venerdì 16 gennaio 2026

Risposte a 𝗦𝘁𝗲𝗳𝗮𝗻𝗼 𝗖𝗮𝗿𝘁𝗮 su 𝘌𝘶𝘵𝘩𝘺𝘮𝘪𝘰𝘴 [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 

Caro Stefano,
tenevo molto al tuo parere sulla mia prima opera narrativa. Non per una forma di legittimazione, quanto per la storia che ci lega. Abbiamo attraversato insieme l’università a Roma, nella seconda metà degli anni Ottanta. Anni di studio serio, di letture condivise, di un apprendistato che passava anche dalle conversazioni fuori aula. In particolare, l’incontro con una maestra rara, capace di trasmettere amore per la poesia e, prima ancora, di insegnarci a leggere davvero, soprattutto la poesia.
Per questo il tuo giudizio mi è caro. Lo è per il tono, per l’attenzione con cui individui alcuni nuclei del romanzo, che definisci un viaggio «nei luoghi dell’anima». Una formula che riconosco, perché nasce da una lettura non frettolosa. Coglie il passo interiore del racconto, senza forzarlo.
Hai descritto con precisione il protagonista. Ne riconosci l’empatia, insieme a quello sguardo complessivo sulla persona che potremmo chiamare “olistico”, senza caricarlo di etichette. È un punto centrale del libro. Mi ha fatto piacere che tu abbia colto anche il legame di amicizia tra Euthymios e Yeshua. Durante la scrittura era un asse decisivo. Non un artificio narrativo, piuttosto qualcosa che affiora da alcune pagine evangeliche, penso all’episodio di Lazzaro. L’amicizia, quando è reale, fonda una vita che può dirsi degna. Lo sappiamo entrambi, per esperienza diretta.
Ho provato a immaginare due persone molto diverse, entrambe costrette dall’incontro a uscire dai propri assetti consueti. Da ciò che ciascuno dava per scontato. Non una fusione, piuttosto un’interrogazione reciproca. Entrambi vengono chiamati dall’altro, senza che questo cancelli le differenze. In questo, forse, sta la mia scelta più personale.
Sì, ho cercato di fare del protagonista un cercatore onesto della verità. Non un eroe, non un modello. Qualcuno che procede con gli strumenti che ha, accettando limiti e contraddizioni. Mi auguro che in questa figura possa riconoscersi anche una parte dell’umanità smarrita dei nostri giorni inquieti, senza che il testo pretenda di offrire soluzioni.
Sapevo che le pagine dedicate a Deborah ti avrebbero parlato. Non aggiungo altro. Ci sono cose che, tra persone che si conoscono da molti anni e hanno condiviso momenti luminosi e passaggi dolorosi, non hanno bisogno di essere esposte. Restano tra le righe.
Hai ragione anche sulla morte di Euthymios. È serena. Così dovrebbe essere la fine di chi ha fatto ciò che poteva e ciò che doveva, senza risparmiarsi, senza chiedere sconti.
Lo dico spesso, anche altrove: sapere che i miei amici più cari mi sono accanto in questa fioritura inattesa mi sostiene e mi conferma in una vocazione, per quanto scoperta tardivamente. 


mercoledì 14 gennaio 2026

Stefano Carta su “Euthymios” [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 

Deborah

Ho letto di getto questo romanzo d’esordio di Nicola Sguera al quale mi lega una duratura amicizia e che conoscevo per la sua produzione poetica, non pensando assolutamente che sarei stato in grado di addentrarmi in un genere che non è tra i miei preferiti, zeppo di riferimenti storico-geografici, con nomi lasciati traslitterati e riflessioni filosofiche che non sono in grado di giudicare in senso specialistico ma solo con una connessione emotiva. Certo è un romanzo dichiaratamente storico, eppure sono rimasto stretto accanto ad Euthymios lasciando che mi accompagnasse in un viaggio appassionante, attraverso la Storia, ma anche e soprattutto nei luoghi dell’anima.

La scelta come protagonista narrante di un medico buono che cura con conoscenze scientifiche ancora in divenire ma comunque arricchite dalla sua empatia con le persone malate e dalla sua esperienza fitoterapica, quella che in sostanza chiameremmo medicina olistica, ci pone da subito in una posizione di comfort morale, intravediamo in lui una figura positiva che ci dà fiducia.

