Da ieri sono di nuovo in città, dopo quasi tre mesi di San Cumano. Senza mare, mai amato se non nell’infanzia. Appartengo alla terra, forse ai monti, al mare no.
Giugno e luglio li ho dedicati quasi interamente a lavori manuali, alla manutenzione del verde che d’inverno e in primavera sembra volersi riappropriare delle pietre. Malgrado i tanti acciacchi fisici e l’attenzione che devo alla schiena, momenti di grande pienezza, assai gratificante.
Prima illuminazione: non posso più correre. A causa della schiena: sta bene ma… se sollecitata (come ieri nel trasporto delle cose da riportare in città) il dolore che per tre anni ha tediato la mia esistenza rischia di tornare. Dunque, la corsa – come il pallone lo scorso anno – va eliminata. Simbolicamente, per chiudere definitivamente con ogni tentazione, ho regalato gli ultimi scarpini da calcetto. Ho fatto ogni giorno una o due lunghe passeggiate, quasi sempre all’alba, piene di illuminazioni.
Come vivo questi passaggi? Serenamente. Mentre quando mi venne il terribile mal di schiena, la mia mente anelava a guarire per tornare a fare le cose di prima, ora so nelle fibre profonde del mio essere che sto vivendo una nuova stagione della vita, il mio autunno, che può essere dolcissimo se so coglierne i frutti. L’ho già scritto, lo ripeto a me stesso.
Agosto è stato dedicato a rivedere Il viandante e il fuoco, il mio terzo romanzo, da inviare all’editore.
Pensavo sarebbe stata mera ricerca di refusi, invece è diventato un bel corpo a corpo con il testo che ha avuto integrazioni importanti. Sono assai soddisfatto del risultato finale. Ora vediamo che succede in fase di editing. Il romanzo dovrebbe uscire entro dicembre. So bene che è assurdo aver editato tre romanzo in un anno, ma ho imparato che questi squilibri sono parte di me. Sono uomo di eccessi, di passioni violente.
Novità di rilievo: sono venuto quasi ogni giorno di agosto a scrivere in città. Per oltre vent’anni, città e campagna erano mondi separati. Ora ho capito che solo qui, alla mia scrivania, riesco a scrivere seriamente.
Ecco il punto fondamentale di cui mi premeva dire. Io scrivo da quando avevo circa diciassette anni. Iniziai con un Diario e qualche verso zoppicante. Ma la scrittura è stata sempre un gesto rapsodico, affidato all’ispirazione (nel caso della poesia), agli accadimenti della vita (nel caso del Diario), a eventi pubblici (nel caso della scrittura saggistica). La svolta, di cui ho scritto, della primavera 2025, ha modificato completamente il rapporto con la parola. Oggi mi sento come un artigiano che ogni giorno deve produrre qualcosa. Trascorro gran parte della giornata al pc. Insomma, da attività consegnata a nicchie “ispirate”, scrivere è diventata… un lavoro! Questo è altro punto decisivo, altra illuminazione. È vero, mi fa piacere che le cose che scrivo vengano lette, mi farebbe ancora più piacere se la platea dei lettori si ampliasse (e, dunque, lavorerò in tale direzione), ma lo scopo non è questo. Scrivere è ἐνέργεια nel senso aristotelico, attività che ha il proprio scopo in sé. Non riesco – e credo di averlo già scritto – a trovare paragone migliore, anche se potrebbe apparire riduttivo o blasfemo, se non con il gioco infantile, la beatitudine che mi dava - nella mia piccola stanza della casa di Via dei Mulini – giocare con i soldatini di plastica che tenevo alla rinfusa in un grande fusto cilindrico di detersivo (e che mi rammarica non aver conservato). In fondo, se ci penso, anche in quel caso al centro c’era una fantasia che andava a briglie sciolte, come mi accade ora.
Ho scritto molto e rivisto quando scritto nell’anno alle spalle. L’effetto in certi momenti è straniante, con il cortocircuito tra il mondo fiabesco e crudo del piccolo valano che ha smarrito il suo nome e la desolazione post-apocalittica de La casa delle api, ad esempio. Paola Maglione, che mi offre il suo prezioso sostegno nel leggere, insieme a Luca Rando e Massimiliano Calabrese, le opere prima che vengano inviate, e che non smetterò mai di ringraziare, mi ha detto che una cosa che mi caratterizza è la capacità di affrontare i generi più vari. Vero. E da questo punto di vista la partecipazione ai concorsi (ma ne parlerò un’altra volta) è importante.
Mi congedo, per evitare la logorrea, con una nota dolce e amara. Mi è difficile scriverne.
Alcune settimane fa, alla veneranda età di 15 anni, se n’è andato Dany, il nostro cane, un bastardino recuperato dall’Enpa, rognoso e pieno di vermi. Il nome gli fu dato da Caterina in onore del personaggio di una serie minore di quelle che le facevo vedere scaricandole perché oramai introvabili. Ha vissuto nel cortile di San Cumano come un sovrano, per qualche anno con una compagna, morta improvvisamente in maniera misteriosa. Nell’ultimo anno camminava a fatica, era quasi del tutto sordo e ci vedeva poco. Per noi fratelli era legato alla memoria della nostra amata tata, Maria. L’ho vegliato per molte ore. Ho voluto seppellirlo per la prima volta da solo, creando una rudimentale tomba, la prima per una cane a San Cumano. È stato doloroso e dolcissimo. Ringrazio Dio per avercelo donato. E mi auguro che il “paradiso” (o qualunque cosa spero ci sia “dopo”...) preveda di rivederci anche con questi esseri così importanti nelle nostre vite.















