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martedì 7 marzo 2017

La rivoluzione gentile 12 (Risposta a Giovanni Tartaglia Polcini)



Il 3 marzo ho postato una breve riflessione su Facebook relativa all’affaire Consip, al coinvolgimento del “giglio magico” renziano, alle dichiarazioni dell’ex Presidente del Consiglio sul padre.

Giovanni Tartaglia Polcini, ex sostituto procuratore della Repubblica di Benevento, chiamato nel 2014 come consulente giuridico del Ministro degli affari Esteri, amico di vecchissima data con il quale abbiamo condiviso successi e debacle della Pallavolo “Grippo” a cavallo fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta (con l'indimenticabile Mario Castracane), ha scritto un articolato commento (che mi sono permesso di numerare per tematiche affrontate per rendere più semplice la lettura delle mie risposte).

«[0] Fermo restando il dato che la politica partitica non mi interessa, essendo votato all’indirizzo politico costituzionale (e non della maggioranza o minoranza), mi permetto di soggiungere che le parole di Renzi meritano profondo rispetto.
[1] Al contempo ti evidenzio l’assoluta carenza di simili prese di posizione nell’affaire Roma, per il quale, anziché sfuggire da processi, si è modificato un regolamento, per giunta, ad personam e senza efficacia retroattiva.
[2] Quanto alle tue certezze sull’esito della crisi in atto, permettimi il beneficio del dubbio. Non so come finirà. Ma sono certo non finisca adesso.
[4] Infine consentimi una chiosa da uomo libero quale sono: sei davvero convinto che la democrazia si possa fondare su movimenti irreggimentati telematicamente? Non intravedi anche nella tua vicenda (la tua mancata candidatura a Sindaco), così come quella di altri candidati pure rappresentativi, un vulnus alla democraticità? Sono meglio le primarie o le miniconsultazioni telematiche? Ti prego aiutami a capire».

Avevo promesso a Giovanni una risposta non frettolosa. Eccola.
Procedo per punti.

0)    Ho già detto... Non ci ritorno. Poiché Massimo Recalcati ha utilizzato spesso categorie psicoanalitiche per descrivere Renzi, diciamo che siamo di fronte ad un passaggio all’età “adulta” attraverso un parricidio simbolico, che ha sempre un costo altissimo per chi lo compie. Potrebbe essere il rituale di passaggio ad una maturità che, sino ad ora, il ragazzo di Rignano non ha mai mostrato con il suo mix di giovanilismo e sbruffoneria da adolescente mai cresciuto.

1)   Giovanni lamenta una mancata presa di posizione sulla vicenda che ha visto protagonista Virginia Raggi e ritiene che il M5S abbia modificato il “regolamento” per “blindare” la Sindaca. Io non ho nascosto disappunto per quanto accaduto, ma sono consapevole che – almeno a quello che è dato sapere fino ad ora – l’unica colpa della Raggi sarebbe stata quella di fidarsi di una persona “esperta” ritenendo che potesse supportarla, con la sua conoscenza della macchina comunale, nell’arduo lavoro di rimediare a disastri ultradecennali. Ti rimando, per il resto, alle parole pronunziate da un collega che immagino tu stimi, Nino Di Matteo, che ha plaudito all’iniziativa del MoVimento e definito «sterili» le polemiche sul Codice etico.
 
2)    La politica è il luogo del possibile, ma ci tocca pensare a possibili direzioni, senza credere alla “necessità” dei processi in atto. Mettendo insieme le varie elezioni susseguitesi, la bocciatura parziale della Madia, la Waterloo del 4 dicembre, la bocciatura dell’Italicum, il disastro conclamato del Jobs Act, il malumore diffuso suscitato dalla Buona Scuola, la crisi dell’Europa, di cui Renzi è stato fiero sostenitore, fallimenti – bada – tutti politici, frutto di scelte consapevoli, tutte dentro il paradigma di una sinistra “blairiana” fuori tempo massimo, ebbene mi pare che la vicenda Consip sia pietra tombale al di là dell’esito giudiziario, visto il coinvolgimento di familiari, collaboratori, amici tutti dentro il Giglio magico improvvisamente appassito. Vedremo a breve tra il congresso del PD e le elezioni. Ma posso dire con certezza che il “renzismo 1.0” è finito, malgrado il ragazzo che vuol farsi uomo “uccidendo” il padre (dopo aver provato ad “uccidere” i padri...), lasciando posto, eventualmente (in caso di sopravvivenza) ad un “renzismo 2.0”, che deve saper mediare dentro il partito (con le correnti) e fuori (in un sistema tornato, finalmente e definitivamente, proporzionale).

3)    Sul quarto punto Giovanni mostra una conoscenza, purtroppo, solo mediatica (e faziosa: non è colpa sua, lo so) del M5S. Io lo “abito” da circa tre anni, i primi spesi a capirne l’originalità, che lo rende un monstrum politico (nel senso latino del termine): una novità che è in continua costruzione. Non si tratta né di una struttura «irreggimentata» né «telematica». Basterebbe frequentare i Meetup del lunedì a via dei Mulini per capire quanta sia lontana (e questo vale per tutto l’attivismo sparso sul territorio italiano) la ricostruzione à la «Repubblica» e la realtà, molto più ricca e viva. Evoca a tal proposito la mia «mancata candidatura». In generale (ma non a proposito del mio caso) credo che si possa fare meglio in tal direzione, ma la direzione è quella giusta! La vicenda triste (e non nuova) dei tesseramenti “farlocchi” del PD mi dicono che non si può e non si deve tornare a strutture partitiche quelle sì irreggimentate da ras locali che “acquistano” disinvoltamente tessere per i propri sostenitori. 
Questo è il vero vulnus della democrazia che la trasforma in una post-democrazia, che conserva solo l’involucro della partecipazione. La nostra è, invece, reale. Ci irridono per i numeri. «Siete quattro gatti che votano» dicono. Il problema allora è quello di ampliare la partecipazione attraverso un capillare processo di educazione alla partecipazione attiva con cui rivitalizzare i livelli in cui non si può fare a meno di delegare (Rousseau, che dà il nome al sistema operativo creato da Casaleggio, affermava che la democrazia diretta si può praticare solo nelle piccole città...).
Spero di essere stato esaustivo con il mio vecchio amico e con le persone in buona fede che ci osservano con curiosità.