Allora seguiamo le sue peregrinazioni mediche e attraversiamo in modo naturale luoghi significativi per la storia cristiana e conosciamo i suoi importanti pazienti, altrettanto evocativi come Giovanni Battista, Pietro, Paolo, Giuda, Seneca fino ad arrivare persino a Yeshua , il masiah, che veglierà e lenirà con amore durante il suo martirio.

Proprio questo incontro con il Gesù storico, il Yeshua amico, l’uomo desideroso di silenzio e solitudine, l’annuncio di un Regno imminente, il fallimento e la rilettura del Cristianesimo con il non-evento della Resurrezione introducono le riflessioni di Euthymios che si e ci pone domande sulla fede, sospendendo o meglio allargando ipotesi di risposte che non possono essere definitive né inconfutabili.

Domande a volte molto frequenti e comuni nell’essere umano, come quella degli incontri nell’aldilà, che più o meno tutti si pongono senza avere ovviamente una risposta certa, universalmente fondamentali, ma c’è in tutto questo una sincerità che aumenta la vicinanza al protagonista.

La conoscenza di Yeshua è simbolicamente anche una introduzione dell’altro livello di questo viaggio di Euthymios, ovvero l’incontro con Deborah e il conseguente amore assoluto, in questo caso duraturo e fedele.

Questo amore mi sembra costituire per il protagonista un completamento naturale della sua indole, una fusione di anime sentita e desiderata che dà vita al capitolo secondo me più intenso di tutto il romanzo, che non a caso avrà per titolo “Epilogo”. Qui personalmente riconosco la poesia, cinque pagine di raffinata celebrazione dell’Amore, che nella sua universalità ci presenta Euthymios nel suo peregrinare. Il sottotitolo virgolettato “In memoria di te” di questo capitolo anticipa di poco la scena conclusiva e definitiva, dell’assedio di Masada e il suicidio di massa di fronte all’assedio delle truppe romane.

Si potrebbe discutere su questo che è stato un atto estremo di una comunità, stretta quasi nell’obbligo di non avere altra alternativa quando tutto è perduto, ma la leggerezza che sento nel proporre questo atto drammatico di togliersi la vita, oltre che per manifestare la sua partecipazione al destino degli assediati contro la “feccia romana”, mi induce a pensare che questa sia soprattutto una fine simbolica di un percorso di vita completato con serenità da parte di Euthymios.

Complimenti sinceri Nicola per questo romanzo, scritto con un linguaggio e uno stile entrambi di livello, è un romanzo d’esordio ma non si direbbe, se queste sono le premesse...

* * *

Stefano Carta ha lavorato per molti anni, prima di andare in pensione, nellACI. Si è laureato con Biancamaria Frabotta.  


lunedì 12 gennaio 2026

Risposte a Lorenzo Preziosa su "Euthymios" [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 


Caro Lorenzo,

grazie per la lettura che fai di Euthymios, per l’apprezzamento che mostri nei confronti della mia scrittura. Non sei il primo, quindi prendo atto, alla mia opera prima, che la “forma” scelta è giusta. Non era scontato. Per mia natura, tendo ad un periodare complesso, sin dalla giovinezza (me lo rimproverò all’Esame di Maturità il grande Mario De Agostini, che tornerà, trasfigurato come personaggio del secondo romanzo in gestazione).

Mi conforta sapere che per un lettore intelligente e colto la “profondità” possa dirsi in una modalità narrativa non respingente. 

Cogli stimoli pari a quelli di un saggio, e ne sono lieto. Ti rammarichi per la mancanza di una bibliografia. Duplice la mia risposta. Prima di tutto, metterla avrebbe significato voler collocare la finzione al pari della rigorosa ricerca storiografica (che ne è stata il presupposto appunto ventennale). Poi, e mi pare l’argomentazione decisiva, sono partito pensando di voler affrontare narrativamente la questione del “Gesù storico”. A causa di una magia che può accadere solo nella scrittura, però, giorno per giorno il nucleo originario si è ampliato. Come ho detto ad un altro lettore profondo (Ciro Schettino), avevo l’impressione che si aprissero porte in una casa, e io mi infilassi dentro per vedere cosa c’era. Quindi, alla fine, la questione genetica del romanzo (il Gesù storico) è rimasta, è importante, ma il centro non è Yeshua bensì un personaggio, Euthymios, che è sfuggito di mano all’autore, che, pagina dopo pagina, ha rivendicato la sua autonomia, che, insomma, ha iniziato a vivere di vita propria. Se, dunque, bibliografia avrebbe dovuto esserci doveva vertere su varie questioni: dalle erbe medicinali alle feste ebraiche, dai ludi gladiatori alla congiura dei Pisoni. In ogni caso, ho lavorato con un gran numero di testi, non solo italiani, a portata di mano. Il che non rende immune il libro da errori, che sicuramente ci saranno, ma testimonia della mia buona fede nel voler fondere onestamente storia e invenzione.

