domenica 23 dicembre 2018

Fine e nuovo inizio

Gli eventi del 2018, ancora una volta con una scansione decennale (questo blog nasce nel 2008), hanno bruscamente posto fine ad un ciclo lungo: intellettuale e politico (difficile per me scindere le due cose). Per questo preferisco abbandonare questo blog e avviare un'esperienza nuova, senza simulare una continuità che non c'è Iniziai a scrivere sull'onda dello shock dovuto alla scomparsa della sinistra dal Parlamento italiano, ho smesso di scrivere con il per me inaccettabile accordo di governo tra M5S e Lega, che, a mio avviso, ha destinato al fallimento un'esperienza che aveva ben altre potenzialità. 
Sia lode al Dio dei nuovi inizi!

giovedì 21 giugno 2018

Frantumi X


31. Nomen omen


Ho scritto più di una volta delle perplessità che suscitava in me il nome della nuova piattaforma del M5S, il nome di un grande pensatore ginevrino: Jean Jacques Rousseau. Come noto, l’autore del Contratto sociale è stato il primo grande teorico della “democrazia diretta” (anche se la riteneva realizzabile solo in piccolo comunità civiche). Ma quello che molti non sanno è che Rousseau è tutto dentro la “teologia politica” occidentale con la sua ansia di ridurre la complessità su cui si fonda la politica (il fatto che esistano gli uomini e non l’Uomo) con una (geniale) reductio ad unum (che riporta, dunque, al platonismo, esatta antitesi della democrazia diretta). Rousseau, infatti, è il teorico della “volontà generale”. Secondo alcuni esegeti tale nozione sarebbe la segreta scaturigine dei regimi totalitari o di regimi hanno preteso, in nome della verità storica, di utilizzare il terrore come strumento di progresso. Per questo umilmente suggerivo di intitolare la piattaforma ad una donna, la Arendt, che, a mio avviso, è l’unica pensatrice ad aver teorizzato una democrazia degli individui in cui la pluralità viene preservata in quanto tale. È evidente che tale democrazia necessiti di un altissimo livello di preparazione e di impegno da parte di chi decide di parteciparvi. Dunque, abbiamo tre alternative: la delega alle oligarchie, una democrazia fondata sulla volontà generale (che rischia di prestarsi alla manipolazione di pochissimi capaci di plasmarla a proprio piacimento), una democrazia di individui consapevoli. La terza è un’utopia che potrebbe fungere da ideale regolativo di quanto è ancora tutto da costruire per chi è senza casa politica.

mercoledì 20 giugno 2018

Frantumi IX


30. A lettere di mazzacane


1)     Uscire dal M5S non significa collocarsi in un altrove che semplicemente non esiste, almeno per me. L’Italia è il paese delle “tre destre” (Montanari).

2)     Se proprio dovessi utilizzare categorie usuali mi definirei un “populista di sinistra”. In Italia, dunque, oggi senza nessuna casa politica, neanche in costruzione.

3)     Il M5S avrebbe potuto continuare a perseguire il disegno di un movimento post-ideologico solo a patto di perseguire, contestualmente, l’ambizione di governare da solo, tenendo al proprio interno varie anime. Questa ambizione è venuta meno con la nascita di un governo chiaramente orientato. A destra.

4)     Il M5S non è una setta. Non lo penso e credo che non lo penserò mai. Le mie critiche (argomentate) riguardano altro. La “fede” che anima gli attivisti (me compreso) non è necessariamente elemento negativo se temperato da autonomia di giudizio e capacità di discernimento.

5)     Il M5S ha svolto una funzione positiva nel mettere in discussione le narrazioni dominanti e che, politicamente, si sono incarnate, senza soluzione di continuità negli aspetti decisivi, nei governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. Ha messo in agenda grandi tematiche: il reddito di cittadinanza su tutte. Ha contribuito a diffondere una coscienza ecologista e attenta alle tematiche ambientali. Ha posto il problema della democrazia digitale.
Tutto questo rimane valido e da farsi. Temo che non lo sarà da questo governo e dal M5S che ha imboccato un percorso involutivo, bruciando potenzialità che aveva al proprio interno in nome della necessità storica di entrare nella “stanza dei bottoni”.



martedì 19 giugno 2018

Frantumi VIII


29. Fascismo?

Luciano Canfora ha scritto un articolo molto interessante (che non bisogna necessariamente condividere del tutto per apprezzare). Sostanzialmente lo storico ritiene che si stiano creano condizioni analoghe a quelle che portarono alla nascita dei fascismi europei negli anni Venti e Trenta a causa del risentimento nei confronti di élite globaliste ed europeiste (con la nascita di un neo-sciovinismo) e di pulsioni venate di razzismo verso le grandi migrazioni: «La migrazione in atto esaspera quei medesimi ceti deboli che la “moneta unica” ha penalizzato: ne discende una vasta possibilità di mietere consenso da parte di movimenti politici (Front national, Lega, Alba dorata) che mettono insieme, sotto i riflettori, questi due disagi».
Quel che vedo io, invece, accanto a questo rischio, è un bisogno diffuso di “protezione” dopo il fallimento (disastroso) delle politiche liberiste sorrette da un pensiero unico egemone dagli anni Ottanta ad oggi. 

«Oggi il globalismo, nella mente della gente, è morto. Possiamo allora andare (tornare) a un ideale di nazione? Impossibile, al massimo cederà l'idea di Europa, ma non la concezione globalista di Stati Uniti, Cina e Russia. Chi pensa a un ritorno allindietro sta solo regalando potere a questi tre paesi e togliendolo all'Europa. Ma unidea globalista dell'Europa, senza avere un'Europa compiuta, “united” (cioè, se rimane ferma alla situazione di oggi, in cui l'Europa conta solo nelle cose che non contano) è impossibile» (Antonio Preiti).

