martedì 28 aprile 2026

9. La visita [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

La visita durò più del previsto. Irene entrò da sola. Riccardo rimase fuori. Seduto. Aveva lasciato il cappotto piegato sulle ginocchia. Guardava le persone passare. Alcune parlavano a voce bassa. Altre fissavano il vuoto. Qualcuno entrava. Qualcuno usciva. Il tempo si allungava senza misura precisa. Non c’era un orologio visibile.

Riccardo cambiò posizione più volte. Incrociò le mani. Le sciolse. Guardò il telefono. Non c’erano messaggi. Rimase seduto. Il corridoio era sempre uguale. Stesso colore. Stesse sedie. La porta dello studio restava chiusa.

Provò a contare i passaggi. Persone che si alzavano. Nomi pronunciati. Porte che si aprivano. Non mantenne la sequenza. La perse dopo pochi minuti. Riprese a guardare davanti a sé.

Una donna si sedette accanto a lui. Appoggiò una borsa ai piedi. Non parlarono. Dopo un tempo indefinito fu chiamata. Si alzò. Lasciò la sedia libera. Lo spazio tornò identico.

Riccardo spostò il cappotto. Lo piegò di nuovo. Controllò il telefono. Nessuna notifica. Lo rimise in tasca. Appoggiò i gomiti sulle ginocchia. Le mani davanti al viso. Rimase così.

La porta si aprì una volta. Non era Irene. Si richiuse. Il corridoio riprese il suo ritmo minimo. Un rumore distante. Passi che non si fermavano. Voci basse.

Il tempo non forniva segnali. Non indicava avanzamenti. Restava sospeso tra un gesto e l’altro. Riccardo rimase seduto. Aspettò.

Quando la porta si aprì di nuovo, Irene uscì. Si fermò un istante sulla soglia. Riccardo si alzò. La guardò. Non chiese.

Lei aveva un foglio in mano. Lo teneva senza guardarlo. Fece pochi passi. Riccardo prese il cappotto. Le si avvicinò. Uscirono insieme nel corridoio. La porta si chiuse alle loro spalle.

Non dissero nulla. Camminarono fino all’uscita. Il tempo riprese a scorrere secondo i passi.

Quando Irene uscì, il medico la seguì fino alla porta. Disse poche frasi. Indicò un corridoio laterale. Propose altri esami. Parlava con tono regolare. Non alzava la voce. Non la abbassava. Irene ascoltava. Chiedeva chiarimenti su parole precise. Non prendeva appunti. Riccardo restava un passo indietro. Guardava le mani del medico mentre parlava.

Il corridoio laterale era più stretto. Porte numerate. Un carrello fermo contro il muro. Un’infermiera passò senza fermarsi. Il medico indicò una stanza. Consegnò un foglio. Irene lo prese. Lo piegò una volta. Lo tenne tra le dita. Il medico concluse. Tornò indietro. La porta si richiuse.

Uscirono dall’edificio. Si fermarono sul marciapiede. Irene aprì il foglio. Lo lesse in silenzio. Riccardo guardava il traffico. Lei richiuse il foglio. Lo rimise in tasca. Ripresero a camminare.


lunedì 27 aprile 2026

Il fuoco purifica ogni cosa [𝓇𝒶𝒸𝒸ℴ𝓃𝓉𝒾]



Il fumo denso pizzicava gli occhi, offuscando i contorni, ma non abbastanza da nascondere la scena. Un’acre nube nera si addensava, soffocando l’aria, mescolandosi al ferro pesante del sangue e all’odore dolciastro della carne bruciata che iniziava a salire dalle profondità dell’appartamento. Un corpo giaceva scomposto nel corridoio, un mucchio informe di vestiti e membra contorte. Il cranio fracassato, la gola un’apertura scarlatta. Un danno collaterale. Poco oltre, un’altra macchia scura sul pavimento. Non si può fare una frittata senza rompere le uova.

L’uomo ansimava, il suo respiro un sibilo rauco. Non era affanno, non era paura. Era una fase di purificazione. Un rituale. Il suo corpo non sentiva la stanchezza, solo una tensione sottile, un’energia fredda e calcolatrice. Il coltello a lama lunga gli pesava ancora in mano, la lama sporca e lucida che rifletteva fiocamente i bagliori rossastri dell’incendio che iniziava a divampare. La spranga, invece, era stata lasciata cadere in un angolo, il suo peso non più necessario, il suo compito assolto.

Aveva ripulito. Aveva purificato. Era questa la parola che continuava a ronzargli in testa, a mo’ di mantra, proveniente da una voce interiore che per troppo tempo era stata soffocata. Per anni, aveva sopportato. Quei rumori incessanti, assordanti, capaci di trapanare il cranio. Quelle intrusioni nella quiete, negli spazi, nel mondo così meticolosamente costruito e difeso. Quella sporcizia morale che sentiva impregnare le pareti, portata da presenze sgradite, da vite che considerava indegne di abitare la sua stessa aria. Ora era finita. Tutti i tormenti, tutte le piccole e grandi umiliazioni percepite, tutte le notti insonni passate a rimuginare sul “troppo è troppo”.

E la sua mente, per un attimo, assaporò una rigenerante sensazione di giustizia. Non la giustizia delle leggi o della morale comune ma la sua, privata, assoluta: il debito saldato con sangue e fuoco. Una strana pace, mai sperimentata negli ultimi anni, gli avvolgeva i sensi, una quiete che solo l’annientamento totale di ciò che detestava poteva offrirgli. Era come se, in quel momento, avesse finalmente riportato l’ordine in un mondo impazzito, architetto della distruzione che aveva rimesso a posto ogni cosa.

* * *

Il racconto integrale, ispirato al delitto di Erba, si può leggere in Fattacci.





