mercoledì 4 novembre 2026

Aforismi in cammino (2000)

 

1. Il giorno sia preghiera e lavoro: entrambi per Dio e, dunque, per gli uomini, fratelli e sorelle, non oggetti del desiderio né strumenti per soddisfare ambizioni. Custodire il corpo come il tempio del Santo, costruire la giornata intorno alla preghiera e al sacramento. Viverlo come se fosse l’ultimo, come se alla fine si dovesse rendere conto di ogni azione al Signore.

2. La punizione non è oltremondana ma già presente: nel gelo del cuore, nella perdita della stima di sé, nell’incapacità di godere delle piccole gioie del giorno e di partecipare con passione alle vite altrui, nelle gioie e nei dolori. Il freddo peggiore è quello che lascia dentro una vita vuota e senza spirito. Grave è rassegnarsi alla sconfitta, assecondare un carattere arrendevole che sa protestare solo dove la protesta non costa nulla.

3. Attuare la vera rivoluzione del cuore, senza guardare agli altri, senza giustificare i propri fallimenti con l’orrore del mondo e il trionfo dell’ingiustizia, a cui d’altronde si collabora continuamente, con il denaro e la devozione a falsi idoli. Servire la verità nel lavoro, nella vita coniugale, nella vita sociale: essere testimonianza. Come si fa a salare i cibi se il sale ha perso di gusto?

4. Non combattere con i meschini, se non vuoi diventare come loro. Lasciati aria, spazio, cielo, luce. Prega piuttosto che maledire, ringrazia; ricorda la perfetta letizia di Francesco. E non lasciare che il peccato alberghi a lungo dentro di te.

5. L’errore più grave, e più antico, è dissociare la propria vita in parti non comunicanti: tessere anche interessanti in sé, che però non riescono a combaciare. La fede vera non è quella beata e tranquilla dei giorni solari ma quella che accompagna nelle tribolazioni; una vita spirituale retorica e onirica, a confronto con la vita vera, si dilegua come neve al sole. Barattare la gioia della preghiera con pochi secondi di piacere, che lasciano svuotati, è stupido.

6. Si ha paura della morte finché si è ferocemente attaccati al proprio ego. Quando lo si riconosce come il vero ostacolo al compimento, la morte appare un momento di vera liberazione. Il corpo è bello ma limitato, come il ricettacolo dell’anima. Restare uniti al Cristo, noi il tralcio e Lui la vite, perché il suo è un giogo dolce.

7. Ciò che si manifesta come desiderio è parte integrante di noi: finché non lo si guarda in faccia e non lo si riconosce come proprio, accamperà sempre le sue pretese, come un alter ego. Si è voluto nascondere ciò che si riteneva il peggio di sé, per apparire migliori agli occhi di qualcuno, e quella maschera si è cristallizzata. Bisogna lavorare sulla propria ombra e integrarla nella vita, partendo sempre dall’hic et nunc.

8. Realizzarsi nel quotidiano può essere una droga pericolosa, un cerchio angusto da cui non si scorge più il senso profondo. Meglio l’insensatezza che grida l’esigenza di una risposta, che un orizzonte finito in cui soffocare senza consapevolezza. Proprio da questi attimi può sprigionare la risposta: qui ed ora si può capire chi si è veramente.

9. Non fare la comunione, ma essere in comunione. Ringraziare in ogni momento: al risveglio, a colazione, prima di lavorare, prima di giocare; preparare anche nei momenti apparentemente vuoti uno spazio aperto per Lui. Smettere di credere che un eremo sia il luogo ideale per la santificazione: possiamo, dobbiamo essere santi ovunque; e qui ed ora, dove le difficoltà sono maggiori, il compito è più arduo e dunque più nobile.

10. Forse Dio mostra quanto fango ci sia in noi per manifestare la sua potenza redentrice: così impedisce di insuperbire, di illudersi di potercela fare da soli. Non dimenticare il vuoto osceno che lascia il peccato, né la forza che dà il pensiero di Dio; riconoscere la propria debolezza e offrirla a Lui: «Signore, abbi pietà di me». Ogni attimo è l’inizio dell’essere: Dio è un grande mare capace di dissolvere ogni lordura.



martedì 3 novembre 2026

Gaetano Cantone - 𝐷𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑢𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 [ARTI]

Gaetano Cantone presenta in questi giorni la sua ultima fatica, Della mutazione (Scripta Manent, 2026). È una raccolta di saggi arricchita da contributi di diversi autori, tra cui anche il mio. Il sottotitolo, Nella società delle compresenze complesse. La città fluida dice già molto del progetto.