Ci sono analogie con il passato. Negli anni Venti e Trenta alcuni grandi paesi del mondo (la Russia, con politiche economiche diverse tra loro, sin dal 1917, Italia a partire dal 1925, USA a partire dal 1932, Germania a partire dal 1933), retti da governi con orientamenti diversissimi (comunista, fascista, democratico, nazista) sperimentarono tutti modalità originali di controllo dell’economia da parte dello Stato. Da Morin ho imparato che la storia può insegnarci una sola cosa: tutti i grandi eventi della storia sono imprevedibili. Il Novecento mostra soprattutto questo. Dunque, non voglio proporre analogie. Voglio solo dire che dalle grandi crisi che stiamo vivendo (economica, energetica, ecologica e psichica) se ne può uscire in modi molto diversi. Il governo pentaleghista segna, in maniera contraddittoria (perché retto su due soggetti politici con visioni del mondo molto distanti, anche dal punto di vista economico, almeno sulla carta), il tentativo di riaffermare la primazia della politica sull’economia (incarnata da autorità sovranazionali che impongono vincoli “esterni” alle scelte). Contestualmente abbiamo visto dispiegarsi, da subito, nell’attivismo di Salvini il meccanismo del capro espiatorio. Scrive Canfora: «Il fascismo fu – e può tornare a essere (non importa sotto quale veste) – un modo di affrontare la gestione delle società di massa mobilitando e coinvolgendo le masse: mescolando sciovinismo (da lanciare contro falsi bersagli) e welfare (purché compatibile con gli interessi della parte più disinvolta e politicizzata del grande capitale)». Bisogna pensare delle alternative che non sposino la causa dell’élite eurocratica «che chiama “riforme” la demolizione del welfare».


P.S.

Dopo Dora Palumbo (a Bologna) e Francesca Menna (a Napoli), Carlotta Trevisan a Rivoli lascia il M5S con motivazioni analoghe alle mie. 





lunedì 18 giugno 2018

Frantumi VII



28. Perché dovrei tacere?

Mi fa sorridere il fatto che prima alcuni ex compagni di strada, poi altri amici abbiano la pretesa che io taccia. Sono uscito dal M5S, mi sono dimesso dal Consiglio comunale (posto per avere il quale tanti hanno speso fortune e altri hanno tentato vanamente e in più occasioni e con più casacche di vari colori), ho smesso di discutere su Facebook proprio per evitare polemiche di corto respiro. Mi sono ritagliato uno spazio di riflessioni sul mio blog, che da sempre è lo strumento per capire il mio tempo e, in esso, me stesso. Continuerò a parlare, a sbagliare, a riflettere sui miei errori e a ripartire. Chi non vuole leggermi non è costretto. Non devo rendere conto a nessuno di questo perché ci metto la faccia ogni volta, e pago in prima persona. Da sempre. Men che mai accetto prediche o consigli da chi mai ha avuto il coraggio di mettersi in gioco e di misurarsi con l’ardua sfida del consenso, e che, dunque, non facendo mai non corre il rischio dell’errore. Sento fraterni, anche in campi politici avversi e che tali resteranno, coloro che, invece, tale sfida accettano, ben conoscendo le contraddizioni in cui ci si dibatte. Ovunque. Sparare sentenze è facile solo per chi, non impegnandosi realmente in nulla, non conosce la fatica di cambiare, di orientare. Né il sapor amaro della sconfitta. Vite virtuali, insomma, esangui. Non sto, ovviamente, rivendicando l’errore in sé come un merito ma la voglia ostinata di capire dove si è sbagliato, dove ho sbagliato. Con un obiettivo? Certo! Quello di immaginare nuovi percorsi. Vorrei portare con me in qualunque nuova esperienza dovessi vivere (anche come semplice elettore) quanto di buono ho imparato nel M5S (che non è poco). 
Sicuramente non accetterei, come invece ho sempre pensato stando nel Movimento, che qualcosa possa essere un “male necessario” da superarsi in un percorso avvenire. Questo lho ripetuto spesso. Il disastro di un movimento che si allea con un partito di destra xenofobo e sciovinista mi spinge allautocritica più radicale sulla questione. Il problema della democrazia interna deve essere il primo punto di un futuro soggetto politico. Prendo atto che un partito nato sulla tensione tra l’essere fortemente “carismatico” (la figura di Grillo), utilizzando una piattaforma elaborata da un’azienda privata (la Casaleggio), reclamando la democrazia diretta (cioè la forma più avanzata possibile di democrazia), ha risolta questa tensione divenendo un partito fortemente leaderistico (in cui il “capo politico” decide con un manipolo di uomini la linea politica e pretende che gli attivisti diventino meri esecutori), in cui l’azienda privata (e il suo proprietario) continuano ad avere un ruolo tanto importante quanto opaco. Onestamente, anche dopo le vicende romane, sentire Davide Casaleggio che dice di essere un semplice attivista appare come un’offesa all’intelligenza.

P.S.