Proveremo a smentire molte loro paure infondate e a dimostrare loro come sia possibile una politica che coniughi onestà e competenza.

domenica 5 marzo 2017

La rivoluzione gentile 11 (La politica come realizzazione di sé per il bene comune)



Una chiosa a quanto detto da Michelangelo Fetto nella trasmissione condotta da Enzo Colarusso su Lab TV, affermando che vorrebbe politici pagati per far bene il loro mestiere. Per corroborare la sua affermazione è ricorso ad una similitudine: a chi mi affiderei per fare un viaggio? Ad un autista esperto o ad uno non esperto? In realtà, Michele citava il libro VI della Πολιτεία platonica, in cui Socrate/Platone spiega ad Adimanto, con una «immagine», perché nella guida della πόλις sia necessario un personale “esperto”;

«“Bene!”, incominciai. “Dopo avermi gettato in un problema così arduo da dimostrare, mi prendi in giro? Ascolta dunque l’immagine, e vedrai ancora meglio con quanta fatica mi muovo nei paragoni! Il rapporto che le persone più oneste hanno con la propria città è così difficile da non avere l’uguale, ma per farne un quadro e prendere le loro difese bisogna raccogliere molti elementi, come i pittori, mescolando specie diverse, dipingono ircocervi e altri animali simili. Immagina che su molte navi o su una sola accada un fatto di questo genere: da una parte un capitano che supera per statura e forza fisica tutto l’equipaggio, ma è un po’ sordo, ha la vista corta ed è provvisto di scarse conoscenze nautiche, dall’altra i marinai che litigano tra loro per il governo della nave, poiché ciascuno è convinto di dover stare al timone anche se non ha mai imparato l’arte della navigazione e non è in grado di indicare né il proprio maestro né il periodo in cui l’ha appresa, e per giunta sostengono che quest’arte non si può insegnare, anzi sono pronti a fare a pezzi chi dica il contrario. Essi stanno sempre attorno al capitano, pregandolo e facendo di tutto perché affidi loro il timone, e se talvolta riescono a persuaderlo altri invece che loro, li uccidono o li gettano giù dalla nave, e dopo aver reso innocuo il buon capitano con la mandragora, con l’ebbrezza o in qualche altro modo, si mettono al comando della nave consumando le provviste e navigano tra bevute e banchetti, com’è logico attendersi da persone simili. Inoltre lodano con i nomi di marinaio, timoniere ed esperto di nautica chi è bravo ad aiutarli nel comando usando sul capitano la persuasione o la forza, mentre biasimano come inutile chi non si comporta in questo modo; e non hanno neanche idea che il vero timoniere deve preoccuparsi dell’anno, delle stagioni, del cielo, delle stelle, dei venti e di tutto quanto concerne la sua arte, se realmente vuole essere un comandante, anzi sono convinti che, senza sapere né in teoria né in pratica come si guida una nave a prescindere dal volere della ciurma, sia possibile imparare quest’arte nel momento in cui si prende in mano il timone. Se sulle navi accadessero fatti del genere, non pensi che il vero timoniere sarebbe chiamato dall’equipaggio di navi così combinate acchiappanuvole, chiacchierone e inutile?”». 

Apparentemente Platone dice una cosa di buon senso. In realtà, come ho cercato di spiegare in occasioni pubbliche, egli apre la strada ad una “oligarchia” (governo di pochi) tecnica, per così dire, in cui il possesso di determinate competenze (certificata da chi?) conferisce la patente di buon politico. Insomma, quello che accade nella sostanza oggi, in cui “aristocrazie” (il “governo dei migliori”, ἄριστοι, evocato da Scalfari nel recente referendum sulla Costituzione) guidano le sorti del mondo, dietro mandato conferito una volta ogni quattro o cinque anni da masse che poi, il giorno dopo il voto, come insegnava Rousseau, tornano ad essere schiave. 
Apparentemente si ritiene che contestare tale visione sia “populismo”, una delle parole-mantra dell’epoca che stiamo vivendo. E sia! Ma interpretiamo tale parola in senso positivo, come aspirazione ad una democrazia, cioè ad un potere del popolo, più avanzata di quella fino ad ora sperimentata. Da questo punto di vista mi appare necessario, dunque, intrecciare più temi: la riduzione dei costi della politica, infatti, connessa a quanto stiamo dicendo, va di pari passo con la sperimentazione di una pratica politica che divenga attivismo civico, servizio civile a termine, cui se non tutti almeno molti cittadini dovrebbero sentirsi chiamati. E in nome di cosa? Se la politica non deve più essere una “professione” (Weber) o una “militanza” fondata su una ideologia/fede, quale sarà lo sprone all’agire politico? Qui diventa necessario attivare seriamente il pensiero di una filosofa (che tale non volle mai essere definita) che ritengo ancora tutta da inverare. Parlo ovviamente della Arendt che nei suoi libri parla di un uomo in cui la sfera politica, una delle forme della “vita activa”, diventa realizzazione piena dell’uomo, trascendendo la sfera dei bisogni “della casa” (l’economia: dal greco οἶκος, "casa" inteso anche come "beni di famiglia", e νόμος). Insomma, se la “delega” all’esperto (nella variante platonica o in quella tecnocratica) svilisce l’uomo perché, consentendogli di dedicarsi al lavoro (alla riproduzione della vita) o alle attività ludico-estetiche, lo priva della possibilità di sperimentare l’agire politico, l’impegno diretto, che deve faticosamente affiancarsi alla necessità di procacciarsi il pane e al bisogno profondo di divertissement e bellezza, ebbene tale impegno ci realizzerebbe pienamente come uomini. 
Il fondamento filosofico dell’assunto arendtiano, che condivido pienamente, è che nelle faccende umane non esista la verità: la condizione umana è plurale perché diverse e non esclusive sono le facoltà, le attività umane, e il mondo è inevitabilmente plurale perché plurimi sono gli esseri che vi abitano. Esistono solo opinioni in conflitto fra di loro, mai verità assolute, “idee”, “leggi ferree” (della storia o dell’economia). Il pensiero della Arendt è di una profondità ancora incompresa perché supera a piè pari le teleologia storiche ma anche l’illusione che il mondo sia retto da leggi che, comprese, ci consentano di guidare i processi come un autobus verso la meta o una nave verso il porto. La politica non è messa in atto di ἀλήθεια, ma “attività” fondata su scelte. Ovviamente questo non esime chi decide di fare politica di conoscere approfonditamente ciò di cui si occupa. Ma di questo sono in grado (quasi) tutti gli uomini! Come insegna il mito di Prometeo che sempre Platone ci racconta nel Protagora. Tutti gli uomini hanno πολιτική αρετή: «Quando deliberano sulla virtù politica - che deve basarsi tutta su giustizia e saggezza - ascoltano il parere di chiunque, convinti che tutti siano partecipi di questa virtù, altrimenti non ci sarebbero città».
Per questo, pieno della stanchezza di un uomo che cerca di svolgere bene il proprio ruolo di consigliere comunale, senza certezze, di marito, di padre e insegnante, ma anche pieno di entusiasmo perché ciascuna di queste esperienze mi rende più complesso (e più completo), invito non solo l’amico carissimo Michelangelo Fetto a ripensare la sua idea di politica, ma anche a pensare seriamente ad un impegno diretto e a tempo, come il mio.

