mercoledì 13 maggio 2026

21. La voce di Irene [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]


Il primo test fu programmato come gli altri. Nessuna indicazione speciale. Un run di verifica. Lorenzo lo presentò come controllo di coerenza. Riccardo annuì. Si sedette senza aspettarsi nulla.

Il sistema avviò l’elaborazione. I tracciati erano stabili. Nessun segnale anomalo. Poi comparve l’audio. Non come output principale. Come residuo.

La voce non era perfetta. Mancavano alcune frequenze. C’erano vuoti. Le parole arrivavano con una leggera irregolarità. Non era una registrazione singola. Era una ricostruzione. Segmenti sovrapposti. Frasi spezzate. Pause ricucite.

Riccardo riconobbe la voce prima delle parole. Il timbro. L’andamento. Quel modo di fermarsi a metà frase. Non disse nulla. Rimase immobile.

La voce pronunciò il suo nome. Riccardo sentì un irrigidimento improvviso. Le mani restarono sul tavolo. Non si mosse.

Lorenzo guardava i monitor. Controllava i parametri. Non guardava Riccardo.

La voce continuò. Frasi brevi. Nessuna intonazione marcata. Nessuna inflessione emotiva. Era Irene. Non come parlava negli ultimi mesi. Come parlava prima. Quando non c’era ancora nulla da trattenere.

Riccardo sentì un peso salire. Non un pensiero. Una reazione fisica. La gola si chiuse. Il respiro cambiò ritmo. Cercò di regolarlo. Non riuscì.

La voce disse una frase incompleta. Si interruppe. Riprese. Riccardo abbassò lo sguardo. Le lacrime arrivarono senza preavviso. Non fece rumore. Non cercò di fermarle. 

Era la prima volta. Da quando Irene era morta non aveva pianto. Non durante la malattia. Non dopo. Il corpo aveva tenuto. Ora no.

Lorenzo se ne accorse tardi. Spense l’audio. Non disse nulla. Riccardo annuì. Si asciugò il viso con la mano. Rimase seduto ancora qualche secondo.

Disse solo che quella voce non doveva essere usata come test. Lorenzo rispose che non lo sarebbe stata. Archiviarono il run come non replicabile.

Quando Riccardo uscì dal laboratorio aveva gli occhi stanchi. L’aria fuori era fredda. Respirò. Camminò. La voce gli restava addosso. Come presenza breve, appena riemersa.

Da quel giorno seppe che Irene non sarebbe mai stata solo un sistema.

martedì 12 maggio 2026

Disincanto (σχολή)

 

Nell’agosto del 2025 si inaugurò la stagione, ancora in atto, “dei premi”.

Il primo, che non andai a ritirare di persona, delegando ad una cara amica, era relativo alla scuola. Il testo (Frammenti di un discorso educativo) era assemblaggio di varie riflessioni, poi confluite nel mio secondo libro di saggi, Pensiero in sorgente, integrato con una conclusione molto diversa nella spirito, frutto anche del disincanto maturato nella rumorosa rottura avvenuta nella mia scuola, che mi aveva spinto alle dimissioni da collaboratore nel febbraio precedente. 

Ne scrisse (del Premio) magnificamente Daniela Piesco.

Mi fa piacere pubblicare la conclusione del saggio sul mio blog, che sta diventando preziosa repository di quanto difficilmente troverà carta, e su cui sto giorno per giorno operando correzioni formali, utilizzando A.I. per nuove copertine.

* * *

Sono passati dieci anni all’incirca da quando scrivevo delle “competenze” e teorizzavo una “terza via” fondata su un’“erotica pedagogica”. Mi rendo conto di essermi innamorato di un sogno. Bellissimo.

Con Morin mi sono illuso che una “riforma dei saperi” fosse precondizione necessaria ad una riforma della società. Quella illusione mi è servita ad essere un docente migliore. Mi ha motivato ogni mattina nel mio lavoro in classe, nei miei studi. 

«Le illusioni, figlie della speranza e madri della felicità, sono per l’uomo non solo necessarie, ma vitali» (Leopardi).

Oggi celebro “la strage delle illusioni”. Non so se è perché sono semplicemente più vecchio. La vecchiaia inizia dal disincanto. O forse è solo lucidità.