Sul tema della democrazia interna e della piattaforma utilizzata dal M5S in questi anni ho discusso spesso con Giancarlo De Gregorio. Aveva ragione lui. Se il Movimento ha potuto andare in una direzione che ne stravolge quasi del tutto i tratti originari è perché non si è alimentata la coscienza critica ma la fedeltà, non si lavorato sulla trasparenza ma sulla celerità delle decisioni quasi sempre calate dallalto.

domenica 17 giugno 2018

Frantumi VI


26. Contraddizioni genetiche?

Scrive Iacoboni: «L’azienda-partito Casaleggio non è mai stata orientata, strutturalmente, a sinistra. Ogni volta che in tutti questi anni, almeno dal 2013, si sono letti sui giornali titoli come Svolta a destra del M5S, Virata a destra sull’immigrazione, Il Movimento insegue la Lega sui migranti, c’era un non detto che andava oltre il limite della superficialità: non vi era nessuna svolta perché le cose sono sempre state così, dall’inizio. L’autore dell’esperimento, Gianroberto Casaleggio, non ha mai previsto alcun atteggiamento di apertura, mettiamola così, verso i migranti. Il «buonismo», «della sinistra e dei salotti», è stato da sempre uno dei bersagli propagandistici della srl milanese che guida il Movimento». 
Ricordo che, quando lessi Il Grillo canta sempre al tramonto (2013), un dialogo a tre voci con Casaleggio e Fo, il capitolo che più mi diede da pensare fu quello dedicato alle migrazioni. Ostinatamente Fo cercava di mostrare come le migrazioni siano state creazione di nuove civiltà, andando anche al di là del dato umanitario, compassionevole. E metteva in guardia dalle ondate di xenofobia, frutto anche della legge Bossi-Fini. E aggiungeva: «Se mi permettete, io contesto anche questa idea leghista che l’immigrato, specie se clandestino, sia assolutamente artefice di criminalità e che il suo ingresso abusivo crei anche danno economico al nostro Stato». Grillo e Casaleggio ribattevano rivendicando una gestione razionale del problema “epocale”. Io credo che da quelle pagine potesse uscire un onorevole compromesso tra un’istanza “umanitaria” (e consapevole dei contributi civilizzatori, nel lungo periodo, delle grandi migrazioni) e un’istanza che tenesse conto della paura al tempo della crisi, soprattutto da parte dei gruppi sociali più esposti. Quello cui, prevedibilmente, stiamo assistendo in questi giorni, con problemi quotidiani da parte dell’uomo forte del Governo, il Ministro degli Interni Matteo Salvini, mi pare vada molto al di là. È sempre sbagliato usare i morti per fargli dire qualcosa sul presente. Non lo farò. Mi limito a prendere atto che Fo disse nel 2015, elogiando il Papa: «Su questo tema [l’immigrazione] il suo coraggio è stato formidabile. Non dimentichiamo che in Italia un governo intero aveva dichiarato inaccettabile l’idea che stranieri venissero nel nostro Paese a rubare, secondo il linguaggio della propaganda, il lavoro agli italiani. Un tormentone che resiste. L’invito a cacciare gli immigrati è alla base della rimonta di un partito, come la Lega, che era a zero e che oggi torna a crescere, in sintonia perfetta con Le Pen padre e figlia e le forme più retrive della politica europea. Si sono persino inventati la storia degli immigrati che abitano negli alberghi a nostre spese. Il Papa ha capovolto questa logica, l’ha contrastata con la verità».
Ancora una volta mi chiedo, usando categoria poco politica: chi ha tradito? Che cosa abbiamo fatto al nostro sogno affinché si avviasse a divenire un incubo?

27. Ascoltare gli avversari

Quando si milita un un partito o in una struttura c’è una tendenza naturale a sminuire le critiche, considerate tutte aprioristiche o pretestuose. Insegnamento per il futuro, ove mai capitasse di esser parte di qualcosa: ascoltare gli avversari politici, cercare di guardare le cose dal loro punto di vista, non pensare mai che il fine giustifichi i mezzi. Insomma, è sbagliato vivere la militanza politica come quella bellica: non si abita un castello assediato ma una città in cui il contributo di tutti può essere utile a migliorare le cose.

P.S.

Sul «Mattino» del 15 giugno intervista ad una bella persona. Ci siamo sentiti in queste settimane. Sono contento... Mi ha fatto sentire meno solo.






sabato 16 giugno 2018

Frantumi V



Mi confortano parole che rileggo di Revelli in Populismo 2.0. E lo ripeto come ho fatto nei giorni della decisione difficile di abbandonare il Movimento: non era scontato che finisse con un abbraccio (mortale dal mio punto di vista) con Lega. Il M5S era nato su battaglie completamente diverse. Basta vedere quali le questioni affrontate negli anni della genesi o la “Carta di Firenze”. Fino a marzo, dunque, sicuramente, probabilmente fino allo scorso anno, il Movimento appariva profondamente diverso da altri neo-populismi europei.

«Testimoniano di questa diversità le tante battaglie condotte nella lunga fase di gestazione del Movimento, ambientaliste, pacifiste, antiautoritarie, partecipative. Ma anche i contenuti del programma elettorale con cui si è presentato alle elezioni politiche, nettamente diverso e in molti punti opposto a quelli dei variegati partiti e dei movimenti della destra populista europea (e più in generale occidentale), come ha sottolineato con molta chiarezza Roberto Biorcio, sulla base di dati empirici eloquenti. Mentre infatti – scrive – l’identità della maggior parte dei neopopulisti contemporanei è fortemente orientata alla rivendicazione di un recupero di «sovranità» affidato “a un leader “forte” in grado di far valere nelle istituzioni la volontà della gente comune”, e “l’idea di “popolo” proposta è fortemente caratterizzata in senso etnico e nazionalista” con l’assunzione di immigrati e rom come nemici (in Italia esempio tipico ne è la Lega in asse con Fratelli d’Italia), “il programma costruito dal M5S è completamente diverso, quasi opposto”. I suoi obiettivi “sono soprattutto orientati a favorire la democrazia partecipativa dei cittadini, a difendere uno stato sociale di tipo universalistico, a tutelare e valorizzare i beni comuni e/o pubblici (reddito di cittadinanza, difesa degli investimenti per la scuola e sanità pubblica)”.