P.S.

All'amico Antonio Tretola, invece, mi sento di ricordare quanto dettogli anche in passato: non bisogna confondere una scelta adulta di praticare la politica senza compromessi (che non significa nella vuota astrazione dell'ideale ma mettendo dei paletti precisi ad ogni perversione machiavellica, ad ogni "ragion di Stato") con «ingenuità». Antonio, in sintesi, ritiene che qualcuno "in alto", molto in alto, in altissimo, abbia utilizzato per fini politici la nostra battaglia per la legalità e la trasparenza (la questione dei "morosi"). Ben consapevole di questo, mi chiedo e gli chiedo: per questo non avremmo dovuto farla? Non c'è il rischio che, a furia di ragionare come i propri avversari, si diventi esattamente come loro, perdendo di vista del tutto il senso del proprio agire? 







giovedì 23 febbraio 2017

La rivoluzione gentile 10 (Benevento decrescente e resiliente)


Nel 2012, nella “Introduzione” a In quieta ricerca, riprendendo Latouche (e Guzzi), scrivevo: «Stiamo vivendo un tempo “apocalittico”, con l’emergenza contestuale di quattro crisi: ecologica, energetica, economica e psichica. Il rischio concreto è quello di un vero e proprio “collasso”».
La decrescita appare, dunque, non come una bella teoria ma come una improcrastinabile urgenza storica.
Ispirata dalle teorie sulla “convivialità” di Ivan Illich, ma strutturatasi dall’incontro e dall’impollinazione reciproca tra varie discipline, la decrescita, in tutte le sue declinazioni, mette in discussione tre grandi miti della modernità: sviluppo, progresso e globalizzazione.
Essa elabora un nuovo “paradigma”, che viene scandagliato in un’opera collettanea, a cura di Marco Deriu: Verso una civiltà della decrescita (Marotta & Cafiero). Il libro raccoglie saggi di diversissima impostazione che illuminano vari aspetti del nuovo paradigma.
Personalmente la “decrescita” è stata uno dei miei viatici verso il MoVimento 5 Stelle, venendo da una storia che era dentro quella di una sinistra eretica ed ecologista, oramai a mio avviso ostaggio di piccole oligarchie autoreferenziali (cosa per altro confermata dalle vicende politiche, molto tristi, di questi giorni.
Spesso si ironizza su una presunta mancanza di “cultura” del MoVimento. È quindi particolarmente emblematico ritrovare molti degli autori del libro spesso presenti sul Blog. Non solo ovviamente il maggiore tra questi, cioè Serge Latouche.
Le questioni ambientali ed energetiche sono decisive per il MoVimento, e non a caso da esse si è partiti per la definizione del Programma.
L’approdo al MoVimento ha significato, per me, riconoscere che, per resistere alla globalizzazione, l’azione “dal basso” è necessaria ma non sufficiente. Bisogna entrare nelle istituzioni, sempre rimanendo collegati all’attivismo che funga da nutrimento vitale, ma costringerle a modificare il proprio agire, contribuendo alla costruzione di comunità locali.
Come attivista del M5S nella mia città mi impegno nella costruzione quotidiana di un’utopia “concreta”: Benevento “decrescente”. Che non significa povera. Questo è un equivoco clamoroso in cui incappano coloro che solo superficialmente conoscono la decrescita.
Per questo motivo io e Marianna Farese abbiamo deciso di discutere del libro (con Salvatore Esposito) nell’Aula Consiliare. Abbiamo lanciato una sfida virtuosa alla maggioranza, appellandoci a tutti gli uomini “bonae voluntatis”. Nel “Programma” della Giunta Mastella, infatti, si parla di «città ecostorica» e di «conversione ambientale». Parole bellissime che devono però diventare scelte concrete: il depuratore, la qualità dell’aria e il varo di un Piano Urbano di Mobilità Sostenibile, l’incentivazione all’uso della bicicletta, il divieto per l’uso dei diesel, maggior responsabile della presenza nell’aria del biossido di azoto che causa 70.000 morti all’anno di cui 21.000 in Italia, la concreta realizzazione di Zero-Waste o, meglio di un E-Waste-conversion, la creazione di orti urbani utilizzando i terreni incolti di proprietà comunale. Benevento potrebbe entrare nella logica di medio/lungo periodo delle città “di transizione” che gradualmente limitano fino ad abolire l’uso dei combustibili fossili.
«La rilocalizzazione rappresenta lo strumento strategico più importante per realizzare la decrescita e, allo stesso tempo, uno dei suoi obiettivi principali». Così scriveva Latouche nella “Prefazione” al bel libro di Salvatore Esposito. Deponendo le “magnifiche e progressive” fole in stile piattaforma logistica, grande capacità et cetera, di una sinistra “crescente” e prometeica, bisogna, appunto, “rilocalizzare”. Qui misuriamo l’abissale distanza rispetto alla “sinistra”, che in Italia e a Benevento è vocata ad una miope globalizzazione priva di qualunque consapevolezza ecologica.
Benevento, dunque, in decrescita, Benevento città di transizione, ma anche, necessariamente, Benevento “resiliente”, soprattutto dopo il monito dell’alluvione.
Pensando di fare ironia, un noto attivista beneventano, oramai arruolato in pianta stabile nel contro-Movimento 5 Stelle, e evidentemente evocando il mio essere un docente di filosofia, ha scritto: «Per amministrare un Ente locale serve meno filosofia e più concentrazione sugli atti amministrativi». In questo modo ha mostrato come anche persone di spessore e con una storia alle spalle risultino poco attrezzate ad affrontare un tempo gravido di incognite, come detto, per una volta in maniera condivisibile da Massimo Cacciari. La scala locale, la città, può essere il luogo di esperimenti e vie nuove. A patto, dico a Corona, sapendo che non potrà capire (non perché poco dotato ma perché il suo paradigma è tutto novecentesco), che si sappia coniugare «filosofia» e «atti amministrativi», gestione del presente e sguardo lungo. Soprattutto sulle grandi tematiche ecologiche.
Il compito che abbiamo di fronte è immane. Avremo bisogno di tutte le risorse buone della tradizione: scientifiche, etiche, artistiche, spirituali, nella consapevolezza che la felicità ha poco ha che fare con la ricchezza materiale e nasce soprattutto dalla qualità delle nostre relazioni.
Come scrive Deriu nel bellissimo libro da lui curato:

