domenica 21 gennaio 2018

valori non negoziabili

I fatti. Tre giorni fa una persona ci fa pervenire foto di un volantino in cui si annunzia gita a Predappio in partenza ad aprile da San Leucio (del Sannio) con la presenza del parroco di San Giovani di Ceppaloni (per altro frequentata anche dal Sindaco di Benevento, Clemente Mastella), Padre Robert, e visita alla tomba del Duce. 
Nel volantino ci sono una serie di (molto interpretabili) suggerimenti ai partecipanti (per esempio osservare il silenzio dove c’è la videosorveglianza...).
Io e Marianna (Farese) ne parliamo e riteniamo la cosa degna di essere segnalata all’opinione pubblica.
Scoppia il pandemonio nel mondo reale e nel mondo virtuale. Padre Robert viene raggiunto da giornalisti: dichiara tante cose (molte discutibili), alla fine getta la spugna. Non andrà a Predappio. In rete il variegato mondo fascista e neo-fascista ci riempie di contumelie.
In particolare una storica militante della destra beneventana, Ida Santanelli, articola una surreale argomentazione: poiché i consiglieri pentastellati non hanno votato contro la dichiarazione di dissesto (a suo dire sicuramente evitabile) non hanno diritto a parlare, men che mai di una vicenda di così poco conto. Quanto accaduto per altro ha funzionato da cartina di tornasole per far emergere quanta “nostalgia” (e aggiungo per molti: quanta ignoranza storica) ci sia anche in altre formazioni politiche.
L’altra accusa, pure surreale e segno di una ingiustificabile ignoranza, non tollerabile in chi vuole essere classe dirigente, è che la segnalazione farebbe riemergere il mai sopito “comunismo” del sottoscritto.
Questo post, dunque, vuole chiarire tre cose fondamentali. 1) Se il sacerdote ha deciso di tirarsi indietro rispetto ad un impegno reso pubblico ci sarà un motivo. Questa scelta (al di là di quanto accadrà eventualmente nelle prossime settimane) è la clamorosa e inconfutabile prova che abbiamo fatto bene a rendere pubblico quanto segnalatoci.
2) I consigli e le morali su cosa possiamo e dobbiamo fare le rispediamo ai mittenti (che per altro non hanno brillato, ad essere teneri, neanche nella sfida elettorale). Non ci servono patenti per svolgere il nostro incarico. Soprattutto da chi critica Mastella e poi ci si allea ora per governare il Paese.
2) L’antifascismo è l’esperienza su cui è nato questo Paese. Ha avuto tante anime. E per saperlo basta leggere un manuale di storia, non sterminate bibliografie. Pensare che sia stato solo comunista denota o malafede o ignoranza. Ed è difficile capire cosa sia peggio. Le mie scelte sono irrevocabili. Lo è l’attivismo nel Movimento 5 Stelle. Lo è, da lunghissimo tempo, l’antifascismo, che per me non è negoziabile. Il che non mi impedisce di lavorare gomito a gomito con persone che hanno percorsi politici diversi dal mio e apprezzarne l’integrità morale.
Cosa è stato per me il fascismo? Parte del “male assoluto” sicuramente. Insieme ad altre esperienze storiche, di destra e di sinistra ovviamente, che sarebbe lungo elencare. Da docente di storia questo non mi esime, quando nell’ultimo anno affrontiamo l’argomento, dal raccontare a tutto tondo questo fenomeno complesso (che per altro non fu «malattia», come erroneamente ritenne Croce, ma compimento di storia lunga dell’Italia ottocentesca). Ad esempio, faccio pensare ai ragazzi alla bellezza dell’architettura fascista a Benevento. Il fascismo, però, è stato innanzitutto un’ideologia fondata sulla forza, sul militarismo, su un nazionalismo aggressivo e imperialista, si è alleato con la feroce Germania nazista, ha approvato le leggi razziali, ha eliminato o segregato i propri oppositori politici, ha condotto l’Italia in una guerra rovinosa. La complessità va rispettata ma il giudizio va dato. E le scelte vanno fatte. Con un comandante della maquis francese, il cui volto campeggia sul mio profilo Facebook da molti mesi, ripeto spesso che «la nostra eredità non è preceduta da alcun testamento». Io sono erede - per scelta consapevole e non per "tradizione" - dell’antifascismo della Costituzione promulgata nel 1948, unico collante di ideologie diversissime (social-comunista, cattolica, liberale, azionista per citare le maggiori).
Aggiungo una chiosa. Pur essendo un “diversamente credente” seguo con trepidazione quanto Francesco sta facendo nella Chiesa cattolica, dopo un papato regressivo come quello ratzingeriano. A Benevento è arrivato da un paio d’anni un Vescovo che mi pare in linea con questa volontà di purificazione che vedo nel mandato di Bergoglio. Mons. Felice Accrocca è fine studioso del santo di Assisi ma sa parlare a tutti. Sta trasformando un organismo sclerotizzato da vescovati sostanzialmente conservatori. Interviene su grandi tematiche spronando la politica a fare il suo dovere. Altrove ho scritto che Benevento rinascerà solo quando il suo cattolicesimo diverrà pienamente “adulto” (perché le radici sono importanti ma vanno curate...). Personalmente mi piacerebbe che quanto abbiamo fatto, attirando offese di ogni tipo e attacchi scomposti (di cui io sono onoratissimo), sia un contributo anche a questo doveroso processo di crescita spirituale. 


* * *
Qualche link:
Il Primato nazionale (!)

