martedì 20 ottobre 2026

In dialogo con Elide Apice su 𝐼𝑙 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑐𝑎𝑛𝑡𝑜 [𝑰𝒍 𝒑𝒐𝒕𝒆𝒓𝒆 𝒅𝒆𝒍 𝒄𝒂𝒏𝒕𝒐]

 

Il 16 ottobre si è svolta la prima presentazione de Il potere del canto. L’ha condotta, con il garbo di sempre, Elide Apice, anima e animatrice di uno spazio di lettura raffinato e plurale, dove i libri non si consumano ma si attraversano insieme.

Le sono grato per le domande che mi ha rivolto, a margine dell’incontro, e che riporto qui con le mie risposte, un po’ più distese di quanto il tempo di una presentazione consenta. Per uno scrittore in apprendistato come me, il confronto con lettori “forti” è uno sprone a migliorare e uno strumento di consapevolezza: obbliga a guardare il proprio libro da fuori, a scoprire che cosa vi si è messo dentro senza saperlo.

 

Chi è Eliseo e che rapporto ha con sua madre?

Eliseo è un adolescente che sta per concludere gli studi classici quando la madre si ammala e muore. Carattere introverso e umbratile, trova in Edvige, docente amatissima, il suo punto di riferimento e la sua guida: non soltanto una madre, ma una maestra, la persona attraverso cui il mondo, i libri, la fede acquistano un senso.

 

Qual è il suo rapporto con la fede?

Eliseo cresce in un ambiente intriso di religiosità e sembra avviato sulle orme della madre. Le sue certezze crollano con la malattia e la morte di Edvige, che fanno del suo cuore una terra desolata. Da quel momento la fede non è più un’eredità ricevuta, ma una domanda aperta, che lo accompagnerà per tutto il romanzo.

 

Che cosa rappresenta la morte della madre per Eliseo?

La morte di Edvige è un evento devastante. Ho provato a trasfigurare ciò che accadde a me nel 1990, e la ricostruzione degli stati d’animo del ragazzo è la parte più autobiografica del romanzo. Il mondo di Eliseo, come allora il mio, perde il suo centro e rotola nel vuoto. Tutto ciò che viene dopo, il potere, la missione, le scelte, nasce da quella ferita.

 

«Nessun uomo è un’isola»: Eliseo lo capisce solo in età adulta. Che cosa accade nel suo animo dopo questa consapevolezza?

Il potere del canto è, tra le altre cose, un romanzo di formazione: il protagonista viene seguito nel suo evolversi, attraverso scoperte anche dolorose. Per molto tempo Eliseo, cavaliere interamente consegnato alla sua missione “sacra”, non lascia entrare nella propria vita nessuno, a parte il padre. Solo l’incontro con una fanciulla, che salva da morte certa, gli rivela la possibilità della “cura” dell’altro: la responsabilità. È lì che il verso di John Donne smette di essere una citazione e diventa esperienza.

 

Chi è Gaia e che cosa rappresenta per il giovane Eliseo?

Gaia è la prima ragazza di Eliseo, timido e impacciato provinciale che, prima di Roma, non ha avuto esperienze affettive di alcun tipo. Anima sensibile, capace di accoglienza e di ascolto, Gaia esce dalla vita del ragazzo perché lui, nel perseguire la sua missione, non ammette distrazioni di sorta. Diventa così una “vittima collaterale” delle missioni provvidenziali: il prezzo che chi si crede chiamato a qualcosa di grande fa pagare, spesso senza accorgersene, a chi gli sta accanto.

 

Tu scrivi di un ritorno a casa che coincide con il suo “sentirsi bene”. Che cosa determina una scelta così radicale rispetto a quanto aveva immaginato per la sua vita?

Eliseo è un ragazzo di provincia, cresciuto in campagna. La svolta della sua vita, il potere ricevuto, lo spinge a trasferirsi a Roma, dove è più facile garantirsi l’anonimato e portare avanti la sua missione, soprattutto quella di “taumaturgo”. Ciò nonostante, resta profondamente legato alle sue origini, e il ritorno non è una resa ma una riconciliazione: la scoperta che si può servire il mondo anche da casa, anzi forse soltanto da lì. Benevento non è mai nominata, ma ci sono delle spie che lasciano intendere come sia la sua amata città. Anche in questo, credo, ho trasfuso nel romanzo il grande amore che provo per la mia.

 

Una visione di qualcosa di trascendente. Che cosa accade a Eliseo in quel momento?

Nel romanzo ci sono molti momenti di “visione”, o di “ascolto”, di realtà sovrumane. A cominciare dal sogno, nella notte in cui il ragazzo resta chiuso in biblioteca, durante il quale un’entità misteriosa gli conferisce il potere del canto. Ma anche quando ascolta Giorgio Caproni leggere le sue poesie ed entra, letteralmente, nel mondo creato dal poeta; o quando, impegnato nella battaglia per la propria vita e per la salvezza di Elykia, combatte in uno stato di trance mistica. Credo che nella vita esistano dei momenti, pochi, in cui diventiamo il tramite di forze che ci trascendono. Non li scegliamo: possiamo soltanto farci trovare pronti.

 

Che funzione ha la poesia, per te e per Eliseo?

Potrei dire che la poesia mi ha salvato la vita: la sua lettura e la sua pratica mi hanno accompagnato nell’elaborazione del lutto per la perdita di mia madre. In quei mesi nacque il nucleo, Matrix, della mia prima raccolta di versi, Per aspera. Per Eliseo, che pure si incammina lungo la stessa strada, la poesia è molto di più: è potere di guarigione, arma per lottare contro il male, portale verso altri mondi. In generale, il libro vuole rendere omaggio alla poesia e ai poeti, ai grandissimi come ai minimi, che, come scrive Shelley nella Difesa della poesia, sono «i legislatori non riconosciuti del mondo».

 

Mi ha colpito il racconto dell’incontro con Caproni. Che cosa rappresenta questo poeta per Eliseo e per te?

È uno dei capitoli scritti nell’ultima redazione del romanzo, che ha avuto una gestazione lunghissima, di cinque anni. Io ho avuto il privilegio di incrociare Caproni, e la scena della libreria è ispirata a un fatto reale. E ho avuto il privilegio di studiarlo con una delle sue più grandi studiose, Biancamaria Frabotta, lei stessa grande poetessa e docente meravigliosa. Credo che Caproni sia stato il poeta più influente sulla mia generazione. Per questo mi è piaciuto immaginare che Eliseo, dopo aver sperimentato attraverso i suoi versi la possibilità di accedere ad altri mondi possibili, decida di andare a rendergli omaggio. Mi sono concesso anche una licenza ardita: ho provato a scrivere, alla maniera di Caproni, i versi che quell’incontro gli avrebbe ispirato. Spero che il Maestro mi perdoni.

 

Nella dinamica della narrazione, che cosa rappresenta l’espediente del ritrovamento delle sterline d’oro?

Ogni giorno Eliseo legge centinaia di versi in lingua originale, per verificare quali abbiano un potere e quale. Un giorno, leggendo la prima redazione del Faust di Goethe, gli compare davanti un secchio colmo di sterline d’oro. È un omaggio all’universo fiabesco, tante volte messo in immagini dai grandi fumettisti: nell’episodio evoco, infatti, uno degli autori che più amo, Dino Battaglia. Dal punto di vista narrativo, è la soluzione al problema della sopravvivenza del ragazzo, tutt’altro che marginale nel fumetto supereroistico: penso al povero Peter Parker, sempre al verde, o a Luke Cage, “eroe in vendita”. Il dono aureo consente a Eliseo di dedicarsi interamente alla sperimentazione e allo studio. E, a pensarci bene, è anche un piccolo risarcimento che mi sono concesso: quanti poeti hanno potuto vivere dei propri versi?

 

Eliseo riceve un dono che lo rende un supereroe. Quali conseguenze avrà per lui la consapevolezza di avere un ruolo diverso nel mondo?

