domenica 1 marzo 2026

Spigolature I

 


Mi ripeto spesso che la nuova configurazione della mia esistenza, che colloca, accanto alla vita familiare, la scrittura narrativa come “lavoro” quotidiano è anche il tentativo di rispondere, in maniera non nichilista, alla smarrimento del nostro tempo, in cui tutte le coordinate usuali sembrano spazzate vie. Le persone della mia generazione, cresciute nel crepuscolo di un mondo (quello della guerra fredda e del grande, tragico sogno del comunismo) e in una serie di illusioni sgretolatesi un po’ alla volta (l’Europa, il mondo globalizzato e pacificato), oggi non possono che sentirsi sgomente, soprattutto di fronte alla normalizzazione della guerra. I Racconti minimi che sto pubblicando qui non sono altro che raccontare questo smarrimento, questo sentirsi fuori posto. Riesco a parlare solo al condizionale, mi rendo conto (e in classe la cosa mi pesa non poco) di non avere né certezze né direzioni. Allora scrivere storie è diventato il modo di eludere le gabbie di ferro di ideologie e visioni del mondo. Per decenni ho cercato nell’ossimoro questa conciliazione impossibile. Oggi accetto semplicemente di accogliere di volta in volta un punto di vista pro tempore, di raccontarlo, sapendo che l’unico porto sicuro sono mia moglie e mia figlia, la mia casa, questa scrivania. Nessuna illusione più: né sulla possibilità di cambiare il mondo né di comprenderlo realmente. Mi si potrebbe obiettare che questo è nichilismo compiuto. Io mi auguro di no, mi auguro che l’aureo esempio del “servo inutile” evangelico continui segretamente ad operare nel mio agire.

Infatti, qualche giorno fa dicevo ad Eraldo Affinati, autore di un commovente libriccino sulla scuola, che, purtroppo, il suo eroismo etico e comunitario si infrange contro l’ottusità burocratica e tecnocratica che vuole i ragazzi plasmati per essere bravi consumatori e lavoratori flessibili, dentro un sistema che non ammette alternative. Unica salvezza – ma individuale – è il volto dell’altro, il prendersi “cura” del singolo che incontriamo. Insomma, la “salvezza”, la “salute”.

Confesso che sento potentemente emergere, tra l’approfondimento della figura di Gustav Landauer, su cui sto scrivendo un breve romanzo, cui dovrò lavorare ancora e il sempre presente insegnamento di Ivan Illich, la tentazione di credere che l’unica via di uscita sia la secessione, la creazione di luoghi “a parte”, fondati prima di tutto sulla philia, poi sul cooperativismo. Se lo Stato, qualunque Stato, è il trionfo della tecnica e della burocrazia, in esso, chiunque lo guidi, non può esserci alcuna liberazione. Non so se è l’inizio di un percorso nuovo. Lo segnalo a me stesso.

Ieri pomeriggio, in sogno ho visto il fantasma di un caro amico, scomparso troppo presto. Si chiamava Gerardo Mercurio. L’ho conosciuto nel M5S. Una brava persona, piena di passione e di amore per i fiori, di cui era conoscitore chiamato anche all’estero come esperto. Mi sono inginocchiato davanti al suo volto etereo, sorridente. Gli ho detto che prego ogni giorno per lui e per tutti i morti che mi sono cari, soprattutto chi se n’è andato giovane come Stefania, Marilena, Armin, Pasquale, Salvatore. Lui mi ha sorriso e mi ha detto che lo sa. Mi conforta sapere che, in questa stagione di trapasso della mia vita, verso una nuova configurazione, riesca a vivere in comunione quotidiana con i morti.

L’incontro con Davide Rondoni di qualche settimana fa ha lasciato in me un’eco profonda. Anche lui ha battuto molto sul tema dell’amicizia, ha ricordato come tutta la predicazione di Francesco si fondi sull’amicizia. Vorrei ripartire anche io da qui.

Eppure, sento riemergere, come altre volte nella vita, il desiderio di solitudine, il disagio nelle relazioni umane, l’insofferenza addirittura che a stento riesco a dissimulare con la diplomazia e la disciplina apprese in anni di frequentazioni, di “obblighi” sociali. Come se l’unica “verità” fosse la dimensione domestica degli affetti e questa scrivania dove curo la parola, dove mi curo con la parola.

Sta per finire l’inverno del nostro smarrimento? O dovrò abitarlo, insieme a tanti altri, ancora per lungo tempo?


14. Mano [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


La mano era la prima cosa che Elia notò.

Non il volto, non la voce. La mano appoggiata sul tavolo del bar, le dita distese con una calma che non sembrava cercata. Restava lì, come se avesse dimenticato un compito.

