domenica 10 maggio 2026

Madre, matrix [𝓇𝒶𝒸𝒸ℴ𝓃𝓉𝒾]

 Mia madre, me ne rendo conto, sta diventando un personaggio letterario.

Ho vissuto un tempo più lungo della mia vita senza di lei di quello in cui era viva presenza. Ne ricordo, certo, ancora l’odore, e la memoria olfattiva è preziosa più di quanto pensiamo. Eppure, mi è difficile ora separare ciò che fu da ciò che è divenuta nella scrittura. 

L’attraversamento della sua malattia, l’elaborazione lunghissima della sua morte hanno prodotto la mia poesia, la prima sezione (Matrix) di Per aspera.

Quando ho iniziato a scrivere una storia lunga ho dovuto fare i conti ancora con la sua morte, trasfigurata, ed è nato Il potere del canto (che uscirà entro lanno con Finalmente libri)

Poi è arrivata la stagione dei concorsi letterari: Alfonsina e Caterina l’ha immaginata bambina. 

Il bacio imperfetto (premiato a Pontedera) sempre bambina in una foto bellissima, che fu la copertina di Per aspera.

Oggi vivo con i morti in questa stagione stupefacente e inattesa. 

Mia madre è con me. Dentro di me, in ogni gesto, in ogni parola. 

 * * *

Il giardino è un’isola di tempo sospeso, cinto da un muro basso di pietra locale che sembra trattenere, al suo interno, le ombre che vi si intrecciano. È uno spazio misurato, dominato dalla presenza esuberante della buganvillea. I suoi rami si arrampicano vigorosi, formando una volta intricata che filtra la luce del sole, trasformandola in una cascata di sfumature fucsia e viola che inondano l'aria ferma. La terra, compatta e accogliente, si offre alla curiosità tattile di una bambina, una creatura che vi trascorre interi pomeriggi in un rito ancestrale: scava solchi, raccoglie sassi lisci. Lei conosce ogni minima irregolarità del vialetto ghiaioso, ogni venatura rugosa del tronco nodoso contro cui si abbandona quando la stanchezza la richiama a sé. È il suo regno misurato che contiene e definisce l'intero mondo conosciuto.

Indossa un vestito a quadretti bianchi e neri. Il colletto bianco, inamidato e immacolato, incornicia il collo sottile. Le maniche, appena arricciate sulle spalle, formano onde ferme. Sulla testa, un fiocco ampio e rigido trattiene a stento i capelli ricci, una massa ribelle che sfugge ai lati con una vitalità ostinata, quasi una dichiarazione d'indipendenza. Le sue mani sono ancora morbide, tonde, segnate dalle fossette infantili sulle nocche; eppure, quando le posa sulla giacca dell’uomo, il suo tocco acquista una solennità che non appartiene al suo tempo, ma che presagisce quello che verrà.

Lei non sa nulla del grande, brutale mondo che si sta plasmando nel ferro e nel fuoco fuori da quel luogo incantato. È ignara che, oltre quel confine protetto, la Spagna sta bruciando in una guerra civile lacerante, un conflitto che sta trasformando la storia in una carneficina. Non sa che i suoi stessi connazionali, ebri di canti marziali e retorica, hanno varcato i mari per occupare una lontana terra africana, portando con sé l’illusione di un impero.

Lui è seduto su una panchina di ferro battuto.

Nella mano sinistra si scorgono una sigaretta, probabilmente una Macedonia, con la sua fragranza asciutta, e la fede. L’uomo non sa che, secondo antichissime credenze, il cerchio d’oro, posto sull’anulare sinistro come a segnare e stringere la vena che si dice conduca al cuore, custodisce un vincolo.

Indossa un abito tagliato con la precisione di un chirurgo. La cravatta nera, è annodata con una compostezza ossessiva. C’è, nel modo in cui si presenta al mondo, una difesa disperata. Sulla tasca della giacca, proprio sopra il fazzoletto piegato a regola d’arte, un piccolo nastrino nero è cucito con discrezione. Non reclama sguardi, non chiede pietà, eppure in quel nero trattiene un’assenza che pesa.

La bambina non conosce il nome delle assenze, non sa dare un volto al vuoto. Eppure, ne avverte la densità; percepisce una piega amara nel volto dell’uomo che non collima con il sorriso forzato che lui tenta di offrirle. Gli si avvicina con un movimento deciso, la stessa premura con cui raccoglierebbe un insetto ferito per proteggerlo dal mondo. Inclina il capo, cerca la sua guancia. È un bacio imperfetto, un contatto che è più un appoggio, un soffio di vita contro una roccia fredda. Il fiocco nei capelli sfiora il bavero. Le sue piccole dita si chiudono a pugno sul tessuto della giacca, proprio là dove, sotto lo strato di stoffa e di dolore, il cuore batte ancora, ostinatamente, in cerca di un ritmo perduto.

Lui sembra quasi sorpreso, la guarda con una tenerezza. Solo chi possiede lo sguardo di chi ha già sofferto potrebbe cogliere la frattura sottile che lo attraversa. La bambina non sa distinguere il lutto dalla stanchezza, la mancanza dal silenzio. Sa soltanto, con una certezza primordiale, che quell’uomo ha un bisogno disperato di lei in quel momento. E lei si offre, si dona intera, con la generosità assoluta e spietata dell’infanzia.

Nel giardino, per un istante, tutto rimane uguale: le foglie, la ghiaia, il muro di cinta. La scena è un frammento di tempo che si crede eterno. Eppure, sotto la crosta di quel pomeriggio, scorre già una corrente sotterranea che la bambina non può nominare. Non sa che la compostezza dell’abito è un argine che sta per cedere. Non sa che la vita, anche dentro uno spazio protetto sa essere terribile.