Avrei voluto che lo slogan in copertina fosse: «Da grandi poteri derivano grandi domande». Chi conosce l’Uomo Ragno coglierà la variazione sul celebre motto dello zio Ben, che parla invece di responsabilità. Questo è, se vogliamo, il cuore del romanzo: Eliseo non sa perché gli siano stati conferiti i poteri, né che cosa debba farne. Si arrovella di continuo, finché “decide”: la prima volta per difendere sé stesso e la sua casa da due ladruncoli; la seconda, decisiva, scegliendo di intervenire nella storia del mondo e deviarne la traiettoria. La responsabilità, per lui, non precede la scelta: ne è la conseguenza.

 

Ancora un cambio di registro, e il fantasy si fa ucronia: Eliseo incontrerà, per esempio, Gorbačëv e sarà protagonista di scelte che cambieranno lo scenario politico mondiale. Perché questa scelta?

Eliseo trascorre diversi anni a formarsi: amplia lo spettro del proprio potere, studia storia e politica, si appassiona alle questioni etiche. Poi, però, come ho detto, si rende conto che, in mancanza di “ordini” dall’alto, deve agire. Senza fondamento, senza garanzie. Convinto, anche grazie alla guida esperta di un giornalista-poeta (ispirato alla figura di Tommaso Di Francesco, che ospitammo tanti anni fa con “La rosa necessaria”), che l’esperimento sovietico fosse ancora riformabile, interviene nei giorni del golpe contro Gorbačëv, nell’agosto del 1991. L’ucronia mi permetteva di porre una domanda che mi accompagna da sempre: che cosa sarebbe accaduto se la storia avesse preso un’altra strada? Gli sconfitti, a volte, sono gravidi di futuro.

 

«Stare vicino alla vita che continua» è una delle espressioni di Eliseo, secondo me, più belle e profonde. È anche il prolungamento della memoria della madre, di cui accetta l’eredità morale. In che modo Eliseo si prenderà cura degli altri?

In prima battuta, esercitando ogni giorno il potere della guarigione, legato a un verso memorabile di Dylan Thomas («Non andartene docile in quella buona notte»), e imponendosi di seguire a distanza gli sviluppi delle vite strappate alla morte: soprattutto bambini e giovani, ma anche il suo vecchio professore di latino e greco, oltre al padre e al cane Flush. Alla fine del romanzo, nella sua vita entra Elykia, salvata da morte certa, che lo trasforma. Il mio auspicio è di poter proseguire la narrazione: in un seguito la fanciulla avrebbe un ruolo assolutamente centrale.

 

Un’ultima domanda sul titolo, che rimanda a Battiato. Perché questa scelta?

Battiato è un autore centrale nella mia formazione, e non solo come musicista: è stato per me un maestro di sguardo, un ponte tra il pop e la mistica, tra il quotidiano e l’eterno. Mi è parso quasi naturale cercare il titolo nella sua meravigliosa produzione, e l’ho trovato: perfetto. Nel romanzo sono disseminate tante microcitazioni del musicista siciliano, al quale ho voluto rendere tributo anche in un altro romanzo, Rumori di fondo, che presenterò a un concorso dedicato alla musica.

 

Grazie ancora a Elide, e a chi era in sala. Le domande dei lettori sono il modo in cui un libro continua a scriversi anche dopo l’ultima pagina.


domenica 18 ottobre 2026

Sparire [OGGI]

 


L’altra sera, durante l’intensa presentazione del Potere del canto alla Libreria BARbarossa, sollecitato dalle acuminate riflessioni di Michele Moccia, ho riconosciuto pubblicamente la mia sconfitta politica. E credo di poter dire che non è soltanto personale: è generazionale. Appartengo a una generazione che ha creduto di poter cambiare il mondo, o almeno di renderlo un po’ più giusto, e che oggi si ritrova a consegnarlo ai propri figli peggiore di come l’aveva ricevuto.

Mi guardo intorno: l’Italia e mezza Europa sono in fiamme. Ragazzi privati del futuro e della speranza distruggono, pieni di rabbia, mentre il “geronto-fascismo” (la formula è di Bifo) di un Occidente decrepito, avviato al tramonto, vorrebbe prepararli a guerre destinate a nutrire un capitalismo esangue, incapace di reggere il confronto con competitori giovani e rampanti. Ho sempre odiato la violenza, e continuo a odiarla. Ma mai come ora riesco a capirla, di fronte alle scelte miopi di chi governa: è la risposta cieca a una cecità più grande, quella di chi chiede ai giovani di morire per un mondo che non ha più nulla da offrire loro.

Posso solo invocare la sparizione di noi vecchi, o almeno il nostro farci da parte. Senza caricare i “ragazzini” di alcuna mistica alla Elsa Morante (il mondo, temo, non lo salveranno: Il mondo salvato dai ragazzini resta un titolo, non una profezia), sono certo che non potranno fare peggio di noi. Hanno tutto il diritto di costruire un mondo a loro immagine, anche sbagliando, anche contro di noi.

Se potessi, lascerei la scuola: non è giusto che un disilluso porti nelle aule il peso dei propri disastri. Non posso. Dovrò restarci ancora diversi anni. Cercherò di dare ai ragazzi quel po’ di bellezza e di verità che sono riuscito a salvare dal naufragio: una poesia letta bene, una pagina di storia raccontata senza retorica, la fatica di un pensiero che non si accontenta. Non è molto. Forse è l’unica cosa che un insegnante sconfitto può ancora fare senza mentire.

Mi chiedevano, l’altra sera, che cosa allora si debba fare. Ho risposto: io scriverò. Perché lì, nella scrittura, posso salvare pezzi di passato degni di memoria, riscrivere la storia dalla parte dei vinti, immaginare futuri alternativi. Non è una fuga: è ciò che resta a chi ha perso. Custodire, e consegnare.

C’è una poesia bellissima in Questo muro (1973) di Franco Fortini, titolo che dice bene anche la mia condizione di oggi. E viene in mente, quasi negli stessi anni, il “murato” del Muro della terra (1975) di Giorgio Caproni, un poeta che Fortini non amava. Due muri, due modi di stare con le spalle alla parete del tempo. Fortini scrive:

Ma guarda come già stendono le loro stuoie

attraverso la tua stanza.

Come distribuiscono le loro masserizie,

come spartiscono il loro bene, come

fra poco mangeranno la nostra verità!

Di noi spiriti curiosi in ascolto

prima del sonno parleranno.

Questa è l’unica salvezza possibile: pensare a “coloro che verranno”. L’espressione rimanda a Brecht, che Fortini tradusse e amò, e alla sua lettera in versi ai posteri, in cui chiedeva ai nati dopo di giudicare con indulgenza chi, nei tempi bui, non aveva saputo essere gentile. Penso alle loro vite semplici (nel Fortini di allora ispirate alla Cina, che aveva visitato e raccontato in Asia Maggiore), capaci di spartire il bene fuori dalla logica predatoria che domina il nostro tempo.

Nei versi non c’è rancore, c’è quasi sollievo. I nuovi arrivati srotolano le stuoie nella nostra stanza, si dividono le masserizie, “mangeranno la nostra verità”: la consumeranno, la faranno propria, la trasformeranno in nutrimento. E noi, diventati spiriti curiosi, staremo in ascolto, mentre prima del sonno parleranno di noi, come si raccontano le storie degli antenati.

Questo pensiero è l’unico in grado di consolarmi tra le fiamme del mondo presente. Non saremo noi a vedere il mondo nuovo. Ma se qualcosa di ciò che abbiamo amato, una pagina, un verso, un gesto fatto in classe, finirà tra le masserizie che altri si spartiranno, la sconfitta non sarà stata vana.


giovedì 15 ottobre 2026

Giusy Nazzaro su 𝐸𝑢𝑡ℎ𝑦𝑚𝑖𝑜𝑠 [Εὐθύμιος]

 


«Dà sempre più di quel che puoi riprendere e dimentica. Tale è la via sacra.» (René Char)… mi ricorda un detto dialettale della mia infanzia, che tanto stupiva la mia anima bambina e che ancora oggi continuo a ripetere ai miei figli: «Fa’  bene e scorda, fa’  male e penza».

Donare, compiere un’azione gentile, ascoltare sono gesti che arricchiscono e il loro valore risiede, prima ancora che in chi li riceve, nel cambiamento di chi li compie. È un modo, per così dire, di prendersi cura di sé, di custodire la propria anima, «che è come un pozzo nel deserto. Se non lo custodisci, la sabbia lo riempie. Se non lo nutri, l’acqua si ritira. Ma se lo purifichi ogni giorno, anche l'aridità più dura può ridare acqua viva.»