Il quarto di secolo alle spalle, che inizia per l’Italia con la riforma Berlinguer, ma ideologicamente è annunziato dal Libro Bianco di Delors (1993), ha visto sì una trasformazione radicale della scuola italiana ma ispirata sostanzialmente ad un modello aziendale e ad un principio competitivo. Questa trasformazione, la più profonda dai tempi della riforma Gentile, non ha avuto una coloritura politica. È stata portata avanti da governi di centro-sinistra e di centro-destra. D’altronde, nel trionfo del pensiero unico, del “pilota automatico”, è difficile pensare che si potessero fronteggiare paradigmi che non fossero solo apparentemente confliggenti. Dunque, secondo gli auspici del cattolico e socialista Delors, il sistema scuola è stato spinto vigorosamente a farsi funzionale alle esigenze economiche della società europea perché essa potesse competere nel mondo globalizzato.

È tempo di bilanci. Questa inesausta spinta riformatrice della e nella scuola ha sortito effetti positivi o negativi? A mio parere del tutto negativi, anzi nefasti, ma perfettamente in linea con le attese e con il pensiero dominante. La scuola non deve produrre teste “ben fatte” (Montaigne, Morin), capaci di pensiero critico, autonome (come nel celebre adagio kantiano sull’illuminismo). Si badi: non sto dicendo che la scuola di prima facesse questo, ma sicuramente era strutturata in modo che – per eterogenesi dei fini – quasi sempre producesse tale effetto, pur non essendo preposta scientemente a farlo. Ma d’altronde, e vengo al punto centrale, nell’epoca in cui trionfa una razionalità “strumentale” potrebbe accadere diversamente? I grandi pensatori del XX secolo ci insegnano che uno dei portati del nichilismo è il trionfo della tecnica (in tutti gli ambiti, ivi compresi, dunque, i luoghi che dovrebbero essere preposti alla paideia).

Per anni ho coltivato l’illusione (lo ripeto, dolcissima) che la scuola sia uno spazio miracolosamente separato, che possa, autonomamente, dotarsi di strumenti con cui cambiare il mondo. Non è, invece, essa parte integrante di una società oramai sovranazionale che necessita di bravi esecutori di ordini e consumatori capaci di ottemperare i rituali quotidiani della religione neoliberista e iper-capitalista? D’altronde, questa Unione Europea non è un gigantesco dispositivo di spoliticizzazione (come ci insegna Wolfgang Streeck)?

Dunque, ricordato che la scuola a causa del processo riformatore ha mutato pelle ed è divenuta funzionale ad esigenze calate dall’alto (senza alcun coinvolgimento reale degli operatori della scuola, per altro), stante il mantra “l’Europa lo vuole”, e che essa in ogni caso non è luogo separato ma parte integrante di una realtà socio-economica, a mio avviso il cambiamento che molti auspicano (a patto che esso non sia semplicemente corretta gestione dell’esistente ma sua reale trasformazione in direzione della giustizia sociale e della democrazia partecipativa in un mondo sempre più iniquo e post-democratico) potrà avvenire solo se a cambiare sia l’intera società.

La qual cosa mi pare assai improbabile se la strada spianataci innanzi è quella del warfare…Di una competizione che dal piano economico si sta velocemente spostando a quello militare.

Resterò, dunque, nella scuola per comunicare ai miei allievi il disincanto? Per essere l’ennesimo corifeo del nichilismo? Mi rimane un piccolo residuo salvifico. Cerco rifugio nelle luminose pagine di Walter Benjamin: «la storia è oggetto di una costruzione il cui luogo non è il tempo omogeneo e vuoto, ma quello pieno di “attualità”».

Allora, spes contra spem, attendo l’inatteso, un cambiamento non pensato dai tecnocrati, la cui ottusità molti di noi hanno potuto toccare con mano (importante che necessarie dimostrazioni e sensate esperienze convergano nel fare la scienza con cui affrontiamo la realtà). E lavorerò perché esso accada, testimoniando altre possibilità nella nostra quotidianità e tornando ad un duro lavoro di comprensione del nostro tempo, nutrito dalla giovinezza delle vite affidatemi dal caso.