Si erano incontrati per parlare di lavoro. Così avevano detto. Un progetto, una scadenza, poche frasi funzionali. Elia ascoltava, rispondeva a tratti. Intanto seguiva quella mano, il modo in cui cambiava posizione senza decidersi mai del tutto.

A volte le dita si chiudevano, poi tornavano ad aprirsi. Un gesto incompleto, ripetuto. Elia ebbe la sensazione che quel movimento lo riguardasse, senza sapere perché.

Quando lei smise di parlare, il silenzio non arrivò come una pausa. Si posò. Elia sentì che avrebbe dovuto dire qualcosa, ma le parole non trovavano una forma adatta. Non mancavano. Non si ordinavano.

Posò la propria mano sul tavolo. Non accanto. A una distanza che poteva essere misurata. Si accorse di aver scelto quel punto con attenzione e insieme senza volontà.

Lei guardò il gesto, poi lo sguardo di Elia. Non sorrise. Non chiese.

Le dita si sfiorarono per un istante. Un contatto breve, impreciso. Elia ritrasse la mano, poi la lasciò tornare. Questa volta senza correggersi. Sentì il calore dell’altra pelle, il polso, una tensione leggera che non chiedeva sviluppo.

Non pensò al seguito. Non pensò a un gesto successivo. Avvertì soltanto una difficoltà nuova nel riconoscere il proprio posto. Come se quel contatto avesse spostato di poco il centro delle cose.

Lei non avanzò. Non si ritrasse. 

Elia capì che il desiderio non era sempre movimento. A volte era restare in una posizione che non si sa nominare. Un fermarsi che non coincideva con una scelta.

Pagò il conto. Uscirono insieme. Sulla soglia le mani si separarono senza esitazione, come se non si fossero mai toccate.

Camminarono per un tratto senza parlare. Elia sentiva ancora la presenza di quel gesto minimo, e insieme l’impossibilità di collocarlo in una storia.

Non sapeva se avrebbe voluto rivederla. Non sapeva se la stava perdendo o se non l’aveva mai avuta.

Capì solo che qualcosa, per un momento, lo aveva sottratto alle coordinate consuete, lasciandolo senza appigli, senza direzione.

Camminò ancora, con la sensazione precisa di aver toccato qualcosa che non gli apparteneva.

E di essere rimasto, da allora, in una lieve assenza.


sabato 28 febbraio 2026

13. Lama [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 

“Creatore” era il nome inciso sulla sua spada.

Elia lo scoprì dopo averla lavata nel fiume. Il sangue si sciolse nell’acqua e lasciò affiorare lettere sottili lungo la lama. Non ricordava di aver scelto quell’incisione. L’arma gli era stata consegnata dal capitano la notte prima della battaglia. «È adatta a te» aveva detto.

Alla luce del mattino la parola appariva netta.

Creatore.

Elia sedette sulla riva. Il campo dietro di lui era silenzioso: fuochi spenti, tende abbattute, corpi già rimossi. Restava l’odore ferroso nell’aria.

Osservò le proprie mani. Non tremavano.

«Io non creo» disse piano.


Aveva combattuto. Aveva colpito. Aveva aperto varchi tra gli scudi. Ripensò all’istante in cui l’avversario aveva esitato. Non era stata una profezia. Era stato un gesto suo.

Guardò la lama controluce. L’incisione non era decorativa. Era tracciata con precisione, come un titolo.

Chi aveva deciso quel nome. Il fabbro. Il capitano. O qualcuno che vedeva in lui ciò che lui non vedeva.

Tornò verso l’accampamento. Un soldato giovane lo fermò.

«Dicono che ieri hai cambiato l’esito dello scontro.»

«Non da solo.»

«Senza di te la linea avrebbe ceduto.»

Elia non rispose.

Si allontanò dalle tende e raggiunse un masso isolato. Con la punta della lama incise sulla pietra la stessa parola.

“Creatore”.

La guardò a lungo. Non sentiva potere. Sentiva distanza.

Sollevò la spada e colpì la roccia. L’urto cancellò metà dell’incisione. Sulla lama rimase un graffio obliquo che attraversava le lettere.

Ora la parola non era più integra.

Elia comprese che nessuna guerra lo avrebbe liberato dalla responsabilità dei suoi colpi.

Se aveva creato qualcosa, era stato uno squilibrio. Un prima e un dopo.

Restò a osservare la lama segnata.

Non sapeva se avrebbe continuato a combattere.

Sapeva solo che il nome inciso non coincideva con ciò che era.

E che nessuna spada avrebbe potuto spiegare chi muove davvero la mano.


venerdì 27 febbraio 2026

12. Parametri [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


“Mondo” era il nome della macchina.