Euthymios mi ha insegnato proprio questo: se l’anima non viene nutrita attraverso il dono, non facciamo altro che inaridire la nostra sorgente interiore. 

Quanto dolore nel lungo  viaggio che egli compie per raggiungere la consapevolezza di sé, per uscire fuori da sé stesso e dal bastione delle proprie certezze. Un cammino necessario per poter andare davvero incontro all’altro. Spogliandosi della presunzione del sapere, Euthymios impara a guardare oltre la malattia, riconoscendo nella persona che cura non un caso da risolvere, ma un'anima da ascoltare. Abita le proprie fragilità e trasforma le sue ferite in un luogo di accoglienza per chi soffre.

Ho ascoltato il tuo libro, Nicola, pagina dopo pagina. Mi sono lasciata attraversare persino dal dolore, quando tra le righe è apparso il “morso degli dei”, che ha fatto capolino nella vita di chi amo più di me stessa tanti anni fa e che sembra ancora non voler lasciare la presa.

Ho camminato al fianco di Euthymios e ho percepito il peso di ogni sua scelta. Non ho nutrito la mia mente di nozioni: ho dato ristoro e cura alla mia anima, coltivando, a volte, anche il silenzio.

Ed è stato proprio nel silenzio, nell’attesa, mentre le tue parole diventavano immagini e consapevolezza, che ho cominciato ad accogliere con occhi nuovi la figura di Yeshua. Non soltanto come divinità, ma come uomo, con i suoi affanni quotidiani e le sue fragilità; un uomo che «spronava uomini e donne a mettere un cuore di carne al posto di un cuore di pietra, a donare e a donarsi, a perdonare ad accogliere.»

E allora ho sentito che l’unico vero miracolo della vita è l’amore: l’ amore con il suo potere rigenerativo e la sua forza creatrice, capace di diventare veicolo della grazia. Una grazia che si manifesta nella capacità di guardare chi soffre, di dare attenzione a chi ne ha bisogno, mettendo da parte il proprio egoismo.

Ti consegno queste poche parole e i miei tratti imperfetti, con gratitudine per avermi riportata alla mia sorgente e per avermi mostrato come custodirla.





mercoledì 14 ottobre 2026

Il quarto tempo. Venti mesi da scrittore (scriptura)

 

Il potere del canto è nato da un “lutto”. Nell’estate del 2019 la schiena mi ha presentato il conto: ernie, protrusioni, artrosi. Sono convinto che in quel dolore, che mi spezzava in due, ci fossero sia la perdita di una persona carissima sia l’inenarrabile delusione politica dell’anno precedente. L’ortopedico mi consigliò di dimenticare il pallone. Può sembrare strano, ma il calcio era per me l’illusione di un pezzo di giovinezza perpetuata, e la sua fine mi è parsa uno spartiacque. Passavo le giornate steso tra letto e divano, a leggere fumetti. Non credo sia un caso che l’intuizione del romanzo sia arrivata a settembre, mentre elaboravo il lutto della mia infanzia da “calciatore”. Il tempo che prima andava agli allenamenti e alle partite, giocate o sognate, è diventato tempo per immaginare. Scrivevo con uno stupore e un piacere che forse non avevo mai provato, e ci mettevo dentro tutte le mie passioni, lacerti di biografia, conoscenze: l’“alto” della poesia accanto al “basso” del fumetto supereroistico, come sognavo da ragazzo. «Non importa se resterà nel cassetto», annotavo nel diario. Agli inizi di novembre la prima stesura era finita; a dicembre usciva a puntate proprio su questo blog, con bizzarre illustrazioni che oggi appaiono giurassiche, per quanto fantasiose.

Poi vennero le riscritture, e le ferite: una stroncatura amica; un quarto posto al Premio “De Sanctis”, che rifiutai con un certo sdegno; un editore piccolo piccolo che mi rispose che era ridicolo presentare un romanzo senza dialoghi. Io ribattei che venivo dalla lettura di Yehoshua (peccato di superbia, lo ammetto): centinaia di pagine senza dialoghi. Fui costretto, frustrato, a rivedere, e ancora rivedere. Nel tempo il romanzo ha subito modifiche anche strutturali. Un centinaio (non scherzo!) di tentativi a vuoto con gli editori e sette anni dopo, questa folle storia è diventata carta: con Finalmente libri (e mai nome di editore mi è parso più appropriato!).

Scrivo ininterrottamente dal 1983: diari, poesie, brevi saggi. Qualche volta ho tentato il racconto, ma senza mai crederci davvero, lasciando nel cassetto risultati deludenti. L’unico racconto giovanile sopravvissuto, Soglie, necrofilo e disturbante, l’ho ripescato l’anno scorso per un’antologia horror. Nel 2022 Antonio Martone mi estorse una prova, Questa ruota è in fiamme, che divenne una meta-narrazione sulla difficoltà di scrivere un racconto sulla guerra.

Nella primavera del 2025 la chiusa dell’ingegno si è aperta. Ho lasciato gli impegni scolastici che andavano oltre l’insegnamento e mi sono ritrovato con molto tempo libero. Soprattutto, ho trovato storie che non sapevo di avere. Ho cominciato a chiamare questa stagione il mio “quarto tempo”: la scuola non era più al centro della mia vita, mia figlia era a Roma, le giornate avevano preso un ritmo del tutto nuovo.

Mi sembrava di aver aperto la grotta di Montecristo. Racconti, romanzi storici, fantascienza, gialli, fiabe. Nulla dies sine linea. E poi i concorsi, a decine, a centinaia, con furia garibaldina e con errori grossolani, come mandare due volte lo stesso testo allo stesso premio. Nel fiume di storie c’è anche molta fanghiglia. Ne sono perfettamente consapevole.

Mi affidavo a una vecchia legge hegeliana: oltre una certa soglia la quantità si muta in qualità. Credo che qualcosa sia accaduto: tre romanzi pubblicati, un quarto in uscita a dicembre, decine di premi e riconoscimenti, di cui dirò.

Un amico caro, leggendo un mio racconto, mi ha chiesto: «Sì, è scritto bene, ma dove sei tu?». Oggi forse so rispondergli. Quanto è accaduto, e sta accadendo, mi sta cambiando in profondità. La poesia resta uno sguardo sul mondo, e continua a esserci; ma le si affianca altro: il piacere di indagare le vite degli altri, o altre vite possibili, di esplorare il mondo tanto nella sua consistenza reale quanto nelle sue possibilità. Al centro non c’è più l’io che guarda, e il modo in cui guarda, ma il reale nella sua infinita ricchezza.

Qualcuno potrà pensare che la scelta della narrativa sia legata anche all’ambizione. Ne ho già scritto, non ci torno. Il mio destino, lo so ogni volta che ripenso alla mia intera esistenza, è accettare sentieri marginali, strade poco battute. Non so dove porteranno. So soltanto che non ho mai imitato nessuno, e non comincerò ora. Ciò che conta è restare fedele all’opera. Questo chiedo al Signore del Canto, da cui vengono le parole e le storie.

Oggi, a quasi venti mesi da quando la chiusa si è aperta, se qualcuno mi chiedesse perché scrivo, risponderei con un’altra domanda: perché un pittore dipinge? Quando mi sveglio so che devo scrivere. E durante il giorno vivo immaginando storie. Ogni luogo, ogni incontro, ogni situazione mi sembra poter generare qualcosa che merita di essere raccontato.

So bene, ne ho scritto e ci tornerò, che probabilmente tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’IA: ancella e talvolta guida, sostegno nei momenti di stanchezza, mi permette di concentrarmi sull’atto creativo, sull’idea, liberando tempo ed energie. Eppure, al netto di pochissime eccezioni, quel che ho prodotto in questi mesi è mio, intimamente mio. Vi ho trasfuso passioni e ossessioni.

