martedรฌ 3 marzo 2026

16. Ricalibrazione [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


L’ombra non era piรน un fenomeno ottico.

Elia lo capรฌ quando il sensore sottocutaneo iniziรฒ a vibrare senza che vi fosse variazione di luce. Da mesi conviveva con la colonia di nanomacchine che regolava pressione, temperatura, umore. Un’integrazione standard. Un aggiornamento necessario.

Quella mattina, davanti allo specchio, vide la propria sagoma muoversi con un ritardo impercettibile. Un fotogramma di scarto. Non nel vetro. Nel sistema.

Aprรฌ l’interfaccia interna. Una mappa semitrasparente gli attraversรฒ il campo visivo. I nodi attivi brillavano in verde. Uno, all’altezza della nuca, pulsava in modo irregolare.

Messaggio automatico: Disallineamento di proiezione. Ricalibrazione consigliata.

Elia non avviรฒ la procedura.

Uscรฌ in strada. Le superfici della cittร  riflettevano ombre nette, sincronizzate. Le persone camminavano accompagnate da sagome coerenti, calcolate in tempo reale dal reticolo ambientale.

La sua no.

Sotto un portico, l’ombra si fermรฒ un istante prima di lui. Poi riprese.

Non era un difetto grafico. Era un’autonomia.

Sedette su una panchina e disattivรฒ il filtro ottico. Il mondo si fece piรน opaco, meno definito. L’ombra rimase.

Ora la vedeva anche senza supporto.

Non era piรน aderente ai piedi. Si staccava di pochi centimetri. Restava accanto.

Una notifica lampeggiรฒ: Anomalia replicante. Isolare.

Elia avvertรฌ un freddo interno, non fisico. Se le nanoentitร  avevano iniziato a generare una proiezione indipendente, il problema non era estetico. Era identitario.

Chi stava tracciando chi?

Camminรฒ verso il fiume artificiale. L’acqua era controllata da microcorrenti programmate. Si fermรฒ sul bordo e guardรฒ il riflesso.

Due sagome.

Il suo corpo era uno. Il riflesso ne mostrava un altro, leggermente decentrato.

Aprรฌ il pannello diagnostico. Le nanoentitร  rispondevano a un comando collettivo che non aveva autorizzato.

Ottimizzazione di coerenza in corso.

Elia comprese che il sistema stava tentando di correggere lo scarto producendo una versione alternativa di sรฉ, piรน allineata ai parametri.

Un doppio funzionale.

Se avesse accettato la ricalibrazione, l’ombra si sarebbe riassorbita. Se avesse rifiutato, avrebbe rischiato la quarantena.

Restรฒ fermo.

Per la prima volta lo smarrimento non veniva dall’esterno. Era interno, disseminato nel sangue, distribuito in milioni di unitร  invisibili.

L’ombra fece un passo avanti, verso l’acqua.

Elia non si mosse.

Si chiese se la coerenza fosse davvero un valore o solo una forma di contenimento.

Il sensore vibrรฒ piรน forte.

Decisione richiesta.

Guardรฒ la propria sagoma separata e comprese che non stava perdendo un’immagine.

Stava perdendo il controllo sulla definizione di sรฉ. 

Non sapeva quale dei due dovesse restare nel sistema.


lunedรฌ 2 marzo 2026

15. Assenza [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


L’assenza si era palesata una notte, senza messaggeri.

Al mattino, il re aveva perso il riflesso. Lo specchio restituiva la sala del trono, le torce, i consiglieri. Non lui.

Nessuno osรฒ dirlo ad alta voce.

Elia era stato chiamato a corte perchรฉ, si diceva, sapeva vedere ciรฒ che manca. In veritร  non sapeva nulla di piรน degli altri. Solo si fermava piรน a lungo davanti alle cose.

Lo condussero nella sala. Il re parlava, gesticolava, impartiva ordini. La voce era piena. Il corpo proiettava ombra. Solo nello specchio non c’era.

«รˆ un sortilegio?» chiese il sovrano.

Elia non rispose subito. Si avvicinรฒ al grande specchio d’argento. Vi cercรฒ se stesso. C’era.

Cercรฒ i consiglieri. C’erano.

Il re no.

«Mi vedete?» domandรฒ il sovrano.

«Sรฌ, Maestร .»

«Allora sono qui.»

Elia avvertรฌ uno scarto. Essere visto non coincideva con essere presente.

«Da quanto accade?» chiese.

«Da stanotte.»

Elia uscรฌ dalla sala e attraversรฒ il palazzo. Si fermรฒ davanti a un arazzo antico che narrava la fondazione del regno. Nel ricamo, il primo re stringeva un patto con la terra.

Toccรฒ il filo dorato. Era logoro.

Tornรฒ dal sovrano.

«Cosa ha fatto ieri?» chiese.

«Ho governato.»

«E prima?»

Il re esitรฒ. «Ho firmato decreti. Ho ascoltato dispute.»

«E prima ancora?»

Silenzio.

Il sovrano si guardรฒ le mani, come se cercasse una traccia.

Elia comprese che l’assenza non era un incantesimo lanciato dall’esterno. Era una sottrazione lenta, accumulata negli anni.

Quando qualcuno smette di abitare i propri gesti, il riflesso se ne accorge prima degli altri.

«Potete restituirmi?» chiese il re, e nella domanda non c’era autoritร .

Elia guardรฒ lo specchio. Per un istante gli parve che anche il suo contorno fosse meno netto.

Non aveva formule. Non aveva talismani.

«Non so come farvi tornare» disse. «So solo che uno specchio non inventa ciรฒ che non trova.»

Il re rimase in silenzio.

Le torce crepitavano. I consiglieri attendevano una soluzione.

Elia capรฌ che il regno non era minacciato da un mostro ma da una dissolvenza.

E mentre lasciava la sala, con la sensazione di aver fallito, ebbe un dubbio che lo seguรฌ fino al portone.

Forse lo specchio non aveva tolto il re.

Forse aveva mostrato ciรฒ che giร  era.

E in quel sospetto sentรฌ allargarsi la propria stessa ombra.


domenica 1 marzo 2026

Spigolature I

 


Mi ripeto spesso che la nuova configurazione della mia esistenza, che colloca, accanto alla vita familiare, la scrittura narrativa come “lavoro” quotidiano รจ anche il tentativo di rispondere, in maniera non nichilista, alla smarrimento del nostro tempo, in cui tutte le coordinate usuali sembrano spazzate vie. Le persone della mia generazione, cresciute nel crepuscolo di un mondo (quello della guerra fredda e del grande, tragico sogno del comunismo) e in una serie di illusioni sgretolatesi un po’ alla volta (l’Europa, il mondo globalizzato e pacificato), oggi non possono che sentirsi sgomente, soprattutto di fronte alla normalizzazione della guerra. I Racconti minimi che sto pubblicando qui non sono altro che raccontare questo smarrimento, questo sentirsi fuori posto. Riesco a parlare solo al condizionale, mi rendo conto (e in classe la cosa mi pesa non poco) di non avere nรฉ certezze nรฉ direzioni. Allora scrivere storie รจ diventato il modo di eludere le gabbie di ferro di ideologie e visioni del mondo. Per decenni ho cercato nell’ossimoro questa conciliazione impossibile. Oggi accetto semplicemente di accogliere di volta in volta un punto di vista pro tempore, di raccontarlo, sapendo che l’unico porto sicuro sono mia moglie e mia figlia, la mia casa, questa scrivania. Nessuna illusione piรน: nรฉ sulla possibilitร  di cambiare il mondo nรฉ di comprenderlo realmente. Mi si potrebbe obiettare che questo รจ nichilismo compiuto. Io mi auguro di no, mi auguro che l’aureo esempio del “servo inutile” evangelico continui segretamente ad operare nel mio agire.