Il professor Elia Arkwright lo pronunciava con orgoglio, accarezzando la cupola di vetro che conteneva ingranaggi, bobine e tubi luminosi. L’aveva costruita nel laboratorio sotterraneo della Nuova Accademia, utilizzando rottami recuperati dopo l’Evento.

«Signori» annunciò davanti a un pubblico di notabili e investitori «oggi non vi presento un’invenzione. Vi presento una soluzione.»

La macchina vibrava con un ronzio costante. Sotto la cupola, piccole scintille correvano tra le spirali di rame.

«Il Mondo ricostruisce ambienti perduti» spiegò. «Simula condizioni climatiche, ecosistemi, equilibri sociali. Possiamo studiare gli errori del passato senza ripeterli.»

Un uomo con cilindro e bastone si sporse in avanti. «E può garantire stabilità?»

«Può garantire previsione.»

Elia attivò la leva principale.

La cupola si illuminò. All’interno apparve un paesaggio in miniatura: alberi, un fiume che scorreva, minuscole figure che si muovevano lungo sentieri.

«Ogni variabile è controllabile» disse. «Possiamo aumentare le precipitazioni, ridurre il consumo, correggere comportamenti.»

Regolò una manopola.

Nel paesaggio artificiale il cielo si fece più scuro. Il fiume cambiò corso. Le figure si radunarono in un punto preciso, come guidate da un’intelligenza superiore.

Un mormorio percorse la sala.

«E se la macchina sbagliasse?» chiese una voce dal fondo.

Elia si irrigidì. «Il Mondo non sbaglia. Calcola.»

«E chi decide i parametri?»

La domanda restò sospesa.

Elia osservò il paesaggio dentro la cupola. Le figure si muovevano con precisione crescente. Nessuna deviazione. Nessuna incertezza.

Provò a ridurre una variabile imprevista. Girò una leva secondaria che non aveva ancora testato pubblicamente.

Per un istante, nulla accadde.

Poi una delle minuscole figure si fermò. Non seguì il flusso previsto. Restò immobile, mentre le altre proseguivano.

Elia avvicinò il volto al vetro.

La figura sembrava guardare verso l’alto. Verso di lui.

Un crepitio attraversò le bobine. L’immagine tremò.

«È normale?» chiese l’uomo con il cilindro.

Elia non rispose subito. Avvertì un disagio sottile, come se la macchina non stesse solo simulando un mondo, ma riflettendo qualcosa.

La figura solitaria fece un passo fuori dal sentiero tracciato. Le altre continuarono senza accorgersene.

Il ronzio si fece irregolare.

Elia comprese che ogni invenzione porta con sé una domanda che l’ingegnere non controlla.

Se il mondo può essere riprodotto, può anche sottrarsi.

La cupola vibrò più forte.

E il professor Arkwright non si chiese come riparare la macchina, ma chi avesse progettato il suo creatore.


giovedì 26 febbraio 2026

11. Parole [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


La scuola era l’unico edificio rimasto in piedi nel quartiere nord.

Il resto era polvere, lamiere piegate, muri aperti come ferite. Dopo l’Evento, le mappe avevano smesso di essere aggiornate. Restavano solo coordinate approssimative e zone segnate in rosso.

Elia attraversò la strada tra carcasse di auto fuse al suolo. Il cielo non era più blu né grigio. Era di un colore indefinito, uniforme, come una superficie senza profondità.

Sull’ingresso della scuola qualcuno aveva scritto con vernice scura: “Qui si ricomincia.”

Spinse il portone.

Dentro, i corridoi erano intatti. I vetri delle aule incrinati ma ancora al loro posto. Sui muri restavano cartelloni con alfabeti, formule, mappe di un mondo che non coincideva più con ciò che stava fuori.

In fondo al corridoio, una luce.

Entrò in un’aula.

Una decina di persone sedeva ai banchi. Non bambini. Adulti. Alcuni con maschere filtranti abbassate sul collo, altri con mani sporche di cenere.

Una donna scriveva alla lavagna: “Acqua. Terra. Fuoco. Aria.”

«Stiamo ripassando gli elementi» disse senza voltarsi.

«Perché?» chiese Elia.

«Per non dimenticare che esistevano prima delle centrali.»

Si sedette in fondo. Nessuno gli chiese chi fosse. Nessuno compilò moduli.

«Abbiamo perso le reti» continuò la donna. «Abbiamo perso i sistemi di previsione. Abbiamo perso le scorte.»

Fece una pausa.

«Non dobbiamo perdere le parole.»

Un uomo alzò la mano. «Le parole non fermano la fame.»

«No» rispose lei. «Ma la fame senza parole diventa solo lotta.»

Elia ascoltava. Fuori, il vento sollevava polvere radioattiva in vortici lenti. Dentro, qualcuno distribuiva fogli ricavati da vecchi registri amministrativi.

