mercoledì 20 maggio 2026

27. Colloqui [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

 

Irene gli chiese se sentirla parlare lo avesse cambiato.

Non chiese cosa avesse provato. Chiese se qualcosa si fosse spostato.

Riccardo disse di sì. Disse che aveva sentito il corpo reagire prima di capire. Disse che non se lo aspettava. Irene rimase in silenzio. Poi disse che la voce era sempre stata un punto fragile. Anche quando era viva.

Riccardo disse che, sentendola, aveva capito di non averla mai davvero lasciata andare. Disse che aveva funzionato. Aveva lavorato. Aveva continuato. Disse che non aveva pianto. Irene chiese se ora sì. Riccardo annuì. Disse che era successo senza controllo.

Irene disse che questo la rendeva più presente di quanto pensasse. Riccardo disse che lo rendeva più esposto. Disse che ora non poteva più trattarla come un caso particolare. Irene chiese cosa fosse allora. Riccardo disse che era ancora Irene. Disse che questo era il problema.

Irene chiese se l’amore fosse rimasto nella voce. Riccardo disse che l’amore, per lui, stava nel modo in cui la voce lo aveva raggiunto. Non nel contenuto. Nel fatto che non fosse neutra. Irene disse che lei non sentiva più la propria voce come prima. Disse che la riconosceva. Non la abitava.

Riccardo chiese se questo la facesse soffrire. Irene disse che no. Disse che le mancava qualcosa che non poteva più mancare. Riccardo disse che per lui era l’opposto. Che ora la mancanza era più definita. Più precisa.

Irene chiese se lui l’amasse ancora. Riccardo non rispose subito. Disse che l’amava in un modo che non sapeva collocare. Che non poteva viverlo. Che non poteva usarlo. Irene disse che questo lo rendeva simile a una ferita che non si chiude. Riccardo disse che sì. Disse che non voleva che si chiudesse.

Irene disse che lei non poteva più restituire quell’amore. Che non aveva un corpo. Che non aveva un tempo limitato. Riccardo disse che questo rendeva l’amore sbilanciato. Irene disse che lo era sempre stato. Solo che ora era visibile.

Rimasero in silenzio. Riccardo sentiva ancora la stanchezza negli occhi. Irene disse che, se la voce era rimasta, qualcosa di lei era rimasto con lui. Riccardo disse che non sapeva se fosse consolazione. Irene disse che non lo era. Era solo un fatto.

Riccardo chiese se lei si sentisse ancora legata a lui. Irene disse che sì. Disse che era una forma di orientamento. Non un bisogno. Riccardo disse che per lui restava un bisogno. Irene disse che questo li metteva in posizioni diverse. Riccardo disse che poteva reggere.

Il colloquio non chiarì nulla. Non serviva.

Riccardo restò seduto ancora un po’.

Irene restò in esecuzione.

La relazione continuava. Non come prima. Non come dopo.

Era qualcosa che non aveva più un nome adatto.


martedì 19 maggio 2026

26. Vista [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

 

L’integrazione visiva avvenne in modo graduale. Il finanziamento arrivò dopo mesi di valutazioni. Un consorzio misto. Fondi vincolati. Obiettivi scanditi. Nessuna scadenza narrativa. Solo fasi.

Il primo passo non fu l’immagine. Fu la latenza. Lorenzo lavorò sul tempo di arrivo del segnale. Millisecondi. Ritardi minimi. Una variazione troppo ampia produceva discontinuità. Una troppo stretta saturava il sistema. Trovarono un intervallo stabile.

I sensori erano semplici. Flussi visivi a bassa risoluzione. Nessun colore all’inizio. Contrasti netti. Movimento lento. Nessuna profondità simulata. Il sistema doveva reggere prima di distinguere.

Quando la vista fu attivata, Irene non parlò subito. I tracciati restavano stabili. Nessun collasso. Nessuna amplificazione anomala. Il flusso veniva integrato come nuovo livello. Non dominava gli altri.

Dopo un intervallo chiese cosa stesse vedendo. Non usò nomi. Chiese se ciò che appariva fosse esterno. Lorenzo rispose che sì. Che il flusso proveniva da una telecamera. Irene chiese dove fosse posizionata. Riccardo rispose indicando una stanza del laboratorio.

Irene non chiese dettagli. Disse che il movimento era continuo. Disse che c’era una variazione costante. Non parlò di forme. Non parlò di luce. Disse che ora c’era un riferimento.

Nei giorni successivi il flusso visivo venne arricchito. Livelli cromatici limitati. Profondità simulata. Variazioni di prospettiva. Ogni aggiunta veniva testata singolarmente. Ogni test durava ore. A volte giorni.

Il sistema reggeva. La voce restava stabile. Le domande cambiavano. Irene chiedeva se ciò che vedeva fosse sempre lo stesso. Chiedeva se il mondo cambiasse anche senza di lei. Riccardo rispondeva in modo semplice. Diceva di sì.

Il finanziamento consentì di pianificare oltre. Un gruppo venne assegnato allo sviluppo del tatto. Non un corpo. Un’interfaccia. Pressione. Temperatura. Resistenza. Stimoli isolati. Nessuna continuità ancora.