«Il superamento dell’era della crescita capitalista coincide dunque con una sorta di re-framing, un mutamento nell’autorappresentazione del genere umano. Già oggi, e più ancora in futuro, pratiche, esperienze e progetti sono frutto e conseguenza di un essere umano che non si pensa più separato né dalla comunità cui appartiene né dalla natura da cui trae nutrimento. La transizione verso una società della decrescita in questo senso si deve fondare sull’etica, l’estetica e l’ecologia delle relazioni, sull’idea di un essere umano la cui esistenza e soggettività è radicata ed emergente in un vasto e complesso tessuto di rapporti e interdipendenze. Da questo punto di vista vivere nei limiti non significa altro che riconoscere e stare alla misura delle relazioni più vitali, sia in termini sociali che ambientali».

martedì 21 febbraio 2017

domenica 19 febbraio 2017

martedì 14 febbraio 2017

Latouche e la decrescita


 1. L’uniformazione planetaria

Nella corposa produzione di Serge Latouche, che ruota sempre intorno alle stesse tematiche, abbiamo scelto La fine del sogno occidentale per l’icasticità del titolo italiano (in francese è La planète uniforme) e per lo sforzo di dare in poche pagine una ricostruzione ardita della storia occidentale. Nato nel 1940 in Bretagna, Latouche insegna scienze economiche e il suo pensiero è stato fra i riferimenti del movimento no-global, seppure contestato da economisti e sociologi di sinistra.
Lo studioso francese parte dalla descrizione della uniformazione planetaria, la cui spia più evidente è data dai consumi. È «l’americanizzazione del quotidiano» che sta portando anche ad una standardizzazione dell’immaginario, con una distruzione sistematica della “biodiversità” culturale. Una sola cultura, fondata sull’economia (in cui, anzi, l’economia sostituisce la cultura) distrugge tutto ciò che si pone come diverso da sé, causando uno «sradicamento planetario». L’intero universo è costretto a diventare utilitaristico e funzionale, generando il “sottosviluppo” (che è uno sguardo dell’Occidente sull’altro).

2. Che cos’è l’Occidente?

Il secondo capitolo del libro è il più affascinante, nel tentativo di definire cosa sia “Occidente”, luogo introvabile, il cui tratto comune si rivela essere non lo spazio, non l’etnia, non la religione, non una cultura (quella illuministica), non un sistema economico, ma tutte queste cose unite in un progetto di civiltà caratterizzato dall’essere “culturofago” o “culturicida”. Caratteristica costante dell’Occidente è stato il suo progetto di “civilizzazione” della modernità. Questo progetto è universalista: «i suoi valori sono la scienza, la tecnica, il progresso; distrugge le culture e porta il benessere, eliminando l’isolamento territoriale e sostituendo le leggi del mercato ai rapporti sociali tradizionali» (p. 87). Così, la visione ristretta della vita culturale va in frantumi, mentre la concorrenza sfrenata e la ricerca della performance comportano un’accumulazione materiale senza precedenti, stimolata dal progresso della scienza e delle tecniche. Ma la cultura è sempre una “agricultura”. Mentre le altre grandi civiltà della storia sono state piuttosto degli insiemi complessi di culture giustapposte, articolate, ovvero incorporate in seno a un impero, l’Occidente si afferma come la sola civiltà «anticulturale».
Come un rullo compressore, l’Occidente ha imposto l’industrializzazione, ha causato la scomparsa dei ceti rurali (e delle loro culture), ha creato e diffuso il mito dello “sviluppo”. E, come un’inversione orrida delle utopie del progresso (a partire da Bacone), è nato il caos, la guerra di tutti contro tutti, la cui manifestazione macroscopica è il fallimento dello sviluppo economico del Terzo Mondo. La «megamacchina economica» mostra nel nuovo millennio le sue crepe, incapace com’è di rispondere prima di tutto alle domande di senso, che da sempre le “culture” hanno soddisfatto.

3. Quale speranza?

Se l’universalismo occidentale (cristiano, illuministico, capitalistico) non è che il particolarismo della «tribù occidentale», la cui nemesi è l’emergere dei movimenti identitari (i vari fondamentalismi, in cui la religione diventa premessa per la ricostruzione della comunità), l’alternativa che Latouche indica (e a cui ha dedicato ampi studi) per i “naufraghi dello sviluppo” è la ricostruzione di reti neoclaniche e la riscoperta del dono, la valorizzazione di tutta una nebulosa produttiva “informale” che già è nata alle periferie delle megalopoli: insomma, una produzione di beni collettivi nuovamente immersa nella socialità. Ma Latouche indica che questo percorso (il reinnesto dell’economia e della tecnica nel sociale) vale anche per noi “occidentali”, e passa prima di tutto per una decolonizzazione del nostro immaginario.
L’altro compito, che riguarda soprattutto gli intellettuali e gli artisti, è il passaggio da una paradigma “universalistico” (che, adornianamente, pur partendo con scopi positivi si è ribaltato in una logica di dominio) ad un paradigma “pluriversalistico”, necessariamente relativo e fondato su una “democrazia delle culture”.

[Apparso su «soglie» (on-line), ora si trova nel libro In quieta ricerca (2010)]

Il 16 febbraio 2017 sarà presentato a Benevento il libro Verso una civiltà della decrescita (Marotta & Cafiero, a c. di M. Deriu).