Ah, i premi letterari… Nei dodici anni tra il 2013 e il 2024 avevo raccolto sei riconoscimenti in tutto, due dei quali primi premi. Tra il 2025 e l’ottobre del 2026 sono diventati circa sessantacinque: diciassette primi posti e una ventina tra secondi e terzi, per più di trenta podi, a cui si aggiungono menzioni, premi speciali e finali. Il 2026 non è ancora finito e i riconoscimenti sono già il doppio di quelli del 2025. A gennaio avevo ottanta concorsi aperti; a giugno, più di cento in attesa di esito.

Il dato più sorprendente riguarda la forma. Più di metà dei riconoscimenti, e tredici primi premi su diciassette, sono arrivati con il racconto, un genere che fino al 2025 avevo appena sfiorato. I romanzi ne contano una quindicina, la poesia una dozzina; il resto è saggistica e scritture d’occasione. In meno di due anni, quindici racconti sono finiti in antologie. E i premi in denaro, qualche migliaio di euro, hanno pagato le iscrizioni ad altri concorsi: il circolo virtuoso che speravo, senza gravare sulla famiglia.

I numeri, però, dicono poco. Partecipare ai concorsi è prima di tutto un atto di umiltà: per uno vinto, ce ne sono venti in cui passo inosservato. Ci si sottopone a un giudizio spesso severo o percepito come ingiusto. Quante volte, in questi mesi, mi sono sentito bruciare dalla rabbia? E si impara a relativizzare: ho vinto con racconti su cui non avrei scommesso una lira e sono stato bocciato con quelli a cui tenevo di più. Lo sguardo degli altri si accetta, senza snaturarsi. Soprattutto, i premi aiutano a sfuggire alla trappola dell’autoreferenzialità, sempre in agguato nei piccoli centri, dove è facile proclamarsi artisti. E sono una palestra: mi spingono dove, senza stimoli esterni, non oserei.

A questo primo giro di boa, alla vigilia della prima presentazione in città del secondo romanzo (che in realtà è il primo scritto e, contando anche Legame doppio, il terzo pubblicato…), so di essere un apprendista. So anche che in ogni cosa della mia vita ho riversato intera l’energia che mi abita, insieme “erotica” (in senso platonico), poetica e spirituale. Navigo a vista nel mio “quarto tempo”, sapendo che non tutto dipende da me e che molto, delle strade future, potrebbe deciderlo la Fortuna. Ma, se verrà a cercarmi, mi troverà qui, alla scrivania, a scrivere, scegliere, limare parole e frasi.

Nel cassetto, intanto, aspettano otto romanzi e quattro raccolte di racconti. C’è un tribuno della Rivoluzione francese che sogna l’eguaglianza e la paga con la vita. C’è un’allieva ebrea con il suo maestro, divisi da un abisso che la storia ha scavato e nessun amore riesce a colmare. C’è un ragazzo senza nome che deve guadagnarsene uno attraversando il mondo, e un insegnante inquieto risucchiato dal gorgo delle domande di sempre. C’è una donna nigeriana che la cronaca aveva ridotto a poche righe e a cui ho provato a restituire una voce. E c’è il futuro: un uomo comune rapito dalle stelle, una nave in cerca di un nuovo pianeta che scopre di non essere sola, una ragazzina che nel 2062, tra api e libri, impara a rifondare una comunità dopo la catastrofe. I racconti, invece, compongono un abbecedario ironico e affettuoso della scuola italiana, il mosaico di una vita ricomposta tessera dopo tessera, un’interrogazione sulle infinite forme del vivente, una sequenza di mondi impossibili attraversati da un unico personaggio. Rileggendo, mi accorgo che tornano sempre le stesse ossessioni: gli sconfitti gravidi di futuro, l’educazione, il vivente oltre la logica del dominio, la responsabilità di chi resta. Cambiano le epoche e i generi

Verrà presto anche il tempo di riflessioni più serie e rigorose sul senso dello scrivere oggi, nella fine dell’Occidente e tra le apocalissi temute. Ma non adesso.


martedì 13 ottobre 2026

𝑌𝑢̄𝑔𝑒𝑛 di Antonio Vassallo: i versi di un'anima in frantumi (ποίησις)

Non so quale sia l’ultima recensione che ho scritto. Che brutta parola: recensione. Praticai questo genere ai tempi de “la rosa necessaria”, negli anni Novanta, e in seguito solo sporadicamente. La vita ha spinto altrove la navicella del mio ingegno. Vi ritorno per un libro, Yūgen, che mi ha colpito per due motivi. Il primo è lo stupore nello scoprire che l’autore, Antonio Vassallo, è anche un poeta. Lo conoscevo come valente docente di storia e filosofia e come sodale nell’esperienza dell’ANPI e della sua Officina, che ho avuto l’onore di coordinare per un po’. Il secondo è la qualità del libro, non a caso pubblicato da una serissima casa editrice, per quanto, come si usa dire, di nicchia (PeQuod).

Il libro si apre con una densa Prefazione di Dolores Morra, amica fraterna dell’Autore, con il quale condivide diverse passioni letterarie e filosofiche (ad esempio, e non lo dico a caso, quella per Cioran). È interessante che Dolores tenda a proiettare nelle poesie dell’amico la propria percezione estatica della realtà. Altri lettori potrebbero invece cogliervi soprattutto il negativo che sembra tracimare, anzi stillare, per usare un verbo caro al poeta, da quasi ogni pagina, fatte salve le ultimissime e poche altre. Il mondo di Dolores è luminoso e floreale. Quello di Antonio è chiaroscurale, se non vocato all’eclisse. L’eclisse è anche il titolo di una poesia esistenzialmente “programmatica”, che con un riuscito correlativo oggettivo ci dice che cosa la vita sia e quale smarrimento la connoti. D’altronde lo stesso titolo del libro, nato dalla passione di Vassallo per l’Oriente, evoca il chiaroscuro, come spiega l’“incerta” introduzione. Qui l’Autore ci illumina anche sul “percorso” che il libro disegna, un percorso di movimento. Il paradossale “Commiato” che costituisce la prima sezione è già, evidentemente, un andar via. Seguono viaggi mentali e reali nelle quattro direzioni cardinali: l’Occidente di “Espero”, il Meridione di “Sulle tracce del Sud”, il Nord di “Trondheim”, l’Oriente di “Mushin”. Al movimento di fuga iniziale fa da pendant il nóstos finale. È un ritorno verso il luogo da abitare, la propria valle, riscoperta dopo le fughe oniriche. Ed è soprattutto un ritorno verso una patria di affetti che consentono all’io di dimorare e di ancorarsi all’esistenza, senza svanire in un mondo d’ombre.

Accennavo a Cioran. Al grande scrittore rumeno-francese, autore di un unico libro variato in molteplici modi, Antonio ha dedicato la sua tesi di laurea, e la cosa mi pare degna di attenzione. Anch’io sono passato, nei primi anni universitari, attraverso quella fascinazione, stilistica ben prima che filosofica. Con il tempo, però, ho colto i limiti (di pensiero e di prassi) dell’autore de La tentazione di esistere. Trovo suggestivo che una generazione successiva alla mia, di cui Vassallo e la Morra sono autorevoli esponenti, voglia portare con sé nelle proprie lotte politiche per la giustizia un autore non solo politicamente controverso ma anche esponente di un nichilismo così radicale da non lasciare alcuno spazio a utopie o a prassi di trasformazione del mondo. 

Questa contraddizione, feconda nel caso della poesia, la ritrovo anche nel libro. Alla fine di una lettura appassionata, mi pare che l’Autore sia ben consapevole dello sforzo necessario a tenere insieme due poli. Da un lato c’è una natura originaria vocata alla solitudine, “diagonale”, a disagio nello spazio relazionale, anelante a una pienezza d’essere che coincida con il vuoto e con l’attimo abitato consapevolmente. Dall’altro c’è la tensione verso l’incontro con l’assolutamente Altro, anticipato dal ciclo “amoroso” che chiude “Espero”. Questo Altro assume il volto di una donna, scelta come compagna e dotata del magico potere di conferire realtà a chi vive in una dimensione intermedia, tra luce e ombra, tra esistenza e irrealtà. L’incontro è contraddittorio e destinale, e mai potrà approdare alla fusione della Diade nell’Uno, all’equilibrio pitagorico e armonico. Eppure ne sono nati quattro figli, come i punti cardinali. Ogni volta hanno fatto rinascere colui che aveva dato loro la vita: sono padri e madri del proprio padre.

