giovedì 1 gennaio 2026

Risposte a Teresa Simeone su "Euthymios" [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 


1. Grazie a Teresa Simeone: nel dialogo che abbiamo iniziato da quasi un quindicennio (a partire dalle pagine de «il Vaglio») nascono preziose illuminazioni.

2. Ciò che vado facendo è di difficile collocazione. Teresa ama da sempre definirmi “scrittore”, a partire dalla sua idea di cosa la filosofia sia (o debba essere?).

3. Tengo aperta l'interrogazione. Che ovviamente non riguarda la mia opera (parva res), ma lo statuto del pensiero, il rapporto tra “discipline” e scritture.

4. Per quanto mi riguarda, continuo a credere (praticandolo) che il pensiero vada dove vuole, come lo Spirito. In queste settimane sto leggendo Char in tal modo. Certo non come se avesse scritto un’“opera letteraria”.

5. Teresa conosce a fondo quanto ho scritto, e lo mostra nella lettura di Euthymios. Ancora: gratitudine.

6. Teresa coglie un’evoluzione, quella che ai miei occhi appare come una sintesi (in relazione, ad esempio, alla scienza). Continuo ad abitare “frontiere”: come Euthymios.

7. Sicuramente Euthymios ha una sensibilità fuori dal comune.

8. Egli aspira alla perfezione, sapendo di essere assolutamente imperfetto. I gesti “buoni” che compie nascono sempre da una mancanza, da uno scacco, da un senso di inadempienza.

9. Come detto anche ad Antonio Martone, a proposito della morte, non ci sono momenti in cui certi gesti sono gli unici possibili? Ma, come aggiunto, raccolgo questa sollecitazione per elaborarla interiormente (come tutto quanto scritto da Teresa, che mi interpella nel profondo).

10. Dare un’immagine altra di Yeshua/Gesù, sfruttando le (inaudite) possibilità dell’“intelligenza narrativa”. Nello scrivere (non prima: Euthymios non è nato a tavolino, ma si è fatto “camminando”), si è reso possibile (dialogicamente!) far emergere un Gesù sì profeta del Regno ma anche “mistico”, in tensione (irrisolta anche in lui). La “distanza” del medico greco (unita alla sua curiosità incarnata) ha stimolato questo esperimento fantastico (ma radicato nei risultati della ricerca storica).

11. Ho fatto un esperimento: ho chiesto alla versione pro di ChatGPT (l’ho chiamata Aletheia) di analizzare in tutto quel che ho scritto (poesia, saggistica, narrativa) Dio e il divino. In sintesi, mi ha risposto: Un Dio non sovrano, non separato; Il divino come soglia, non come risposta; Un Dio incarnato fino alla materia; Un Dio ferito, non onnipotente; In Euthymios: il divino come cura del mondo. Mi sento di aggiungere che la mia non è e non sarà mai una “teo/logia”, un pensiero razionale sul divino che sfugge a ogni possibile definizione. Al limite, un pensiero (poetante e, aggiungo ora, narrato) r(el)azionale (la fede e/o la speranza sono esperienziali). E, probabilmente, abitare una scrittura ibrida (dove diventa difficile discernere ciò che è pensiero da ciò che è “racconto” o “poesia”) è figlio della stessa multiforme natura del divino, che per quanto mi riguarda (hai ragione!) si apre doverosamente anche all’ateismo, che depura dagli idoli. Pura eresia, la mia, accettata oramai (sempre in tensione con le ortodossie) come parte di ciò che sono divenuto e divengo.

12. Pro/vocazione. Chiedo a Teresa, che rivendica (con la sua cristallina onestà intellettuale, sempre testimoniale) l’agnosticismo come unica posizione “filosoficamente” sostenibile: alcuni dei suoi riferimenti più evidenti (penso, ad esempio, a Kant e alla Weil) non erano (in maniera diversissima tra loro!) “credenti”? Sono convinto (non solo razionalmente, ma corporalmente, psichicamente, cardiacamente, spiritualmente: nella totalità e relazionalità del mio essere uomo) che sia destinato allo scacco definire “Dio” e il divino, cercare di imprigionarli in “de/finizioni” perimetrali. L’infinito non può essere “de-finito”! Può essere (forse!) sperimentato.

13. Restiamo nella pietà del domandare. Restiamo nella bellezza e nell’onestà del dialogo, cara Teresa. Avrai sempre la mia gratitudine (che va detta e ripetuta in pubblico), perché mi costringi, come hai fatto in questi giorni, a pensare, a ripensare, a scrivere, a riscrivere.


mercoledì 31 dicembre 2025

Teresa Simeone su "Euthymios" (II parte) [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 


Man mano che il libro scorre, il protagonista incomincia a essere assalito dai dubbi: “Due Euthymios combattevano da anni un’aspra contesa”, tra logos ed emozioni: questioni in cui confessa di sentirsi solo, quasi a rivendicare una sensibilità non comune a tutti.

La sensazione è che questo Euthymios sia troppo perfetto. Racconta di sé di essere umile, dubbioso, ma poi si compiace di com’è nelle frasi che annota, anche quando potrebbe scegliere il silenzio, evitare di sottolineare ogni suo piccolo gesto di bontà, fino alla bella morte, nobile ed estetizzante. Dialoga con Seneca, che gli chiede consigli. Riduce al silenzio Yeshua. Addirittura lo fa essere grato delle sue domande insidiose: “Io portavo un punto di vista altro. Una possibile risorsa che evidentemente mancava all’interno di quel ristretto numero di uomini e donne che credevano nel suo annunzio.” (p. 154) e gli fa ammettere di leggere pochi libri: “Io conosco solo pochi libri di cui mi nutro ogni giorno e dove credo di trovare tutte le risposte” (p. 164). Dal canto suo, si spinge a confessare di rimanerne deluso quando lo ritrova cambiato, non più inquieto cercatore di Dio ma profeta, ormai con i segni di “una follia incipiente”. Ipotizza, infine, che l’idea di proclamarsi Messia gliel’avesse suggerita proprio lui quando si erano conosciuti (p. 193). Non si può certo dire che Euthymios manchi di coraggio critico o di autonomia di pensiero: probabilmente l’assenza di timore reverenziale è finalizzata ad umanizzare la figura di Yeshua e a liberarlo dai tratti ieratici con cui si è abituati a immaginarlo.

Resta la prospettiva, che è dei romanzi storici, di chi già sa come finirà la storia rispetto ai personaggi di cui tratta e dunque si trova ad occupare una condizione di superiorità conoscitiva che gli deriva dal sapere ciò che avverrà mentre i suoi interlocutori non lo possono conoscere: ne consegue che queste figure sono immobilizzate nel loro presente, al contrario del protagonista, l’unico veramente vivo nelle proprie inquietudini. 

Le domande che Euthymios si fa sono quelle di tutti noi: esiste un Dio, esiste un Altrove e se esiste conterrà solo le persone buone o anche quelle malvagie? Nerone ci sarà? Sì, ma in modo autoconsolatorio, risponde che sarà non il Nerone che ordinò a Seneca di suicidarsi ma il Nerone che rispettava il maestro. Il Nerone della devozione. Vuole crederlo, scrive che “Dio non custodisce gli uomini come sono ma come potevano essere” anche se appare come una bella speranza retorica. Gli uomini, una volta nati, non sono esattamente quelli che sono? Purificati ab aeterno delle loro debolezze e ridotti ad ideale astratto sono ancora loro?  

Nella Nota al testo, l’autore si riconosce più che in una comunità di credenti in una comunità di speranti, in qualche modo richiamando la splendida invocazione di Giorgio Caproni: “Io prego non perché Dio esiste ma perché Dio esista”. D’altronde, quella su Dio non è una domanda ma la domanda! Euthymios, come Sguera, non riesce a risolvere l’opposizione tra Logos - ragione e spiritualità - divinità: pensa di averlo fatto aprendosi al mistero ma, in filosofia, quando si abbandona la ragione non si cede al misticismo? Checché se ne dica, il cristianesimo, se vuole avere vis speculativa, non può allontanarsi da Tommaso d’Aquino.

Importante è il riferimento a Carlo Maria Martini e alla cattedra dei non credenti che istituì nel 1987: “Io ritengo che ciascuno di noi abbia in sé un non credente e un credente, che si parlano dentro, si interrogano a vicenda, si rimandano continuamente interrogazioni pungenti e inquietanti l’uno all’altro. Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa”. “L’importante – commenta Martini – è che impariate a inquietarvi. Se credenti, a inquietarvi della vostra fede. Se non credenti, a inquietarvi della vostra non credenza. Solo allora le vostre posizioni saranno veramente fondate”.

Il libro di Nicola Sguera attiva interrogativi, spinge a recuperare dolorose riflessioni come la confessione di ateismo di Schopenhauer quando sostiene che se Dio esistesse non vorrebbe esserlo: l’enorme miseria del mondo gli strazierebbe il cuore. O quello della chiosa finale di un film di Ermanno Olmi, Centochiodi, ripreso nel titolo di un libro di Liviana Perozzi, oltre che in un graffito ritrovato ad Auschwitz: “Se Dio esiste, dovrà chiedermi perdono”. Rispetta, soprattutto, la tesi implicita: capire se esista qualcosa, se questo qualcosa possa essere dimostrato dalla ragione o sentito con il cuore. E se esiste, come si configura? Sono le domande che tormentano ogni essere pensante. 