Per chiudere una "poèsia"...

mercoledì 17 gennaio 2018

parole

Cara Gaia,
trovo divertente che voi appuntiate sul vostro quadernetto di memorabilia liceali alcune parole che mi capita di pronunziare, per voi buffe, inusitate. Sarà un piacere riascoltarle nel pranzo di fine ciclo che rimane uno dei momenti più suggestivi, a mio avviso, della vita scolastica, quando quasi tutto è compiuto (se non l’Esame di Stato) e ci si vede, reciprocamente, già con occhi diversi. È un giorno lieto e triste nello stesso tempo per me dove si scoprono tanti piccoli segreti (spesso di Pulcinella, a dirla tutta), e si scherza insieme su situazione illo tempore vissute con pathos o severità.
Mi chiedevi qual è il segreto per imparare parole difficili. Ti ho detto, prima di tutto, che alla tua età, facevo tanti errori di ortografia. E che ho smesso di farli... leggendo. La chiave di volta della mia vita è stata l’immersione, in certi momenti «matta e disperatissima», nelle pagine di libri trovati a casa o comprati. Ed è quello che, ogni giorno, spesso a costo di essere pedante, ripeto a mia figlia Caterina, riempiendo la casa di libri adatti alla sua età (in ultimo una bella collana di “Classicini”). 
«Tolle, lege» potrei ripetere, sapendolo unico segreto per nutrire la mente e donare alla tua lingua quella complessità di lessico che può corrispondere ad una complessità di pensiero. Spero capiate che in me non c’è mai ostentazione: odio l’erudizione fine a se stessa o l’eleganza della forma priva di nerbo. Istintivamente cerco di incuriosirvi, di spingervi ad entrare in quel maestoso, antichissimo palazzo che è la nostra meravigliosa lingua, avendo per altro voi la fortuna di studiare il latino e il greco, che ne sono scaturigine e fondamento.
Però, ed è questo il motivo per cui ti scrivo una breve lettera in pubblico, a te che sei così curiosa intellettualmente, ho dimenticato di dirti, mentre spiegavamo l’opera titanica di Nietzsche, che il viatico probabilmente principale a questo amor linguae è stata la poesia. Vedi, cara Gaia, la parola poetica, spesso isolata o all’interno di un “versicolo” (e non penso solo ad Ungaretti), soprattutto nella poesia novecentesca, ti costringe a scavare nella parola. In questo momento mi sovviene l’esperienza di un auctor per me sommo come Paul Celan, che proprio alla parola ha dedicato alcune delle sue poesie più memorabili. 
La parola poetica, che ha il respiro della pagina bianca, che riecheggia in noi, che reclama attenzione, dedizione, che non rimanda ad una “storia”, ma accade, è essa stessa e-vento (e che significa, ti chiederei se stessimo in classe, etimologicamente evento?), ebbene quella parola mi ha educato alla lingua. E io abito la lingua italiana, sapendo che sono solo il tramite attraverso cui essa esiste e resiste, esistendo prima di me e continuando, mi auguro per secoli, pur mutando come organismo vivente, a rendere possibili opere mirabili dell’ingegno. Io abito la lingua di Dante e di Tasso, di Foscolo e Leopardi, di Montale e Caproni. In ogni parola assaporo una storia millenaria, che rimanda alla Grecia e a Roma.
Se sarò riuscito a trasmettervi un po’ di questo rispetto filiale per la lingua che abitiamo il nostro incontro non sarà stato inutile. A prescindere dalla storia e dalla filosofia...

A domani!

P.S.

Commiato

Gentile
Ettore Serra
poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento

Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso.

Giuseppe Ungaretti

mercoledì 10 gennaio 2018

La rivoluzione gentile 18 (Critiche e crisi)


Negli ultimi tempi, come scritto altrove, sono stato oggetto di attacchi di tale ingiustificata violenza verbale, da avermi spinto a bannarne gli autori. Facebook rischia di diventare una camera piena di miasmi. Nello stesso tempo è un luogo conflittuale che consente di porsi questioni importanti.
L’8 gennaio ho postato uno screenshot di Berlusconi, in cui individua il M5S come “nemico mortale” (quello che era il “comunismo” nella mistica salvifica del 1994) da fermare.

