Avere in mano un libro curato interamente da Gaetano è
sempre un’esperienza emozionante. Sono manufatti pensati nei minimi dettagli: i
caratteri, le immagini recuperate dal suo preziosissimo archivio, gli spazi,
l’alternanza di pieni e di vuoti (pochi, questi ultimi). In lui, come in ogni autore
“barocco”, opera infatti un principio di horror vacui. Di questo volume
firma anche il progetto grafico. A scandirne le pagine sono le tavole che Émile
Poissonnié disegnò per i cahiers Delmas: frammenti della Parigi di inizio
Novecento che accompagnano il lettore dall’introduzione all’ultimo capitolo.
Gaetano Cantone è un uomo dal “multiforme ingegno”:
architetto, designer, urbanista, pensatore, pittore e altro ancora. E,
purtroppo per lui, “inattuale”. È nato troppo tardi, perché sarebbe stato a suo
agio tra i Preraffaelliti e accanto a William Morris. Oppure troppo presto, se
l’arte saprà un giorno riconquistare una sapienza artigianale perduta o
considerata fuori tempo.
L’inattualità e un carattere terribile lo hanno reso
marginale rispetto ai processi, assai discutibili, dell’arte contemporanea. Lo
stesso ha fatto un’integrità morale che non gli ha mai consentito compromessi.
Non li ha accettati con i poteri politici, dispensatori poco illuminati di
risorse. Soprattutto non li ha accettati con quel mondo moralmente opaco di
critici e mercanti capace di fabbricare “artisti” di fama planetaria, le cui
opere alimentano carriere accademiche e rimpinguano fortune.
Una volta, in una dedica, ho scritto soltanto “a GGG”, e
Gaetano mi ha chiesto che cosa significasse. Gli ho risposto che associavo al
suo nome alcuni aggettivi: “geniale” e “generoso”. Oggi aggiungerei “gentile”.
Ne verrebbe il ritratto di un uomo extra-ordinario, che è un privilegio aver
conosciuto e di cui potersi dire amico.
Chi ha avuto la fortuna di essere suo ospite ha avuto la
sensazione di abitare “nella” bellezza: una casa che emana una raffinatezza mai
leziosa né decadente. E chi è stato guidato nel suo studio è entrato in una
vera Wunderkammer, piena di tesori e di mirabilia.
Gaetano è uno di quei rari artisti che uniscono un sapere
artigiano al massimo di sapere storico e teorico. Il sapere artigiano si vede
anche nei piccoli, deliziosi doni che spesso gli amici ricevono, ed è una delle
forme della sua generosità. Il sapere teorico non riguarda soltanto la sua
disciplina (qualunque essa sia), ma spazia tra psicoanalisi, filosofia e
letteratura. La sua è dunque un’arte nutrita di consapevolezza. Non a caso
privilegia l’allegoria sul simbolo ed è fitta di riferimenti ipercolti alla
tradizione, senza mai diventare un’arte nostalgica.
Quella stessa consapevolezza regge il libro. Della
mutazione è il terzo volume della collana «Passaggi», che Cantone ha ideato
e dirige, dopo Ansietà identitaria e complessità (2020) e Iconografia
e civiltà urbana nella modernità (2022). Nasce da un lungo lavoro
seminariale e da un’inchiesta ospitata sul «Sannio Quotidiano», e la sua forma
è già una tesi. Cantone non si limita a teorizzare le «compresenze complesse»:
le mette in pagina. Accanto ai suoi capitoli prendono la parola due
psicoanalisti, una psicoterapeuta, una storica del diritto romano, un
arcivescovo, un attore, un filosofo prestato all’amministrazione, un
«fantasiologo» e un amico e collega come Amerigo Ciervo. Per correttezza devo
dire che tra quelle voci c’è anche la mia. Ne esce un libro polifonico, che
pratica ciò che predica: far davvero convergere i saperi. L’autore lo fa contro
quello che chiama, con espressione felice, il «sovradosaggio sapienziale» di
bibliografie accumulate e mai messe in dialogo.