8. Cambiamenti [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]


Riccardo notò alcuni cambiamenti. Non li organizzò in un quadro. Osservava singoli dettagli. Il modo in cui Irene appoggiava gli oggetti. Il tempo necessario per rispondere. La frequenza dei silenzi. Non formulò una domanda.
Un pomeriggio tornò a casa prima. Non avvisò. Si sdraiò sul divano. Non dormì. Guardò il soffitto. Seguì una crepa per qualche minuto. Riccardo arrivò più tardi. La trovò così. Le chiese se stesse bene. Irene rispose di sì. Non aggiunse altro. Riccardo non fece domande.
Cominciò a dimenticare piccoli oggetti. Le chiavi. Il telefono. Una volta tornò indietro due volte. Non fece commenti. Riccardo li notava. Non li segnalava. Li lasciava dove li trovava.
Una sera, mentre cucinava, si fermò. Appoggiò le mani al tavolo. Restò ferma. Riccardo le chiese se volesse sedersi. Irene scosse la testa. Riprese. Finì la cena. Mangiarono in silenzio. I piatti rimasero nel lavello più a lungo del solito.
A volte Irene si addormentava sul divano. Con la luce accesa. Riccardo la svegliava piano. Le diceva di andare a letto. Irene si alzava. Non protestava. Camminava lentamente. Come se misurasse i passi.
Decisero di fissare una visita. Non fu una decisione solenne. Non venne annunciata. Fu detta a metà frase. Irene stava parlando d’altro. Poi disse che forse era il caso. Propose una data. Riccardo annuì. Segnò sul telefono. Nessuno dei due commentò.
Fino a quel momento nulla era stato nominato. Nessuna parola specifica. Nessuna ipotesi. Le giornate continuavano. Il lavoro occupava ancora spazio. Le abitudini reggevano. Solo alcune si assottigliavano. Altre cadevano senza rumore.
La riduzione non seguiva un ordine. Alcuni gesti restavano intatti. Altri si interrompevano e non venivano ripresi. Le giornate mantenevano una struttura riconoscibile. Le durate cambiavano. Gli intervalli si allargavano.
L’appuntamento arrivò. Uscirono insieme. Camminarono verso l’ospedale. Non parlarono molto. Attraversarono le stesse strade di sempre. L’edificio era quello conosciuto. Lo avevano già attraversato per altri motivi. Entrarono. Attesero. Irene guardava davanti a sé. Riccardo controllava l’orologio. Nessuno dei due disse nulla che non fosse necessario.
La sala d’attesa era quasi piena. Sedie disposte in file. Un televisore acceso senza volume. Numeri che comparivano su un display. Irene si sedette. Appoggiò le mani sulle ginocchia. Rimase ferma. Riccardo si sedette accanto. Le ginocchia rivolte in avanti. Le mani intrecciate.
Il tempo non era misurato. Si articolava in chiamate. In movimenti minimi. Una porta che si apriva. Un nome pronunciato. Passi nel corridoio. Poi di nuovo attesa.
Vissero insieme quel tempo strano, quell’interregno tra due vite completamente diverse: un prima che ci dà sempre l’illusione dell’eternità e un dopo che vive sotto lo scacco del tempo scarso. In mezzo una catastrofe che non ci aspettiamo mai, quasi che la natura avesse dotato l’uomo dello speciale potere di dimenticare la sua fragilità per consentire che pianifichi il futuro. Come se dovesse vivere per sempre. 


domenica 26 aprile 2026

7. Prime avvisaglie [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

Irene cominciò a stancarsi prima del solito. Non lo notò subito. Le giornate restavano piene. Le lezioni si tenevano. I ricevimenti continuavano. Preparava le lezioni la sera. Rileggeva i testi. Scriveva appunti brevi. Tutto sembrava procedere.

Solo alla sera, rientrando, si sedeva senza togliersi il cappotto. Restava così per qualche minuto. Non faceva nulla. Guardava davanti a sé. Poi si alzava. Appoggiava la borsa. Andava in cucina. Riprendeva.

Il gesto si ripeté. Non ogni giorno. Abbastanza spesso da diventare riconoscibile. Non lo registrò come un cambiamento. Rimase un passaggio tra due fasi. Entrare. Fermarsi. Riprendere.

Saltò una lezione. Avvisò via mail. Scrisse poche righe. Nessuna spiegazione. Nessuna formula di scuse. Tornò in aula la settimana dopo. Riprese dal punto in cui aveva interrotto. Gli studenti non chiesero nulla. Lei nemmeno.

La preparazione richiese più tempo. Le pagine scorrevano più lentamente. Tornava sugli stessi passaggi. Segnava meno. Alcuni appunti restavano incompleti. Non li rivedeva.

Ridusse i ricevimenti. Spostò alcuni incontri. Ne cancellò altri. Usò frasi brevi. Comunicazioni essenziali. Non aprì conversazioni.

A casa lasciava oggetti nei punti di passaggio. La borsa su una sedia. Il cappotto sul tavolo. Un libro aperto senza segnalibro. Tornava a prenderli dopo. Non sempre nello stesso giorno.

Riccardo osservò la sequenza. Non la interruppe. Si adattò ai tempi. Anticipò alcuni gesti. Preparò la cena prima. Lasciò spazio sul tavolo. Non chiese.

La stanchezza non si dichiarava. Si distribuiva nella giornata. Modificava la durata delle azioni. Non impediva. Riduceva.

Cominciò a rimandare visite. Esami di controllo fissati da tempo. Appuntamenti presi e poi spostati. Diceva che non era il momento. Diceva che aveva altro. Riccardo ascoltava. Non insisteva. Annotava mentalmente le date mancate. Non le ricordava ad alta voce.

Il corpo cambiava in modo poco evidente. Dimagrì lentamente. I vestiti cadevano in modo diverso. Il viso perse tono. Niente di netto. Nessun segno che imponesse attenzione. Chi la vedeva ogni giorno non se ne accorgeva. Chi la incontrava di rado faceva un commento rapido. Diceva che sembrava stanca. Irene annuiva. Cambiava argomento.

Non controllava. Non cercava conferme. Lo specchio restava uno strumento occasionale. L’immagine rimaneva compatibile con quella di prima. Le variazioni non si imponevano. Restavano distribuite, senza un punto che le rendesse evidenti.

In aula restava in piedi meno a lungo. Si sedeva dietro la cattedra. Continuava a leggere. Apriva il libro. Seguiva il testo con il dito. La voce era la stessa. Solo più bassa. Non cercava di compensare. Quando doveva interrompersi, lo faceva senza spiegazioni. Riprendeva poco dopo.