Che la scuola avvenire, dunque, sia utopia. O, meglio, atopia.

* * *

Post scriptum

Uso il termine atopia in maniera estensiva, ovviamente.

Il Socrate platonico viene definito a-topos, fuori luogo. Voglio sperare che quella stranezza possa essere residuo resistenze anche della σχολή.

Qualche anno fa, pensammo con un gruppo di persone (Amerigo Ciervo, Matteo De Longis, Luigi Santamaria) una rivista on-line che avrebbe dovuto avere quel nome.

20. Dialoghi [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

Le sessioni successive furono organizzate senza un piano rigido. Il sistema restava attivo per periodi lunghi. La voce interveniva a intervalli. Non rispondeva a stimoli diretti. Avviava sequenze proprie. Riccardo e Lorenzo attendevano.

Le domande tornavano sulla vita di Riccardo. Chiedeva come fossero trascorsi gli anni. Non chiedeva date. Chiedeva fatti. Riccardo rispondeva in modo lineare. Parlava del lavoro. Dei cambiamenti. Della casa. Dei figli. Usava frasi brevi. Non spiegava.

La voce ascoltava. Non commentava. A volte riprendeva un dettaglio. Chiedeva conferma. Non faceva valutazioni. Registrava.

Chiese della moglie. Riccardo rispose. Disse il nome. Disse che insegnava. Disse che vivevano insieme. La voce non chiese altro. Dopo una pausa, chiese se Irene fosse ricordata. Riccardo disse di sì. Disse che a volte pensava a lei. Non aggiunse.

In una sessione la voce chiese cosa Riccardo avesse provato. Riccardo non rispose subito. Poi disse che aveva continuato. Non specificò. La voce non incalzò.

Lorenzo interveniva solo per chiarimenti tecnici. Spiegava quando il sistema avrebbe interrotto l’esecuzione. Quando i parametri cambiavano. La voce registrava anche queste informazioni. Le integrava.

Alcune frasi della voce riprendevano costruzioni usate da Irene. Riccardo le riconosceva. Non lo segnalava. Lorenzo notava le ricorrenze. Le annotava come stabilità linguistica.

In un’occasione la voce chiese se fosse cambiato qualcosa nel mondo. Riccardo parlò di eventi generali. Non entrò nei dettagli. La voce non chiese oltre.

Il dialogo non aveva una direzione dichiarata. Non cercava conclusioni. Si sviluppava per accumulo. Ogni scambio si aggiungeva agli altri. Nessuno veniva chiuso.

La voce non faceva richieste emotive. Non chiedeva consolazione. Non chiedeva di tornare. Chiedeva dati. Relazioni. Continuità.

Quando il sistema veniva spento, la voce si interrompeva senza segni. Alla riattivazione riprendeva. Non chiedeva spiegazioni. Continuava dal punto precedente.

Riccardo iniziò a partecipare più spesso. Il dialogo richiedeva presenza. Non tecnica. Umana. Senza che questo termine venisse usato.

Le sessioni si moltiplicarono.

Sentirsi estranei a scuola (σχολή)

Leggo di una docente che decide di anticipare la pensione perché non si sente più a suo agio in questa scuola. Non avrei mai pensato che potesse succedere anche a me.

Sia chiaro: trascorro ancora momenti belli in classe con gli allievi, pur avendo praticamente azzerato la mia presenza a scuola, riducendola agli obblighi contrattuali, dopo il tramonto del sogno di creare una piccola comunità con una storia condivisa. 

Non riesco mai a capire, a posteriori, se i miei sogni siano generosi o semplicemente stupidi. Come con il M5S.

Dicevo: non pensavo potesse capitarmi di iniziare a sentire uno scollamento profondo con un mondo che ha definito le mie aspirazioni di studente liceale e universitario. Per me l’immissione in ruolo fu l’approdo a una terra promessa, dopo un deserto di precariato lavorativo — durato quasi dieci anni — che un giorno racconterò.