Avere in mano un libro curato interamente da Gaetano è sempre un’esperienza emozionante. Sono manufatti pensati nei minimi dettagli: i caratteri, le immagini recuperate dal suo preziosissimo archivio, gli spazi, l’alternanza di pieni e di vuoti (pochi, questi ultimi). In lui, come in ogni autore “barocco”, opera infatti un principio di horror vacui. Di questo volume firma anche il progetto grafico. A scandirne le pagine sono le tavole che Émile Poissonnié disegnò per i cahiers Delmas: frammenti della Parigi di inizio Novecento che accompagnano il lettore dall’introduzione all’ultimo capitolo.

Gaetano Cantone è un uomo dal “multiforme ingegno”: architetto, designer, urbanista, pensatore, pittore e altro ancora. E, purtroppo per lui, “inattuale”. È nato troppo tardi, perché sarebbe stato a suo agio tra i Preraffaelliti e accanto a William Morris. Oppure troppo presto, se l’arte saprà un giorno riconquistare una sapienza artigianale perduta o considerata fuori tempo.

L’inattualità e un carattere terribile lo hanno reso marginale rispetto ai processi, assai discutibili, dell’arte contemporanea. Lo stesso ha fatto un’integrità morale che non gli ha mai consentito compromessi. Non li ha accettati con i poteri politici, dispensatori poco illuminati di risorse. Soprattutto non li ha accettati con quel mondo moralmente opaco di critici e mercanti capace di fabbricare “artisti” di fama planetaria, le cui opere alimentano carriere accademiche e rimpinguano fortune.

Una volta, in una dedica, ho scritto soltanto “a GGG”, e Gaetano mi ha chiesto che cosa significasse. Gli ho risposto che associavo al suo nome alcuni aggettivi: “geniale” e “generoso”. Oggi aggiungerei “gentile”. Ne verrebbe il ritratto di un uomo extra-ordinario, che è un privilegio aver conosciuto e di cui potersi dire amico.

Chi ha avuto la fortuna di essere suo ospite ha avuto la sensazione di abitare “nella” bellezza: una casa che emana una raffinatezza mai leziosa né decadente. E chi è stato guidato nel suo studio è entrato in una vera Wunderkammer, piena di tesori e di mirabilia.

Gaetano è uno di quei rari artisti che uniscono un sapere artigiano al massimo di sapere storico e teorico. Il sapere artigiano si vede anche nei piccoli, deliziosi doni che spesso gli amici ricevono, ed è una delle forme della sua generosità. Il sapere teorico non riguarda soltanto la sua disciplina (qualunque essa sia), ma spazia tra psicoanalisi, filosofia e letteratura. La sua è dunque un’arte nutrita di consapevolezza. Non a caso privilegia l’allegoria sul simbolo ed è fitta di riferimenti ipercolti alla tradizione, senza mai diventare un’arte nostalgica.

Quella stessa consapevolezza regge il libro. Della mutazione è il terzo volume della collana «Passaggi», che Cantone ha ideato e dirige, dopo Ansietà identitaria e complessità (2020) e Iconografia e civiltà urbana nella modernità (2022). Nasce da un lungo lavoro seminariale e da un’inchiesta ospitata sul «Sannio Quotidiano», e la sua forma è già una tesi. Cantone non si limita a teorizzare le «compresenze complesse»: le mette in pagina. Accanto ai suoi capitoli prendono la parola due psicoanalisti, una psicoterapeuta, una storica del diritto romano, un arcivescovo, un attore, un filosofo prestato all’amministrazione, un «fantasiologo» e un amico e collega come Amerigo Ciervo. Per correttezza devo dire che tra quelle voci c’è anche la mia. Ne esce un libro polifonico, che pratica ciò che predica: far davvero convergere i saperi. L’autore lo fa contro quello che chiama, con espressione felice, il «sovradosaggio sapienziale» di bibliografie accumulate e mai messe in dialogo.

Il primo merito sta in una distinzione concettuale netta. Il cambiamento è il flusso di novità di breve portata in cui siamo immersi. La mutazione invece «comporta selezione, discernimento e coscienza di sé». E soprattutto non è neutra: corre su un «doppio binario». Pochi, che possiedono gli strumenti economici e culturali, la producono e la governano. I più la subiscono e ne godono soltanto quando si è già fatta merce. È un’osservazione semplice e radicale, che sottrae il discorso sulla tecnica a ogni entusiasmo ingenuo.