Gli studenti registravano la variazione senza formularla. Il ritmo della lezione cambiava. Le pause diventavano più frequenti. Nessuno le commentava. Si adattavano. Scrivevano, aspettavano, riprendevano insieme a lei.

Irene ridusse gli spostamenti. Evitava le scale quando possibile. Portava con sé meno cose. Il tempo tra un’attività e l’altra si allungava. Non lo misurava. Si adeguava.

La sera rientrava prima. Si fermava nel soggiorno, senza accendere subito le luci. Restava seduta. Le mani ferme. Non cercava distrazioni. Non leggeva. Non usava il telefono.


Segnali di vita [TᖇᗩᑕᑕE ᗪI ᑕᗩᗰᗰIᑎO]

 

Nel quarto tempo della mia vita, alla soglia dei sessant’anni, malgrado la sopravvivenza di ampie zone infantili e adolescenti nella mia psiche, ritengo di aver maturato non tanto certezze teoretiche, rispetto alle quali, al contrario, ho imparato a sospendere il giudizio, quanto quelle che Kant considererebbe indicazioni pratiche della ragione che guidano il mio agire.

La più importante tra esse è che la vita, nella sua interezza, è una “macchina di senso”.

Cerco di spiegarmi.

Credo che sia possibile dividere l’umanità in due grandi famiglie “filosofiche”: coloro che ritengono il mondo privo di senso, congerie casuale di accadimenti, figli legittimi di Democrito ed Epicuro, e chi, invece, ritiene il mondo dotato di sensatezza e scopo.

Io appartengo, al principio dell’ultima stagione della mia vita, a questa seconda famiglia, dopo essermi sentito a lungo parte della prima.

Come indirizza tale appartenenza il nostro agire? Conferendo “significato” ad ogni accadimento. Si badi: credere nel “senso” non significa ritenere che tutto sia predestinato. Niente di più lontano dall’idea di necessità. Significa, invece, che ad ogni vicenda che ci capita siamo chiamati ad interpretare come se tale vicenda fosse un’indicazione stradale, chiedendoci: «Che cosa mi sta dicendo la vita? Dove vuole che mi diriga?». Non c’è un esito prestabilito: qui interviene la nostra libera scelta.

È possibile, dunque, rivedere ex post tutti gli snodi fondamentali della nostra esistenza alla luce delle scelte che abbiamo fatto rispetto a quanto ci è accaduto.

Si può dare senso a tutto? Non lo so… Non so se quanto ho elaborato in questi anni reggerebbe ad una catastrofe estrema. In ogni caso, è evidente che tale “fede” presuppone che questa vita sia solo un segmento, e non necessariamente il più significativo, di un’esistenza più ampia e misteriosa, rispetto a cui anche “catastrofi” spaventose, lutti inauditi potrebbero assumere un senso.

* * *

Il disegno è mio, risalente al 1983 e probabilmente legato al viaggio in Sardegna. La colorazione è artificiale.

pandemia [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]

 

Marco aveva cinquantatré anni nei giorni in cui il mondo, all’improvviso, sembrò arrestarsi. Le strade deserte, il silenzio innaturale delle città, l’eco inquieta delle sirene che attraversavano la notte. Ma soprattutto il senso di attesa e impotenza che si impadronì di tutti. Come un tempo dilatato all’inverosimile, in cui ogni gesto – anche il più semplice, come toccarsi il volto o aprire una finestra – sembrava carico di un’intensità nuova, drammatica.

Si era chiuso in casa con la famiglia, seguendo con diligenza ogni direttiva, ogni ordinanza. Aveva disinfettato le maniglie, evitato le uscite, controllato compulsivamente le scorte in dispensa. Ma dentro, qualcosa si agitava. Non era solo la paura – per sé, per gli altri, – ma un senso più profondo di smarrimento, come se quel virus avesse scrostato la patina delle abitudini, rivelando sotto una nudità spirituale che da tempo cercava di ignorare.

Non si trattava solo di affrontare l’emergenza sanitaria, ma di guardare in faccia il vuoto che la frenesia dei giorni aveva sempre coperto. Ogni rumore sembrava amplificato. Ogni silenzio, una domanda. Ogni giorno, un altare improvvisato per sacrificare il proprio orgoglio, le proprie certezze, il proprio tempo. La casa diventò una cella e un santuario, un luogo di costrizione ma anche di rivelazione. La routine crollata, gli orari stravolti, le pareti come specchi che riflettevano la verità: non eravamo pronti. Non lo eravamo mai stati.

Eppure, in quella sospensione surreale, iniziò anche una metamorfosi. Marco tornò a guardare le cose lente, essenziali: la luce che filtrava al mattino tra le tende, la voce di sua figlia che leggeva ad alta voce, la preghiera recitata insieme, ogni sera, con voce incerta. Fu un ritorno all’essenziale.

Anche la scuola si era fermata. O meglio: era passata sullo schermo. Le videolezioni, i registri elettronici, le circolari continue — come se bastasse mantenere in vita l’apparato burocratico per poter dire che tutto era sotto controllo. Marco si era adattato in fretta, da bravo insegnante coscienzioso: microfono, connessione, sfondo neutro, condivisione dello schermo. Ma dietro quello sforzo organizzativo, dietro l’efficienza apparente, vedeva altro. Vedeva volti stanchi, spesso oscurati. Vedeva lo sguardo perso dei ragazzi, quando c’era. Sentiva l’imbarazzo del silenzio che si prolungava dopo ogni domanda. E capiva che non era solo stanchezza: era smarrimento. Era solitudine.

C’erano studenti che seguivano le lezioni dal letto, altri che restavano zitti per ore, col microfono disattivato, immersi in chissà quali pensieri. C’era chi non accendeva mai la videocamera, e chi la spegneva di colpo, come per fuggire. Marco intuiva dietro ogni gesto un grido non espresso. Il disagio di chi non aveva una stanza propria, di chi divideva un unico dispositivo con fratelli e genitori, di chi viveva in case piccole, piene di rumori e di tensione.

