consolante, bellissimo, ha colmato lacune clamorose.
Digressione. Quando fui portato da Antonio Romano al «Quaderno», esperienza che non finirò mai di ringraziare per quanto mi ha dato, c’erano lunghe discussioni sul taglio dei pezzi da scrivere. Il Direttore, Carlo Panella, voleva pezzi calati nella realtà locale, io, fresco di laurea, ambivo ad orizzonti più ampi. Per questo ho sempre rifuggito la “storia locale”, terrorizzato dal poterne essere risucchiato. Vedevo in Gianni Vergineo l’esempio di un grande intellettuale che aveva “sprecato” il suo talento dedicandosi ad una piccola storia. Ebbene, senza rinunziare a nulla, ritengo venuto il momento di saldare il mio debito con la città che mi ha nutrito. Lo posso fare solo conoscendone la storia (quanto sono ignoranti alcuni degli attuali amministratori in merito?) e impegnandomi integralmente nei prossimi quattro anni. Ho bruciato in altre vite tutte le mie ambizioni (ma... sono mai stato ambizioso? E questa è una virtù o un difetto che impedisce di raggiungere grandi risultati?). Vivo la politica come servizio ma anche come costante arricchimento in termini di complessità di ciò che sono. Mi si potrebbe rinfacciare quasi di star conducendo un esperimento su me stesso quasi indifferente ai risultati. Ma non è così. Ho la certezza che rimanendo ancorati a principi ispiratori e sordi al canto delle sirene che invita ad utilizzare egoisticamente una delega avuta dai cittadini si possa davvero incidere sulla realtà. Credo che questa sia la novità dirompente del M5S in una piccola città avvezza ad ogni sorta di trasformismo per fini privati come Benevento. 
Quel che è certo è che, comunque vada, alla fine del percorso sarò un uomo diverso. 