Il secondo merito è lo sguardo dell’architetto. Per Cantone la città è il luogo in cui ogni mutazione diventa visibile. Lo mostra la sua lettura delle tavole dei cahiers Delmas, dove la Parigi di inizio Novecento viene offerta agli scolari come un mondo ordinato, operoso, già «eterno»: una piccola archeologia del nostro immaginario. Da lì il passo verso la «città fluida» del terzo millennio è breve e inquietante. Ci sono i non luoghi, le solitudini, e il paradosso di un settore delle costruzioni il cui primato spetta a un’impresa di demolizioni.

Le voci dell’inchiesta, pur diversissime, si ritrovano in modo sorprendente. C’è l’eterno presente di cui parla Aglaia McClintock. C’è il godimento senza limite che la clinica lacaniana di Domenico Cosenza e Fulvio Sorge rintraccia nei nuovi sintomi. C’è la solitudine che, secondo Felice Accrocca, si allarga ormai anche nei nostri paesi. E c’è il prompt come luogo stesso della mutazione, nel gioco di Massimo Gerardo Carrese.

Nelle ultime pagine Cantone affida a un’immagine il senso di questo metodo. Sotto un grande sicomoro di Segueneiti, in Eritrea, alcuni scrittori africani si chiedono che cosa sia oggi la loro letteratura, dopo decenni di sudditanza coloniale. Discutono «con calma nel piccolo vento della sera», senza parole feroci. L’autore si domanda se non sia questo il modo giusto per decidere della salute del pianeta. A ben vedere, il suo libro è già quel sicomoro.

Se c’è un punto su cui vorrei continuare il dialogo, è la parola stessa. «Mutazione» porta con sé un’eco biologica, quasi fatale: la mutazione, si legge, «ci sarà e cambierà le nostre vite». Ma il libro stesso, con il suo doppio binario, ci dice che non si tratta di un destino, perché qualcuno la orienta. La domanda decisiva diventa allora come passare dalla diagnosi all’insorgenza, da una mutazione subita a una mutazione scelta. Cantone indica più di una strada. C’è l’«utopia assente» verso cui arte e saperi devono tornare a guardare. Ci sono le aree interne e la paesologia di Arminio. C’è la «probità intellettuale» invocata da Weber. Io aggiungerei, come provo a dire nel mio contributo, il coraggio di porre un limite: essere pastori, e non signori, di ciò che muta.

Anche la scelta di rinunciare alla sistematicità, dichiarata fin dall’introduzione, va letta come un pregio. È un libro che chiede tempo e non si lascia consumare, e proprio per questo resiste alla logica che descrive. Va letto lentamente, come si sta sotto un sicomoro.

Gaetano mi donò alcune sue opere da riprodurre nel mio terzo libro di versi. Gliene sono grato, per questo e per molte altre cose. È un privilegio raro essere amici di un grande artista. Sono certo di poche cose, ma di questa sì: il tempo, che è galantuomo, renderà a Gaetano il riconoscimento che finora gli hanno precluso la sua integrità, la pochezza del mondo dell’arte e il suo carattere. E quella bellezza che oggi è godimento di pochi diventerà patrimonio di tutti.



Aforismi in cammino (1999)

 

1. Il fine dell’uomo non è essere felice secondo la sua misura, ma cancellare il suo Io, abbandonandosi alla volontà di Dio: farsi trasparenti, per lasciarsi trapassare dalla Sua luce. Il difficile è passare dalla consapevolezza alla pratica: non amplificare le pretese della volontà, ma annullarle del tutto.

2. Ciascuno di noi ha un demone da vincere, e una parte non battezzata dove Cristo non è ancora sceso: lì è facile ricadere nell’antico vizio e nel nichilismo. Basta allontanarsi poco dalla preghiera quotidiana perché quella parte riemerga con veemenza; per questo bisogna invocarLo, perché scenda anche nelle tenebre del cuore.

3. Il male è la separazione. Ogni attimo nasciamo, e ogni ora del giorno può essere l’inizio: a Dio interessa ciò che siamo. Non servono promesse solenni, presto sbugiardate: serve ricominciare ora, sapendo che ci sarà chiesta ragione del tempo concesso.

4. Ci sono momenti in cui le cose essenziali della vita sembrano le uniche importanti; e ci vuole un po’ di indigenza per apprezzarle. Ringraziare per il calore e per il cibo, nel freddo dell’inverno, è già preghiera. Dimagrire in tutti i sensi, badare all’essenziale: è la lezione che arriva quando ci viene tolto il superfluo.

5. Non sarebbe difficile fare l’eroe. Ma l’eroismo che Dio chiede è quello del quotidiano: la lotta contro le proprie paure e le proprie debolezze. Il gesto eccezionale chiede un istante di slancio; la fedeltà ai giorni chiede di cadere, rialzarsi e ricominciare ogni mattina.

