Il banco in terza fila, accanto alla finestra, era diventato un punto fermo che nessuno riusciva più a nominare davvero. Nei primi giorni dopo il ricovero, sembrava ancora attraversato da una presenza inquieta: qualcuno vi appoggiava il diario con esitazione, altri lo evitavano del tutto, come se il legno trattenesse il calore delle sue braccia. Poi il tempo aveva iniziato a fare il suo lavoro. La polvere sottile del gesso si era depositata sul piano, e la classe aveva ripreso il ritmo di sempre: interrogazioni, spiegazioni, sedie trascinate. L’assenza si era trasformata in abitudine.
Le notizie arrivavano a frammenti, riportate come bollettini incerti: qualcuno diceva che mangiava, qualcun altro che i valori erano stabili. Informazioni che servivano soprattutto a tranquillizzare chi restava, più che a descrivere davvero ciò che stava accadendo altrove. Anche i professori chiedevano sottovoce se ci fossero novità, ricevendo risposte vaghe prima di tornare alla lezione. Tutto continuava, come se la scuola fosse un meccanismo incapace di fermarsi.
La sera dell’uscita a teatro, la città era piena di luci. La piazza brillava sotto le luminarie, l’aria odorava di inverno e di caldarroste, e i ragazzi si muovevano dentro quell’atmosfera sospesa con una leggerezza quasi necessaria. Alessandro scherzava per nascondere l’emozione, il professore gli rispondeva sullo stesso tono, accettando per una volta di stare dentro quel gioco. Sembrava una sera normale.
Poi la notizia arrivò, netta, senza esitazioni: Filomena era morta.
Le parole spezzarono l’equilibrio in un istante. Le luci diventarono improvvisamente violente, il freddo penetrò più a fondo, la folla attorno continuò a scorrere come se nulla fosse. La classe si fermò, isolata dentro uno spazio che non coincideva più con quello degli altri. Rosanna si rannicchiò contro una colonna, chiedendo di essere lasciata sola. Gli altri restavano immobili, incapaci di reagire. Anche il professore tacque: non c’erano parole che potessero reggere quel passaggio.
La mattina seguente si ritrovarono davanti alla camera mortuaria. Non c’era bisogno di accordi: stare lontani sarebbe stato impossibile. Entrarono uno alla volta, come attraversando una soglia. Filomena era lì, immobile, vestita di bianco. Non sembrava addormentata. Era qualcosa di più distante, di definitivo. La madre ripeteva che voleva studiare, stringendo le braccia di chi le stava accanto, come se in quelle parole si concentrasse tutto il senso di ciò che era stato interrotto. Non chiedeva spiegazioni, rivendicava un futuro negato.
Il professore non riuscì a rispondere. Sentì quelle parole restargli addosso, come una domanda senza uscita. Uscì in fretta, quasi fuggendo, attraversò il corridoio e poi la strada, fino a ritrovarsi di nuovo nella piazza del giorno prima, ora spoglia. Si sedette e pianse, senza difese. Accanto a lui, poco dopo, arrivò Marco. Non disse nulla. Restò lì, in silenzio, con una mano sulla spalla: una presenza che non spiegava, non consolava, ma impediva di cadere del tutto.
Il ritorno in classe segnò un altro passaggio. Il banco non era più soltanto vuoto: era diventato un centro di gravità, un punto che attirava e respingeva insieme. Nessuno lo guardava apertamente, eppure tutto passava da lì. Era il primo giorno senza di lei, e tutti sapevano che sarebbe stato così per sempre.
Il professore provò a parlare, ma le parole si fermavano prima di uscire. Non poteva promettere che sarebbe andata meglio, non poteva offrire consolazioni. Aprì allora il libro di letteratura, cercando altrove una lingua più resistente. Lesse Leopardi, i versi sulla giovinezza spezzata. Non come spiegazione, ma come modo per stare davanti a quel vuoto senza fuggire.
Disse, a frammenti, che il dolore che provavano era una prova della loro umanità. Che l’assenza non si cancella, ma diventa una domanda che resta. Che forse l’unico modo per non perderla del tutto era portarla con sé, ogni giorno.
I giorni ripresero a scorrere, con una lentezza diversa. Il banco cambiò ancora significato: divenne un luogo di deposito silenzioso. Comparvero disegni, biglietti, parole lasciate a metà. Tentativi di dire ciò che non trovava voce. Filomena continuava a esistere nei gesti interrotti, negli sguardi che cercavano un confronto ormai impossibile, nelle abitudini che non si riuscivano a cancellare.
Ognuno reagiva a modo proprio. C’era chi si irrigidiva, chi si smarriva, chi si fermava a guardare quel punto vuoto come se potesse ancora restituire qualcosa. Era una forma di convivenza nuova, non scelta.
L’accettazione non arrivava. Arrivava solo la consapevolezza che avrebbero dovuto camminare con quel peso, come se avessero tutti uno zaino più carico degli altri. La vita continuava, spietata e bellissima, ma per la III B il mondo aveva cambiato colore: le luminarie della Piazza erano state spente, eppure quel riflesso giallo, misto al gelo di quella notte al teatro, sarebbe rimasto impresso sotto le palpebre di ognuno di loro per sempre.
* * *
Il nucleo di questo racconto appartiene al mio amico Luca Rando.