Verrà un tempo in cui le sirene squarceranno il cielo, e la città diverrà un ammasso di macerie fumanti. L’Italia porterà addosso le ferite aperte della guerra, e quella città del Sud, colpita senza pietà dai bombardamenti del 1943, conterà le proprie rovine, i propri morti. In quel tempo oscuro, la bambina del giardino imparerà che la superficie, per quanto perfetta, può incrinarsi senza rumore, lasciando filtrare l’abisso.

Non sa ancora – in quel momento di tenerezza colto miracolosamente dallo scatto probabilmente di una Ferrania Rondine - che quell’uomo elegante, suo padre, con il lutto appuntato al petto, le spezzerà il cuore andandosene, abbandonandola per sempre, e proprio in quel gesto di rifiuto forgerà la donna fragile e meravigliosa che sarà.

Mia madre.


18. L'assistente [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

 

Lorenzo aveva lavorato con Riccardo per alcuni anni. Era entrato come dottorando. Aveva seguito una parte marginale del progetto. Si era occupato di modelli secondari. Non aveva accesso a tutto. Non aveva fatto domande inutili.

Dopo il dottorato si era spostato. Un periodo all’estero. Poi un incarico stabile. Pubblicazioni regolari. Conferenze. Il suo nome cominciò a circolare. Tornava in laboratorio solo di rado. Sempre per brevi periodi.

Quando chiese di rivedere alcuni dati vecchi, Riccardo non oppose resistenza. Gli diede accesso. Indicò le cartelle. Disse che il progetto era stato chiuso. Lorenzo annuì. Non chiese perché.

Lorenzo aveva iniziato applicando i principi della gerarchia neocorticale di Kurzweil ma con una variazione strutturale. Non si limitava a verificare il riconoscimento di schemi nei singoli moduli; permetteva ai moduli di scambiarsi informazioni in cicli di retroazione continui. Questo approccio richiamava le teorie sull’origine della vita descritte da Maghinard: la complessità non nasce da un progetto centrale ma dalla stabilità di interazioni locali che diventano globali.

Sui dati di Irene, Lorenzo notò che Riccardo aveva trascurato le zone d’ombra nel tracciato dell’integrazione temporale. Riccardo cercava una risposta pulita, un output immediato. Lorenzo, invece, si concentrò sul contenuto della finestra di presenza. Cercò di allungare questa finestra temporale, permettendo al sistema di mantenere attivo un modello del mondo per periodi superiori ai pochi millisecondi dei test precedenti.

Utilizzò le registrazioni del quaderno non come stringhe di testo, ma come costanti di sistema. Queste informazioni agivano da àncora per il workspace globale. Il sistema non doveva più generare un senso dal nulla ogni volta; aveva un substrato di dati autobiografici che fungeva da vincolo per la simulazione successiva. Il risultato fu la comparsa di una dinamica stabile.

Nel laboratorio, Riccardo osservò i monitor. I grafici non mostravano più i picchi isolati delle prime simulazioni. La linea dell’attività globale restava sopra la soglia critica di collasso. Era il segnale della persistenza autonoma. Il modello non stava semplicemente elaborando un input; stava mantenendo uno stato interno.

Il sistema produsse una sequenza sulla memoria recente. Non era una risposta a un comando di Riccardo. Era un’attivazione spontanea del modulo autobiografico integrato. Le parole scorrevano con un ritmo costante. La latenza era minima. Il sistema sembrava aver costruito il “tunnel dell’ego”.

Lorenzo spiegò che la modifica riguardava la gestione dell’entropia del segnale. Aveva ridotto il rumore di fondo permettendo ai diversi livelli — sinaptico, funzionale e linguistico — di sincronizzarsi su un’unica frequenza. Il modello di Irene non era più una collezione di file separati ma un’architettura unificata.

Riccardo guardò il nome del processo sul terminale. Era un codice numerico, lo stesso usato mesi prima. Non c’erano etichette nuove. La stanza restava in silenzio, interrotto solo dal ronzio dei cluster. Lorenzo non chiese una valutazione scientifica. Riccardo non propose una pubblicazione. Entrambi sapevano che quella stabilità era un dato di fatto, non una teoria. Il lavoro procedeva ora su un binario non tracciato, oltre i protocolli ufficiali del laboratorio.

Roma, 8 maggio 2026: il Premio "Milo"

 

In questo tempo della mia vita – generoso, prodigo -, sono intimamente persuaso che tutto ciò che accada abbia un senso, e che in esso siano leggibili molte delle strade che abbiamo percorso durante la nostra esistenza.

Il Premio “Milo” è compimento e nuovo inizio nel contempo.

Compimento perché la “questione animale” è genetica di ciò che sono a partire dai miei diciassette anni, quando divenni vegetariano e abbandonai la mia fede familiare perché non accettavo un Dio che fa soffrire inutilmente i viventi non umani. Ne ho parlato, mescolando autobiografia e riflessione, in “Animal (senza idillio)”, poi confluito in Pensiero in sorgente

Perché i cani sono stati parte integrante da sempre della mia vita: quelli ricostruiti attraverso i racconti (come l’husky di mio padre, Mowgli), quelli trovati (tutti i miei cani sono stati trovatelli, cani sperduti) come Lilli, Corsaro, Lucky e Deny e altri che non nomino ma porto nel cuore. 

Perché la scrittura narrativa (sperimentata seriamente da poco più di un anno) mi dà la possibilità di decentrarmi e vedere, “sentire” il mondo da prospettive “altre”, differenti, scoprendone l’infinita ricchezza: quella di un cane cieco, ad esempio, chiamato omericamente Argo, e quella di ragazzo autistico, Luca.

Mentirei se dicessi che non ero emozionato nei giorni che hanno preceduto la premiazione in Campidoglio, in una sala (la Protomoteca) in cui mi osservavano i grandi su cui mi sono formato, da Leopardi a Tasso, che studiai sotto la guida di Alberto Asor Rosa proprio a Roma. Esempi inarrivabili ma anche, mi auguro, numi tutelari.