sabato 11 febbraio 2017

a Luca per i nostri 50 anni


«Munus», dono. Da cui «communio». Io e Luca siamo stati, siamo in “comunione”.
L’amicizia è dono degli dèi distribuito con una insondabile dose di casualità.
Non pensavo di scrivere queste righe, ma poi ho riflettuto sul fatto che la nostra è oramai «amicizia di terra lontana», avendo egli (ancora una volta per caso) deciso un giorno di provare a insegnare lì (a Potenza), trovandovi poi moglie, figli in abbondanza e nuovo radicamento.
Quando mettemmo in piedi «la rosa necessaria» alcuni amici chiamavano me “la rosa” e Luca “necessaria”. Eravamo un σύνολον.
Ci conoscemmo alle scuole elementari: Collegio “La Salle” (quando era nell’attuale sede del Conservatorio). Abbiamo ascoltato insieme le Messe obbligatorie e ricevuto le medaglie dorate a fine anno. Gli invidiavo la bella voce che gli consentiva di salire sul palco del De Simone per i canti. In terza decise di lasciare il La Salle.
Ci reincontrammo in una gita di terza media della Pascoli. Ricordo che ebbe una crisi d’asma che mi spaventò molto. Decidemmo di iniziare a frequentarci in un'età spaventosa in cui affannosamente cerchiamo noi stessi percorsi tra tremiti e pulsioni che non riusciamo a spiegare.
Iniziammo a frequentare l’Associazione cattolica di S. Anna. Fummo insieme nella sezione B del “Giannone”: lui sempre ligio al dovere, premiato meritatamente con il 60 alla maturità, io selettivo nella scelta di cosa studiare.
Abbiamo trascorso insieme buona parte dei pomeriggi della nostra adolescenza parlando di ragazze e calcio, giocando a Subbuteo e con la pista delle macchine, a pallone a via dei Mulini (quando il pomeriggio non passavano macchine: un’era fa).
Luca ha vissuto in casa nostra come un fratello aggiunto.
Scoprimmo insieme il tesoro che ci avrebbe reso quello che siamo, ciascuno con le proprie ossessioni: io Hesse e lui Pavese...
Quando mi fidanzai con mia moglie andai a chiedergli il “permesso”. Lui era a mare. Mi sembrava doveroso. Ogni passaggio importante della mia vita ho sentito di doverlo condividere con lui.
Purtroppo non abbiamo potuto frequentare l’Università insieme. Mi duole ancora, come la sua distanza di ora.
La notte che mia madre morì, a Roma, Luca la trascorse, a mia insaputa, nel “Gemelli”.
«la rosa necessaria» fu un modo per vivere in comune la nostra passione per la poesia.
Iniziammo a lavorare insieme in un improbabile Istituto privato.
È stato il mio testimone di nozze, ovviamente. E io sarei stato il suo, qualche anno dopo. E poi sarei stato il “padrino” del suo primo cucciolo.
Luca ha scritto l’Introduzione al mio primo ed unico libro di poesie. Non c’è nessuno che mi conosca bene quanto lui. Forse solo mia moglie, ma con lenti meno benevole.
Ci sentiamo poco. Nessuno dei due ama parlare a telefono.
Ci vediamo un paio di volte all’anno.
Oggi Luca compie 50 anni. Una soglia. Io ci arriverò fra pochi mesi.
La cifra della mia esistenza è il ringraziamento. Dunque, ringrazio Dio o il Caso di avermi dato questo dono di amicizia che, con sofferenza, vivo “a distanza”. Nel mio lento processo di maturazione («Ripeness is all» era verso amato da Pavese e da Luca), avrei voluto averlo accanto fisicamente, condividendo con lui scoperte e delusioni.

Munus, communio, σύνολον. De amicitia. Deo gratias.

martedì 7 febbraio 2017

lettera ai colleghi su competenze, paradigmi e relazioni (2014)


Care colleghe, cari colleghi,
[...] il mio intervento era problematico. Partiva dalla ricostruzione di quanto vissuto: tornato [...] al “Giannone” [...], affidatami la delicata cura del P.O.F., immediatamente feci notare alla Preside (consentite questa onomastica “conservatrice”) che in esso mancava un’omogenea programmazione fondata sulle competenze. Con i responsabili dei dipartimenti facemmo una serie di incontri che potessero portare ad un soddisfacente “format” condiviso. Alla fine ci rendemmo conto che il lavoro non poteva esser “calato dall’alto”, ma doveva passare attraverso una preliminare presa di consapevolezza da parte di tutti i docenti del Liceo del mutamento di “paradigma” in atto (uso il termine nell’accezione vulgata da T. Kuhn ne La struttura delle rivoluzioni scientifiche). Per questo, con la Preside, si decise di dedicare un corso [...] ad approfondire la questione.
Lo scorso mese nella nostra scuola due esperti del progetto VALES hanno fatto uno screening (mi adeguo al linguaggio dei colleghi valutatori!) dell’intero Liceo. Io, come altri colleghi, ho dovuto rispondere ad una batteria di domande, dalle quali è emerso il “ritardo” (attenzione alle virgolette!) della nostra scuola rispetto alle attese europee (che risalgono almeno agli anni Novanta, al Libro Bianco di Delors).
Ho cercato, durante le vacanze, di elaborare il senso di disagio che avevo provato, simile a quello degli anni liceali durante “l’interrogazione di chimica” (ero un pessimo alunno, confesso, nelle discipline scientifiche!). Grazie anche alla lettura del fascicolo monografico di «Aut-Aut» della primavera 2013 dedicato all’argomento, ho capito che la questione non può essere posta solo nei termini di innovazione (buona) vs. conservazione (cattiva). Ho utilizzato, dunque, come strumento per decifrare quanto andavo elaborando, l’idea di “paradigma”. La scuola italiana, e più in generale europea, sta vivendo una fase di conflitto fra due modelli, due ipotesi, due possibilità. Una privilegia la trasmissione dei contenuti disciplinari, l’altra la costruzione di competenze in un’ottica multidisciplinare. Ovviamente semplifico per intenderci. Il rischio è che, però, la scuola delle “competenze” costruisca un tipo di allievo poco propenso all’elaborazione critica, educato al problem solving come approccio complessivo alla realtà, “obbediente” a forme di verifica molto semplici (stimolo/risposta), che annullino l’elaborazione, la riflessione che necessita spesso di tempi lunghi:

«La trivializzazione della cultura è avvenuta sotto la specie della sottocultura aziendalistica. Con il suo lessico falsamente oggettivo, essa ha avuto lo scopo di riempire i margini del linguaggio e di colmare le beanze della nostra realtà sociale e culturale, di saturare con un troppo di senso l’essenziale spazio del non-senso. Densificare la realtà è un antidoto all’angoscia: lo scopo manifesto dell’odierno programma ideologico è che la scuola debba mutare radicalmente il suo senso, da comunità autonoma a struttura soggetta a eteronomia. Così, da apprendistato alla critica, essa deve diventare portatrice di un senso prodotto altrove, da acquisizione dell’arte del disgiungere per ricomporre a un saper-ricomporre mediante pacchetti preformati da maneggiare secondo regole imposte. La retorica delle competenze – di cui è ammantato il più recente discorso pedagogico – nasce da qui, da questa esigenza presupposta e inindagata – pertanto metafisica – che è funzionale allo scopo di otturare quei vuoti di senso che, d’altronde, è lo stesso tardo-capitalismo a produrre».
(Raoul Kirchmayr, La dittatura del programma, in «Aut-Aut». La scuola impossibile, n. 358, maggio-giugno 2013).