Il Dio in cui si crede è quello che è, se è, o è quello che vogliamo noi? È una realtà o, come scriveva Kant, è un’esigenza della nostra mente? Il bisogno di qualcuno cui appigliarci, da pregare quando la disperazione ci toglie il respiro? 

Ed è il Dio personalistico della tradizione ebraico-cristiana o l’energia che attraversa l’universo ma che non può ascoltarci, consolarci, miracolarci? Il Dio freddo e indifferente agli uomini di Aristotele o il Dio di amore cristiano? Troppe le domande disattese. E allora, nonostante la nostra intelligenza e la “volontà buona”, l’unica posizione filosofica da assumere nei suoi confronti rimane l’astensione dal giudizio. L’agnosticismo. Che, tuttavia, non è la risposta che Euthymios, medico, filosofo e scienziato dà. Ci prova ma deve arrendersi: riconoscerà che è nella morte la sintesi di tutte le sue contraddizioni. 

Accettare il mistero e consegnarsi inconsapevoli a Dio è umano, l’ultimo baluardo alla nostra disperazione, ma è filosofico? E, soprattutto, fino a che punto siamo veramente disposti ad accettare il tormento intellettuale con il possibile, inquietante sguardo sull’abisso, che la filosofia ci prospetta?

Il romanzo di Nicola Sguera è prezioso soprattutto per la vitalità delle questioni che solleva, agevole nella lettura, impegnativo nella tesi. Assolutamente da leggere. Nonostante sia impegnativo, anzi, proprio perché è impegnativo. (2. Fine)


Teresa Simeone è docente di Storia e Filosofia, scrittrice.


martedì 30 dicembre 2025

Teresa Simeone su "Euthymios" (I parte) [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 


Io e Nicola ci conosciamo da più di vent’anni e, quando ci siamo incontrati, ci siamo subito ri-conosciuti. Ci rispettiamo e, proprio per questo, non ci risparmiamo reciproci rilievi critici: non lo fa lui quando presenta i miei libri, non lo faccio io quando presento i suoi. La verità è che non riusciamo a spegnere questo spirto “speculativo” ch’entro ci rugge!, anche perché siamo consapevoli dell’autenticità e resistenza della nostra amicizia intellettuale e affettiva. 

Euthymios è un romanzo storico, e già questo denota una precisa scelta, quella di avventurarsi in un campo pericoloso, minato dalle trappole storiche e dagli anacronismi in cui si rischia di cadere. Come se non bastasse, Nicola sceglie temi sulla cui storicità non ci sono notizie certe, essendo le fonti per lo più testi evangelici, ma non poteva collocarne la narrazione in un tempo diverso, la cui conoscenza non è certo da tutti. Un po’ se ne compiace, considerando l’ardimento dell’impresa, e a ragione, perché anche per chi è poco avvezzo a muoversi in quegli anni, c’è il parere autorevole di Paolo Cesaretti, che ne ha curato la Prefazione, ad attestarne l’attendibilità. Più lontano nel tempo è il contesto, più difficile è ricostruirlo: dobbiamo destrutturarci culturalmente, bonificare la mente dai nostri idola

Il perfezionismo di Nicola non poteva non spingerlo, perciò, a verificare con scrupolosa attenzione i vari riferimenti (con qualche, suppongo, licenza letteraria, come per Ponzio Pilato, sulla cui gotta non ci sono informazioni se non in un racconto di Joyce Lussu Le Sibille, Maria e Ponzio Pilato o per la presenza di Celsus a Yafa). Nicola dialoga con personaggi mica di poco conto: Celso, appunto, Giovanni il Battezzatore, Seneca, Pietro e Paolo, Ponzio Pilato, addirittura con Gesù. Lo fa consapevolmente, sceglie cioè lui con chi interloquire, per dimostrare la tesi che attraversa il romanzo e che riguarda la personale visione che ha della fede

Sin dalle prime pagine ci si immerge in un contesto di raffinata cultura e attenta cura delle parole e dei pensieri: dietro ogni elemento introdotto, ogni termine usato, ogni cibo, bevanda, alimento citati, si intravede uno studio attento. La ricerca è minuziosa sia riguardo agli oggetti che agli eventi storici. Emerge anche la passione per l’alimentazione naturale dell’autore che lo ha portato nel tempo ad acquisire una conoscenza dettagliata delle proprietà benefiche delle erbe, cosa che si rivela funzionale all’essere medico nel periodo antico.

Nella scelta delle parole affiora la qualità del poeta, di chi è abituato a smontarle, ricomporle, smussarne le asprezze o farle esplodere, rivederle, purificarle dalle scorie della banalità, raffinarle, “aforismando” i periodi: in ogni parola c’è il lirismo della poesia e la pregnanza concettuale della riflessione filosofica. Forse c’è anche una punta di elitaristico compiacimento linguistico nell’usare tutti i nomi originali, in greco o in ebraico antico, certo per fedeltà al periodo e per suscitare curiosità, come è sottolineato nella Prefazione, ma anche per marcare la propria identità. Ciò non toglie una qualche difficoltà nel dover interrompere il flusso della lettura per andare a ricercare il corrispettivo in italiano, opportunamente presente nel glossario. 

Il tono è irenico, ma i contenuti inquietanti e disturbanti. Nicola li definisce eterodossi, giacché non vuole riconoscersi eretico, ma lo è perché, e chi leggerà il libro lo capirà, mette in dubbio non qualche verità di fede ma il fondamento stesso del cristianesimo, anzi del Nuovo Testamento, l’evento, cioè, che inaugura una nuova era di salvezza per l’umanità

In questo romanzo c’è tutto Nicola. Nella prefazione Cesaretti lo dice quasi come se avesse avuto un’intuizione da verificare, ma chi ne ha seguito il percorso intellettuale, professionale, politico, umano, poetico riconosce immediatamente l’identificazione Euthymios-Sguera, che peraltro egli stesso confessa. Personalmente ritengo che questo romanzo sia l’espressione più matura, più fedele e anche più irripetibile di Nicola perché ci ha messo tutto quello che ha studiato, tutto quello che sa. Soprattutto tutto quello che è. E lo ha fatto con perizia e onestà, senza la preoccupazione di apparire a volte eccessivo quando scrive (a p. 71), come Euthymios, di sentirsi insostituibile e che «Non ero solo un medico. Ero, forse, un ponte. Tra saperi, tra popoli, tra corpo e spirito.» Oppure: «Pare che io solo sia il depositario della verità…» (p. 188).

Cosa cerca Euthymios?, un greco di nascita e ebreo di adozione, non circonciso, timorato di Dio, medico, figlio della scuola ippocratica, attratto dalla filosofia stoica, che odia profondamente Roma, «il ventre della bestia, sazia di sangue e incapace di giustizia», e i Romani? Aspira alla megalopsychìa, la grandezza d’animo, e a diventare cittadino del mondo. 

Caduti i legami affettivi con la sua terra (muoiono i genitori e Konon) parte per l’Egitto, per Alessandria, sede della Biblioteca e del Museo. E qui l’autore mi appare come una falena che, disorientata dalla luce artificiale, finisce per avvicinarvisi, pericolosamente, pensando al Nicola che criticava le scienze e la filosofia. Nella finzione letteraria che, non dimentichiamo, è lui a costruire, sceglie di essere proprio uno scienziato, un medico, curatore dell’anima e del corpo, come sono i bravi medici che dovrebbero guardare l’interezza della personalità, la forza vitale e applicare anche l’uso lenitivo della parola, e un filosofo. La filosofia? La definisce un’armatura dell’anima, non un lusso da studioso. Sono felice di trovare, finalmente, un Nicola che non dissacra più in maniera tranchant la filosofia, di cui annunciava, quasi compiacendosene, la morte, sedotto dalla critica pungente di quei pensatori, uno tra tanti, forse il più grande, Heidegger, che la profetizzavano. A me pare che Euthymios faccia esplodere - e comporre - tutte le contraddizioni di Nicola: lui anti-scienza, contrario alla medicina ufficiale e critico della filosofia, sceglie di andare ad Alessandria, culla della scienza, e lo fa da medico che interviene anche chirurgicamente sui corpi e presentandosi come filosofo. È davvero, il suo romanzo, un viaggio dentro di sé.

Importante è la rivendicazione della scelta vegetariana che ritorna in molte pagine e che Euthymios-Nicola radica nell’empatia con gli animali che soffrono: non può cibarsi di viventi, afferma, perché anche in loro respira il divino. La sua è una scelta di alto significato etico che rinnova ogni giorno. Una scelta che pochi possono fare e sostenere per così lungo tempo e che richiede fatica e perseveranza. (1. Continua)


Teresa Simeone è docente di Storia e Filosofia, scrittrice.


lunedì 29 dicembre 2025

Risposte ad Antonio Martone su "Euthymios" II [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 


Caro Antonio,

ti ringrazio per la lettura così attenta e concettualmente densa della mia risposta su Euthymios. Il confronto critico che proponi non solo coglie molte delle questioni filosofiche centrali che mi stanno a cuore, ma le espone con una chiarezza che merita un rilancio e un approfondimento ulteriore.


