Torno su una questione che pare all’ordine del giorno, già accennata in post precedenti nel colloquio con una delle persone più acute e nascoste del nostro Sannio letterario: l’uso “creativo” dell’AI.
Parto dai maestri: l’AI è uno strumento che potenzia le facoltà dell’uomo o le surroga? Mi rifaccio, evidentemente, a uno dei miei riferimenti “eretici”, quell’Ivan Illich di cui (assai meritoriamente) si sta stampando in Italia l’opera completa. Come noto, in La convivialità (1973) Illich distingue tra strumenti conviviali e strumenti manipolatori. I primi – la bicicletta, gli attrezzi dell’artigiano, il libro – restano al servizio di chi li usa: ne ampliano l’autonomia e la creatività, possono essere adoperati da chiunque, per fini liberamente scelti. I secondi, superata una certa soglia critica, rovesciano il rapporto: è l’uomo a mettersi al servizio dello strumento, che genera dipendenza, espropria saperi e competenze, impone un “monopolio radicale” (non si può più spostarsi senza l’automobile, imparare senza la scuola, curarsi senza il medico) e diventa controproducente, finendo per ostacolare proprio i fini per cui era nato. Il problema, per Illich, non è dunque la tecnica in sé, ma il limite: lo strumento è buono finché accresce ciò che una persona sa fare da sé, cattivo quando glielo sottrae.
Io direi che ci troviamo di fronte a uno strumento che presenta entrambe le possibilità: l’AI può integrare, sostenere, affiancare la guida umana, oppure sostituirla del tutto. Conviviale o manipolatoria, dunque, a seconda dell’uso che se ne fa.
Io ho sperimentato entrambe le opzioni. Ho utilizzato ChatGPT, Gemini e, dall’estate, Claude (tutte in versioni a pagamento) per rivedere i miei testi, per fare ricerche, per prospettarmi soluzioni nei momenti di stallo creativo; e le ho utilizzate per esperimenti di scrittura semi-automatica, in cui mi limitavo a pochi input, poi sviluppati autonomamente dalla macchina (e pubblicati sul blog).
Per i romanzi è stato preziosissimo poter guadagnare tempo sulle ricerche, anche bibliografiche, sempre seguite dalla lettura dei testi (non sostituibile), quasi sempre in formato digitale, grazie alla sterminata biblioteca elettronica accumulata in vent’anni di ricerche in rete. A breve tornerò padrone a tempo pieno della mia biblioteca cartacea. Avrò allora a disposizione tre strumenti potenti per alimentare la piena narrativa che mi attraversa. Purtroppo, per gli amici…
Come noto, in Francia è esploso il caso Thélyson Orélien. Scrittore quebecchese di origine haitiana, fin qui noto soprattutto come poeta, Orélien è l’autore di C’était ça ou mourir, uno dei successi della rentrée: decine di migliaia di copie vendute, traduzioni in una ventina di lingue, l’ingresso nelle prime selezioni di Goncourt, Renaudot, Femina e Médicis, il Prix du Roman Fnac. Il 21 settembre un account anonimo su X ha sostenuto che il romanzo fosse stato scritto “quasi integralmente” con l’AI; le verifiche condotte da alcune testate con il software di rilevamento Pangram hanno restituito percentuali altissime di testo attribuito alla macchina: oltre il 95%, in alcune prove il 100%. L’autore ha respinto le accuse, rivendicando una scrittura radicata nella tradizione haitiana e caraibica e denunciando un pregiudizio razzista; l’editore, Grasset, ha parlato di fake news e ribadito piena fiducia in lui. Resta il fatto che nessun rilevatore può dimostrare come un testo sia stato scritto: misura una probabilità statistica sul risultato, non ricostruisce il processo. Ma la domanda è ormai sul tavolo, ed è dovere di chiunque scriva meditare e prendere posizione.
Ho letto un pezzo assai condivisibile su Pangea. L’ho fatto sintetizzare da un’AI. Posto qui i risultati.
Mi sento di condividere esattamente questa posizione. Aggiungendo un aneddoto. Lo scrittore deve concentrarsi sempre di più sul linguaggio. Come il pittore con la fotografia, viene esonerato da compiti che può svolgere, probabilmente meglio di lui, la macchina.
Quando Magnus – al secolo Roberto Raviola, uno dei più autori del fumetto italiano – si trovò alle prese con il “Texone” La valle del terrore, su testi di Claudio Nizzi, ci mise sette anni: tavole lavorate con una cura maniacale, quasi da incisore, mentre lettori ed editore disperavano di vederle finite. C’era però un soggetto che il Maestro detestava disegnare: i cavalli. E in un western, si sa, i cavalli non si possono evitare. Chiamò allora al suo fianco Giovanni Romanini, vecchio sodale fin dai tempi di Kriminal e Satanik, che disegnò i cavalli e lo aiutò a completare le tavole. L’albo uscì nel 1996, dopo la morte di Magnus, ed è considerato da tutti un capolavoro. Nessuno ha mai pensato di negarne la paternità a Magnus.
Del resto, la storia dell’arte è piena di “cavalli” disegnati da altri. Nelle botteghe rinascimentali il maestro concepiva l’opera e ne eseguiva le parti decisive, lasciando ad allievi e collaboratori fondi, panneggi, dettagli: nel Battesimo di Cristo del Verrocchio, uno degli angeli è attribuito al giovane Leonardo. Rubens dirigeva ad Anversa una vera e propria officina e affidava animali e nature morte a specialisti come Frans Snyders, fiori e paesaggi a Jan Brueghel il Vecchio. E nel fumetto la divisione del lavoro è la regola: sceneggiatori, matitisti, inchiostratori, letteristi, coloristi; negli Studios Hergé assistenti come Bob de Moor e Roger Leloup disegnavano sfondi, automobili e aerei delle avventure di Tintin, senza che nessuno abbia mai dubitato che Tintin fosse di Hergé.
Insomma, e se l’AI, come già accaduto in altri ambiti, ci esonerasse dai lavori monotoni o noiosi, liberando la creatività? Chi avrebbe avuto da ridire se quei cavalli li avesse disegnati una macchina addestrata a disegnarli come… Magnus? È, in fondo, la promessa conviviale di cui parlava Illich: uno strumento che toglie fatica senza togliere l’autore. Il punto non è chi disegna i cavalli, ma chi decide la storia, l’inquadratura, lo sguardo.
È affidata esclusivamente all’etica individuale l’individuazione del confine oltre il quale l’opera non è più “nostra”. Ai “puristi”, le cui obiezioni ascolto con assoluto rispetto, chiedo: un film è opera “autoriale”? L’Odissea è opera di Nolan, anche se egli si è servito di centinaia, se non di migliaia di persone, per lo più sconosciute al grande pubblico, e di tecnologie sofisticatissime? Insomma, forse l’AI proietta lo scrittore in una dimensione nuova, che lo responsabilizza ancora di più, mettendogli a disposizione qualcosa che in altre arti (la musica e le arti visive con l’elettronica, ad esempio) esiste già da tempo.
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P.S.
Questo pezzo è stato scritto come un canovaccio con istruzioni per l’AI del tipo: “fai sintesi delle tesi di Illich”, “sintetizza la recente vicenda francese”, “migliora questa parte e ampliala con riferimenti”. Mi ha messo a richiesta anche i grassetti... L’ho poi affidato a Claude, scrivendogli (ma non credo possa – ancora? – cogliere l’ironia: De te fabula narrat.
Mi sento integralmente l’autore di questa riflessione.
Sarò felice di ospitare le riflessioni di chiunque voglia esprimersi in materia.












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