mercoledì 9 marzo 2016

la vita al tempo del dio denaro



Sta capitando spesso, in questa parte dell’anno, con la mia III, dove sarò membro interno, di poter concedermi qualche libertà, derogando rispetto a programmi che, per altro, non sono mai di per sé ordinari. Diciamo che con loro mi sento assolutamente libero, avvertendo che quanto potevo dare loro in termini di conoscenze e competenze (per usare l’arido linguaggio burocratico) l’ho dato negli anni scorsi. Si tratterebbe ora, sfruttando questa libertà, di trasferire loro quella che, semplificando, potrei chiamare “una lezione di vita”. Proprio oggi, al margine della riflessione su Marco Guzzi che stiamo portando avanti in un ambizioso progetto di insegnamento della letteratura italiana contemporanea contaminata con altre discipline, un mio alunno biondo, bello, fisico scolpito, mi ha comunicato, per l’ennesima volta, che quanto vado dicendo è bello, sulla carta, ma impraticabile. Il mondo è retto da un solo dio, il denaro: chi ce l’ha troverà strade spianate di fronte a sé, chi non ne ha arrancherà, destinato ad una vita infelice. L’alternativa, ha detto, sarebbe che tutti partissero da condizioni uguali. Ho sorriso.
Entra e esce dalle mie lezioni: un po’ armeggia con il suo cellulare, cercando orologi di marca e sognando Ferrari, un po’, coltivando la sua formidabile memoria breve, prepara interrogazioni di altre discipline. Negli anni si diventa tolleranti rispetto a certe cose. Si capisce che o i ragazzi si appassionano a quel che dici perché lo trovano sensato o ogni coercizione è inutile, rischiando lo sguardo perso nel vuoto di un suo compagno (affascinato dai nomi esotici), che ha l’apparenza della partecipazione e la sostanza dell’assenza.
So che potrà sembrare pretenzioso. Io non ho risposte da dare. Gli ripeto spesso che dovrà assaporare la cenere di una vita spesa ad accumulare denaro. Troppo tardi scoprirà, probabilmente, che la felicità e la pienezza sono altrove. Nel suo immaginario plasmato dalla pubblicità la giornata ideale è fatta di happy hour, di macchine che sfrecciano su autostrade libere in compagnia di bionde mozzafiato, con Rolex pregiatissimi al polso. Gli è impossibile concepire la felicità in un lavoro ben fatto, per esempio quello dell’artigiano. È quasi incredulo quando gli dico che io, qui, ora, parlando con lui, sono perfettamente realizzato come uomo, e mi sento un privilegiato.

Non so se riuscirò a fargli vedere La vita è meravigliosa, il distillato di tutto quanto ho appreso sulla vita. Forse ci proverò. Non scalfirò le sue certezze. Un giorno, però, spero che, io oramai anziano, un uomo divenuto tale nell’asprezza della vita, mi venga a trovare per dirmi che, sì, avevo ragione io in quelle aule apparentemente tristi e senza lustrini del Giannone: la vita è meravigliosa perché facciamo un lavoro che amiamo con passione, perché c’è una moglie che ci aspetta in una casa rimessa in piedi a fatica, dei bambini che ci adorano e degli amici pronti a ridonarci ciò che avremo donato loro. Insomma, vorrei che mi dicesse, ho capito, professore, che sono le relazioni umane che rendono la vita piena e degna di essere vissuta. 

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