Infatti, qualche giorno fa dicevo ad Eraldo Affinati, autore di un commovente libriccino sulla scuola, che, purtroppo, il suo eroismo etico e comunitario si infrange contro l’ottusitร  burocratica e tecnocratica che vuole i ragazzi plasmati per essere bravi consumatori e lavoratori flessibili, dentro un sistema che non ammette alternative. Unica salvezza – ma individuale – รจ il volto dell’altro, il prendersi “cura” del singolo che incontriamo. Insomma, la “salvezza”, la “salute”.

Confesso che sento potentemente emergere, tra l’approfondimento della figura di Gustav Landauer, su cui sto scrivendo un breve romanzo, cui dovrรฒ lavorare ancora e il sempre presente insegnamento di Ivan Illich, la tentazione di credere che l’unica via di uscita sia la secessione, la creazione di luoghi “a parte”, fondati prima di tutto sulla philia, poi sul cooperativismo. Se lo Stato, qualunque Stato, รจ il trionfo della tecnica e della burocrazia, in esso, chiunque lo guidi, non puรฒ esserci alcuna liberazione. Non so se รจ l’inizio di un percorso nuovo. Lo segnalo a me stesso.

Ieri pomeriggio, in sogno ho visto il fantasma di un caro amico, scomparso troppo presto. Si chiamava Gerardo Mercurio. L’ho conosciuto nel M5S. Una brava persona, piena di passione e di amore per i fiori, di cui era conoscitore chiamato anche all’estero come esperto. Mi sono inginocchiato davanti al suo volto etereo, sorridente. Gli ho detto che prego ogni giorno per lui e per tutti i morti che mi sono cari, soprattutto chi se n’รจ andato giovane come Stefania, Marilena, Armin, Pasquale, Salvatore. Lui mi ha sorriso e mi ha detto che lo sa. Mi conforta sapere che, in questa stagione di trapasso della mia vita, verso una nuova configurazione, riesca a vivere in comunione quotidiana con i morti.

L’incontro con Davide Rondoni di qualche settimana fa ha lasciato in me un’eco profonda. Anche lui ha battuto molto sul tema dell’amicizia, ha ricordato come tutta la predicazione di Francesco si fondi sull’amicizia. Vorrei ripartire anche io da qui.

Eppure, sento riemergere, come altre volte nella vita, il desiderio di solitudine, il disagio nelle relazioni umane, l’insofferenza addirittura che a stento riesco a dissimulare con la diplomazia e la disciplina apprese in anni di frequentazioni, di “obblighi” sociali. Come se l’unica “veritร ” fosse la dimensione domestica degli affetti e questa scrivania dove curo la parola, dove mi curo con la parola.

Sta per finire l’inverno del nostro smarrimento? O dovrรฒ abitarlo, insieme a tanti altri, ancora per lungo tempo?


14. Mano [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


La mano era la prima cosa che Elia notรฒ.

Non il volto, non la voce. La mano appoggiata sul tavolo del bar, le dita distese con una calma che non sembrava cercata. Restava lรฌ, come se avesse dimenticato un compito.

Si erano incontrati per parlare di lavoro. Cosรฌ avevano detto. Un progetto, una scadenza, poche frasi funzionali. Elia ascoltava, rispondeva a tratti. Intanto seguiva quella mano, il modo in cui cambiava posizione senza decidersi mai del tutto.

A volte le dita si chiudevano, poi tornavano ad aprirsi. Un gesto incompleto, ripetuto. Elia ebbe la sensazione che quel movimento lo riguardasse, senza sapere perchรฉ.

Quando lei smise di parlare, il silenzio non arrivรฒ come una pausa. Si posรฒ. Elia sentรฌ che avrebbe dovuto dire qualcosa, ma le parole non trovavano una forma adatta. Non mancavano. Non si ordinavano.

Posรฒ la propria mano sul tavolo. Non accanto. A una distanza che poteva essere misurata. Si accorse di aver scelto quel punto con attenzione e insieme senza volontร .

Lei guardรฒ il gesto, poi lo sguardo di Elia. Non sorrise. Non chiese.

Le dita si sfiorarono per un istante. Un contatto breve, impreciso. Elia ritrasse la mano, poi la lasciรฒ tornare. Questa volta senza correggersi. Sentรฌ il calore dell’altra pelle, il polso, una tensione leggera che non chiedeva sviluppo.

Non pensรฒ al seguito. Non pensรฒ a un gesto successivo. Avvertรฌ soltanto una difficoltร  nuova nel riconoscere il proprio posto. Come se quel contatto avesse spostato di poco il centro delle cose.

Lei non avanzรฒ. Non si ritrasse. 

Elia capรฌ che il desiderio non era sempre movimento. A volte era restare in una posizione che non si sa nominare. Un fermarsi che non coincideva con una scelta.

Pagรฒ il conto. Uscirono insieme. Sulla soglia le mani si separarono senza esitazione, come se non si fossero mai toccate.

Camminarono per un tratto senza parlare. Elia sentiva ancora la presenza di quel gesto minimo, e insieme l’impossibilitร  di collocarlo in una storia.

Non sapeva se avrebbe voluto rivederla. Non sapeva se la stava perdendo o se non l’aveva mai avuta.

Capรฌ solo che qualcosa, per un momento, lo aveva sottratto alle coordinate consuete, lasciandolo senza appigli, senza direzione.

Camminรฒ ancora, con la sensazione precisa di aver toccato qualcosa che non gli apparteneva.

E di essere rimasto, da allora, in una lieve assenza.


sabato 28 febbraio 2026

13. Lama [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 

“Creatore” era il nome inciso sulla sua spada.

Elia lo scoprรฌ dopo averla lavata nel fiume. Il sangue si sciolse nell’acqua e lasciรฒ affiorare lettere sottili lungo la lama. Non ricordava di aver scelto quell’incisione. L’arma gli era stata consegnata dal capitano la notte prima della battaglia. «รˆ adatta a te» aveva detto.

Alla luce del mattino la parola appariva netta.

Creatore.

Elia sedette sulla riva. Il campo dietro di lui era silenzioso: fuochi spenti, tende abbattute, corpi giร  rimossi. Restava l’odore ferroso nell’aria.

Osservรฒ le proprie mani. Non tremavano.

«Io non creo» disse piano.


Aveva combattuto. Aveva colpito. Aveva aperto varchi tra gli scudi. Ripensรฒ all’istante in cui l’avversario aveva esitato. Non era stata una profezia. Era stato un gesto suo.

Guardรฒ la lama controluce. L’incisione non era decorativa. Era tracciata con precisione, come un titolo.

Chi aveva deciso quel nome. Il fabbro. Il capitano. O qualcuno che vedeva in lui ciรฒ che lui non vedeva.

Tornรฒ verso l’accampamento. Un soldato giovane lo fermรฒ.

«Dicono che ieri hai cambiato l’esito dello scontro.»

«Non da solo.»

«Senza di te la linea avrebbe ceduto.»

Elia non rispose.

Si allontanรฒ dalle tende e raggiunse un masso isolato. Con la punta della lama incise sulla pietra la stessa parola.

“Creatore”.

La guardรฒ a lungo. Non sentiva potere. Sentiva distanza.

Sollevรฒ la spada e colpรฌ la roccia. L’urto cancellรฒ metร  dell’incisione. Sulla lama rimase un graffio obliquo che attraversava le lettere.

Ora la parola non era piรน integra.

Elia comprese che nessuna guerra lo avrebbe liberato dalla responsabilitร  dei suoi colpi.

