Ieri pomeriggio, a casa Naima, che si conferma luogo vitale e necessario di proposta culturale del nostro Sannio, Davide Ricchiuti e Carmen Ciarleglio, introdotti dalla “padrona di casa, Flavia Peluso, hanno omaggiato in maniera originale Antonia Pozzi, alternando frammenti di podcast, letture e riflessioni.
Ovunque si celebri la poesia si fa opera meritoria, soprattutto in tempi oscuri quali quelli che stiamo vivendo, dove il fascismo sta tornando sotto mentite spoglie.
Fatta questa doverosa premessa, articolo meglio alcuni rilievi mossi ieri a Ricchiuti.
1. Il critico ha sottolineato l’atteggiamento “patriarcale” che Antonio Banfi avrebbe avuto nei confronti della giovane allieva che le sottopose le sue poesie, facendo analogie con quanto accaduto tra la Dickinson ed Thomas Wentworth Higginson (che la invitava a lavori muliebri). Ho obiettato che mi sembrano, dalla narrazione fattane, due casi molto diversi. Ne trovo conferma ritornando con calma sulla questione. Ne è prova la gratitudine che la poetessa provava nei confronti del maestro.
2. Ricchiuti ha fatto trasparire biasimo anche nei confronti di Montale, che pure curò la prima edizione delle poesie della Pozzi. A me pare che l’immenso poeta ligure formulasse un giudizio (legittimo!), capace di riconoscere valore a quei versi ma anche i loro limiti (che nulla hanno a che fare, a mio avviso, con questioni di genere).
3. Nel podcast si allude ad una “atopia” dei versi della Pozzi rispetto a quanto si scriveva nel proprio tempo. Le immagini lasciano scorrere i volti di Montale, Ungaretti, Campana. In realtà, in quel girò di anni si era sviluppata una poesia in cui, a mio avviso, trovano collocazione i versi della Pozzi: quella crepuscolare (figlia del Pascoli più intimo).
4. Ho concluso dicendo che ho l’impressione che troppo spesso vicende biografiche estreme inficino un giudizio pur necessario (me lo ha insegnato George Steiner) e di cui non dobbiamo avere paura. E non parlo solo della Pozzi ma anche di Cristina Campo, sopravvalutata anche per motivi editoriali, e di Alda Merini. È come se le biografie tracimassero continuamente nella lettura della loro produzione. Il paragone con la Dickinson, vertice della poesia mondiale, visionaria, è assolutamente fuorviante. Il mio giudizio, per altro, parte dall’assunto che la poesia italiana del Novecento abbia prodotto una gran quantità di capolavori, ben più della sua povera narrativa. Mi pare sbagliato rivendicare, ad esempio, lo studio scolastico della Pozzi per motivi di genere. Doveroso, dovrebbe essere, al contrario, leggere e studiare una grandissima poetessa come Amelia Rosselli (pure lei caso umano ma molto più complessa come scrittrice). Insomma, a me pare che, alla fine, autrici come la Pozzi o la Merini gratifichino il bisogno di poesia evitando la fatica che essa impone. Un grande poeta vivente, evocato ieri sera, Elio Pecora, disse a Benevento, nostro ospite, che si legge poca poesia perché è... difficile! Io credo che questa asperità non vada elusa ma abitata consapevolmente, accettata come parte pressoché costitutiva della poesia stessa. Personalmente, ho imparato, soprattutto negli ultimi anni che la poesia che evita questa sfida cerca scaltramente un pubblico vasto. Non è il caso (ci mancherebbe!) della Pozzi.
5. Infine, ho chiesto a Davide conto della sua lettura, poco rispettosa della versificazione della Pozzi che predilige l’endecasillabo sciolto. Una vecchia, inutile battaglia. Peccato.
In ogni caso, come detto all’inizio, bellissimo che tante persone si siano viste per celebrare una donna fragile e complessa, che ci ha lasciato alcuni versi splendenti e la cui vita è affascinante, come tutte le esistenze brevi e tragiche.

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