Infine, sicuramente scrivere è stato anche per me terapia. Mi ha guarito dal dolore di aver abbandonato il mio ruolo all’interno della mia, della nostra scuola, che pensavo compimento della mia carriera e “mandato” fondante la mia esistenza, insieme alla vita familiare. Davvero immergermi in maniera totalizzante ed estatica nella scrittura è stata quotidiana guarigione, di più: connessione con una fonte di senso e bellezza mai sperimentata prima, se non nell’amore, nella paternità e nella preghiera più profonda. 

La frase che hai voluto riportare ci richiama al dovere di esser sempre presenti al presente nel presente, di non fuggire nel passato o nel futuro, non orazianamente perché incerti sul futuro ma perché ogni attimo deve avere la sua pienezza, anche quelli dolorosi. E poiché omnia tempus habet, godiamo della felicità concessaci senza vergogna. Io sto vivendo una pienezza mai sperimentata prima, in comunione con i “miei” morti, presente ai bisogni delle persone care. E ringrazio Dio per questo tempo che mi ha donato generoso.

Di questo tempo fanno parte amici che mi sostengono in sincerità. Scrivere e pubblicare un libro significa anche poter godere di questo privilegio, che tu ed altri mi state donando. 

In amicizia. 


domenica 11 gennaio 2026

Lorenzo Preziosa su "Euthymios" [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]




Il libro si beve leggero, la tua parola è “alata”, il periodare piacevole.
Credo che il senso del libro sia davvero profondo e che solo la fecondità della tua “invenzione” narrativa sia riuscita a sciogliere un “grumo” di senso così difficile da rendere. Un romanzo, dunque, e non un saggio. Ma che del saggio ha tutta la ricchezza di stimoli.
Del saggio manca una sola cosa: una bibliografia  che potesse partecipare a tutti i lettori il tuo ventennale viaggio alla ricerca del tuo Yeshua. Questo l'unico rilievo che mi sento di fare.
Per il resto, il viaggio da Larìssa a Masada scorre, insieme, lento e rapidissimo.
Mi pare che Euthymios sia medico del lettore e sia stato, insieme, medico del narratore.
Ritrovo, anche nel tuo libro, un senso dello scrivere come terapia. Per le proprie domande irrisolte. Per le proprie perdite. Per i propri, umanissimi, dolori.
Mi ha colpito, sopra tutti, un passaggio che ti riporto. Siamo all’Epilogo: «Perché è raro scrivere delle cose belle? Perché il bene, quando lo si vive, pare naturale. È solo dopo, quando non c’è più, che ci si accorge che era un miracolo quotidiano. E allora ogni parola che tenta di rievocarlo suona falsa».
In quest’analisi del “bisogno”  della scrittura mi sento, me lo consentirai benignamente, quasi “affratellato” a te.
E te ne ringrazio. 

* * *

Lorenzo Preziosa, ex giannoniano, appassionato di teatro, si sta dedicando alla scrittura.

giovedì 8 gennaio 2026

Risposte di Teresa Simeone su "Euthymios" [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 

Carissimo Nicola, intanto grazie a te per avermi voluto coinvolgere nelle presentazioni di questo tuo, straordinariamente vivo, romanzo e di aver analizzato, con la medesima onestà cristallina che attribuisci a me, una lettura che mi apriva, mentre mi immergevo in essa, sempre più ampi e intriganti spiragli.

Rispondo solo alla domanda che mi fai verso la fine di questa risposta aperta, leale, priva di quelle ambiguità che pure potrebbero essere attivate per evitare territori pericolosi, col linguaggio raffinato che ti contraddistingue, e libera da sbavature di umana polemica e dalla tentazione di reazioni “caustiche”.

