Se ripercorro la mia vita, e lo faccio spesso grazie al Diario la cui redazione avviai in una anno decisivo, il 1984, più di quaranta anni fa, il comune denominatore è l’irrequietezza. D’altronde, avrei mai scritto poesie se non avessi avvertito un pungolo nell’anima? Le vicende esteriori, soprattutto la malattia di mia madre (1986-1990) e il fallimento di mio padre (1995), trovarono terreno fertile in un’anima tormentata. Per questo oggi mi appare quasi incredibile aver raggiunto una pace che ho sempre desiderato senza mai pensarla realmente possibile, come fosse approdo di personaggi letterari alla Siddharta, che da sempre nutrono il mio immaginario assai vivace.
Che cosa è accaduto di così clamoroso? Ipotizzo.
Prima di tutto la rottura traumatica della mia esperienza scolastica da collaboratore: questo episodio, apparentemente negativo, che avrebbe potuto rendermi una persona rancorosa e dall’animo risentito, mi ha dischiuso un mondo nuovo, ha fatto di me uno scrittore a tempo pieno, donandomi una felicità inimmaginabile. Ho smesso di dover mediare con persone di inenarrabile mediocrità. Non trovo paragoni se non nella mia infanzia beata per dire quanto sperimento seduto alla scrivania ad inventare storie.
Aggiungo la partenza di mia figlia per Roma, la percezione di una sua maturazione complessiva che la rende autonoma da noi genitori.
Insomma, come amo ripetere a mia moglie, la serenità che sperimento nasce dalla consapevolezza che quel che volevo realizzare nella vita è alle spalle. Percepisco tutto quello che sto vivendo con un “tempo supplementare” che il Signore mi ha concesso, di pura grazia.
Per questo non ho alcuna paura di morire, di lasciare qualcosa di incompiuto.
Mia figlia si è avviata lungo la sua strada, ho scritto libri, ho realizzato la mia vocazione di insegnante, ho ricevuto amore e ho cercato di darne. Insomma, una vita piena, senza residui.
Talvolta, mi viene un pensiero folle: sono già morto e questo è il paradiso.
Non che non ci siano preoccupazioni o dolori, per carità. Ma li vivo senza catastrofismi.
E per questo, per altro, sento il dovere di raccontare storie. Come se, avendo vissuto quello che potevo, potessi solo trasfigurarlo nella scrittura o vivere storie d’altri: quella di Euthymios, quella di Eliseo, quella di Arnaldo.


