«Che cosa insegnate?» chiese Elia.

La donna lo guardò per la prima volta. «Insegniamo a distinguere.»

«Distinguere cosa?»

«Ciò che possiamo ancora fare da ciò che non tornerà.»

Silenzio.

Elia avvertì lo stesso smarrimento che lo aveva attraversato nei giorni precedenti. Non era più disallineamento rispetto a un sistema troppo ordinato. Era disorientamento davanti al vuoto.

«E il futuro?» domandò.

La donna cancellò la lavagna con un gesto lento. «Il futuro non è una previsione. È una pratica.»

Uno dei vetri esplose all’improvviso sotto la pressione del vento. Nessuno urlò. Qualcuno si alzò per coprire l’apertura con un pannello di legno.

Elia rimase seduto.

Forse l’apocalisse non era la fine del mondo ma la fine della sua interpretazione.

Forse bisognava imparare di nuovo a nominare ciò che restava.

Guardò la parola ancora leggibile nell’angolo della lavagna, non cancellata del tutto.

Aria.

Si chiese se bastasse respirare per sentirsi ancora dentro qualcosa che meritasse di essere chiamato mondo.


mercoledì 25 febbraio 2026

10. Forma [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


Giorni di nebbia avvolgevano il passo di Qingshan quando Elia vi giunse.

Le cronache dell’Impero parlavano di banditi, di scuole rivali, di maestri scomparsi. Lui cercava altro. Cercava un uomo che, secondo le voci, combatteva senza aderire a nessuna setta.

Il sentiero saliva tra pini piegati dal vento. La neve cadeva obliqua, sottile. Ogni impronta restava visibile per pochi istanti, poi si cancellava.

Davanti al ponte sospeso trovò un giovane con la tunica azzurra della Scuola del Drago Orientale.

«Il passo è chiuso» disse il giovane. «Per ordine del Consiglio.»

«Il vento ha ricevuto lo stesso ordine?» chiese Elia.

Il giovane non sorrise. Sguainò la spada con un gesto fluido.

Il combattimento non fu lungo. Elia si mosse di lato, evitando il primo affondo. Non cercava la forza ma lo spazio tra i movimenti. Colpì il polso del giovane con il piatto della lama. La spada cadde sulla neve.

«Perché non finisci il duello?» ansimò l’avversario.

«Non sto cercando vittoria.»

Attraversò il ponte.

Sul versante opposto, un vecchio sedeva su una roccia piatta, lo sguardo rivolto alla valle.

«Sei arrivato» disse senza voltarsi.

«Mi cercavi?»

«Non ancora. Ma sapevo che qualcuno sarebbe salito.»

Elia si fermò a pochi passi. «Dicono che tu combatta senza scuola.»

«Dicono molte cose.»

Il vecchio tracciò con un ramo un cerchio nella neve. Poi lo spezzò con una linea obliqua.

«Ogni scuola insegna una forma. La forma protegge ma imprigiona.»

«E tu cosa insegni?»

«A perdere l’appartenenza.»

Il vento si fece più forte. La neve cancellò metà del cerchio.

Elia sentì riemergere lo smarrimento che lo accompagnava da giorni. Non era ignoranza della tecnica. Era distanza dalle definizioni.

«Se non appartengo a nulla, dove sto?» chiese.

Il vecchio si alzò con lentezza inattesa per la sua età. I suoi movimenti erano essenziali, privi di ornamento.

«Stai nel gesto prima che diventi nome.»

Senza preavviso, il maestro attaccò. Ogni colpo sembrava anticipare la risposta.

Elia arretrò, poi smise di opporre resistenza. Lasciò che il corpo trovasse un ritmo non appreso, non codificato. Per un istante, non cercò di comprendere.

Le lame si fermarono a pochi centimetri l’una dall’altra.

Il vecchio annuì. «Non sei qui per dominare. Sei qui perché non ti riconosci più nelle forme.»

Elia abbassò la spada. Guardò la valle, le tracce già scomparse sul ponte.

«E questo basta?» chiese.

Il maestro scosse il capo. «Basta per iniziare. Il resto è disciplina.»

Il vento cancellò del tutto il cerchio tracciato nella neve.

Elia comprese che la via non era un sistema cui aderire ma un esercizio continuo di spoliazione.

E che ogni gesto, per restare vivo, doveva sfuggire alla tentazione di diventare scuola.


martedì 24 febbraio 2026

9. Normalità [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


Lui si svegliò prima della sveglia, come sempre.

La stanza era ancora buia. Il rumore distante dei primi mezzi pubblici saliva dalla strada con regolarità. Elia rimase sdraiato qualche secondo, ascoltando il proprio respiro. Non c’era nulla di anomalo. Era una mattina qualsiasi.