Ne sono scaturiti una serie di commenti.
A due devo risposte un po’ più analitiche e con qualche riferimento.
La prima a Paolo Cavallo
Paolo è un giovane studente universitario che ha frequentato il Liceo Giannone, pur non essendo mio alunno. Abbiamo giocato a pallone insieme. Abbiamo fatto foto divertenti insieme nei momenti ludici della vita scolastica. Ci siamo scontrati in occasione di un’occupazione che io ritenevo assolutamente sbagliata. Ritengo legittima la critica, ma i modi con cui Paolo la attua ancor m’offendono. 
Sostanzialmente mi imputa due cose: 
1) il trasformismo; 
2) l’appartenenza ad un movimento che in termini religiosi si potrebbe definire chiliastico o apocalittico, oltre che fortemente carismatico. 
Alla prima accusa ribadisco quanto scritto più volte: la mia storia politica è pubblica e la ripeto per l’ennesima volta. La mia era una famiglia democristiana, vicina ai Mastella (mia madre era cara amica di lady Sandra) e ai De Mita. Io, sostanzialmente disinteressato alla politica per tutti gli anni del Liceo, iniziai a scoprirla in una Sapienza egemonizzata da grandi figure dell’intelligencija rossa italiana di quegli anni: penso al mio docente di italiano, Alberto Asor Rosa. Divenne prassi quotidiana comprare «Il Manifesto», gli ultimi numeri di «Rinascita», «Avvenimenti» (che peraltro custodisco). Era la seconda metà degli anni Ottanta. Feci la tessera del PDS quando nacque, mai rinnovata. Di lì in poi sarei rimasto sempre nell’alveo, come elettore, della cosiddetta “sinistra radicale”, sostanzialmente Rifondazione Comunista, pur non disdegnando in alcune circostanze di votare per i Verdi e, credo una volta, per l’Italia dei Valori. Nella seconda metà degli anni Novanta (il tramite se ben ricordo fu Pierino Mancini), entrai in Rifondazione Comunista (nella fase di transizione dall’era Timoteo all’era Aceto per intenderci). Fui candidato di servizio alle Provinciali del 1999. Uscii da RC quando il partito accettò nella maggioranza regionale l’UDEUR di Mastella (2000). Nel 2001 mi fu chiesto da Gabriele Corona e da Rifondazione Comunista di guidare una lista civica (ne ho ricostruito altrove la storia), che io chiamai “Città Aperta”, definibile come rosso-verde. Malgrado il discreto risultato personale, dopo di allora non ho avuto più impegni politici diretti, rimanendo un attento osservatore delle vicende locali e nazionali, in particolare della dissoluzione della sinistra italiana, dovuta a Fausto Bertinotti e alle sue ambizioni personali, quando si sarebbe potuto realizzare un incontro reale e trasformativo con il fecondo mondo dei movimenti, vivacissimo all’inizio del millennio. A livello locale, dopo il ritiro a vita privata dovuto alla nascita di mia figlia (2006), tornai ad occuparmi della cosa pubblica sostenendo il tentativo di Antonio Medici e Gabriele Corona di “Ora”, in cui conobbi da vicino la realtà pentastellata di Benevento, nata nel 2007. Nel 2012 aderii ad AlbA, esperimento per me molto fecondo di riflessione e azione sulle tematiche che più mi appassionano: l’ambiente, il lavoro, i beni comuni. Nel 2013, con molta sofferenza, appoggiai (con il mio voto e il mio impegno in rete) l’esperimento nato male e finito peggio di “Rivoluzione civile”, ultimo tributo alla mia storia “a sinistra”. Nei mesi successivi avrei tematizzato come sempre in pubblico una scelta di consapevole rottura. Non voglio ripetere quanto scrissi e a cui rinvio. Spero di aver chiarito in maniera esaustiva a Paolo che un percorso travagliato, pieno di errare ed errori è una cosa, il trasformismo per motivi di interesse altra. Io non ho mai avuto alcun incarico di nessun tipo né in un partito né in una Fondazione né in un Ente pubblico. Ho rotto con la matrice politica della mia famiglia proprio per disgusto nei confronti di quel mondo, che fa della politica controllo della società e privilegio per alcuni. Ringraziando Dio ho una vita «umile ma onesta», per citare il sommo Troisi. Non ho bisogno della politica e dei politici.
La seconda critica al M5S posso raccoglierla e discuterla. Amo dire che si tratta di un Movimento, fluido per natura, nato quasi per provocazione (non si dimentichi che Grillo voleva candidarsi alle primarie del PD e gli fu impedito), naturalmente evolutivo nelle forme organizzative. Sicuramente c’è stata e c’è una componente carismatica (che è stata il collante del primo decennio), ora si è entrati in una fase nuova (riconosciuta da autorevoli commentatori non pregiudizialmente a favore come Ignazi e Pasquino). Io, anche come osservatore, ritengo che ci siano aspetti assolutamente originali in questo organismo cangiante, alcuni filiati dalle “visioni” di Casaleggio”. Cosa mi appassioni l’ho scritto e non ci ritorno.
L’altro intervento critico è questo:
 Legittimo, fondato. Premesso che entrare nel M5S significa aver superato (e personalmente a livello teorico ci rifletto da almeno 10 anni) la dicotomia destra-sinistra (o quanto meno averla resa molto più complessa a livello topologico...), la critica mi interpella perché mi consente, finalmente, di chiarire, in primis a me stesso, un punto delicato. Mi si imputa sostanzialmente di aver buttato a mare ogni critica al capitalismo ed aver abbracciato un’ideologia “del capitale”. Senza entrare troppo nel merito dei termini, io mi sento di rispondere 3 cose:
1) mi pare che, al netto di piccole frange ininfluenti, non ci siano soggetti politici che oramai mettano in discussione il capitalismo “in sé”;
2) il M5S è il soggetto politico che più rigorosamente (v.il lavoro coordinato da De Masi) si pone i problemi del lavoro nella quarta rivoluzione industriale e del reddito di cittadinanza come misura di civiltà, cioè il problema di una grande redistribuzione del reddito che mi pare l’unica misura possibile di giustizia sociale fattibile (per quanto ardua) nel nostro tempo;
3) il M5S, accusato di essere un movimento “fascista” e “nazionalista”, nella critica al fiscal compact, all’Europa carolingia (franco-tedesca), alla globalizzazione selvaggia, mi pare unico movimento capace di arginare le pericolose derive di una civiltà che ha deciso scientemente (cfr. illuminante articolo di Gilioli) di subordinare la politica ad un’economia priva di qualunque controllo. Su questo è avvenuta la trasformazione anche teorica decisiva per quanto mi riguarda: mentre ho ritenuto per anni che la globalizzazione potesse diventare dialetticamente un momento evolutivo della storia umana, mi sono convinto che i disastri che essa comporta non potranno mai essere eguagliati da eventuali benefici e che il “limite”, come mi ha insegnato un aureo libriccino di Latouche (ivi compresi i confini di uno Stato nazionale) possono essere l’unico argine all’«orrore economico». 

sabato 30 dicembre 2017

siamo nel mezzo di una rivoluzione (e non ce ne accorgiamo)

La riflessione sulla tecnica è assolutamente centrale nel mio percorso almeno da quando incrociai un testo cui torno ancora spesso: L’uomo è antiquato II di Günther Anders. 
Quella lettura si innestava su una tendenza, di ascendenza roussoiana e romantica, ad esaltare la natura e la vita naturale, vedendo con sospetto il “progresso”. Anche come docente ho sempre dato molta enfasi al combinato costituito dalla rivoluzione scientifica, lungo l’asse tecno-scientifico Cartesio-Bacone, e dalla rivoluzione industriale. L’incontro con Heidegger nella seconda metà degli anni Novanta avrebbe dato spessore di pensiero a questi atteggiamenti ereditati probabilmente dall’ambiente familiare (ramo materno). Eppure non sono mai stato un tecnofobo. Al contrario ho sempre sperimentato con curiosità, salutando, ad esempio, la rivoluzione informatica con entusiasmo e mettendo da subito in atto la mia “migrazione digitale”. Anche come docente ho sempre sperimentato innovazioni e cercato di utilizzare la tecnologia a supporto di una didattica più coinvolgente (al punto da abolire il libro di testo oramai da quattro anni e facendo lezione sempre con la LIM). 
Questo preambolo era necessario per dare un senso alle riflessioni sulla mia ultima lettura: La seconda rivoluzione delle macchine. Lavoro e prosperità nell’era della tecnologia trionfante di Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee (Feltrinelli, 2015), per altro letto (e sottolineato) rigorosamente in formato digitale.
Il mio consiglio a chi volesse leggerlo è di iniziare dall’ultimo capitolo [La tecnologia e il futuro (che è molto diverso da “la tecnologia è il futuro”)] che dà le coordinate del lavoro svolto dai due studiosi. 
Il libro, a mio avviso, è molto onesto intellettualmente: gli autori dichiarano di essere ottimisti, ma, nello stesso tempo, non nascondono i rischi che la rivoluzione in atto potrebbe comportare e che sono difficilmente calcolabili.
Essi ritengono che «la nostra generazione avrà la fortuna di vivere i due più incredibili momenti della storia: la creazione della vera intelligenza artificiale e la connessione di tutti gli umani tramite una rete digitale comune, eventi che trasformeranno l’economia del pianeta. Innovatori, imprenditori, scienziati, smanettoni e tanti altri». Riconoscono che tali innovazioni stanno producendo un’incredibile abbondanza ma, nello stesso tempo, enorme diseguaglianza e rischi sulla sicurezza imponderabile.
Scorrendo l’indice è facile cogliere le tesi centrali del libro.