La verità è che ci conosciamo bene, nel profondo, e ci ri-conosciamo. Tante volte abbiamo interloquito, senza mistificazioni, con verità di pensieri, forse anche con crudezza, sempre con rispetto intellettuale. In tutta franchezza, questa purezza critica mi riesce con pochi: la maggior parte delle persone si risentirebbe di tanta sincerità. Non tu, col quale abbiamo sempre dibattuto senza che la nostra amicizia ne fosse, neppure in minima parte, scalfita. Non è comune tale veridicità di discussione. Ti ringrazio dalla più intima cellula del mio essere. 

Tu ribadisci che la posizione di Euthimyos-Nicola è una sintesi e non potrei mai dissentire; personalmente continuo a pensare, però, che sia un’evoluzione, il che dalla mia prospettiva è prova di maturità e di crescita. Noi continuiamo a modificarci, lo facciamo senza rinnegare quello che eravamo prima, ma consapevoli che aspetti della nostra personalità sono necessariamente destinati a essere condizionati dalle situazioni che si aprono, nuove e potenti, davanti a noi. Anch’io ho preso coscienza di cambiamenti che ho vissuto come debolezze fino a quando ho capito che invece sono segni di flessibilità e capacità non di adattarsi, ma di non rispondere in maniera graniticamente immodificabile, con le stesse idee, a contesti nuovi. In questo senso ho salutato con piacere soprattutto la confessione, apertis verbis, di amore per la filosofia che hai sempre avuto, concordo, altrimenti non avresti, tu che potevi fare diversamente, scegliere di insegnarla ma che per spirito critico forse contestavi con troppo vigore.   

Per quanto riguarda la rivendicazione dell’agnosticismo come filosoficamente rilevante, mi rendo conto che può sembrare dichiarativa più che interrogativa la mia posizione. Kant alla fine si apre alla possibilità dell’esistenza di Dio, ma come postulato e nell’ambito della ragion pratica (in quello della ragione teoretica rimane saldamente fermo su posizioni agnostiche) e la nostra cara Weil sicuramente è credente, sia pure in forma non confessionale. Il fatto è che siamo intimamente e intellettualmente tormentati dalla domanda sul divino le cui risposte possono essere diverse ma tutte, alla fine, razionalmente deboli: lo è la fede, lo è l’ateismo, lo è l’agnosticismo. 

Più che come posizione intermedia tra teismo e ateismo, lo intendo come postura epistemologica che tematizza i limiti strutturali della ragione umana rispetto alla questione del divino, svolgendo una funzione critica sia nei confronti del dogmatismo teologico sia del naturalismo ateo, nel senso che non esprime soltanto, come pure ho scritto, una sospensione occasionale del giudizio, né un compromesso pragmatico tra opzioni metafisiche contrapposte, ma una forma specifica di consapevolezza che ridefinisce, in qualche modo, il senso stesso delle domande religiose.

L’agnosticismo non nega il senso della domanda religiosa; ne rifiuta la trasformazione in un problema che può avere soluzione mediante procedure dimostrative o confutative definite.

Personalmente lo concepisco come una forma di responsabilità filosofica: esso preserva il rigore critico senza dissolvere la portata esistenziale delle questioni ultime, mantenendo aperto uno spazio di interrogazione in cui il pensiero riconosce i propri limiti senza rinunciare alla propria vocazione riflessiva. In questo senso, la tentazione di cedere al mistero, pur umana, mi sembra un modo per dare una risposta che non può non essere consolatoria più che speculativamente sostenibile. Non mi nascondo, tuttavia, e di questo sono dolorosamente cosciente, che la risposta agnostica può sembrare opportunistica, un escamotage per non prendere posizione e muoversi in un limbo in cui si evita l’impegno di una risposta. Che, invece, scusami il gioco linguistico, è proprio quella dell’impossibilità di una risposta. In ogni caso, anche conservando l’apertura sulla presenza nell’universo del divino, mi risulta difficile, molto difficile, pensare ad esso in modo antropomorfico. Questo dal punto di vista filosofico; da quello umano, ovviamente, tutto rimane possibile.

Apprezzo, perciò, il tuo appello, poetico e affascinante, di restare nella pietà del domandare insieme a quello di restare nella bellezza e nell’onestà del dialogo, caro Nicola, e li rilancio con animo commosso e mente chiara.


venerdì 2 gennaio 2026

Scrittura e AI. Dialogando con Gianpaolo Ferrara [φιλοσοφία]

 

Generata con ChatGPT Pro

Sono rimasto molto colpito dal bando di un concorso di cui riporto alcuni passaggi.