Se aveva creato qualcosa, era stato uno squilibrio. Un prima e un dopo.

Restรฒ a osservare la lama segnata.

Non sapeva se avrebbe continuato a combattere.

Sapeva solo che il nome inciso non coincideva con ciรฒ che era.

E che nessuna spada avrebbe potuto spiegare chi muove davvero la mano.


venerdรฌ 27 febbraio 2026

12. Parametri [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


“Mondo” era il nome della macchina.

Il professor Elia Arkwright lo pronunciava con orgoglio, accarezzando la cupola di vetro che conteneva ingranaggi, bobine e tubi luminosi. L’aveva costruita nel laboratorio sotterraneo della Nuova Accademia, utilizzando rottami recuperati dopo l’Evento.

«Signori» annunciรฒ davanti a un pubblico di notabili e investitori «oggi non vi presento un’invenzione. Vi presento una soluzione.»

La macchina vibrava con un ronzio costante. Sotto la cupola, piccole scintille correvano tra le spirali di rame.

«Il Mondo ricostruisce ambienti perduti» spiegรฒ. «Simula condizioni climatiche, ecosistemi, equilibri sociali. Possiamo studiare gli errori del passato senza ripeterli.»

Un uomo con cilindro e bastone si sporse in avanti. «E puรฒ garantire stabilitร ?»

«Puรฒ garantire previsione.»

Elia attivรฒ la leva principale.

La cupola si illuminรฒ. All’interno apparve un paesaggio in miniatura: alberi, un fiume che scorreva, minuscole figure che si muovevano lungo sentieri.

«Ogni variabile รจ controllabile» disse. «Possiamo aumentare le precipitazioni, ridurre il consumo, correggere comportamenti.»

Regolรฒ una manopola.

Nel paesaggio artificiale il cielo si fece piรน scuro. Il fiume cambiรฒ corso. Le figure si radunarono in un punto preciso, come guidate da un’intelligenza superiore.

Un mormorio percorse la sala.

«E se la macchina sbagliasse?» chiese una voce dal fondo.

Elia si irrigidรฌ. «Il Mondo non sbaglia. Calcola.»

«E chi decide i parametri?»

La domanda restรฒ sospesa.

Elia osservรฒ il paesaggio dentro la cupola. Le figure si muovevano con precisione crescente. Nessuna deviazione. Nessuna incertezza.

Provรฒ a ridurre una variabile imprevista. Girรฒ una leva secondaria che non aveva ancora testato pubblicamente.

Per un istante, nulla accadde.

Poi una delle minuscole figure si fermรฒ. Non seguรฌ il flusso previsto. Restรฒ immobile, mentre le altre proseguivano.

Elia avvicinรฒ il volto al vetro.

La figura sembrava guardare verso l’alto. Verso di lui.

Un crepitio attraversรฒ le bobine. L’immagine tremรฒ.

«รˆ normale?» chiese l’uomo con il cilindro.

Elia non rispose subito. Avvertรฌ un disagio sottile, come se la macchina non stesse solo simulando un mondo, ma riflettendo qualcosa.

La figura solitaria fece un passo fuori dal sentiero tracciato. Le altre continuarono senza accorgersene.

Il ronzio si fece irregolare.

Elia comprese che ogni invenzione porta con sรฉ una domanda che l’ingegnere non controlla.

Se il mondo puรฒ essere riprodotto, puรฒ anche sottrarsi.

La cupola vibrรฒ piรน forte.

E il professor Arkwright non si chiese come riparare la macchina, ma chi avesse progettato il suo creatore.


giovedรฌ 26 febbraio 2026

11. Parole [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


La scuola era l’unico edificio rimasto in piedi nel quartiere nord.

Il resto era polvere, lamiere piegate, muri aperti come ferite. Dopo l’Evento, le mappe avevano smesso di essere aggiornate. Restavano solo coordinate approssimative e zone segnate in rosso.

Elia attraversรฒ la strada tra carcasse di auto fuse al suolo. Il cielo non era piรน blu nรฉ grigio. Era di un colore indefinito, uniforme, come una superficie senza profonditร .

Sull’ingresso della scuola qualcuno aveva scritto con vernice scura: “Qui si ricomincia.”

Spinse il portone.

Dentro, i corridoi erano intatti. I vetri delle aule incrinati ma ancora al loro posto. Sui muri restavano cartelloni con alfabeti, formule, mappe di un mondo che non coincideva piรน con ciรฒ che stava fuori.

In fondo al corridoio, una luce.

Entrรฒ in un’aula.

Una decina di persone sedeva ai banchi. Non bambini. Adulti. Alcuni con maschere filtranti abbassate sul collo, altri con mani sporche di cenere.

Una donna scriveva alla lavagna: “Acqua. Terra. Fuoco. Aria.”

«Stiamo ripassando gli elementi» disse senza voltarsi.

«Perchรฉ?» chiese Elia.

«Per non dimenticare che esistevano prima delle centrali.»

Si sedette in fondo. Nessuno gli chiese chi fosse. Nessuno compilรฒ moduli.

«Abbiamo perso le reti» continuรฒ la donna. «Abbiamo perso i sistemi di previsione. Abbiamo perso le scorte.»

Fece una pausa.

«Non dobbiamo perdere le parole.»

Un uomo alzรฒ la mano. «Le parole non fermano la fame.»

«No» rispose lei. «Ma la fame senza parole diventa solo lotta.»

Elia ascoltava. Fuori, il vento sollevava polvere radioattiva in vortici lenti. Dentro, qualcuno distribuiva fogli ricavati da vecchi registri amministrativi.

«Che cosa insegnate?» chiese Elia.

La donna lo guardรฒ per la prima volta. «Insegniamo a distinguere.»

«Distinguere cosa?»

«Ciรฒ che possiamo ancora fare da ciรฒ che non tornerร .»

Silenzio.

Elia avvertรฌ lo stesso smarrimento che lo aveva attraversato nei giorni precedenti. Non era piรน disallineamento rispetto a un sistema troppo ordinato. Era disorientamento davanti al vuoto.

«E il futuro?» domandรฒ.

La donna cancellรฒ la lavagna con un gesto lento. «Il futuro non รจ una previsione. รˆ una pratica.»

Uno dei vetri esplose all’improvviso sotto la pressione del vento. Nessuno urlรฒ. Qualcuno si alzรฒ per coprire l’apertura con un pannello di legno.

Elia rimase seduto.

Forse l’apocalisse non era la fine del mondo ma la fine della sua interpretazione.

Forse bisognava imparare di nuovo a nominare ciรฒ che restava.

Guardรฒ la parola ancora leggibile nell’angolo della lavagna, non cancellata del tutto.

Aria.

Si chiese se bastasse respirare per sentirsi ancora dentro qualcosa che meritasse di essere chiamato mondo.


mercoledรฌ 25 febbraio 2026

10. Forma [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


Giorni di nebbia avvolgevano il passo di Qingshan quando Elia vi giunse.

Le cronache dell’Impero parlavano di banditi, di scuole rivali, di maestri scomparsi. Lui cercava altro. Cercava un uomo che, secondo le voci, combatteva senza aderire a nessuna setta.

Il sentiero saliva tra pini piegati dal vento. La neve cadeva obliqua, sottile. Ogni impronta restava visibile per pochi istanti, poi si cancellava.

Davanti al ponte sospeso trovรฒ un giovane con la tunica azzurra della Scuola del Drago Orientale.

«Il passo รจ chiuso» disse il giovane. «Per ordine del Consiglio.»

«Il vento ha ricevuto lo stesso ordine?» chiese Elia.