domenica 14 maggio 2017

storie politiche: 2001-2017


Nel 2001 ero un lavoratore precario della conoscenza. Sopravvivevo con lezioni private (spesso a domicilio), contratti da Co.Co.Co in strutture private (come il CEPU). Partecipavo attivamente alla vita politica della città. Ero stato militante di Rifondazione Comunista, uscendone (con Pierino Mancini) quando la giunta Bassolino accettò nella maggioranza l’UDEUR di Clemente Mastella. Pur di una diversa generazione, sentivo vicine le rivendicazioni del neonato Centro Sociale “Depistaggio”. A Benevento quell’anno si sarebbe votato. Si veniva da una lunga stagione “destrorsa”, con due sindacature Viespoli (a partire dal 1993 e peraltro da me votato nel ballottaggio con il candidato mastelliano illo tempore). Fui contattato da Gabriele Corona. In una lunga passeggiata mi illustrò la possibilità di una lista civica, con l’appoggio di Rifondazione Comunista (allora guidata a livello provinciale da Gianluca Aceto) e del Centro Sociale. Iniziammo a lavorarci. Quando si arrivò alla dead-line per la presentazione delle liste si scoprì che Corona aveva equivocato: Depistaggio, il cui leader "carismatico" era allora Alessio Fragnito (che ancora non aveva scoperto di essere discendente dei Longobardi), non aveva alcuna intenzione di impegnarsi in politica, rimanendo fedele alla sua storia. Che fare? Mollare tutto o provarci comunque? Corona, la cui strategia aveva mostrato quanto sia controproducente illudersi che si possa decidere sulla testa della gente, bypassando il coinvolgimento e la costruzione di reti partecipate, non sapeva che pesci prendere. Mi imbarcai in un’impresa ardua: costruire una lista, con il solo supporto di RC, e raccogliere le firme. Ci riuscii, supportato da una rete amicale (in particolare Maria Domenica Savoia che ci mise a disposizione la sede del Canzoniere della Ritta e della Manca). Si presentarono ben sette candidati Sindaci: oltre me, Sandro D’Alessandro per un centrodestra compatto, Pasquale Grimaldi per un centrosinistra che all’epoca governava la Rocca, Umberto Del Basso De Caro in rotta con il centrosinistra in una prova di forza, Gennaro Santamaria con un improbabile movimento neonato facente capo a D’Antoni, Giuseppe De Lorenzo e Orlando Vella (per la Lista Di Pietro). Alla fine uscì una lista amical-rifondarola, con il minimo dei candidati e molti “compagni” di provincia, infilati solo per fare numero. Vano era stato il tentativo di convincere persone di cui avevo grande stima. Tra queste un militante dei Democratici di Sinistra, della sua sinistra, insieme ad Antonio Romano. Si chiamava Antonio Medici. Chi sia curioso su come andò a finire può leggere i dati qui. Io, dopo un litigio abbastanza duro con Corona, mi ritirai a vita privata, malgrado il discreto risultato personale. Quello fu un anno di grazia a livello familiare: la fine della precarietà lavorativa e la nuova casa mi avrebbero risarcito della delusione politica.
Nel 2006 si rivotò in città. Ero davvero altrove con la testa a causa della mia paternità oramai inattesa e tardiva. Seguii pochissimo le vicende politiche. Votai quasi naturalmente contro la destra per un centrosinistra unito che andava dal Centro sociale a Mastella. Vinse Fausto Pepe, uomo dell’entourage mastelliano. Ne nacque una diatriba interna alla maggioranza sull’attribuzione degli assessorati. Corona fece passare il principio che non contavano i voti presi e le liste presentate, almeno per la componente di sinistra dell’alleanza. Il candidato naturale all’Assessorato, Alessio Fragnito, fu scavalcato da Antonio Medici, che si era avvicinato a Rifondazione Comunista (guidata da Giuseppe Addabbo), proposto da Corona, che aveva contribuito alla redazione del Programma di Pepe. Antonio divenne Assessore al Lavoro e alla Formazione. 
Nel gennaio 2008 si abbatté sull’UDEUR una tempesta giudiziaria (che a breve dovrebbe avere il suo epilogo). Rifondazione decise di ritirare il proprio Assessore dalla giunta a guida UDEUR.
Nel 2009 nacque Palazzo di Città, associazione promossa da Francesca Maio, Luigi Mastromarino, Antonio Medici, Maria Elena Napodano e Gaetano Pilla, «slegata da partiti politici, e nata con lo scopo di diffondere le esperienze di buone pratiche di governo locale». Io ero nel pieno esercizio della mia paternità: unici svaghi (domestici) l’Inter e il riordino delle carte sparse che sarebbero divenute il mio primo libro. Sul blog (iniziato nel 2008) avevo trasfuso la delusione e la disillusione politica per una sinistra senza popolo, tutta dentro logiche di piccole oligarchie di michelsiana memoria. Ma mi sentivo saldamente uomo di sinistra.
Nel 2011 si tornò al voto. Avevo ripreso ad annusare quanto accadeva in città. Intervenivo talvolta con note che venivano gentilmente pubblicate. Seppi che intorno ad Antonio Medici, con la sponsorizzazione di Gabriele Corona, si stava creando la possibilità di una lista da opporre alla ricandidatura di Fausto Pepe, che aveva rotto con il suo mentore, rifiutando di dimettersi nel 2008 e aveva proseguito con un manipolo di ex mastelliani a lui fedeli la sua avventura. Partecipai con entusiasmo all’esperienza di “Ora”, pur non potendomi candidare. Vi confluivano quelle che consideravo le parti migliori della città: giovani senza dimora politica stabile, l’esperienza di «Altrabenevento», il movimento grillino il cui primo nucleo era nato in città nel 2007. Come la mia esperienza di “Città Aperta” si trattava, evidentemente di una testimonianza. Ma sarebbe stata buona cosa, pensavo, mandare una persona capace come Antonio in Consiglio comunale, a fare da terminale a quanto accadeva di buono nel territorio. Mi spesi molto, soprattutto dalla tastiera, rimanendo fedele ai doveri domestici. 
La lista, come nel 2001, era però estremamente fragile elettoralmente. Rivinse Fausto Pepe contro un accozzaglia senza senso (il PIT) che riuniva tre grandi "vecchi" (Mastella, Viespoli e Nardone). 
Si pensò di far diventare “Ora” un laboratorio politico. Durò pochissimo. Ci fu una fragorosa rottura tra le sue componenti “pilota”, di cui c’è traccia in rete. Negli anni successivi in me tornò il prepotente bisogno di impegno. Incrociai l’esperienza di “Alba”. Bruciai con “Cambiare si può” l’ultima illusione di una sinistra non oligarchica e capace di rinnovarsi. Nel 2012 decisi di entrare nel MoVimento 5Stelle, iniziando a frequentare il Meetup "Grilli Sanniti" nel 2013. In punta di piedi, cercando di capire dall’interno. Ciò che è accaduto dopo è storia recente. Inutile raccontarla.
Perché tutto questo? Chi se ne fotte, direbbe il mio ex alunno “Pierino” Mastrogiacomo? Avevo promesso ad Antonio Medici una riflessione su come storie che si sono incrociate, talvolta giustapposte in anni non lontani, possano poi prendere strade opposte. Antonio, per il quale conservo inalterata stima (non solo per la generosità della persona), è diventato un laudator del renzismo, che vede come rinnovamento della sinistra italiana verso una modernizzazione sempre rinviata. A Benevento è stato tra i social influencer che più si sono spesi per Clemente Mastella. Nel giro di pochi anni, dunque, la composita galassia che aveva dato vita ad “Ora” è esplosa nelle più varie direzioni: il candidato Sindaco per Mastella, alcuni con la lista testimoniale di Federica De Nigris, altri nella lista del M5S. L’equivoco era in “Ora” o c’è stata una faglia nella storia politica italiana che giustifica questa diaspora contraddittoria? Esistono moventi originari dell'agire politico cui si rimane fedeli malgrado le diverse incarnazioni che diamo a tale movente negli anni? O alcuni di noi hanno abbandonato gli ideali originari? 
Antonio ora ha avuto un importante incarico nella giunta di centrodestra guidata da Clemente Mastella, avversario nel 2011. Sono contento per la città. Ma voglio ostinatamente cercare di capire cosa sia successo in tutti noi in questi anni. Non per decidere torto e ragione, ché non potrebbe esserci trattandosi di scelte. Solo per capire.

