Caro Lorenzo,
grazie per la lettura che fai di Euthymios, per l’apprezzamento che mostri nei confronti della mia scrittura. Non sei il primo, quindi prendo atto, alla mia opera prima, che la “forma” scelta è giusta. Non era scontato. Per mia natura, tendo ad un periodare complesso, sin dalla giovinezza (me lo rimproverò all’Esame di Maturità il grande Mario De Agostini, che tonerà, trasfigurato come personaggio del secondo romanzo in gestazione).
Mi conforta sapere che per un lettore intelligente e colto la “profondità” possa dirsi in una modalità narrativa non respingente.
Cogli stimoli pari a quelli di un saggio, e ne sono lieto. Ti rammarichi per la mancanza di una bibliografia. Duplice la mia risposta. Prima di tutto, metterla avrebbe significato voler collocare la finzione al pari della rigorosa ricerca storiografica (che ne è stata il presupposto appunto ventennale). Poi, e mi pare l’argomentazione decisiva, sono partito pensando di voler affrontare narrativamente la questione del “Gesù storico”. A causa di una magia che può accadere solo nella scrittura, però, giorno per giorno il nucleo originario si è ampliato. Come ho detto ad un altro lettore profondo (Ciro Schettino), avevo l’impressione che si aprissero porte in una casa, e io mi infilassi dentro per vedere cosa c’era. Quindi, alla fine, la questione genetica del romanzo (il Gesù storico) è rimasta, è importante, ma il centro non è Yeshua bensì un personaggio, Euthymios, che è sfuggito di mano all’autore, che, pagina dopo pagina, ha rivendicato la sua autonomia, che, insomma, ha iniziato a vivere di vita propria. Se, dunque, bibliografia avrebbe dovuto esserci doveva vertere su varie questioni: dalle erbe medicinali alle feste ebraiche, dai ludi gladiatori alla congiura dei Pisoni. In ogni caso, ho lavorato con un gran numero di testi, non solo italiani, a portata di mano. Il che non rende immune il libro da errori, che sicuramente ci saranno, ma testimonia della mia buona fede nel voler fondere onestamente storia e invenzione.
Infine, sicuramente scrivere è stato anche per me terapia. Mi ha guarito dal dolore di aver abbandonato il mio ruolo all’interno della mia, della nostra scuola, che pensavo compimento della mia carriera e “mandato” fondante la mia esistenza, insieme alla vita familiare. Davvero immergermi in maniera totalizzante ed estatica nella scrittura è stata quotidiana guarigione, di più: connessione con una fonte di senso e bellezza mai sperimentata prima, se non nell’amore, nella paternità e nella preghiera più profonda.
La frase che hai voluto riportare ci richiama al dovere di esser sempre presenti al presente nel presente, di non fuggire nel passato o nel futuro, non orazianamente perché incerti sul futuro ma perché ogni attimo deve avere la sua pienezza, anche quelli dolorosi. E poiché omnia tempus habet, godiamo della felicità concessaci senza vergogna. Io sto vivendo una pienezza mai sperimentata prima, in comunione con i “miei” morti, presente ai bisogni delle persone care. E ringrazio Dio per questo tempo che mi ha donato generoso.
Di questo tempo fanno parte amici che mi sostengono in sincerità. Scrivere e pubblicare un libro significa anche poter godere di questo privilegio, che tu ed altri mi state donando.
In amicizia.

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