«CONCORSO LETTERARIO “Narrare con l’IA (senza perdere l’anima)” per romanzi inediti scritti in collaborazione con l’intelligenza artificiale.

In questi anni l’intelligenza artificiale è entrata anche nei tavoli degli scrittori: suggerisce trame, propone varianti, aiuta a sciogliere nodi narrativi. Ma nessuna macchina può sostituire quello sguardo umano che decide cosa tenere, cosa scartare, quale storia vale la pena raccontare davvero. […]

Vogliamo premiare romanzi in cui questa collaborazione sia consapevole e creativa: storie in cui l’IA magari ha aiutato a trovare strade nuove, ma l’anima del racconto è, e resta, profondamente umana. […]

Il concorso intende:

promuovere un uso consapevole e creativo dell’intelligenza artificiale nella scrittura narrativa;

valorizzare il ruolo dell’autore umano come regista dell’opera, responsabile delle scelte di stile, struttura e contenuto;

offrire agli scrittori uno spazio di sperimentazione, confronto e possibile pubblicazione.»

Mi pare modo onesto per iniziare a prendere atto di una profonda trasformazione in atto anche (e come potrebbe essere diversamente?) nel lavoro della scrittore.

Bisogna dirselo senza infingimenti e ipocrisie, cogliendo opportunità ed elaborando criticamente i rischi, affinché non accada che il mondo cambi senza di noi, per divenire infine un mondo senza di noi (Anders).

Io, dunque, sto facendo una fecondissima sperimentazione della cooperazione tra intelligenza umana e intelligenza artificiale. Non la sto (ancora?) elaborando dal punto di vista “filosofico”. Dovrò farlo. Ne sono consapevole. Non escludo che il percorso si faccia camminando, che, cioè, possa - nell'esercizio della scrittura – elaborare anche una consapevolezza “teorica”. 

Intanto, ho sentito il dovere di condividere la scoperta di questo bando con Gianpaolo Ferrara, un geniale scrittore che predilige il nascondimento, lettore onnivoro capace di sempre di sorprendermi, che mi ha fatto dono di un poderoso volume di versi, con una Introduzione bellissima. Per primo, diversi mesi fa, Gianpaolo mi aveva spinto a riflettere sul mutamento in atto.

Riporto qui di seguito quanto mi ha risposto. 

Sottolineature e grassetti sono miei.

«Ho assistito a un interessante confronto su Tik Tok (che è una piccola televisione dove trovano spazio giovani giornalisti, critici, cantanti, artisti in generale di cui il mainstream avrebbe un grande bisogno) tra Giuliana Florio e tanti “musicisti/cantanti”. Cosa è successo? Giuliana Florio è un genio del social, sa come usare questi luoghi, raccogliere click e monetizzare. Giuliana Florio aveva iniziato con quella follia virale degli NPC: si posizionava davanti alla telecamera con il suo atteggiamento ondulante, tipico degli NPC dei videogiochi, poi si attivava ogni volta che uno degli spettatori delle sue dirette le inviavano una piccola mancia attraverso Tik Tok. Un successone, poi scompare. Riappare come cantante, un video con un ritornello vischioso, una volta che lo ascolti, non lo dimentichi più: 

«Perché non dici che sei gay? E la facciamo un po' finita. Con questa farsa che hai creato. Io non ti voglio più per finta». 

Milioni – e dico milioni – di visualizzazioni, roba che Sanremo si sogna, ed è questo un paragone che mette a confronto un programma storico della televisione, il cui prodotto è il frutto del lavoro di centinaia di persone – e un capitale non indifferente – e una giovane donna con molte idee, preparata, e che ha semplicemente un computer:  la “piccola” Florio.

Poi si scopre il trucco: ha utilizzato l’intelligenza artificiale.

La discussione si è svolta proprio su questo termine: “trucco”.