domenica 23 aprile 2017

libri


«Il libro da leggere appartiene a quei miracoli di una tecnologia eterna di cui fan parte la ruota, il coltello, il cucchiaio, il martello, la pentola, la bicicletta. Il coltello viene inventato prestissimo, la bicicletta assai tardi. Ma per tanto che i designer si diano da fare, modificando qualche particolare, l'essenza del coltello rimane sempre quella. Ci sono macchine che sostituiscono il martello, ma per certe cose sarà sempre necessario qualcosa che assomigli al primo martello mai apparso sulla crosta della terra. Potete inventare un sistema di cambi sofisticatissimo, ma la bicicletta rimane quella che è, due ruote, una sella, e i pedali. Altrimenti si chiama motorino ed è un'altra faccenda.
L'umanità è andata avanti per secoli leggendo e scrivendo prima su pietre, poi su tavolette, poi su rotoli, ma era una fatica improba. Quando ha scoperto che si potevano rilegare tra loro dei fogli, anche se ancora manoscritti, ha dato un sospiro di sollievo. E non potrà mai più rinunciare a questo strumento meraviglioso. La forma-libro è determinata dalla nostra anatomia».
Questo scriveva Umberto Eco in una delle sue celebri “Bustine di Minerva” proprio all’inizio del millennio. Aveva torto. Oggi tutti noi sperimentiamo che il “libro” non coincide più necessariamente con un manufatto cartaceo. A me capita spesso di non ricordare se ho letto un “libro” sull’e-reader, sul pc da tavolo, sul tablet o sulla carta. Come Bobbio, che non immaginava la possibilità tecnica di poter esprimere un parere “politico” con un click (cosa che, dal suo punto di vista, avrebbe reso evidentemente praticabile l’utopia della democrazia diretta), così Eco non immaginava le possibilità evolutive della forma “libro”, capace di transitare, partendo dalla pietra, passando per altri supporti come papiro, pergamena e carta, nella dimensione immateriale.
Anche per questo, due anni fa ho scelto di rinunziare al libro di testo nelle mie discipline, accettando la sfida di una scuola quasi integralmente digitale. Per me, cresciuto nell’amore fisico, tattile e olfattivo per il “libro” di carta è stato un passaggio arduo ma pur necessario.
Rimane aperta la sfida irrisolta della mia vita: mettere ordine nelle mie terre libresche... Scisso tra una casa cittadina dove c’è spazio solo per pochi testi essenziali (e non ancora digitalizzati) e una capiente in campagna, penso spesso con sofferenza ai cinquemila volumi che dimorano a San Cumano, in precario ordine. Prima o poi riuscirò a sanare questa lacerazione e a mettere ordine nelle mie terre!
Seconda sfida (persa in partenza): archiviare in maniera ordinata e utilizzabile le migliaia di “libri” digitali accumulatisi negli anni.
Nella Giornata mondiale del libro raddoppierò il lavoro, sapendolo vana fatica. Ma ben venga. Non è accumulazione seriale e compulsiva. I libri ci aspettano. Aspettano l’attimo propizio in cui il nostro incontro diventa necessario. È importante, dunque, che essi siano pronti per quest’attimo assoluto e trasformativo.