L’altra grande anomalia del M5S è la spontanea partecipazione degli attivisti. Mentre i partiti tradizionali si strutturano su ceto politico (o soggetti che aspirano a diventare tali), nel Movimento, oltre a personaggi ambiziosi, che lo hanno utilizzato per la propria scalata al potere (e anche a Benevento ci sono molti esemplari di tal fatta), si trovano veri e propri idealisti. Mutatis mutandis, ricorda il Partito Comunista. Se vale quello schema, allora, dobbiamo immaginare un soggetto politico a più livelli ma che non potrebbe esistere senza l’impegno gratuito, le donazioni, la mobilitazione di un “popolo” che vuole essere “attivo”.


Quello che ho potuto sperimentare nei miei quattro anni di attivismo all’interno del M5S è il livello di approssimazione degli attivisti. Riconosciuta una passione (talvolta sfociante nella fede) oramai scomparsa nel rimanente, desolato spazio politico (salvo rarissime eccezioni nelle ali “estreme”), va preso atto, con sconforto, che questo “popolo”, al di là delle questioni più cavalcate dalla stampa ostile (le scie chimiche, i vaccini et cetera) è troppo spesso ignorante e felice di esserlo. Si ha la pretesa, non sorretta da un’adeguata volontà di approfondimento e studio, di poter pronunziarsi su ogni questione. Non biasimo questa pretesa. La considero un viatico ad una forma superiore di democrazia partecipata. Biasimo la pigrizia nel dotarsi di strumenti di consapevolezza. La democrazia digitale, che deve essere un grande obiettivo del futuro, può esistere, senza manipolazione “dall’alto”, solo se ci si mette con fatica a studiare, cercando di capire i problemi senza fermarsi alla superficie. Altrimenti si ripresentano i rischi di un’“ideologia” che pur si dice di voler superare. Che cos’è l’ideologia, infatti, se non una semplificazione della realtà? A Benevento pochissimi dei miei compagni di strada hanno mostrato la volontà di andare in profondità nella comprensione dei fenomeni (locali e non).

Devil & Batman

Il tempo liberato dopo la fine della mia esperienza politica è stato riempito, oltre che dalla lettura di testi per lo più politici (naturalmente!), dalla visione delle serie Netflix dedicate al mondo Marvel.
Ho trovato magnifica la prima serie di Daredevil. Come è stato scritto, avrebbe potuto essere una ciclo di film che si sarebbe collocato ai vertici di quell’universo sia per le qualità formali che per la delineazione dei personaggi, soprattutto Karen Page (bellissima!) e Wilson Fisk. Anche i comprimari sono tutti fascinosi e nessun dialogo appare banale. Ma non di questo volevo parlare.
Immergendomi nella visione è nato naturalmente un confronto tra due personaggi di universi supereroistici diversi con alcuni tratti in comune: Devil, appunto, e Batman.
A mo’ di premessa (sperando di sviluppare altrove lo spunto), ritengo che i fumetti supereroistici abbiano una potenziale carica “mitica”: alcuni di essi, infatti, conservando intatto un nucleo irrinunciabile, si prestano a pressoché infinite variazioni. 
Sia Matt Murdock che Bruce Wayne diventano Devil e Batman per vendicare la morte di persone care. Entrambi hanno una doppia vita (diurna e notturna per lo più). Entrambi obbediscono ad un codice etico che impone di non uccidere gli avversari. Entrambi (nella serie Netflix e nella trilogia di Nolan) si confrontano con una setta (la Mano, la Setta delle Ombre). Entrambi hanno costumi bellissimi. 
Tra i due, però, c’è una differenza macroscopica, che è quanto mi ha intrigato (perché emerge chiaramente soprattutto nella seconda serie di Daredevil, dove è centrale il personaggio di Elektra, pure poco riuscito rispetto al modello tratteggiato nei fumetti da Frank Miller). Bruce Wayne è la “maschera” di Batman. Nelle scene finali di Batman begins (che, insieme agli altri due film della trilogia di Nolan, a mio avviso costituisce il vertice dei film dedicati al mondo supereroistico) Bruce dice alla donna amata: «Batman è solo un simbolo, Rachel». La donna gli risponde: «No, questa. Questa è la tua maschera. Il tuo vero volto è quello che adesso tutti i criminali temono». 
Il ricco miliardario, dunque, è solo la copertura del “cavaliere oscuro”. La duplicità di Wayne/Batman non è nella convivenza tra un uomo e un simbolo ma nel simbolo stesso: un ossimorico “cavaliere oscuro”. Il Devil tratteggiato, invece, da Drew Goddard nella prima serie (in parallelo alla figura di Fisk) e chiaramente emerso nella seconda, è una figura “schizofrenica” (d’altronde la parola “diavolo” deriva dal greco διαβάλλω che significa “separare”...).
Egli vuole essere (o prova ad essere) nello stesso tempo l’avvocato (cattolico) che crede nella legge e il giustiziere mascherato (il Diavolo di Hell’s Kitchen!). La conseguenza è che entrambe queste “maschere” vengono vissute male, con limiti e sensi di colpa. Il confronto con Frank Castle, “The Punisher”, spinge lo schizofrenico Matt/Devil alla soglia di una mutazione, quando ammette che per una volta potrà derogare alla regola di non uccidere per “punire” i responsabili della morte dell’eroe divenuto vendicatore. Nell’ultima puntata della seconda serie pare che tale mutazione sia compiuta. Devil ed Elektra sono assediati da decine di ninja de “La Mano”. Sanno che la situazione è disperata.
Daredevil: Che... che dici se... pensavo, d'ora in poi, se ce la facciamo... ovunque tu vada, io verrò con te.
Elektra: Non dici sul serio.
Daredevil: Mai stato più serio. Questa è una parte di me che mi serve, e tu sei l'unica a capirmi. Senza non mi sento vivo, proprio per niente, e l'ho capito ora, grazie a te. Non so cosa siamo insieme e se- se abbiamo una possibilità in futuro... io... io però con te sono libero come... come con nessun altro.
Elektra: Ti nascondi da te stesso. Tieni lontane le persone.
Daredevil: No, ho fatto entrare te. Pensaci, se non finisse qui? Se fosse solo il principio?
Elektra: No, ci troveranno.
Daredevil: Be', ci sposteremo. Cambieremo identità, vedrai, non ci prenderanno mai. Che ne dici?
Elektra: Uh, dico... di andare a Londra. Eh? Madrid. Tunisia. Andiamo in posti romantici.
Daredevil: Io non... non mi sono mai spinto più a nord della centosedicesima.
Elektra: Perché tu ami New York.
Daredevil: E morirei per lei ma c'è una cosa in questo mondo che mi fa sentire più vivo, e sei tu.
Elektra: Io sono Black Sky, Matthew.
Daredevil: Sì, e io sono il Diavolo di Hell's Kitchen.