Considerando che l’Auto-Tune è ormai abbondantemente usato da tutti, l’IA applicata al canto è un trucco o è la nuova frontiera della produzione artistica

Lo scontro è stato feroce, molto interessante ma tragico se contestualizzato storicamente. Con l’avverbio “storicamente” mi riferisco all’attualità, le guerre in corso, ma non voglio dire altro al riguardo, voglio restare focalizzato sul tema. Se la scrittura è una tecnologia come la maggior parte degli scienziati oggi considerano, allora Socrate è stato il primo “antitecnologico” – e bisogna riconoscere che il grande pensatore ha preso una tranvata. La mia personale opinione è che l’utilità, l’inutilità o il pericolo rappresentato da un oggetto, da un qualsiasi mezzo, è sempre relativo all’uso che se ne fa: dalla pietra, passando per la pistola fino alla penna (la penna – quella dei giornalisti – in questi anni sciagurati è causa di molte morti). 

Un identico ragionamento lo faccio con la IA, quindi presumo che almeno su questo ci troviamo d’accordo, il tutto è relativo alla dose e alla qualità di umanità che si mette in un progetto portato avanti con la IA.

Aggiungo due cose: 

1) la maggior parte delle persone che hanno assistito allo scontro Florio vs Mondo della Musica erano d’accordo su di un punto: se è stata usata la IA, deve essere specificato (cosa che avviene, ad esempio, in Amazon, dove il sistema chiede se per il libro che stai rendendo pubblico hai usato l’IA) e questo la Florio non lo ha fatto, ma si è scusata e, detto francamente, sembrava sincera – lo ammetto, sono dalla sua, è giovane, sono sempre dalla parte dei giovani.

2) Il primo concerto dal vivo della Florio è stata una tragedia: stonata, steccate, incapacità di stare sul palco, fuori tempo, fuori tutto – e i fan hanno anche pagato per vederla. Soldi a palate. D’altro canto, bisogna considerare che i musicisti di Sanremo hanno studiato tutta la vita e sono pagati quattro soldi. La colpa non è della Florio o della IA o in generale di chi la utilizza. La civiltà umana ha preso questa strada, punto. C’è da aggiungere, però, che – studi scientifici alla mano – l’abuso della tecnologia ha fatto scendere la media del QI nazionale in molti paesi europei – ecco perché la Svezia è ricorsa ai ripari riproponendo l’uso della scrittura manuale nelle scuole.   

Io dal canto mio sono “fortunato” – prego nota virgolette – scrivo ancora a mano e sono del parere che sia la scrittura a video a rallentare, se non proprio a ostacolare, il processo creativo – ecco quindi la necessità di un aiuto. Poi ho una idea di letteratura tutta mia: il viaggio dell’eroe l’ho studiato, l’ho percorso e non mi ha soddisfatto. Io la penso in mondo completamente diverso, scrivo per me, devo prima di tutto stare bene io. Non è egoismo perché ciò che scrivo non lo impongo a nessuno. È lì, punto. Lascerò un’opera immensa, almeno per la lunghezza – sto sorridendo.

Un abbraccio. E in bocca al lupo (non sono ironico, e un augurio sentito).

PS: tu dimentichi che sei un erudito, un professore di filosofia, un educatore, nel tuo caso è l’Intelligenza Artificiale che ha bisogno di “NS”. Ma io ho l’impressione che questo sistema, ai giovani, stia mandando in pappa il cervello. Essi hanno dei cuori immensi e pieni di sentimenti ma poche parole per esternarli. Prima che mi chiudessi di nuovo in biblioteca, ne ho frequentati molti, interessati alla questione palestinese. Ti giuro, è estenuante ascoltare un giovane di oggi (sedici diciotto anni) che tenta di esprimersi. Ovviamente, non faccio di tutta l’erba un fascio, e non dico che sia colpa degli insegnanti. Ho conosciuto giovani preparatissimi e insegnanti, giovani anche loro, di una erudizione quasi erotica. Ma non so se siano figli di questi tempi. Io credo siamo di fronte a un cambiamento epocale e ho anche l’impressione che questi giovani – oggetto dell’attenzione di un intero sistema consumistico come non si era mai visto prima – siano l’obiettivo anche di qualcos’altro: ho l’impressione che li stiano preparando al fronte (e anche questa volta non sono ironico)

* * *

Fonte del video

Loucifer



giovedì 1 gennaio 2026

Risposte a Teresa Simeone su "Euthymios" [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 


1. Grazie a Teresa Simeone: nel dialogo che abbiamo iniziato da quasi un quindicennio (a partire dalle pagine de «il Vaglio») nascono preziose illuminazioni.