1. Le grandi storie
2. Le capacità delle nuove macchine: la tecnologia va in fuga
3. La legge di Moore e la seconda metà della scacchiera
4. La digitalizzazione di tutto o quasi
5. Innovazione: declino o ricombinazione?
6. Intelligenza umana e artificiale nella seconda età delle macchine
7. Cornucopia informatica
8. Oltre il PIL
9. Il divario
10. I veri vincenti: star e superstar
11. Implicazioni dell’abbondanza e della disuguaglianza
12. Imparare a correre con le macchine: raccomandazioni per i singoli
13. Raccomandazioni politiche
14. Raccomandazioni a lungo termine
15. La tecnologia e il futuro (che è molto diverso da “la tecnologia è il futuro”)

Ci troviamo nella seconda “metà della scacchiera”, nell’epoca in cui tutto viene digitalizzato e la potenza combinatoria delle macchine produce innovazioni sconvolgenti, preludendo ad un’integrazione tra intelligenza umana e artificiale. In questo contesto ci sono vincenti (le “superstar” in ogni ambito che massimizzano i profitti) e i perdenti, messi ai margini. L’ultima parte del libro è dedicata a “raccomandazioni” che riguardano il singolo (la parola d’ordine sia integrarsi con le macchine, non combatterle) e la politica.
Condivido la percezione di una soglia epocale che l’umanità sta varcando. Il limite degli autori è però quello di cogliere solo un aspetto di un balzo in avanti evolutivo che riguarda ben altri ambiti dell’umano (e del cosmico), non solo quello tecnologico, che ne è solo una parte, rivelando, più in generale, come un approccio settoriale conduca inevitabilmente ad una visione parziale dei processi in atto.  
Ho apprezzato molto le pagine sulla necessità di una nuova educazione all’altezza della rivoluzione in atto, valorizzando soprattutto la creatività ed imparando ad integrare seriamente le tecnologie nei processi di apprendimento.
Dissento dalle soluzioni politiche proposte che non tengono conto dello sconvolgimento in atto in molte parti del pianeta che ha prodotto immense sacche di disagio e povertà. Insomma, le soluzioni su questo piano non possono essere di lungo periodo (nel quale saremo tutti morti). Né tanto meno è possibile giustificare tutto ciò come una conseguenza spiacevole di un processo nell’insieme positivo (come accadde a molti intellettuali ottocenteschi). È necessario, al contrario, che lo gli Stati, recuperando capacità di decisione, dopo aver abdicato a favore di un mercato globale totalmente deregolamentato, intervengano a tutela dei cittadini. Con onestà i due autori dedicano diverse pagine al reddito minimo o di cittadinanza: «Sarà necessario rispolverare l’idea del reddito base nei decenni a venire? Forse, ma non è la nostra prima scelta». Ecco, qui il mio dissenso è radicale. Anche perché le critiche al reddito di cittadinanza nascono da una fondamentale incomprensione: esso non è in alternativa al lavoro ma dovrebbe permettere di integrare il reddito da lavoro. A mio avviso è l’unica scelta sensata per i prossimi anni in cui aumenteranno vertiginosamente la produttività e le diseguaglianze. 
Consiglio caldamente la lettura di questo libro. Anche per chi, come me, avrà forti perplessità sulle soluzioni sarà utile a capire almeno un aspetto della grande rivoluzione antropocosmica in atto. L’importante è non fermarsi qui, esplorando quanto di apocalittico (e rigenerativo) sta accadendo negli “inferi” della coscienza umana, nell’ecosistema, nelle grandi religioni storiche.  

venerdì 29 dicembre 2017

La rivoluzione gentile 17 (Politica e filosofia)