Si alzò. Mise l’acqua sul fuoco. Il caffè salì lentamente nella moka, con il suono abituale. Aprì la finestra di pochi centimetri. L’aria entrò fredda.

In bagno osservò il proprio volto nello specchio. Non cercava difetti. Si chiese se fosse lo stesso di ieri o se qualcosa, invisibile, avesse cambiato posizione.

Sul tavolo della cucina c’era il quaderno. Lo sfiorò senza aprirlo. Non voleva iniziare la giornata con una domanda.

Scese in strada. Il panettiere stava sollevando la serranda.

«Buongiorno, professore.»

«Buongiorno.»

La parola gli parve semplice, quasi solida.

Camminò fino alla fermata. Le persone attorno a lui consultavano telefoni, parlavano a voce bassa, guardavano avanti. Nessuno sembrava esitante. Nessuno pareva interrogarsi sulla traiettoria della propria giornata.

Elia osservava i dettagli: una scarpa slacciata, una mano che tremava leggermente, un bambino che trascinava lo zaino con fatica. Tutto appariva normale, eppure ogni gesto gli sembrava sospeso sopra qualcosa che non si vedeva.

In aula spiegò un testo antico. Le frasi scorrevano ordinate. Gli studenti prendevano appunti. Quando uno di loro alzò la mano per chiedere chiarimenti, Elia provò un sollievo inatteso. La domanda non era perfetta. 

All’uscita, comprò del pane e qualche frutto. Tornò a casa con la busta leggera.

Nel pomeriggio sistemò dei libri, lavò i piatti, rispose a due messaggi. Azioni minime, ripetute.

Non accadde nulla di straordinario.

Eppure, mentre spegneva la luce, si chiese se l’ordinario fosse una superficie compatta o una soglia che non aveva ancora imparato a riconoscere.

La giornata si era chiusa senza incidenti, senza rivelazioni. Forse lo smarrimento non aveva bisogno di eventi eccezionali. Forse abitava proprio lì, tra il caffè del mattino e il pane della sera.

Si addormentò con un pensiero semplice, non formulato del tutto.

Che vivere potesse significare restare dentro ciò che accade, anche quando non lo si comprende.

Anche quando riguarda solo giorni.




lunedì 23 febbraio 2026

8. Mistero [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


“Mistero” era la parola incisa sulla campana che nessuno suonava più.

Il villaggio sorgeva ai margini del bosco, dove la terra restava umida anche in estate. Elia vi arrivò al crepuscolo, senza sapere bene perché avesse deviato dal sentiero principale. Aveva seguito un suono basso, irregolare, come un respiro trattenuto.

Le case erano chiuse. Non abbandonate. Chiuse.

Sulla piazza centrale c’era una chiesa piccola, sproporzionata rispetto alle abitazioni. Il portone era socchiuso.

Entrò.

L’aria odorava di cera fredda e terra bagnata. Non c’erano icone né panche. Solo la campana, calata dal campanile e appoggiata al centro della navata, come un oggetto caduto.

Sull’orlo, la parola: Mistero.

Elia la sfiorò. Il metallo era tiepido.

Un rumore provenne dall’abside. Non un passo. Uno spostamento minimo, come di stoffa contro pietra.

«C’è qualcuno?» chiese.

La voce gli tornò indietro con un’eco più lenta del previsto.

Si avvicinò. Dietro l’altare trovò una porta stretta che scendeva verso il basso. Non ricordava di aver visto scale dall’esterno.

Scese.

L’umidità aumentava a ogni gradino. Le pareti erano segnate da unghiate sottili, ripetute. Non profonde. Insistenti.

In fondo alla scala, una stanza circolare. Al centro, una sedia. Vuota.

Sulle pareti, incise con mano incerta, frasi brevi: “Non è fuori.” “Non è sopra.” “Non è altrove.”

Elia sentì un movimento alle sue spalle.

Si voltò. Non c’era nessuno.

La campana, sopra di lui, vibrò senza essere toccata. Un suono basso, prolungato, che non sembrava provenire dal metallo ma dalla terra stessa.

Il pavimento tremò leggermente.

Elia comprese che il villaggio non era fuggito da qualcosa. Si era raccolto attorno a qualcosa.

Il mistero non era un enigma da sciogliere. Era una presenza che chiedeva di essere abitata.

La vibrazione aumentò. Le incisioni sulle pareti sembravano fresche.

Un pensiero lo attraversò: e se lo smarrimento non fosse perdita di senso ma avvicinamento a ciò che non può essere contenuto?

La porta alle sue spalle si chiuse con un suono secco.

La campana continuava a vibrare.

E per la prima volta Elia ebbe la certezza che non fosse lui a cercare il mistero.