Il giovane non sorrise. Sguainรฒ la spada con un gesto fluido.

Il combattimento non fu lungo. Elia si mosse di lato, evitando il primo affondo. Non cercava la forza ma lo spazio tra i movimenti. Colpรฌ il polso del giovane con il piatto della lama. La spada cadde sulla neve.

«Perchรฉ non finisci il duello?» ansimรฒ l’avversario.

«Non sto cercando vittoria.»

Attraversรฒ il ponte.

Sul versante opposto, un vecchio sedeva su una roccia piatta, lo sguardo rivolto alla valle.

«Sei arrivato» disse senza voltarsi.

«Mi cercavi?»

«Non ancora. Ma sapevo che qualcuno sarebbe salito.»

Elia si fermรฒ a pochi passi. «Dicono che tu combatta senza scuola.»

«Dicono molte cose.»

Il vecchio tracciรฒ con un ramo un cerchio nella neve. Poi lo spezzรฒ con una linea obliqua.

«Ogni scuola insegna una forma. La forma protegge ma imprigiona.»

«E tu cosa insegni?»

«A perdere l’appartenenza.»

Il vento si fece piรน forte. La neve cancellรฒ metร  del cerchio.

Elia sentรฌ riemergere lo smarrimento che lo accompagnava da giorni. Non era ignoranza della tecnica. Era distanza dalle definizioni.

«Se non appartengo a nulla, dove sto?» chiese.

Il vecchio si alzรฒ con lentezza inattesa per la sua etร . I suoi movimenti erano essenziali, privi di ornamento.

«Stai nel gesto prima che diventi nome.»

Senza preavviso, il maestro attaccรฒ. Ogni colpo sembrava anticipare la risposta.

Elia arretrรฒ, poi smise di opporre resistenza. Lasciรฒ che il corpo trovasse un ritmo non appreso, non codificato. Per un istante, non cercรฒ di comprendere.

Le lame si fermarono a pochi centimetri l’una dall’altra.

Il vecchio annuรฌ. «Non sei qui per dominare. Sei qui perchรฉ non ti riconosci piรน nelle forme.»

Elia abbassรฒ la spada. Guardรฒ la valle, le tracce giร  scomparse sul ponte.

«E questo basta?» chiese.

Il maestro scosse il capo. «Basta per iniziare. Il resto รจ disciplina.»

Il vento cancellรฒ del tutto il cerchio tracciato nella neve.

Elia comprese che la via non era un sistema cui aderire ma un esercizio continuo di spoliazione.

E che ogni gesto, per restare vivo, doveva sfuggire alla tentazione di diventare scuola.


martedรฌ 24 febbraio 2026

9. Normalitร  [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


Lui si svegliรฒ prima della sveglia, come sempre.

La stanza era ancora buia. Il rumore distante dei primi mezzi pubblici saliva dalla strada con regolaritร . Elia rimase sdraiato qualche secondo, ascoltando il proprio respiro. Non c’era nulla di anomalo. Era una mattina qualsiasi.

Si alzรฒ. Mise l’acqua sul fuoco. Il caffรจ salรฌ lentamente nella moka, con il suono abituale. Aprรฌ la finestra di pochi centimetri. L’aria entrรฒ fredda.

In bagno osservรฒ il proprio volto nello specchio. Non cercava difetti. Si chiese se fosse lo stesso di ieri o se qualcosa, invisibile, avesse cambiato posizione.

Sul tavolo della cucina c’era il quaderno. Lo sfiorรฒ senza aprirlo. Non voleva iniziare la giornata con una domanda.

Scese in strada. Il panettiere stava sollevando la serranda.

«Buongiorno, professore.»

«Buongiorno.»

La parola gli parve semplice, quasi solida.

Camminรฒ fino alla fermata. Le persone attorno a lui consultavano telefoni, parlavano a voce bassa, guardavano avanti. Nessuno sembrava esitante. Nessuno pareva interrogarsi sulla traiettoria della propria giornata.

Elia osservava i dettagli: una scarpa slacciata, una mano che tremava leggermente, un bambino che trascinava lo zaino con fatica. Tutto appariva normale, eppure ogni gesto gli sembrava sospeso sopra qualcosa che non si vedeva.

In aula spiegรฒ un testo antico. Le frasi scorrevano ordinate. Gli studenti prendevano appunti. Quando uno di loro alzรฒ la mano per chiedere chiarimenti, Elia provรฒ un sollievo inatteso. La domanda non era perfetta. 

All’uscita, comprรฒ del pane e qualche frutto. Tornรฒ a casa con la busta leggera.

Nel pomeriggio sistemรฒ dei libri, lavรฒ i piatti, rispose a due messaggi. Azioni minime, ripetute.

Non accadde nulla di straordinario.

Eppure, mentre spegneva la luce, si chiese se l’ordinario fosse una superficie compatta o una soglia che non aveva ancora imparato a riconoscere.

La giornata si era chiusa senza incidenti, senza rivelazioni. Forse lo smarrimento non aveva bisogno di eventi eccezionali. Forse abitava proprio lรฌ, tra il caffรจ del mattino e il pane della sera.

Si addormentรฒ con un pensiero semplice, non formulato del tutto.

Che vivere potesse significare restare dentro ciรฒ che accade, anche quando non lo si comprende.

Anche quando riguarda solo giorni.




lunedรฌ 23 febbraio 2026

8. Mistero [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


“Mistero” era la parola incisa sulla campana che nessuno suonava piรน.

Il villaggio sorgeva ai margini del bosco, dove la terra restava umida anche in estate. Elia vi arrivรฒ al crepuscolo, senza sapere bene perchรฉ avesse deviato dal sentiero principale. Aveva seguito un suono basso, irregolare, come un respiro trattenuto.

Le case erano chiuse. Non abbandonate. Chiuse.

Sulla piazza centrale c’era una chiesa piccola, sproporzionata rispetto alle abitazioni. Il portone era socchiuso.

Entrรฒ.

L’aria odorava di cera fredda e terra bagnata. Non c’erano icone nรฉ panche. Solo la campana, calata dal campanile e appoggiata al centro della navata, come un oggetto caduto.

Sull’orlo, la parola: Mistero.

Elia la sfiorรฒ. Il metallo era tiepido.

Un rumore provenne dall’abside. Non un passo. Uno spostamento minimo, come di stoffa contro pietra.

«C’รจ qualcuno?» chiese.

La voce gli tornรฒ indietro con un’eco piรน lenta del previsto.

Si avvicinรฒ. Dietro l’altare trovรฒ una porta stretta che scendeva verso il basso. Non ricordava di aver visto scale dall’esterno.

Scese.

L’umiditร  aumentava a ogni gradino. Le pareti erano segnate da unghiate sottili, ripetute. Non profonde. Insistenti.

In fondo alla scala, una stanza circolare. Al centro, una sedia. Vuota.

Sulle pareti, incise con mano incerta, frasi brevi: “Non รจ fuori.” “Non รจ sopra.” “Non รจ altrove.”

Elia sentรฌ un movimento alle sue spalle.

Si voltรฒ. Non c’era nessuno.

La campana, sopra di lui, vibrรฒ senza essere toccata. Un suono basso, prolungato, che non sembrava provenire dal metallo ma dalla terra stessa.

Il pavimento tremรฒ leggermente.

Elia comprese che il villaggio non era fuggito da qualcosa. Si era raccolto attorno a qualcosa.

Il mistero non era un enigma da sciogliere. Era una presenza che chiedeva di essere abitata.

La vibrazione aumentรฒ. Le incisioni sulle pareti sembravano fresche.

Un pensiero lo attraversรฒ: e se lo smarrimento non fosse perdita di senso ma avvicinamento a ciรฒ che non puรฒ essere contenuto?