Per circa un anno la domanda più frequente che mi facevano le persone era: perché non sei stato tu il candidato del M5S? La mia risposta era articolata: evocavo la democrazia interna (checché ne dicano i detrattori) e, soprattutto, dicevo loro che era stato un bene (col senno di poi), consentendo di misurare la mia credibilità (e avendone una risposta che superava qualunque ottimistica previsione). Aggiungevo che era positivo che per me e Marianna (con la quale è nato intanto un bellissimo rapporto fondato sulla complementarità e la fiducia reciproca) è estremamente positivo fare esperienza. L’amministrazione è prima di tutto pratica. Confesso che ho imparato tantissimo in un anno e mezzo. Stare “dentro” ti dà una prospettiva completamente diversa.
Ora quella domanda è stata (per fortuna!) archiviata, sostituita da un’altra, altrettanto ricorrente: come fai a sopportare tutti gli attacchi che ti fanno? Li prendo con filosofia! Può sembrare banale, ma ritengo che una politica nuova debba essere nutrita di filosofia, spiritualità e di poesia. Provo a spiegarmi.
La filosofia (o almeno una parte di essa) è, come mi ha insegnato Hadot, uno stile di vita, un continuo esercizio per migliorarsi. Sopportare i rovesci, non lasciarsi trascinare dall’ira, essere tollerante con chi getta fango sul nostro agire e sulla nostra vita, ma anche perseguire il bene collettivo, essere fedeli ad un’etica pubblica, non cedere ai compromessi. Il punto decisivo è capire le “passioni” che spesso ci agiscono, guardarle con occhio distaccato, sapendo che la “volontà di potenza” (le cui manifestazioni più elementari hanno a che fare con potere, denaro e sesso ma che sa essere anche sottile e camuffarsi con forme elevate) agisce in tutti, anche, anzi, direi soprattutto, in me. La filosofia è lo strumento fondamentale affinché io sia sempre consapevole di ciò che accade dentro di me, facendo scattare spie d’allarme quando l’Io vuole egemonizzare tutto. Il governo delle passioni: so che pare anacronistico nel trionfo (culturale) del berlusconismo (che vive la sua coda parodistica politicamente) che eleva addirittura l’immoralità e le “cene eleganti” a regola. Eppure mi pare una delle priorità del nostro tempo malato.
E senza una vita spirituale ricca non rischiamo di essere dei vasi rotti, delle pile scariche? Come potrei agire in un ambiente così radicalmente “polemico” e spesso ostile senza avere una fonte energetica a cui collegarmi, facendo silenzio dentro e fuori di me, e ricercando l’origine stessa del senso del mio agire? «Senza di me non potete far nulla» (Gv. 15,5) ricorda Bonhoeffer nella sua mirabile Etica parlando dell’azione. Senza una qualsivoglia forma di preghiera e di nutrimento spirituale ogni agire politico diventa nel migliore dei casi “tecnica”, ragione strumentale, nel peggiore ricerca del proprio tornaconto.
La poesia, infine, è il linguaggio che, andando al cuore stesso del dire umano (è l'insegnamento imperituro del grande rimosso, Martin Heidegger), mi indica continuamente la necessità di rinnovare le parole morte della politica, mi incita a curare ogni frase pronunziata o scritta, ricordando che resterà, e che la sfida, come insegnatomi dalla Arendt, è compiere nobili gesta e pronunziare grandi discorsi.
In questo anno e mezzo ho avuto a che fare con tipi umani i più vari (e avariati).
1. Alcuni vivono la frustrazione di non essere riusciti ad entrare nell’agone politico per la porta principale e si inventano improbabili sodalizi che, nel proclamarsi espressione della società civile, pretendono di pontificare su tutto, dettando agende a chi, invece, la sfida l’ha accettata, la faccia ce l’ha messa e ha vinto.
2. Altri, senza esporsi direttamente, vorrebbero dirti cosa fare e come farlo. Sono i peggiori: nel momento in cui mostri qualche perplessità o non segui i loro consigli diventi un colluso, un venduto al nemico.
3. Altri ancora avrebbero voluto avere un ruolo nel M5S. La loro assoluta mancanza di credibilità li ha isolati, spingendoli a reinventarsi come ultras grillini, in servizio di denigrazione permanente dell’operato mio e di Marianna.
4. Infine ci sono i più patetici: quelli con ambizioni inversamente proporzionali alle loro capacità, personalità sofferenti di “pseudologia fantastica” che li spinge a creare una realtà parallela che consenta di ignorare la realtà. Un po’ come in Spider, il magnifico film di Cronenberg.
Nessuno di costoro, a quanto pare, ritiene la filosofia, la spiritualità o la poesia importanti. E si vede... Purtroppo per loro.
Non dimentico che, se un significato deve avere questa mia esperienza che trascenda la mia personalissima e permanente Bildung, è essere possibile exemplum per i più giovani. Di cosa? Direi sostanzialmente della possibilità di praticare la politica senza cadere nella trappola di quello che un caro amico ha definito “voto di prossimità” (pericolosamente vicino al clientelismo o al voto di scambio) e di farlo intrecciandola con altri ambiti dell’esperienza umana che ne siano nutrimento.
Ricordo che Pasquale Viespoli (che sarà probabilmente di nuovo candidato...) diceva (alla metà degli anni Novanta) che la sua ambizione era attraversare un scolo fognario uscendone pulito. Personalmente, invece, non ambisco ad uscirne “pulito” ma migliore, più completo: άνθρωπος τέλειος (per citare ancora il mio amatissimo Bonhoeffer). Che la politica sia il bagno in cui temprare il metallo della mia esistenza.
Intanto accetto la dimensione agonistica della politica (e ringrazio Eraclito per avere educata una natura fondamentalmente irenica come la mia, eredità materna, ad accettare πόλεμος come legge cosmica), sperimentando ogni giorno come gli amici (o i consanguinei) possano diventare avversari. La filosofia mi educa a separare persone e funzioni. Io non ho nessuna difficoltà ad essere intransigente con chi in quel momento sta agendo male politicamente e a continuare a stimarlo o a volergli bene. Talvolta ho l’impressione che questo esercizio di discernimento sia più difficile, invece, per gli altri. Posso solo consigliare loro l’unica terapia possibile: la filosofia! Che invece non consiglio agli hater i cui profili ho delineato sopra, memore del motto gesuano («Nolite dare sanctum canibus, neque mittatis margaritas vestras ante porcos, ne forte conculcent eas pedibus suis, et conversi dirumpant vos, Mt. 7, 6). È bene che restino irretiti nelle trame stesse che ordiscono. D’altronde l’astio che manifestano quotidianamente è già (meritata) mercede per le loro vite senza filosofia, senza spiritualità, senza poesia.
Un maestro, se ne avessi uno, potrebbe rimproverarmi, accusandomi di superbia e vanagloria. È possibile... Non lo nego. Unica scusante: la disfida in cui mi trovo. Un giorno, quando ne sarò fuori, potrò riguardare a questi anni è rispondere a molte domande: sono divenuto un uomo migliore o peggiore? Vedevo la realtà con lucidità o una forma sottile di volontà di potenza obnubilava il mio sguardo? Coloro che percepivo come nemici erano davvero tali o anche in loro c’era qualche briciola di nobiltà nell’agire? Ora, nel fuoco della controversia, non so rispondere. Posso solo ribattere colpo su colpo, senza mai lamentarmi, perché ho scelto consapevolmente di vivere questa esperienza. 