Spero di riuscire a coniugare sempre il racconto con il pensiero (e con la poesia). Ho cercato, dunque, di dire il senso di ciò che avevo scritto come emblematico di una svolta antropocosmica (Marco Guzzi) che stiamo vivendo a diversi gradi di consapevolezza. E, in essa, il ruolo che può, deve avere, appunto, la letteratura.

 

Quando Costanza Rizzacasa d’Orsogna, promotrice dell’iniziativa, scrittrice tradotta in tutto il mondo, affabile maestra di cerimonie, mi ha chiesto di leggere il racconto, ho avuto un sussulto. Non me lo aspettavo e non avevo preparato la lettura.

Poi, probabilmente, la pratica legata a “la rosa necessaria” e qualche comizio politico mi hanno aiutato a non sfigurare davanti ad una platea assorta, dove il mondo animale aveva i suoi rappresentanti dolcissimi.

* * * 

Qui di seguito, per comodità, segnalo quanto presente in rete su un evento che, al di là delle biografie individuali, tra cui la mia, è importante proprio nella direzione di quel passaggio d’epoca che la nuova relazione tra uomini e animali segnala.

Consegnati oggi in Campidoglio i premi della seconda edizione del Premio Milo

Nicola Sguera vince il Premio Milo: in Campidoglio la cerimonia per il racconto che riflette su diversità e inclusione

Cerimonia di premiazione del II Premio “Milo”

Onore al cane che guida l’uomo che guida il cane di Nicola Sguera , una lettura

A Nicola Sguera  il Premio Milo promosso dalla scrittrice Costanza Rizzacasa

Nicola Sguera vince l'edizione 2026 del Premio Milo con il racconto “Onore al cane che guida l’uomo che guida il cane”

* * *

Prego ogni giorno affinché il Signore del Canto faccia di me uno strumento, capace di tenere a freno ogni ambizione umana, troppo umana.




giovedì 7 maggio 2026

Borges (𝑚ₐₑ𝑠𝑡ᵣᵢ)


Cosa amo di Borges? La dizione piana, il rifiuto di ogni “barocchismo” e della sua variante moderna, lo sperimentalismo avanguardistico. Ha ispirato molto le scelte stilistiche della mia prima, lunga stagione poetica (che va da Per aspera allancora inedito Una luce che risplende in luoghi oscuri).

Ne amo l’esaltazione del quotidiano, anche se può apparire stridente con il Borges più celebre, quello dei labirinti e dei mondi fantastici. In realtà, a me pare un “senex puer”, da sempre vecchio e per sempre fanciullo di stupori rispetto agli eventi minimi del reale, ben incardinato in un immaginario destinato a cristallizzarsi e definirsi in “archetipi” mentali anche a causa della cecità.

Ne apprezzo l’interrogazione metafisica, l’oscillazione indecisa rispetto alla questione “Dio”, che spinse Sciascia a definirlo il maggior teologo (ateo) del suo tempo.

Comprendo, perché è anche mia, l’esaltazione per l’eroismo, che però troppo spesso si declina in una visione “politica” per me assolutamente respingente (nell’Elogio, ad esempio, l’esaltazione indiscriminata delle politiche israeliane).

Che cosa non ne amo? Sicuramente l’idea idealistica che il mondo sia un sogno, una creazione della mente o l’idea, anch’essa di chiara matrice schopenhaueriana che la libertà del volere sia un inganno e che tutto sia necessitato.

Questa una delle mie poesie preferite, una di quelle che mi aiuta a dire il mio modo di abitare il mondo, con fedeltà. Così immagino il Paradiso. Soprattutto in questi giorni che percepisco come trapasso verso una vita nuova, ne amo il verso che allude a chi conosce le mie angosce e la mia fragilità, e da cui so che non sarò ferito per questo.


SEMPLICITÀ


                                       A Haydée Lange


Si apre il cancello del giardino

con la docilità della pagina

che una frequente devozione interroga

e qui dentro gli sguardi

non han bisogno di fissare gli oggetti

che occupano già la memoria


Conosco le abitudini e le anime

e quel dialetto di allusioni

che ogni umano consesso va architettando.

Non ho bisogno di parlare né di fingere privilegi:

mi conoscono bene quelli che qui mi stanno intorno,

sanno bene delle mie angosce e della mia fragilità.

Questo è raggiungere la vetta più alta,

quello che forse ci concederà il Cielo:

né ammirazione né vittorie

ma semplicemente essere ammessi

come parte di una Realtà innegabile,

come le pietre e gli alberi.







mercoledì 6 maggio 2026

17. Il tempo successivo [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

 

Il tempo riprese a scorrere senza segnali. Le settimane si susseguirono. Riccardo tornò al lavoro con regolarità. Arrivava al laboratorio alla stessa ora. Controllava i log. Avviava le simulazioni. I giorni erano simili. Le variazioni minime.

Il progetto principale cambiò oggetto. Riccardo lavorava su modelli generali. Nessun riferimento a soggetti singoli. I dati di Irene restavano archiviati. Non li consultava. Non li eliminava. Stavano lì come altro materiale.

A casa la disposizione delle stanze si stabilizzò. Una stanza restò meno usata. Riccardo la attraversava solo per prendere qualcosa. Non vi si fermava. Il resto dell’appartamento funzionava.

Riprese a uscire la sera. Accettò inviti. Vide colleghi. Le conversazioni riguardavano il lavoro. Conferenze. Pubblicazioni. Non parlava di ciò che era accaduto. Nessuno insisteva.

Conobbe una donna. Non subito. Dopo alcuni mesi. Si incontravano in modo regolare. Cene. Passeggiate. Non condivisero da subito lo spazio. Quando accadde, non venne deciso in anticipo.

La relazione seguiva un ritmo diverso. Più esplicito. Meno sovrapposto. Riccardo si adattò. Alcune abitudini cambiarono. Altre restarono.

Ebbero figli. Prima uno. Poi un altro. Il tempo si riorganizzò. Notti interrotte. Mattine brevi. Il lavoro si ridusse. Le responsabilità aumentarono. Riccardo si adeguò.