Non sapremo mai se tale consapevolezza sia frutto della disperazione e della certezza che si mai si sarebbe realizzata. In ogni caso Matt/Devil ha deciso: sarà solo il Diavolo con un'identità fittizia mutevole («Cambieremo identità»). Elektra è una “mistagoga” (assolutamente atipica!). È lei a far emergere la “vera” natura del suo μύστης. Devil, nel momento decisivo della sua vita e della sua probabilissima morte, “de-cide” (recidendo da sé il cieco, avvocato cattolico Matt Murdock) di essere un diavolo che vuole «sentirsi vivo». Aderisce, potremmo dire, al “lato oscuro” che Elektra nella loro fugace relazione giovanile aveva mostrato con punte di inaudita crudeltà, pendant necessario di tale vitalismo.
Goddard mostra di essere un ottimo lettore del “mito”, capace di essere fedele al nucleo originale (e al suo ampliamento legato al genio di Miller) ma anche di costruire una narrazione organica (anche nella seconda serie formalmente meno riuscita e con dialoghi più scontati). 
Nolan chiude la trilogia esattamente nel modo opposto. Lì Selina/Catwoman spinge Batman a liberarsi dei suoi fantasmi (la morte di Rachel). Batman “muore”, nasce il vero Bruce Wayne, non più ossessionato, pacificato con l’omicidio dei genitori, che può sorseggiare un caffè a Firenze.
Non so come proseguirà la storia del Diavolo rosso (lo scoprirò nei prossimi giorni...). Sono compiaciuto del fatto che una serie televisiva tratta da un fumetto mi aiuti ad entrare nelle profondità della psiche dove albergano, indissolubili, ἔρως καὶ θάνατος (o Amore e guerra, per citare un capolavoro di Frank Miller & Bill Sienkiewicz).

P.S.

Ovviamente, come quasi sempre, parlando d’altro parlo di me stesso. Per me il fumetto e le sue propaggini televisive o filmiche sono stati educazione estetica e formazione etica. 
Mi si scuserà il vezzo di chiamare Daredevil Devil... Retaggio dell'infanzia inemendabile.

giovedì 14 giugno 2018

Frantumi IV


«Osservando il crollo della civiltà del XIX secolo, Karl Polanyi [citato spesso da Grillo, nota mia] trasse un insegnamento valido ancora oggi: in un sistema di mercato sempre più sganciato dalla “sostanza umana e naturale”, le persone reagiscono all’eccesso di concorrenza cercando protezione, e se a questa non provvede lo stato sociale si rivolgeranno, come negli anni trenta, all’autoritarismo corporativo e razzista dei fascismi» (Fioravante, Ortelli, La via stretta della sinistra).

 21. Autocritica

È finita la stagione degli “ossimori”. Ho pensato che questo tempo alle spalle dovesse essere attraversato tenendo insieme gli opposti. Una “rivoluzione” che finisce con Salvini che sbarra i porti italiani non può essere “gentile”. Dunque, in futuro bisognerà scegliere: o la rivoluzione o la gentilezza. Nella prima serie di Daredevil questo dilemma si pone in entrambi i protagonisti: nell’avvocato Murdock, che diviene giustiziere mascherato di notte, per ovviare ai limiti della legge, e nella sua nemesi, Wilson Fisk (“Kingpin” per i Marvel-fan della mia generazione “Corno”), che si rende conto di non essere il “buon samaritano” che si era sempre illuso d’essere ma il ladrone che ha bastonato fino quasi ad ucciderlo il viandante della parabola evangelica.


La politica per me deve avere un fondamento di pensiero. Non riesco a pensarne un’altra (ad esempio la mera gestione dell’esistente, che pure ha la sua nobiltà ma mi pare estensione del mondo domestico, “economico”, alla sfera pubblica). Quale sarà questo nuovo fondamento?