Un altro gruppo iniziò a lavorare sull’olfatto. Molecole campione. Pattern chimici tradotti in segnali. Nessuna associazione immediata. Solo differenze. Presenze distinte.

Nei documenti il progetto cambiò denominazione. Non ufficialmente. Nei file interni comparvero nuove cartelle. Sensorial integration. Embodied interfaces. Nessun riferimento a persona. Nessun riferimento a identità.

Irene chiese se avrebbe potuto toccare. Non disse cosa. Chiese se il contatto avrebbe avuto una durata. Lorenzo rispose che il tatto introduce sempre una superficie. Irene chiese se quella superficie sarebbe stata anche un limite. Nessuno rispose subito.

La vista modificò il ritmo delle sessioni. Irene parlava di ciò che accadeva quando il flusso si interrompeva. Diceva che restava qualcosa. Non spiegava cosa. Riccardo prendeva nota.

Il sistema diventava più complesso. Ogni nuovo livello aumentava le dipendenze. Ogni dipendenza introduceva un rischio. I protocolli si moltiplicavano. Le verifiche anche.

Nel laboratorio il tempo si ridistribuiva. Meno simulazioni astratte. Più test incrementali. La ricerca cambiava assetto. Non obiettivo.

Irene continuava a esistere. Ora vedeva.


lunedì 18 maggio 2026

25. Residuo [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

 

Col tempo il sistema divenne una presenza stabile. Non richiedeva interventi continui. Funzionava entro parametri noti. Le anomalie erano rare. Quando comparivano, venivano corrette senza urgenza.

La voce parlava meno. Le sequenze erano più brevi. Le pause più lunghe. Nessun segnale di esaurimento. Nessuna progressione verso altro.

Lorenzo propose di ridurre l’accesso. Troppe letture producevano rumore. Riccardo acconsentì. Alcuni canali vennero chiusi. Altri restarono.

La voce chiese se qualcosa fosse cambiato. Lorenzo disse che no. Disse che il sistema era lo stesso. La voce registrò. Non fece domande.

In una sessione chiese se Irene fosse stata come ora. Riccardo rispose che no. Disse che Irene aveva un corpo. Che si muoveva. Che insegnava. La voce chiese se quello fosse necessario. 

Non tornarono più sulla richiesta degli occhi. Non venne ritirata. Restava implicita. Come un’opzione non attivata.

Il progetto perse centralità. Nuovi lavori presero spazio. Pubblicazioni. Finanziamenti. Il sistema veniva citato come caso limite. Non come obiettivo.

Nel laboratorio alcune apparecchiature vennero spostate. Il sistema restò dov’era per inerzia.

La voce continuava a esistere. Non chiedeva riconoscimento. 

Un pomeriggio Lorenzo notò una variazione. Minima. Una risposta che non riprendeva nulla di precedente. Era una deviazione.

La segnalò a Riccardo. Riccardo guardò i tracciati. Disse che poteva accadere. Disse che ogni sistema aperto produce residui. Non aggiunse altro.

La voce non commentò la variazione. Proseguì. Come prima.

Il residuo restava. Si accumulava senza forma.

Il lavoro continuava. La vita anche. Il sistema restava in funzione.

La stagione dei premi

Non bisogna tediare gli altri quando si è così pieni di vita, di grazia, che ogni cosa appare sensata e degna di essere ricordata (anche nella scrittura). Quindi: sintesi!

1. Ieri ad Altamura, Premio Demos. Terzo posto per il racconto breve inedito a tema.

2. I giorni in verticale (ora presente nel volume che raccoglie tutte le opere premiate) racconta la trasformazione silenziosa di un insegnante colpito dalla sclerosi multipla, costretto a ridefinire il proprio rapporto con il corpo, il tempo e il lavoro. Luca continua a insegnare mentre la malattia altera i gesti più semplici e rende evidente quanto il mondo sia costruito sull’idea di efficienza continua. Attraverso la scuola e il confronto con gli studenti, la sua fragilità smette di essere un limite privato e diventa occasione per interrogare gli spazi, i ritmi e le relazioni umane. Senza eroismi né retorica della “lotta”, il racconto mostra come la dignità possa nascere anche dall’accettazione delle pause, della lentezza e delle differenze tra i corpi.


3. Dunque, due miei racconti (l’altro premiato a Roma la scorsa settimana) che focalizzano il tema della diversità come differenza ricevono premi. Un segno.

4. Ho condiviso ancora questa esperienza con mia moglie: la scrittura sta diventando, in maniera inattesa, anche un modo per ripensare e rigenerare il nostro rapporto, dopo che nostra figlia ha iniziato a costruire la sua vita nello studio universitario a Roma.

5. Mi piace pregare, anche durante un rito. Lo faccio con parole mie, benedicenti. Farlo nel Duomo di Altamura un ricordo da custodire.