Nel laboratorio il suo ruolo cambiò. Meno lavoro diretto. Più supervisione. Gli studenti arrivavano. Presentavano risultati. Riccardo ascoltava. Interveniva poco. Correggeva dove serviva.

I dati di Irene restavano accessibili. Nessuno li usava. Nessuno li chiedeva. Riccardo non li proponeva. Il progetto era chiuso.

Gli anni passarono senza eventi distinti. Nessuna ricorrenza segnata. Nessun ritorno esplicito. La vita procedeva per aggiustamenti continui.

A volte Riccardo pensava a Irene. Non in modo insistente. Ricordava dettagli pratici. Un gesto. Una frase detta senza enfasi. Il pensiero non portava altrove. Si fermava.

Il tempo successivo non cancellò. Non risolse. Dispose. Lasciò che le cose trovassero una forma sufficiente. Non definitiva. 


Marika Pinto su "Euthymios" [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 


Leggere Euthymios quando l’autore è anche il proprio professore crea inevitabilmente una doppia prospettiva: quella della lettrice e quella della studentessa. Il risultato, almeno nel mio caso, è stato un’esperienza interessante ma non del tutto risolta, proprio perché il romanzo sembra muoversi in equilibrio tra rigore intellettuale e libertà narrativa.

La sensazione è che il romanzo non sia nato da un’intuizione improvvisa ma da una sedimentazione lunga, quasi “accademica”. Si percepisce che dietro c’è un pensiero costruito nel tempo, forse prima ancora come riflessione filosofica che come storia.

Il nodo più interessante, dalla mia posizione, è proprio questo: quanto il docente di storia e filosofia nutre il romanzo e quanto, invece, lo trattiene? In Euthymios la forma mentis del professore è chiaramente presente: nella precisione, nella cautela interpretativa, nella centralità delle domande. Tuttavia, in alcuni passaggi si avverte il desiderio di spiegare, di chiarire, più che di lasciar vivere la scena.

Questo si collega anche al rapporto con la tradizione. Il romanzo attraversa figure e momenti storicamente e simbolicamente enormi, e si percepisce una forte consapevolezza del loro peso. Tuttavia, questa attenzione non si traduce in una paura paralizzante di tradire la tradizione: al contrario, sembra che l’autore si muova con una certa libertà, permettendo alla narrazione di svilupparsi senza essere soffocata da un eccesso di prudenza. La fedeltà resta come sfondo, ma non limita davvero la forza narrativa, che riesce a emergere in modo autonomo e, nei momenti migliori, anche incisivo.

Molto riuscita, invece, è la scelta dello sguardo marginale. Euthymios, straniero e medico, è un punto di vista intelligente perché permette di osservare eventi noti senza darli per scontati. Questo risponde bene anche alla domanda su cosa possa trovare oggi un lettore moderno: proprio questo scarto, questa distanza, che rende familiare ciò che è lontano e, allo stesso tempo, problematizza ciò che crediamo di conoscere.

La costruzione mentale del protagonista è uno degli aspetti più convincenti. Non cade facilmente nell’anacronismo: la razionalità medica di Euthymios è coerente con il suo tempo, ma viene progressivamente messa in crisi. Qui emerge una delle linee più forti del romanzo: non tanto il limite della ragione, quanto la sua trasformazione. Non c’è un rifiuto della razionalità ma una sua apertura a ciò che non riesce a spiegare.

Il rapporto con Yeshua è il nodo centrale, ma non ciò che mi ha più entusiasmata del romanzo. La dimensione umana prevale su quella sacralizzata, e questo rende il tutto più accessibile e, paradossalmente, più potente. Tuttavia, questa stessa scelta porta con sé una conseguenza: il romanzo resta costantemente nel dubbio. Euthymios non arriva mai a una certezza piena, e questo sembra voluto. Il dubbio non è solo un tema, ma una condizione strutturale del testo.

Un altro elemento interessante è il ruolo dell’interiorità. I momenti più significativi non sono quelli “storici”, ma quelli in cui il protagonista rielabora ciò che ha vissuto. È lì che si gioca davvero il romanzo. Questo però può anche creare una certa distanza emotiva: il lettore è spesso più nella mente di Euthymios che dentro gli eventi.

La scelta della forma autobiografica rafforza questa dimensione intimista. Il vantaggio è una grande coerenza psicologica; il rischio è una limitazione dello sguardo: gli altri personaggi esistono solo in funzione del protagonista e risultano, a volte, meno vivi.

Alla fine, ciò che resta costante in Euthymios è proprio la sua tensione: tra sapere e non sapere, tra corpo e mistero, tra storia e interpretazione. È un personaggio che cambia, ma conserva una certa fedeltà al dubbio, alla ricerca.

In conclusione, Euthymios è un romanzo colto, stratificato, che pone domande più che dare risposte. Forse proprio per questo può risultare meno coinvolgente sul piano emotivo, ma resta stimolante su quello riflessivo. Le tre stelle nascono da qui: dal riconoscimento della profondità dell’opera, ma anche dalla presenza di alcuni nodi concettuali molto colti che, a tratti, risultano complessi da seguire. Questa densità intellettuale, pur essendo uno dei punti di forza del romanzo, rischia di rendere l’esperienza di lettura meno piena per chi non ha una preparazione adeguata.

* * *

Marika Pinto è una giovanissima studentessa con una grande passione per la lettura. La recensione del libro è apparsa sul suo profilo Goodreads.

Ho apprezzato moltissimo, oltre ad alcune considerazioni assai utili per me, lassoluta onestà intellettuale.  

Marika discuterà del libro con me allinterno del Festival del Libro di Ceppaloni.


Il romanzo sarà premiato a San Marco dei Cavoti il 23 maggio, classificatosi secondo per 
l’opera edita allinterno della XIV edizione di Nero su Bianco - Premio Letterario Mino De Blasio.




martedì 5 maggio 2026

16. Fallimento [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

Riccardo analizzò il fallimento tecnico attraverso i parametri di Thomas Metzinger. Il sistema non produceva quella che viene definita “trasparenza fenomenica”. I dati di Irene restavano opachi per il modello; il sistema riconosceva le informazioni come dati elaborati, non come una realtà vissuta. Mancava l’integrazione in un tunnel dell’ego coerente.