P.S.
Molti non hanno inteso che l’aggettivo “gentile” che ho, con apparente ossimoro, accostato a “rivoluzione” non ha a che fare solo con la mitezza. “Gentile”, come ben sa chi ha un minimo di conoscenze, anche scolastiche, letterarie, è sinonimo di “nobile”, in un’accezione che nulla ha a che fare con la stirpe e il sangue. Il politico odierno deve essere un cavaliere e affinare continuamente la propria anima se non vuole asservirsi e asservire al «princeps huius mundi». Anche in questo senso è improcrastinabile il ricongiungimento tra etica e politica.




giovedì 28 dicembre 2017

ancora sul populismo


Qualche mese fa, Giovanni Barra, acuto commentatore de «Il Vaglio», di cui eredita il milieu politico, radicato nella storia oramai in crisi della sinistra italiana, scrisse un pezzo dedicato al populismo
Gli risposi con due brevi considerazioni (che proseguono un dialogo avviato da qualche anno).
La prima. Perché chiamare sempre in ballo il M5S, prendendo spunto da un episodio non minore ma minimo di ottusità individuale? Come è possibile pensare che la candidata di un paese (Canosa!) possa essere considerata «classe dirigente» del Movimento (che per altro ha immediatamente preso le distanze dalle parole deliranti, e ha spinto la candidata a sospendersi)? Apprezzo sempre gli articoli di Giovanni, ma questa frase buttata lì mi pare poco onesta intellettualmente e manipolatoria dell’opinione pubblica.
La seconda. Gli intellettuali di sinistra, cui è legittimo ascrivere Barra, preferiscono evitare il confronto con alcuni problemi del nostro tempo, ritenendo le proprie categorie politiche inossidabili, universali ed eterne. Per questo il populismo viene bollato come nefando in tutte le sue possibili varianti. Inutile ricordare come esista un “populismo di sinistra” molto attrezzato anche teoreticamente. Soprattutto inutile ricordare che, se esistono risposte sbagliate (e sicuramente il razzismo e la xenofobia lo sono senza se e senza ma), i problemi, che la sinistra ha deciso semplicemente di ignorare (affidandone la soluzione al caso o, peggio, al mercato) permangono: aumento dell’iniquità sociale, poteri sovranazionali opachi o non democratici, la globalizzazione e la sua furia devastatrice di vite e culture, la mercificazione totalizzante. «La distruzione è in corso, attraverso di noi, fuori di noi, contro di noi» (René Char). Alcuni populismi stanno cercando di ripensare questi temi senza aggiogarsi al pensiero unico, «a scavare l’ardesia». Buona parte della sinistra pare invece aver rinunziato a questo compito, chiudendosi in torri d’avorio di pensiero e pratiche elitarie, divenendo così funzionale all’«orrore economico».
Oltre ad una critica spesso leziosa dell’immaginario contemporaneo, oltre una schizzinosa presa di distanza dal popolino barbaro e illetterato, esiste ancora nella  sinistra la capacità  di guardare ai “rapporti di produzione” e ai processi economici mettendo in discussione l’assetto dominante? O essa si è vocata irrimediabilmente, nei suoi languori, a comporre acrostici indolenti?

martedì 26 dicembre 2017

dal Diario del 2017


Purtroppo la prevalenza della dimensione “social”, effimera almeno fin quando non inventeranno un programma che consenta di conservare tutto quello che vi andiamo scrivendo, rende questo diario obsoleto. Ovviamente non si tratta solo di un fatto tecnico. Facebook ha modificato il nostro modo di pensare e di vivere. Infatti, quando pensiamo e viviamo “in pubblico” veniamo modificati immediatamente. Non vedo solo aspetti negati in tutto ciò, al contrario, ma mi piacerebbe non disperdere un patrimonio che è sempre stato importante nella mia vita (9 giugno).

Mi rendo conto, invecchiando, che le certezze diminuiscono. Aumentano, di contro, perplessità ed interrogativi, sbiadendosi i grandi ideali nei quali abbiamo creduto, talvolta con piglio millenaristico. Sicuramente mi manca un centro ordinatore della mia esperienza esistenziale. Ho detto, nel giorno dei mio cinquantesimo compleanno, che noi siamo una storia. Consapevolezza maturata negli anni, di cui ho scritto in queste pagine (sempre più rade). Noi siamo solo, dunque, una storia? Non c’è più alcun residuo, alcuna apertura all’ignoto, all’incerto, al nuovo che si incardini a quanto già fatto? E tutto questo non potrebbe facilmente essere scambiato per rassegnazione? Non è un modo nobile per nominare l’atteggiamento rassegnato dei vecchi, incapaci di sognare, di emozionarsi e di mettersi in gioco? Non lo so… Dovrei ricreare un “centro spirituale”, ma so quanto tale impresa sia ardua in questa fase, al limite dell’impossibile. Io produco solo dentro “strutture”. Ma è impensabile l’ennesimo ritorno in una struttura, la Chiesa, lontanissima dalla mia spiritualità attuale [...].
Malgrado l’incompiutezza della mia vita, ringrazio il Signore per tutti i suoi doni, per il canto della cicala e il rumore lontano dei trattori in questa estate arida. In me sono destinate a convivere insoddisfazione e benedizione, sorelle (12 luglio).

Non scrivo più che è un tempo strano. Più procedo negli anni più la mia vita, nel rispetto di una strada tracciata, mi appare difficilmente comprensibile.
Se dovessi provare una sintesi degli ultimi anni direi che è venuto meno un progetto di sintesi complessiva alla luce di una risoluzione e di una rivoluzione, se è consentito un gioco di parole. Insomma, le domande diventano sempre più impellenti delle risposte, i dubbi si moltiplicano, le certezze vengono meno. Altri potrebbe chiamarla saggezza? (23 luglio)