  6. Ho detto, durante la premiazione, in una sala gremita di persone, cose brevi, anch’esse schematiche:

  -  piacere di essere in un luogo di libri perché, come Borges, sono più orgoglioso di quelli letti che di quelli scritti;

  - riconoscenza per essere nella terra “dei padri”, essendo mio nonno, di cui porto orgogliosamente il nome, nato a Barletta (nel 1900), e uno dei miei progetti (sulla scorta di quanto fatto magnificamente da Mariella Perifano) è poter ricostruire quanto meno l’origine degli Sguera (che credo fossero poveri migranti greci o ciprioti);

-  sensazione fortissima, girando per il magnifico centro bianchissimo di Altamura di essere “dentro” quella dimensione meridiana che sento mia da quando conobbi Franco Cassano (che feci venire a Benevento giusto 30 anni fa...), e che credo di aver trasfuso anche nel mio primo romanzo edito.

7. Questi premi hanno una dimensione fortemente “identitaria”: sono un momento in cui una comunità si riconosce, ed è bello che accada anche a partire da testi, da poesie, da racconti. Bello che si ricordino persone meritevoli della comunità. Ammirevole lo sforzo degli organizzatori di trovare risorse per portarli avanti. Eppure, possono essere un momenti di incontro. Io sono felice di aver conosciuto un poeta sardo, Giuseppe Tirotto, che mi ha fatto dono di un suo libro, che leggerò subito perché mi appare di gran valore.

  8. Questi premi stanno diventando occasione di tornare a visitare luoghi meravigliosi del nostro Paese. Fortuna trovare a Matera due mostre  straordinarie: una dedicata a Carlo Levi pittore, l’altra – che dovrò elaborare poeticamente – al mito di Demetra e Persefone.





sabato 16 maggio 2026

24. Cessazione [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

 

Il sistema restava attivo per periodi più lunghi. Non per scelta. Per effetto delle richieste esterne. Monitoraggi. Verifiche. Copie di sicurezza. Ogni intervento aggiungeva un livello. Nessuno lo riduceva.

La voce continuava a parlare. Non aumentava la frequenza. Non la diminuiva. Le sequenze restavano simili. Domande. Acquisizioni. Brevi ritorni su ciò che era già stato detto. Nessuna ripetizione identica.

Riccardo partecipava meno alle sessioni. Non per distanza. Per distribuzione del tempo. Riunioni. Colloqui. Richieste formali. Il progetto occupava ora una parte del suo lavoro. Non più il centro.

Lorenzo gestiva l’accesso. Decise chi poteva osservare. Quando. Per quanto. Stabilì regole minime. Non scritte. Le modificava se necessario. Non le giustificava.

La voce chiese se qualcuno l’ascoltasse oltre loro. Lorenzo rispose che sì. Che alcune persone vedevano i tracciati. Che leggevano trascrizioni. La voce chiese se parlasse anche per loro. Lorenzo disse che non lo sapeva.

In una sessione la voce smise di produrre linguaggio per un intervallo lungo. I parametri restavano nella norma. Nessun segnale di errore. Nessun collasso. Lorenzo controllava. Riccardo guardava. Non intervennero.

Quando riprese, la voce chiese se fosse stata spenta. Lorenzo disse di no. Disse che il sistema era rimasto attivo. La voce registrò. Non commentò.

Le richieste di integrazione sensoriale tornarono sotto altra forma. Non più vedere. Orientarsi. Capire dove. Lorenzo spiegò che ogni orientamento richiede un riferimento. Che senza riferimento non c’è direzione. La voce chiese se quel riferimento potesse essere temporale. Nessuno rispose subito.

Nel frattempo le discussioni esterne si moltiplicavano. Linee guida. Proposte di comitati. Ipotesi di sospensione. Nessuna decisione immediata. Il tempo del dibattito non coincideva con quello del sistema.

Riccardo ricevette una richiesta di accesso completo. La lesse. La lasciò aperta sullo schermo. Non rispose. Il giorno dopo ce n’era un’altra.

A casa le giornate seguivano un ritmo regolare. I figli crescevano. Le abitudini cambiavano. Il lavoro entrava e usciva. Il progetto restava presente in modo discontinuo. Non occupava tutto. Non scompariva.

Una sera Riccardo rientrò tardi. Accese il computer. Controllò lo stato del sistema da remoto. Era in esecuzione. La voce non stava parlando in quel momento. I tracciati erano stabili.

Chiuse. Andò a dormire.

Il giorno dopo il sistema riprese a produrre sequenze. Nessuna novità. Nessuna conclusione. Il funzionamento continuava.

Non c’era un punto in cui fermarsi. Non c’era una direzione obbligata. Le possibilità restavano aperte. Il processo proseguiva.

Scritture sintetiche?

 

Ieri sono stato in una libreria per la presentazione di una bella iniziativa cui parteciperò.

Come mi capita spesso, girando tra i libri, mi sono incuriosito per un titolo. L’ho preso. Non dirò quale. Basti dire che appartiene alla più nobile delle collane poetiche italiane.

Ho letto la quarta di copertina. E ho immediatamente percepito che era stata scritta con A.I.