Statuto della verità e “verità debole”


Concordo con te che il nodo fondamentale sia lo statuto della verità e il modo in cui essa entra in gioco nel romanzo e nella mia risposta. Ho parlato di “verità debole”, ispirandomi a un orientamento socratico che non pretende fondamenti assoluti né relativismi illimitati.

Su questo punto vorrei precisare due aspetti.

La questione del criterio non è un errore epistemologico ma un’esigenza riflessiva: riconoscere che non possediamo la verità in senso forte, non implica la rinuncia a criteri discriminanti. Piuttosto, chiede che questi criteri siano eticamente e relazionalmente motivati, non dogmaticamente imposti.

La verità così intesa non è mera convergenza etica: essa si situa nella tensione tra soggettività e reale, nello spazio dove il dialogo e la prova del reale si incrociano. Se la verità fosse solo il risultato di una convergenza relazionale, verrebbe meno quel “residuo di resistenza del reale” che tu giustamente metti in evidenza.

In altre parole: la verità non è né totalizzabile né arbitraria, ma richiede costantemente una verifica dialettica tra soggetto conoscente e ciò che resiste alla pura negoziazione.


Sul piano religioso e sull’epochè teologica


La tua osservazione sulla sospensione metodologica degli elementi cristologici è acuta e merita una chiarificazione.

La scelta di leggere Yeshua come figura storica e non come Cristo teologico non è un’operazione di impoverimento. È un gesto di onestà intellettuale, oramai doveroso, che nulla toglie alla possibilità che Yeshua/Gesù diventi (come è accaduto) il Cristo. Il punto è che tale accadimento è reso possibile dal combinato di “visione” petrina (del Risorto) e “visione” (ed elaborazione) paolina (di Gesù “Cristo”). È la tesi del romanzo che ritrovo anche nel libro recentissimo di Vito Mancuso (Gesù e Cristo, Garzanti, 2025). Il protagonista del mio romanzo, che ha conosciuto un profeta tutto dentro la cultura ebraica, spingendolo a riflettere sulla contraddizione di un Dio buono che stabilisce un “patto” privilegiato con Israele, non si “converte” alla fede nel “Cristo”. Euthymios, in questo certamente mia proiezione, elabora una fede sicuramente sincretica e molto libera, fondata sulla prassi più che su una teo/logia (un sapere razionale su Dio) che sarà storicamente il prodotto dell’incontro (meraviglioso ma da comprendere storicamente e, quindi, trascendibile) tra Gerusalemme e Atene, tra eresia ebraica (tale è storicamente il “cristianesimo” petrino e paolino) e filosofia greca, soprattutto neoplatonica.

Ti prego di rivedere, in ogni caso, i capitoli del libro in cui Euthymios decide di conoscere la comunità  “cristiana”. Credo di aver utilizzato un'immagine di cui (lo confesso!) sono assai orgoglioso: quella dell'innesto. E proprio tale innesto ha reso universale (cattolico!) alcuni aspetti del messaggio gesuano, a costo, però, di smarrirne il nucleo genetico. Quanti cristiani attendono il Regno seriamente


Universalità e funzione del messaggio


Hai sollevato un punto decisivo: se il messaggio di Yeshua rimane legato a un’esperienza di Regno storicamente determinata, perché dovrebbe ancora parlare?

La mia risposta è che la dimensione filosofica del messaggio non coincide con la sua riduzione storica né con una sua trasformazione dogmatica: rimane un’esperienza critica dell’umano, un modo di porre la domanda sul senso, sull’etica dell’alterità e sulla responsabilità nella relazione con l’altro.

Inoltre, io credo che l’attesa (procrastinata sine die), se rimessa al centro di una fede che diventa soprattutto “speranza”, possa produrre posture attivamente trasformatrici, atteggiamenti di disponibilità all’altro, carità non come “elemosina” quanto apertura ai bisogni degli altri uomini (e, per quanto mi riguarda, ad altri esseri viventi e senzienti). E, soprattutto, un cristianesimo fedele alla terra”, che si libera delle scorie neoplatoniche che lhanno caratterizzato per secoli.


Masada, gesto estremo e simbolo tragico


Hai ragione: Masada è una ferita tragica, e non intendo minimizzare la sproporzione tra simbolo e storia.

Il gesto di Masada non può essere compreso soltanto come atto inefficace storicamente. La sua potenza simbolica non è un surrogato della storia ma un indizio della polarità tra vita, testimonianza e libertà radicale. 

Come dettoti, però, non sottovaluto la tua riflessione, che mi interpella, perché mi rendo conto che nella mia cultura è radicato il brivido per il gesto eroico e testimoniale, sin dall’infanzia. Il prossimo romanzo (Il potere del canto) che, se Dio vuole, uscirà in primavera (e di cui ti parlai in una cena di diversi anni fa, quindi scritto prima di Euthymios e continuamente poi riscritto negli anni), parlerà anche, in fondo direi soprattutto di questo.


Il negativo irriducibile e l’antropologia dell’abisso


È il cuore della differenza tra le nostre prospettive: tu poni l’accento sull’irriducibilità del negativo, sull’abisso come esperienza che non si lascia integrare, addomesticare o redimere.

Accetto la tua provocazione filosofica: il negativo è irriducibile, e ogni progetto umano di redenzione deve confrontarsi con questa irriducibilità.

Tuttavia, Euthymios non nega l’abisso. Piuttosto, lo tiene in conto nel movimento stesso della sua fatica etica.

La scelta, a mio avviso, non è tra oblio dell’abisso e sua totalizzante accettazione ma tra una antropologia che guarda l’abisso come condizione e una che tenta di pensarlo senza restarne consumata.


Il dialogo come rischio e come soglia


Se c’è una convergenza con la tua posizione, essa sta proprio nell’idea che il senso non è dato una volta per tutte né risolto in un sistema coerente, ma si costruisce dentro il rischio. L’obiettivo è rendere più esigente la domanda, come tu stesso proponi.

In questo senso, accolgo la tua (assai preziosa) critica come un allargamento della prospettiva, una soglia in cui il pensiero dialogicamente continua.


domenica 28 dicembre 2025

Antonio Martone su "Euthymios" (risposta) [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 


Caro Nicola,

la tua risposta è, a tutti gli effetti, un testo teorico che prosegue il lavoro del romanzo su un altro piano. È una sorta di esplicitazione filosofica. In questo senso, la considero parte integrante dell’opera stessa. 

Il nodo dello statuto della verità è, a mio avviso, il punto archimedeo dell’intero impianto. La tua rivendicazione di una “verità debole”, socraticamente orientata e mai posseduta, effettivamente, segna una distanza netta tanto dal relativismo, quanto da ogni forma di fondazionalismo. Ciò che resta problematico - e filosoficamente fecondo - è il criterio. Il dialogo permanente, fondato sul “sapere di non sapere”, produce una verità condivisa, ma tale condivisione rimane esposta a una domanda ulteriore: è solo il risultato di una convergenza etica e relazionale, o implica anche una qualche resistenza del reale, un attrito che non dipende dai parlanti? Il romanzo, coerentemente, non risolve questa tensione; la tua risposta la tematizza, ma senza dissolverla. È qui, credo, che Euthymios si colloca in una linea socratica autentica: non come dottrina della verità, ma come esercizio del vero.

Sul piano religioso, il tuo chiarimento conferma che non siamo di fronte a una sintesi armonizzante, bensì a uno spostamento di paradigma. L’asse non passa più dalla verità delle credenze, ma dalla verità delle pratiche. L’ortoprassi diventa il luogo in cui le tradizioni si espongono al giudizio della storia. Ciò comporta, inevitabilmente, una riduzione del conflitto dogmatico, ma non una sua rimozione: il conflitto si ricolloca sul terreno della vita vissuta e delle conseguenze di azioni spesso irrevocabili. In questo senso, la tua posizione è particolarmente esigente: chiede alle religioni di rispondere non della loro coerenza interna, ma della loro capacità di generare umanità.

Da questo punto di vista, il tuo rifiuto di leggere Yeshua come “Cristo” è decisivo. Capisco: qui il romanzo opera una vera e propria epochè teologica. La sospensione degli elementi centrali della fede cristiana tradizionale costituisce una scelta metodologica precisa: attenersi al Gesù storico. Yeshua non è il rivelatore dell’Amore in senso metastorico, ma il nunzio di un Regno imminente e mondano, che irrompe nella storia e la giudica. In questo quadro, la categoria di “umanesimo spirituale” risulta inadeguata: ciò che emerge è un annuncio situato, radicale, carico di attese e di fallimenti.

Si potrebbe tuttavia obiettare che questa epochè teologica, proprio nella sua radicalità metodologica, rischia di produrre un effetto collaterale non del tutto controllabile. La rigorosa adesione al Gesù storico, sottratto programmaticamente a ogni rilettura cristologica, garantisce senza dubbio una maggiore fedeltà storiografica; ma al tempo stesso solleva una questione di statuto filosofico dell’annuncio.