Il primo merito sta in una distinzione concettuale netta. Il
cambiamento è il flusso di novità di breve portata in cui siamo immersi. La
mutazione invece «comporta selezione, discernimento e coscienza di sé». E
soprattutto non è neutra: corre su un «doppio binario». Pochi, che possiedono
gli strumenti economici e culturali, la producono e la governano. I più la
subiscono e ne godono soltanto quando si è già fatta merce. È un’osservazione
semplice e radicale, che sottrae il discorso sulla tecnica a ogni entusiasmo
ingenuo.
Il secondo merito è lo sguardo dell’architetto. Per Cantone
la città è il luogo in cui ogni mutazione diventa visibile. Lo mostra la sua
lettura delle tavole dei cahiers Delmas, dove la Parigi di inizio Novecento
viene offerta agli scolari come un mondo ordinato, operoso, già «eterno»: una
piccola archeologia del nostro immaginario. Da lì il passo verso la «città
fluida» del terzo millennio è breve e inquietante. Ci sono i non luoghi, le
solitudini, e il paradosso di un settore delle costruzioni il cui primato
spetta a un’impresa di demolizioni.
Le voci dell’inchiesta, pur diversissime, si ritrovano in
modo sorprendente. C’è l’eterno presente di cui parla Aglaia McClintock. C’è il
godimento senza limite che la clinica lacaniana di Domenico Cosenza e Fulvio
Sorge rintraccia nei nuovi sintomi. C’è la solitudine che, secondo Felice
Accrocca, si allarga ormai anche nei nostri paesi. E c’è il prompt come luogo
stesso della mutazione, nel gioco di Massimo Gerardo Carrese.
Nelle ultime pagine Cantone affida a un’immagine il senso di
questo metodo. Sotto un grande sicomoro di Segueneiti, in Eritrea, alcuni
scrittori africani si chiedono che cosa sia oggi la loro letteratura, dopo
decenni di sudditanza coloniale. Discutono «con calma nel piccolo vento della
sera», senza parole feroci. L’autore si domanda se non sia questo il modo
giusto per decidere della salute del pianeta. A ben vedere, il suo libro è già
quel sicomoro.
Se c’è un punto su cui vorrei continuare il dialogo, è la
parola stessa. «Mutazione» porta con sé un’eco biologica, quasi fatale: la
mutazione, si legge, «ci sarà e cambierà le nostre vite». Ma il libro stesso,
con il suo doppio binario, ci dice che non si tratta di un destino, perché
qualcuno la orienta. La domanda decisiva diventa allora come passare dalla
diagnosi all’insorgenza, da una mutazione subita a una mutazione scelta.
Cantone indica più di una strada. C’è l’«utopia assente» verso cui arte e
saperi devono tornare a guardare. Ci sono le aree interne e la paesologia di
Arminio. C’è la «probità intellettuale» invocata da Weber. Io aggiungerei, come
provo a dire nel mio contributo, il coraggio di porre un limite: essere
pastori, e non signori, di ciò che muta.
Anche la scelta di rinunciare alla sistematicità, dichiarata
fin dall’introduzione, va letta come un pregio. È un libro che chiede tempo e
non si lascia consumare, e proprio per questo resiste alla logica che descrive.
Va letto lentamente, come si sta sotto un sicomoro.
Gaetano mi donò alcune sue opere da riprodurre nel mio terzo libro di versi. Gliene sono grato, per questo e per molte altre cose. È un privilegio raro essere amici di un grande artista. Sono certo di poche cose, ma di questa sì: il tempo, che è galantuomo, renderà a Gaetano il riconoscimento che finora gli hanno precluso la sua integrità, la pochezza del mondo dell’arte e il suo carattere. E quella bellezza che oggi è godimento di pochi diventerà patrimonio di tutti.