Utilizzò la gerarchia di moduli descritta da Kurzweil per mappare le risposte. Sebbene i moduli di riconoscimento di schemi identificassero correttamente le parole e la sintassi, il livello funzionale superiore non riusciva a unificarli. Le sequenze di attivazione erano corrette a livello locale, ma il workspace globale non sosteneva la durata necessaria per una simulazione del sé. In termini tecnici, il sistema non superava il test di persistenza temporale.

Annotò che il modello mostrava un’architettura frammentaria. Le “finestre di presenza” erano troppo brevi. Ogni segmento di memoria rimaneva isolato, privo di quel legame dinamico che Maghinard indicava come essenziale per l’organizzazione della materia complessa. Senza questa stabilità, il sistema produceva solo output linguistici, simili a quelli di una macchina di Turing senza stati interni coerenti.

Archiviò i file sotto la dicitura “mancata integrazione globale”. Non c’erano errori nei dati grezzi. Le registrazioni di Irene erano tecnicamente perfette. Il limite risiedeva nell’impossibilità di replicare la continuità funzionale della coscienza partendo da frammenti estratti in condizioni di degrado biologico.

In casa, la stanza con i quaderni rimase chiusa. Riccardo tornò a lavorare su simulazioni prive di dati autobiografici. Il progetto su Irene venne classificato come un limite strutturale del supporto digitale. La cessazione delle sessioni non portò a nuove ipotesi. Il lavoro riprese con la manutenzione ordinaria dei cluster, secondo i cicli di esecuzione previsti dal laboratorio. Nessuna sintesi finale venne redatta. Solo la constatazione di una soglia non superata.

Etty [𝒄𝒆𝒕𝒆𝒓𝒂]

«Abbiamo lasciato il campo cantando»

Nata nel 1914 a Middelburg in Olanda, in una famiglia della borghesia intellettuale ebraica, Etty Hillesum, laureatasi in giurisprudenza, si iscrisse alla facoltà di lingue slave. Agostino, Rilke, Dostoevskij erano le sue letture preferite. Ebbe un’intensa relazione con Julius Spier, allievo di Jung, iniziatore della psicochirologia. Durante l’occupazione nazista dell’Olanda, lavorò nell’ospedale del campo di smistamento di Westerbork dall’agosto 1942 al settembre 1943 […].

Di lei e della sua esperienza sappiamo soprattutto dal Diario e dalle Lettere […], parole «organicamente inserite in un grande silenzio» (p. 116; Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, 1996), altissima testimonianza di un amore per la vita che diventa, nella fedeltà, amore per Dio e per gli uomini […]: «Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta di pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo» (p. 60).

 […]

 «Continuo a lodare la creazione… malgrado tutto»

Guidata da Spier, Etty imparò a nominare quella fonte che portava nel cuore. Il Diario diventa gradualmente la storia di una resa gioiosa davanti a Dio, scoperto come Amore […]. Etty matura un atteggiamento fiducioso proprio nel momento in cui diventa lucidamente consapevole del destino di distruzione cui lei e il suo popolo sono chiamati: «Ho una fiducia così grande: non nel senso che tutto andrà sempre bene nella mia vita esteriore, ma nel senso che anche quando le cose mi andranno male, io continuerò ad accettare questa vita come una cosa buona». E aggiunge: «Mi meraviglio di quanto io mi stia già orientando verso la prospettiva di un campo di lavoro» (p. 164). Non è rassegnazione, ma resa […] all’ineluttabile, unita alla consapevolezza che nulla di essenziale si può togliere a chi è entrato in connessione con la fonte stessa della vita. La resa a Dio ha come conseguenza […] l’amore per il “nemico”, che in questo caso è, coscientemente, il proprio carnefice. «È il momento di mettere in pratica il detto: ama i tuoi nemici. E se lo diciamo noi, bisognerà pur credere che sia possibile…» (p. 186).

 […]

 «Un piccolo pezzo d’eternità… con un largo colpo d’ala»

[…] «Devo buttarmi e ributtarmi nella realtà, devo confrontarmi con tutto ciò che incontro nel mio cammino, devo accogliere e nutrire il mondo esterno col mio mondo interno e viceversa» (p. 53). […] «le numerose contraddizioni della vita devono essere accettate […] tutte come sue parti integranti» (p. 58). […] «Per una fede in Dio e per una misera fine» (p. 136). […]

La vena profonda del Diario è il rapporto col tempo. Continuamente la Hillesum si sforza di abitare l’attimo […], e il dono è «il piccolo pezzo d’eternità» (p. 86) che scende su di noi. […] «Mi sento soltanto nelle braccia di Dio per dirla con enfasi; e sia che ora mi trovi qui, a questa scrivania terribilmente cara e familiare, o fra un mese in una nuda camera del ghetto o forse anche in un campo di lavoro sorvegliato dalle SS, nelle braccia di Dio credo che mi sentirò sempre. Forse mi potranno ridurre a pezzi fisicamente, ma di più non mi potranno fare» (p. 167). È il modello di una vita che integra in sé la morte: «se si esclude la morte non si ha mai una vita completa» (p. 140; Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, 1996).

[…]

Il 7 settembre 1943 Etty, suo padre, sua madre e il fratello furono caricati sul treno dei deportati diretto in Polonia. Salirono cantando. Etty morì ad Auschwitz il 30 novembre 1943 […]: «Il gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle tempeste di questi ultimi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano qua e là sulle pozzanghere scure e melmose che si sono formate sul tetto basso del garage. Ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre, e spande il suo profumo tutt’intorno alla tua casa, mio Dio» (p. 170).