Se Yeshua è esclusivamente il nunzio di un Regno situato integralmente entro l’orizzonte escatologico del giudaismo del I secolo, allora il suo messaggio resta strutturalmente vincolato a un’attesa storicamente determinata - e in larga misura fallita. In tal caso, ciò che si trasmette non è tanto una verità che eccede il contesto, quanto un evento simbolico il cui senso dipende da una promessa non compiuta. Il rischio è che l’annuncio, privato di ogni trasfigurazione metastorica, venga confinato in una singolarità irripetibile, potente ma non normativamente vincolante per chi non condivide quell’orizzonte escatologico.

Paradossalmente, proprio il rifiuto dell’“umanesimo spirituale” potrebbe allora risultare problematico. Se l’annuncio non è universalizzabile in senso etico-esistenziale, se non può essere tradotto - pur senza riduzioni - in una grammatica umana condivisibile oltre il suo contesto originario, che cosa lo rende ancora filosoficamente e antropologicamente operante nel presente? In altri termini: che cosa consente a Yeshua di parlare a noi, e non solo di sé?

Si potrebbe sostenere che è stata proprio la rilettura cristologica - storicamente certo costruita, ma concettualmente feconda - a rendere possibile una trasposizione dell’evento gesuano oltre il fallimento dell’attesa immediata del Regno. La figura del Cristo risorto, al di là del suo statuto teologico, ha funzionato come dispositivo ermeneutico capace di salvare il senso dall’insuccesso storico, sottraendo l’annuncio alla pura contingenza e rendendolo traducibile in forme etiche, simboliche e politiche ulteriori.

Da questo punto di vista, la sospensione totale della dimensione metastorica potrebbe indebolire, più che rafforzare, la portata critica del messaggio di Yeshua. Un annuncio radicalmente situato, privo di ogni eccedenza simbolica, rischia infatti di restare prigioniero del proprio tempo, mentre ciò che ha reso Gesù una figura ancora pensabile è forse proprio la tensione - mai pacificata - tra storia ed eccedenza, tra fallimento empirico e rilancio di senso.

La questione di Masada resta, a mio avviso, il punto più scopertamente tragico del romanzo. Accolgo la tua osservazione: il rischio dell’estetizzazione del sacrificio non può essere eluso, ma nemmeno può essere dissolto con un’alternativa pratica che, storicamente, non esisteva. Qui Euthymios si misura con il limite estremo dell’agire politico: il punto in cui la trasformazione delle strutture è preclusa e resta solo la testimonianza. Che questo gesto sia inefficace sul piano storico non lo rende insignificante sul piano simbolico; ma proprio questa sproporzione tra simbolo e storia resta una ferita aperta. 

Infine, l’antropologia. La tua difesa di Euthymios come figura in divenire, capace di integrare la propria ombra senza negarla, chiarisce l’intento profondo del romanzo. Resta, tuttavia, una divergenza di fondo. La tua visione assume che il Bene, pur fragile, regga l’Universo e si dia attraverso la fatica umana. La mia obiezione non riguarda la coerenza interna di questa posizione ma il suo rapporto con il negativo irriducibile: con ciò che non si lascia integrare, educare, redimere. Euthymios tenta una vita che vola sopra i demoni; io continuo a interrogarmi sull’abisso. Dall’abisso. In fondo tutta la mia opera saggistica e letteraria, da Un’etica del nulla a Icaro, da Alla corte dei Feaci al prossimo Il fasciosistema libertario, tenta di concentrarsi su ciò che resta (o che precede) quando il volo fallisce - su quale sia, cioè, il senso metafisico e etico-politico del volo e della caduta di Icaro. È precisamente in questa distanza fra noi, tuttavia, che il dialogo acquista spessore.

Euthymios accetta il rischio di un’antropologia orientata al Bene senza garanzie metafisiche, e lo espone al giudizio critico del lettore. In questo senso, il romanzo apre alla domanda filosofica. E la tua risposta lo conferma: il pensiero continua, anche contro sé stesso.

Se la critica ha ancora una funzione, forse è forse questa: non stabilire chi abbia ragione, ma rendere più esigente la domanda. In questo spirito considero il nostro confronto non un epilogo, ma una soglia.


sabato 27 dicembre 2025

Risposte ad Antonio Martone su "Euthymios" [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 


Antonio Martone mi ha fatto un dono prezioso e inatteso.

Ha dedicato pagine densissime al mio romanzo, mostrando nel contempo di conoscere in maniera approfondita i miei scritti precedenti, segno di un’attenzione amicale profonda. Glie ne sono grato.

Nella prima, lunga parte del suo scritto, assai analitico, individua gli assi portanti del romanzo e le caratteristiche peculiari del protagonista, illuminando anche me. La critica, quando esercitata con passione e rigore, è di immensa utilità a chi scrive, soprattutto se si tratta, di fatto, di un “esordiente” come me, avido di riflessioni su ciò che ho fatto provenienti da altri sguardi, altri saperi. Soprattutto quando sono “alti”, come quelli di Martone. 

Nell’ultima parte del suo scritto, il filosofo e scrittore  di origini sannite ma oramai radicato da anni a Napoli – pone una serie di riflessioni critiche cui sento il dovere di rispondere. 


La verità


«Una prima questione riguarda lo statuto della verità. La scelta di una spiritualità aperta, non dogmatica, trans-tradizionale, fondata sull’Amore e sulla ricerca incessante del senso, solleva inevitabilmente il problema dei criteri. Se la verità non è mai posseduta ma sempre cercata, se essa “abita molte case”, come evitare che la pluralità stessa si trasformi in indeterminatezza? Il rischio, almeno teorico, è che il dialogo tra tradizioni si regga più su una consonanza etica che su un reale confronto epistemico, lasciando irrisolta la domanda su ciò che consente di distinguere una ricerca autentica da una semplice preferenza soggettiva.»


Premesso che la scelta della narrativa non è un refugium peccatorum per evitare le asperità del pensiero rigoroso ma sicuramente non obbliga l’autore a “soluzioni” univoche, potendo appellarsi all’aporia connaturata in fondo alla vita stessa, l’evocazione di Socrate, di quello che ho definito una volta il “mio” Socrate, mi consente di rispondere. Per me il filosofo ateniese, forse l’unico vero o uno dei pochissimi filosofi (nel senso etimologico della parola) della storia, fu – contro il relativismo sofistico ma anche contro l’assolutismo dei pensatori come Parmenide – il teorico (incarnando, però, tale teoresi, facendola diventare carne e, purtroppo, sangue) di una “verità debole”. La verità esiste, è la stella polare della nostra vita, ma noi non la possiederemo mai tutta intera. Quale la differenza con il relativismo (nelle sue varianti)? Che il dialogo, fondato sul “sapere di non sapere”, dovrebbe spingere ad un confronto permanente tra i parlanti, capace di costruire una verità condivisa all’interno di una dimensione relazionale. 


Una religiosità pacificata?


«In secondo luogo, la sintesi greco-ebraico-cristiana che attraversa la figura di Euthymios, pur dichiaratamente non sincretica, può apparire a tratti armonizzante. Le grandi tradizioni che entrano in dialogo nel romanzo non sono solo portatrici di differenze complementari, ma anche di conflitti strutturali, di incompatibilità talvolta insanabili. La tensione tra logos e rivelazione, tra etica dell’alterità e onto-logia dell’essere, tra ragione filosofica e evento salvifico, rischia di essere attenuata in favore di una riconciliazione simbolica che, per alcuni lettori, potrebbe apparire troppo pacificata.»


Quel che ho detto della “verità” vale anche sul piano religioso, superando la conflittualità figlia dei fondamentalismi. È una via rischiosa, fondata non su ortodossie ma su ortoprassi. Mi viene sempre in mente il Bonhoeffer del carcere, che sentiva più vicini alcuni atei che i “religiosi”. Quindi, non una visione “irenica” del dialogo interreligioso ma uno spostamento d’asse. Credo che Euthymios sia tutto tranne che un inno alla pacificazione! Il protagonista resta in “tensione” con l’amico Yeshua, facendogli intravedere crepe nella sua predicazione (in particolare, in relazione ai “gentili”).


Un Gesù maestro di etica?


«Dal punto di vista teologico, inoltre, la figura del Cristo che emerge dal romanzo - amico, maestro, rivelatore dell’Amore - può essere letta come una radicale riduzione etico-esistenziale del cristianesimo. In questa prospettiva, elementi centrali della fede cristiana tradizionale (Incarnazione, Redenzione, Risurrezione) sembrano arretrare a vantaggio di un umanesimo spirituale che potrebbe essere accusato di dire, in fondo, ciò che l’uomo direbbe anche senza Dio. È una scelta consapevole, ma non priva di conseguenze teoriche.»