A mio avviso è possibile una “terza via” che permetta di cogliere il buono di questa innovazione, accettata dai più acriticamente, come un dogma, rifiutandone l’implicita dimensione tecnocratica. Io ritengo sia possibile declinare il nuovo paradigma delle competenze in maniera critica, facendone lo strumento per plasmare quelle che Morin definiva, nel suo celebre, aureo libriccino, “teste ben fatte”.
Alcuni di voi ritengono che la scuola “tecnocratica” sia il vero nemico, rispetto al quale tanto la scuola “tradizionale” (delle teste “ben piene”) tanto quella innovativa di “competenze critiche” (delle teste “ben fatte”) costituiscono una possibile resistenza. Ma, mi chiedo, è possibile un’alleanza fra queste due ipotesi di scuola? Individuato il “nemico” (la scuola al servizio della tecnica, dell’economia, una scuola eteronoma, privata della sua peculiare ed autonoma elaborazione del senso, che sostanzialmente consiste, per evocare Gardner, nell’educare al vero, al giusto e al bello), possiamo limitarci a giustapporre strategie entrambe “critiche” ma totalmente disomogenee? Io credo di no. Il mio intervento era, come detto, problematico, perché volevo omaggiare quanti svolgono magnificamente il proprio lavoro all’interno del vecchio paradigma (discipline “a canne d’organo”, autoreferenzialità disciplinare), ma io mi pronunzio risolutamente per un’innovazione che ponga però con rigore il problema di un sapere critico. Per semplificare al massimo: sì ad una scuola delle competenze ma solo a patto che esse siano strumento di esercizio critico, di pensiero libero, di consapevolezza civica.
Dal mio punto di vista l’accettazione di una scuola delle competenze significa ripensare radicalmente il nostro modo di lavorare in classe e fuori di essa, il rapporto fra di noi, il rapporto con gli studenti. La sfida è elaborare il profilo in uscita degli studenti del Liceo Giannone e, rispetto ad esso, ridefinire le pratiche didattiche e gli strumenti di lavoro, abbandonando la pratica mortifera dei “programmi” e della lezione meramente trasmissiva. La sfida, però, e vorrei essere chiaro su questo, ben sapendo di muovermi su un terreno minato, è avviare pratiche reali di programmazione comune, in base, appunto alle competenze da costruire nei ragazzi, ben sapendo quanto questo sia difficile [...].
Per quanto mi riguarda, proprio insegnare in un Liceo Classico, dove l’inutile, la dépense, per dirla con Bataille, è il cuore stesso, la ragion d’essere della scuola, mi rafforza nelle mie convinzioni. Dobbiamo, dunque, custodire questa splendida “anomalia” ma accettando la sfida di un’innovazione nelle pratiche didattiche e relazionali, rivendicare, per citare il fortunato libro di Ordine, “l’utilità dell’inutile”, ma ponendoci all’altezza del tempo. Rimodulare, per parafrasare un pensatore ospite del nostro Liceo alcuni anni fa, Franco Cassano, la tradizione in forma rivoluzionaria. Allora, forse, lo “sguardo” sul mondo, irrimediabilmente non asservibile alla ragione economica e strumentale della filosofia greca o medievale, della poesia di ogni tempo, dell’indagine scientifica finalizzata al θαυμάζειν e non al dominio, della matematica come conoscenza di un ordine ideale, della lingua come incontro possibile con l’altro potranno contribuire a plasmare uomini e donne che abitano consapevolmente e criticamente il proprio tempo, agenti della trasformazione e non meri esecutori o consumatori passivi di merci le più varie (e avariate).


Benevento, 30 gennaio 2014  

domenica 29 gennaio 2017

La rivoluzione gentile 9 (Reddito di cittadinanza e filosofia)


Il reddito (minimo) di cittadinanza sarà uno degli argomenti chiave della lunga campagna elettorale di fatto già avviatasi con il voto del 4 dicembre che ha (sonoramente) bocciato la (pessima) riforma della Costituzione fortemente voluta da Renzi.
Si tratta di un tema “genetico” del MoVimento 5 Stelle sin dalle origini, culminato un un disegno di legge presentato nel 2013-
Valerio Pisaniello ha dedicato alla questione un libro di sintesi, utilissimo vademecum, arricchito da un’esperienza autobiografica che talvolta sembra voler sfondare i limiti della asettica scrittura scientifica, per diventare testimonianza del disagio di generazioni iper-qualificate e sotto-occupate. Particolarmente illuminanti alcuni passaggi da questo punto di vista (voglio dire di una lettura “generazionale” utile per un cinquantenne come me che ha fatto ancora in tempo, malgrado in possesso di una laurea in lettere, ad avere un lavoro statale come insegnante). Per esempio, la contrapposizione fra precari e “proletari”, oppure la denunzia (particolarmente valida per il Sannio sia di destra che di sinistra) del “credenzialismo” (la necessità di amicizie altolocate per trovare o sperare lavoro) o la schiavitù del debito delle giovani generazioni.


