Era il mistero ad aver trovato lui.


domenica 22 febbraio 2026

7. Dubbio [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


Senso era la parola che frate Elia non riusciva più a pensare durante l’ufficio dell’alba.

Il monastero di San Verano sorgeva su un’altura battuta dal vento. Le pietre erano fredde anche d’estate. I fratelli si alzavano quando il cielo era ancora nero, entravano in coro, salmodiavano secondo la Regola.

Elia conosceva ogni versetto. La voce gli usciva corretta, disciplinata. Eppure, da qualche settimana, le parole gli apparivano come scale appoggiate al vuoto.

«Ti vedo stanco» disse il priore una mattina, mentre attraversavano il chiostro.

«Non è stanchezza, padre.»

«Tentazione, allora?»

Elia esitò. «È come se il mondo fosse diventato opaco. Recito, obbedisco, trascrivo. Non capisco più a che cosa rimandi ciò che facciamo.»

Il priore si fermò sotto l’arco centrale. «La fede non è comprensione.»

«Lo so. Ma non è nemmeno ripetizione.»

Il vento attraversò il cortile, sollevando foglie secche contro le arcate. In lontananza si vedevano i campi brulli, un villaggio raccolto attorno alla torre.

«Dubiti di Dio?» chiese il priore.

«Dubito della mia capacità di riconoscerlo.»

La risposta non era prevista.

Nei giorni seguenti Elia copiò manoscritti nello scriptorium. Le lettere gotiche scorrevano ordinate sulla pergamena. “In principio erat Verbum.” Scrisse la frase con attenzione. La guardò a lungo. Se il principio era una parola, perché ora le parole gli sembravano insufficienti?

Una sera, mentre i fratelli cenavano in silenzio, udì bussare al portone. Un viandante chiedeva rifugio. Era infreddolito, sporco di fango.

Elia lo condusse in cucina.

«Perché vi fermate qui?» domandò il viandante.

«Per cercare Dio.»

L’uomo lo osservò con un sorriso stanco. «E l’avete trovato?»

Elia non seppe rispondere.

Quella notte salì sulla torre campanaria. Il cielo medievale non era misurato da strumenti, solo da stelle. Guardò la campagna immersa nell’oscurità. Pensò ai contadini, alle malattie, alle guerre che attraversavano le terre senza ordine visibile.

Forse il senso non era nascosto nelle formule né custodito nei codici miniati. Forse era nella domanda stessa, nel vuoto che costringeva a cercare.

All’alba tornò in coro. Le voci si alzarono insieme.

Quando arrivò al versetto finale, non cercò di comprendere. Restò dentro l’atto di pronunciare.

E per un istante brevissimo lo smarrimento non fu negazione ma apertura verso il mistero.


sabato 21 febbraio 2026

6. Domanda [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


Destino è una parola che non compare più nei documenti ufficiali.

Elia la pronuncia mentalmente mentre aspetta il suo turno nella sala neutra dell’Edificio Orientamenti. Le sedie sono disposte a distanza regolare. Nessuno parla. Un pannello luminoso indica i tempi medi di ridefinizione.

Ha richiesto un colloquio umano.

Quando entra, la stanza è spoglia. Una scrivania, due sedie, una finestra opaca che non permette di vedere l’esterno. Di fronte a lui siede una donna senza insegne.

«In che modo posso aiutarla?» chiede.

La voce è calma, priva di inflessioni persuasive.

Elia cerca le parole. «Vorrei capire se esiste una differenza tra errore e deviazione.»

La donna prende appunti su carta, non su schermo. «Per il sistema la deviazione è uno scarto misurabile. L’errore implica un giudizio.»

«E per lei?»

Lei alza lo sguardo. «Per me l’errore è umano. La deviazione è statistica.»

Elia annuisce. «E il destino?»

La donna esita un istante. «Non utilizziamo quel termine.»

«Io sì.»

Silenzio.

«Che cosa intende quando lo dice?» domanda lei.

Elia osserva le proprie mani. «Intendo qualcosa che non coincide con ciò che mi viene assegnato. Una direzione che non deriva da un calcolo.»

«Potrebbe trattarsi di resistenza al cambiamento.»

«O di fedeltà a qualcosa che non so nominare.»

La donna chiude il taccuino. «Si sente disallineato?»

«Mi sento incompleto quando aderisco.»

Non c’è tensione nella stanza. Solo una lentezza che non rientra nei tempi medi indicati fuori.

«Il sistema tende a ridurre l’incertezza» dice lei. «Molti trovano sollievo in questo.»

«Io trovo vertigine.»

La parola resta sospesa tra loro.

«Non posso offrirle una categoria alternativa» conclude la donna. «Posso solo registrare la sua posizione.»

«E qual è la mia posizione?»

Lei lo guarda con una forma di attenzione non protocollare. «Sta cercando un senso che non sia già stato predisposto.»