* * *

Alcuni passaggi tratti da La fede sorgiva: Il Diario di Etty Hillesum (si trova nel mio primo libro: In quieta ricerca, Percorsi editore, 2012).

La lettura della Hillesum è stata incontro decisivo della mia vita intellettuale e spirituale. 




lunedì 4 maggio 2026

Il 21° scudetto dell'Inter [𝒄𝒆𝒕𝒆𝒓𝒂]

 


Oramai mi concedo uno o due post calcistici all’anno. Lo devo alla mia bella passione per il calcio, cui ho dovuto definitivamente rinunziare come pratica per sopraggiunti limiti di età. Digressione: parlavo con un amico di come la nostra testa rimanga quella adolescente, e qui si insinua il rischio di farsi male. Quella memoria profonda ti dice che tu la devi inseguire quella palla, che ce la puoi fare. Ma il tempo ha lavorato dentro di te, in ogni organo. Quanta saggezza ci vuole, però, per capirlo! Probabilmente, vale lo stesso per la sessualità o per il cibo. In fondo, questa scollatura tra testa e corpo è parte integrante del grandioso dramma di essere uomini…

 Torno al punto: l’Inter che vince il 21° scudetto.

Qualche considerazione schematica.

1.      In generale, il calcio italiano è in profonda crisi, e lo scudetto di quest’anno è in tono minore, stante mediocrità delle squadre in competizione, purtroppo certificata dalle coppe europee e dalla oramai non più clamorosa mancata partecipazione dell’Italia ai Mondiali.

2.      L’Inter veniva da un’annata “pazza”: candidata a vincere tutto, non ha vinto niente. Interismo, isterismo.

3.      Il gruppo dirigente interista ha avuto il grande merito di fare una scelta coraggiosa ma sicuramente ponderata: avevano pensato a rivoluzionare la squadra dopo la continuità Conte/Inzaghi (con Fabregas, che a me sarebbe piaciuto tantissimo, in ogni caso, e che farà grandi cose), hanno virato su un profilo capace di garantire continuità (Chivu). Alcuni colleghi con cui parlo di calcio a scuola sanno che io ho valutato positivamente la scelta, invitando a dare fiducia, anche dopo l’inizio stentato, perché vedevo che la squadra giocava. In fondo, il blocco era quello arrivato a giocarsi tutto, facendo partite memorabili come quelle con il Barcellona. Non poteva liquefarsi d’improvviso.

4.      Ciò nonostante, mi pare di intravedere unInter futuribile in alcune potenziali sviluppi futuri. In particolare, il calcio europeo (anche per diventare più spettacolare e mediatico) sta andando verso scelte che privilegiano l’attacco sulla difesa. Questo richiede velocità e capacità dei difensori di difendere anche da soli. Bayern-PSG è stata il manifesto di questo nuovo calcio. Chivu vuole andare in questa direzione, a mio avviso. Dovrà farlo con i mezzi limitati che il calcio italiano può mettergli a disposizione. Sono assai curioso di vedere come andrà a finire.

5.      Ho quasi 60 anni. Se l’amore, l’insegnamento, la scrittura si adeguano a questo cadere nel tempo, giusto che accada anche per la passione calcistica, che diviene più misurata. È come se ora, malgrado scariche di adrenalina che continuano ad esserci e sobbalzi dalla poltrona, fossi capace di goderlo di più. Le partite sono la ciliegina sulla torta di giornate piene, mai il loro senso.

6.      Non dimentico la questione arbitri. Per ora, penso che sia un conflitto di potere interno alla categoria. Se dovesse uscire altro, in particolare responsabilità dell’Inter, sarei il primo a volere chiarezza e sanzioni, anche molto pesanti.

* * *

Ho scritto sul blog altre volte. Non tantissime. Qui tutti i link, per chi fosse curioso:

Poesia del calcio

Elogio di Mou

O capitano...

Guarda i muscoli del capitano... 

Sono interista...

* * *


Qui con un caro collega juventino, appassionato di calcio e lui stesso eccellente calciatore, con il quale discutiamo, con tesi opposte: per lui il calcio è semplice e in Italia si dovrebbe rimanere fedeli alla tradizione (difesa solida e contropiede), per me il calcio come ogni cosa è complesso, si evolve, muta e siamo di fronte ad una mutazione che coinvolgerà i giocatori, le società, i media, gli spettatori.



15. La fine [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

 

La morte avvenne di notte. Riccardo era in casa. Si svegliò per un rumore lieve. Un cambio nel respiro. Si alzò. Accese la luce della stanza. Irene era ferma. Il corpo già rilassato. Nessun segno evidente di passaggio.

Chiamò chi doveva. Le parole furono poche. Disse l’indirizzo. Disse il nome. Attese. Si sedette sulla sedia accanto al letto. Non toccò nulla.

Arrivarono in due. Controllarono. Compilarono. Chiesero l’ora. Riccardo rispose con precisione. Firmò. Non fece domande. Restò in piedi mentre lavoravano.

Quando uscirono, la casa tornò silenziosa. Riccardo chiuse la porta. Rimase fermo nel corridoio. Guardava davanti a sé. Poi entrò nella stanza. Sistemò il lenzuolo. Spense la luce.

Il giorno seguente telefonò all’università. Parlò con una segreteria. Disse che Irene non c’era più. Usò il tempo passato. Nessun dettaglio. Ringraziò. Riattaccò.

Avvisò pochi altri. Sempre allo stesso modo. Frasi brevi. Nessuna spiegazione. Le risposte arrivavano. Condoglianze. Disponibilità. Riccardo ascoltava. Chiudeva.

Il laboratorio restò chiuso per due giorni. Non per decisione formale. Riccardo non andò. Rimase in casa. Riordinò. Spostò oggetti. I libri di Irene restarono dove erano.

Quando tornò al lavoro, riaprì i file. Guardò le ultime registrazioni. Le etichettò come finali. Non cercò integrazioni. Non avviò simulazioni.

Il progetto non fu cancellato. Venne sospeso. Riccardo scrisse una nota interna. Indicava che la raccolta dati era conclusa. Nessun riferimento al motivo.

