mercoledì 29 febbraio 2012

inimicus Plato...


Ieri pomeriggio riunione organizzativa in vista dell’impegno di domani con i Giannoniani, in cui, sinteticamente, illustrerò l’importanza di categorie di pensiero classiche per la politica novecentesca e contemporanea. Poi, saltando il primo incontro organizzativo di un gruppo di appassionati di fumetti, e arrivando comunque tardi, ho partecipato, nella bella e accogliente libreria di Yuri e Elisabetta, al primo incontro di Paradoxa, organizzata dallo stesso Yuri e da Guido, brillante neolaureato in filosofia.
L’incontro di ieri era dedicato a Platone. Peccato non poter discutere delle tante questioni emerse. Per ironia della sorte, proprio stamattina avevo la verifica su Platone nella mia III di quest’anno, impostata, su due file, con dieci domande a risposta aperta, molto fedeli alla scansione del manuale (il classico Abbagnano-Fornero, già trovato in uso, che è quello che anch’io ho più spesso utilizzato in undici anni di insegnamento).

[Nel 1999 furono banditi i concorsi a cattedra. Io avevo studiato per insegnare italiano e latino, ma il folle sogno maturato nel corso degli anni era quello di insegnare filosofia, passione matura, nata dopo l’università. Mi immersi nello studio di tutte le discipline richieste: italiano, latino, storia, filosofia, geografia. Con ritmi talvolta non sostenibili dal mio organismo. Ricordo risvegli alle quattro del mattino e conati di vomito per le cinque ore di sonno, mentre ripetevo l’Eneide. Per la filosofia decisi di leggere molti classici, ben oltre i dieci da presentare alla commissione esaminatrice. Lessi molto Platone. Il tema di concorso che affrontai richiedeva una ricostruzione del pensiero platonico con riferimenti testuali ai Dialoghi. Debbo, dunque, a Platone il mio lavoro… Amicus Plato].

Chiunque abbia la pazienza di leggere le mie cose saprà che i cardini della mia formazione filosofica da autodidatta sono Nietzsche e Heidegger. È inevitabile, dunque, che questi due autori mi abbiano trasmesso una visione molto negativa del platonismo e del suo ruolo nella cultura occidentale. Suscitando l’ira del mio caro amico Amerigo, ho definito Platone una “iattura”. So bene che l’ateniese non sia lascia facilmente inquadrare. Esistono molti Platone, al punto da rendere ardua, come ieri è stato giustamente detto, una ricostruzione sistematica del suo pensiero. Semplifico: amo il Platone “minor”, quello del Simposio, del Fedro. Amo alcune intuizioni del Timeo. Detesto e considero pericoloso il Platone “maior”: quella della Repubblica, per intenderci, il filosofo delle idee, del dualismo, il discepolo/traditore di Socrate e della problematicità del suo insegnamento, il Platone dogmatico, il teorico della politeia divisa in caste rigide. Inimicus Plato. Il platonismo continua ad avere una pervasiva presenza nella cultura occidentale. La iattura più grande è che si affermasse con lui il paradigma secondo cui debbono essere i “capaci”, i detentori di un sapere politico, a guidare la polis, a danno della straordinaria avventura politica dell’Atene periclea, che avrebbe potuto preludere, se divenuta paradigma dominante, alla democrazia diretta e partecipata, come teorizzata e auspicata da Hannah Arendt, che non a caso vede in Platone il “nemico” da abbattere per rifondare la teoria politica. Soprattutto va portato avanti il progetto heidegerriano di un superamento della “metafisica” occidentale, che parte da Platone e si compie nel binomio Marx-Nietzsche, per inviarsi nel dominio tecnoscientifico del mondo. Platone ha decreato, infatti, la vittoria del pitagorismo nella cultura occidentale, oscurando quello che probabilmente è il pensiero più potente e rivoluzionario mai pensato in Occidente, come ben sapeva René Char: quello di Eraclito l’Oscuro. La “struttura” del mondo, il logos, è mutevole come il fuoco: contro l’illusione (Nietzsche direbbe la menzogna) che esso sia cosmos, armonia, matematica, misura.
La salute, contro Platone, è un equilibrio dinamico. Il mondo, l’uomo, la società umana non si lasciano ingabbiare nella loro complessità. Alla fine della metafisica, dunque, come auspicava Heidegger, è necessario un altro cominciamento .

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