domenica 17 dicembre 2023

Toni Negri [φιλοσοφία]

 


Sono esistiti due Toni Negri per me. Il primo era solo un nome, uno dei tanti, associato all’oscura stagione della violenza e del terrorismo. Appartengo ad una generazione segnata indelebilmente da telegiornali dominati da notizie tragiche e incomprensibili. All’epoca del sequestro Moro avevo 11 anni. Gli anni Ottanta furono attraversati nel rigetto della politica, associata al sangue o al denaro. 

Ho ritrovato Toni Negri, dunque, un altro (o sempre lo stesso?), dopo molti anni, e precisamente a cavallo dei millenni, quando iniziava ad entrare in crisi la narrazione sulla “fine della storia”, sotto la polvere delle Twin Towers. La trilogia “imperiale”, fondata sul concetto di “moltitudine”, ha avuto enorme impatto su di me. Ho considerato, in quegli anni, Toni Negri un maestro. E ricordo ancora la mia (vera) maestra, Biancamaria Frabotta, che gli “anni di piombo” li aveva attraversati in prima fila, quando le parlai di queste letture appassionate dirmi, con un fremito di orrore, che per lei Negri era una persona orrenda, legata a ricordi angoscianti. 

Con gli anni, pur grato a quelle pagine sempre intriganti e talvolta geniali, ho maturato una profondo distacco, prima di tutto dall’antropologia sottesavi. Più in generale, mi sono reso conto che la mia “educazione cattolica”, evidentemente molto più profonda di quella che lo stesso Negri ebbe, reclama un uomo che non sia la mera evoluzione di un animale (ma qui entro in rotta di collisione con tutto il pantheon di pensiero e prassi politica di cui il pensatore padovano è ultimo esponente). Soprattutto, ho superato negli anni l’idea (hegeliana e marxiana) che esista una sorta di legge immanente al divenire storico che procede verso una meta (la libertà o il comunismo). E, dunque, ritengo che la globalizzazione non sia stato un fenomeno né necessario né benefico nei modi (politici!) in cui si è realizzato ma, esattamente come la rivoluzione industriale analizzata da Polanyi ne La grande trasformazione, si sarebbe dovuta temperare e contrastare. Avrei, nel tempo, superato anche la fiducia nella costruzione di un soggetto plurale capace di politica in maniera pressoché spontaneista. 

Resta l’opera di un pensatore importante con cui è doveroso ancora confrontarsi. Non so se gli strumenti teorici approntati dal “secondo” Negri siano, però, utilizzabili per il lavoro dei prossimi anni.


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