La porta alle sue spalle si chiuse con un suono secco.

La campana continuava a vibrare.

E per la prima volta Elia ebbe la certezza che non fosse lui a cercare il mistero.

Era il mistero ad aver trovato lui.


domenica 22 febbraio 2026

7. Dubbio [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


Senso era la parola che frate Elia non riusciva piรน a pensare durante l’ufficio dell’alba.

Il monastero di San Verano sorgeva su un’altura battuta dal vento. Le pietre erano fredde anche d’estate. I fratelli si alzavano quando il cielo era ancora nero, entravano in coro, salmodiavano secondo la Regola.

Elia conosceva ogni versetto. La voce gli usciva corretta, disciplinata. Eppure, da qualche settimana, le parole gli apparivano come scale appoggiate al vuoto.

«Ti vedo stanco» disse il priore una mattina, mentre attraversavano il chiostro.

«Non รจ stanchezza, padre.»

«Tentazione, allora?»

Elia esitรฒ. «รˆ come se il mondo fosse diventato opaco. Recito, obbedisco, trascrivo. Non capisco piรน a che cosa rimandi ciรฒ che facciamo.»

Il priore si fermรฒ sotto l’arco centrale. «La fede non รจ comprensione.»

«Lo so. Ma non รจ nemmeno ripetizione.»

Il vento attraversรฒ il cortile, sollevando foglie secche contro le arcate. In lontananza si vedevano i campi brulli, un villaggio raccolto attorno alla torre.

«Dubiti di Dio?» chiese il priore.

«Dubito della mia capacitร  di riconoscerlo.»

La risposta non era prevista.

Nei giorni seguenti Elia copiรฒ manoscritti nello scriptorium. Le lettere gotiche scorrevano ordinate sulla pergamena. “In principio erat Verbum.” Scrisse la frase con attenzione. La guardรฒ a lungo. Se il principio era una parola, perchรฉ ora le parole gli sembravano insufficienti?

Una sera, mentre i fratelli cenavano in silenzio, udรฌ bussare al portone. Un viandante chiedeva rifugio. Era infreddolito, sporco di fango.

Elia lo condusse in cucina.

«Perchรฉ vi fermate qui?» domandรฒ il viandante.

«Per cercare Dio.»

L’uomo lo osservรฒ con un sorriso stanco. «E l’avete trovato?»

Elia non seppe rispondere.

Quella notte salรฌ sulla torre campanaria. Il cielo medievale non era misurato da strumenti, solo da stelle. Guardรฒ la campagna immersa nell’oscuritร . Pensรฒ ai contadini, alle malattie, alle guerre che attraversavano le terre senza ordine visibile.

Forse il senso non era nascosto nelle formule nรฉ custodito nei codici miniati. Forse era nella domanda stessa, nel vuoto che costringeva a cercare.

All’alba tornรฒ in coro. Le voci si alzarono insieme.

Quando arrivรฒ al versetto finale, non cercรฒ di comprendere. Restรฒ dentro l’atto di pronunciare.

E per un istante brevissimo lo smarrimento non fu negazione ma apertura verso il mistero.


sabato 21 febbraio 2026

6. Domanda [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


Destino รจ una parola che non compare piรน nei documenti ufficiali.

Elia la pronuncia mentalmente mentre aspetta il suo turno nella sala neutra dell’Edificio Orientamenti. Le sedie sono disposte a distanza regolare. Nessuno parla. Un pannello luminoso indica i tempi medi di ridefinizione.

Ha richiesto un colloquio umano.

Quando entra, la stanza รจ spoglia. Una scrivania, due sedie, una finestra opaca che non permette di vedere l’esterno. Di fronte a lui siede una donna senza insegne.

«In che modo posso aiutarla?» chiede.

La voce รจ calma, priva di inflessioni persuasive.

Elia cerca le parole. «Vorrei capire se esiste una differenza tra errore e deviazione.»

La donna prende appunti su carta, non su schermo. «Per il sistema la deviazione รจ uno scarto misurabile. L’errore implica un giudizio.»

«E per lei?»

Lei alza lo sguardo. «Per me l’errore รจ umano. La deviazione รจ statistica.»

Elia annuisce. «E il destino?»

La donna esita un istante. «Non utilizziamo quel termine.»

«Io sรฌ.»

Silenzio.

«Che cosa intende quando lo dice?» domanda lei.

Elia osserva le proprie mani. «Intendo qualcosa che non coincide con ciรฒ che mi viene assegnato. Una direzione che non deriva da un calcolo.»

«Potrebbe trattarsi di resistenza al cambiamento.»

«O di fedeltร  a qualcosa che non so nominare.»

La donna chiude il taccuino. «Si sente disallineato?»

«Mi sento incompleto quando aderisco.»

Non c’รจ tensione nella stanza. Solo una lentezza che non rientra nei tempi medi indicati fuori.

«Il sistema tende a ridurre l’incertezza» dice lei. «Molti trovano sollievo in questo.»

«Io trovo vertigine.»

La parola resta sospesa tra loro.

«Non posso offrirle una categoria alternativa» conclude la donna. «Posso solo registrare la sua posizione.»

«E qual รจ la mia posizione?»

Lei lo guarda con una forma di attenzione non protocollare. «Sta cercando un senso che non sia giร  stato predisposto.»

Elia si alza. Non prova sollievo. Non prova opposizione. Avverte una nuditร  semplice.

Prima di uscire chiede: «Se il destino non esiste, perchรฉ continuo a sentirlo?»

La donna non risponde subito. Poi dice: «Forse perchรฉ non tutto ciรฒ che conta รจ quantificabile.»

Fuori, il corridoio riprende il suo ritmo uniforme. Le sedie sono ancora alla stessa distanza. I tempi medi scorrono sul pannello.

Elia cammina senza consultare il terminale. Per la prima volta non cerca un grafico che lo rappresenti.

Si chiede se vivere significhi accettare una traiettoria assegnata o attraversare l’incertezza senza garanzia.

E mentre scende le scale, comprende che il suo smarrimento non รจ assenza di direzione.

รˆ una domanda senza risposta chiamata senso.


venerdรฌ 20 febbraio 2026

5. Corrispondenze [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


Profilo era inciso sulla fronte di ogni abitante di Lythra, visibile solo quando la luce delle tre lune cadeva obliqua.

Elia lo scoprรฌ la notte in cui attraversรฒ il Ponte delle Maree, convinto di trovarsi ancora nella periferia della cittร  regolata. Il ponte non compariva in nessuna mappa ufficiale. Eppure era lรฌ, sospeso sopra un’acqua immobile che rifletteva stelle non registrate.

Quando mise piede sull’altra riva, il suo terminale smise di funzionare. Lo schermo divenne opaco, come se avesse deciso di non interpretare piรน il mondo.

Una figura avvolta in un mantello scuro lo osservava.

«Non sei segnato» disse.

«Segnato da cosa?»

La figura si avvicinรฒ. Sotto la luce inclinata apparvero linee sottili sulla sua pelle, come rune trasparenti.

«Dal tuo profilo. Qui ognuno porta la forma che gli รจ stata assegnata.»

Elia sollevรฒ una mano verso la propria fronte. Non sentรฌ incisioni, nรฉ bruciature.

«Io non vedo nulla.»

«Appunto.»

Camminarono tra case costruite con pietra chiara e radici intrecciate. Ogni abitante aveva un segno diverso: spirali, angoli, costellazioni minute. Nessuno sembrava sorpreso di essere leggibile.

«Chi decide la forma?» chiese Elia.