Elia si alza. Non prova sollievo. Non prova opposizione. Avverte una nudità semplice.

Prima di uscire chiede: «Se il destino non esiste, perché continuo a sentirlo?»

La donna non risponde subito. Poi dice: «Forse perché non tutto ciò che conta è quantificabile.»

Fuori, il corridoio riprende il suo ritmo uniforme. Le sedie sono ancora alla stessa distanza. I tempi medi scorrono sul pannello.

Elia cammina senza consultare il terminale. Per la prima volta non cerca un grafico che lo rappresenti.

Si chiede se vivere significhi accettare una traiettoria assegnata o attraversare l’incertezza senza garanzia.

E mentre scende le scale, comprende che il suo smarrimento non è assenza di direzione.

È una domanda senza risposta chiamata senso.


venerdì 20 febbraio 2026

5. Corrispondenze [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


Profilo era inciso sulla fronte di ogni abitante di Lythra, visibile solo quando la luce delle tre lune cadeva obliqua.

Elia lo scoprì la notte in cui attraversò il Ponte delle Maree, convinto di trovarsi ancora nella periferia della città regolata. Il ponte non compariva in nessuna mappa ufficiale. Eppure era lì, sospeso sopra un’acqua immobile che rifletteva stelle non registrate.

Quando mise piede sull’altra riva, il suo terminale smise di funzionare. Lo schermo divenne opaco, come se avesse deciso di non interpretare più il mondo.

Una figura avvolta in un mantello scuro lo osservava.

«Non sei segnato» disse.

«Segnato da cosa?»

La figura si avvicinò. Sotto la luce inclinata apparvero linee sottili sulla sua pelle, come rune trasparenti.

«Dal tuo profilo. Qui ognuno porta la forma che gli è stata assegnata.»

Elia sollevò una mano verso la propria fronte. Non sentì incisioni, né bruciature.

«Io non vedo nulla.»

«Appunto.»

Camminarono tra case costruite con pietra chiara e radici intrecciate. Ogni abitante aveva un segno diverso: spirali, angoli, costellazioni minute. Nessuno sembrava sorpreso di essere leggibile.

«Chi decide la forma?» chiese Elia.

«La Torre delle Corrispondenze. Interpreta le inclinazioni, traduce i desideri, stabilisce il posto.»

«E se qualcuno non coincide con il segno?»

La figura esitò. «Allora il segno si approfondisce finché coincide.»

Un bambino passò correndo. Sulla fronte aveva un tratto appena accennato, come una linea ancora incerta.

Elia avvertì un bruciore leggero sulla pelle. Si specchiò in una superficie d’acqua. Per un istante vide comparire una traccia sottile, irregolare, che non corrispondeva a nessuna delle forme osservate.

«Sta emergendo» disse la figura. «La Torre ti ha registrato.»

«Io non ho chiesto di essere tradotto.»

«Nessuno lo chiede.»

La luce delle lune cambiò angolazione. Le incisioni sulle fronti si fecero più evidenti. La sua, invece, rimase instabile, come se rifiutasse di fissarsi.

Elia comprese che anche in quel luogo il mondo cercava di rendere ogni essere leggibile, assegnabile, definitivo.

Guardò verso la Torre, visibile in lontananza come una lama di pietra scura contro il cielo.

Si domandò se esistesse uno spazio in cui non fosse necessario aderire a una forma.

La figura lo fissò con attenzione nuova. «Se il segno non si stabilizza, la Torre interverrà.»

«In che modo?»

«Ti darà una direzione.»

Elia sentì il bruciore farsi più intenso. La linea sulla sua fronte oscillava, come indecisa tra due tracciati.

Per la prima volta temette che lo smarrimento non fosse un errore ma una resistenza.

E che la resistenza avesse un prezzo chiamato destino.


giovedì 19 febbraio 2026

4. Profili [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


“Criterio” era la parola che il commissariato aveva ripetuto tre volte nel comunicato ufficiale.

«La selezione non è arbitraria» aveva dichiarato il portavoce. «Segue un criterio oggettivo.»

Elia rilesse il testo sullo schermo opaco del suo terminale. Oggettivo. Un aggettivo che negli ultimi anni aveva assunto un tono definitivo, come una sentenza.

La città era illuminata da lampioni a luce fredda. Le ombre cadevano nette, senza sfumature. Davanti al palazzo 27-B un nastro giallo delimitava l’ingresso. Non c’era sangue visibile. Non c’erano segni di effrazione.

«Lei lo conosceva?» chiese l’ispettore senza presentarsi.

«Di vista.»

«Di vista è poco.»

«È più di quanto sembri.»

L’ispettore lo studiò. «Il soggetto è stato rimosso per incompatibilità.»

«Con cosa?»