domenica 16 aprile 2017

Pasqua 2017


Saremo coscienti della nostra santità
Che matura mentre sviluppiamo
Le nostre verghe e i centri essenziali,
I nostri rami e le foglie benedette
Sul margine oltre la vostra portata;
Commenteremo la grossezza
Delle nostre radici,
Radici stupende
Perché nascoste sotto la corteccia
Del nostro charme.
Dateci il gusto del rimpianto.
Le nostre lacrime suonano più assennate
Che la nostra allegria all’aria
O al giallo fanello che non la merita.
Saremo coscienti della nostra
Divinità, quando è l’ora:
Senza vergogna ma senza esultare,
Rendendo saldi i nostri affetti;
Vi legheremo
A un solo senso di finalità
Come una caverna con un unico filo.
Sotto quest’ombra
Accorre il martinpescatore
E l’uccello d’acqua dolce
Dal becco roseo,
Ma noi non gli badiamo,
Aspettando, aspettando,
Aspettando l’uccello che dirà
«Sono venuto a sollevarvi,
A segare le vostre radici
Per farvi liberare».
Allora ci alzeremo
Su larghe ali
Ed entreremo nell’aria
Scavando verso l’alto nell’azzurro del cielo.
Quest’ombra
Ha la libellula e il pescespada
Fendendo ciascuno i propri carici,
E la lontra
Che striscia felina sott’acqua
Dando la mano alla sirena.
Saremo coscienti
Della nuova regione che si schiude
Nella nuvola cieca sopra le nostre teste:
Saremo coscienti d’una gran divinità
E di una totale sanità.

[Dylan Thomas, Saremo coscienti della nostra santità (1930), trad. it. di Ariodante Marianni, in Poesie e racconti, nuova edizione italiana a cura di Ariodante Marianni, Torino, Einaudi, 1996]

We will be conscious of our sanctity
We will be conscious of our sanctity
That ripens as we develop
Our rods and substantial centres,
Our branches and holy leaves
On the edge beyond your reach;
We will remark upon the size
Of our roots,
Beautiful roots
Because they are under the surface
Or our charm.
Give us the pleasure of regret;
Our tears sound wiser
Than our laughter at the air
Or the yellow linnet who does not merit it.
We will be conscious of our divinity
When the time comes
Unashamed but not with delight,
Making our affections fast;
We will tie you down
To one sense of finality
Like a cave with one thread.
Under this shade
The kingfisher comes
And the fresh-water bird
With his pink beak,
But we do not concern ourselves,
Waiting, waiting,
Waiting for the bird who shall say,
‘I have come to elevate you,
To saw through your roots
And let you float.’
Then we will rise
Upon broad wings
And go into the air,
Burrow our way upwards into the blue sky;
This shade
Has the dragonfly and the swordfish
Cleaving their own sedges,
The otter
Hand in hand with the mermaid
Creeping catlike under the water.
We will be conscious
Of a new country
Opening in the blind cloud over our heads;
We will be conscious of a great divinity

And a wide sanity.