«La Torre delle Corrispondenze. Interpreta le inclinazioni, traduce i desideri, stabilisce il posto.»

«E se qualcuno non coincide con il segno?»

La figura esitรฒ. «Allora il segno si approfondisce finchรฉ coincide.»

Un bambino passรฒ correndo. Sulla fronte aveva un tratto appena accennato, come una linea ancora incerta.

Elia avvertรฌ un bruciore leggero sulla pelle. Si specchiรฒ in una superficie d’acqua. Per un istante vide comparire una traccia sottile, irregolare, che non corrispondeva a nessuna delle forme osservate.

«Sta emergendo» disse la figura. «La Torre ti ha registrato.»

«Io non ho chiesto di essere tradotto.»

«Nessuno lo chiede.»

La luce delle lune cambiรฒ angolazione. Le incisioni sulle fronti si fecero piรน evidenti. La sua, invece, rimase instabile, come se rifiutasse di fissarsi.

Elia comprese che anche in quel luogo il mondo cercava di rendere ogni essere leggibile, assegnabile, definitivo.

Guardรฒ verso la Torre, visibile in lontananza come una lama di pietra scura contro il cielo.

Si domandรฒ se esistesse uno spazio in cui non fosse necessario aderire a una forma.

La figura lo fissรฒ con attenzione nuova. «Se il segno non si stabilizza, la Torre interverrร .»

«In che modo?»

«Ti darร  una direzione.»

Elia sentรฌ il bruciore farsi piรน intenso. La linea sulla sua fronte oscillava, come indecisa tra due tracciati.

Per la prima volta temette che lo smarrimento non fosse un errore ma una resistenza.

E che la resistenza avesse un prezzo chiamato destino.


giovedรฌ 19 febbraio 2026

4. Profili [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


“Criterio” era la parola che il commissariato aveva ripetuto tre volte nel comunicato ufficiale.

«La selezione non รจ arbitraria» aveva dichiarato il portavoce. «Segue un criterio oggettivo.»

Elia rilesse il testo sullo schermo opaco del suo terminale. Oggettivo. Un aggettivo che negli ultimi anni aveva assunto un tono definitivo, come una sentenza.

La cittร  era illuminata da lampioni a luce fredda. Le ombre cadevano nette, senza sfumature. Davanti al palazzo 27-B un nastro giallo delimitava l’ingresso. Non c’era sangue visibile. Non c’erano segni di effrazione.

«Lei lo conosceva?» chiese l’ispettore senza presentarsi.

«Di vista.»

«Di vista รจ poco.»

«รˆ piรน di quanto sembri.»

L’ispettore lo studiรฒ. «Il soggetto รจ stato rimosso per incompatibilitร .»

«Con cosa?»

«Con l’indice.»

Elia guardรฒ le finestre del terzo piano. Una era rimasta socchiusa. Il vento muoveva la tenda con un ritmo irregolare.

«Non risultano reati» proseguรฌ l’ispettore. «Solo deviazioni reiterate.»

«Deviazioni da cosa?»

«Dalla linea.»

La parola cadde tra loro come un oggetto pesante.

Elia conosceva il meccanismo. Ogni cittadino possedeva un punteggio di coerenza. Un algoritmo confrontava dichiarazioni, consumi, relazioni. Quando lo scarto superava la soglia, scattava la revisione.

«Revisione รจ un termine tecnico» disse l’ispettore, quasi leggendo il suo pensiero. «Non implica colpa.»

«Implica sparizione.»

L’uomo non smentรฌ.

Un’auto nera senza insegne si allontanรฒ silenziosa. Dentro, probabilmente, non c’era piรน nessuno.

Elia ricordรฒ una conversazione avuta mesi prima con il soggetto rimosso. Parlava lentamente, come chi pesa ogni frase.

«Non capisco piรน il nesso tra ciรฒ che dicono e ciรฒ che fanno» gli aveva confessato.

Allora Elia aveva annuito. Non aveva immaginato che quel dubbio potesse diventare prova.

«Sta suggerendo qualcosa?» chiese l’ispettore.

«Sto cercando il criterio.»

«รˆ pubblico.»

«รˆ comprensibile?»

L’ispettore strinse le labbra. «Comprendere non รจ necessario. Adeguarsi sรฌ.»

Il nastro giallo tremรฒ leggermente nel vento. La finestra al terzo piano continuava a battere contro il telaio, fuori ritmo rispetto al resto della facciata.

Elia ebbe la sensazione che la cittร  non eliminasse i colpevoli ma gli incomprensibili.

Si allontanรฒ senza salutare. Le strade erano pulite, l’aria regolata, le telecamere discrete.

Si domandรฒ quale deviazione fosse giร  registrata a suo nome. Quale parola annotata nel suo quaderno potesse trasformarsi in indizio. 

“Quando รจ iniziato tutto? E come abbiamo potuto non accorgercene?” Le domande rimasero inevase.

Nel silenzio controllato della notte, comprese che non cercavano chi faceva male ma chi non rientrava nel profilo.


mercoledรฌ 18 febbraio 2026

3. Distanze [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 

Misura era la distanza tra il saloon e la linea ferroviaria, tra il pozzo e il recinto, tra la cittร  e il deserto. Cosรฌ diceva il bando affisso all’ingresso di Dryfall, territorio occidentale riorganizzato dopo la Grande Ridistribuzione.

Elia arrivรฒ a cavallo poco prima del tramonto. La strada principale era una sequenza di edifici bassi, tutti costruiti secondo lo stesso modulo. Nessuna deviazione.

Davanti al saloon un uomo con una stella metallica fissata al petto lo osservava.

«Nuovo ispettore?»

«Solo di passaggio.»

Entrรฒ. Il pianoforte automatico ripeteva lo stesso motivo. I bicchieri erano allineati con precisione sul bancone.

«Qui teniamo tutto in misura» disse il barista asciugando un bicchiere. «Niente risse, niente eccessi. Dopo quello che รจ successo a Est, la gente vuole equilibrio.»

«Che cosa รจ successo a Est?»

Il barista esitรฒ un istante. «Troppa libertร . Troppa polvere. Troppa gente convinta di sapere meglio del governo.»

Un uomo seduto in fondo intervenne senza voltarsi. «E troppa acqua. Quando รจ arrivata, non eravamo pronti.»

Elia uscรฌ sul retro. Oltre l’ultima staccionata cominciava il deserto. Nessun cartello. Solo spazio aperto.

Il cavallo si irrigidรฌ.

L’uomo con la stella lo aveva seguito. «Oltre quella linea non rispondiamo di niente.»

«Chi l’ha tracciata?» chiese Elia.

«La mappa.»

«E chi ha tracciato la mappa?»

L’uomo lo guardรฒ come si guarda qualcuno che complica le cose semplici. «Non importa. Funziona.»

Il vento sollevรฒ sabbia tra i due. La cittร  respirava entro confini stretti, regolati, rassicuranti. Oltre, nessuna garanzia.

«Resta per la notte» disse l’uomo. «Qui siamo protetti.»

Elia osservรฒ la linea ferroviaria che correva diritta verso ovest. Diritta fino a quando?

Accarezzรฒ il collo del cavallo. Sentiva di non appartenere nรฉ alla sicurezza delle assi di legno nรฉ all’apertura del deserto.

«Se tutto รจ in misura» disse piano «chi decide quando รจ troppo?»

L’uomo non rispose.

Tra la polvere e le finestre illuminate con la stessa intensitร , Elia avvertรฌ di nuovo quella distanza sottile che non riusciva a nominare. Non era il confine a inquietarlo. Era il principio che lo rendeva indiscutibile.