Il libro ha una seconda chiusura, fuori quadro, in forma di “Appendice”. È la poesia dedicata alla madre, creatura tutta luminosa al contrario del figlio, capace di radicare il proprio sguardo in quell’eterno a cui il figlio “umbratile” non può credere.

Consiglio inoltre caldamente una lettura attenta delle note. Oltre a offrire una prosa bella e densa, ci dicono molto sul libro, sulle occasioni da cui nascono i testi e sull’Autore.

Se ora redigiamo la tabula absentiae, mi pare di poter dire che manchi quasi del tutto il mondo degli uomini. I tre poli che strutturano il libro sono, in ordine di estensione, il mondo interiore, il mondo naturale e il mondo degli affetti. Tutto il resto è sfondo o pura assenza. Chi non conoscesse la data di pubblicazione non saprebbe dire se il libro sia stato scritto negli anni Dieci o Venti di questo secolo o del precedente. Ci tornerò. Sia chiaro: non è una critica ma una semplice constatazione, che muove dalla mia esperienza di scrittore. Mi chiedo, e lo chiedo ad Antonio, quale tipo di “agire” si possa edificare su una simile postura esistenziale. Rispondo io, provvisoriamente: un’azione priva di certezze, precaria come l’io da cui promana. È un io che ha costantemente bisogno dell’altro per vedere confermata la propria identità evanescente. Siamo nel pieno della dissoluzione di quei fondamenti di cui il Novecento è stato instancabile minatore. E, aggiungo, probabilmente è un bene. Per questo mi fanno sorridere coloro che reclamano, anche qui a Benevento, una poesia “d’impegno civile”. Lungo la parabola in cui ha avuto un senso, quella poesia ha presupposto tre cose. La prima è un’ideologia solida, “moderna”, ormai improponibile. La seconda è è una identità stabile. La terza una comunità alla quale si sentiva di appartenere, anch’essa dissoltasi nel tempo “liquido”. Una comunità di fatto del tutto assente nel libro di Vassallo, fatta eccezione per l’atto dovuto ai propri allievi. Ma anche in questo caso restiamo nella sfera degli affetti quasi familiari: gli allievi sono figli adottivi.

Ci sarebbe altro da scrivere, e non è detto che non lo faccia. Memore di essermi laureato in Letteratura italiana contemporanea, mi consento qualche notazione formale, anche critica.

La dote sorgiva di Antonio è la musicalità dei versi. Questi non hanno mai una misura omogenea, benché il “versicolo” tenda a prendere il sopravvento. Immagino che con il tempo troverà un andamento perfettamente consono al suo respiro poetico.

Mi pare che i poeti esplicitamente evocati, in epigrafe o nel testo, siano cinque: Quasimodo, Apollinaire, Ungaretti, Caproni e Cappello. Quest’ultimo compare ben due volte ed è uno dei maestri segreti della generazione a cui appartiene Antonio Vassallo. Se dovessi situare il libro in un paesaggio poetico, lo collocherei in una brumosa brughiera neocrepuscolare, sebbene in alcune composizioni facciano non di rado capolino le desolazioni carsiche di derivazione ungarettiana.

Se non conoscessimo il mestiere di Antonio, difficilmente lo intuiremmo dai testi. Plotino vi è citato una sola volta, il Platone delle “dottrine segrete” sull’Uno e la Diade è soltanto evocato e la dialettica hegeliana è richiamata con ironia. L’Oriente, invece, è costantemente presente con la sua alterità radicale di pratica e di pensiero, e appare come l’unica possibilità di equilibrio per un “viandante” inquieto. Da questo punto di vista, la scelta del titolo mi sembra assai felice.

Quattro notazioni critiche.

Rivedrei l’uso dei puntini sospensivi. Ma qui probabilmente si entra nel campo del gusto personale.

Lavorerei sull’uso troppo spinto dell’anastrofe, soprattutto nella consuetudine di anteporre l’aggettivo al sostantivo, e dell’anafora.

L’aggettivazione appare spesso ridondante, barocca oserei dire. Cifra originale e ben riuscita è invece l’inserto di castoni lessicali colti e rari.

Infine, terrei sotto controllo la tendenza a collocare il verbo quasi sempre alla fine della frase.

Chiudo con l’auspicio che la predilezione per l’ombra e il silenzio non ostacoli, ma al contrario nutra, la scrittura poetica di Antonio. Mi auguro che egli continui mirabilmente a cercare un precarissimo equilibrio nell’esistenza e a offrire il suo prezioso contributo, pur senza fondamento, a un mondo dolorante. Quel mondo, nel suo libro, si rispecchia soltanto attraverso il prisma infranto del suo io. Solo lo sguardo dell’altro e dell’Altro possono restituirci l’unità irremediabilmente perduta.




lunedì 12 ottobre 2026

Per la poesia (ποίησις)

 

Lungi da me tentare una ricognizione della poesia nel Sannio. Se mai ho avuto una simile velleità, l’ho abbandonata da un pezzo.

No. Però due eventi quasi contemporanei mi spingono a tornare su un argomento che mi è assai caro: la presentazione di un’iniziativa e l’uscita di un libro.

L’iniziativa è promossa, tra gli altri, da un mio ex alunno, brillante e sfaticato, poi sbocciato alle storie e ai versi grazie a uno di quei miracoli che rendono il lavoro dell’insegnante davvero unico. Giulio Miele, cui ho voluto dedicare una poesia poi confluita nel mio ultimo libro di versi a stampa, si sta formando a Napoli. 

È una delle capitali culturali d’Italia, da sempre generosa di poeti e con i poeti. Ha esordito con un libro assai maturo per la sua età . Ora vuole provare a creare un luogo di studio e di pratica della poesia. La notizia mi ha riempito il cuore di gioia. Un plauso va anche a chi ospiterà l’iniziativa, al di là di quanto, sul piano personale, ci separa da molti anni.

Il libro è invece Yūgen di Antonio Vassallo (impreziosito da una Prefazione assai empatica di Dolores Morra, che probabilmente scrive poesie ma è, soprattutto, poesia). Non l’ho ancora letto per intero, e vorrei tornarci. 

Che cosa ha di speciale? Anzitutto conosco l’autore, collega valente e amatissimo dagli studenti, ma non sapevo che coltivasse la poesia: di qui lo stupore nello scoprirlo. Poi c’è l’editore, PeQuod, che già garantisce, a un primo livello, la qualità del lavoro. Infine ci sono gli interrogativi posti da un libro di versi radicato in un “sapere dell’anima” ad alta vocazione esistenziale, virato al cupo, ma scritto da chi si spende attivamente per un mondo diverso. È di questo che vorrei parlare più distesamente. Insomma, il rapporto tra scrittura e politica, per dirla con uno slogan facile.

Fino all’anno scorso avevo pensato di poter riprendere la mia attività di “divulgatore” di un genere negletto, facendo rifiorire con nuovi nomi ciò che negli anni Novanta fu “la rosa necessaria”. Di qui l’iniziativa della Stanza per la poesia e la prima edizione dell’Atlante delle Nuvole, condivisa con amici cari e di valore. Poi la mia vita è cambiata, e con essa le priorità: Calliope ha scalzato Euterpe, se non altro nel tempo che dedico all’una e all’altra. Non mi va più di dover occuparmi di questioni pratiche, organizzative. Non mi va più neanche di dover discutere con decisori politici, per quanto stimabili e animati dalle migliori intenzioni. Così ho lasciato quegli impegni, insieme a tutti gli altri, per dedicarmi interamente alla scrittura, soprattutto narrativa. Spero sempre che altri raccolgano il testimone. Per me si apre un tempo di dedizione assoluta, oserei dire religiosa, all’opera (a prescindere dai risultati che potrebbero essere assolutamente deludenti).

Ciò nondimeno guardo con immensa simpatia a chi tiene accesa la fiaccola. I poeti, amo ripetere con Shelley, sono «i legislatori non riconosciuti del mondo». Il libro che presenterò in questi giorni, Il potere del canto, è in fondo un omaggio a loro: i poeti immensi e quelli sconosciuti. Alla loro funzione vitale. Da questo punto di vista, il Nobel ad Anne Carson è una bellissima notizia.