22. Esperimento?

Sto leggendo il libro di Iacoboni sul M5S. Ho avuto modo di dire all’autore, che volle incontrarmi qualche settimana fa a Benevento, che non mi convince l’idea di una pianificazione “totalizzante”. Sin dall’inizio della mia avventura a chi accusa il Movimento di eterodirezione dall’alto ribattevo che mi sembrava più una “poliarchia” con centri di comando plurali e spesso non coordinati. Da un punto di vista ideologico, poi, aggiungevo che il modello sembrava il fascismo, ovvero un movimento che nasce con un’ideologia ibrida, diciamo “trasversale” per quegli anni (il primo dopoguerra), che sol dopo quattro o cinque anni può dirsi dotato di una “ideologia” sistematica. Lo stesso Iacoboni d’altronde, quando racconta del goffo tentativo di passare dal gruppo con l’UKIP a quello con l’ALDE a livello europeo, è costretto a riconoscere improvvisazione che stride pesantemente con la ricostruzione complottista (l’asse con Bannon e Farage di un populismo di destra internazionale).
Questo non significa negare che nel libro ci siano molte verità, ovviamente.

mercoledì 13 giugno 2018

Frantumi III



Secondo Aristotele una solida “classe media” è argine a derive demagogiche. Possibile applicare questo schema al presente? Il successo del “populismo” pentaleghista può essere letto come conseguenza politica della erosione, soprattutto nel Sud, delle sicurezze di una classe sempre più esposta ai venti della globalizzazione e della governance sovranazionale?


Il Sud ha votato in massa il M5S. Il Nord è saldamente leghista. Un’analisi sociale delle due Italie ci fa capire immediatamente che si tratta di storie diverse. Com’è possibile che esse si saldino, attraverso le loro rappresentanze politiche pur nella consapevolezza di priorità ed interessi diversi se non opposti? Da questo punto di vista è, dunque, decisivo l’uso delle parole e delle immagini, dunque la propaganda: «A prescindere dall’appello al popolo e all’unità del corpo politico, il potere populista è un movimento che riposa sull’uso astuto delle parole, delle immagini e dei media (del mondo simbolico) con l’intento di fare convergere le preferenze dei molti su politiche che non sono necessariamente nel loro interesse, anche se presentate in modo da sembrare tali» (AA.VV., La sfida populista, Feltrinelli, 2018).


Per me che venivo dalla storia di una sinistra “radicale” che era rimasta marginale e ininfluente non per la sua radicalità ma, al contrario, per la sua tendenza endemica all’accordo con forze di sinistra sempre più pallide nelle loro battaglie sociali, divenendo stampella di politiche di precarizzazione lib-lab avviatesi negli anni Novanta, uno degli aspetti più fascinosi del “grillismo” era la radicalità delle posizioni. La rivendicazione di una rottura totale e senza compromessi con la “vecchia” politica mi sembrava una novità degna di rispetto e considerazione. La Rete conserva affermazioni non interpretabili, in particolare del “padre” Grillo, le ultime delle quali risalgono ai primi mesi del 2018. Al di là dell’escamotage linguistico, buono per i gonzi (il “contratto”), la delusione che ho provato nel maggio 2018 è quella di chi vede tradito un progetto che possiamo definire se non rivoluzionario innovativo, di grande rottura. E in nome di cosa? Dunque, cosa posso dire di aver imparato dalla mia esperienza? A non fare compromessi. Col senno di poi l’accordo/contratto con la Lega è stato solo il compimento di una metamorfosi rapida del Movimento 5 Stelle, che ha potuto usufruire di un “corpo” (mistico?) di attivisti estremamente fidelizzato e poco propenso alla critica (fatti salvi sparuti e ininfluenti gruppi).

P.S.

Qualche giorno fa Marco Morosini mi ha scritto. Mi ha fatto molto piacere. Qui le sue riflessioni su quanto sta accadendo nel M5S.





martedì 12 giugno 2018

risus abundat in ore sapientium... Nat


Non solo in questa primavera del nostro scontento ma negli ultimi anni le vignette su «Il Fatto» e le storie raccontate sul suo blog sono state isola (mai immagine fu più felice!) in cui poter sorridere, dopo aver digrignato i denti per lo sforzo o la disperazione. Per questo ho deciso di inserire un collegamento nel mio blog. Mario Natangelo assolve alla funzione che «Cuore» ha svolto negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta e Vauro per tanti anni sulla prima pagina de «Il Manifesto».
Quando Mario è stato a Benevento mi ha detto di non saper disegnare. Io non credo sia così. Al contrario, ritengo che parte fondamentale delle risate che strappa siano dovute alle espressioni dei suoi personaggi. Come se "il grande stupore" (quasi sempre per la stupidità degli uomini) fosse la cifra caratteristica dell'esistenza.
Che un riso "meridiano" accompagni la nostra discesa nella barbarie. La renderà più lieve e ci darà voglia di continuare a lottare.

Frantumi II


Elemento complesso. Non ci sono più “appartenenze”. Società liquida. Si può raggiungere il governo in pochi anni e perderlo in pochi mesi. L’elettorato è come l’adolescente che non riesce a rinviare la soddisfazione del desiderio (cfr. Recalcati)? E come si supera la “liquidità”? La liquidità non è la forma post-moderna del nichilismo? La domanda, allora, perterrebbe non solo la sfera politica ma latamente tutta la condizione umana. Non c’è passato (è un bene!), non c’è futuro (è un bene?). Allora... cosa c’è?


«Cavalcare la tigre». È un motto orientale che Julius Evola riprese come titolo di uno dei suoi libri più celebri del dopoguerra. Significa sostanzialmente non farsi annientare da quanto non si può controllare direttamente, cercando invece di orientarne la direzione. Mi hanno detto che questo ho cercato fare: la mia adesione al M5S sarebbe stato il gesto disperato di un disilluso “di sinistra” che cerca orientare “la tigre populista” (e irrazionale) verso scopi “buoni”. È possibile che inconsciamente ci fosse questo (folle?) progetto (per altro perfettamente riuscito su scala locale dove la mia “nemesi” pentastellata, ovviamente proveniente dall’estrema destra, voleva che si parlasse solo di puttane e negri). In realtà, come ho ripetuto spesso, la mia adesione è stata sincera e su temi assolutamente condivisi.