Per tutta la vita sono stato prigioniero. Le sbarre del carcere però erano anche una salda presa perché io potessi raggiungere degli scopi. A 50 anni molti degli ideali per i quali sono vissuto mi paiono ingannevoli. Di qui la rielaborazione della mia esperienza esistenziale, riletta come “storia”, con un τέλος, dunque, che non si dà come fine ma come causa efficiente, potremmo dire. Apparentemente un passo in avanti. In realtà resto dentro una “gabbia” che continua a postulare un “senso”, che sia esso alla fine di un processo o che si dia nel dipanarsi di una storia poco cambia. Riflettevo sul fatto che la maggior parte dei titoli delle raccolte poetiche degli anni scorsi allude ad un processo alla fine del quale dovrebbe darsi un disvelamento (Nell’attesa d’un compimento, Per aspera). Insomma, la verità e il senso della vita si darebbero sempre alla fine… Introiettare seriamente Nietzsche significherebbe allora superare una volta per sempre questa struttura mentale che si è sempre trasformata per sopravvivere. Ma questo non significa tornare a vivere consapevolmente l’assenza di Dio? Lo scrivo per la prima volta in maniera inattesa anche per me. Dio non c’è nella mia preghiera perché non c’è nella mia vita. E il sapore di polvere che avverto quotidianamente e l’attaccamento animale alle meravigliose cose dei corpi e del mondo me lo ripete ogni giorno. Non si tratta semplicemente di trovare parole nuove. Manca il destinatario. Non si tratta di mettersi in accordo con un Logos cosmico che è pressoché identico al… Nulla. Bisogna allora faticosamente tornare a costruire “senso” non dando per scontato che esso scaturisca naturalmente dalla storia vissuta fino ad ora né che si dia per miracolo alla fine. E bisogna assegnare un nuovo posto a persone e cose. Con fermezza, senza paura, soprattutto senza viltà, sapendo che ci sono cose e persone inevitabilmente morte che non possono occupare alcun posto in questo nuovo ordine (27 luglio).

Riflessioni di questi giorni: io ho sbagliato e sbaglio tanto. Le critiche che spesso mi vengono mosse, anche da mia moglie, sono spesso giuste. Devo smettere di pensare la mia vita come possibilità inesperite per colpa di qualcuno. Io sono stato ciò che volevo. Ogni qual volta vivo un disagio non devo scaricarne le responsabilità su qualcuno, in primis mia moglie. L’alternativa non è tra una “storia” data e già scritta e un nuovo inizio. Ogni novità, che posso scegliere, se lo voglio davvero, deve essere coerente con la storia costruita fino ad ora, che però non deve diventare la giustificazione dell’inerzia (10 agosto).

23 anni di matrimonio… Strano scriverlo, strano pensarlo. Ricordo ancora il 25° anniversario di nozze dei miei genitori, celebrato nella Chiesa oramai diroccata di San Cumano da don Giovanni Giordano. Eravamo giovani… Se non faccio male i calcoli doveva essere il giugno del 1987. Ci eravamo da un anno trasferiti qui. 

Mi capita spesso di pensare cose del tipo: com’era mio padre quando aveva la mia età di adesso. I 50 anni di mio padre: 1988. Io ero all’università, e i diari mi conservano i pensieri di quell’anno, tra ossessioni sessuali, amore, cupio dissolvi, amicizie, scoperte intellettuali che mi plasmavano [...]
Il quantitativo di energia a mia disposizione è elevato ma non illimitato. Ogni qual volta uso energia per qualcosa devo sapere che la toglierò ad altro.
Rosaria ha ragione quando dice che la mia vita è fatta di cicli pieni di passione per qualcosa. Intuizione di questi giorni: tale passione è stata sempre “relazionale”. A partire dall’Università. Che cos’era la mia capacità di creare un gruppo di lavoro che trascriveva le lezioni e creava favolose dispense di studio? Quando non c’era neanche internet e neanche i cellulari. E poi “la rosa necessaria”, e poi il ruolo avuto in “promemoria”, e poi “soglie”, l’impegno politico, il mio modo di agire nelle scuole dove ho lavorato. 
Insomma: io vivo in questa continua tensione tra bisogno di solitudine e bisogno di relazione, esattamente come quando ero bambino in cui erano forti sia il bisogno di avere i miei spazi di gioco e svago solitario, con soldatini, bambolotti, disegno e fumetti della Marvel, sia il bisogno di stare con i miei cugini e poi con Luca e gli amici della Parrocchia. Le strutture fondamentali dell’esistenza restano immutate. Mutano i contenuti. 

Immutata è rimasta pure la “paura” del grande mondo. Ho viaggiato e visto molto, soprattutto con la mia famiglia, ma anche dopo (Russia, Provenza, Barcellona, Ungheria…). Ma resto una pianta che si muove malvolentieri dal suo luogo di radicamento. Non c’è nulla da fare (27 agosto).

Di molto positivo: il conflitto, che per anni ho temuto, non mi fa più paura. Anzi, inizio a considerarlo il sale stesso della vita. Il mio eraclitismo teorico inizia ad innervare le pratiche quotidiane. Insomma: non scapperò più! Resterò dentro l’agone, nel conflitto (2 settembre).
Condividevo in questi giorni (stranamente!) anche con mia moglie il senso di serenità che domina questo tempo della mia vita. I problemi sono sempre gli stessi, ma il mio modo di affrontare la vita, a partire dalle piccole cose, mi pare totalmente diverso. Potrebbe essere la consapevolezza di aver raggiunto gli obiettivi esistenziali che mi ero prefisso? Non lo so, al netto dell’autoinganno per cui, probabilmente, tendiamo a costruire una “storia” il cui compimento inevitabile ci appare quello che abbiamo realizzato. Escludo sia “saggezza”. La mia personalità, malgrado le fascinazioni hessiane subite dalla prima giovinezza e i conati vari, difficilmente troverà la propria incarnazione definitiva nella figura del “vecchio saggio”. Fatto sta che alcune “strutture” che hanno dominato la mia vita per più di quarant’anni sembrano indebolirsi: il senso di colpa, la paura di deludere le persone intorno a me e, dunque, la necessità di sforzarmi in ogni circostanza di essere – a modo mio e fuori dai percorsi consueti – il migliore. In fondo, mi sono sempre sentito responsabile di tutto quanto accadeva, dalle guerre in paesi lontani alle vicende familiari. “Lasciare che sia”. Ecco da cosa nasce la mia serenità, sperimentata prima solo per brevissimi periodi in vece di un’ansia «che insegue se stessa» (per citare uno dei versi scritti a me più cari) o di una rabbia senza causa o di una paura del futuro (25 settembre).