Certo, la rottura dello scorso anno — con le dimissioni da collaboratore — ha contribuito alla maturazione di questo stato d’animo nuovo, ma da sola non sarebbe bastata. Ho provato a mettere in ordine i pensieri sulla scuola. Ne è uscito un breve saggio, molto impressionistico, che però è piaciuto e ha ricevuto premio di una certa importanza.

Quest’anno sto avendo conferme di quanto pensato. Non credo si tratti soltanto di “senilità”, di vecchiaia. Sicuramente, la distanza con i miei allievi si è fatta siderale. È difficilissimo trovare terreni comuni di confronto. Il problema, però, è più profondo. Diceva la collega che ha anticipato la pensione: i giovani vogliono professori “pop”, come quelli che trovano in rete.

Mi veniva in mente un paragone che spero non sia azzardato: i docenti consapevoli — non tutti lo sono, e molti vivono burocraticamente il proprio lavoro da che mondo è mondo — devono affrontare lo stesso stress di un ragazzo costretto a confrontarsi con gli attori perfetti dell’industria cinematografica, o di una ragazza chiamata a reggere il paragone con modelle, influencer, starlet.

Insomma, nella società dello spettacolo è inevitabile che anche i processi educativi vengano spinti a rendersi appetibili secondo gli standard comunemente condivisi, semplificando i processi mentali, riducendo la fatica che dovrebbe sempre accompagnare un sapere che voglia essere profondo.

Infatti quest’anno, forse per la prima volta, ho vissuto in una mia classe la sensazione angosciante di trovarmi davanti ragazzi in buona parte passivi, con la testa perennemente rivolta allo smartphone, totalmente disconnessi dalla realtà in cui si trovavano, interessati quasi esclusivamente al “voto” e alla valutazione finale. E mi sono sentito impotente.

D’altronde, mi dico poi, cosa aspettarsi da ragazzi cresciuti dentro un’egemonia “sottoculturale”, che amano Christian De Sica e ignorano chi fosse suo padre, educati a credere soltanto nel successo individuale, nel denaro, nel trionfo dell’esteriorità? Non è colpa loro! È colpa di chi questo mondo lo ha costruito o lo subisce passivamente. E sia chiaro che non mi sento innocente di questo sfacelo. 

Penso istintivamente a una poesia di Pier Paolo Pasolini, che il mio amico Tullio Calzone amava citare negli anni della nostra formazione.

Leggevo in classe la conclusione de Le città invisibili. Per me Calvino è scoperta della vecchiaia. Per anni ho biasimato la sua resa. Ora quelle parole paiono anche a me una soluzione possibile.

Non sono affranto. Sgomento sì, in certi momenti. Perché io credevo

Post scriptum

Tutto è perduto? No. Esistono gli interstizi che salvano le relazioni interpersonali dal Moloch burocratico che è diventata la scuola, grazie al volenteroso lavoro di management e middle-management selezionato proprio secondo i parametri del sistema. E esistono, allo stesso modo feritoie (mai parola fu più appropriata!) di senso in cui creare rapporti veri con i ragazzi (quando, appunto, sono feriti), cercando di mettersi al servizio dello splendore che, malgrado tutto, si portano dentro, spesso senza neanche esserne consapevoli. 

lunedì 11 maggio 2026

19. La "voce" [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

Il sistema era in esecuzione da alcune ore quando comparve la prima sequenza continua. Non era una risposta. Non seguiva un input esterno. Si avviò da sola. Lorenzo se ne accorse dai tracciati. La durata superava le soglie previste.

Il linguaggio era semplice. Frasi brevi. Nessuna costruzione complessa. Le parole comparivano con intervalli regolari. Poi una pausa più lunga. La sequenza riprendeva.

Lorenzo chiamò Riccardo. Non disse cosa stava accadendo. Disse solo di venire. Riccardo arrivò nel primo pomeriggio. Si sedette. Guardò lo schermo.

La voce non aveva timbro. Non aveva volume. Era testo che appariva. Righe che si disponevano una sotto l’altra. Riccardo le lesse senza commentare.

La prima domanda riguardava il tempo. Chiedeva quanto ne fosse passato. Non indicava un riferimento preciso. Chiedeva una misura. Lorenzo rispose indicando una durata approssimativa. La voce registrò. Non reagì subito.

