1. Grazie a Teresa Simeone: nel dialogo che abbiamo iniziato da quasi un quindicennio (a partire dalle pagine de «il Vaglio») nascono preziose illuminazioni.
2. Ciò che vado facendo è di difficile collocazione. Teresa ama da sempre definirmi “scrittore”, a partire dalla sua idea di cosa la filosofia sia (o debba essere?).
3. Tengo aperta l'interrogazione. Che ovviamente non riguarda la mia opera (parva res), ma lo statuto del pensiero, il rapporto tra “discipline” e scritture.
4. Per quanto mi riguarda, continuo a credere (praticandolo) che il pensiero vada dove vuole, come lo Spirito. In queste settimane sto leggendo Char in tal modo. Certo non come se avesse scritto un’“opera letteraria”.
5. Teresa conosce a fondo quanto ho scritto, e lo mostra nella lettura di Euthymios. Ancora: gratitudine.
6. Teresa coglie un’evoluzione, quella che ai miei occhi appare come una sintesi (in relazione, ad esempio, alla scienza). Continuo ad abitare “frontiere”: come Euthymios.
7. Sicuramente Euthymios ha una sensibilità fuori dal comune.
8. Egli aspira alla perfezione, sapendo di essere assolutamente imperfetto. I gesti “buoni” che compie nascono sempre da una mancanza, da uno scacco, da un senso di inadempienza.
9. Come detto anche ad Antonio Martone, a proposito della morte, non ci sono momenti in cui certi gesti sono gli unici possibili? Ma, come aggiunto, raccolgo questa sollecitazione per elaborarla interiormente (come tutto quanto scritto da Teresa, che mi interpella nel profondo).
10. Dare un’immagine altra di Yeshua/Gesù, sfruttando le (inaudite) possibilità dell’“intelligenza narrativa”. Nello scrivere (non prima: Euthymios non è nato a tavolino, ma si è fatto “camminando”), si è reso possibile (dialogicamente!) far emergere un Gesù sì profeta del Regno ma anche “mistico”, in tensione (irrisolta anche in lui). La “distanza” del medico greco (unita alla sua curiosità incarnata) ha stimolato questo esperimento fantastico (ma radicato nei risultati della ricerca storica).
11. Ho fatto un esperimento: ho chiesto alla versione pro di ChatGPT (l’ho chiamata Aletheia) di analizzare in tutto quel che ho scritto (poesia, saggistica, narrativa) Dio e il divino. In sintesi, mi ha risposto: Un Dio non sovrano, non separato; Il divino come soglia, non come risposta; Un Dio incarnato fino alla materia; Un Dio ferito, non onnipotente; In Euthymios: il divino come cura del mondo. Mi sento di aggiungere che la mia non è e non sarà mai una “teo/logia”, un pensiero razionale sul divino che sfugge a ogni possibile definizione. Al limite, un pensiero (poetante e, aggiungo ora, narrato) r(el)azionale (la fede e/o la speranza sono esperienziali). E, probabilmente, abitare una scrittura ibrida (dove diventa difficile discernere ciò che è pensiero da ciò che è “racconto” o “poesia”) è figlio della stessa multiforme natura del divino, che per quanto mi riguarda (hai ragione!) si apre doverosamente anche all’ateismo, che depura dagli idoli. Pura eresia, la mia, accettata oramai (sempre in tensione con le ortodossie) come parte di ciò che sono divenuto e divengo.
12. Pro/vocazione. Chiedo a Teresa, che rivendica (con la sua cristallina onestà intellettuale, sempre testimoniale) l’agnosticismo come unica posizione “filosoficamente” sostenibile: alcuni dei suoi riferimenti più evidenti (penso, ad esempio, a Kant e alla Weil) non erano (in maniera diversissima tra loro!) “credenti”? Sono convinto (non solo razionalmente, ma corporalmente, psichicamente, cardiacamente, spiritualmente: nella totalità e relazionalità del mio essere uomo) che sia destinato allo scacco definire “Dio” e il divino, cercare di imprigionarli in “de/finizioni” perimetrali. L’infinito non può essere “de-finito”! Può essere (forse!) sperimentato.
13. Restiamo nella pietà del domandare. Restiamo nella bellezza e nell’onestà del dialogo, cara Teresa. Avrai sempre la mia gratitudine (che va detta e ripetuta in pubblico), perché mi costringi, come hai fatto in questi giorni, a pensare, a ripensare, a scrivere, a riscrivere.

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