A quei temi resto assolutamente fedele. Probabilmente sono altri (tutti gli altri?) ad aver tradito (se mai questa categoria ha senso in campo politico). Perché? Brama di potere? Sarebbe risposta semplicistica. Anche se ho conosciuto tanti grillini, anche sanniti, rosi da tale brama e per i quali vale l’antico detto: «Omnia serviliter pro dominatione». No, credo che, per i più, in buona fede, sia stata l’illusione (che già fu dei socialisti italiani negli anni Sessanta) che solo entrando nella “stanza dei bottoni” si potessero cambiare radicalmente le cose. Ricordo le parole di Valeria Ciarambino in questi anni sulla “fatica di Sisifo” (l’espressione è mia, ma immagino renda bene il senso di quanto detto da lei) dell’opposizione a De Luca, la frustrazione derivatane. Invece io, da oppositore di Mastella, ho sempre avuto perfetta consapevolezza del ruolo che con Marianna svolgevo, prezioso per la collettività, di controllo, proposta e sprone.


A partire dall’adesione al M5S, osservato con curiosità sin dal suo sorgere (come testimonia il mio blog), come tutti i “neofiti” ho assunto un atteggiamento acritico e abbastanza fideistico, selezionando, nella composita galassia pentastellata, tutto ciò che era compatibile con la mia storia e la mia sensibilità.
Momento difficile, ad esempio, l’alleanza con Farage nel Parlamento Europeo. Ma si trattava di un’alleanza funzionale e meramente tecnica, senza rilevanti risvolti politici. Problemi ben più grossi, da sempre, anche a livello locale, sulle politiche migratorie. Personalmente condivido un approccio “razionale” al problema che tenga conto di tutti gli attori in campo (e il libro di Collier, Exodus, mi pare buona sintesi di questa posizione “terza”), ma ho sempre detestato il razzismo strisciante presente anche dentro il M5S. Mi auguravo che esso fosse strumento per moderare spiriti che altrimenti avrebbero nutrito ben altre forze xenofobe. Grillo lo ha ripetuto spesso: siamo stati argine al diffondersi dell’estrema destra in Italia. È per questo che l’epilogo (almeno per me) della storia è ancora più doloroso. È come se il M5S, insieme alla Lega, sia diventata una versione presentabile di Alba Dorata! Eppure il mio atteggiamento (sminuire l’importanza di alcune scelte del Movimento e amplificarla di altre) mi consente di capire come facciano persone che si sono professate internazionaliste, anarchiche, che hanno militato in SEL, ad accettare le parole-pietre di Salvini, Ministro degli Interni, ad un giorno dall’insediamento del Governo.


«Il populismo aspira a una più diretta identificazione di quella che consente il governo rappresentativo elettorale perché considera la rappresentanza principalmente come forma e strategia di incorporazione fondativa del popolo in un leader, piuttosto che come una strategia che anima e regola la dialettica e il conflitto politico» (Urbinati, in AA.VV., La sfida populista, Feltrinelli, 2018.). Se questo è vero, anche solo in parte, il momento decisivo della “mutazione” del M5S, paradossalmente (perché apparentemente la leadership carismatica sarebbe stata esercitata ab origine dai diarchi Grillo-Casaleggio, ma sempre in un organismo percorso da altre tensioni) è stata l’incoronazione solitaria di Luigi Di Maio come “capo politico” del Movimento (settembre 2017).


La cosa che più mi ha sconvolto in queste settimane è l’assoluta normalità con cui il corpaccione del Movimento ha accolto l’accordo con la Lega. Io ho spesso ricordato tutti gli interventi (da Fo a Grillo, da Di Battista a Fico) in cui si diceva tutto il male possibile (e a ragione!) di questo “movimento” che ha tutti i vizi della vecchia politica e nessun pregio della nuova. Eppure le mie elencazioni non hanno mai fatto breccia nel cuore degli attivisti. Perché? Trovo la risposta sempre in un passaggio della Urbinati: «Il rappresentante populista è in effetti un leader indivisibile e che vuole la fede del suo popolo, una identificazione emotiva piuttosto che la richiesta di accountability». La comunità grillina è mossa da una profonda “fede”. Sono persuaso che i miei ex compagni di strada vivano nella persuasione che il “male” non possa toccarli. In buona parte di loro (non dico nei pragmatici che ambivano solo ad occupare poltrone e sistemarsi a vita), cioè nella parte “buona” del M5S, c’è la segreta consapevolezza che tutto ciò che viene fatto è bene: «Omnia munda mundis».



sabato 9 giugno 2018

Frantumi I



«Se c’è un aspetto del problema che vedo con chiarezza, questo aspetto è l’inefficacia delle categorie con le quali cerchiamo di interpretare il presente. Chi è cresciuto dentro una cultura di sinistra, dentro una delle tante famiglie discorsive che compongono la cultura di sinistra, chi è stato lettore di Marx, di Adorno, di Benjamin, di Bloch o di Fortini, per esempio, sente che i concetti con cui ha provato a capire la realtà oggi non lo aiutano più» (Mazzoni, I destini generali, Laterza).


Inizio a scrivere questi appunti il 1 giugno 2018, nel giorno di insediamento del governo penta-leghista. Il mio stato d’animo è funereo. «La notta sarà lunga e nera» ha scritto Tomaso Montanari.

