Il giardino è un’isola di tempo sospeso, cinto da un muro basso di pietra locale che sembra trattenere, al suo interno, le ombre che vi si intrecciano. È uno spazio misurato, dominato dalla presenza esuberante della buganvillea. I suoi rami si arrampicano vigorosi, formando una volta intricata che filtra la luce del sole, trasformandola in una cascata di sfumature fucsia e viola che inondano l'aria ferma. La terra, compatta e accogliente, si offre alla curiosità tattile di una bambina, una creatura che vi trascorre interi pomeriggi in un rito ancestrale: scava solchi, raccoglie sassi lisci. Lei conosce ogni minima irregolarità del vialetto ghiaioso, ogni venatura rugosa del tronco nodoso contro cui si abbandona quando la stanchezza la richiama a sé. È il suo regno misurato che contiene e definisce l'intero mondo conosciuto.
Indossa un vestito a quadretti bianchi e neri. Il colletto bianco, inamidato e immacolato, incornicia il collo sottile. Le maniche, appena arricciate sulle spalle, formano onde ferme. Sulla testa, un fiocco ampio e rigido trattiene a stento i capelli ricci, una massa ribelle che sfugge ai lati con una vitalità ostinata, quasi una dichiarazione d'indipendenza. Le sue mani sono ancora morbide, tonde, segnate dalle fossette infantili sulle nocche; eppure, quando le posa sulla giacca dell’uomo, il suo tocco acquista una solennità che non appartiene al suo tempo, ma che presagisce quello che verrà.
Lei non sa nulla del grande, brutale mondo che si sta plasmando nel ferro e nel fuoco fuori da quel luogo incantato. È ignara che, oltre quel confine protetto, la Spagna sta bruciando in una guerra civile lacerante, un conflitto che sta trasformando la storia in una carneficina. Non sa che i suoi stessi connazionali, ebri di canti marziali e retorica, hanno varcato i mari per occupare una lontana terra africana, portando con sé l’illusione di un impero.
Lui è seduto su una panchina di ferro battuto.
Nella mano sinistra si scorgono una sigaretta, probabilmente una Macedonia, con la sua fragranza asciutta, e la fede. L’uomo non sa che, secondo antichissime credenze, il cerchio d’oro, posto sull’anulare sinistro come a segnare e stringere la vena che si dice conduca al cuore, custodisce un vincolo.
Indossa un abito tagliato con la precisione di un chirurgo. La cravatta nera, è annodata con una compostezza ossessiva. C’è, nel modo in cui si presenta al mondo, una difesa disperata. Sulla tasca della giacca, proprio sopra il fazzoletto piegato a regola d’arte, un piccolo nastrino nero è cucito con discrezione. Non reclama sguardi, non chiede pietà, eppure in quel nero trattiene un’assenza che pesa.
La bambina non conosce il nome delle assenze, non sa dare un volto al vuoto. Eppure, ne avverte la densità; percepisce una piega amara nel volto dell’uomo che non collima con il sorriso forzato che lui tenta di offrirle. Gli si avvicina con un movimento deciso, la stessa premura con cui raccoglierebbe un insetto ferito per proteggerlo dal mondo. Inclina il capo, cerca la sua guancia. È un bacio imperfetto, un contatto che è più un appoggio, un soffio di vita contro una roccia fredda. Il fiocco nei capelli sfiora il bavero. Le sue piccole dita si chiudono a pugno sul tessuto della giacca, proprio là dove, sotto lo strato di stoffa e di dolore, il cuore batte ancora, ostinatamente, in cerca di un ritmo perduto.
Lui sembra quasi sorpreso, la guarda con una tenerezza. Solo chi possiede lo sguardo di chi ha già sofferto potrebbe cogliere la frattura sottile che lo attraversa. La bambina non sa distinguere il lutto dalla stanchezza, la mancanza dal silenzio. Sa soltanto, con una certezza primordiale, che quell’uomo ha un bisogno disperato di lei in quel momento. E lei si offre, si dona intera, con la generosità assoluta e spietata dell’infanzia.
Nel giardino, per un istante, tutto rimane uguale: le foglie, la ghiaia, il muro di cinta. La scena è un frammento di tempo che si crede eterno. Eppure, sotto la crosta di quel pomeriggio, scorre già una corrente sotterranea che la bambina non può nominare. Non sa che la compostezza dell’abito è un argine che sta per cedere. Non sa che la vita, anche dentro uno spazio protetto sa essere terribile.
Verrà un tempo in cui le sirene squarceranno il cielo, e la città diverrà un ammasso di macerie fumanti. L’Italia porterà addosso le ferite aperte della guerra, e quella città del Sud, colpita senza pietà dai bombardamenti del 1943, conterà le proprie rovine, i propri morti. In quel tempo oscuro, la bambina del giardino imparerà che la superficie, per quanto perfetta, può incrinarsi senza rumore, lasciando filtrare l’abisso.
Non sa ancora – in quel momento di tenerezza colto miracolosamente dallo scatto probabilmente di una Ferrania Rondine - che quell’uomo elegante, suo padre, con il lutto appuntato al petto, le spezzerà il cuore andandosene, abbandonandola per sempre, e proprio in quel gesto di rifiuto forgerà la donna fragile e meravigliosa che sarà.
Mia madre.
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Primo premio Concorso #Phototelling: raccontami una foto.
«Il bacio imperfetto incarna a pieno il tema del concorso. La superficie è una foto semplice, che rappresenta un momento quotidiano: una bambina che dà un bacio al padre. L’autore costruisce un racconto in cui la foto e la storia sono perfettamente in simbiosi tra di loro. La foto, ovvero la superficie, viene scavata a fondo dalla scrittura, rivelando il significato nascosto dei semplici gesti catturati nell’istantanea. Il racconto è connotato da una potente capacità descrittiva, che immerge il lettore nella storia. Le emozioni dei personaggi sono tracciate vividamente, nonostante la brevità del racconto. Anche il paesaggio circostante , sebbene non sia stato catturato nella foto, viene descritto efficacemente ed assume un forte significato simbolico».