Come
mi capita in occasioni di lutti personali (quest’anno per la perdita di due
cari colleghi), ieri ho “chiuso” la mia bacheca di Facebook, questo diario in
pubblico che ha stravolto completamente non solo le pratiche di scrittura ma,
probabilmente, il modo stesso di pensare e formarci convinzioni. L’eccidio
parigino della redazione di «Charlie Hebdo» (da parte di due integralisti
islamici, ma con dubbi che iniziano ad emergere) mi ha lasciato, letteralmente,
senza parole. Quando il dolore o lo sconcerto sono grandi mi è impossibile
sillabare parole. Ma non bisogna sottrarsi al dovere di “intelligere” i
processi in atto, dopo il “lugere” dovuto per uomini che hanno pagato con la vita
il loro ideale di una libertà “assoluta”, non necessariamente condivisibile ma
tutta dentro la tradizione laica e illuministica del loro grande paese. Sia
detto per inciso: alcuni di loro, come ad esempio Wolinski, avevano
accompagnato la mia storia di lettore di fumetti. Non erano sconosciuti, erano volti associati a storie, a segni.
Voglio
provare a focalizzare un solo argomento, al centro di alcune discussioni sui
social network: il nesso fra religione e violenza. È naturale che il “sacro
macello” parigino, al grido di “Allah è grande”, scateni la canea degli
islamofobici, dell’ateismo più critico nei confronti di ogni esperienza
religiosa. Sicuramente questo avrà delle conseguenze sulla storia francese e,
dunque, su quella europea. La critica più sottile è quella che rimarca come la
violenza non sia una caratteristica delle frange estremiste dell’Islam, degenerate
anche a causa delle scelte politiche imperialistiche dell’occidente, della
collocazione ai margini (urbanistici e sociali) degli immigrati e altro ancora.
La scuola di pensiero il cui nome più illustre è quello di Oriana Fallaci
ritiene che l’Islam sia in sé una religione violenta, e che questa tara sia
inemendabile. Nel mio peregrinare tra i testi sacri devo confessare che il
Corano è stata tappa marginale. Molto più fascinoso l’immaginario dei mistici
islamici, il sufismo in particolare, gli immaginifici versi di Jalāl al-Dīn Rūmī. Non sono un
esperto. La mia considerazione sarà, dunque, più generale: poiché l’uomo è un
essere intimamente storico ed evolutivo, le religioni evolvono con lui. Questa
considerazione può essere condivisa da atei e agnostici. Solo i religiosi “tradizionalisti”
(che credono cioè in un nucleo immutabile delle fedi a là Guenon) dissentiranno. La storia dell’umanità mostra una
capacità evolutiva in ogni ambito, che pare non aver fine. Se osserviamo l’ebraismo
o il cristianesimo (le religioni che conosco meglio) noteremo come una carica
di violenza effettivamente presente (si pensi al vendicativo Yahweh biblico o alle
guerre degli Ebrei) o del cristianesimo fattosi religione di Stato (si pensi
all’orrenda morte di Ipazia di Alessandria o alla crociata contro i catari) nel corso dei secoli si sia
addolcita, fino a scomparire. Non è stato un processo indolore: nel popolo
ebraico è passato attraverso la sua radicale dissoluzione statuale, nel
cristianesimo attraverso un confronto durissimo con istanze “laicizzanti”, a
partire dal Rinascimento.
Ogni fenomeno umano è passibile di evoluzione perché
l’uomo è un essere evolutivo. Il
mio auspicio è che, proprio a partire da catastrofi come quella di Parigi, nel
mondo islamico maturi una spiritualità più pura, che non può che essere
portatrice di istanze pacifiche e pacificatrici.
Dio è il Bene che noi possiamo
essere. È inimmaginabile che tale Bene si declini in forme necrofile e
terroristiche. Chi uccide in nome del suo Dio in realtà uccide prima di tutto
il suo Dio.

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