Mia madre, me ne rendo conto, sta diventando un personaggio letterario.
Ho vissuto un tempo più lungo della mia vita senza di lei di quello in cui era viva presenza. Ne ricordo, certo, ancora l’odore, e la memoria olfattiva è preziosa più di quanto pensiamo. Eppure, mi è difficile ora separare ciò che fu da ciò che è divenuta nella scrittura.
L’attraversamento
della sua malattia, l’elaborazione lunghissima della sua morte hanno prodotto
la mia poesia, la prima sezione (Matrix) di Per aspera.
Quando ho iniziato a scrivere una storia lunga ho dovuto fare i conti ancora con la sua morte, trasfigurata, ed è nato Il potere del canto (che uscirà entro l’anno con Finalmente libri)
Poi è arrivata la stagione dei concorsi letterari: Alfonsina e Caterina l’ha immaginata bambina.
Il
bacio imperfetto (premiato a Pontedera) sempre bambina in una foto
bellissima, che fu la copertina di Per
aspera.
Oggi vivo con i morti in questa stagione stupefacente e inattesa.
Mia madre è con me. Dentro di me, in ogni gesto, in ogni parola.
Il giardino è un’isola di tempo sospeso, cinto da un muro
basso di pietra locale che sembra trattenere, al suo interno, le ombre che vi
si intrecciano. È uno spazio misurato, dominato dalla presenza esuberante della
buganvillea. I suoi rami si arrampicano vigorosi, formando una volta intricata
che filtra la luce del sole, trasformandola in una cascata di sfumature fucsia
e viola che inondano l'aria ferma. La terra, compatta e accogliente, si offre
alla curiosità tattile di una bambina, una creatura che vi trascorre interi
pomeriggi in un rito ancestrale: scava solchi, raccoglie sassi lisci. Lei conosce
ogni minima irregolarità del vialetto ghiaioso, ogni venatura rugosa del tronco
nodoso contro cui si abbandona quando la stanchezza la richiama a sé. È il suo
regno misurato che contiene e definisce l'intero mondo conosciuto.
Indossa un vestito a quadretti bianchi e neri. Il colletto
bianco, inamidato e immacolato, incornicia il collo sottile. Le maniche, appena
arricciate sulle spalle, formano onde ferme. Sulla testa, un fiocco ampio e
rigido trattiene a stento i capelli ricci, una massa ribelle che sfugge ai lati
con una vitalità ostinata, quasi una dichiarazione d'indipendenza. Le sue mani
sono ancora morbide, tonde, segnate dalle fossette infantili sulle nocche;
eppure, quando le posa sulla giacca dell’uomo, il suo tocco acquista una
solennità che non appartiene al suo tempo, ma che presagisce quello che verrà.
Lei non sa nulla del grande, brutale mondo che si sta
plasmando nel ferro e nel fuoco fuori da quel luogo incantato. È ignara che,
oltre quel confine protetto, la Spagna sta bruciando in una guerra civile
lacerante, un conflitto che sta trasformando la storia in una carneficina. Non
sa che i suoi stessi connazionali, ebri di canti marziali e retorica, hanno
varcato i mari per occupare una lontana terra africana, portando con sé
l’illusione di un impero.
Lui è seduto su una panchina di ferro battuto.
Nella mano sinistra si scorgono una sigaretta, probabilmente
una Macedonia, con la sua fragranza asciutta, e la fede. L’uomo non sa che,
secondo antichissime credenze, il cerchio d’oro, posto sull’anulare sinistro
come a segnare e stringere la vena che si dice conduca al cuore, custodisce un
vincolo.
Indossa un abito tagliato con la precisione di un chirurgo.
La cravatta nera, è annodata con una compostezza ossessiva. C’è, nel modo in
cui si presenta al mondo, una difesa disperata. Sulla tasca della giacca, proprio
sopra il fazzoletto piegato a regola d’arte, un piccolo nastrino nero è cucito
con discrezione. Non reclama sguardi, non chiede pietà, eppure in quel nero
trattiene un’assenza che pesa.
La bambina non conosce il nome delle assenze, non sa dare un
volto al vuoto. Eppure, ne avverte la densità; percepisce una piega amara nel
volto dell’uomo che non collima con il sorriso forzato che lui tenta di
offrirle. Gli si avvicina con un movimento deciso, la stessa premura con cui
raccoglierebbe un insetto ferito per proteggerlo dal mondo. Inclina il capo,
cerca la sua guancia. È un bacio imperfetto, un contatto che è più un appoggio,
un soffio di vita contro una roccia fredda. Il fiocco nei capelli sfiora il
bavero. Le sue piccole dita si chiudono a pugno sul tessuto della giacca,
proprio là dove, sotto lo strato di stoffa e di dolore, il cuore batte ancora,
ostinatamente, in cerca di un ritmo perduto.
Lui sembra quasi sorpreso, la guarda con una tenerezza. Solo
chi possiede lo sguardo di chi ha già sofferto potrebbe cogliere la frattura
sottile che lo attraversa. La bambina non sa distinguere il lutto dalla
stanchezza, la mancanza dal silenzio. Sa soltanto, con una certezza
primordiale, che quell’uomo ha un bisogno disperato di lei in quel momento. E
lei si offre, si dona intera, con la generosità assoluta e spietata dell’infanzia.
Nel giardino, per un istante, tutto rimane uguale: le
foglie, la ghiaia, il muro di cinta. La scena è un frammento di tempo che si
crede eterno. Eppure, sotto la crosta di quel pomeriggio, scorre già una
corrente sotterranea che la bambina non può nominare. Non sa che la compostezza
dell’abito è un argine che sta per cedere. Non sa che la vita, anche dentro uno
spazio protetto sa essere terribile.
Verrà un tempo in cui le sirene squarceranno il cielo, e la
città diverrà un ammasso di macerie fumanti. L’Italia porterà addosso le ferite
aperte della guerra, e quella città del Sud, colpita senza pietà dai
bombardamenti del 1943, conterà le proprie rovine, i propri morti. In quel
tempo oscuro, la bambina del giardino imparerà che la superficie, per quanto
perfetta, può incrinarsi senza rumore, lasciando filtrare l’abisso.
Non sa ancora – in quel momento di tenerezza colto
miracolosamente dallo scatto probabilmente di una Ferrania Rondine - che
quell’uomo elegante, suo padre, con il lutto appuntato al petto, le spezzerà il
cuore andandosene, abbandonandola per sempre, e proprio in quel gesto di
rifiuto forgerà la donna fragile e meravigliosa che sarà.
Mia madre.




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