I film di Tarantino soddisfano in me un
ancestrale bisogno di violenza. Ci sono scene in cui una parte di me regredisce
ad una condizione primitiva, senza alcuna struttura superegoica o morale a
proclamare compassione e amore universale. Come la partita di pallone, è una
delle forme civilizzate in cui una componente inestirpabile della mia psiche
trova sbocco in maniera sublimata. Immagino che Aristotele volesse dire anche
questo quando parlava di κἁθαρσις.
Dunque, vedere un film del giovane Maestro è
sempre un piccolo rituale, che lascia tracce profonde in me.
The Hateful Eight: lo ha detto Tarantino, lo ha voluto rimarcare
chiedendo a Morricone musiche poi scartate per quel film di John Carpenter. La
principale fonte di ispirazione della sua ultima fatica è La cosa (1982), remake di un film del 1938. Lo è nell’ambientazione
(il paesaggio innevato che blocca i protagonisti in un luogo quasi del tutto
chiuso) e per uno dei temi centrali, che si può riassumere nella domanda
(esplicitata per altro): «Chi non è ciò che dice di essere?». Nel film di
Carpenter, eccellente horror-fantascientifico, un simbionte alieno prendeva
possesso prima di un cane e poi di alcuni dei componenti di una base scientifica
americana in Antartide.
Ma qual è il vero tema del film? A mio avviso
la menzogna, e la condizione di incertezza in cui l’uomo è destinato a vivere
quando tutti mentono. L’aspetto originale del film è che non sapremo mai se
alcune delle cose dette o viste sono vere, neanche alla fine del film. Sapremo
che, tranne il generale sudista, tutti gli altri ospiti dell’emporio di Minnie
hanno mentito sulla loro identità, ma Chris Mannix è davvero stato eletto
sceriffo di Red Rock? Davvero a Red Rock ci sono i 15 membri della banda di
Domingray? Questo non lo sapremo. E saremo rosi dal dubbio che la lettera di Lincoln a Marquis Warren, vero centro simbolico del film, sia vera o no. Dalla
discussione tra Warren e il “Boia” John Ruth (il più cinico ma anche l’unico
che pare ferito dalla menzogna) parrebbe che si tratti dello scaltro espediente
con cui un “negro” in tempi ancora difficili si crea una credenziale di sopravvivenza
nel mondo dei bianchi. Eppure nell’ultima scena, quando la lettera viene letta
integralmente dai due più improbabili amici/nemici del film, viene il dubbio
che essa possa essere vera, che essa debba
essere vera, kantianamente, per dare senso ad un mondo altrimenti consegnato
irrimediabilmente all’orrore e all’insensatezza. La lettera di Lincoln deve essere vera. Essa è l’unica luce in un
mondo tenebroso, dove esiste solo la violenza più efferata, la menzogna, il
tradimento, dove i fratelli devono assaporare il sapore del sangue dei
fratelli, e i padri sapere che i loro figli sono morti nell’ignominia, oltre
che nel dolore più atroce:
« Caro Marquis,
spero che questa lettera ti trovi in buona e
prospera salute. Io sto bene anche se vorrei che la giornate durasse più ore.
C'è così tanto da fare... i tempi cambiano lentamente, ma cambiano. Sono gli
uomini come te che faranno la differenza. I tuoi successi militari sono un
onore non solo per te, ma anche per la tua razza. Sono molto fiero, ogni volta
che sento notizie su di te. Abbiamo ancora tanta strada da fare, ma mano nella
mano, so che ce la faremo. Voglio solo che tu sappia che sei nei miei pensieri,
sperando che i nostri cammini si incroceranno in futuro. Fino ad allora,
rimango tuo amico. La vecchia Mary Todd mi chiama, quindi credo sia ora di
andare a dormire. I miei ossequi, Abraham Lincoln».
Lincoln è il simbolo luminoso di tutto ciò che
i personaggi di Tarantino vorrebbero poter essere e non possono, l’imperativo
categorico che viene imbrattato da pezzi di cervello e cranio spappolati, la
stella polare che indica la strada e addita la speranza, oltre ad alludere a
rapporti veramente umani fondati sulla fraternità e l’amore coniugale.
Dunque, il dilemma che il film ci consegna è il seguente: se quella lettera è falsa il mondo è irrimediabilmente consegnato all’armata
delle tenebre, ogni uomo non è altro che un involucro pronto dalla nascita ad
essere occupato da simbionte che presto ne sfigurerà il volto e le carni. Se
quella lettera è vera, malgrado la morte che ci circonda, malgrado il male che
alberga in noi e ci dona forze, pur morenti, per far morire nel modo più
doloroso un’assassina, ridendo del suo ultimo ghigno da impiccata, allora,
forse, c’è ancora una piccola, residuale speranza che l’umanità possa farcela,
che «i tempi cambiano lentamente, ma cambiano».
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