«Con l’indice.»

Elia guardò le finestre del terzo piano. Una era rimasta socchiusa. Il vento muoveva la tenda con un ritmo irregolare.

«Non risultano reati» proseguì l’ispettore. «Solo deviazioni reiterate.»

«Deviazioni da cosa?»

«Dalla linea.»

La parola cadde tra loro come un oggetto pesante.

Elia conosceva il meccanismo. Ogni cittadino possedeva un punteggio di coerenza. Un algoritmo confrontava dichiarazioni, consumi, relazioni. Quando lo scarto superava la soglia, scattava la revisione.

«Revisione è un termine tecnico» disse l’ispettore, quasi leggendo il suo pensiero. «Non implica colpa.»

«Implica sparizione.»

L’uomo non smentì.

Un’auto nera senza insegne si allontanò silenziosa. Dentro, probabilmente, non c’era più nessuno.

Elia ricordò una conversazione avuta mesi prima con il soggetto rimosso. Parlava lentamente, come chi pesa ogni frase.

«Non capisco più il nesso tra ciò che dicono e ciò che fanno» gli aveva confessato.

Allora Elia aveva annuito. Non aveva immaginato che quel dubbio potesse diventare prova.

«Sta suggerendo qualcosa?» chiese l’ispettore.

«Sto cercando il criterio.»

«È pubblico.»

«È comprensibile?»

L’ispettore strinse le labbra. «Comprendere non è necessario. Adeguarsi sì.»

Il nastro giallo tremò leggermente nel vento. La finestra al terzo piano continuava a battere contro il telaio, fuori ritmo rispetto al resto della facciata.

Elia ebbe la sensazione che la città non eliminasse i colpevoli ma gli incomprensibili.

Si allontanò senza salutare. Le strade erano pulite, l’aria regolata, le telecamere discrete.

Si domandò quale deviazione fosse già registrata a suo nome. Quale parola annotata nel suo quaderno potesse trasformarsi in indizio. 

“Quando è iniziato tutto? E come abbiamo potuto non accorgercene?” Le domande rimasero inevase.

Nel silenzio controllato della notte, comprese che non cercavano chi faceva male ma chi non rientrava nel profilo.


mercoledì 18 febbraio 2026

3. Distanze [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 

Misura era la distanza tra il saloon e la linea ferroviaria, tra il pozzo e il recinto, tra la città e il deserto. Così diceva il bando affisso all’ingresso di Dryfall, territorio occidentale riorganizzato dopo la Grande Ridistribuzione.

Elia arrivò a cavallo poco prima del tramonto. La strada principale era una sequenza di edifici bassi, tutti costruiti secondo lo stesso modulo. Nessuna deviazione.

Davanti al saloon un uomo con una stella metallica fissata al petto lo osservava.

«Nuovo ispettore?»

«Solo di passaggio.»

Entrò. Il pianoforte automatico ripeteva lo stesso motivo. I bicchieri erano allineati con precisione sul bancone.

«Qui teniamo tutto in misura» disse il barista asciugando un bicchiere. «Niente risse, niente eccessi. Dopo quello che è successo a Est, la gente vuole equilibrio.»

«Che cosa è successo a Est?»

Il barista esitò un istante. «Troppa libertà. Troppa polvere. Troppa gente convinta di sapere meglio del governo.»

Un uomo seduto in fondo intervenne senza voltarsi. «E troppa acqua. Quando è arrivata, non eravamo pronti.»

Elia uscì sul retro. Oltre l’ultima staccionata cominciava il deserto. Nessun cartello. Solo spazio aperto.

Il cavallo si irrigidì.

L’uomo con la stella lo aveva seguito. «Oltre quella linea non rispondiamo di niente.»

«Chi l’ha tracciata?» chiese Elia.

«La mappa.»

«E chi ha tracciato la mappa?»

L’uomo lo guardò come si guarda qualcuno che complica le cose semplici. «Non importa. Funziona.»

Il vento sollevò sabbia tra i due. La città respirava entro confini stretti, regolati, rassicuranti. Oltre, nessuna garanzia.

«Resta per la notte» disse l’uomo. «Qui siamo protetti.»

Elia osservò la linea ferroviaria che correva diritta verso ovest. Diritta fino a quando?

Accarezzò il collo del cavallo. Sentiva di non appartenere né alla sicurezza delle assi di legno né all’apertura del deserto.

«Se tutto è in misura» disse piano «chi decide quando è troppo?»

L’uomo non rispose.

Tra la polvere e le finestre illuminate con la stessa intensità, Elia avvertì di nuovo quella distanza sottile che non riusciva a nominare. Non era il confine a inquietarlo. Era il principio che lo rendeva indiscutibile.

Forse la misura non era una protezione. Forse era un criterio.