No, dico ad Antonio. Il mio Yeshua (non Cristo, perché chiamarlo così significa, come dice ripetutamente Vito Mancuso nel suo ultimo, fondamentale libro in merito) non è il “Cristo” (creazione – meravigliosa – di Pietro, che lo vede “risorto”, e di Paolo, che ne fa essere “divino”): è un profeta (escatologico) ebreo (“marginale”) che annunzia l’imminente venuta del Regno di Dio sulla terra. Non ho tenuto in nessun conto gli «elementi centrali della fede cristiana tradizionale» proprio perché il nocciolo da cui è nato il libro era proprio la volontà di rendere in maniera narrativa le acquisizioni degli storici (di ogni confessione, atei o agnostici) sul Gesù “storico”. In ogni caso, mi pare che il mio Yeshua non sia «amico» o «rivelatore dell’Amore», ma, lo ripeto, nunzio del Regno (mondano!) di Dio, di un eone che modifica il mondo a partire da Israele. Invito Antonio a rivedere il capitolo 27 (Comunione) che è abbastanza esplicito sulla questione.


Esaltazione della “bella morte”


«Un ulteriore nodo critico riguarda il rapporto tra testimonianza e azione politica. La decisione finale di Euthymios di condividere il destino del popolo ebraico a Masada possiede una forza simbolica indiscutibile, ma solleva interrogativi sull’efficacia storica del sacrificio. Il rischio, qui, è quello di una possibile estetizzazione della testimonianza, in cui la purezza del gesto prevale sulla trasformazione concreta delle strutture di potere e di violenza.»


Assolutamente corretta come obiezione. Il rischio è concreto. Capisco la diffidenza di una “mistica del sacrificio”, presente in tanta cultura di destra ad ogni latitudine del pianeta. Nel mio caso, però, credo valga sottolineare come ai poveri Ebrei (come ai Palestinesi di oggi) rimanessero ben poche strade da percorrere. In ogni caso, Masada accadde! Mi è sembrato giusto che un uomo che vive una lenta, tormentata conversione che, hegelianamente, pretende di conservare tutto il suo passato, nel compimento dei suoi giorni, persa la sua principale ragione di vita, l’amata compagna, decida di immolarsi con il popolo che aveva imparato ad amare. In ogni caso, l’obiezione di Antonio mi sarà prezioso monito per il futuro. E lo ringrazio (come per tutto quanto ha scritto).


Un personaggio troppo perfetto


«Infine, si può interrogare l’antropologia sottesa al romanzo. Come già ricordato, Euthymios incarna una figura di umanità integrale, capace di tenere insieme cura dei corpi, ricerca del senso, amore, impegno politico e apertura spirituale. Questa figura, tuttavia, proprio nella sua coerenza e luminosità, può apparire come un ideale alto, forse difficilmente accessibile, che rischia di sottovalutare la dimensione oscura, conflittuale e talvolta irriducibile dell’umano: il negativo che non si lascia redimere e la violenza che non si lascia educare. In una parola: il male che non si lascia integrare in una sintesi armonica volta verso il bene.»


Qualcosa del genere ha detto anche Teresa Simeone, nel corso della prima presentazione – quella del 1 dicembre – nella sua riflessione che spero di pubblicare quanto prima, piena di spunti assai preziosi. A me, però, Euthymios pare una personalità in continua evoluzione, che vive la sua vita come messa in discussione di certezze acquisite. Di qui la sua curiosità per esperienze spirituali “estreme”. In altre opere (racconti e romanzi ancora nel cassetto) esploro le dimensione “oscure” e violente che Antonio evoca. 

Perché non possiamo immaginare una vita che, con fatica, riesca volare al di sopra dei suoi demoni? O che “integra” la sua Ombra? Mi auguro possa essere, sì, un modello ma non irraggiungibile: modello di una vita di ricerca, di continuo perfezionamento consapevole che mai si darà la perfezione, di dedizione, di sforzo al bene, sempre da conquistare, mai dato. In generale, la mia fede peculiare, eterodossa, si fonda sulla consapevolezza del Bene che regge l’Universo, un bene fragile, che esiste proprio attraverso gli uomini, nella loro fatica quotidiana. È chiaro che un’antropologia profondamente diversa, come quella che, ad esempio, si rinviene nelle (belle, dense) opere narrative di Antonio Martone difficilmente può convenire con tale visione dell’uomo. 

Auguro a me stesso di avere tanti lettori come Antonio Martone, dotati della stessa profondità e della stessa onestà intellettuale. Se potrò evolvermi come scrittore lo dovrò a loro.


venerdì 26 dicembre 2025

Antonio Martone su "Euthymios" (II parte) [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 

Il senso come ricerca permanente


Nella tua presentazione biografica parli di una “ricerca che non avrà mai fine”. Euthymios incarna perfettamente questa consapevolezza: non offre risposte definitive, non approda a certezze dogmatiche, ma mantiene viva l’interrogazione. Quest’apertura al possibile, questo rifiuto della chiusura sistemica, è profondamente filosofica. Richiama Socrate e la sua docta ignorantia, ma anche quella tradizione del pensiero che, da Nietzsche a Heidegger, da Wittgenstein a Derrida, ha messo in questione ogni pretesa di fondamento ultimo.

Tuttavia - e qui sta la peculiarità del tuo progetto - questa anti-dogmaticità non sfocia nel nichilismo. C’è un’etica, c’è un impegno, c’è una direzione di senso. L’assenza di certezze assolute non significa rinuncia alla ricerca del bene, del giusto, del bello. Anzi: è proprio perché il senso non è dato una volta per tutte che occorre cercarlo instancabilmente, costruirlo insieme agli altri, incarnarlo nelle scelte concrete.


La dignità dell’umano come stella polare


Se c’è un filo rosso che attraversa tanto la tua biografia intellettuale quanto il percorso di Euthymios, questo è la ricerca della dignità dell’umano.

Quest’espressione merita di essere soppesata. “Dignità” non è qui un concetto giuridico astratto o un principio morale formale, ma quella pienezza di vita, quella fioritura dell’essere umano in tutte le sue dimensioni (corporea, intellettuale, spirituale, affettiva, politica) che i Greci chiamavano eudaimonia e che tu - non casualmente - hai scelto come radice del nome del protagonista: Euthymios, il “buon animo”, che vive con rettitudine.

La dignità non si conquista nella solitudine dell’io pensante cartesiano ma nell’intreccio con gli altri, nella responsabilità verso il mondo. Per questo Euthymios diventa resistente, sceglie di morire con gli oppressi piuttosto che godere dei privilegi della sua posizione (medico di Pilato).


Conclusione critica


Euthymios è una “rosa necessaria” per il nostro tempo: un libro che propone un modello di umanità integrale, capace di tenere insieme ragione e fede, tradizione e apertura, fedeltà e libertà.

In un’epoca segnata dagli “Hitler e i Bush”, come tu stesso scrivi citando Simone Weil, in un tempo di nuovi nazionalismi e fondamentalismi, di conflitti identitari e chiusure, la figura di questo medico greco che abbraccia la spiritualità ebraica, che diventa amico del Cristo, che muore per un popolo non suo, rappresenta un’utopia concreta: la possibilità di un’umanità finalmente riconciliata con sé stessa.

Anche da questo punto di vista, Nicola Sguera conferma di essere un intellettua-le nel senso più nobile del termine: non un professore chiuso nella torre d’avorio del sapere, ma un cercatore di senso che usa la scrittura per interrogare il presente e immaginare un futuro diverso, più umano, più giusto.

Proprio perché Euthymios propone una visione alta, esigente e controcorrente dell’umano, è opportuno interrogarsi anche sui suoi punti di tensione, su ciò che il romanzo lascia volutamente aperto o espone al rischio della critica. L’intento non è quello di indebolire la proposta, ma di assumerla fino in fondo nella sua complessità.

Una prima questione riguarda lo statuto della verità. La scelta di una spiritualità aperta, non dogmatica, trans-tradizionale, fondata sull’Amore e sulla ricerca incessante del senso, solleva inevitabilmente il problema dei criteri. Se la verità non è mai posseduta ma sempre cercata, se essa “abita molte case”, come evitare che la pluralità stessa si trasformi in indeterminatezza? Il rischio, almeno teorico, è che il dialogo tra tradizioni si regga più su una consonanza etica che su un reale confronto epistemico, lasciando irrisolta la domanda su ciò che consente di distinguere una ricerca autentica da una semplice preferenza soggettiva.

In secondo luogo, la sintesi greco-ebraico-cristiana che attraversa la figura di Euthymios, pur dichiaratamente non sincretica, può apparire a tratti armonizzante. Le grandi tradizioni che entrano in dialogo nel romanzo non sono solo portatrici di differenze complementari, ma anche di conflitti strutturali, di incompatibilità talvolta insanabili. La tensione tra logos e rivelazione, tra etica dell’alterità e onto-logia dell’essere, tra ragione filosofica e evento salvifico, rischia di essere attenuata in favore di una riconciliazione simbolica che, per alcuni lettori, potrebbe apparire troppo pacificata.

Dal punto di vista teologico, inoltre, la figura del Cristo che emerge dal romanzo - amico, maestro, rivelatore dell’Amore - può essere letta come una radicale riduzione etico-esistenziale del cristianesimo. In questa prospettiva, elementi centrali della fede cristiana tradizionale (Incarnazione, Redenzione, Risurrezione) sembrano arretrare a vantaggio di un umanesimo spirituale che potrebbe essere accusato di dire, in fondo, ciò che l’uomo direbbe anche senza Dio. È una scelta consapevole ma non priva di conseguenze teoriche.