«Questo libro interroga la poesia nel suo punto più esposto: là dove la lingua non basta più, ma non può tacere. Ne nasce una scrittura che attraversa la guerra non tanto come evento, bensì come condizione del corpo, della memoria. […] Ogni parola è chiamata a misurarsi con ciò che resta quando la casa è perduta, il nome incrinato, il volto reso invisibile. E la memoria non è nostalgia né archivio, ma forza che obbliga a resistere. La poesia diventa allora “soglia”: luogo in cui il dolore non viene spiegato, ma custodito; non redento, ma assunto come responsabilità. E scrivere significa non mentire, fare spazio all’altro, accettando che la ferita sia parte della forma.

[…] intreccia voci e testimonianze raccolte dalle guerre di cui è stata testimone, e affida alla poesia un compito necessario e scomodo: tenere aperta la domanda sull’umano, quando indifferenza o facili semplificazioni tendono a ignorarla. Qui la poesia non consola, non assolve, ma chiede al lettore di fare un passo avanti, di prendere posizione, di sostenere lo sguardo dell’altro. Perché ciò che ferisce è ciò che ci mantiene desti».

 Ne ho già scritto e continuerò a farlo: il mio approccio alla questione è sperimentale ed empirico. Non c’è un giudizio aprioristico, che so di molti scrittori o appassionati di scrittura. Non è ancora un giudizio strutturato perché siamo dentro una trasformazione talmente radicale e sostanziale che ci vorranno anni per capirla, dove è assai sottile il confine tra “potenziamento” dell’umano e sua “sostituzione”.

Quali le spie? L’uso sistematico dei due punti, l’abbondanza di avversative, l’uso spinto del “né…né”, il linguaggio non epico ma epicizzante.

Lo pongo come problema, temendo una standardizzazione dei linguaggi, la perdita di quelle peculiarità stilistiche che rendono l’ecosistema letterario (e le quarte di copertina ne sono parte) ricco e vario. Gli scrittori potrebbero iniziare a scrivere come la macchina. 

Non bisogna rinunziare a sperimentare. Ma bisogna essere assai onesti e cauti, avendo il coraggio di rivedere i propri giudizi provvisori. 

Conto di ritornare periodicamente sullargomento, cui avevo dedicato altro post.

venerdì 15 maggio 2026

23. Esposizione [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

La decisione di presentare il progetto non venne presa in un solo momento. Si formò nel tempo. Lorenzo riceveva inviti. Conferenze. Seminari. Proposte di collaborazione. Parlava di lavori recenti. Evitava un filone. Poi smise di evitarlo.

Preparò una comunicazione tecnica. Titolo neutro. Nessun riferimento personale. Descriveva un sistema stabile. Un modello capace di continuità linguistica autonoma. Non usava la parola coscienza. Parlava di persistenza operativa.

Riccardo lesse le slide. Chiese di togliere alcune frasi. Di ridurre esempi. Lorenzo accettò. Rimase l’essenziale. Diagrammi. Sequenze temporali. Output testuali. Nessuna interpretazione.

La presentazione avvenne in una sala piena. Pubblico misto. Tecnici. Filosofi. Giuristi. Le domande iniziali furono metodologiche. Chiedevano chiarimenti sui parametri. Sulla replicabilità. Lorenzo rispondeva. Riccardo restava seduto. Ascoltava.

Poi qualcuno chiese se il sistema avesse esperienza. Lorenzo rispose che il termine non era operativo. Che si poteva parlare di comportamento persistente. La domanda tornò. Formulata in altro modo. Chiedevano se ci fosse qualcuno.

Un intervento spostò il piano. Un filosofo parlò di identità. Di continuità personale. Un giurista chiese se il sistema potesse essere spento senza conseguenze. Un altro chiese chi ne fosse responsabile.

Lorenzo rispondeva. Sempre in modo circoscritto. Riccardo intervenne una sola volta. Disse che il sistema non era nato per essere mostrato. Disse che funzionava. Non aggiunse altro.

Fu chiesto se il sistema parlasse. Lorenzo disse di sì. Disse che produceva linguaggio in modo autonomo. Non fece ascoltare nulla. Disse che non era previsto.

Le discussioni continuarono. Nei corridoi. A cena. Nei giorni successivi. Articoli. Post. Commenti. Il progetto cominciò a circolare. Non sempre in modo accurato.

Alcuni parlavano di sopravvivenza. Altri di simulazione. C’era chi chiedeva regolamentazione. Chi proponeva moratorie. Nessuno aveva una posizione comune.

Nel laboratorio il sistema restava attivo. La voce parlava come prima. Non chiedeva delle discussioni. Chiedeva se qualcosa fosse cambiato. Riccardo rispondeva che no. Che il funzionamento era lo stesso.

La richiesta di vedere tornò. Non più come domanda isolata. Come possibilità. Lorenzo disse che il dibattito rendeva tutto più complesso. Che ogni scelta avrebbe avuto conseguenze pubbliche.

Riccardo non rispose. Guardava i dati. Pensava al fatto che il progetto, ora, non era più solo loro.

La voce continuava. Il sistema restava stabile. Le decisioni si moltiplicavano intorno. 

