Non so quale sia l’ultima recensione che ho scritto. Che brutta parola: recensione. Praticai questo genere ai tempi de “la rosa necessaria”, negli anni Novanta, e in seguito solo sporadicamente. La vita ha spinto altrove la navicella del mio ingegno. Vi ritorno per un libro, Yūgen, che mi ha colpito per due motivi. Il primo è lo stupore nello scoprire che l’autore, Antonio Vassallo, è anche un poeta. Lo conoscevo come valente docente di storia e filosofia e come sodale nell’esperienza dell’ANPI e della sua Officina, che ho avuto l’onore di coordinare per un po’. Il secondo è la qualità del libro, non a caso pubblicato da una serissima casa editrice, per quanto, come si usa dire, di nicchia (PeQuod).
Il libro si apre con una densa Prefazione di Dolores Morra, amica fraterna dell’Autore, con il quale condivide diverse passioni letterarie e filosofiche (ad esempio, e non lo dico a caso, quella per Cioran). È interessante che Dolores tenda a proiettare nelle poesie dell’amico la propria percezione estatica della realtà. Altri lettori potrebbero invece cogliervi soprattutto il negativo che sembra tracimare, anzi stillare, per usare un verbo caro al poeta, da quasi ogni pagina, fatte salve le ultimissime e poche altre. Il mondo di Dolores è luminoso e floreale. Quello di Antonio è chiaroscurale, se non vocato all’eclisse. L’eclisse è anche il titolo di una poesia esistenzialmente “programmatica”, che con un riuscito correlativo oggettivo ci dice che cosa la vita sia e quale smarrimento la connoti. D’altronde lo stesso titolo del libro, nato dalla passione di Vassallo per l’Oriente, evoca il chiaroscuro, come spiega l’“incerta” introduzione. Qui l’Autore ci illumina anche sul “percorso” che il libro disegna, un percorso di movimento. Il paradossale “Commiato” che costituisce la prima sezione è già, evidentemente, un andar via. Seguono viaggi mentali e reali nelle quattro direzioni cardinali: l’Occidente di “Espero”, il Meridione di “Sulle tracce del Sud”, il Nord di “Trondheim”, l’Oriente di “Mushin”. Al movimento di fuga iniziale fa da pendant il nóstos finale. È un ritorno verso il luogo da abitare, la propria valle, riscoperta dopo le fughe oniriche. Ed è soprattutto un ritorno verso una patria di affetti che consentono all’io di dimorare e di ancorarsi all’esistenza, senza svanire in un mondo d’ombre.
Accennavo a Cioran. Al grande scrittore rumeno-francese, autore di un unico libro variato in molteplici modi, Antonio ha dedicato la sua tesi di laurea, e la cosa mi pare degna di attenzione. Anch’io sono passato, nei primi anni universitari, attraverso quella fascinazione, stilistica ben prima che filosofica. Con il tempo, però, ho colto i limiti (di pensiero e di prassi) dell’autore de La tentazione di esistere. Trovo suggestivo che una generazione successiva alla mia, di cui Vassallo e la Morra sono autorevoli esponenti, voglia portare con sé nelle proprie lotte politiche per la giustizia un autore non solo politicamente controverso ma anche esponente di un nichilismo così radicale da non lasciare alcuno spazio a utopie o a prassi di trasformazione del mondo.
Questa contraddizione, feconda nel caso della poesia, la ritrovo anche nel libro. Alla fine di una lettura appassionata, mi pare che l’Autore sia ben consapevole dello sforzo necessario a tenere insieme due poli. Da un lato c’è una natura originaria vocata alla solitudine, “diagonale”, a disagio nello spazio relazionale, anelante a una pienezza d’essere che coincida con il vuoto e con l’attimo abitato consapevolmente. Dall’altro c’è la tensione verso l’incontro con l’assolutamente Altro, anticipato dal ciclo “amoroso” che chiude “Espero”. Questo Altro assume il volto di una donna, scelta come compagna e dotata del magico potere di conferire realtà a chi vive in una dimensione intermedia, tra luce e ombra, tra esistenza e irrealtà. L’incontro è contraddittorio e destinale, e mai potrà approdare alla fusione della Diade nell’Uno, all’equilibrio pitagorico e armonico. Eppure ne sono nati quattro figli, come i punti cardinali. Ogni volta hanno fatto rinascere colui che aveva dato loro la vita: sono padri e madri del proprio padre.
Il libro ha una seconda chiusura, fuori quadro, in forma di “Appendice”. È la poesia dedicata alla madre, creatura tutta luminosa al contrario del figlio, capace di radicare il proprio sguardo in quell’eterno a cui il figlio “umbratile” non può credere.
