domenica 20 gennaio 2019

Il poeta ascolta il respiro del mondo

Cosa mai si può dire di una cosa con cui, leggendo e scrivendo, si vive da più di cinquant’anni? Cosa si può dire della poesia? Che non riusciamo a immaginare una vita senza di essa?  Che proprio per questo è diventata una cosa sola con la mia vita e l’ha modificata, come d’altro canto la poesia stessa sì è modificata nella mia percezione nell’arco della vita?  Oggi non riesco più a leggere ciò che leggevo quando la scoprii, perché cambiano di continuo i nomi. Se allora, tanti anni fa, si trattava di Gorter o Rilke o Eluard, oggi si tratta di Stevens o Juarroz, Montale o Celan, Tranströmer o Kuowenaar, Pessoa, Pilinszky, Herbert, Heaney, Claus: il che non implica che i nomi del passato siano andati perduti.  Mi servono ancora, così come mi servono Campert o Vallejo, o Slauerhoff e Rimbaud.
La poesia ha una sua continuità profonda, ma parla con voci sempre nuove e nei termini più personali delle questioni generali, del mondo, illustrando e accompagnando così quell’insieme di finzione e verità che siamo.  La forma che utilizza per farlo è mutevole così come mutevoli siamo noi.

Abbiamo costantemente bisogno di nuovi poeti, di nuove poesie, ora oscuri ora luminosi, ora ironici ora mistici, poeti del tempo ciclico e del tempo lineare, poeti della città e della natura, del mondo e contro il mondo. Talvolta desidero che la poesia sia sommessa ed essenziale, ascetica, talaltra che canti o addirittura urli, che mediti su se stessa, che sia triste, quasi taccia, inciampi e proceda a singhiozzo, che inneggi al mondo e ci seduca con una cascata di parole. Vi sono momenti in cui vorrei smarrirmi nelle sue oscurità, altri in cui deve scrivere con la nitidezza di una puntasecca. Io non posso essere sempre uguale e non lo chiedo nemmeno alla poesia. L’unica cosa che le chiedo è che esista: oscura, chiara, razionale, metafisica, danzante, contemplativa, che parli del mondo in cui vivo, il mondo reale, immaginato, fuggevole, pericoloso, possibile, impossibile, esistente. E so che esisterà sempre, con tutte le sue maschere, tutti i suoi nomi e tutte le sue forme, tutti i suoi poeti e lettori, come un elemento della natura. Chi siano questi lettori, non sappiamo. «Una vastissima minoranza» ha detto Juan Ramón Jiménez. Forse ha ragione. Talvolta ascoltiamo la poesia in grandi sale; ma la lettura, che ciascuno deve fare di persona e da solo, avviene nella solitudine. In questo senso i lettori di poesia assomigliano ai certosini; qualche volta stanno insieme, di solito sono soli. La poesia è un’avventura linguistica e spirituale allo stesso tempo: chi è in cerca di una comprensione immediata e rifiuta l’ignoto, non sempre avrà soddisfazione. Non con Hadewijch e Góngora, e nemmeno con Eliot, Paz o Celan. Spesso non li ho capiti, nemmeno mentre li traducevo, come nel caso di Vallejo o Montale: ma non nuoceva. Qualcosa mi parlava, e io, pur senza capirlo, capivo quanto veniva detto.  
A volte fissavo le parole di Stevens e desideravo che mi dicesse che il segreto si trovava nell’ermetico bianco che circonda le parole, e che non aveva importanza se non riuscivo a leggere una poesia come fosse una lettera o un resoconto, che aveva bisogno di tempo per giungere sino a me, e che la lingua non può sopravvivere se di tanto in tanto non può essere oscura, perché la sua successiva chiarezza trae sempre nutrimento dalle avventure che vive quando si addentra in territori, suoi o nostri, ancora ignoti. «A volte bisogna essere difficili», ha detto Eliot in un’intervista. «Quando scrissi La terra desolata non mi interessava sapere se capivo cosa stavo dicendo». Il poeta come druido o medium: un’idea che le menti determinate positivisticamente come è ovvio respingono con fermezza. Come che sia: così come gli uomini non possono vivere senza i loro pericolosi e inaspettati sogni, così il mondo non può vivere senza la poesia; e con questo non pensiamo a nulla di onirico.

L’amore per la lirica inizia verosimilmente nella fase dei grandi sentimenti, quando si pensa che da grandi emozioni nascano anche grandi poesie. La maggior parte delle persone non va mai oltre questo equivoco. Non solo lo scrivere, anche il leggere poesia è una disciplina specialistica, stranamente governata da un’unica legge: quella dell’autenticità e della logica interna. Una poesia deve «tornare»: non riesco a trovare un’espressione più appropriata. Ma i criteri per determinare se l’obiettivo sia stato raggiunto sono, tanto al momento della scrittura, quanto leggendo, del tutto personali. Riguardano l’istinto e l’esperienza. La poesia, ogni poesia è un idioma che deve dapprima essere conquistato: e questo è possibile solo leggendo e, se siamo noi stessi a scrivere, scrivendo. Amiamo allo stesso modo tutte le poesie che «tornano»? No, ovviamente no, ogni lettore ha le sue preferenze che tuttavia nell’arco degli anni possono cambiare notevolmente. Io ad esempio non uso la rima: implica forse che non mi piaccia la poesia rimata? Certamente no, nel mio pantheon ci sono Montale, secondo il quale «le rime sono più noiose delle / dame di San Vincenzo: battono alla porta / e insistono», e Gottfried Benn con le sue rime flagranti, fantastiche che ci toccano con la loro voluta singolarità. Per farla breve: il mio canone è soggetto a mutamenti, ma alla base di tutto colloco sempre l’autenticità. Le poesie degli autori che ho appena casualmente accostato «tornano», tornano in sé e per sé, sono complete e conchiuse, hanno trovato la loro forma assoluta.

Un’ultima considerazione. La lirica è ovunque e in ogni cosa, ma non la si può forzare. Deve battere alla porta. Eliot ha detto che esiste un’età in cui la lirica non ci «coglie» più. Non saprei però dire quando accade. L’incipit, quel particolare verso, quelle poche parole, quell’immagine: tutto ciò resta avvolto nel mistero. Credo che ogni poeta l’abbia sperimentata quella improvvisa, inattesa marea, quel possente fiume che ci investe come fu investito Pessoa dai suoi eteronimi. Forse perché per noi stessi il tutto resta un enigma, alla fine sono le poesie a conoscere la spiegazione [...].