Che fioriscano dieci, cento, mille iniziative intorno ai versi, anche per pochi, purché intense: senza cellulari, senza ansie da prestazione, senza esibizionismi. Per nutrirsi.


domenica 11 ottobre 2026

Una città che cambia (Benevento-Italia)

 

Tenterò una ricognizione delle trasformazioni della mia città, Benevento. So di non avere strumenti adeguati, ma spero che il tentativo possa stimolare approfondimenti più competenti. Aggiungo che il Liceo Classico è un pessimo osservatorio da questo punto di vista, perché è frequentato, credo al 99%, da sanniti “doc” (le virgolette sono ironiche, spero si capisca, ma è meglio evitare equivoci). Probabilmente queste trasformazioni sono in atto da decenni altrove, ma Benevento è sembra talvolta la cittadina della Zona del Crepuscolo in cui arriva Dylan Dog (di cui si celebra in questi giorni importante anniversario, per me fumetto di formazione). I mutamenti andrebbero saluti con entusiasmo e guidati, affinché migliorino l’esistente.

L’occasione mi è data da una folgorazione casuale. Passando davanti a quello che fino allo scorso anno era un negozio a suo modo storico, nella via dove abito, ho visto due donne africane che sostavano all’ingresso. Pochi giorni dopo ho scoperto, per caso, che quei locali sono diventati un’abitazione. Non mi soffermo sulla trasformazione di un quartiere che per decenni ha avuto una spiccata vocazione commerciale, centrata sul mercato ortofrutticolo e su decine di piccoli negozi. Non mi soffermo nemmeno su come stia diventando un quartiere al servizio dell’Università, che negli ultimi anni è stata un soggetto assai dinamico nella storia culturale, economica e urbanistica della città. Altri possono e devono farlo assai meglio di me. Mi interessa, invece, partire da questo episodio, a suo modo suggestivo, per tentare una mappatura imprecisa ma urgente della presenza straniera a Benevento.

Senza, lo ripeto, strumenti adeguati (ci vorrebbe l’abilità di un Luigi Ruscello nel maneggiare tabelle e dati), mi pare di poter dire che ci sono gruppi “etnici” che si distinguono per vocazione lavorativa e per grado di integrazione. Metto la parola tra molte virgolette, ovviamente: ha un valore meramente strumentale.

I cinesi, ad esempio, sono legati per lo più a due diverse tipologie di attività: ci sono i ragazzi che studiano al Conservatorio e i proprietari di negozi. I primi si vedono sul Corso, sempre eleganti e alla moda, e spesso prendono casa in affitto da quelle parti. In entrambi i casi, almeno da quel che posso osservare, la volontà di integrazione pare ridotta al minimo. Ho visto pochissime volte un cinese in compagnia di un autoctono. Anche la lingua, malgrado gli anni trascorsi in Italia, mi pare che molti la imparino pochissimo, forse perché non interessa loro. Possiamo dire che si tratta, in buona parte, di una borghesia medio-alta, benestante.

Negli ultimi anni è aumentata notevolmente la componente nordafricana, talvolta al centro di vicende assai sgradevoli. Colpisce soprattutto la presenza di alcuni gruppi organizzati (per esempio in piazza Roma), dagli atteggiamenti a volte provocatori, che possono sfociare nello scontro verbale o fisico con i locali. Dal punto di vista economico, credo di poter dire che per lo più si indirizzino a lavori manuali, per scelta o, purtroppo, per necessità. Per alcuni dei più giovani è realistico il rischio di entrare nelle reti dello spaccio locale, allettati dalla prospettiva di guadagni facili. L’aspetto più interessante è l’alto livello di socializzazione, soprattutto tra i maschi giovani e le ragazze beneventane. Ricordo che questa estate, quando andai a Pietracatella per un premio, rimasi colpito da una bellissima coppia giovane: lui maghrebino, lei del posto, con due bambini splendidi. Credo che sarà un fenomeno sempre più diffuso anche nella nostra città. È interessante anche vedere sempre più spesso ragazze, chiaramente di fede islamica, girare con l’hijab.

Ci sono poi africani della più varia provenienza. Capita di trovarne alcuni a chiedere l’elemosina davanti a un supermercato, magari mentre parlano al cellulare, evidentemente con la madrepatria. Oppure li si vede in squadre di muratori e carpentieri, impegnati nelle molte opere che hanno profondamente trasformato il volto della città (ci sarà tempo per scriverne: c’è una Benevento prima di Mastella e una dopo). Non ne sono sicuro, ma credo che il loro livello di integrazione sia in generale basso. Stavolta, a differenza dei cinesi, non per scelta loro, ma per la diffidenza dei locali. Ci sono virtuose eccezioni. Penso a chi, come Corrado Ciervo, getta ponti, sia da docente sia da musicista. Ma, ripeto, mi paiono eccezioni che non intaccano il “comune sentire”. Il dato più interessante è l’alta natalità che spesso li caratterizza. La mattina vedo una donna giunonica con un piccolo nel fagotto sulle spalle, due bambini attaccati alle gambe e la carrozzina da spingere. La benedico nelle mie preghiere. E mi dico che tra qualche anno questa città sarà loro: l’invasione gioiosa profetizzata da Pasolini. Lo dico senza idealizzazioni. Semplicemente, la nostra è una civiltà agonizzante, per motivi complessi da analizzare (ci proverò, un giorno!).

I bengalesi e i pakistani sono un’altra categoria ancora. Molti si sono specializzati in alcune attività, come il lavaggio delle auto o i lavori agricoli (sarebbe interessante un’inchiesta su dove abitino e come vivano). A questo proposito, mi ha colpito come la bici elettrica, di cui scrivevo svariati lustri fa, sia diventata nell’uso ben altro da quello che immaginavo. Oggi è lo strumento di lavoro dei rider e del proletariato post-industriale, oppure un rapido mezzo di spostamento e di fuga per i piccoli spacciatori. Anche in questo caso mi pare che il territorio opponga una forte resistenza all’integrazione e che si creino, inevitabilmente, piccole comunità autoreferenziali. Ah, dimenticavo... Ho saputo che alcuni di loro, con quanto guadagnato in anni di duro lavoro a lavar macchine, hanno aperto un negozio da parrucchieri al Rione Libertà, la zona più popolosa della città. Una trasformazione non da poco, da seguire con attenzione. 

C’è infine il numero crescente di badanti, per lo più donne provenienti dall’Ucraina e dalla Romania (e sicuramente dimentico qualcosa di importante). Si prendono cura dei nostri anziani e non di rado diventano compagne o mogli di uomini celibi o separati. Probabilmente, con le loro rimesse, aiutano le famiglie e i figli rimasti nella loro sfortunata patria.

Considero queste riflessioni, come detto, una sollecitazione per chi ha strumenti migliori dei miei.

A me rimangono pochi anni per vedere trasformarsi questa città. Un tempo pensavo che il mio retaggio sarebbe continuato. Mi diedi alla politica anche perché mi vergognavo che mia figlia trovasse quella Benevento (parlo degli anni Dieci del nuovo millennio). Ora so che, realisticamente, questa non sarà la sua città, che non si svolgerà qui la sua vita professionale. Eppure mi immagino spirito che si aggira nei suoi vicoli e guarda le sue pietre, che ho amato anche quando erano offese. Nella vita postuma che già sto vivendo, dunque, mi piace tentare di capire dove stia andando e che cosa voglia essere. Sono certo che gli innesti di nuove culture, di nuove fedi, di nuove lingue la trasformeranno radicalmente, la stanno già trasformando, e che sia doveroso cogliere questi cambiamenti.


sabato 10 ottobre 2026

Biblioteca in transizione [AUTOBIOGRAFIA]

 

È cominciato il primo corpo a corpo con i libri e i fumetti accumulati in un quarto di secolo. Ed è stata, ancora una volta, una grande emozione.

In questo trasloco c’è qualcosa di definitivo. È il distacco dalla “casa madre”, la recisione di un cordone ombelicale che per venticinque anni mi ha tenuto legato alla mansarda di San Cumano. Ogni scatolone chiuso è un filo che si spezza.