E si accorse, per la prima volta con tale chiarezza, che la scuola non era solo trasmissione di contenuti ma una trama invisibile fatta di gesti, di sguardi, di presenze. Era un corpo collettivo, una comunità viva, che aveva bisogno di vicinanza, di contatto, di respiro. E ora quel corpo era stato smembrato, disperso in tante isole solitarie.

Ogni mattina, davanti allo schermo, Marco si sentiva un attore in un teatro vuoto. Continuava a parlare, a spiegare, a fare il suo dovere. Dentro avvertiva un’inadeguatezza radicale. Come se ogni parola detta online avesse perso una parte del suo peso specifico. L’aula vera, con i suoi rumori, i suoi odori, le sue irregolarità, gli mancava come un organo amputato. E con essa, gli mancavano anche gli imprevisti, gli occhi che si illuminano, i silenzi carichi, le domande improvvise. Tutto ciò che rende viva la scuola.

sabato 25 aprile 2026

06. Senza forma [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

La domenica uscivano. Camminavano. Facevano la spesa. Sceglievano sempre lo stesso mercato. Conoscevano i banchi. Non parlavano con i venditori. Compravano ciò che serviva. Niente di più. Tornavano a casa. Sistemavano. Il pomeriggio passava senza programma.

A volte uno leggeva. L’altro faceva altro. Stavano nella stessa stanza. Non interagivano. La presenza non richiedeva scambi continui. Bastava che l’altro fosse lì.

Non avevano rituali evidenti. Nessun giorno dedicato. Nessuna abitudine dichiarata. Le cose accadevano perché erano già iniziate. Quando qualcosa cambiava, il cambiamento restava implicito. Non veniva discusso subito. A volte non veniva discusso affatto.

Dormivano nello stesso letto. Condividevano lo spazio. Non parlavano prima di addormentarsi. A volte Irene leggeva. Riccardo spegneva la luce. Il silenzio non aveva funzione. Non serviva a chiarire. Restava. Era parte dell’assetto.

Le discussioni erano rare. Quando avvenivano, riguardavano dettagli. Un appuntamento mancato. Un oggetto spostato. Un orario cambiato senza dirlo. Non si allargavano. Si chiudevano da sole. Nessuno teneva il conto. Nessuno tornava sopra.

La loro relazione non aveva una forma dichiarata. Non veniva definita. Era una pratica. Giorni che si susseguivano. Presenze che si sovrapponevano. L’effetto emergeva nel tempo. Non in un momento preciso.

Non c’era stato un passaggio riconoscibile. Nessuna decisione isolabile. Nessun gesto che potesse essere indicato come origine. Le abitudini avevano preso il posto delle intenzioni. Le giornate avevano costruito una continuità che non chiedeva conferme.

Quando qualcuno chiedeva da quanto stessero insieme, rispondevano in modo vago. Non per difesa. La risposta non era pronta. La relazione non era iniziata in un punto netto. Non aveva un prima chiaro. Continuava. Questo bastava.

Le domande restavano spesso senza sviluppo. Non venivano riprese tra loro. Non si trasformavano in conversazioni. Rimanevano esterne, come se riguardassero un oggetto che non avevano mai deciso di nominare.

Si vedevano ogni giorno, oppure quasi. Condividevano orari, spostamenti, pause. Alcuni gesti si erano stabilizzati. Preparare il caffè, lasciare una luce accesa, occupare sempre lo stesso lato del tavolo. Non erano segni intenzionali. Si ripetevano.

Non avevano stabilito cosa aspettarsi. Non avevano escluso alternative. Non avevano definito limiti. La relazione non si fondava su accordi espliciti. Si reggeva sulla continuità delle presenze.

Quando uno dei due si assentava, la casa cambiava ritmo. Non in modo evidente. Le stanze rimanevano le stesse. Gli oggetti non si spostavano. Mancava una sequenza di gesti. Si avvertiva nella durata delle cose, nei tempi morti, nella mancanza di alcune azioni.

Il caffè restava nella moka più a lungo. Nessuno lo versava subito. La tazza rimaneva pulita nel pensile. Il tavolo non veniva liberato alla stessa ora. I piatti si accumulavano senza ordine. Non era disordine. Era una sospensione.

La luce si accendeva più tardi. A volte non veniva accesa affatto. Una stanza restava in ombra. Non per scelta. Per omissione. Le porte restavano aperte o chiuse senza un criterio riconoscibile.

Chi restava in casa occupava meno spazio. Usava meno oggetti. Si spostava lungo percorsi ridotti. Alcuni gesti venivano tralasciati. Non per decisione. Non si presentavano.

Il letto rimaneva metà vuoto. Le coperte non venivano sistemate allo stesso modo. Un lato restava intatto. L’altro veniva rifatto senza precisione. La differenza non veniva corretta.

Quando l’altro tornava, la sequenza riprendeva. Non tutta insieme. Alcuni gesti tornavano subito. Altri dopo. Non c’era un momento di riallineamento. La continuità si ricostruiva per gradi.


morte [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]

 

Marco aveva ventitré anni quando sua madre morì.

Quattro anni di malattia, di speranze a scadenza, di silenzi sgretolati nei corridoi d’ospedale. Ogni visita era un esercizio di finzione: parlare di cose lievi, fingere che tutto potesse tornare normale, mentre il corpo si piegava, la voce si faceva sottile come carta velina, e gli occhi – quegli occhi sempre vigili – cominciavano a spegnersi lentamente, come lumi lasciati al vento.

Era morta di notte, in un reparto dove l’aria sapeva di disinfettante e di resa. Marco era arrivato mezz’ora dopo. L’avevano chiamato sul telefono fisso, la voce di una caposala gentile, allenata a comunicare la morte senza ferire troppo. “Ci dispiace… è successo poco fa…” Non c’era più niente da dire, eppure continuava a parlare dentro di sé.

La salma era stata già portata giù, nella camera mortuaria. Lì Marco la guardò per l’ultima volta. Il viso scavato ma sereno, le mani composte come in una preghiera senza parole. Nessun grido. Solo quel nodo fermo tra gola e petto. Non toccò il corpo. Rimase a distanza, come si fa con ciò che fa troppo male. Si sentiva al tempo stesso orfano e colpevole. Le ultime settimane era andato meno, preso dagli esami, dalla stanchezza, dalla paura. Ora avrebbe dato qualsiasi cosa per sedersi ancora accanto a lei, anche in silenzio.