2. Ciò che vado facendo è di difficile collocazione. Teresa ama da sempre definirmi “scrittore”, a partire dalla sua idea di cosa la filosofia sia (o debba essere?).

3. Tengo aperta l'interrogazione. Che ovviamente non riguarda la mia opera (parva res), ma lo statuto del pensiero, il rapporto tra “discipline” e scritture.

4. Per quanto mi riguarda, continuo a credere (praticandolo) che il pensiero vada dove vuole, come lo Spirito. In queste settimane sto leggendo Char in tal modo. Certo non come se avesse scritto un’“opera letteraria”.

5. Teresa conosce a fondo quanto ho scritto, e lo mostra nella lettura di Euthymios. Ancora: gratitudine.

6. Teresa coglie un’evoluzione, quella che ai miei occhi appare come una sintesi (in relazione, ad esempio, alla scienza). Continuo ad abitare “frontiere”: come Euthymios.

7. Sicuramente Euthymios ha una sensibilità fuori dal comune.

8. Egli aspira alla perfezione, sapendo di essere assolutamente imperfetto. I gesti “buoni” che compie nascono sempre da una mancanza, da uno scacco, da un senso di inadempienza.

9. Come detto anche ad Antonio Martone, a proposito della morte, non ci sono momenti in cui certi gesti sono gli unici possibili? Ma, come aggiunto, raccolgo questa sollecitazione per elaborarla interiormente (come tutto quanto scritto da Teresa, che mi interpella nel profondo).

10. Dare un’immagine altra di Yeshua/Gesù, sfruttando le (inaudite) possibilità dell’“intelligenza narrativa”. Nello scrivere (non prima: Euthymios non è nato a tavolino, ma si è fatto “camminando”), si è reso possibile (dialogicamente!) far emergere un Gesù sì profeta del Regno ma anche “mistico”, in tensione (irrisolta anche in lui). La “distanza” del medico greco (unita alla sua curiosità incarnata) ha stimolato questo esperimento fantastico (ma radicato nei risultati della ricerca storica).

11. Ho fatto un esperimento: ho chiesto alla versione pro di ChatGPT (l’ho chiamata Aletheia) di analizzare in tutto quel che ho scritto (poesia, saggistica, narrativa) Dio e il divino. In sintesi, mi ha risposto: Un Dio non sovrano, non separato; Il divino come soglia, non come risposta; Un Dio incarnato fino alla materia; Un Dio ferito, non onnipotente; In Euthymios: il divino come cura del mondo. Mi sento di aggiungere che la mia non è e non sarà mai una “teo/logia”, un pensiero razionale sul divino che sfugge a ogni possibile definizione. Al limite, un pensiero (poetante e, aggiungo ora, narrato) r(el)azionale (la fede e/o la speranza sono esperienziali). E, probabilmente, abitare una scrittura ibrida (dove diventa difficile discernere ciò che è pensiero da ciò che è “racconto” o “poesia”) è figlio della stessa multiforme natura del divino, che per quanto mi riguarda (hai ragione!) si apre doverosamente anche all’ateismo, che depura dagli idoli. Pura eresia, la mia, accettata oramai (sempre in tensione con le ortodossie) come parte di ciò che sono divenuto e divengo.

12. Pro/vocazione. Chiedo a Teresa, che rivendica (con la sua cristallina onestà intellettuale, sempre testimoniale) l’agnosticismo come unica posizione “filosoficamente” sostenibile: alcuni dei suoi riferimenti più evidenti (penso, ad esempio, a Kant e alla Weil) non erano (in maniera diversissima tra loro!) “credenti”? Sono convinto (non solo razionalmente, ma corporalmente, psichicamente, cardiacamente, spiritualmente: nella totalità e relazionalità del mio essere uomo) che sia destinato allo scacco definire “Dio” e il divino, cercare di imprigionarli in “de/finizioni” perimetrali. L’infinito non può essere “de-finito”! Può essere (forse!) sperimentato.

13. Restiamo nella pietà del domandare. Restiamo nella bellezza e nell’onestà del dialogo, cara Teresa. Avrai sempre la mia gratitudine (che va detta e ripetuta in pubblico), perché mi costringi, come hai fatto in questi giorni, a pensare, a ripensare, a scrivere, a riscrivere.