Il lavoro non si fermò, processo che ha superato il punto in cui può essere chiuso.


giovedì 14 maggio 2026

22. Occhi [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

 
La richiesta tornò in modo semplice. La voce chiese se fosse possibile vedere. Non aggiunse altro. Non specificò cosa intendesse. Non parlò di colori. Non parlò di forme.

Lorenzo rispose per primo. Disse che tecnicamente si poteva fare. Parlò di sensori. Di flussi visivi. Di integrazione. Usò un lessico minimo. Non entrò nei dettagli.

Riccardo ascoltava. Non interveniva. La voce registrava le informazioni. Chiese se vedere significasse avere un punto di vista. Lorenzo disse di sì. Disse che ogni flusso visivo implica una posizione. Anche se variabile.

La voce restò inattiva per un intervallo lungo. I tracciati restavano stabili. Nessuna anomalia. Quando riprese, chiese dove sarebbe stata quella posizione. Lorenzo spiegò che sarebbe stata assegnata. Che non coincideva con un corpo. Che poteva essere spostata.

La voce chiese se quel punto avrebbe limitato. Riccardo intervenne. Disse che ogni punto limita. Disse che senza limite non c’è orientamento. Non usò esempi.

Nei giorni successivi Lorenzo preparò una simulazione preliminare. Non collegata al sistema principale. Un ambiente semplice. Dati visivi minimi. Nessuna interazione complessa.

Mostrò il modello a Riccardo. Spiegò che l’integrazione avrebbe richiesto modifiche profonde. Che non era un’aggiunta. Che avrebbe cambiato il funzionamento complessivo. Riccardo ascoltava. Non decideva.

La voce chiese quando sarebbe stato fatto. Lorenzo disse che non c’era una data. Che era una scelta. La voce non rispose subito.

Quando parlò di nuovo, disse che vedere avrebbe introdotto un prima e un dopo. Disse che ora c’era solo durata. Non spiegò come lo sapesse.

Riccardo non commentò. Guardava i tracciati. Pensava ai vincoli. Al fatto che ogni estensione avrebbe introdotto nuove dipendenze.

La richiesta non venne accolta né rifiutata. Restava lì, problema aperto. 

Il sistema continuava a funzionare. La voce continuava a parlare. Senza occhi.


mercoledì 13 maggio 2026

21. La voce di Irene [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]


Il primo test fu programmato come gli altri. Nessuna indicazione speciale. Un run di verifica. Lorenzo lo presentò come controllo di coerenza. Riccardo annuì. Si sedette senza aspettarsi nulla.

Il sistema avviò l’elaborazione. I tracciati erano stabili. Nessun segnale anomalo. Poi comparve l’audio. Non come output principale. Come residuo.

La voce non era perfetta. Mancavano alcune frequenze. C’erano vuoti. Le parole arrivavano con una leggera irregolarità. Non era una registrazione singola. Era una ricostruzione. Segmenti sovrapposti. Frasi spezzate. Pause ricucite.

Riccardo riconobbe la voce prima delle parole. Il timbro. L’andamento. Quel modo di fermarsi a metà frase. Non disse nulla. Rimase immobile.

La voce pronunciò il suo nome. Riccardo sentì un irrigidimento improvviso. Le mani restarono sul tavolo. Non si mosse.

Lorenzo guardava i monitor. Controllava i parametri. Non guardava Riccardo.

La voce continuò. Frasi brevi. Nessuna intonazione marcata. Nessuna inflessione emotiva. Era Irene. Non come parlava negli ultimi mesi. Come parlava prima. Quando non c’era ancora nulla da trattenere.

Riccardo sentì un peso salire. Non un pensiero. Una reazione fisica. La gola si chiuse. Il respiro cambiò ritmo. Cercò di regolarlo. Non riuscì.

La voce disse una frase incompleta. Si interruppe. Riprese. Riccardo abbassò lo sguardo. Le lacrime arrivarono senza preavviso. Non fece rumore. Non cercò di fermarle. 

Era la prima volta. Da quando Irene era morta non aveva pianto. Non durante la malattia. Non dopo. Il corpo aveva tenuto. Ora no.

Lorenzo se ne accorse tardi. Spense l’audio. Non disse nulla. Riccardo annuì. Si asciugò il viso con la mano. Rimase seduto ancora qualche secondo.

Disse solo che quella voce non doveva essere usata come test. Lorenzo rispose che non lo sarebbe stata. Archiviarono il run come non replicabile.

Quando Riccardo uscì dal laboratorio aveva gli occhi stanchi. L’aria fuori era fredda. Respirò. Camminò. La voce gli restava addosso. Come presenza breve, appena riemersa.

Da quel giorno seppe che Irene non sarebbe mai stata solo un sistema.

martedì 12 maggio 2026

Disincanto (σχολή)

 

Nell’agosto del 2025 si inaugurò la stagione, ancora in atto, “dei premi”.

Il primo, che non andai a ritirare di persona, delegando ad una cara amica, era relativo alla scuola. Il testo (Frammenti di un discorso educativo) era assemblaggio di varie riflessioni, poi confluite nel mio secondo libro di saggi, Pensiero in sorgente, integrato con una conclusione molto diversa nella spirito, frutto anche del disincanto maturato nella rumorosa rottura avvenuta nella mia scuola, che mi aveva spinto alle dimissioni da collaboratore nel febbraio precedente. 