6. Di fronte alle tentazioni bisogna fuggire. Ma non si può fuggire da se stessi. Ciclopi e Lestrigoni, ricorda Kavafis, non si incontrano se non li portiamo dentro di noi: i demoni ci seguono ovunque andiamo, e l’unica via è affrontarli lì dove abitano.

7. Nelle evasioni si cerca la varietà del mondo, ma un mondo innocuo, che si può dominare: non la carne vera, con le sue imperfezioni, non la durezza delle cose con cui scontrarsi. Finché si ha un mondo in cui rifugiarsi, privo di conflitti, non si è ancora cresciuti. Ogni fuga è un rifiuto dell’età adulta e del principio di realtà; e l’arte della cura, che altri imparano ogni giorno, resta sconosciuta a chi si nasconde.

8. Ciò che conta è il livello di attenzione che si pone nelle cose, ovvero la presenza: essere qui e ora con tutta l’energia che si ha. Appartenere a Dio vuol dire vivere nell’attimo. Il peccato, come insegna la Weil, non è un atto ma uno stato: la lontananza da Dio. E chi non è tutto di Dio è già tutto dell’altro.

9. Non accettare l’aut aut: o la purezza o la perdizione. Stare nel peccato, se conduce a vedere ciò che si è realmente, può essere la premessa della vera guarigione. Non c’è conversione che possa saltare la ferita: prima bisogna guarirla, poi si potrà edificare dentro di sé un tempio. Solo i vincoli permettono al caos di produrre stelle.

10. La fede cristiana è una fornace, non un giardino di delizie. Fuggiamo la croce perché abbiamo paura del dolore, e ci rifugiamo nel piacere; ma imitare Cristo vuol dire accettare la croce come orizzonte quotidiano, il sacrificio di sé, del sé. Un Dio che dà solo refrigerio spirituale è un feticcio, la proiezione della parte buona e pacificata di noi; e il fuoco che brucia può essere non infernale ma purgatoriale.


lunedì 2 novembre 2026

Aforismi in cammino (1998)

1. Fare poco ma bene, perché ogni gesto abbia un senso compiuto in sé, anche il mangiare: essere interamente presenti a quel gesto, mirando unicamente alla sua perfezione, come in una preghiera al Dio che ancora non si conosce ma che si sa esserci. La fretta di fare molto è soltanto un modo di non essere da nessuna parte.

2. La vera rivoluzione va sperimentata prima di tutto in se stessi: nascere, rinascere, diventando incarnazione di un altro mondo. Chi la sposta su una vaga idea di rivolta cerca soltanto un’uscita di sicurezza; le vere uscite chiedono rigore e disciplina, nessuna coazione esteriore. Bisogna fare bene le cose piccole.

3. Ciò che non ci nutre ci fa soltanto ingrassare, senza darci vero benessere: sia questa la norma dietetica e spirituale. Vale per il cibo come per i libri, i film, gli impegni, le parole: ciò che aiuta a sentire la vibrazione del divino va custodito, il resto va spazzato via senza esitazione.

4. Pregare è fare spazio ad Altro dentro di sé, mettere a tacere il vano di cui è piena la vita, per ritrovare le stesse cose di ogni giorno con uno sguardo nuovo, di pienezza e benedizione. Non è fuga dal mondo: è arrivare nudi all’incontro, senza voler possedere ciò che si guarda. E quello sguardo è un dono, non una conquista.

5. Gli dèi a cui sacrifichiamo ci ricompensano con i loro doni. Chi serve Mammona sarà ripagato in moneta, e con la moneta perderà tutto; chi serve il piacere riceverà piacere, e insieme il vuoto che lo segue. Ognuno, alla fine, ha esattamente ciò che ha adorato.

6. Non esiste domani. Solo ora: questo ora, non un ora ideale. Ogni attimo è inizio dell’essere, e proiettare la felicità nel futuro, prossimo o remoto, è già un modo di perderla. Non si tratta di fare qualcosa di straordinario, ma di fare ogni cosa con assoluta consapevolezza.

7. Diamo per scontato che dentro di noi ci sia una ricchezza inesauribile che ci rende sconosciuti a noi stessi; quando incontriamo gli altri, invece, ci portiamo addosso tutta la stanchezza del già noto: «sono fatti così, non hanno più nulla da dirmi o da darmi». Riconoscere all’altro lo stesso mistero che riconosciamo a noi è il principio di ogni vero incontro.