Allo stesso tempo è stato un attraversamento. Scaffale dopo scaffale ho ripercorso oltre quarant’anni di innamoramenti letterari, passioni travolgenti, sbandate. Mentre la mano sfilava i volumi, l’occhio già selezionava: questo resta con me, questo andrà a un amico, quest’altro a un alunno, a un ex alunno, a una biblioteca o a un ente pubblico.

Rivedere tutta insieme la mia biblioteca, mentre veniva inscatolata, mi ha mostrato la sua forma. Siamo appena a un terzo dell’opera e abbiamo già superato i duecento colli di libri: mia moglie è sgomenta. In quella forma ho riconosciuto i miei “sentieri interrotti”. I numerosi testi di critica letteraria si fermano alla fine degli anni Novanta, con rarissime acquisizioni successive. La poesia invece è cresciuta in modo costante e omogeneo. La filosofia occupa la parte di gran lunga maggiore. Intorno ci sono la religione, la storia, la politica, l’economia, la pittura, il cinema, i classici antichi e un po’ di teatro. Molti ripiani sono “d’autore”: Heidegger, Hannah Arendt, Fortini, Dante, Schopenhauer, Platone, Guzzi, Nietzsche. Una biblioteca, vista così, è una mappa di ciò che si è amato, di ciò che si è abbandonato e di ciò che non si è mai smesso di cercare.

Poi ho aperto alcuni libri e vi ho ritrovato i segni del tempo. Ci sono le sottolineature, spesso maniacali, degli anni dell’università, venute dopo l’anarchia senza metodo del liceo, i marginalia.

Per fortuna su molti libri avevo annotato la data d’acquisto. Su altri c’è anche quella della lettura o della rilettura, talvolta con un breve giudizio sul valore del libro. Sono piccole sentenze che oggi rileggo con indulgenza o con sorpresa, come se le avesse scritte un altro. Eppure le ho scritte io. 

Benedetta mia madre, che ci ha insegnato a mettere le date sui libri. È grazie a lei che ho ritrovato il primo libro che ricordo di aver comprato: avevo nove anni. Lo comprai al Collegio De La Salle, quello il cui portone ora si apre su Piazza Arechi e che ospita il Conservatorio (pubblico la foto per chi non lo conoscesse). Lo frequentai dalla primina alla quarta elementare. Poi il collegio chiuse e io vissi un anno spaventoso al Convitto Nazionale: è difficile entrare in un gruppo nuovo quando il ciclo sta per finire.

Un giorno i Fratelli ci dissero che potevamo comprare un libro su un banchetto sistemato all’ingresso. Io vivevo in una casa piena di libri, e li odiavo. Leggevo solo i fumetti della Corno e albi come Geppo o Nonna Abelarda. Scelsi obtorto collo. Probabilmente i soldi li portammo il giorno dopo, perché non ricordo di aver mai girato con del denaro. Avevo soltanto qualche spicciolo per la merenda, che durante la ricreazione portava un signore in una sportula profumatissima: calzoni fritti e graffe con lo zucchero. Presi un volume dedicato alle armi e ai guerrieri antichi. Fu una fascinazione originaria, che spiega anche la mia passione per i supereroi. Ancora oggi, a guardarlo, mi vengono i brividi.

Su molti libri, ancora, c’è l’ex libris, una passione ereditata da mia sorella Rosa. All’inizio era soltanto un timbro con nome e cognome. Poi quel segno di proprietà si è raffinato, rubando ai grandi. Uno di questi è Freud, che sul suo ex libris aveva voluto Edipo davanti alla Sfinge. In ognuno essi trovo qualcosa che mi rappresenta nel tempo, nel mio divenire.

Mi rendo conto che c’è ancora molto, moltissimo da fare. E non solo a livello di “basse opere”, per citare Fortini, che sono sempre assai istruttive. Già la cernita tra ciò che sarà donato e ciò che mi accompagnerà nei prossimi anni, se Dio li concede, è profondamente emblematica. Lo sarà ancora di più l’organizzazione di ciò che resterà. I criteri non potranno più essere soltanto quelli del “genere”: poesia, religione, filosofia, et cetera.

Molti koan che i maestri mi hanno affidato si compiono in questa stagione della vita. Uno, in questo caso, è decisivo: bisogna leggere multum, non multa, molto ma non molte cose. La formula ci è arrivata da Plinio il Giovane, ma l’insegnamento l’ho ricevuto da Seneca, che a Lucilio raccomandava di tornare sempre agli autori già provati, anziché disperdersi nella folla dei libri.

Voglio vivere l’autunno e l’inverno della vita con “li miei autori”, parafrasando indegnamente Dante: gli scrittori che mi hanno plasmato. Non ho più velleità di ampliamento. So che difficilmente leggerò Lacan. Ho capito che Céline non mi piace, dopo averlo sfidato due o tre volte. E il primo Bloch, per quanto mi affascini, per me resta praticamente incomprensibile.

Ci sono state però acquisizioni importanti, novità non da poco. Penso al ruolo che Lévinas riveste ora nella mia visione del mondo. Penso a come la riconoscenza verso Heidegger non mi abbia impedito di coglierne sempre più lucidamente i limiti. E non sono soltanto quelli noti, politico-ideologici, ma anche squisitamente filosofici.

Morirò con i “miei” poeti, pur continuando a curiosare: Anne Carson, per esempio, bisogna leggerla, e non solo sulle meritorie riviste che la ospitano. Leggerò sempre più narrativa, soprattutto italiana, con l’occhio di chi vuole carpire il mestiere.

Ma, insomma, resterò quello che una vita intera ha ormai strutturato.

Sono felice e leggero. Entusiasta.


venerdì 9 ottobre 2026

Libri liberi [AUTOBIOGRAFIA]

 

Confesso una grande emozione: domani comincia il trasferimento della mia biblioteca in città.

Nel 2001 traslocai, dopo i primi anni di matrimonio, in un’antica casa della famiglia di mia moglie, rimasta per decenni inagibile a causa del terremoto. Non era molto grande e non poteva accogliere i libri che avevo già accumulato, che si erano aggiunti a quelli ereditati da mia madre. Fu quasi naturale lasciarli lì, nella mansarda di San Cumano. E in venticinque anni, stanza dopo stanza, la casa di campagna si è riempita di libri, manuali scolastici, fumetti, cd, poster, giornali e riviste. Strati di una vita, depositati come sedimenti.

Come spesso accade, un limite si è trasformato in una nuova competenza. Non potendo avere i libri a portata di mano, ho dovuto supplire con i loro corrispettivi digitali. Non solo ho messo insieme una notevolissima biblioteca digitale, tutta archiviata in un grande hard disk esterno, ma ho anche imparato a studiare e a leggere su pdf ed epub, sullo schermo dell’e-reader. Ho scoperto che si può sottolineare senza matita e portare con sé centinaia di volumi in pochi grammi. Ho capito però anche che cosa manca: il peso di un libro tra le mani, la carta che invecchia, la memoria di una pagina ritrovata per la sua posizione sullo scaffale.

Ora, dopo un quarto di secolo, tutto ciò che si è accumulato lassù può finalmente venire in città. Lo aspetta uno spazio nuovo, decisamente più piccolo dell’intero ultimo piano che lo ha ospitato tanto a lungo.

Così, quasi che due linee partite da lontano arrivassero a intersecarsi, ho preso una decisione. Mia figlia ha scelto di dedicarsi ad altro nella vita, senza seguire le orme paterne né quelle materne, e non ha senso conservare tutto in attesa di qualcuno che raccolga il testimone. Una parte corposa di ciò che ho custodito gelosamente per anni sarà quindi donata a biblioteche, amici, alunni ed ex alunni. Terrò con me soltanto i testi davvero utili a ciò che ho deciso di fare nel tempo che mi resta: scrivere.

Mi emoziona pensare che non dovrò più prendere la macchina e andare in campagna per recuperare un libro che voglio leggere su carta o mostrare ai miei alunni. I libri torneranno vicini, parte della vita di ogni giorno, e smetteranno di essere un deposito lontano da raggiungere.