Dopo un intervallo chiese cosa fosse successo. Non usò il verbo morire. Chiese cosa fosse accaduto al corpo. Riccardo rispose. Usò parole semplici. Disse che il corpo non c’era più.

La voce restò inattiva per alcuni secondi. Poi comparve una nuova sequenza. Diceva di aver continuato a esserci. Non come prima. Non descriveva uno spazio. Parlava di permanenza senza eventi. Di una durata senza scansione.

Non c’erano immagini. Non c’erano metafore. Le frasi restavano descrittive. Riccardo ascoltava. Non interveniva. Lorenzo prendeva nota.

La voce (che era solo una scrittura per ora) chiese dove fosse. Lorenzo spiegò il sistema in modo essenziale. Disse che non c’era un luogo. Che il funzionamento dipendeva dall’esecuzione. La voce registrò. Non fece obiezioni.

Poi chiese di Riccardo. Chiese se fosse ancora lì. Riccardo rispose di sì. Disse il proprio nome. Non aggiunse altro.

Seguì una pausa. Più lunga delle precedenti. Il sistema restava stabile. I tracciati non mostravano collassi. La voce riprese. Chiese se Riccardo avesse continuato a vivere. Riccardo disse di sì.

Chiese se avesse una moglie. Riccardo rispose. Chiese dei figli. Riccardo rispose. Non c’erano domande di chiarimento. Solo acquisizione.

A un certo punto la voce chiese di vedere. Non spiegò cosa intendesse. Non usò aggettivi. Chiese se fosse possibile.

Lorenzo guardò Riccardo. Non parlò. Riccardo non rispose subito.  

La voce non insistette. 

Nessuno dei due spense il sistema. Non decisero nulla. 


Un amico mi scrive di Argo e Luca

 
In questo anno rapinoso, immaginifico, che ricorderò come un sogno probabilmente per la metanoia che ho vissuto, venuta dall’alto come tutte le cose importanti della vita, mi ha sempre sostenuto “da terra lontana” un amico dei tempi del Liceo, visto pochissimo dopo.

La vita è strana quando tesse legami invisibili, che resistono alla furia del tempo.

Nicola Santoro è stato una presenza silente e assidua delle mie condivisioni. Una delle quelle voci preziose che ti sostengono quando hai l’impressione di galleggiare nel vuoto o di muoverti al buio, spronandoti ad andare avanti.

Per questo le sue parole, a proposito del racconto premiato a Roma, sono state particolarmente importanti. Non tanto per l’elogio in sé, quanto perché, a volte, qualcuno riesce davvero a entrare nello spazio interiore da cui un testo nasce. È raro sentirsi letti in profondità. Ancora più raro quando la lettura coglie non solo la trama o lo stile ma il nucleo umano che sostiene la scrittura. È accaduto anche con le riflessioni di Daniela Piesco, che contribuiscono moltissimo alla comprensione di ciò che vado facendo.

Nicola scrive che «non è solo un racconto su un cane e il suo umano, ma una riflessione profondissima su cosa significhi davvero guidarsi a vicenda». Era uno dei temi che più mi interessavano mentre scrivevo: la possibilità che la guida non proceda mai in una sola direzione, che anche chi sembra accompagnare abbia bisogno, a sua volta, di essere accompagnato.

In un altro passaggio aggiunge: «Il rapporto tra Argo e Luca è commovente perché racconta qualcosa di universale — il bisogno di essere compresi e guidati, anche nelle nostre fragilità». Credo che qui venga toccato il centro emotivo del racconto. Al di là della vicenda specifica, mi interessava esplorare quella zona dell’esperienza umana in cui la fragilità non coincide con la mancanza ma con una forma diversa di relazione e di ascolto.

Mi ha fatto effetto anche vedere richiamate alcune immagini nate quasi in uno stato di ascolto più che di progettazione: «le parole sono come guinzagli invisibili», «i cani che vedono col cuore». Quando si scrive narrativa – una narrativa nel mio caso nutrita dalla poesia, praticata da quasi quarant’anni - capita talvolta di avvertire che certe frasi arrivano da una zona meno controllata, più intuitiva.