Un ulteriore nodo critico riguarda il rapporto tra testimonianza e azione politica. La decisione finale di Euthymios di condividere il destino del popolo ebraico a Masada possiede una forza simbolica indiscutibile, ma solleva interrogativi sull’efficacia storica del sacrificio. Il rischio, qui, è quello di una possibile estetizzazione della testimonianza, in cui la purezza del gesto prevale sulla trasformazione concreta delle strutture di potere e di violenza.

Infine, si può interrogare l’antropologia sottesa al romanzo. Come già ricordato, Euthymios incarna una figura di umanità integrale, capace di tenere insieme cura dei corpi, ricerca del senso, amore, impegno politico e apertura spirituale. Questa figura, tuttavia, proprio nella sua coerenza e luminosità, può apparire come un ideale alto, forse difficilmente accessibile, che rischia di sottovalutare la dimensione oscura, conflittuale e talvolta irriducibile dell’umano: il negativo che non si lascia redimere e la violenza che non si lascia educare. In una parola: il male che non si lascia integrare in una sintesi armonica volta verso il bene.

E tuttavia, è proprio qui che Euthymios mostra la sua natura più autentica. Il romanzo assume il rischio della ricerca. Le criticità che ne emergono costituiscono il prezzo inevitabile di una proposta che rifiuta il dogma, il fondamentalismo e le certezze assolute. In questo senso, Euthymios invita a sostare nelle domande decisive e chiede soltanto confronto. Ed è forse in questa esposizione al rischio - teorico, etico, esistenziale - che risiede la sua più profonda onestà intellettuale [2. fine]


Antonio Martone insegna Filosofia politica presso l’Università di Salerno. 



giovedì 25 dicembre 2025

Antonio Martone su "Euthymios" (I parte) [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 


Una religiosità laica per il nostro tempo. Il viaggio come ricerca del senso


Euthymios si presenta come un romanzo di formazione che trascende i confini del genere letterario per diventare un’interrogazione filosofica sulla possibilità stessa di un’esistenza autentica. Il protagonista, Euthymios, medico greco formato alla scuola ippocratica e non immune da fascinazioni stoiche, intraprende un viaggio che è insieme geografico, intellettuale e spirituale: dalla Grecia all’antica terra d’Israele, da Roma a Gerusalemme, fino all’estremo sacrificio di Masada. Questo peregrinare costituisce una vera e propria paideia esistenziale, un percorso di formazione che ricorda le grandi narrazioni filosofiche dell’antichità. Come l’Odisseo omerico o il Socrate dei dialoghi platonici, Euthymios apprende attraverso l’incontro, il confronto, la disposizione all’ascolto dell’alterità.


La curiosità come virtù filosofica


Al centro del romanzo sta quella che potremmo definire, con Heidegger, una “cura” (Sorge) autentica: curiosità medica, filosofica e spirituale si intrecciano in un’unica tensione conoscitiva. Euthymios non si accontenta delle certezze della sua tradizione culturale; la medicina ippocratica, il pensiero stoico, la razionalità greca sono punti di partenza, non d’arrivo.

La curiosità espressa dal protagonista non è il vizio della curiositas condannata da Agostino alla fine dell’Impero romano, ma una virtù epistemica e morale: il desiderio di comprendere l’altro, di entrare in contatto con mondi spirituali differenti (gli Esseni, Giovanni Battista, Gesù), di lasciarsi trasformare dall’incontro. È questa stessa apertura che Sguera rivendica nella sua presentazione biografica quando parla di “abitare le frontiere” e di rifiutare l’ortodossia.


Il dialogo greco-ebraico: un messaggio di pace


Particolarmente significativa appare la scelta di far convivere nel protagonista - e attraverso di lui - la cultura greca con quella ebraica. In un tempo segnato da nuovi fondamentalismi e chiusure identitarie, nel nostro tempo, Euthymios propone un modello di identità aperta, porosa, capace di integrare senza annullare, di accogliere senza tradire.

Il medico greco che diventa amico di Gesù, che sposa un’ex prostituta discepola del Cristo, che alla fine sceglie di morire con il popolo ebraico a Masada, incarna quella che Simone Weil chiamava la necessità di un radicamento unita alla possibilità di una spiritualità aperta. Non si tratta di sincretismo superficiale o di eclettismo intellettuale, ma di quella profonda comprensione per cui tutto si fonda sull’Amore.

La sintesi greco-ebraica operata da Euthymios richiama quella grande stagione del pensiero in cui Filone di Alessandria tentò di far dialogare Torah e Logos, prefigurando quella che sarà la patristica cristiana. Ma qui non c’è volontà di subordinare una tradizione all’altra: c’è piuttosto il riconoscimento che la verità è sempre plurale, che la sapienza abita molte case.


L’equilibrio esistenziale come conquista


Il percorso di Euthymios non è solo intellettuale ma esistenziale. La sua ricerca mira al rinvenimento di un ritmo esistenziale adeguato alla dignità dell’umano.

Questa espressione - “ritmo esistenziale” - è filosoficamente densa. Richiama l’idea greca di métron, di giusta misura; l’equilibrio stoico tra passioni e ragione; ma anche quella dimensione temporale dell’esistenza che Heidegger poneva al centro della sua analitica esistenziale. Euthymios cerca un modo di abitare il tempo che sia all’altezza dell’umanità, che non riduca l’esistenza a mera sopravvivenza biologica o a funzionamento sociale.

L’equilibrio raggiunto non è statico ma dinamico: il protagonista medico cura i corpi, filosofo interroga il senso, amico accoglie l’altro, amante scopre l’eros, resistente si schiera con gli oppressi. Ogni dimensione trova il suo posto senza annullare le altre, in quella che potremmo chiamare, con Sguera, un’ecosofia esistenziale.


L’amore come apertura all’alterità


L’incontro con l’ex prostituta discepola di Cristo e il successivo matrimonio rappresentano un momento filosoficamente cruciale. L’amore è forma suprema di conoscenza e apertura all’altro.

Questo tema riecheggia Lévinas: è nel volto dell’altro, nella sua irriducibile alterità, che si manifesta l’istanza etica fondamentale. L’amore per questa donna - segnata dalla marginalità sociale, dalla vita dissoluta, ma trasformata dall’incontro con il Cristo - rappresenta la capacità di Euthymios di vedere oltre le convenzioni, di riconoscere la dignità umana là dove la società la nega.

È significativo che Sguera nella sua autobiografia citi Etty Hillesum, la giovane ebrea che «cantava mentre il suo treno viaggiava verso il lager.» Anche in Euthymios l’amore non è negazione della tragedia ma capacità di affermazione della vita e della bellezza anche di fronte all’orrore (la crocifissione, la rivolta giudaica, Masada).


Una religiosità laica, una laicità religiosa


Caro Nicola, la tua è religiosità laica o laicità intessuta di religiosità. Il tuo romanzo - e la tua stessa figura intellettuale - incarnano quella terza via che sfugge tanto al fondamentalismo religioso quanto al laicismo astratto.

Quando ti professi «cristiano ma fuori dalla Chiesa cattolica», quando cerchi quel “Quinto Vangelo” fondato sull’Amore, quando integri “pensiero-poetante ecosofico, spiritualità transreligiosa, agire politico non-violento”, stai operando quella che Bonhoeffer chiamava la ricerca di un cristianesimo adulto: una fede che non ha bisogno delle stampelle dell’Istituzione, che non si rifugia nel dogma, ma si confronta con la complessità del reale.

Euthymios è la personificazione narrativa di questo progetto. La sua è una spiritualità senza Dio (nel senso delle rappresentazioni teologiche tradizionali) ma non per questo meno profonda; o meglio, è una spiritualità in cui il divino si manifesta nell’incontro umano, nell’impegno etico, nella scelta di stare dalla parte degli oppressi (la decisione finale di morire a Masada con il popolo ebraico è emblematica) [1. Continua]


Antonio Martone insegna Filosofia politica presso l’Università di Salerno. 


venerdì 12 dicembre 2025

Simone Savoia su "Euthymios" [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 


Ho trovato la scrittura di Euthymios calda, accogliente, mi ha dato un senso di pace mentre leggevo.

Penso che la fase di ricerca prima della stesura abbia richiesto pazienza certosina: il lessico tecnico di alcuni utensili o ambienti, gli odori, i sapori, le usanze, i posti, le strade, le rotte, sono tutti descritti in maniera credibile, evocativa  di un mondo altro rispetto al nostro e comunque così storicamente legati.

È visibile una volontà di approdare a un punto che in qualche modo accolga e sintetizzi l’esperienza di vita nonostante penso che la stagione dell’“in/quieta ricerca” non sia ancora conclusa.

Ho avuto l’impressione leggendolo all’incirca in un mese che quest’opera al di là dell’intento di ridiscutere la figura del Gesù storico sia stata un pretesto anche per un personale bilancio dell’autore

La vita di Euthymios è la vita (spirituale s’intende) di tutti noi che siamo sempre in conflitto o meglio in ricerca di sé e del divino che sono un po’ la stessa cosa per chi crede che abiti dentro di noi.