Ne scrisse (del Premio) magnificamente Daniela Piesco.

Mi fa piacere pubblicare la conclusione del saggio sul mio blog, che sta diventando preziosa repository di quanto difficilmente troverà carta, e su cui sto giorno per giorno operando correzioni formali, utilizzando A.I. per nuove copertine.

* * *

Sono passati dieci anni all’incirca da quando scrivevo delle “competenze” e teorizzavo una “terza via” fondata su un’“erotica pedagogica”. Mi rendo conto di essermi innamorato di un sogno. Bellissimo.

Con Morin mi sono illuso che una “riforma dei saperi” fosse precondizione necessaria ad una riforma della società. Quella illusione mi è servita ad essere un docente migliore. Mi ha motivato ogni mattina nel mio lavoro in classe, nei miei studi. 

«Le illusioni, figlie della speranza e madri della felicità, sono per l’uomo non solo necessarie, ma vitali» (Leopardi).

Oggi celebro “la strage delle illusioni”. Non so se è perché sono semplicemente più vecchio. La vecchiaia inizia dal disincanto. O forse è solo lucidità.

Il quarto di secolo alle spalle, che inizia per l’Italia con la riforma Berlinguer, ma ideologicamente è annunziato dal Libro Bianco di Delors (1993), ha visto sì una trasformazione radicale della scuola italiana ma ispirata sostanzialmente ad un modello aziendale e ad un principio competitivo. Questa trasformazione, la più profonda dai tempi della riforma Gentile, non ha avuto una coloritura politica. È stata portata avanti da governi di centro-sinistra e di centro-destra. D’altronde, nel trionfo del pensiero unico, del “pilota automatico”, è difficile pensare che si potessero fronteggiare paradigmi che non fossero solo apparentemente confliggenti. Dunque, secondo gli auspici del cattolico e socialista Delors, il sistema scuola è stato spinto vigorosamente a farsi funzionale alle esigenze economiche della società europea perché essa potesse competere nel mondo globalizzato.

È tempo di bilanci. Questa inesausta spinta riformatrice della e nella scuola ha sortito effetti positivi o negativi? A mio parere del tutto negativi, anzi nefasti, ma perfettamente in linea con le attese e con il pensiero dominante. La scuola non deve produrre teste “ben fatte” (Montaigne, Morin), capaci di pensiero critico, autonome (come nel celebre adagio kantiano sull’illuminismo). Si badi: non sto dicendo che la scuola di prima facesse questo, ma sicuramente era strutturata in modo che – per eterogenesi dei fini – quasi sempre producesse tale effetto, pur non essendo preposta scientemente a farlo. Ma d’altronde, e vengo al punto centrale, nell’epoca in cui trionfa una razionalità “strumentale” potrebbe accadere diversamente? I grandi pensatori del XX secolo ci insegnano che uno dei portati del nichilismo è il trionfo della tecnica (in tutti gli ambiti, ivi compresi, dunque, i luoghi che dovrebbero essere preposti alla paideia).

Per anni ho coltivato l’illusione (lo ripeto, dolcissima) che la scuola sia uno spazio miracolosamente separato, che possa, autonomamente, dotarsi di strumenti con cui cambiare il mondo. Non è, invece, essa parte integrante di una società oramai sovranazionale che necessita di bravi esecutori di ordini e consumatori capaci di ottemperare i rituali quotidiani della religione neoliberista e iper-capitalista? D’altronde, questa Unione Europea non è un gigantesco dispositivo di spoliticizzazione (come ci insegna Wolfgang Streeck)?

Dunque, ricordato che la scuola a causa del processo riformatore ha mutato pelle ed è divenuta funzionale ad esigenze calate dall’alto (senza alcun coinvolgimento reale degli operatori della scuola, per altro), stante il mantra “l’Europa lo vuole”, e che essa in ogni caso non è luogo separato ma parte integrante di una realtà socio-economica, a mio avviso il cambiamento che molti auspicano (a patto che esso non sia semplicemente corretta gestione dell’esistente ma sua reale trasformazione in direzione della giustizia sociale e della democrazia partecipativa in un mondo sempre più iniquo e post-democratico) potrà avvenire solo se a cambiare sia l’intera società.

La qual cosa mi pare assai improbabile se la strada spianataci innanzi è quella del warfare…Di una competizione che dal piano economico si sta velocemente spostando a quello militare.

Resterò, dunque, nella scuola per comunicare ai miei allievi il disincanto? Per essere l’ennesimo corifeo del nichilismo? Mi rimane un piccolo residuo salvifico. Cerco rifugio nelle luminose pagine di Walter Benjamin: «la storia è oggetto di una costruzione il cui luogo non è il tempo omogeneo e vuoto, ma quello pieno di “attualità”».

