venerdì 3 dicembre 2010

diario occupazione I


Martedì 30 

È il mio giorno libero (dies sacer per i docenti delle Superiori). Su Facebook verso ora di pranzo vengo a sapere che i ragazzi hanno occupato: Scientifico, Classico, Guacci, Alberti, Alberghiero, Artistico… È un fulmine a ciel sereno. Mai come quest’anno la parola “occupazione” era stata assente dalle discussioni tra e con i ragazzi. Che fare? Ne discuto in rete con una collega cara e appassionata. Scrivo nel tardo pomeriggio una Lettera aperta rivolta soprattutto ai colleghi: rimaniamo accanto ai ragazzi in questo momento nevralgico della storia del nostro paese. L’epigrafe è di De André: «E se vi siete detti / non sta succedendo niente…» È la Canzone del maggio, che chiude: «provate pure a credervi assolti / siete lo stesso coinvolti».
Verso le 20 vado al Rummo. Compro qualcosa da portare: merendine, cioccolata, un pandoro, qualche bottiglia di tè. Assisto ad un duro scontro verbale davanti alle porte. Gli occupanti non vogliono esterni dentro. All’interno c’è un clima sereno: si discute animatamente, ma tutto è tranquillo. Abbraccio il megafono che ho prestato ai ragazzi. Lo rivedrò alla fine di tutto? :)Inizio a capire che questi ragazzi sono una novità rispetto agli anni passati. È nell’agire che cercano consapevolezza, sono assolutamente privi di “ideologia”, di posizioni precostituite. Concordo di venire l’indomani a fare qualcosa.

Mercoledì 1

Alle 9,30 sono al Rummo. Ho portato con me un amplificatore con due casse, il jack per collegare il tutto al pc portatile, una cassa autonoma con il microfono. Mi sono preparato tre, quattro cose utilizzate negli anni scorsi per i giorni di LIC…enza al Giannone: la spiritualità nella musica di Battiato, un’introduzione all’opera di Bob Dylan, i rapporti tra musica classica e rock. Opto, alla fine, per De Andrè. Faber sarebbe stato accanto a questi ragazzi. Ne sono certo. Inizio facendo ascoltare Carlo Martello. Cortocircuito: ma questo re, affetto da sexual addiction, non ci ricorda un sultano del nostro tempo? «È mai possibile o porco di un cane / che le avventure in codesto reame / debban risolversi tutte con grandi puttane?». Il giorno prima Sky aveva trasmesso l’intervista a Nadia Macrì… Parlo di De Andrè, “traditore” di classe dalla seconda metà degli anni Sessanta, dell’influsso di Brel, dei concept album, del suo cristianesimo radicale. Arrivo agli anni Novanta. Chiedo, infine, un religioso raccoglimento per ascoltare La domenica delle salme, la più grande canzone italiana di tutti i tempi a mio avviso. È un momento intenso, la profetica descrizione del quindicennio di regime che sta per chiudersi, grazie anche ai ragazzi che avevo di fronte: «La domenica delle salme / gli addetti alla nostalgia / accompagnarono tra i flauti / il cadavere di Utopia / la domenica delle salme / fu una domenica come tante / il giorno dopo c’erano i segni / di una pace terrificante». L’atrio è un brusio di voci, volti che si cercano… I ragazzi sono eccitati: li capisco. Alla fine li invito a coltivare Faber, cantore degli esclusi, degli ultimi, contro ogni morale farisaica. Mi chiedono una riflessione sulla questione meridionale nel pomeriggio. Studio.
Torno da loro alle 16,30. Per fortuna alcuni colleghi hanno scelto di esserci: li ammiro. Non condividono completamente la scelta dell’occupazione, eppure ci sono, sono con i loro ragazzi, continuano ad essere quello che sono: educatori. È un sollievo per me. I ragazzi vogliono parlare di Saviano e della camorra, della parola e del suo potere, vogliono fare corsi di chitarra, di pizzica, di scultura… 
L’aula è piena e attenta. Chiedo loro qualche riflessione preliminare. Alcuni stanno leggendo Terroni di Pino Aprile. Ne parlano. Dico loro che, in tutti questi anni, ho sempre cercato di dare un’immagine problematica del Risorgimento italiano, che ne facesse vedere i limiti ora entrati nella consapevolezza comune, esplosi col brigantaggio, ma anche i limiti del pensiero democratico “sconfitto”, i limiti del mazzinianesimo e l’assenza di una seria riflessione sulle specifiche condizioni del Sud. Salto nel Novecento. Utilizzo Tre modi di vedere il Sud di Franco Cassano. Illustro i due paradigmi predominanti del pensiero meridionalista (quello coloniale e quello del “ritardo”), e i loro limiti. Infine, mi dilungo sul “pensiero meridiano”, modalità creativa per riprendere l’annosa questione e uscirne dalle secche. I ragazzi intervengono, pongono domande, il discorso tocca altre questioni centrali: l’economia, il capitalismo, Marx… Propongo, per l’indomani, di vedere Capitalism. A love story di Moore. Proposta accettata.
Faccio un salto al Giannone. Abbraccio ragazzi che sento ancora alunni miei. Parlo con un collega caro, che mi racconta del senso di responsabilità. L’Istituto è perfettamente in ordine. Si gioca a pallone sotto la pioggia e si chiacchiera. Mi chiedono di venire l’indomani, nel pomeriggio. Mi chiamano anche dal Guacci. La sera, in rete, dialogo. Un mio ex alunno, molto impegnato a destra, critica ferocemente il movimento: non sanno neanche per cosa protestano, dice. Ribatto: la consapevolezza si crea, è un percorso. Questi ragazzi chiedono di essere parte attiva del loro processo di crescita e chiedono che lo Stato investa più risorse nella formazione. Posto le foto delle occupazioni. Mi fa piacere essere accanto a loro: ad insegnare, ad imparare.

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