mercoledì 8 febbraio 2012

filosofia

Domani ci vediamo per costituire la Libera scuola di filosofia del Sannio. È un inizio, e come tale ricolmo di attese. Sono belli gli inizi. Vado a ritroso nel tempo…
Al Giannone, come molti, studiai la filosofia esattamente come si studiano le altre discipline scolastiche. La mia docente mi stimava, troppo. Questo mi consentiva di ottenere il massimo facendo il minimo. Ma era altro che mi appassionava: le lezioni magistrali del mio docente di latino e greco su Lucrezio e Cicerone, ad esempio. E poi scoprii la poesia.
Mi iscrissi a Lettere alla Sapienza. Gli unici filosofi che accendevano la mia immaginazione, anche per la sapidità del loro stile, erano Schopenhauer (Il mondo come volontà e rappresentazione fu il primo libro di filosofia che ebbi) e Nietzsche (ma lo capivo veramente?), poi Cioran, un grande moralista. Un giorno la docente con cui mi sarei laureato in Letteratura italiana contemporanea, poetessa, mi disse che pretendeva un esame di filosofia nel mio percorso di studio. Panico, disappunto. Fu tutto inutile. E la ringrazio ancora per la sua irremovibilità, che ha segnato la mia vita. Scelsi Estetica. Pensavo che, tra i tanti corsi da seguire a Villa Mirafiori, fosse il più vicino ai miei interessi. Le lezioni di Emilio Garroni (che stava traducendo la Critica del Giudizio) erano affollatissime. Per avere il posto a sedere bisognava arrivare almeno un’ora prima. Dovemmo studiare Baumgarten, Burke, Kant e uno a scelta tra Wittgenstein ed Heidegger. Io scelsi quest’ultimo. E anche questo avrebbe segnato per sempre la mia vita. Racconto spesso ai miei alunni della disperazione che in me indusse quest’esame. Ricordo come fosse ieri me sul tavolo della cucina a Roma piangere, dopo aver compreso che no, mai avrei capito anche solo lontanamente ciò che Kant voleva dire nella sua terza, terrificante Critica. Per non dire del saggio di Heidegger sull’opera d’arte. Andai all’esame come una bestia rassegnata al macello. Andò bene. Non sapevo nulla di filosofia. Dimenticato tutto quanto fatto al Liceo, non compreso nulla in quei mesi di studio matto e disperato.
Dopo la laurea, in maniera sempre più drammatica, a causa delle vicissitudini lavorative paterne, iniziai a sbarcare il lunario con lezioni private a domicilio, stesura di tesi su commissione, lavori in nero o sottopagati presso improbabili centri studi, scuole private, infine il Cepu (ebbene sì, erano i tempi di Del Piero testimonial). In questo strano mondo, per necessità, fui costretto ad insegnare anche filosofia. Fui presso da una passione insana. Con la mia consueta intemperanza cominciai a leggere in maniera disordinata. Grazie alla biblioteca di Giovanni Varricchio approfondii il pensiero di Heidegger, che da allora è rimasto faro della mia ricerca, permettendomi di capire, da un’angolatura diversa, la mia stessa pratica poetica.
Venne la stagione dei concorsi a cattedra, attesi come Drogo i Tartari nel romanzo di Buzzati. E maturò in me il folle sogno che potessi davvero insegnare una disciplina che aveva trasformato la mia vita, intramandola di domande ma anche di modelli. Ora, a raccontarla a braccio, la mia storia sembra lineare. Ma davvero, se mi avessero detto nel 1983 che sarei diventato un docente di filosofia e storia, avrei sorriso. Lo devo a Biancamaria, la mia docente, alle lezioni private fatte nelle case dei rampolli delle benestanti famiglie beneventane, ripetendo fino alla nausea le categorie kantiane e le figure della Fenomenologia di Hegel. Lo devo alle notti insonni passate a leggere il Nietzsche di Heidegger o il De Ente et Essentia di Tommaso o la Struttura delle rivoluzioni scientifiche di Kuhn per il concorso. Arrivai decimo in Campania. C’è vanita nel ripeterlo, lo so. Umano troppo umano. Ma anche il monito a me stesso che la volontà e il desiderio uniti possono molto (non tutto). E l’augurio ai più giovani di riuscire a credere nei propri sogni, spes contra spem, anche quando ogni cosa sembra arsa dentro e fuori di noi.
Sono, dunque, un autodidatta in filosofia. Un solo esame universitario. Ogni estate mi viene il ghiribizzo di iscrivermi a Filosofia. Poi viene settembre, inizia la scuola, e smetto di pensarci. Dovrò aspettare una laurea honoris causa. Pazienza.
Intanto domani ci incontriamo per un nuovo inizio. Un’altra volta parlerò del paradosso che vorrei tematizzare a breve in un incontro pubblico che ho intitolato: Contra philosophos. Nella filosofia, dunque, contro la filosofia. Chi ha un po’ di dimestichezza col pensiero (e scrivo volutamente “pensiero”) di Heidegger capirà a volo. Gli altri, invece, dovranno aspettare. So per certo che la filosofia non mi ha dato risposte. Ma mi aiuta ogni giorno a formulare meglio le mie domande, con più “pietà”, con rispetto. Ma, e di questo potremmo iniziare a parlare anche domani, quale filosofia?

1 commento:

luca rando ha detto...

Caro Nicola,
mi accorgo di non poter commentare tutti i tuoi testi, anche perché distante, da alcuni anni, dalle vicende beneventane. Ma su questo almeno qualcosa voglio scrivere, perché anch'io, come te, all'Università (Lettere) sostenni un esame di filosofia, spinto solo dal desiderio di una formazione più completa.
Scelsi Filosofia morale col prof, Agrimi. Il tema del corso era su Aristotele, in particolare su l'Etica Nicomachea, con un approfondimento sul rapporto tra metafisica e politica in Aristotele ed Hegel. Fu, nel complesso, una bella esperienza, finita la quale, però, abbandonai quasi del tutto gli studi filosofici. Iniziai presto ad insegnare le mie discipline, italiano e latino, e la filosofia divenne solo un hobby.
Ai concorsi, lo ricorderai, mi chiedesti di preparare con te anche filosofia e storia, ma io rinunciai (con tuo grande disappunto, credo), perché non ero interessato non avendo coltivato come te la disciplina negli anni.
Solo più tardi, col concorso riservato, decisi di provare ad abilitarmi anche in filosofia. Fu un concorso strano: nel mio gruppo, come docente, capitò un'insegnante preparata ma, diciamo così, un po' folle. Superammo solo in tre lo scritto e, alla fine, mi abilitai solo io (col minimo dei voti!).
Non c'è gloria, ovviamente, in questo, credo solo che io, a differenza degli altri, riuscii a tenerle testa, perché mi ero preparato ed ero consapevole di ciò che avevo fatto.
Questo è il mio ricordo che mi porta a concordare con quello che scrivi: volontà e desiderio possono vincere molte prove.

luca