domenica 13 marzo 2016

13.3.33




      C’è un non-luogo sulla strada che porta da Benevento a San Giorgio. Tra “Le vecchie carrozze” e “Pascalucci”. Lì ristoravamo la sete delle nostre corse noi quattro cugini in estati che sembravano eterne, spese a gareggiare in sport emulati dalla poca televisione guardata o inventati, a tentare ardite imprese che farebbero impallidirci come padri oggi.
Il gestore del distributore di benzina, Vincenzo Pedicini, detto “Baffo”, aveva un meraviglioso frigorifero della Coca-Cola che ancor oggi è una perfetta immagine del desiderio per me. È come se quelle bibite, il chinotto, l’aranciata, la coca avessero già prima di essere gustate un odore delizioso. Oggi di quel piccolo paradiso della mia infanzia non rimane che un misero scheletro senza vita, che ai più non racconta nulla.
Era il centro logistico del vasto regno commerciale di mio padre, il “Deposito”, come veniva chiamato in famiglia. Lì venivano riparati i camion che trasportavano il gasolio, da improbabili meccanici perennemente sporchi di grasso, che goffamente nascondevano giornali pornografici molto ambiti da noi, ostentando, invece, calendari con donnine dai petti generosi.
Mio padre oggi avrebbe compiuto ottantatré anni. È scomparso da nove anni. Immagino che per tutta la vita i figli debbano fare i conti con i loro padri. Allora queste parole sono l’ennesima puntata di una storia di lunga durata. Quando fallì, nel 1995, iniziò una discesa in inferi lavorativi che poi assunsero la forma del contrappasso dantesco, l’Alzheimer. Il distributore di Piano Cappelle fu uno dei primi a chiudere, malgrado le vane battaglie legali. Un po’ alla volta quel luogo mitico della mia infanzia, il simbolo stesso della ricchezza della mia famiglia, iniziò a perdere pezzi, come se fosse il “correlativo oggettivo” di mio padre e di suo fratello, sodale in tutto. Ogni volta che passavo di lì vedevo oggettivata una storia di trionfo (i cavalli, il cabinato a Gaeta) e decadenza inarrestabile.
Nel tempo, passando di lì e fermando l’occhio su quelle rovine, ho provato un misto di nostalgia e di rabbia. L’infanzia dorata nel sole abbacinante degli anni Settanta e la fatica di dover rimediare a danni colossali compiuti per superficialità o superbia. Il bambino che lì aveva assaporato il chinotto in estasi non era stato forgiato per quello. Scrivendo, però, mi rendo conto che oggi la rabbia ha ceduto il posto alla consapevolezza che senza quella catastrofe sarei rimasto il bambino immerso nelle sue estasi e nelle sue estati. Non che oggi non ci sia spazio per esse nella mia vita, ma accanto alla responsabilità che è maturata contestualmente allo smarrirsi nel gorgo di mio padre.
Dell’involontario monumento, tra qualche anno, resterà solo qualche foto e il ricordo di chi ne visse splendore e decadenza.




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