1. Una guida onesta non dice: «sanerò la tua ferita». Dice: «desidera». Guardarsi e non giudicarsi: riconoscere dentro di sé una forza potenzialmente illimitata, la forza che genera i mondi. Quando si esaurisce il desiderio, finisce anche la poesia: lo sguardo aperto sulla bellezza, la contemplazione, la gioia della musica e del canto, l’abbandono estatico. Anche Gesù aveva desideri ardenti: sono un talento, da indirizzare bene.
2. I bilanci tracciati nello scoramento sono quasi sempre eccessivi: allo scoramento segue sempre una ripresa di iniziativa e di entusiasmo. Non essere indulgenti con se stessi, ma saper vedere il buono che c’è nella propria vita, anche ciò che va avanti malgrado noi. I mostri sono dentro di noi; eppure si può essere pieni di speranza. Di che cosa avere paura? La ruota della fortuna gira.
3. Smettere di invocare sempre la sopravvivenza quotidiana: molte iniziative hanno un semplice intento dilatorio. Bisogna invece accelerare i processi decisivi, imparare a riconoscere le priorità, rimettere ordine nella vita con rigore e disciplina. E tornare alle domande essenziali: chi sono io, che cosa voglio essere, sono quello che voglio essere? Non dimenticare il domandare essenziale.
4. Si parla con Dio più nella lucida consapevolezza della propria totale, assoluta, irrimediabile debolezza che nei momenti di «eroismo». Il Signore ci ama proprio ora, proprio quando siamo più peccatori. A Lui chiedere soltanto la forza di riprendere a pregare, di iniziare a pregare: umanamente non c’è altro da chiedere.
5. Ci sono giorni difficili, in cui Dio chiama a esercitare la pazienza e l’umiltà: ricordare le parole di Francesco, «Signore, fammi strumento», e quelle di Cristo, «Sia fatta la tua volontà, non la mia». Se riusciamo a cancellare la nostra volontà, scopriamo miracolosamente la possibilità di restare lieti, malgrado le contrarietà. Le persone non sono buone o cattive in assoluto: ognuno di noi ha zone d’ombra che periodicamente riemergono.
6. Incontrare il Signore in modi diversi: nel silenzio e nel volto dell’altro, nell’Eucarestia e nel soffiare del vento; scoprire la bellezza dell’adorazione, parlargli e ascoltarlo. I doni ricevuti chiedono di diventarne degni con la propria vita: essere riconoscenti e generosi, capaci di servizio. A chi ha ricevuto molto, ogni meschinità sarà addebitata.
7. La bellezza è un valore assoluto, quando non diventa fine a se stessa. Anche una casa può essere una piccola opera d’arte, non diversa da una poesia: non una semplice abitazione, ma dimora, luogo di un abitare vero. L’architettura, che pareva la meno nobile delle arti, è una meravigliosa lotta con il tempo, nella consapevolezza della certa sconfitta: ciò che costruiamo con cura, fra cent’anni qualcuno lo smonterà con violenza; ciò che ci appare prezioso finirà in una cantina o nel fuoco, e il tavolino su cui ora si scrive sarà un pezzo di legno da ardere.
8. Quando tutto è in armonia, ogni cosa parla: la mente zampilla, e anche un rigo letto dà sollecitazioni. Il segreto è avviare cose che poi maturano nel tempo; ma l’inizio è uno sforzo scomposto, da compiere superando resistenze, come un trasloco. Un libro alla volta, molta disciplina: leggere multum, sed non multa. Il rischio è dissiparsi in infiniti, insignificanti, soffocanti rivoli.
9. Educare non è indottrinare: sarebbe facile riempire i ragazzi di slogan. È partecipare alla crescita di individui consapevoli, meglio se con idee diverse dalle nostre, ma capaci di giustificare le proprie scelte. Abbandonata l’adolescenziale speranza di trasformare il mondo da soli, resta il compito di fare bene il proprio lavoro, ogni giorno, crescendo come persone. Chi sa di agire bene non ha bisogno di gratificazioni: i frutti si vedono solo nella lunga durata. Fra dieci anni, forse, qualcuno dirà che quell’incontro lo ha spinto a certe scelte; ma non lo si fa per questo.
10. Siamo come un omino che cammina su un filo: appena persa l’attenzione, cade nelle fiamme gelide dell’inferno. Riprendere a vigilare, non demordere. E non credere che la sporcizia interiore sia impedimento alla preghiera: noi siamo sempre sporchi, sempre peccatori. Questo il senso della preghiera esicasta, che sfugge finché ci si chiede perché recitarla se non si è peccato: «Gesù Cristo, figlio di Davide, abbi pietà di me peccatore». I sacramenti non guariscono, e non devono farlo: solo la Grazia ci salva.