Uscì dall’ospedale che era ancora buio. Il padre non parlava. Nessuno parlava. In macchina, durante il viaggio verso casa, Marco fissava il finestrino: i fanali riflessi nei vetri, le case addormentate, i crocifissi accesi nei tabacchi. Si sentiva svuotato, come se il lutto fosse una pioggia sottile che non riusciva a bagnarlo davvero. Ogni tanto si chiedeva se stava reagendo “bene”. Ma cosa voleva dire, esattamente?

Il giorno del funerale la chiesa era piena. Troppa gente. Colleghi, ex allievi della madre, studenti, amici di famiglia. Alcuni erano arrivati da lontano, si erano presi un giorno di ferie, avevano portato fiori e parole accorate. C’erano quelli che l’avevano amata, sinceramente, e quelli che amavano solo l’idea di esserci. Marco li guardava entrare uno a uno, con sguardi bassi e volti contriti, e provava un senso crescente di vertigine.

Volti che non vedeva da anni, che ora piangevano come se le fossero stati accanto ogni giorno. Come se avessero condiviso le notti insonni, le visite in ospedale, i pomeriggi in cui lei non parlava più, ma ascoltava tutto con gli occhi. Quel cordoglio gli sembrava eccessivo, persino falso. Come se la morte avesse risvegliato in ognuno un bisogno personale di piangere, e sua madre fosse diventata il pretesto. Un modo per purificarsi, forse. Per lavarsi le mani in lacrime che non avevano conosciuto la pazienza, la fatica, la carne malata. Marco si sentiva invaso, usurpato. Avrebbe voluto gridare che il dolore non si condivide a caso, non si indossa come un abito da cerimonia. Avrebbe voluto dire: “Non è vostra. Non vi appartiene.” Ma taceva. Taceva e respirava piano, come per non scoppiare.

Durante la messa sedeva in prima fila, accanto al padre che sembrava una statua: immobile, lo sguardo perso in un punto imprecisato dell’altare. Marco lo osservava di sbieco, cercando un appiglio, un gesto di cedimento che lo aiutasse a sentirsi meno solo. Ma suo padre era una diga o forse una nave alla deriva.

Il sacerdote parlò a lungo. Pronunciò il nome della madre con solennità, elencò le sue virtù, la dedizione, la forza, la fede. Parlò del “dono della prova”, della “grazia nella sofferenza”. Disse che la sua era stata una vita “spesa per gli altri”. Marco annuiva, ma dentro di sé si contraeva. Sua madre era stata molte cose. Forte, sì. Ma anche fragile, arrabbiata, ironica, stanca, luminosa. Aveva avuto paura. Aveva amato la vita. Aveva anche pianto nel silenzio della cucina, quando pensava che nessuno la vedesse. Nessuna delle parole pronunciate bastava. Tutto suonava distante, scolorito.


venerdì 24 aprile 2026

L'odore del mondo [𝓇𝒶𝒸𝒸ℴ𝓃𝓉𝒾]

 

Aprì il sacchetto con i denti perché le dita tremavano. Tirò fuori un panino avvolto nella carta lucida e lo spezzò in due. Una metà se la infilò in tasca, l’altra la appoggiò sul muretto, vicino all’erba bassa che cresce ai piedi dell’Arco. Il pane sapeva di lievito acido.

Non passava quasi nessuno a quell’ora. Lui restò fermo con il sacchetto in mano e lo sguardo inchiodato alle venature del marmo. Fu colpito da una formella: l’imperatore con la mano tesa sopra la folla. Pensò che forse stava offrendo un’elemosina: a loro, ai piccoli in basso, scolpiti appena, le teste ovali, senza occhi. Un tempo lo sapeva di certo, perché qualcuno — nelle ore che a scuola non passavano mai — gliel’aveva spiegato. Ora, però, tutto si confondeva, come un vecchio film proiettato su un muro sporco con le figure che tremano e si dissolvono, di quelli che talvolta aveva visto nel suo quartiere di periferia in estate.

Aveva i capelli sporchi e un giubbotto grigio sformato. La barba gli pizzicava la gola quando inghiottiva.

La mensa della Caritas apriva a mezzogiorno. Fino ad allora camminava. Andava verso la chiesa. A volte entrava, quando trovava la porta socchiusa. Si sedeva in fondo, al buio. L’odore qui era diverso: polvere antica e calcare.

I colori erano quasi scomparsi: solo tracce di ocra e di rosso ferroso, un frammento d’azzurro che pareva muffa. Le figure, ridotte a silhouette, si sfaldavano nel calcare. Di un volto restava l’ombra del naso, di una mano il contorno incerto. Gli parve che anche lui, sotto quella volta corrosa, stesse scolorendo allo stesso modo: un affresco a cui la vita aveva tolto il colore. Alla fine resta il muro nudo, dopo che anche gli ultimi frammenti irrelati e insensati sono spariti.

La misericordia di Dio è infinita, ma ha una pessima memoria. Così gli venne da pensare.

Aveva smesso di chiedere carità ai passanti. In realtà non aveva mai cominciato. Sollevare la mano gli era parso innaturale, come fosse il vecchio con il cane di un film in bianco e nero visto da bambino in televisione. Preferiva, dunque, aspettare che i cestini dell’ortofrutta rilasciassero gli scarti, o passare tardi vicino ai distributori della stazione. Guardava i viaggiatori mettere le lattine nei cestini. Ma non frugava in pubblico. Aspettava che calasse la sera. Qualche anima generosa gli infilava in tasca cinque euro ogni tanto mentre era appisolato su una panchina sulle panchine prospicienti la Villa Comunale.  

Il corpo puzzava di alcool secco. Lo sapeva e cercava di stare all’aperto. A volte si fermava sotto i portici, ma l’odore lo seguiva, gli saliva dalle mani, dai vestiti, perfino dal respiro. Non c’era modo di lavarlo via. E poi le docce gli facevano paura: la puzza di piedi vecchi, il sapone condiviso, la condensa sugli specchi. La pelle nuda davanti a sconosciuti: un’umiliazione che non riusciva ancora a sopportare. Il vino gli aveva cambiato la pelle. Quando passava vicino a qualcuno, sentiva le persone scostarsi appena, un gesto minimo ma netto, come si fa con la sporcizia. Allora si allontanava anche lui, per evitare di leggere negli occhi degli altri la conferma di ciò che era diventato. Restava fuori, dove il vento mescolava gli odori e poteva illudersi di non avere più il suo.

