giovedì 31 marzo 2016

Diario politico 09 (Trasformismi)

Non sarà una novità. Ma non per questo appare meno urgente denunziare alla opinione pubblica una pratica indecorosa, concausa del fallimento della politica amministrativa nella nostra città. Non bisogna temere di essere pedanti, di essere "moralisti". Non bisogna temere di pestare qualche piede, anche amico.
Abbiamo alle spalle cinque anni in cui c’è stato un potere fragile (e inutile, come scrive sempre Giancristiano Desiderio) a gestire Palazzo Mosti. Di contro, però, l’opposizione è apparsa frantumata, incapace di svolgere un’azione di contrasto compatta ed efficace. In realtà, ciò che stava accadendo era il riposizionamento in vista delle prossime elezioni: era gioco per molti (non per tutti, sia chiaro) la propria sopravvivenza politica e il raggiungimento di ambiti posti di potere.
So che sarà sgradevole e mi attirerà le critiche di alcuni. Benevento è una piccola città in cui tutti ci si conosce. Esistono dei momenti, però, in cui tacere diventa complicità.
Vediamo da vicino alcuni casi clamorosi di “trasformismo” politico facendo nomi e cognomi. E, si badi bene, qui non si stigmatizza la possibilità di cambiare idee o ideali. Ci fossero idee ed ideali dietro i repentini cambi di casacca! Purtroppo ci troviamo di fronte al tentativo di tutelare ben altro...
Mi soffermo su alcuni casi emblematici (ce ne saranno molti altri, per cui nulla vieta che ci sia una seconda parte del diario dedicata all'argomento). 


Francesco De Pierro: figlio d’arte (la Benevento politica è piena di figli d’arte!), mastelliano doc, consigliere dal 2006. Nel 2013 lascia l’UDEUR dopo una «prolungata meditazione interiore». Il giovane e tormentato De Pierro vuole costruire il suo personale percorso politico... Cammina e cammina... e dove ti arriva? Al PD! Ma si tratta, dice il nostro, di un nostos, del ritorno al luogo d’origine, a quel centrosinistra da cui anche l’UDEUR era partito. Poi, mi dico, vi lamentate che i giovani non capiscano nulla di “geografia politica”. Fausto Pepe e Raffaele Del Vecchio si sono ritrovati, dunque, per quasi due anni un finto oppositore e futuro alleato. Porterà al PD «proposte, slogan, idee». Voti soprattutto. Perché questa è la strategia del PD decariano: mettere insieme “grandi elettori”, detentori (per motivi che sarebbe interessante indagare) di pacchetti di voti (siano singole persone, siano sindacati – purtroppo –, siano associazioni – purtroppo -).


Luigi Trusio ripete lo stesso copione. Ne scriveva «Il Vaglio» a gennaio 2015: «e certo pensare a Trusio senza l’ex ministro di Ceppaloni è come scartare una confezione di Ringo e non trovare tra i due biscotti la crema». Il povero Clemente alleva una genia di infedeli camaleonti, pronti a voltargli le spalle appena annusata la possibilità di una poltrona appetibile. Ottimo maestro, insomma!


Giovanni Quarantiello è un altro finto oppositore della giunta Pepe/Del Vecchio, pronto ad essere ricompensato per il suo riposizionamento politico.
Di Roberto Capezzone (per certi versi il caso più emblematico) si è scritto già bene e abbastanza, inutile tornarci.


Notizia fresca, anch’essa destinata a portare scompiglio nelle truppe mastellate, è la defezione di Alfredo Cataudo, potente presidente dell’ASEA, che pare pronto a candidarsi in una delle liste di Raffaele Del Vecchio. Anche in questo caso, nessun grande ideale. Semplici “giochi di potere”.


Caso diverso, non di trasformismo vero e proprio, ma anch’esso emblematico, quello di Daniela Basile, feroce critica della giunta Pepe/Del Vecchio, lesta a candidarsi con una lista di appoggio al vicesindaco, al punto da suscitare commenti “basiti” nella stampa. Insomma, il tipico caso di nasce incendiario e muore pompiere pur di occupare una qualsivoglia poltrona, rinnegando le proprie idee, o, peggio, utilizzandole strumentalmente. Un altro aspetto della piccineria politica beneventana.
Raccontare la storia di queste persone, in un tempo “smemorino”, è una battaglia che non smetterò mai di fare. Bisogna reclamare uno spazio pubblico in cui le persone portino tutta intera la loro storia, che può presentare evoluzioni (o involuzioni), trasformazioni ma travagliate, pensate, ponderate. Non ci dovrebbe essere il retropensiero che si stiano tutelando interessi (imprenditoriali o professionali) o coltivando smodate ambizioni (percependo la politica come “luogo del potere”).
Mi congedo con una scena potente del film che faccio vedere spesso ai miei alunni, Noi credevamo. In essa un bravissimo Luca Zingaretti interpreta Francesco Crispi, mazziniano e garibaldino, poi fattosi monarchico e bismarckiano. Egli parla ad un Parlamento vuoto. Con questa geniale trovata da teatro d’avanguardia Martone suggerisce come il trasformismo italico, teorizzato da Depretis (che è il camaleonte dell'immagine che apre il post) e incarnato benissimo da Crispi, produca inevitabilmente una democrazia di “anime morte” (ed è il motivo per cui ho voluto riprodurre gli uomini e le donne di cui ho parlato in un bianco e nero antichizzato). Quella che viviamo da cinque anni a questa parte a Benevento.


C’è bisogno di una rivoluzione. Citando un filosofo a me caro, Enrique Dussel, potrei dire: 

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