sabato 19 aprile 2008

fede "nel segreto"


Ho letto con la consueta attenzione, dovuta a chi spesso in solitudine ha testimoniato nella nostra città la possibilità di un altro cristianesimo, non bigotto, non superstizioso, non “pio” (nella oramai duplice accezione della carità tipica dei beneventani, che ha bisogno di ostentarsi, e del culto idolatrico di Pio da Pietrelcina). Ma dissento profondamente da quanto scritto dalla Zanin. È bene chiarire da dove dissento. Non più dall’interno della chiesa cattolica, da cui sono fuoriuscito, se cioè è umanamente possibile, nella Pasqua dello scorso anno, quando avvertii l’inconciliabilità di molte mie idee con le idee e le pratiche della chiesa cattolica (odierna). Ora mi sento un discepolo fraterno del Gesù che emerge, ad esempio, dai libri di Barbaglio. Con lui attendo il Regno di Dio e la resurrezione dei corpi. Il dissenso con la Zanin è però radicale sui “segni dei tempi” che lei intravede in chiave positiva, come rinnovamento del messaggio evangelico. Io li vedo, invece, come segni della sua estrema degenerazione. Il battesimo “politico” e mediatico di Magdi Allam è quanto di più lontano dal quell’invito al rapporto segreto con Dio cui Gesù invita continuamente («Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà», Matteo, 6:5, 6). Il signor Allam ha pregato in una immensa sinagoga mediatica, è stato visto da molti uomini. Ha già avuto la sua ricompensa. Ha tradito il messaggio evangelico. Come chi ha voluto che ciò accadesse. La Zanin, poi, esalta il dato numerico (le copie dei libri, le moltitudini che accolgono il papa…). Il “regno della quantità” è il dominio del principe di questo mondo. Non discuto la “fame” di sensatezza che gli uomini hanno oggi, evidente, come lo smarrimento. Il mio dubbio radicale riguarda la capacità della chiesa odierna di dare una risposta vera, cioè non esteriore, a questo bisogno, a porsi come argine contro il nichilismo imperante. Il 2 febbraio scorso è morto Michele Ranchetti. Maestro nel vero senso della parola, dunque appartato, studioso e traduttore di Freud, di Wittgenstein, della storia della chiesa, poeta. Ebbene Ranchetti negli ultimi anni aveva svolto una radicale critica dell’istituzione ecclesiastica, soprattutto di quella legata al pontificato di Giovanni Paolo II, fondata su una “teologia della presenza visibile”, spettacolare e perfettamente integrata nel mondo della comunicazione globale. La “morte in diretta” di Wojtyla non è stato che il compimento di quella teologia ostensoria, quando “masse” di giovani andavano a fotografarsi col cellulare davanti al cadavere di uomo. In una riflessione del 2000 scriveva Ranchetti: «Una Chiesa come questa corrisponde […] all'abbandono, non detto ma praticato, del cristianesimo come religione in favore di una Chiesa visibile in cui si compendia la storia». La disobbedienza diventa una scelta obbligata, con la ricerca di una spiritualità interiorizzata, vissuta en to krypto. Sempre più, dunque, sento di ripetere con Ernst Bloch che la vera funzione delle chiese è quella di rendere possibile le eresie, che, forse, preservano in forma misteriosa il seme integro della “buona novella”.

(apparso su «Messaggio d'oggi»)

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