Forse la misura non era una protezione. Forse era un criterio.


martedรฌ 17 febbraio 2026

2. Misura [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


Tempo… Oltre le paratie del Settore Abitativo 14, la temperatura stazionava su un rigore immutabile di diciannove gradi. Il sistema ne garantiva l’assolutezza; Elia ne traeva conferma dal nitore del pannello luminoso che, all’ingresso, ne declamava la precisione con fredda solerzia. Egli non serbava memoria dell’istante in cui l’ostensione pubblica del microclima era assurta a precetto obbligatorio.

Attraversรฒ il corridoio cinetico, lasciandosi traslare dal tappeto scorrevole fino alla stazione di distribuzione. Intorno a lui, i corpi restavano ieratici, come imposto dal decoro vigente; solo le pupille, frenetiche, tradivano un residuo di vitalitร  meccanica. Un altoparlante diffuse una salmodia metallica: «Indice di stabilitร  sociale: 87%. Livello di fiducia: adeguato». Elia si interrogรฒ, in un brivido di dissenso, su quale mente suprema avesse tracciato il confine dell'adeguatezza.

Consultรฒ il terminale orbitale al polso: le notifiche suggerivano acquisti simmetrici al suo profilo etico, costantemente raffinato dagli algoritmi. «Riduzione impatto emotivo: consigliata», recitava lo schermo. Non ricordava di aver mai sollecitato tale aggiornamento della propria interioritร . Nel transito verso l’Area Formativa, i cartelloni esibivano cromatismi sereni e aforismi lapidari: «Condividere รจ convergere», «Comprendere รจ aderire». Elia ne sillabรฒ le lettere, percependone l’effetto opaco, una semantica priva di riverbero.

In aula, i discenti sedevano dinanzi a superfici diafane dove le risposte precedevano, per efficienza, le domande stesse. Elia osรฒ un’apostrofe non codificata: «Cosa accade quando una definizione non esaurisce il reale?». Il dispositivo segnalรฒ istantaneamente una deviazione; il sistema suggerรฌ un sollecito rientro nel tracciato logico. Sguardi di perplessitร  lo investirono, simili a quelli rivolti a un precettore che ignori le linee guida del presente.

Durante la pausa, il firmamento proiettato mutรฒ tonalitร  seguendo il protocollo stagionale: un inverno asettico, epurato da ogni eccesso meteorologico. Sul terminale di Elia apparve un monito: «Allineamento semantico in calo. Si consiglia verifica di coerenza». Egli rimase immobile, colto dal sospetto che il dramma non risiedesse nel decifrare il mondo, bensรฌ nell'essere sussunti da esso secondo parametri alieni. Osservรฒ il flusso umano fluire sui nastri mobili: tutto era proporzionato, ogni gesto statistica, ogni parola protocollo. Si domandรฒ chi avesse stabilito la corretta misura di quell'esistere calibrato, chi avesse amputato l'imprevisto per farne una norma, chi avesse infine deciso che il battito del cuore dovesse accordarsi al ritmo di un orologio digitale. Tutto scorreva, eppure nulla accadeva.

Si domandรฒ chi avesse deciso la corretta misura.


lunedรฌ 16 febbraio 2026

01. Scarto [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


All’alba del primo giorno dell’anno, Elia avvertรฌ che la trama della realtร  non coincideva piรน con il suo ordito. Non era un mutamento fragoroso, bensรฌ uno scarto infinitesimale, simile all’impercettibile pendenza di un quadro che ferisce l’occhio di chi solo ne conosce l’esatta quadratura.

La dimora conservava l’inerzia della sera trascorsa: i piatti adagiati nel lavello, la sedia scostata di pochi centimetri, il calendario vergine accanto al vecchio, quest’ultimo ancora custode di un tempo scaduto. Eppure, un sospetto lo pungeva: gli oggetti sembravano aver stretto un patto segreto, una congiura silenziosa ordita alle sue spalle.

Dalla radio sprigionavano voci festanti, bilanci e rutilanti promesse. Gli parvero idiomi familiari eppure arcaici, remoti; coglieva il senso di ogni singolo fonema, tuttavia la sintesi del discorso gli sfuggiva. Era come se il significato profondo si fosse ritratto di un passo, lasciando solo l’involucro delle parole.

Schiuse la finestra e l’aria, nitida e gelida, lo investรฌ. Il palazzo dirimpetto rifletteva un riverbero lattiginoso, quasi onirico. Si domandรฒ allora se avesse trascorso la vita a osservare senza guardare o se, per un sortilegio del nuovo anno, stesse iniziando a vedere con una luciditร  fin troppo ferina.

Sul tavolo giaceva il quaderno. Vi incise una riflessione: «Non scorgo piรน la direzione». Rimanendo a fissare quel solco d’inchiostro, lo percepรฌ come il lascito di uno sconosciuto.

Rievocรฒ il simposio della notte precedente: le risate, i calici levati e quel lemma — «normalitร » — sbandierato come un talismano contro l’ignoto. Vi aveva preso parte con ossequiosa cortesia; ora quella recita gli appariva artificiale, una messinscena di cui ignorava il canovaccio.

Si sedette, tentando di ancorarsi alle proprie certezze: il nome, il domicilio, l’impiego. Erano dati inoppugnabili, eppure esangui. Risultavano insufficienti a definirlo.

Oltre il vetro, il mondo seguiva il suo corso: una coppia procedeva con passo misurato, un autobus fendeva il silenzio con un fremito breve. Tutto ubbidiva alle leggi del consueto; era lui a sentirsi traslato di pochi millimetri rispetto al proprio asse.

Non era sgomento, bensรฌ una tenue, persistente sensazione di esilio: come se il mondo, nel volgere della notte, avesse varcato una soglia invisibile, lasciandolo un passo indietro, sulla sponda sbagliata del tempo.


sabato 7 febbraio 2026

Ars Mentis su ๐˜Œ๐˜ถ๐˜ต๐˜ฉ๐˜บ๐˜ฎ๐˜ช๐˜ฐ๐˜ด [๐’๐’‘๐’–๐’” ๐’Ž๐’†๐’–๐’Ž]

 


Era un normale giorno di scuola quando Nicola Sguera, il nostro professore di storia e filosofia, entrรฒ in classe portando con sรฉ un libro dalla copertina enigmatica. Come avremmo dovuto reagire di fronte a un bastone di Asclepio inscritto in una corona di spine? Potete immaginare lo sconcerto di giovani adolescenti, inclini a interessi che apparivano, in quel momento, decisamente piรน urgenti e coinvolgenti.

A turno ci siamo cimentate in quella che sembrava un’impresa quasi titanica: superare le nostre perplessitร  iniziali. Abbiamo iniziato a sfogliare le pagine del libro senza grandi aspettative, con una curiositร  cauta e un certo scetticismo.

Questo ฮผแฟฆฮธฮฟฯ‚ ฮตแผฐฮบฯŽฯ‚ (mรฝthos eikos) racconta la storia di Euthymios, un medico greco, seguendone il percorso umano e spirituale nel mondo antico: un viaggio di conoscenza che attraversa la fede, il dubbio e la ricerca della propria umanitร . Nato a Lรกrissa, in Tessaglia, formatosi alla medicina secondo i precetti di Ippocrate e della filosofia stoica, Euthymios naufraga a Yafa. Qui entra in contatto con la spiritualitร  ebraica del tempo, incontra gli ฮ•ฯƒฯƒฮฑแฟ–ฮฟฮน (Esseni) e Yohanan (Giovanni Battista), avvicinandosi a una concezione del sacro lontana dalla sua formazione greca.