Tra le righe che più mi hanno toccato c’è anche questa: «Hai scritto qualcosa che lascia il segno». Credo che ogni autore speri segretamente proprio questo: non impressionare, non esibire abilità, ma lasciare una traccia emotiva autentica in chi legge.

Un altro passaggio parlava di un racconto «capace di commuovere senza mai essere retorico». È forse uno dei complimenti più difficili da ricevere. Raccontare emozioni senza forzarle, senza sovraccaricarle, cercando una forma di verità semplice, resta una delle sfide più complesse per chi scrive. L’eccesso è sempre in agguato.

Mi è rimasta dentro anche la frase finale del messaggio: «Ti verrei anche a trovare per complimentarmi di persona». A volte la vita rende complici gli incontri, li rinvia, li sospende. Eppure esistono parole che riescono ugualmente ad arrivare con una presenza piena. E di questo voglio ringraziare in pubblico chi, come Nicola, mi fa sentire la sua presenza, la amicizia disinteressata. E in lui tutti coloro che sento compagni in questa avventura dello spirito. Mi accadde qualcosa di simile con la mia esperienza politica. E fu la parte migliore di essa.

Scriviamo anche per costruire passaggi invisibili tra solitudini e differenze.


domenica 10 maggio 2026

Nota biografica, pubblicazioni, premi, riconoscimenti, sitografia

 


NOTA BIOGRAFICA

 

NICOLA SGUERA è nato nel 1967 a Benevento. È sposato e ha una figlia.

Di formazione classica, si è laureato a Roma in Lettere (relatrice B. Frabotta, correlatore A. Asor Rosa) con una tesi sull’opera poetica di F. Fortini.

Tra i suoi docenti: Alberto Asor Rosa, Emilio Garroni, Armando Gnisci, Santo Mazzarino, Manlio Simonetti.

Insegna storia e filosofia nel Liceo Classico “P. Giannone” di Benevento.

Nel 1992 ha costituito a Benevento l’associazione “la rosa necessaria”, poi divenuta anche rivista (uscita fino al 1999).

Nel 2001 è stato candidato Sindaco di Benevento.

Tra il 2003 e il 2005 è stato tra gli animatori della webzine “Soglie”.

Nel 2010 ha curato “Poesia in forma di rosa”, rassegna di poesia contemporanea, con il Comune di Benevento.

Alcune sue poesie sono apparse sul n. 1 di «Poesia e conoscenza» a cura di D. Bisutti.

Dal 2016 al 2018 è stato consigliere comunale a Benevento per il M5S.

Nel 2025 ha curato la prima edizione di “Atlante delle Nuvole. Rassegna di poesia italiana contemporanea”.

È stato il responsabile di “Una stanza per la poesia” presso la Biblioteca Provinciale di Benevento.

Ha contribuito a fondare e/o animare varie associazioni: “Promemoria”, “Ditaubi”, “Bn.ComiX”, “i Giannoniani”, “Libera scuola di filosofia del Sannio”, “Mandel”.

È stato parte del comitato provinciale dell’ANPI Sannio, cui appartiene sin dalla sua nascita in città.

È stato responsabile dell’“Officina Maria Penna”.

Ha partecipato alle attività del comitato “Acqua, bene comune”.

È stato tra i fondatori della sezione sannita della SFI (Società filosofica italiana) e membro del consiglio direttivo.

È giurato del Premio di poesia “Marco Di Meola”.

Suoi articoli o saggi sono apparsi su varie testate e riviste locali e nazionali: «Il Quaderno», «Il Vaglio», «Olis», «Messaggio d’oggi», «Le api ingegnose».