lunedì 25 dicembre 2017

lettera sul pessimismo

Ti confesso che anch’io sono arrivato - dopo molti anni - alla conclusione che il “pessimismo” sia una scelta di comodo. Potrei stare giorni a scrivere di questo termine, che impariamo nelle nostre ore forzate di scuola e associamo a Leopardi o Schopenhauer. Per molti anni mi è sembrata l’unica possibile verità. Ho letto avidamente questi autori e l’Ecclesiaste. «Vanità di vanità». Io credo che ci sia una profonda verità in questa visione del mondo (così come in ogni eresia c’è una verità che l’ortodossia dimentica o mette troppo in sordina). La verità è questa: il mondo è il luogo dell’incompiutezza; il mondo è pervaso di sofferenza

Divenni ateo (e vegetariano) perché non riuscivo a sostenere il pensiero della sofferenza “inutile” degli animali. Ritrovai questi passaggi in alcune pagine di Dostoevskij sulla sofferenza “inutile” e non redimibile dei bambini, obiezione radicale ad ogni teodicea. Poi nel corso degli anni, pur continuando a vedere le stesse cose, ho iniziato a decentrarmi: a immaginare, cioè, che il mio sguardo non fosse l’unico possibile: «un uomo guarda un uccello morente e pensa che la vita non sia altro che dolore senza risposta, ma la morte che ha l’ultima parola ride di lui. Un altro uomo vede lo stesso uccello e sente la gloria, sente nascere la gioia eterna dentro di sé». Questa è una frase de La sottile linea rossa, un film che ti consiglio vivamente di vedere e meditare. Questa frase sintetizza l’atteggiamento “dialettico” che bisogna avere nei confronti del reale, un atteggiamento, cioè, che non voglia cancellare alcuni aspetti a vantaggio di altri ma si sforza di coglierli insieme. Da questo punto di vista ho rivalutato il pensiero dell’Ecclesiaste: libro della desolazione universale mi pare ora un meraviglioso omaggio alla maestà di Dio. È il deserto che facciamo dentro di noi nella certezza che mai nulla di “umano” potrà saziare la nostra brama di infinito. È l’atteggiamento conclusivo di uno spirito che desidera Dio: fare il vuoto perché Dio “accada” in noi, nasca Gesù Cristo - come scriveva il più grande dei mistici occidentali, Meister Eckhart Ci sono poi altre tappe anch’esse importanti: la benedizione del creato è una di queste. Francesco l’ha insegnata con il Cantico. E questo canto di benedizioni (per il creato e attraverso il creato, come ci dice un altro uso della particella “per” nel testo) è infinito, come ha scritto Borges: ogni uomo può aggiungere qualcosa per cui è giusto bene-dire, cioè dire bene e non male-dire. La maledizione è stata la cifra dominante della letteratura occidentale a partire dal secondo Ottocento. Pensa che Leopardi ha scritto un inno terrificante e poco conosciuto ad Ariman, la divinità mazdaica del Male. Tutto il nostro secolo è discesa agli Inferi. Ora dobbiamo non risalire ma “capovolgere l’abisso a partire dal suo fondo”, come ha scritto Heidegger. Per ciò è necessario attraversare il male, il Nulla, la negazione, la sofferenza. Per questo un pensatore come Nietzsche va sempre letto e riletto: per primo ha capito che il “pessimismo” era una categoria troppo ristretta nei termini in cui l’aveva pensata il suo maestro. La sofferenza del mondo non impedisce la gioia più piena. Questo dovrebbe saperlo anche un cristiano, che troppo spesso indugia in un nichilismo mortuario e mortifero. Questi sono due momenti che ti auguro di vivere: il primo è quello di vedere la bellezza della creazione (e di ringraziare benedicendo: questo è uno dei significati della preghiera); il secondo è quello di scoprire che, malgrado questa bellezza, la tua anima anela alla totalità, all’infinito e che nulla di creato può soddisfare questo bisogno. Quando farai quest’esperienza ti collocherai al di là della preghiera, al di là di Dio stesso, come dice Eckhart. E non sarà la fuga dal mondo ma solo la percezione che esiste un salto qualitativo tra l’al di qua e l’al di là (questa è la profonda verità dell’ebraismo). Attraverserai, infatti, nel corso degli anni la tentazione di una spiritualità panteistica. Anch’essa contiene, evidentemente, una verità, come ti dicevo delle eresie, ma il suo errore è credere di essere tutta la verità. Che Dio esista nella creazione è mistero che il cristianesimo esprime in forma altissima nel sacramento dell’Eucaristia. Dio stesso si fa nuovamente materia, ma questo non deve mai portare alla convertibilità di finito e infinito: l’infinito può farsi finito senza mai coincidere integralmente con esso. Esiste sempre una “trascendenza” che rende vano qualunque tentativo solamente “umano” di compiutezza e felicità. Esiste un “peccato originale” che impedirà sempre di raggiungere la salvezza da soli. Ma questo significa solo che dobbiamo - riconosciuta la nostra impossibilità a salvarci da soli - aprirci all’infinita bontà di Dio. Questa, ripeto, è la verità di ogni pessimismo: la sua pars destruens. Ma Leopardi lì è rimasto e anche il suo titanico tentativo finale non fa altro che prefigurare le catastrofi ecologiche e politiche del secolo XX. Altra era la via: ed era il canto, era la semplice constatazione dell’aspirazione del suo animo all’infinito, della bellezza divina del canto degli uccelli, della rimembranza come custodia di coloro che sono scomparsi e vivono in noi, nelle nostre azioni.
Dunque, prega: benedici, metti insieme tutte le cose meravigliose che hai vissuto e stai vivendo, malgrado tutta la sofferenza, anch’essa reale, che stai vivendo. L’una cosa non esclude l’altra.  La vita continua qui, intorno a noi, malgrado le morti che si susseguono, aperture su altre dimensioni dell’essere. Noi siamo esseri immortali: questa è una delle tappe di un cammino che si concluderà solo quando Dio sarà tutto in tutti, come dice S. Paolo. Fino ad allora attraverseremo vite innumerevoli, memori di ciò che siamo stati, come le anime del Paradiso dantesco, ma anche rinnovati ogni volta. Fino a quando saremo di carne (meravigliosa efflorescenza dello spirito) dovremo vivere benedicendo il creato.