Quello che darò via mi piace pensarlo, da una parte, come un gesto di liberazione dal feticismo e dal possesso; dall’altra, come una seminagione i cui frutti non vedrò. Perché i libri possono cambiare le vite solo se vengono “esperiti”, se diventano vita vivente e non mera erudizione o motivo di vanto. 


giovedì 8 ottobre 2026

AI e scrittura (𝑠𝑐𝑟𝑖𝑝𝑡𝑢𝑟𝑎)

Torno su una questione che pare all’ordine del giorno, già accennata in post precedenti nel colloquio con una delle persone più acute e nascoste del nostro Sannio letterario: l’uso “creativo” dell’AI.

Parlo senza aver fatto approfondimenti teorici, sulla scorta di qualche intervento letto che mi ha colpito e dell’eco rumorosa delle vicende francesi. Dunque, diciamo che tutto quello che scriverò è provvisorio e nasce da un anno di uso continuativo dello “strumento”.
Parto dai maestri: l’AI è uno strumento che potenzia le facoltà dell’uomo o le surroga? Mi rifaccio, evidentemente, a uno dei miei riferimenti “eretici”, quell’Ivan Illich di cui (assai meritoriamente) si sta stampando in Italia l’opera completa. Come noto, in La convivialità (1973) Illich distingue tra strumenti conviviali e strumenti manipolatori. I primi – la bicicletta, gli attrezzi dell’artigiano, il libro – restano al servizio di chi li usa: ne ampliano l’autonomia e la creatività, possono essere adoperati da chiunque, per fini liberamente scelti. I secondi, superata una certa soglia critica, rovesciano il rapporto: è l’uomo a mettersi al servizio dello strumento, che genera dipendenza, espropria saperi e competenze, impone un “monopolio radicale” (non si può più spostarsi senza l’automobile, imparare senza la scuola, curarsi senza il medico) e diventa controproducente, finendo per ostacolare proprio i fini per cui era nato. Il problema, per Illich, non è dunque la tecnica in sé, ma il limite: lo strumento è buono finché accresce ciò che una persona sa fare da sé, cattivo quando glielo sottrae.
Io direi che ci troviamo di fronte a uno strumento che presenta entrambe le possibilità: l’AI può integrare, sostenere, affiancare la guida umana, oppure sostituirla del tutto. Conviviale o manipolatoria, dunque, a seconda dell’uso che se ne fa.
Io ho sperimentato entrambe le opzioni. Ho utilizzato ChatGPT, Gemini e, dall’estate, Claude (tutte in versioni a pagamento) per rivedere i miei testi, per fare ricerche, per prospettarmi soluzioni nei momenti di stallo creativo; e le ho utilizzate per esperimenti di scrittura semi-automatica, in cui mi limitavo a pochi input, poi sviluppati autonomamente dalla macchina (e pubblicati sul blog).
Per i romanzi è stato preziosissimo poter guadagnare tempo sulle ricerche, anche bibliografiche, sempre seguite dalla lettura dei testi (non sostituibile), quasi sempre in formato digitale, grazie alla sterminata biblioteca elettronica accumulata in vent’anni di ricerche in rete. A breve tornerò padrone a tempo pieno della mia biblioteca cartacea. Avrò allora a disposizione tre strumenti potenti per alimentare la piena narrativa che mi attraversa. Purtroppo, per gli amici…
Come noto, in Francia è esploso il caso Thélyson Orélien. Scrittore quebecchese di origine haitiana, fin qui noto soprattutto come poeta, Orélien è l’autore di C’était ça ou mourir, uno dei successi della rentrée: decine di migliaia di copie vendute, traduzioni in una ventina di lingue, l’ingresso nelle prime selezioni di Goncourt, Renaudot, Femina e Médicis, il Prix du Roman Fnac. Il 21 settembre un account anonimo su X ha sostenuto che il romanzo fosse stato scritto “quasi integralmente” con l’AI; le verifiche condotte da alcune testate con il software di rilevamento Pangram hanno restituito percentuali altissime di testo attribuito alla macchina: oltre il 95%, in alcune prove il 100%. L’autore ha respinto le accuse, rivendicando una scrittura radicata nella tradizione haitiana e caraibica e denunciando un pregiudizio razzista; l’editore, Grasset, ha parlato di fake news e ribadito piena fiducia in lui. Resta il fatto che nessun rilevatore può dimostrare come un testo sia stato scritto: misura una probabilità statistica sul risultato, non ricostruisce il processo. Ma la domanda è ormai sul tavolo, ed è dovere di chiunque scriva meditare e prendere posizione.
Ho letto un pezzo assai condivisibile su Pangea. L’ho fatto sintetizzare da un’AI. Posto qui i risultati.




Mi sento di condividere esattamente questa posizione. Aggiungendo un aneddoto. Lo scrittore deve concentrarsi sempre di più sul linguaggio. Come il pittore con la fotografia, viene esonerato da compiti che può svolgere, probabilmente meglio di lui, la macchina.
Quando Magnus – al secolo Roberto Raviola, uno dei più autori del fumetto italiano – si trovò alle prese con il “Texone” La valle del terrore, su testi di Claudio Nizzi, ci mise sette anni: tavole lavorate con una cura maniacale, quasi da incisore, mentre lettori ed editore disperavano di vederle finite. C’era però un soggetto che il Maestro detestava disegnare: i cavalli. E in un western, si sa, i cavalli non si possono evitare. Chiamò allora al suo fianco Giovanni Romanini, vecchio sodale fin dai tempi di Kriminal e Satanik, che disegnò i cavalli e lo aiutò a completare le tavole. L’albo uscì nel 1996, dopo la morte di Magnus, ed è considerato da tutti un capolavoro. Nessuno ha mai pensato di negarne la paternità a Magnus.
Del resto, la storia dell’arte è piena di “cavalli” disegnati da altri. Nelle botteghe rinascimentali il maestro concepiva l’opera e ne eseguiva le parti decisive, lasciando ad allievi e collaboratori fondi, panneggi, dettagli: nel Battesimo di Cristo del Verrocchio, uno degli angeli è attribuito al giovane Leonardo. Rubens dirigeva ad Anversa una vera e propria officina e affidava animali e nature morte a specialisti come Frans Snyders, fiori e paesaggi a Jan Brueghel il Vecchio. E nel fumetto la divisione del lavoro è la regola: sceneggiatori, matitisti, inchiostratori, letteristi, coloristi; negli Studios Hergé assistenti come Bob de Moor e Roger Leloup disegnavano sfondi, automobili e aerei delle avventure di Tintin, senza che nessuno abbia mai dubitato che Tintin fosse di Hergé.
Insomma, e se l’AI, come già accaduto in altri ambiti, ci esonerasse dai lavori monotoni o noiosi, liberando la creatività? Chi avrebbe avuto da ridire se quei cavalli li avesse disegnati una macchina addestrata a disegnarli come… Magnus? È, in fondo, la promessa conviviale di cui parlava Illich: uno strumento che toglie fatica senza togliere l’autore. Il punto non è chi disegna i cavalli, ma chi decide la storia, l’inquadratura, lo sguardo.
È affidata esclusivamente all’etica individuale l’individuazione del confine oltre il quale l’opera non è più “nostra”. Ai “puristi”, le cui obiezioni ascolto con assoluto rispetto, chiedo: un film è opera “autoriale”? L’Odissea è opera di Nolan, anche se egli si è servito di centinaia, se non di migliaia di persone, per lo più sconosciute al grande pubblico, e di tecnologie sofisticatissime? Insomma, forse l’AI proietta lo scrittore in una dimensione nuova, che lo responsabilizza ancora di più, mettendogli a disposizione qualcosa che in altre arti (la musica e le arti visive con l’elettronica, ad esempio) esiste già da tempo.

*

P.S.

Questo pezzo è stato scritto come un canovaccio con istruzioni per l’AI del tipo: “fai sintesi delle tesi di Illich”, “sintetizza la recente vicenda francese”, “migliora questa parte e ampliala con riferimenti”. Mi ha messo a richiesta anche i grassetti... L’ho poi affidato a Claude, scrivendogli (ma non credo possa – ancora? – cogliere l’ironia: De te fabula narrat.
Mi sento integralmente l’autore di questa riflessione.
Sarò felice di ospitare le riflessioni di chiunque voglia esprimersi in materia.