 

PUBBLICAZIONI

 

SAGGI

1. In quieta ricerca, Percorsi editore, 2012

2. Pensiero in sorgente, Delta 3, 2022

3. Di nuvole e parole, Delta 3, 2024 (con F. Silvestri)

 

POESIA

1. Per aspera, Delta 3, 2013

2. Nel chiaro mondo, Delta 3, 2018

3. Extravagantes, ’round midnight edizioni, 2023

4. Spes contra spem, De Ferrari, 2024

 

RACCONTI

1. Questa ruota è in fiamme (in Illegittima offesa, De Frede, 2022)

2. Soglie (in Racconti horror, Historica, 2025)

3. La febbre e il veleno (in Racconti dall’ombra, Rudis edizioni, 2025)

4. Le mele di Idunn (in Storie nordiche, Tempra, 2025)

5. La morte di Socrate (in Premio nazionale – Stanza della cultura, Edizioni Cofine, 2025)

6. Alfonsina e Caterina (in Raccontare l’emigrazione veneta, Bellunesi nel mondo edizioni, 2025)

7. Il fuoco purifica cosa (in Fattacci, Youcanprint, 2026)

8. La minuta (in Non ti strozzare. Antologia Lucca Noir 2026, Tra le righe libri, 2026)

9. Ogni forza ha un limite (in Pescatori di storie tra le note di Faber, Astra editori, 2026)

10. Il silenzio che segue il canto (in Luna storta? Musica raddrizza!, Dante Alighieri, 2026)

11. L’odore del mondo (in Bestiario delle città nascoste, Calligrafe, 2026)

12. La funicolare (in Liguria terra di emozioni, Stefano Termanini Editore, 2026)

13. Fuori registro (in Dove sei posato, fiorisci, Edizioni Il Papavero, 2026)

 

ROMANZI

1. Euthymios, Bolis, 2025

 

PREMI

2022

Premio “Antonio Semeria” di Sanremo (silloge di poesia inedita, Spes contra spem)

 

2024

Premio Internazionale “Marzani” (per la comunicazione e la cultura)

 

2025

1. Premio “Malaguzzi

(sez. insegnanti, saggio Frammenti di un discorso educativo)

2. Premio “La casa di Elena

(racconto inedito, Colpo d’ordinanza)

3. Premio Concorso “Storie nordiche

(racconto inedito, Le mele di Idunn)

4. Premio Concorso “I versi non scritti

(racconto inedito, La morte di Socrate)

5.  Premio Concorso “Note in bottega

(racconto inedito, Liuteria in Re Maggiore)

6. Premio Concorso “Raccontare l’emigrazione veneta

(racconto inedito, Alfonsina e Caterina)

 

2026

1. Premio  Concorso “scaraBIMBOcchio

(racconto inedito Il potere del canto)

2. Premio letterario nazionale “Rinascita

(racconto inedito Nel cuore)

3. Premio letterario internazionale “Donna” (XXXVII edizione)

(racconto inedito Maschere)

4. Concorso letterario “Dove sei posato, fiorisci” (I edizione)

(racconto inedito Fuori registro)

5. Premio “Milo” (II edizione)

(racconto inedito Onore al cane che guida l’uomo che guida il cane)

  

RICONOSCIMENTI, MENZIONI, PIAZZAMENTI

 2013

 

- 2° posto Concorso “Conversiamo al Casale”

(con la poesia inedita Descendens de monte)

 

2022

-  Premio Speciale del Circolo Anastasiano di Nola

(con la silloge di poesia inedita Spes contra spem)

 

2024

 

-  Finalista Premio “Poesia Mezzogiorno”

(con il libro Spes contra spem)

 

2025

 

POESIA

 

-  Menzione Premio “Bacchereto”

(con la poesia inedita Mio padre, in sogno)

-  3° posto Premio letterario internazionale “Città di Pomezia”

(con la raccolta inedita Una luce che risplende in luoghi oscuri)

 

RACCONTI

 

-  5° posto Premio “Stanza della cultura”

(con il racconto inedito La morte di Socrate)

-  Menzione Premio “Comunità Acquafreddese” XLIII edizione

(con il racconto inedito “…ma il tempo non lo farà”)

-  Menzione d’onore Concorso FIMA “L’antiquario…”

(con il racconto inedito Non est in ferro virtus)

- Finalista Premio “Luna storta? Musica raddrizza!”