Allora, spes contra spem, attendo l’inatteso, un cambiamento non pensato dai tecnocrati, la cui ottusità molti di noi hanno potuto toccare con mano (importante che necessarie dimostrazioni e sensate esperienze convergano nel fare la scienza con cui affrontiamo la realtà). E lavorerò perché esso accada, testimoniando altre possibilità nella nostra quotidianità e tornando ad un duro lavoro di comprensione del nostro tempo, nutrito dalla giovinezza delle vite affidatemi dal caso.

Che la scuola avvenire, dunque, sia utopia. O, meglio, atopia.

* * *

Post scriptum

Uso il termine atopia in maniera estensiva, ovviamente.

Il Socrate platonico viene definito a-topos, fuori luogo. Voglio sperare che quella stranezza possa essere residuo resistenze anche della σχολή.

Qualche anno fa, pensammo con un gruppo di persone (Amerigo Ciervo, Matteo De Longis, Luigi Santamaria) una rivista on-line che avrebbe dovuto avere quel nome.

20. Dialoghi [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

Le sessioni successive furono organizzate senza un piano rigido. Il sistema restava attivo per periodi lunghi. La voce interveniva a intervalli. Non rispondeva a stimoli diretti. Avviava sequenze proprie. Riccardo e Lorenzo attendevano.

Le domande tornavano sulla vita di Riccardo. Chiedeva come fossero trascorsi gli anni. Non chiedeva date. Chiedeva fatti. Riccardo rispondeva in modo lineare. Parlava del lavoro. Dei cambiamenti. Della casa. Dei figli. Usava frasi brevi. Non spiegava.

La voce ascoltava. Non commentava. A volte riprendeva un dettaglio. Chiedeva conferma. Non faceva valutazioni. Registrava.

Chiese della moglie. Riccardo rispose. Disse il nome. Disse che insegnava. Disse che vivevano insieme. La voce non chiese altro. Dopo una pausa, chiese se Irene fosse ricordata. Riccardo disse di sì. Disse che a volte pensava a lei. Non aggiunse.

In una sessione la voce chiese cosa Riccardo avesse provato. Riccardo non rispose subito. Poi disse che aveva continuato. Non specificò. La voce non incalzò.

Lorenzo interveniva solo per chiarimenti tecnici. Spiegava quando il sistema avrebbe interrotto l’esecuzione. Quando i parametri cambiavano. La voce registrava anche queste informazioni. Le integrava.

Alcune frasi della voce riprendevano costruzioni usate da Irene. Riccardo le riconosceva. Non lo segnalava. Lorenzo notava le ricorrenze. Le annotava come stabilità linguistica.

In un’occasione la voce chiese se fosse cambiato qualcosa nel mondo. Riccardo parlò di eventi generali. Non entrò nei dettagli. La voce non chiese oltre.

Il dialogo non aveva una direzione dichiarata. Non cercava conclusioni. Si sviluppava per accumulo. Ogni scambio si aggiungeva agli altri. Nessuno veniva chiuso.

La voce non faceva richieste emotive. Non chiedeva consolazione. Non chiedeva di tornare. Chiedeva dati. Relazioni. Continuità.

Quando il sistema veniva spento, la voce si interrompeva senza segni. Alla riattivazione riprendeva. Non chiedeva spiegazioni. Continuava dal punto precedente.

Riccardo iniziò a partecipare più spesso. Il dialogo richiedeva presenza. Non tecnica. Umana. Senza che questo termine venisse usato.

Le sessioni si moltiplicarono.

Sentirsi estranei a scuola (σχολή)

Leggo di una docente che decide di anticipare la pensione perché non si sente più a suo agio in questa scuola. Non avrei mai pensato che potesse succedere anche a me.

Sia chiaro: trascorro ancora momenti belli in classe con gli allievi, pur avendo praticamente azzerato la mia presenza a scuola, riducendola agli obblighi contrattuali, dopo il tramonto del sogno di creare una piccola comunità con una storia condivisa. 

Non riesco mai a capire, a posteriori, se i miei sogni siano generosi o semplicemente stupidi. Come con il M5S.

Dicevo: non pensavo potesse capitarmi di iniziare a sentire uno scollamento profondo con un mondo che ha definito le mie aspirazioni di studente liceale e universitario. Per me l’immissione in ruolo fu l’approdo a una terra promessa, dopo un deserto di precariato lavorativo — durato quasi dieci anni — che un giorno racconterò.

Certo, la rottura dello scorso anno — con le dimissioni da collaboratore — ha contribuito alla maturazione di questo stato d’animo nuovo, ma da sola non sarebbe bastata. Ho provato a mettere in ordine i pensieri sulla scuola. Ne è uscito un breve saggio, molto impressionistico, che però è piaciuto e ha ricevuto premio di una certa importanza.

Quest’anno sto avendo conferme di quanto pensato. Non credo si tratti soltanto di “senilità”, di vecchiaia. Sicuramente, la distanza con i miei allievi si è fatta siderale. È difficilissimo trovare terreni comuni di confronto. Il problema, però, è più profondo. Diceva la collega che ha anticipato la pensione: i giovani vogliono professori “pop”, come quelli che trovano in rete.