La presentazione del libro è avvenuta nell’anno in cui si “celebra” il decennale della crisi avviatasi nel 2007. La crisi può dirsi complessivamente rientrata a livello globale. Ma il debito globale resta molto alto. Scrive Pisaniello: «La bolla speculativa che ha colpito il continente americano nel 2007, investendo poi l’Europa e il mondo, ha generato una  recessione  non  solo  in  termini  economici,  ma soprattutto in tema di diritti».
Io ho voluto approfondire un aspetto che ritengo tutt’altro che marginale, cioè la base filosofica del reddito minimo di cittadinanza.
Pisaniello cita alcuni autori che possono essere propriamente definiti filosofi (Gorz, Marcuse, Habermas), altri che si muovono su più terreni disciplinari (Rawls e Sen).
Mi fa particolarmente piacere che si riattivino, all’interno del mondo intellettuale che gravita intorno al M5S o si sente vicino ad esso, preziosi spunti da “ereditare”. In particolare, tra i pensatori citati, Gorz (scomparso anch’egli nel 2007) è tanto grande quanto rimosso. La sua attenzione a temi come l’ecologia lo rendono particolarmente affine al progetto politico del M5S. Partito dal marxismo, Gorz incontro la questione “ecologica” (Ecologia e politica è del 1975, Ecologia e libertà è del 1977), che modifica la sua concezione del lavoro e dell’economia: «La crisi attuale del capitalismo è causata da uno sviluppo eccessivo delle capacità produttive e dalla  distruttività  delle  tecniche  impiegate, generatrice  di  scarsità  insormontabili.  Una  tale crisi  non  potrà  essere  superata  se  non  attraverso un  nuovo  modo  di  produzione  che,  rompendo con  la  razionalità  economica,  si  fondi  sul risparmio controllato delle risorse rinnovabili e sul consumo  decrescente  di  energia  e  di  materie prime». Nel 1988 pubblica Metamorfosi del lavoro. Il reddito di cittadinanza viene prima guardato con sospetto. Ancora in Capitalismo, socialismo, ecologia (1992) Gorz lo critica, proponendo un lavoro più distribuito. Eppure già allora era consapevole di una trasformazione radicale delle forze in campo: «C’è un movimento sociale multidimensionale, che non è più possibile definire in termini di antagonismi di classe [...]. Questo movimento è essenzialmente una lotta per il diritto collettivo e individuale all’autodeterminazione, all’integrità e alla sovranità della persona».
Il reddito di cittadinanza diventa (nel cuore della trasformazione post-fordista della produzione e della società), pochi anni dopo, ai suoi occhi - in Miseria del presente (1997) e L’immateriale (2003) – l’unica possibile soluzione alle trasformazioni in atto: sufficiente, incondizionato e universale.
Io trovo particolarmente emblematica questa “evoluzione” che attraversa la grande storia novecentesca ed entra nel XXI secolo con la consapevolezza di un mutamento che richiede soluzioni prima impensabili.
Dal punto di vista schiettamente filosofico, Gorz aiuta a porre un problema con il quale il nostro tempo inizia a confrontarsi confusamente, senza riuscire a raggiungere un livello di consapevolezza adeguato a risolverlo. Infatti per millenni siamo vissuti ritenendo il lavoro momento fondante, decisivo della nostra esistenza, intorno al quale fa ruotare tutto il resto. «L’uomo crea dunque la propria seconda natura attraverso il lavoro, cioè un rapporto attivo con la natura. La sua essenza non risiede nell’interiorità o nella coscienza, ma nell’esteriorità di lavoro e produzione come mediazione con la natura e costruzione di società», scrive Augusto Illuminati spiegando la concezione del lavoro come Wesen (essenza) dell’uomo in Karl Marx. Ma se il lavoro non c’è più, se molte vite oggi non si definiscono più per scelta o necessità intorno al lavoro non dovremmo ridefinire la stessa natura umana accettando che essa, dunque, non sia un dato metastorico, intemporale, ma si possa modificare con la storia del genere umano e delle sue conquiste? Insomma, oggi l’umanità quasi ovunque è in grado di produrre molto di più con molto meno dispendio di forza lavoro. I beni prodotti possono soddisfare i bisogni di tutti. Il lavoro mancherà sempre di più. Oramai è diffusa la consapevolezza che la disoccupazione stia diventando un dato strutturale che niente ha a che fare con la crisi del 2007 bensì scaturisce dalla quarta rivoluzione industriale in atto: «i robot, i sensori, le stampanti 3d, tutti collegati in rete alla cloud lasceranno poco spazio all’umano tra le macchine delle fabbriche, i big data, le intelligenze artificiali, metteranno a repentaglio la nostra permanenza anche negli uffici».
Uno dei miei grandi “maestri eretici”, Günther Anders,  aveva previsto tutto questo, irriso da economisti e futurologi. Urge, allora, senza condividerne il “principio-disperazione”, rileggere il secondo tomo de L’uomo èantiquato (1980).
 

Il reddito di cittadinanza minimo, dunque, in una mutazione che è tecnologica, sociologica, economica e anche antropologica, non è follia: «È la semplicità, che è difficile a farsi».

martedì 24 gennaio 2017

anniversario


È il primo anniversario della scomparsa di mia madre in cui non celebreremo una Messa.
Nei miei progetti di scrittura, rinviati per gli impegni politici, dopo “deus”, il n. 3 di «segnavia», da scrivere con Luca Rando, ci sarebbe dovuto essere “mater”, in cui tentare di capirci qualcosa.
So solo questo: sono più gli anni che ho trascorso senza di lei, oramai, che quelli in cui l’ho avuta sempre accanto.
Ora non la sento accanto. La sento “dentro”, in una zona così profonda che si confonde con il mio essere. Mi auguro, dunque, che la sua forma essenziale di sopravvivenza sia nel mio agire. 




domenica 15 gennaio 2017

la saggezza del corpo


«C'è più assennatezza nel tuo corpo che nella tua più assennata saggezza». Così scrive Nietzsche nello Zarathustra, proseguendo quella riabilitazione del corpo nel pensiero occidentale avviata dal suo “maestro” Arthur Schopenhauer, dopo secoli in cui la «res cogitans» era stata ritenuta guida autonoma e “absoluta”.
La vecchiaia (sto vivendo il mio cinquantesimo anno di vita pur continuando a percepirmi nei sogni e in certi momenti onirici, di stanchezza, della vita quotidiana come un adolescente) conferisce al tema una sua verità incarnata. Sono già diversi anni che mi confronto con dolori, malattie, problemi. Ho iniziato con l’ipertiroidismo esploso alla morte di madre (nel 1990), ho proseguito con l’‘ipertensione, il diabete alimentare, le emorroidi... Tutte patologie emerse in concomitanza con svolte della mia vita, come la nascita di Caterina. Insomma, il corpo è stato sempre la mia “verità” più profonda. Eppure ogni problema l’ho affrontato sempre con la certezza di un superamento. La “salute” era solo questione di buona volontà, di impegno, di costanza. Ho favoleggiato, fino a due anni fa, di un “corpo guerriero” da costruire tra palestra, corsa e pallone, dopo aver trascurato l’obiettivo nella mia giovinezza o nella maturità. L’assennatezza del mio corpo (in una direzione esattamente opposta da quella che avrebbe auspicato il “pazzo” di Röcken) mi dice, invece, che è iniziato il tempo della irrevocabilità dei mali, piccoli e grandi: in tendine di Achille non guarirà, l’infiammazione del sovraspinoso tornerà ciclicamente, l’apparato digerente è guasto... 
Insomma, il mio corpo mi sta educando al limite: non posso giocare o correre come prima, non posso mangiare o bere come prima, non posso stare ore e ore seduto a leggere o scrivere come prima. Ogni volta che varco questo limite sto male, con impacchi di ghiaccio, Maalox o rimedi omeopatici, tecar, ultrasuoni, lunghi digiuni.
E allora: grazie, corpo, per la tua saggezza, per la tua scienza esatta del limite. Troppo a lungo ho abusato di te. Attraversiamo insieme questo tratto di strada che ci aspetta, lungo o breve che sia. Ti prometto il rispetto che la mia incoscienza giovanile non ha mai avuto. Che anche questa stagione abbia le sue gioie più sottili.


martedì 10 gennaio 2017

La rivoluzione gentile 8 (Risposta a Zarro)


L’onorevole Zarro che, pur estromesso dal Consiglio comunale dal voto di giugno, continua (giustamente e in maniera competente) ad intervenire sulle vicende cittadine e sannite, dedica una lunga riflessione al Movimento 5 Stelle partendo dal voto odierno sulle Province.