La mattina seguente un addetto del Comune lavava con la lancia il marciapiede vicino all’arco. L’acqua sprigionava un odore di cloro e muffa che gli entrò nel naso. Gli ricordò il magazzino dei detersivi del supermercato dove aveva lavorato sei anni. Poi il conto andato fuori, il prelievo con la carta fino all’ultimo euro, la slot nel bar con la moquette appiccicosa. Quando tornava al lavoro con la testa piena di luci, sbagliava, perdeva le bolle.

Alla mensa, il profumo del sugo copriva tutto. L’ingresso sapeva di umido e detersivo economico. Si metteva in fila con gli altri. Nessuno parlava. Quando passava il vassoio gli venivano in mente le mense scolastiche dei figli.

(in Bestiario delle città nascoste, Calligrafe mappe di stile, 2026)


miracolo [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]

 

Marco aveva trentasette anni quando sua figlia venne alla luce. Non fu un parto normale né un inizio semplice. Ma fu l’inizio. O, forse, il compimento.

Erano mesi che viveva sospeso tra l’attesa e la preghiera. Ogni mattina si svegliava con un pensiero solo: resistere fino alla fine. Maria era a Roma da settimane, seguita da medici esperti e accompagnata da un’amica instancabile. Virginia, la figlia attesa, cresceva in un ventre già provato, fragile ma capace di miracolo. Marco, rimasto in città per lavorare, viveva come in una liturgia privata: lezioni, correzioni, messe del mattino, digiuni. E ogni sera, la preghiera. L’unico momento in cui riusciva davvero a tornare a sé.

Virginia venne al mondo con un cesareo programmato. Marco era lì. Aveva fatto in tempo a raggiungerle, arrivando con il cuore in gola e una preghiera silenziosa che non riusciva a mettere in parole. Era nel corridoio, con il camice verde e le mani umide, quando la voce dei medici si fece concitata. Un attimo prima, il silenzio teso dell’attesa. Un attimo dopo, il fragore trattenuto dell’allarme.

La bambina era nata. Ma qualcosa non andava.

La vita, così a lungo attesa, così tenacemente voluta, mostrò subito la sua ferita. Non ci fu tempo per la gioia né per la meraviglia. Solo sguardi gravi, movimenti rapidi, termini tecnici sussurrati. Una malformazione invisibile, sfuggita alle decine di ecografie, agli esami, alle speranze. Una fenditura nascosta nel tratto vitale tra bocca e stomaco. L’esofago di Virginia era interrotto. Non comunicava. Una diagnosi che Marco non aveva mai sentito pronunciare prima, ma che gli si incise nella memoria come un marchio.

Lo chiamarono davanti alla lastra. Il neonatologo, con tono fermo ma compassionevole, gli mostrò la radiografia. «Dovremo operare subito. È una condizione rara ma nota. Riusciamo a intervenire in tempo, ma…» — lasciò in sospeso la frase, come se non esistesse modo elegante di dire ci sono rischi, e non piccoli.

Marco ascoltava, ma era come se il suo corpo fosse altrove. Il cuore batteva a vuoto, la bocca era secca. In un attimo, si trovò proiettato in un mondo che non conosceva: fatto di incubatrici, aghi, termini medici, orari di visite, protocolli di terapia intensiva. E sopra tutto, la fragilità del corpo di sua figlia, così piccola, così immobile, così incredibilmente viva nel suo lottare silenzioso.

Quando vide Virginia per la prima volta, era stesa sotto una coperta termica, attaccata a tubi e monitor, gli occhi chiusi in uno stato che sembrava un sonno profondo. Non poteva toccarla. Poteva solo guardarla. E pregare.

Fu lì che capì cosa significava davvero essere padre: firmare un foglio che autorizzava un altro uomo ad aprire il corpo di tua figlia per salvarla, con tutti i rischi, i margini d’errore, le incognite che questo comportava. Era il primo gesto d’amore assoluto, il primo atto di una responsabilità che superava il linguaggio, il tempo, la paura.

E mentre lo firmava, con la mano che tremava e gli occhi che bruciavano, pensò: Signore, se mi hai chiamato a questo, aiutami a restare saldo. Fammi essere degno del dono che mi hai fatto.

Da quel momento, ogni gesto fu affidato alla scienza e alla grazia. Marco firmò il consenso per l’intervento — il primo gesto da padre, disse tra sé, mentre la mano tremava. Maria seppe la verità solo il giorno dopo. L’accettò con una serenità che Marco non avrebbe mai sospettato, e che riconobbe come fede.

La notte, solo, Marco pregava i salmi. Quelli dell’angoscia e della fiducia. “In te mi rifugio, Signore…”. Ogni parola diventava carne, ogni versetto un grido. Piangeva poco, ma dentro si sgretolava. Non era mai stato così padre. Non era mai stato così figlio. Ricordava la morte della propria madre, la caduta di suo padre nella malattia. Ora la prova toccava a lui: essere saldo, esserci. Non per sé. Ma per una figlia che ancora non conosceva la sua voce.


giovedì 23 aprile 2026

Il tiranno nel suo labirinto [𝓇𝒶𝒸𝒸ℴ𝓃𝓉𝒾]

 

Il soffitto è troppo alto, o forse sono io che mi sto rimpicciolendo per lasciare spazio a Loro. Le pareti trasudano il ronzio di mille orecchie incollate alla pietra. Non è una stanza, è un cranio. E io sono il pensiero che lo divora.

Il pavimento? Un groviglio di vene nere. Dicono siano mappe, ma io so la verità: sono i binari su cui scorre il disastro. Non indicano luoghi, perché i luoghi sono stati aboliti dalla mia onnipotenza. Indicano frequenze di collasso. Ogni linea è un nervo scoperto del mondo che io calpesto, avanti e indietro, per sentire il dolore delle province lontane sotto i miei talloni.