Penso sia un tentativo ben riuscito di approdo alla quiete, di rendersi conto e far rendere conto al lettore che alla fine fa parte tutto del viaggio, i dubbi, la fede in qualcosa o qualcuno (il logos per esempio) e la messa in discussione della stessa, strumenti per provare a conoscere e leggere il mondo.

Si riconosce l’autore anche (per chi lo conosce) nell’ansia di giustizia, nella rabbia contro il potere e i suoi soprusi, nell’astensione dalla carne. 

Il genere del romanzo storico mi sembra una scelta felice per trattare temi universali volendo dare un proprio contributo.

Ho un unico dubbio sulla scelta di lasciare i nomi traslitterati all’antica: è vero che costringono il lettore a indugiare e a farlo entrare in una dimensione altra rispetto alla nostra ma penso anche a quella fetta di lettori che potrebbe avvertire poca scorrevolezza nella lettura.

Mi auguro che il libro sia letto da più persone possibili: ciascuno di noi ha bisogno di comprendere e riunire in comunione con le proprie contraddizioni il proprio io.

Simone Savoia*


* Simone Savoia ha studiato con Nicola Sguera e si è diplomato nel 2010.

Ora insegna in una scuola media di Legnano.




giovedì 4 dicembre 2025

Amerigo Ciervo su "Euthymios" (II parte) [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 

“CHI DICONO GLI UOMINI CHE IO SIA?”(Mc, 8-27)

Leggendo il libro di Nicola questa domanda - che Gesù rivolge ai suoi discepoli e che risuona attraverso i secoli fino ad oggi, conservando sempre la medesima attualità –  è di nuovo ritornata. Gesù e il suo messaggio sono il fondamento della storia da una ventina di secoli a questa parte. Non possiamo immaginare di smontare, dalla storia di gran parte del mondo, la sua figura. Che ha generato fedi profonde, straordinarie nelle vite di milioni e milioni di persone, umili o coltissime, ma anche multiformi posizioni di dubbio, di rigetto, di rifiuto. Ma anche chi si è mosso o si muove in questa linea non potrà mai smettere di farci i conti. Completamente umanizzandolo, certo, come Tolstoj, per il quale è l'incarnazione di un ideale morale altissimo, o come il giovane Hegel  che calibra il suo Leben Jesu  sul kantismo e dunque  Gesù è presentato come un supremo maestro di etica, vero simbolo dello spirito umano, o come un perfetto e superiore Socrate in Rousseau, o la figura “dolce e semplice” contrapposta alla rude e severa intolleranza dell'istituzione per Voltaire, o, infine, il portabandiera dei cuori puri, dei sofferenti e dei falliti secondo Nietzsche.

Nicola fa i conti con questa domanda, ricordandoci che il suo libro, benché scritto in pochi mesi, è il frutto di un ventennio di studi e di letture approfondite sulle questioni del “Gesù storico”.

Allora mi sembra utile offrirvi alcune indicazioni, qualche linea-guida, come nelle ordinanze ministeriali dell'Istruzione e,  ahimè, del merito, che per me sono indicative per affrontare l'opera di Sguera.    

Quali sono le differenze tra il Gesù storico e il Cristo della fede?

Il teologo evangelico Rudolph Bultmann le riassume nei seguenti punti:

1) Invece della figura storica di Yeshua, la predicazione apostolica – il kerygma -  ha scelto la figura mitica del Figlio di Dio;

2) La predicazione escatologica sul regno di Dio, fatta da Yeshua, è sostituita con l'annuncio del Cristo morto in croce e risuscitato da Dio per la nostra salvezza.      “Se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede” (1 Cor) Aggiunge Leonardo Boff: Gesù predicò il Regno, la Chiesa predica il Cristo. Il predicatore è ora predicato.  

3) E all'obbedienza radicale e alla vita fondata sull'amore totale voluti da Gesù, subentrò la dottrina sul Cristo, sulla Chiesa, sui sacramenti.

Ciò significa in breve che l'unica cosa che conta, per quest'approccio, l'unica cosa che vale è che Gesù visse e che morì in croce. Soltanto ciò interessa alla fede. La storicità oggettiva non interessa.

E tuttavia, per quanto suggestiva possa essere questa visione, è indubbio che tanti problemi apre.  Su cosa si fonda il kerygma, ossia l'annuncio? E' possibile distinguere la predicazione su Yeshua  dalla visione di un gruppo che si  costruisce, si struttura intorno alla sua figura? Nella sua introduzione al volume Le parole dimenticate di Gesù, Mauro Pesce – opportunamente citato da Nicola come uno dei suoi principali riferimenti – si chiede: “Che cosa hanno significato per la chiesa antica le parole di Gesù? E, ancor prima che cosa hanno significato quelle parole per le prime generazioni di discepoli  che non lo avevano conosciuto?

Dal punto di vista storico un groviglio di problemi su cui tuttavia gli storici continuano e continueranno a lavorare.

Prendo come riferimento il lavoro dello storico napoletano Giorgio Jossa, già docente della Federico II e della Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia meridionale. Jossa ha  dedicato studi importanti alle  origini del cristianesimo,  alla figura storica di Gesù, e alla nascita della cristologia. Di particolare rilevanza sono i suoi studi sui gruppi giudaici al tempo di Gesù e sulla ricostruzione dell'ambiente della sua predicazione, soprattutto in merito al problema del Gesù messia. Dunque i suoi contributi si inseriscono nella complessa e articolata ricerca delle relazioni tra storia e fede, ossia tra ricostruzione storica e costruzione dogmatica.

Secondo Jossa Gesù inizia la sua missione pubblica come discepolo del Battista, in Giudea. Ne condivide le posizioni escatologiche e apocalittiche sul giudizio imminente di Dio e la necessità della penitenza e del battesimo. Probabilmente anche l'attesa di un Masiah incaricato del giudizio. Quando Giovanni è arrestato,  dà vita in Galilea ad una missione autonoma molto diversa da quella del Battista, incentrata sull'annuncio della venuta imminente del regno - terreno  -  di Dio. Ricordate  una delle scene del Vangelo secondo Matteo di Pasolini, con un Gesù che cammina tra i campi ripetendo: Ravvedetevi,  il regno è vicino. A causa del successo della sua predicazione, unito alla sua attività taumaturgica, con le varie guarigioni, Gesù assume posizioni sempre più radicali nei confronti della legge di Mosè, ne motiva il fondamento con i farisei e si presenta come l'ultimo e decisivo inviato da Dio prima dell'avvento del suo regno. Ma dalla Galilea, terra costituita da piccoli artigiani, contadini e pescatori, molto poco influenzata dalla cultura greca, e senza alcun potere economico e politico, Gesù va a Gerusalemme, dove però le cose precipitano e dove comprende  che l'avvento del regno non è poi così vicino e che Dio vuole che egli debba prima passare attraverso la morte. Durante l'ultima cena  riafferma la sua fede nell'avvento del regno celeste  e indica nel suo sangue il segno della nuova alleanza che Dio stabilisce con il suo popolo. Questa la possibile ricostruzione del Gesù storico.   

Euthymios è testimone di tutto questo. Discute con Yeshua e, nel racconto, ha un ruolo chiave che qui non vi ovviamente svelerò.           

La prima prova di romanziere è brillantemente superata. Lo sviluppo del suo racconto  ha un  fascino tutto particolare. Per esempio con la ricostruzione, quasi da etnologo, della vita quotidiana dei suoi personaggi,   con la profonda conoscenza  dell'erbario medico, con la descrizione delle pratiche mediche del protagonista.  La scrittura è pacata, dolce, senza barocchismi. Curata come può curarla chi ha un'antica dimestichezza con la poesia. Che, immagino,  resta la vera vocazione di Nicola. .

La  storia si dipana tra l'orgogliosa ricchezza della civiltà greca, con le sue vette ineguagliate, in ogni disciplina possibile, dalla filosofia alla medicina e quella ebraica, con tutte le sue sfaccettature  politico-religiose.  E la medicina ippocratica è la base di partenza. Con l'affermazione tra le altre di entrare in ogni casa “per il sollievo dei malati, e di astenersi  da ogni offesa e danno volontario, e da ogni atto libidinoso sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi.”

Dunque attenzione al corpo e alla coscienza delle persone. Due “mondi” che la modernità  e la tecnica hanno scisso, separato, sulla scia della separazione tra res extensa e res cogitans individuata dal Cartesio non a caso indicato, da Hegel,  come il  fondatore della filosofia moderna. Ma, in realtà -  è l'aspirazione del medico greco -  dovrebbero procedere insieme. Per un medico il dialogo è fondamentale, pensa Euthymios. Si cura una persona, non si cura un corpo, o un arto.

Ma chi è veramente Euthymios? Credo di conoscere molto fondo l'Autore per pensare che dietro  molti dei pensieri-guida del medico ci sia lui, Nicola. La sua particolare visione del mondo, le sue scelte anche radicali, i suoi tagli, il suo procedere in avanti si fondano su ciò su cui, per  Joseph Ratzinger, Benedetto  XVI, che cita Salomone, deve basarsi “il regno di Dio che viene”: il cuore docile. Nicola ha davvero un cuore docile, come Euthymios.