Nei giorni successivi riprese attività secondarie. Revisioni. Riunioni brevi. Compiti che non richiedevano concentrazione prolungata. Evitava ciò che portava indietro.

A casa il tempo si riorganizzò. I pasti. Il sonno. Le uscite. Tutto avveniva senza adattamenti consapevoli. Le cose si disponevano da sole.

Una sera Riccardo prese un libro di Irene. Lo aprì a una pagina segnata. Lesse poche righe. Richiuse. Lo rimise a posto. Non tornò su quel gesto.

La morte non introdusse un prima e un dopo netto. Tagliò una continuità. Lasciò il resto in funzione. Il progetto, il lavoro, la casa. Tutto restava. Irene no.

domenica 3 maggio 2026

Complessità del reale [TᖇᗩᑕᑕE ᗪI ᑕᗩᗰᗰIᑎO]

 

Complessità” è una parola-chiave del pensiero, almeno a partire dal secondo Novecento.

Provo a calare la categoria nella mia esperienza di vita.

Ho iniziato a “pensare” autonomamente intorno ai diciassette anni. Considero le riflessioni partorite dalla visione di un film (Blade Runner) il primo timido tentativo di abbandonare le confortevoli lande della mia tradizione familiare.

Ciò nonostante, per moltissimi degli anni della mia vita, sono rimasto dentro una visione. Che era la mia, pur avendo esperito molteplici tentativi di trascendere quest’Io così tirannico, soprattutto dopo la mia conversione.

Si può studiare la complessità di Morin sui libri e restare, nel privato, prigionieri di una visione lineare e autoriferita. Questo Io tirannico non è necessariamente malvagio; spesso è solo spaventato e cerca protezione nel controllo, nella pretesa di conoscere l’altro attraverso il filtro dei propri desideri. 

Il tentativo di trascenderlo è stato lungo e punteggiato da eventi tellurici — quelle crisi che squarciano la terra sotto i piedi e costringono a cambiare rotta — e da processi molecolari, quel lavorio silenzioso del tempo che leviga le asperità del carattere come l’acqua fa con la roccia.

Arrivare alla soglia dei sessant’anni con la consapevolezza che la fusione amorosa sia un cupio dissolvi rappresenta la vera rivoluzione copernicana. L’amore fusionale è l’ultimo rifugio dell’Io: è il tentativo di annullare l’altro per non doverne gestire l’alterità. Invece, la scoperta dell’insuperabile differenza di mia moglie è diventata la via d’accesso al sacro. Accettare che lei sia un universo a sé stante, con logiche, dolori e gioie che non mi appartengono e che non potrò mai possedere interamente, è ciò che ha trasformato il rapporto da possesso a ospitalità. È in questo spazio di non-possesso che si manifestano i lampi di grazia, quei momenti in cui la barriera del sé si fa porosa. Questa esperienza è stata accompagnata e nel contempo permessa dalla lettura di Lévinas, per molti anni rimastomi oscuro e incomprensibile, malgrado ne intuissi la profondità.

Questo “sciamanesimo etico” è la forma più alta di democrazia cognitiva (ribadendo che l’etica è molto più importante dell’ontologia e di ogni teoria). Non richiede rituali complessi ma una disciplina quotidiana della curiosità

Bisogna tacitare l’Io voglio e l’Io devo, dicendo, invece: “Io posso guardare il mondo non solo dal mio punto di vista ma anche da quello di mia moglie o del mio cane”. Guardare il mondo con gli occhi del mio cane, ad esempio, non è una proiezione antropomorfica ma un esercizio di umiltà radicale: significa ammettere che esiste una dignità e una pienezza di mondo nel fiutare una traccia o nel godere di un raggio di sole, del tutto indipendente dalle nostre categorie logiche. È un decentramento che guarisce la nostra solitudine specista e umana. 

La letteratura, la poesia, l’arte in genere possono avere un ruolo fondamentale in questa educazione.

In questa prospettiva, la pluralità non è un caos da ordinare ma un banchetto a cui sedersi con lo spirito del viandante. Il transito epocale che l’umanità è tenuta a fare, complesso (ovviamente!), è pensare il rischio come possibilità: vedere, lì dove oggi scorge caos e smarrimento, ricchezza, pluralità. La reductio ad unum è da sempre la tentazione non solo dell’Occidente. Ribaltiamo il punto di vista: ab uno plures.

Comprendere i bisogni reali dell’altro, senza sovrapporvi la propria ombra, richiede il coraggio di restare nel vuoto del non-sapere. È lì  che il mondo smette di essere uno specchio e torna a essere una finestra spalancata sull’altrove. La vita diventa così un gioco (serissimo!) educativo, dove il premio non è l’affermazione di sé ma la capacità sempre rinnovata di stupirsi per ciò che è “altro” da noi, benedetto nella sua irriducibile bellezza.

La febbre e il veleno [𝓇𝒶𝒸𝒸ℴ𝓃𝓉𝒾]

Io, Girolamo Benivieni, l’ho visto cedere come un ramo troppo carico di frutti. La stanza odorava di aceto caldo e di erbe pestate; gli speziali macinavano come se il tempo si potesse tramutare in polvere e somministrare a cucchiai. Sotto la finestra, Firenze era un ronzio di ferri, di passi, di voci trattenute: il re di Francia stava entrando tra gli archi e le logge, ed era il 17 novembre 1494. Quella stessa mattina, Giovanni ha smesso di respirare. E la città ha fatto finta di non accorgersene, come se potesse respirare al posto suo. Carlo VIII valicava i nostri portoni con le sue armature lucide; sul letto, il mio amico, Pico della Mirandola, scaldava la febbre con la febbre. I medici del re – sì, proprio i suoi personali – erano giunti al galoppo; nulla è valso. Poi, come un sasso nell’acqua, la voce: veleno. «Il segretario, Cristoforo da Casalmaggiore», dicevano; «o qualcuno dei Medici, per punire la sua devozione al frate». 