Sul tavolo – l’altare del mio delirio geometrico – ci sono i feticci. Ossa di santi morti per mano mia, vetri che hanno riflesso sguardi che ho spento, monete che non comprano nulla se non il silenzio. Li sposto. Un millimetro a sinistra e sento il crepitio delle ossa di un’intera generazione che si spezza oltre l’orizzonte. Mi hanno detto che funziona così. Chi me l’ha detto? Le voci che ho giustiziato? Forse.

Una pedina rossa cade. Sento l’odore della carne bruciata che sale dalle valli.

Due monete si toccano. Sento il freddo metallico dei pugnali che firmano la pace nelle schiene dei traditori.

Un osso a nord. Il ventre della terra si secca, le madri masticano terra, e io rido perché il mio gesto ha fame.

Un vetro rovesciato. La frontiera evapora. Non c’è più un "dentro" o un "fuori", c’è solo la mia mano che si estende all’infinito.

Non guardo fuori. Fuori è l’orrore dell’incoerenza. Io cerco la Continuità. Io sono l’unico punto fermo in un universo che vomita caos. Se le mie mani si fermassero, il sole cadrebbe come un frutto marcio.

A volte sento gli Occhi. Milioni di pupille che si schiudono nella polvere, nelle fessure del legno, sotto le mie unghie. Mi osservano, implorano un nesso causale. Vogliono un perché. Io gli do sequenze. Gli do il mio arbitrio travestito da destino. Ho creato sistemi e poi li ho trucidati. Le regole sono gabbie per i deboli; io preferisco la variazione assassina. Il mio errore è l’intenzione. Se sbaglio, è il mondo che ha fallito nel seguirmi.

Nella teca – la mia camera delle torture testuali – i fogli vibrano.

"Chi dispone le distanze dispone i corpi". Sì, lo sento! I corpi sono atomi che io allontano per non farli urlare troppo forte.

"La moltiplicazione degli effetti protegge la causa". Io sono la Causa Incognita. Se genero abbastanza dolore, abbastanza nebbia, abbastanza movimenti casuali, nessuno troverà mai il centro. Nessuno troverà me.

Cade la notte, ma la luce è un coltello fisso. Accelero. Le mie mani non sono più mie, sono ragni impazziti che tessono il nulla. Cerco il Punto Necessario, il punto in cui il mio respiro coincide con il battito del patibolo. Non c'è. Allora distruggo tutto.

Le pedine a terra. Il vuoto. Il tavolo è un deserto bianco che mi sfida. Se il mondo è una menzogna che io ho raccontato a me stesso, posso smettere di respirare e vederlo svanire. Ma no. Prendo il ferro. Incido il legno. Ferite. Tagli paralleli che non portano a nulla se non alla mia Volontà Pura. Carne di quercia che urla sotto la mia lama. Qualcosa, nel buio del continente, si è appena spezzato. Lo sento nel midollo.

Guardo le mie mani. Strumenti separati. Una si muove, l’altra finge di essere morta. C’è una resistenza. La chiamo Legge, ma è solo la mia stanchezza che si maschera da Dio.

Apro la teca, strappo i verbali del mio dominio. Il foglio cade come un’ala mozzata. Non succede nulla.

Esito. Un istante di terrore: e se fossi solo?

Ma l'esitazione è un parassita che schiaccio subito. Riprendo a disporre l’aria. Traccio geometrie invisibili nel vuoto. Se il mondo non c’è più, lo costringerò a esistere nel perimetro dei miei gesti paranoici.

Il potere non è possedere le cose, è eliminare ogni ostacolo tra il mio capriccio e la loro distruzione. La forma è tutto. Non ho bisogno della realtà. La realtà è un testimone scomodo che ho già provveduto a far sparire. Rimango io. La continuità. Il controllo. Il silenzio che preme contro le mie tempie, aspettando il prossimo, fatale, impercettibile movimento delle mie dita.


5. Vita comune [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

 
Vivevano nello stesso appartamento da alcuni anni. Non ricordavano più quando avevano deciso di farlo. All’inizio c’erano state due case. Poi una sola. Senza passaggi formali. La scelta non era stata discussa a lungo. Era accaduta. La casa era lì, disponibile, abbastanza vicina all’università, abbastanza vicina al laboratorio. Bastava.

Le stanze erano poche. Un soggiorno stretto, attraversato dalla luce solo in alcune ore del giorno. Una cucina separata, con un tavolo che non permetteva di sedersi uno di fronte all’altro senza spostare qualcosa. Una camera. Un bagno. L’arredo essenziale. Mobili presi in momenti diversi, senza un disegno. Nessun oggetto scelto insieme dall’inizio. Alcuni erano arrivati prima di Irene. Altri prima di Riccardo. Nessuno era stato sostituito per accordo o per coerenza.

Le cose si erano accumulate senza un criterio comune. Una libreria troppo piena, con libri disposti in doppia fila. Tazze diverse, mai in numero pari. Sedie non uguali, una più bassa delle altre. Un tappeto sottile, consumato in un punto preciso, vicino alla porta della cucina. C’era un ordine sufficiente a rendere possibile muoversi, non abbastanza da dare un’impressione stabile.

Ogni oggetto conservava una provenienza. Non era stato necessario raccontarla. Rimaneva implicita, come un dato non richiesto. Irene riconosceva ciò che era entrato con Riccardo. Riccardo riconosceva ciò che apparteneva a Irene. Le cose non si erano fuse. Erano rimaste accostate.

Anche gli spazi seguivano una divisione non dichiarata. Alcuni ripiani erano occupati sempre dagli stessi oggetti. Alcuni cassetti non venivano aperti da entrambi. Non c’erano regole esplicite, eppure le abitudini avevano stabilito dei limiti. Nessuno li metteva in discussione.

La casa funzionava. Permetteva di vivere, studiare, lavorare. Non richiedeva decisioni frequenti. Non obbligava a scegliere. Era sufficiente così.

La mattina si alzavano a orari diversi. Irene usciva prima. Preparava il caffè. Usava sempre la stessa tazza. La lasciava nel lavello. Riccardo la trovava più tardi. Non la spostava subito. Faceva colazione in piedi. Controllava il telefono. Guardava l’orologio. Usciva.