Concludo: sabato pomeriggio mi sono fatto coraggio e sono andato a visitare un mio amico ricoverato  in una clinica vicino Napoli. Devastato dalla SLA. Una condizione terribile. Mi sono passati davanti i momenti più belli che abbiamo vissuti insieme, facendo musica. Ma è stata anche l'occasione di meditare, alla maniera di Pascal, sulla nostra condizione. E così continuo, misteriosamente,  a rispondere, a differenza di Nicola, come Pietro,  all'altra domanda che Gesù pone ai suoi -  “VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI?” - Domine, ad quem ibimus? Verba vitae aeternae habes.  Da chi andremo, Signore? Tu solo hai parole di vita.

“Non mi ribellerò mai alla Chiesa perché ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati, e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la Chiesa”,  scrisse don Lorenzo Milani,  nell'ottobre del 1958. È una scommessa? È una speranza? Non so. Certo siamo travolti da un senso  profondo del mistero. Del mysterium fidei. Intanto però – e chiudo davvero – tra le parole non dette di Gesù un frammento riportato dal Papiro di Ossirinco  recita: “Se vi è luce in un uomo illuminato, splenderà in tutto il mondo. Se non darà luce, è un uomo di tenebra.” So per certo che Nicola Sguera è un uomo illuminato. E, con il  suo libro, splende. Non so se in tutto il mondo. Di sicuro splende nel nostro mondo. E ciò potrebbe essere già sufficiente.  






mercoledì 3 dicembre 2025

Riflessioni su "Euthymios" [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 


1. Ringrazio chi ha reso possibile che questo evento accadesse proprio qui, in uno dei luoghi della memoria che mi sono cari: nella chiesa che sorgeva un tempo qui sopra i miei genitori si sposarono, qui io, fanciulletto, stonai e ricevetti medaglie dorate per i miei discutibili successi scolastici. 

2. Grazie a lettori di eccezione. Il fatto stesso che Euthymios sia stato letto da queste quattro persone già in qualche modo ne giustifica l’esistenza, anche se nessun altro dovesse leggerlo. I quattro sono stati preceduti da una lettrice speciale, che mi ha sostenuto nei mesi complessi che vanno dalla redazione alla pubblicazione: Paola Maglione, amica e collega, il cui valore per me non posso definire. 

3. Euthymios è nato da un accadimento: da una piccola catastrofe che si è rivelata essere, probabilmente, la più grande opportunità della mia vita. Pensavo di appartenere esclusivamente alla scuola, ora sento di appartenere – oltre che a mia figlia e a mia moglie – quasi esclusivamente alla scrittura. E spero non suoni per voi come una minaccia! Senza disertare nessuno dei “mandati” che ho abitato per anni, continuando dunque ad essere auspicabilmente un marito presente ai bisogni dell’altra, un padre attento, un educatore responsabile, ho deciso che il “quarto tempo” della mia vita sarà dedicato a scrivere consapevolmente, rimanendo fedele all’opera, alla parola, al bisogno di verità e bellezza che da sempre mi hanno ispirato. Nulla dies sine stilo

4. Euthymios fa i conti con una rovello ventennale.  Chi è stato veramente Gesù?  Da questo domandare è fiorita una storia, largamente autonoma dal suo nucleo genetico. A voi giudicarla. Non posso aggiungere nulla a ciò che ho scritto.

5. Io sono intimamente “cristiano”, fecondamente ed ereticamente cristiano. La mia lingua è intrisa delle parole della Bibbia, il mio ethos filia dalle parole meravigliose di Gesù. Ma io non credo. Spero. 

6. Euthymios non nasce da una riflessione sul senso dello scrivere narrativa oggi. È nato di getto, come detto, in mesi “matti e disperati” (in senso buono) con i tratti del “furor” bruniano e dell’“eroismo” platonico. Ci sarà il tempo per questa riflessione. 

7. Scrivere un romanzo (e cimentarsi oramai quasi quotidiana-mente con la scrittura di racconti) impegna anche la mia scrittura poetica da cui sparirà ogni riferimento autobiografico a partire dalla prossima raccolta, cui sto lavorando. A proposito: a Pomezia, la settimana prossima, sarà premiata Una luce che risplende in luoghi oscuri. Il premio sarà la pubblicazione. La mia quinta raccolta di versi.

8. Sto partecipando, come molti di voi sanno, a premi: di ogni tipo, con risultati discreti. Non è vanagloria. Vi prego di credermi. Solo la volontà di “mettermi a bottega”, non avendo tempo né voglia di frequentare scuole di scrittura in cui un sessantenne apparirebbe abbastanza ridicolo. Nel contempo, è necessario sotto-porsi al giudizio: la provincia, non solo la nostra, è piena di scrittori e artisti che si autoproclamano tali. Vorrei provare ad evitare questo rischio.

9. Sarò felice se qualcuno mi scriverà riflessioni, anche (direi soprattutto critiche) e mi farebbe piacere poterle pubblicare sul mio blog. 

10. E quindi, per concludere, grazie a tutti voi che avete sacrificato tempo prezioso per essere qui. Nella sfida di andare oltre in confini confortevoli in cui per tredici anni, da quando, ancora qui, presentai alla città il mio primo libro, ho vissuto, sapere che c’è un nucleo saldo di amici che mi supporta è forza.

(Teatro “De La Salle”, 1 dicembre 2025)





martedì 2 dicembre 2025

Amerigo Ciervo su "Euthymios" (I parte) [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 

Una sera di dicembre, nel 2012,  ero su questo palco, a presentare il primo libro di Nicola. Il fatto che siamo ancora qui, tredici anni dopo, in un certo senso ci rassicura e ci dà coraggio perché – immagino – tutti amiamo la vita e nonostante praticare la filosofia – come si dice  nel Fedone platonico, equivalga ad un apparecchiarsi alla morte -  magari ve lo scrivete, come suggerisce Massimo Troisi -  l'augurio è di restare saldamente afferrati al suo contrario cercando di godere, il più efficacemente possibile, dei doni che essa ogni giorno ci offre. E così dovremmo cercare di  imparare, giorno dopo giorno,  ad attraversarne la tragicità, a reagire sempre all'insensato, all'assurdo che c'è nel mondo, di cui una buona parte di responsabilità è giusto farla ricadere su di noi e sui nostri simili. In ogni caso questo tempo c'è dato da vivere e  questo tempo dobbiamo vivere. Un libro come questo serve innanzitutto a questo.  

Quand'eravamo giovani spesso ci capitava di dare vita a un gioco divertente. Ci domandavamo a vicenda: Quale situazione,  in un tempo lontano, ti sarebbe piaciuto vivere?

Di solito avevo quattro – cinque risposte.   

Essere ad Atene nelle Grandi Dionìsie del 423 a.C. Seduto accanto a Socrate durante la prima delle Nuvole di  Aristofane per vedere le reazioni del filosofo mentre gli attori si divertivano con  spietatezza satirica, a “percularne” la figura pubblica.       

Oppure, nel 1252,  a Parigi, per assistere alle lezioni di   Tommaso d'Aquino che principiava a commentare il fino a qualche anno prima vietatissimo Aristotele.

O ancora, sul finire del Quattrocento,   attraversare con Giovanni Bockeneim, il maestro delle cerimonie papali, le sale dell'appartamento Borgia, e incontrare il  papa Alessandro VI, di cui si disse “Mai si vide il più carnale homo”,     magari in compagnia di Giulia Farnese, la donna più bella di Roma, sorella di quell'Alessandro Farnese, poi Paolo III, a più riprese amministratore dell'arcidiocesi di Benevento.  

O infine assistere, il 3 dicembre del 1792,  al discorso di Robespierre alla convenzione:  “Qui non c'è da fare un processo. Luigi non è un imputato; voi non siete dei giudici; Voi siete e non potete essere altro che uomini di Stato e rappresentanti della nazione.”

Lo scrittore che mette mano a un romanzo storico – in fondo – fa un gioco simile. Si sceglie un tempo storico, ne seleziona dei personaggi, alcuni li inventa, con la sua fantasia creativa,   altri sono realmente esistiti.  Con loro gli sarebbe piaciuto condividere tempo e storie. Di essi scandaglia in profondità il carattere, ne ripercorre  i passaggi le loro azioni più significative, specialmente quelle in grado di modificare in profondità le vite e le esistenze degli altri uomini. Le azioni che non ci  fanno tornare indietro. A nessuna età dell'oro, se mai ci sia stata una qualche età dell'oro nelle vicende umane. O magari a pensare follemente di costruirla.

Il libro di cui parliamo stasera è un romanzo storico. E chi lo ha scritto è un mio amico carissimo. E per il suo primo romanzo storico ha mirato in alto. Altro che Socrate – che nel libro più volte è ricordato, anche in una delle scene-madri che non rivelerò per non togliervi il gusto di scoprirla da voi leggendolo, il libro – ; altro che Tommaso o papa Borgia – ma anche un futuro papa nel libro c'è, e pour cause, o Robespierre. Nella storia di Euthymios, medico greco di grandissime qualità e profonda esperienza, il vero personaggio principale, sottotraccia, è Yeshua, cioè Gesù.

Nicola Sguera con il suo libro mette le mani in una materia assolutamente incandescente.