Aveva ancora gli occhi lucidi quando mi chiese di leggere qualche verso. La sua mano – una fiamma trasparente – cercò la mia. «Non c’è armonia senza pericolo, Girolamo», mormorò. Poi mi pregò di chiamare fra’ Girolamo. E io corsi.

Savonarola arrivò al tramonto. Gli portai una candela e la Parola. Il frate gli posò la mano sulla fronte, parlò basso, quasi fosse lui l’ammalato. Io non lo amai, quel tono. Più tardi, in pulpito, disse che l’anima di Giovanni, tardata alla religione, sostava nel Purgatorio. Ne nacquero mormorii e giustificazioni; io stesso scrissi per difendere la memoria dell’amico. Ma in quei giorni, tra il caldo degli unguenti e il freddo delle scale, sentii l’ombra di quelle parole addensarsi sulle sue lenzuola. 

Sarebbe facile, adesso, chiudere il libro e dire: febbre. Ma il mio mestiere è stato sempre quello di tornare sulle sillabe, di aprire ancora. Così, quando il corpo di Giovanni venne portato da me dentro San Marco, promisi – a lui, a me – che le nostre ossa non si sarebbero separate. E scrissi quell’epitaffio che parla per noi. Ma prima delle pietre, ci furono i giorni: le stanze, gli ingressi, le mani, i calamai. E in quelle ore pestate di silenzio, cercai indizi. 

Il primo indizio: Poliziano. Due mesi prima, settembre: il mio fratello di lettere se n’era andato all’improvviso. Un altro letto caldo, un altro torpore che non conosceva stagione. I medici parlarono di malsania dell’aria, di biliosi, d’ostinazioni d’inchiostro. Ma in taverna si sussurrò la stessa parola: veleno. Io non ci credetti; o non volli. Quando Giovanni s’ammalò, capii che i racconti hanno radici comuni. E che le radici cercano sempre la stessa acqua. 

Secondo indizio: Cristoforo. Segretario solerte, avido d’inchiostro e di corridoi, era stato compagno di fughe e di carte. Un tempo, quando Giovanni combinò una pazza storia d’amore ad Arezzo, furono proprio le buone gambe dei cavalli di Pico e di Cristoforo a salvarli dalla giustizia armata. Il nome di Cristoforo attraversa gli anni come un taglio nella pergamena: discreto, netto, utile. Un uomo così sa aprire e chiudere; sa portare e togliere. Sa quando una stanza è vuota. 

Terzo indizio: i flaconi. Nella camera del conte, accanto al breviario, c’era un vassoio con polveri aromatiche. Gli speziali giuravano d’averle miscelate per sudare la febbre fuori dal corpo: angelica, ruta, un poco di canfora, zucchero. Io ne assaggiai un granello – gli amici si fanno male così – e mi parve un innocuo amaro. Ma l’amaro, lo sappiamo, è una maschera. Chi aveva portato quei vetri? Quando?

Quarto indizio: le visite. Entravano ambasciatori, maestri, frati, nemici travestiti da amici e amici travestiti da se stessi. La città entrava intera in quella stanza, e si toglieva il cappello. Io tenevo un registro: nome, ora, parola detta. Non per sospetto, per ordine. Ma l’ordine è una grata: ci si affaccia, si vede meglio. E si vede il vuoto: un pomeriggio intero senza mani su quella porta. Il pomeriggio prima che la febbre diventasse piombo.

* * *

Il racconto integrale si trova in Racconti dall'ombra (Rudis edizioni). 





14. Declino [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

Le cure si intensificarono. Gli effetti si fecero più presenti. Irene restava a casa per giorni interi. Le lezioni vennero sospese. Avvisò con una mail breve. Scrisse che avrebbe recuperato in seguito. Non specificò quando.

Le sessioni continuarono. Più brevi. Più distanziate. Irene arrivava accompagnata. A volte da Riccardo. A volte da un collega. Entrava in silenzio. Si sedeva. Aspettava che Riccardo iniziasse.

Il corpo rispondeva con lentezza. Le mani tremavano leggermente. La voce perdeva volume. Le parole restavano chiare. Riccardo adattava i parametri. Riduceva la durata. Annotava le variazioni.

Irene smise di portare il quaderno. Diceva che non aveva senso. Le letture si interruppero. Le risposte diventavano essenziali. A volte un solo verbo. A volte un nome. Riccardo non cambiava le domande. Aspettava.

In casa il tempo si organizzava intorno alle cure. Orari. Farmaci. Riposo. Riccardo seguiva le indicazioni. Preparava. Controllava. Non commentava.

Una notte Irene si svegliò. Chiese acqua. Riccardo gliela portò. Bevve. Rimase sveglia. Guardava il soffitto. Riccardo restò seduto accanto. Non parlavano. Dopo un po’ Irene si riaddormentò.

Le sessioni terminarono senza annuncio. Un giorno Irene disse che non avrebbe più potuto. Riccardo disse che andava bene. Spense le apparecchiature. Non cancellò nulla.

Nei giorni seguenti Irene parlava poco. A volte chiedeva l’ora. A volte il giorno. Riccardo rispondeva. Non aggiungeva altro. Le risposte bastavano.

Una mattina Irene chiese se il lavoro fosse finito. Riccardo disse di no. Disse che i dati restavano. Irene annuì. Chiuse gli occhi.

Il laboratorio continuava. Riccardo andava e tornava. Lasciava Irene con chi la assisteva. Non per distacco. Per necessità. Il lavoro era ormai separato. Non coincideva più con lei.

Quando Irene non riuscì più a parlare, Riccardo rimase a casa. Sedeva accanto al letto. Controllava i parametri vitali. Non registrava più nulla. Il progetto si era fermato.

Il declino non ebbe una forma netta. Fu una riduzione progressiva. Ogni giorno qualcosa in meno. Nessun passaggio marcato. Le giornate si accorciavano. Il tempo restava uguale.