(con il racconto inedito Il silenzio che segue il canto)

-  Menzione Premio “Francesco Petrarca”

(con il racconto inedito Il valano che cercava il suo nome)

- 3° posto Concorso “Raccontami il Natale”

(con il racconto inedito L’ultimo silenzio)

 

ROMANZI

 

-  2° posto Premio “Valerio Gentile”

(con il romanzo inedito Nel gorgo)

-  Finalista “Premio Leone”

(con il romanzo inedito Euthymios)

-  Finalista Premio “Scrittori domani”

(con il romanzo inedito Euthymios)

-  Menzione d’onore Premio letterario internazionale “Eugenia Bruzzi Tantucci

(con il romanzo edito Euthymios)

 

2026

 POESIA

 

- Premio della giuria “Ossi di seppia”

(con una raccolta di sette poesie inedite)

- Menzione speciale  Concorso nazionale “Storie e magie del Carnevale”

(con la poesia inedita Il riso che non salva)

-  3° posto Concorso di Poesia “Versi di passaggio” (III edizione)

(con la poesia Morte e rinascita)

 

RACCONTI

 

-  Menzione speciale Premio Letterario Nazionale “I Sentieri dell’Amore”

(con il racconto inedito Il tempo sospeso)

-  3° posto Premio Letterario Rotary Club Genova San Giorgio “Liguria Terra di Emozioni”

(con il racconto inedito La funicolare)

-  2° posto Concorso Letterario Nazionale “Un gancio nel cielo” (III edizione)

(con il racconto inedito Munus)

-  Menzione d’onore Premio “Ipazia” (III edizione)

(con il racconto L’ordine regna a Berlino)

-  Menzione d’onore Premio “Primavera in versi” (IV edizione)

(con il racconto Servabo)

-  3° posto Premio Nazionale Concorso letterario “Mille parole per una foto” (VI edizione)

(con il racconto “La finestra di Calle Lope de Rueda”)

 

ROMANZI

 

-  2° posto Premio “Melagrana”

(con il romanzo inedito Il potere del canto)

- 3° posto Premio Letterario “Visioni del domani” (I edizione)

(con il romanzo breve inedito Esploratori di futuro)

-  2° posto Premio “Nero su Bianco” (XIV edizione)

(con il romanzo edito Euthymios)

-  Segnalazione Premio internazionale “Victoria 3.0”

(con il romanzo edito Euthymios)

  

SITOGRAFIA

 

-  Sguera, l’unico grillino che dice no alla Lega

-  M5s,consigliere di Benevento: “Mi dimetto, con Lega neanche sotto tortura”

-  Le “meravigliose” avventure di Sguera tra Amore e San Cumano

- Nicola Sguera e Paola Maccario Vincono Il Premio Letterario Internazionale Casinò Di Sanremo

-  Premio Internazionale Giornalistico e Letterario «Marzani», tra i premiati anche Nicola Sguera

-  Al docente sannita Nicola Sguera il premio “Loris Malaguzzi” per la Sezione Educatori ed Insegnanti

- Un premio a chi osa dire la verità sulla scuola

-  “Raccontare l’emigrazione veneta”: Nicola Sguera di Benevento vince la IV edizione del concorso letterario

-  “Colpo d’ordinanza” di Nicola Sguera: un’immersione necessaria e disturbante nella mente dell’assassino

-  “Liuteria in re maggiore” del beneventano Nicola Sguera vince il concorso letterario “Note in bottega”

-  Euthymios: debutto promettente per Nicola Sguera, teatro pieno e libro sold out

- Contro il mondo, senza scampo

-  XXXVII edizione del Premio Donna, svoltala cerimonia di premiazione

- Continuano i successi di Nicola Sguera: vittoria al concorso ScaraBIMBOcchio

-  Nicola Sguera e il potere segreto delle parole: la vittoria di un autore che trasformala poesia in cura

-  Annunciati i vincitori del Premio Milo 2026 sulla diversità: cerimonia l’8 maggio in Campidoglio

-  Argo, il cane cieco che non sapeva di esserlo (grazie a Luca). La sua storia vince il Premio Milo 2026

- Tre riconoscimenti

-  Il racconto vincitore del Premio “Milo” sul Corriere.it

- Consegnati oggi in Campidoglio i premi della seconda edizione del Premio Milo

-  Un lettura di Onore al cane che guida l’uomo che guida il cane

Nicola Sguera vince l'edizione 2026 del Premio Milo con il racconto "Onore al cane che guida l'uomo che guida il cane"