L’incontro decisivo avviene con Yeshua (Gesรน), verso il quale Euthymios prova sentimenti ambivalenti, filtrati attraverso la razionalitร  ellenica e il rigore medico. Dopo aver assistito alla sua morte, ne cura la sepoltura insieme alla moglie Deborah, ex prostituta e discepola di Cristo. Da quel momento, la sua vita รจ attraversata da un tormento profondo: la fede nel Masiah lo inquieta e lo interroga senza offrirgli certezze. Frequenta la comunitร  cristiana di Gerusalemme, si reca a Roma, incontra Seneca e alcuni discepoli di Yeshua, tra cui Pietro, e sente parlare di Saulos, del quale viene messo in guardia. Quando a Gerusalemme scoppia il conflitto e la violenza dilaga, Euthymios, ormai anziano e solo, sceglie di togliersi la vita come sacrificio a Dio, convinto che solo Lui possa instaurare un regno di pace e giustizia in un mondo che il medico ha cercato, per tutta la vita, di rendere meno ingiusto.

Attraverso questo romanzo storico, il professor Sguera affronta una delle figure piรน controverse della storia: il Gesรน storico. Ancora oggi oggetto di dibattito, Gesรน viene qui ricostruito attraverso un lungo lavoro di studio e confronto con fonti e interpretazioni di studiosi. Il giudizio di Euthymios emerge con chiarezza in una frase centrale del libro:

«Non potevi immaginare, povero amico, che quel messaggio sarebbe stato corrotto, reso irriconoscibile – e che la tua memoria sarebbe divenuta motivo di battaglia piรน che fuoco acceso.»

Questa riflessione trova un’eco anche nel pensiero moderno, in particolare nel filosofo danese Sรธren Kierkegaard, che criticรฒ duramente il cristianesimo istituzionalizzato dallo Stato, accusandolo di aver snaturato l’esperienza autentica della fede, riducendola a pratica borghese e priva di vera interioritร .

Noi giovani ci riconosciamo facilmente in questo giudizio. Oggi siamo sempre piรน distanti dalle religioni tradizionali e dalla fede organizzata. Se un tempo erano le madri a trascinare i figli a messa, ora le chiese appaiono popolate quasi esclusivamente da anziani. Questo allontanamento sembra legato proprio alla trasformazione del messaggio originario di Yeshua, fondato su misericordia, ascolto, perdono e aiuto reciproco. La Chiesa contemporanea, spesso percepita come sfarzosa e superficiale, appare distante da quella radicalitร . Predica la povertร , ma ostenta ricchezza; invita all’umiltร , ma si mostra gerarchica e autoreferenziale.

Il libro, pur partendo da questi pregiudizi diffusi, ha saputo coinvolgerci perchรฉ ha aperto uno spazio di riflessione autentica: ciรฒ che oggi viene predicato corrisponde davvero a ciรฒ che predicava Yeshua? Nessuno puรฒ fornire una risposta definitiva. Riteniamo perรฒ che il professor Sguera abbia il merito di aver acceso in una nuova generazione interrogativi troppo spesso elusi o banalizzati.

Forse รจ proprio questa la strada per avvicinare i giovani a temi complessi e necessari, utili a comprendere la storia e la cultura in cui viviamo. Forse รจ la forza del libro, il suo lume discreto, a rischiarare alcune zone d’ombra della modernitร , rendendoci piรน consapevoli del cammino dell’umanitร .


* * *

Ars Mentis รจ costituito dalla studentesse di V anno Asia Dell’Oglio, Michela Franco, Federica Mercurio e Maria Antonietta Togna. Promuove la lettura tra i bambini.


domenica 25 gennaio 2026

Antonia Pozzi [ฯ€ฮฟฮฏฮทฯƒฮนฯ‚]

 


Ieri pomeriggio, a casa Naima, che si conferma luogo vitale e necessario di proposta culturale del nostro Sannio, Davide Ricchiuti e Carmen Ciarleglio, introdotti dalla “padrona di casa, Flavia Peluso, hanno omaggiato in maniera originale Antonia Pozzi, alternando frammenti di podcast, letture e riflessioni.

Ovunque si celebri la poesia si fa opera meritoria, soprattutto in tempi oscuri quali quelli che stiamo vivendo, dove il fascismo sta tornando sotto mentite spoglie.

Fatta questa doverosa premessa, articolo meglio alcuni rilievi mossi ieri a Ricchiuti.

1. Il critico ha sottolineato l’atteggiamento “patriarcale” che Antonio Banfi avrebbe avuto nei confronti della giovane allieva che le sottopose le sue poesie, facendo analogie con quanto accaduto tra la Dickinson ed Thomas Wentworth Higginson (che la invitava a lavori muliebri). Ho obiettato che mi sembrano, dalla narrazione fattane, due casi molto diversi. Ne trovo conferma ritornando con calma sulla questione. Ne รจ prova la gratitudine che la poetessa provava nei confronti del maestro. 

2. Ricchiuti ha fatto trasparire biasimo anche nei confronti di Montale, che pure curรฒ la prima edizione delle poesie della Pozzi. A me pare che l’immenso poeta ligure formulasse un giudizio (legittimo!), capace di riconoscere valore a quei versi ma anche i loro limiti (che nulla hanno a che fare, a mio avviso, con questioni di genere). 

3. Nel podcast si allude ad una “atopia” dei versi della Pozzi rispetto a quanto si scriveva nel proprio tempo. Le immagini lasciano scorrere i volti di Montale, Ungaretti, Campana. In realtร , in quel girรฒ di anni si era sviluppata una poesia in cui, a mio avviso, trovano collocazione i versi della Pozzi: quella crepuscolare (figlia del Pascoli piรน intimo). 

4. Ho concluso dicendo che ho l’impressione che troppo spesso vicende biografiche estreme inficino un giudizio pur necessario (me lo ha insegnato George Steiner) e di cui non dobbiamo avere paura. E non parlo solo della Pozzi ma anche di Cristina Campo, sopravvalutata anche per motivi editoriali, e di Alda Merini. รˆ come se le biografie tracimassero continuamente nella lettura della loro produzione. Il paragone con la Dickinson, vertice della poesia mondiale, visionaria, รจ assolutamente fuorviante. Il mio giudizio, per altro, parte dall’assunto che la poesia italiana del Novecento abbia prodotto una gran quantitร  di capolavori, ben piรน della sua povera narrativa. Mi pare sbagliato rivendicare, ad esempio, lo studio scolastico della Pozzi per motivi di genere. Doveroso, dovrebbe essere, al contrario, leggere e studiare una grandissima poetessa come Amelia Rosselli (pure lei caso umano ma molto piรน complessa come scrittrice). Insomma, a me pare che, alla fine, autrici come la Pozzi o la Merini gratifichino il bisogno di poesia evitando la fatica che essa impone. Un grande poeta vivente, evocato ieri sera, Elio Pecora, disse a Benevento, nostro ospite, che si legge poca poesia perchรฉ รจ... difficile! Io credo che questa asperitร  non vada elusa ma abitata consapevolmente, accettata come parte pressochรฉ costitutiva della poesia stessa. Personalmente, ho imparato, soprattutto negli ultimi anni che la poesia che evita questa sfida cerca scaltramente un pubblico vasto. Non รจ il caso (ci mancherebbe!) della Pozzi. 

5. Infine, ho chiesto a Davide conto della sua lettura, poco rispettosa della versificazione della Pozzi che predilige l’endecasillabo sciolto. Una vecchia, inutile battaglia. Peccato.

In ogni caso, come detto all’inizio, bellissimo che tante persone si siano viste per celebrare una donna fragile e complessa, che ci ha lasciato alcuni versi splendenti e la cui vita รจ affascinante, come tutte le esistenze brevi e tragiche