Il Platone di Nucci è in qualche modo una creazione fantastica. Esattamente con il Socrate di Platone, che nulla avrebbe a che fare con il Socrate “storico” (un’altra questione abissale che non possiamo neanche accennare).
E, nel Platone di Nucci, potremmo dire che Socrate diventa solo un punto di partenza e una sfida. Ma altri sono i maestri veramente decisivi, anche sconosciuti: Aristone, il maestro di ginnastica che gli diede il soprannome per le sue larghe spalle e lo educò ad essere un “atleta dello spirito”, amante delle sfide per vincerle., Cratilo, Teodoro, gli anonimi sacerdoti egizi, Timandra, Archita.
Il Platone di Nucci non è riducibile a “sistema”. La sua è un’opera dinamica, in divenire, proteiforme, malgrado alcuni nuclei che fungono da punti di riferimenti.
Per questo, malgrado i 34 dialoghi siano evocati tutti, solo alcuni occupano uno spazio decisivo.
Il libro straordinario di Nucci ha un’ambizione enorme, attraverso un gioco raffinato che intreccia la complessità interna all’opera di Platone con uno sguardo “altro”, straniero: quello del narratore. Dunque, alla fine, il platonismo ne emergerebbe non come volontà di aggiogare il tempo, sottomettere la morte, conquistare l’eterno (attraverso la dottrina dell’anima immortale e delle forme) ma come “abbandono” all’effimero che l’uomo è, che dura un giorno. L’unica eternità concessaci è quella della parola. Platone è immortale perché ne continuiamo a parlare e scrivere: «finchè il Sole / risplenderà su le sciagure umane», sull’Atene massacrata dall’Europa nel 2010 o su Gaza oggi.
Il Platone di Nucci persegue il sogno di far vincere Socrate tradendolo, nutrendosi di ancestrale sapienza egizia, di pitagorismo.
A mio avviso questo romanzo trionfa nella sua sfida perché compie una geniale scelta narratologica, affidando il racconto ad un personaggio misterioso ed esso stesso proteiforme, cangiante, un narratore testimone non onnisciente che affida al lector in fabula compiti importanti.
Se i dialoghi platonici sono macchine per indurre il pensiero autonomo, non proposte compiute di “senso”, perché non dovrebbe essere altrettanto la biografia romanzata di chi li scrisse?
Dunque, amore e distanza nello stesso tempo dall’oggetto della propria scrittura.
Lo Straniero è divorato dalla passione per la scrittura. È proiezione autobiografica dell’Autore . Così pensa, ad esempio, Franco Ferrari. Aggiungerei, però, che Nucci è anche un po’ Platone.
La scelta del narratore interno consente a Nucci di “giudicare” Platone.
Io l’ho trovato un mirabile artificio per “costruirsi” un Platone proprio, senza pagare dazio ad una (presunta) fedeltà storica che rischia di impoverire una creazione romanzesca.
Lo Straniero è portatore di una visione che esalta le emozioni e la lotta, eraclitea.
Lo Straniero nega alla radice l’essenza eleatica del platonismo: «È, ma non è».
Il narratore si radica nella fragilità delle cose umane, il cui valore, la cui bellezza è inversamente proporzionale alla loro durata. Ciò che conta conta proprio per la sua caducità.
Lo Straniero, in ogni caso, ci viene detto che simboleggia tutti coloro che imparano da Platone senza essere platonici.
Ci sono tre eventi genetici nella biografia del Platone di Nucci:
1. Il mancato successo in una gara;
2. La morte del padre;
3. Il giorno in cui non riesce a parlare nel processo a Socrate.
E ci sono tre nuclei fondamentali della sua vita/pensiero:
1. la tensione tra mondo dei sensi e mondo intelligibile;
2. la rifondazione di una politica “giusta”;
3. l’eros come forza demoniaca/demonica.
Apparentemente queste tre cose non riescono a trovare una sintesi soddisfacente o vanno incontro a clamorosi scacchi.
Il progetto politico naufraga nei tre inutili soggiorni a Siracusa presso Dionisio I, Dionisio II e nel tentativo breve di Dione.
Platone stesso abbandona l’utopia della Politeia per dedicarsi ad un’opera assai diversa politicamente, le Leggi.
Kallipolis, la città bella e buona, è come le idee. Non può esistere nel mondo.
Mi pare di cogliere nel contempo una “resistenza” in Nucci e una “resa”: come se convivessero la disillusione del militante che ha voluto cambiare il mondo, sporcandosi le mani, l’invito a scendere sempre nella caverna per salvare tutti, e la “resa” alla complessità di un mondo che appare tetragono alle nostre ingegnerie sociali.
Eros è la parola chiave del romanzo, riprodotta a mo’ di parola magica (come abraxas) sulla copertina.
Inutile dire che nell’Atene del tempo erano culturalmente accettati e addirittura normati bisessualità e pederastia, come apprendiamo analiticamente nei primi due discorsi del Simposio, l’opera perfetta di Platone, che vuole più di ogni altro dialogo, suscitare il desiderio, la philia, verso il sapere.
Il Simposio è libro sull’amore e sulla filosofia. Sulla filosofia come amore. Sull’amore come filosofia. Sulla filosofia come desiderio di sapere che rende impossibile ogni possesso del sapere.
Ma anche sul desiderio che ci tormenta e che fa del Platone di Nucci un uomo sofferente, prigioniero di una contraddizione tra l’alto e il basso, l’anima e il corpo, che non riesce mai a risolvere. Fino a quando – meravigliosa epifania del libro – non si comprende che esso non va represso: «Il desiderio non deve spegnersi, né deve essere sostituito. Solo deve trasformarsi» .
Solo l’amore produce conoscenza. Questo è il vero messaggio del libro che “assolutizza” il contenuto del Simposio.
Non c’è conoscenza senza eros. Trasmettiamo solo quando “amiamo”. Per questo la scuola dei e delle burocrati è fallimentare. Brutta e cattiva (2. continua)
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Il testo riscrive quanto detto nel corso della presentazione del libro presso la Libreria Guida di Benevento.