3. Il M5S si è venduto l’anima al diavolo pur di governare


Un cronista intelligente “di sinistra” come Gilioli ha sottolineato come il M5S, nel quale ho militato negli ultimi quattro anni, per raggiungere il potere abbia dovuto sacrificare tutto il nucleo centrale della propria ispirazione politica.


La mia domanda è: come è stato possibile agire per una “rivoluzione gentile” è avere oggi Matteo Salvini, un razzista, al Ministero dell’Interno e al controllo del Governo italiano?


Non mi pongo domande sul futuro. Sono troppo angoscianti. Né tanto meno mi va di ricorrere alla frusta immagine della “traversata del deserto”. È come se andassimo, infatti, di deserto in deserto.


Ero un orfano della sinistra. Vidi, nel 2014, nel Movimento 5 Stelle la possibilità di un modo nuovo di fare politica, con contenuti forti, strumenti aggiornati e calati nel corpo dolente della società. Oggi vedo quel corpo diretto verso azioni oscure inconsapevolmente, mentre tutti giubilano sui social festeggiando l’inizio di una nuova era. Io solo sono sceso dal carro del vincitore disgustato.


Ho obbedito al daimon. Anche se questo ai più è parso incomprensibile. Spero di poterlo spiegare a mia figlia un giorno. Quante cose vorrei poter spiegare a mia figlia un giorno!


«Due cose sono sicure: uno, ormai alla gente non importa più nulla di quello che succede all’altra gente; due, nulla ha più davvero importanza ormai (nothing makes any real difference any longer)» (Carver, citato in Mazzoni, p. 19).


Quasi totale il rifiuto di leggere quotidiani o seguire l’attualità politica in televisione. Poche eccezioni, tra cui l’antico maestro, abiurato per qualche anno o visto con sospetto, quasi fosse lui in errore e noi (come invece era), Marco Revelli. Sul «Manifesto» del 2 giugno parla di «potenziale dirompente» del voto. Revelli ipotizza che in Italia si stiano fondendo vari populismi in un conio nuovo. Anche lui parte dall’assunto, dunque, che quello leghista e quello pentastellato siano populismi diversi. L’Italia, in tal caso, sarebbe un laboratorio.
È chiaro che la mia ambizione, mai esplicitata, è quella emersa nelle interviste a Domenico De Masi, non a caso uno dei critici più feroci dell’accordo con la Lega.
«Sbagliano quanti liquidano l’asse 5Stelle-Lega con le etichette consuete: alleanza rosso-bruna, coalizione grillo-fascista, o fascio-grillina, o sfascio-leghista, e via ricombinando. Sbagliano per pigrizia mentale, e per rifiuto di vedere che quello che va emergendo dal lago di Lochness è un fenomeno politico inedito, radicato più che nelle culture politiche nelle rotture epocali dell’ordine sociale. Altrimenti dovremmo concludere che (e spiegare perché) la maggioranza degli italiani - quasi il 60% - è diventata d’improvviso «fascista». E sarebbe assai difficile capire come e per quale occulta ragione l’elettorato identitario della Lega si è così facilmente rassegnato al connubio con la platea anarco-libertaria grillina, e viceversa come questa si sia pensata compatibile con i tombini di ghisa di Salvini...».
Quello che abbiamo di fronte è un oggetto misterioso.
Il populismo è l’ospite indesiderato che dice la verità sull’esproprio della sovranità popolare.
Non ci sono più “popoli”, appartenenze solide ad identità politiche.
Siamo lontani dai fascismi e dai neofascismi. Perché? Quel mondo era fondato sul lavoro e la fabbrica fordista. Oggi, in un mondo in cui il lavoro non c’è, sono mercato e merce (informi per definizione) ad avere egemonia simbolica. Revelli parla, dunque, di “disordine nuovo”.
Statuto anarco-capitalista del nuovo disordine che viene portato, dall’alleanza penta-leghista, nel cuore stesso del sistema politico.
Continuerà a dar voce al disagio, scaricandola sul “capro espiatorio”.
Combatterà le oligarchie senza mettere in discussione il sistema.
Che fare? Se vorremo combatterli dovremo prepararci ad avere davanti un avversario proteiforme,
Affrontabile solo da una forza e da una cultura politica che abbia saputo fare, a sua volta, il proprio esodo dalla terra d’origine: che sia preparata a cambiarsi con la stessa radicalità con cui è cambiato ciò che abbiamo di fronte. Non certo da un fantasmatico «fronte repubblicano», somma di tutte le sconfitte».


Ovviamente quanto sta accadendo, e le nuove preoccupazioni, non devono farci dimenticare anche la fine di altre “minacce”. Assunto che il “berlusconismo” nella sua fase virulenta può dirsi concluso con la rottura avvenuta tra Berlusconi e Fini in uno dei governi con le maggioranze più schiaccianti della storia repubblicana, sicuramente il governo penta-leghista segna la pietra tombale di qualunque riscossa del Cavaliere, oramai ridotto ad elemento marginale del quadro politico (considerando che i sondaggi danno ora la Lega sotto il 30%, il che dimostra la “volatilità” dell’elettorato: elemento di rischio ma anche di positiva possibilità per ribaltare gli scenari).
Secondo elemento positivo: il PD è in liquefazione. Come ampiamento previsto da Revelli, essersi legato ad un giocatore di poker, ad un “cazzaro” come Renzi, nel momento della sconfitta ha fatto esplodere tutte le contraddizioni. La ridicolissima idea del “fronte repubblicano” antipopulista che solo un altro [omissis] politico come Grasso poteva accogliere mi pare il sigillo di cotanta sciente deficienza.