Consiglio inoltre caldamente una lettura attenta delle note. Oltre a offrire una prosa bella e densa, ci dicono molto sul libro, sulle occasioni da cui nascono i testi e sull’Autore.
Se ora redigiamo la tabula absentiae, mi pare di poter dire che manchi quasi del tutto il mondo degli uomini. I tre poli che strutturano il libro sono, in ordine di estensione, il mondo interiore, il mondo naturale e il mondo degli affetti. Tutto il resto è sfondo o pura assenza. Chi non conoscesse la data di pubblicazione non saprebbe dire se il libro sia stato scritto negli anni Dieci o Venti di questo secolo o del precedente. Ci tornerò. Sia chiaro: non è una critica ma una semplice constatazione, che muove dalla mia esperienza di scrittore. Mi chiedo, e lo chiedo ad Antonio, quale tipo di “agire” si possa edificare su una simile postura esistenziale. Rispondo io, provvisoriamente: un’azione priva di certezze, precaria come l’io da cui promana. È un io che ha costantemente bisogno dell’altro per vedere confermata la propria identità evanescente. Siamo nel pieno della dissoluzione di quei fondamenti di cui il Novecento è stato instancabile minatore. E, aggiungo, probabilmente è un bene. Per questo mi fanno sorridere coloro che reclamano, anche qui a Benevento, una poesia “d’impegno civile”. Lungo la parabola in cui ha avuto un senso, quella poesia ha presupposto tre cose. La prima è un’ideologia solida, “moderna”, ormai improponibile. La seconda è è una identità stabile. La terza una comunità alla quale si sentiva di appartenere, anch’essa dissoltasi nel tempo “liquido”. Una comunità di fatto del tutto assente nel libro di Vassallo, fatta eccezione per l’atto dovuto ai propri allievi. Ma anche in questo caso restiamo nella sfera degli affetti quasi familiari: gli allievi sono figli adottivi.
Ci sarebbe altro da scrivere, e non è detto che non lo faccia. Memore di essermi laureato in Letteratura italiana contemporanea, mi consento qualche notazione formale, anche critica.
La dote sorgiva di Antonio è la musicalità dei versi. Questi non hanno mai una misura omogenea, benché il “versicolo” tenda a prendere il sopravvento. Immagino che con il tempo troverà un andamento perfettamente consono al suo respiro poetico.
Mi pare che i poeti esplicitamente evocati, in epigrafe o nel testo, siano cinque: Quasimodo, Apollinaire, Ungaretti, Caproni e Cappello. Quest’ultimo compare ben due volte ed è uno dei maestri segreti della generazione a cui appartiene Antonio Vassallo. Se dovessi situare il libro in un paesaggio poetico, lo collocherei in una brumosa brughiera neocrepuscolare, sebbene in alcune composizioni facciano non di rado capolino le desolazioni carsiche di derivazione ungarettiana.
Se non conoscessimo il mestiere di Antonio, difficilmente lo intuiremmo dai testi. Plotino vi è citato una sola volta, il Platone delle “dottrine segrete” sull’Uno e la Diade è soltanto evocato e la dialettica hegeliana è richiamata con ironia. L’Oriente, invece, è costantemente presente con la sua alterità radicale di pratica e di pensiero, e appare come l’unica possibilità di equilibrio per un “viandante” inquieto. Da questo punto di vista, la scelta del titolo mi sembra assai felice.
Quattro notazioni critiche.
Rivedrei l’uso dei puntini sospensivi. Ma qui probabilmente si entra nel campo del gusto personale.
Lavorerei sull’uso troppo spinto dell’anastrofe, soprattutto nella consuetudine di anteporre l’aggettivo al sostantivo, e dell’anafora.
L’aggettivazione appare spesso ridondante, barocca oserei dire. Cifra originale e ben riuscita è invece l’inserto di castoni lessicali colti e rari.
Infine, terrei sotto controllo la tendenza a collocare il verbo quasi sempre alla fine della frase.
Chiudo con l’auspicio che la predilezione per l’ombra e il silenzio non ostacoli, ma al contrario nutra, la scrittura poetica di Antonio. Mi auguro che egli continui mirabilmente a cercare un precarissimo equilibrio nell’esistenza e a offrire il suo prezioso contributo, pur senza fondamento, a un mondo dolorante. Quel mondo, nel suo libro, si rispecchia soltanto attraverso il prisma infranto del suo io. Solo lo sguardo dell’altro e dell’Altro possono restituirci l’unità irremediabilmente perduta.





















