Un grido metallico fende il sonno, non melodia, ma lama conficcata nel tepore delle coperte, squarciando l'ombra anche nelle mattine più ostili. Affondo nel cuscino, vana diga contro l'onda inesorabile del giorno che sorge. Il soffitto, un occhio bianco e vacuo, mi fissa. Devo. Alzarsi.
Restare prigioniera delle mura di casa? Impensabile. Sarebbe perdere frammenti di vita: una parola inattesa, un'illuminazione, un sorriso complice, il silenzio di un conforto, una direzione preziosa. O, peggio, l'ultima, decisiva spiegazione che condannerebbe a un naufragio solitario tra le pagine. Perché mai rifiutare il viaggio, se c'è chi ti accompagna nella conoscenza?
E poi… le mie amiche, fiumi in piena di storie, attendono la fine del racconto di ieri. Chissà quali segreti custodisce ancora la notte. E i miei professori… Loro sanno che sarò lì.
In macchina, l'ansia si contrae nello stomaco. La mente può essere domata, ma il corpo, nel suo tremore, no.
Ansimando, varco la soglia. La lezione, ovviamente, non è ancora un suono. I compagni, vortici d'energia, prima di sedimentarsi ai banchi. Le amiche, una provvidenziale fatalità, già lì, vibranti, la loro corsa di parole si arresta in un abbraccio. Il rito quotidiano, l'inizio. Il mio banco, in ultima fila, una fortezza davanti alla porta. Mi siedo, un rifugio nella familiarità. A volte rannicchiata, altre distesa, nella mia comfort zone. Il mio carattere, quieto, non disperde energie. Le conservo, una mania quasi, per ogni singola parola della lezione. Poi, il professore.
Un silenzio compatto avvolge la classe. Libri, astucci, quaderni. Tutti in attesa del proprio nome all'appello. Tutto così… normale! Normale. Con una lucidità disarmante, mi sento fortunata a vivere questa normalità. Siamo talmente privilegiati da permetterci il lusso di disprezzarla, a volte, la nostra quotidianità.
Finalmente, la campanella della ricreazione. Non una sorpresa: dalla terza ora, ogni minuto un conto alla rovescia, la classe già un fremito. Ma i minuti della ricreazione sono ali, impercettibili, sempre troppo pochi.
Tutto sembra un flusso, finché non realizzo: un'ora all'interrogazione. Guardo la compagna di banco, compagna di ogni interrogazione, e vedo il suo stesso sgomento. Il patto di inizio anno: tutte le interrogazioni, salvo interventi divini, lo stesso giorno, alla stessa ora, mano nella mano… o quasi.
Insieme, attendiamo il nostro turno. È qui che l'ansia morde, forse il momento più atroce. Il cuore, un tamburo impazzito, il respiro un filo, le gambe tremano, il piede un battito ossessivo.
So di sapere, ho studiato, ripetuto, potrei credere di sapere tutto, ma il vero dubbio è: riuscirò a dimostrarlo? Perché io spero, in quel momento, di esporre alla perfezione, di collegare gli argomenti, di ricordare e introdurre l'approfondimento del giorno prima. Mia madre spesso dice: l'ottimo è nemico del buono. Le amiche: sii meno dura con te stessa.
Finalmente, il mio turno. L'ansia si dissolve nel momento esatto in cui la prima frase esce dalle labbra. Tutto passato. Sono a bordo di un treno, appena partito. Il professore, il macchinista. Mi guarda, mi ascolta.
La mia parte preferita è scorgere l'espressione sui loro volti. Mi è capitato, specialmente con la professoressa d'italiano, solitamente pacata, senza giudizi, di intravedere l'accenno di un sorriso compiaciuto mentre parlo. In quel momento, sono al settimo cielo.
A volte, nel tumulto interiore della mia quotidianità, un'inquietudine sottile si insinua: le mie emozioni, i miei "problemi" che così profondamente mi turbano o mi innalzano in un'estasi effimera, si rivelano, al cospetto delle grandi sfide del mondo, qualcosa di minuscolo, quasi un'ombra inconsistente, una scossa intima nel rumore del mondo. Non esiste un'esclusività della sofferenza o della gioia. Abbiamo il dovere, quasi sacro, di legittimare ogni emozione, di accoglierla senza riserve, di attraversarla senza lasciarci sopraffare. In fondo, anche un bambino che non riesce ad allacciarsi le scarpe, con la sua piccola, immane frustrazione, piange e si dispera. Non è certo un problema che scuote le fondamenta del mondo, ma nel suo microcosmo, in quell'universo racchiuso tra le sue mani incerte, quella è una sfida ostica, e la sua disperazione è autentica, non meno vera di quella di un adulto di fronte a una crisi esistenziale. Comprendere questo, accogliere la validità delle proprie piccole grandi battaglie, è il primo passo per non sentirsi effimeri, per dare peso alla propria esperienza, per affermare la propria presenza.