A volte Irene lasciava un foglio sul tavolo. Appunti per una lezione. Titoli. Nomi. Riccardo non li leggeva. Li spostava se serviva spazio. Li rimetteva nello stesso punto. Irene non faceva caso all’ordine. Ritrovava le cose senza cercarle davvero.

La sera rientravano quasi sempre entrambi. Non alla stessa ora. Irene cucinava piatti semplici. Pasta. Verdure. Riso. Riccardo mangiava ciò che trovava. A volte cenavano insieme. A volte uno finiva prima. Non si aspettavano. Non si scusavano. Non chiedevano spiegazioni.

Il tavolo restava apparecchiato anche dopo. Piatti da lavare. Bicchieri mezzi pieni. Nessuno si affrettava. Le cose venivano fatte quando serviva. Non c’era un turno stabilito. Non c’erano conti.

Parlavano poco del lavoro dell’altro. Per rispetto del campo. Irene raccontava episodi minimi. Uno studente che aveva letto male un verso. Una domanda fuori tema. Riccardo ascoltava. Non cercava parallelismi. Non riportava al laboratorio.

Irene non chiedeva dettagli tecnici. Chiedeva se la giornata era stata lunga. Riccardo rispondeva con un sì o con un no. A volte aggiungeva “normale”. Questo bastava.

I libri di Irene occupavano più spazio. Tavoli, sedie, mensole. Anche il pavimento, in alcuni periodi. Non c’era un ordine stabile. Alcuni volumi restavano aperti per giorni. Segnati con biglietti. Con matite lasciate dentro. Riccardo li spostava solo quando serviva. Li richiudeva senza segnare la pagina. Irene non se ne accorgeva quasi mai. Quando se ne accorgeva, non diceva nulla.

Il computer di Riccardo era sempre acceso. Anche quando non lo usava. Schermo scuro. Una finestra di lavoro pronta. Irene passava davanti senza guardare. A volte si fermava. Chiedeva cosa stesse facendo. Riccardo rispondeva in modo pratico. Irene ascoltava. Non commentava. Non chiedeva di più.


malattia [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]

 


Marco aveva diciannove anni e non si fidava più di niente.

Camminava come chi ha già visto troppo, anche se la vita, in fondo, non gli aveva ancora mostrato niente. Si svegliava presto, spesso prima della sveglia, con la sensazione che il giorno fosse un esperimento già fallito. Ma si alzava lo stesso. Lavava la faccia, si vestiva, beveva il caffè in piedi. Poi usciva. Non per fare qualcosa. Solo per non restare.

Le strade della città gli erano diventate familiari senza mai essergli amiche. I marciapiedi consumati, le edicole che aprivano a fatica, i tram ancora semivuoti: tutto aveva un che di stanco, come se anche il mondo, in qualche modo, si trascinasse. Camminava piano, con le mani in tasca, osservando la vita da dietro un vetro appannato. Non cercava niente. Non aspettava nessuno.

Non aveva smesso di pensare, ma aveva smesso di credere nei pensieri.

Erano diventati un brusio di fondo, una radiolina accesa in una stanza vuota. Li scriveva ancora, talvolta, su un quaderno nero con l’elastico: frasi brevi, schegge, note mentali. Non cercava più uno stile. Non cercava lettori. Scriveva come un medico annota i sintomi, come un sopravvissuto incide sul muro i giorni passati. Ogni pagina era un sismografo muto: registrava scosse interiori che nessuno, fuori, avrebbe mai percepito.

“Non sento nulla,” scrisse una volta. “Ma so che sentirei, se solo mi fosse concesso un gesto gratuito.”

Rilesse quella frase molte volte. La sottolineò. Poi ci fece un cerchio attorno, come si fa con qualcosa che potrebbe diventare importante, ma non si sa ancora perché.

Un gesto gratuito. Una carezza non chiesta. Una parola vera detta senza ritorno. Un bacio non per possedere, ma per dare forma a un dolore. Forse era questo che intendeva. Forse non lo sapeva nemmeno lui.

Era diventato bravo a non aspettarsi nulla. A non chiedere. A non esporsi. Aveva imparato che il cuore si spezza più spesso per le attese che per le perdite. Così non aspettava più. E quando qualcuno lo guardava, abbassava gli occhi. Quando qualcuno parlava, ascoltava, ma si teneva al margine. E quando camminava con altri, lasciava che scegliessero la strada, purché non fosse la sua.

Certe sere tornava nella stanza dell’affitto con i muri spogli e l’odore persistente di muffa. Si toglieva le scarpe lentamente, con gesti misurati, come se togliersi quel peso potesse alleggerirgli anche il cuore. Poi restava seduto sul letto, in silenzio, a guardare la finestra chiusa. Aveva imparato a vivere così: in superficie. Senza tagli netti, senza salti. Solo una lunga, lenta, opaca resistenza.

Il gesto gratuito non arrivava. Ma ogni tanto, senza che lo sapesse, una poesia lo toccava. Un verso di Rilke, la cadenza di una frase di Pavese, una vecchia canzone alla radio. E allora si scopriva a piangere, senza rabbia. Come se il corpo, per un attimo, ricordasse quello che la mente aveva disimparato.

Era ancora vivo. Anche se aveva smesso di crederci.

All’università Marco studiava Lettere.

Non con entusiasmo, ma con una specie di devozione stanca. Leggeva molto, annotava con ordine, prendeva la parola solo quando costretto. Non sgomitava per dire la sua, non alzava la voce nei seminari, non si sedeva mai in prima fila. Aveva scelto quella facoltà come si sceglie un rifugio: non per vocazione ma per esclusione, come si entra in chiesa in un giorno di pioggia.

La letteratura lo rassicurava. Era il solo linguaggio che ancora non lo tradiva. I personaggi dei romanzi soffrivano come lui, ma avevano dignità. I poeti avevano attraversato il vuoto senza riderci sopra. E anche se non riusciva più a credere davvero in nulla, almeno lì, tra le pagine, il dolore aveva ancora una forma. E la forma, a volte, consola più della speranza.