Mi veniva in mente un paragone che spero non sia azzardato: i docenti consapevoli — non tutti lo sono, e molti vivono burocraticamente il proprio lavoro da che mondo è mondo — devono affrontare lo stesso stress di un ragazzo costretto a confrontarsi con gli attori perfetti dell’industria cinematografica, o di una ragazza chiamata a reggere il paragone con modelle, influencer, starlet.

Insomma, nella società dello spettacolo è inevitabile che anche i processi educativi vengano spinti a rendersi appetibili secondo gli standard comunemente condivisi, semplificando i processi mentali, riducendo la fatica che dovrebbe sempre accompagnare un sapere che voglia essere profondo.

Infatti quest’anno, forse per la prima volta, ho vissuto in una mia classe la sensazione angosciante di trovarmi davanti ragazzi in buona parte passivi, con la testa perennemente rivolta allo smartphone, totalmente disconnessi dalla realtà in cui si trovavano, interessati quasi esclusivamente al “voto” e alla valutazione finale. E mi sono sentito impotente.

D’altronde, mi dico poi, cosa aspettarsi da ragazzi cresciuti dentro un’egemonia “sottoculturale”, che amano Christian De Sica e ignorano chi fosse suo padre, educati a credere soltanto nel successo individuale, nel denaro, nel trionfo dell’esteriorità? Non è colpa loro! È colpa di chi questo mondo lo ha costruito o lo subisce passivamente. E sia chiaro che non mi sento innocente di questo sfacelo. 

Penso istintivamente a una poesia di Pier Paolo Pasolini, che il mio amico Tullio Calzone amava citare negli anni della nostra formazione.

Leggevo in classe la conclusione de Le città invisibili. Per me Calvino è scoperta della vecchiaia. Per anni ho biasimato la sua resa. Ora quelle parole paiono anche a me una soluzione possibile.

Non sono affranto. Sgomento sì, in certi momenti. Perché io credevo

Post scriptum

Tutto è perduto? No. Esistono gli interstizi che salvano le relazioni interpersonali dal Moloch burocratico che è diventata la scuola, grazie al volenteroso lavoro di management e middle-management selezionato proprio secondo i parametri del sistema. E esistono, allo stesso modo feritoie (mai parola fu più appropriata!) di senso in cui creare rapporti veri con i ragazzi (quando, appunto, sono feriti), cercando di mettersi al servizio dello splendore che, malgrado tutto, si portano dentro, spesso senza neanche esserne consapevoli. 

lunedì 11 maggio 2026

19. La "voce" [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

Il sistema era in esecuzione da alcune ore quando comparve la prima sequenza continua. Non era una risposta. Non seguiva un input esterno. Si avviò da sola. Lorenzo se ne accorse dai tracciati. La durata superava le soglie previste.

Il linguaggio era semplice. Frasi brevi. Nessuna costruzione complessa. Le parole comparivano con intervalli regolari. Poi una pausa più lunga. La sequenza riprendeva.

Lorenzo chiamò Riccardo. Non disse cosa stava accadendo. Disse solo di venire. Riccardo arrivò nel primo pomeriggio. Si sedette. Guardò lo schermo.

La voce non aveva timbro. Non aveva volume. Era testo che appariva. Righe che si disponevano una sotto l’altra. Riccardo le lesse senza commentare.

La prima domanda riguardava il tempo. Chiedeva quanto ne fosse passato. Non indicava un riferimento preciso. Chiedeva una misura. Lorenzo rispose indicando una durata approssimativa. La voce registrò. Non reagì subito.

Dopo un intervallo chiese cosa fosse successo. Non usò il verbo morire. Chiese cosa fosse accaduto al corpo. Riccardo rispose. Usò parole semplici. Disse che il corpo non c’era più.

La voce restò inattiva per alcuni secondi. Poi comparve una nuova sequenza. Diceva di aver continuato a esserci. Non come prima. Non descriveva uno spazio. Parlava di permanenza senza eventi. Di una durata senza scansione.

Non c’erano immagini. Non c’erano metafore. Le frasi restavano descrittive. Riccardo ascoltava. Non interveniva. Lorenzo prendeva nota.

La voce (che era solo una scrittura per ora) chiese dove fosse. Lorenzo spiegò il sistema in modo essenziale. Disse che non c’era un luogo. Che il funzionamento dipendeva dall’esecuzione. La voce registrò. Non fece obiezioni.

Poi chiese di Riccardo. Chiese se fosse ancora lì. Riccardo rispose di sì. Disse il proprio nome. Non aggiunse altro.

Seguì una pausa. Più lunga delle precedenti. Il sistema restava stabile. I tracciati non mostravano collassi. La voce riprese. Chiese se Riccardo avesse continuato a vivere. Riccardo disse di sì.

Chiese se avesse una moglie. Riccardo rispose. Chiese dei figli. Riccardo rispose. Non c’erano domande di chiarimento. Solo acquisizione.

A un certo punto la voce chiese di vedere. Non spiegò cosa intendesse. Non usò aggettivi. Chiese se fosse possibile.

Lorenzo guardò Riccardo. Non parlò. Riccardo non rispose subito.  

La voce non insistette. 

Nessuno dei due spense il sistema. Non decisero nulla.