Scrive:

«Nel pensiero spot dei consiglieri del M5S non c'è richiamo, ad una riflessione sulla Provincia, sulla sua natura, sulle sue funzioni, sul suo perché! E neanche sulla legge che disciplina il passaggio di martedì. Né alle conseguenze del Referendum del 4 dicembre scorso. Questi elementi, fondativi, della politica non interessano al M5S! Agli esponenti di quel movimento è sufficiente intercettare gli "umori populistici" del nostro popolo e battere la "gran cassa" su quelli. Il M5S, invero, si pone sullo scacchiere politico italiano, in conseguenza sannita, come un partito senza radici e senza riferimenti politici culturali forti. In linea con i fondamentali della nostra Repubblica».

1.    Il M5S chiede abolizione delle Province dalla sua nascita e ha presentato disegno di legge in tal senso nel 2013. La sciagurata scelta di inserire la questione nella riforma Boschi-Renzi ha vanificato, per ora, il tentativo.
2.    Sicuramente il M5S non ha “radici” nel senso tradizionale, cioè non è filiazione di alcun soggetto politico presente in Italia. Per citare Char: la nostra eredità non è preceduta da alcun testamento. Il che non vuol dire che non siamo “eredi”: lo siamo, ad esempio, proprio di quella Costituzione che l’onorevole si è speso tanto per stravolgere nei mesi scorsi e che, invece, ha visto il M5S in campo proprio come partito “della Costituzione”.
3.    Ci riempie la bocca di nobili parole. Per chi, come noi, ha la ventura di guardare finalmente dall’interno le dinamiche della politica, invece, è davvero un triste spettacolo. Come ha scritto Grillo qualche giorno fa: «[Le Province] rappresentano un “poltronificio” utile a piazzare politici, parenti e amici ammanicati, nonché a provvedere alle loro nomine in aziende partecipate ed altre controllate». Questa è la triste verità. Aggravata, per di più, dal furto di democrazia dovuto alla “Del Rio” che impedisce addirittura la possibilità di scegliere i propri consiglieri provinciali. Scriveva Danilo Toninelli nel presentare il suo Disegno di legge (Modifiche agli articoli 114, 117, 118,119, 120, 132 e 133 della Costituzione, in materia di abolizione delle province):

«L’abolizione delle province fu decisa dalla Commissione dei 75, ma respinta dall’Assemblea costituente. Non sono state abolite e il loro numero è cresciuto a un ritmo vertiginoso: erano 92 nel 1960 e sono passate a 110 nel 2005, con un grandissimo incremento di nuovi enti nel 1992 e uno più ridotto nel 2003-2005. Nessuno dei Paesi simili al nostro è articolato per province: in Francia, i dipartimenti hanno una dimensione analoga alle province ma si collocano fra i comuni e lo Stato; in Germania, le uniche realtà sotto lo Stato federale sono i Landër e i comuni; in Gran Bretagna, le contee hanno carattere tecnico-amministrativo e non politico. Analogamente negli Stati Uniti d’America, dove le stesse hanno competenze giudiziarie o di polizia».
4.    Zarro ci accusa di «viltà istituzionale»! Ci si consenta una tantum anche a noi uno dei punti esclamativi di cui abbondano le note dell’onorevole. Ci pare davvero grossa. Ci si può definire in molti modi, ma vili, onorevole, suvvia... Non ci siamo mai sottratti a nessuno scontro. Le diamo e le prendiamo consapevoli che la politica è retta da Πόλεμος. Restiamo fuori dalla indecorosa (sì, lo ripetiamo: indecorosa) spartizione di poltrone. Controllare la Provincia significa poter piazzare propri uomini e donne in posti strategici. La vicenda di Alfredo Cataudo e in genere del’ASEA (per citare il caso più clamoroso) è illuminante (come quelle di Arcos). La conosce Zarro? Altro che “nepotismo”... Purtroppo l’onorevole Zarro cerca di ammantare di nobili idealità (in cui sicuramente crede) bieche lotte per un potere che si esercita su vite umane e risorse economiche. E d’altronde i giochetti sul voto che hanno movimentato le segreterie di partito nell’ultimo mese stanno lì a dimostrarlo. Il nostro è sano populismo che nasce dalla nausea per queste pratiche. In fondo rimaniamo dei moralisti.

5.    Ci pare che quando Zarro afferma temerariamente che non abbiamo fatto i conti con la Costituzione parli in lui il trauma e lo stupore del 4 dicembre. Lui, che ha “tradito” la “più bella del mondo” per quella damina imbellettata messa in piedi da riformatori d’accatto, ha dovuto subire, dopo essersi speso tutto, anche l’onta di una catastrofica sconfitta. È il rimosso, dunque, che torna, spostando su altri il proprio problema. Dico all’onorevole Zarro che il M5S è l’unico soggetto politico che prende sul serio le parole chiave della Costituzione italiana, pur senza sacralizzarla. Ne difenderemo sempre l’essenza (che non sono le Province...).
6.    Il peggio, però, viene alla fine della nota, quando Zarro con incomprensibile volo pindarico (se non cavalcare l’onda mediatica, la canea messa in piedi da interessati manipolatori) parla dell’accordo poi saltato tra M5S e ALDE. Chiunque abbia approfondito la cosa, anche nel 2014, quando analogo schiamazzo nacque dall’accordo con l’UKIP, sa che è una scelta pressoché obbligata dal funzionamento del Parlamento europeo, non una scelta politica. Tant’è che si è tentato un primo abboccamento con i Verdi. Quando, a breve, i tempi saranno maturi, sarà possibile avere un gruppo europeo omogeneo sui punti chiave ne riparleremo. Non ci vorrà molto.
7.    Zarro, come tanti altri in queste settimane, cerca di autopersuadersi che «il M5S, mutato il vento di "questo populismo", si avvia ad imboccare, mestamente, la strada che fu dell’Uomo qualunque». Che è polemica stantia. Il M5S sta (ma credo che Zarro non lo sappia) redigendo con voto partecipato le linee-guida del Programma che tutto mi sembra fuorché qualunquista: per governare il paese. . D'altronde se ne parlava ai primordi del M5S nel 2007.


Chiudo. Sono orgoglioso di essere parte del Movimento. Malgrado i suoi errori che sono inevitabili quando si battono strade nuove, luoghi inesplorati della politica. Mi aspetto grandi cose da quest'anno. E, per chiudere con una dotta citazione, come fa l'onorevole, citando un mio antico maestro che modifica l'originale: composita solvantur.