8. Non si sale al Paradiso senza prima essere scesi all’Inferno. La selva oscura non è un errore del cammino ma il suo inizio; e il colle luminoso, intravisto e poi smarrito, resta lì ad attendere chi ha il coraggio di attraversare il buio. Bisogna invocare Dio perché Lui scenda.

9. Per anni ho cercato di riempire la mia vita, di puntellare le mie rovine. Ora sento il bisogno di svuotarla, come una scrivania da cui si toglie tutto tranne l’essenziale. Impegni, iniziative, relazioni erano la gabbia costruita per sopportare il vuoto; ma il vuoto non va sopportato, va abitato.

10. Anche la vita nello spirito deve essere laboriosa: l’abulia è la porta da cui entrano tutte le tentazioni, che poi corrodono dall’interno la saldezza dell’animo. All’inizio bisogna essere atleti dello spirito; poi, se saremo stati bravi, diventeremo come acqua.


domenica 1 novembre 2026

Aforismi in cammino (1997)

 

1. Per anni ho creduto che bisognasse sapere prima dove porta una strada, per decidere se percorrerla. Chiusura e rinunzia nascevano da questo calcolo prudente. Ma l’esperienza non è un investimento: è un seme. Si parte per una prova (un esame in una città lontana, un incontro che sembra marginale) e da quella prova nascono conoscenze, letture, occasioni che nessun piano avrebbe contemplato. Non conta allora l’esito immediato, che può anche essere uno schiaffo. Conta l’aver accettato di uscire. Chi resta fermo per paura di sbagliare non sbaglia, è vero, ma nemmeno germoglia. Accettare con gioia una prova significa accettare che la vita sia più grande delle nostre previsioni.

2. Ogni giorno costruiamo una piccola armatura: gli impegni, le telefonate, la televisione, il calcolo delle cose da fare. Ci serve per non sentire troppo. Poi arriva una notizia di sera, una voce che piange al telefono, e la corazza si rivela di carta. Non è la morte in astratto a scuoterci (su quella abbiamo letto tutto) ma la morte di qualcuno che aveva un volto, che ci ha aiutato. Allora si torna ai versi, quasi a cercare conforto: «E la morte non avrà più dominio». Non per credere che sia vero, forse, ma per ricordare che altri uomini hanno attraversato lo stesso sgomento e ne hanno fatto parola.

3. Il grande errore non resta isolato: diventa una lente. Da quel momento ogni gesto di chi l’ha commesso viene letto alla sua luce, e anche le piccole goffaggini, che prima avremmo perdonato sorridendo, appaiono come conferme. È una legge crudele, ma la scopro anche in me. Guardo mio padre a tavola e lo trovo sempre più ridicolo; so che in parte è lui a rendersi tale, ma so anche che sono io ad aspettarmelo. Gli intimi sono i giudici più severi, perché hanno più da perdonare. E così chi ha sbagliato molto deve dimostrare il doppio, proprio quando ha meno forza per farlo. Forse è questa la vera pena dell’errore: non le sue conseguenze, ma lo sguardo degli altri che cambia per sempre.

4. Il pensiero che calcola è potente: misura, prevede, domina. Da Bacone in poi l’Occidente ha imparato a guardare il mondo come un insieme di oggetti da indagare e usare. Ma ciò che si lascia misurare non è tutto ciò che è. L’albero contato dal forestale non è l’albero sotto cui ci si siede; l’uomo ridotto a funzione non ha più volto. Il calcolo non è falso: è parziale, e la sua parzialità diventa cecità quando pretende di essere l’unico sguardo possibile. C’è un altro pensare, che non cerca il dominio ma l’ascolto. Non un contenuto nuovo, ma un modo di essere: fare spazio, attendere, lasciare che le cose si mostrino. È questo che mi sembra di aver capito, finalmente, dopo anni di lotta con Heidegger.

5. Ortega lo ha scritto con una chiarezza che mi ferisce. Il fanciullo può volere tutto perché non ha ancora dovuto rinunciare a nulla: ogni strada gli sembra aperta, ogni possibilità intatta. L’adulto sa invece che ogni sì porta con sé molti no. Io continuo a rinviare: il comunismo e la new age, l’impegno e la contemplazione, il piacere violento e la fedeltà. Chiamo apertura il mio eclettismo, ma forse è solo paura di perdere qualcosa. Restare fanciulli a trent’anni non è innocenza: è un’infanzia scaduta, che lascia il mondo davanti a sé solo perché non osa entrarci. Scegliere significa accettare di diventare qualcuno, e quindi di non essere più tutto il resto.

6. L’adolescente ama tutto incondizionatamente: ogni disco, ogni film, ogni libro, ogni spettacolo. È un amore generoso ma senza profondità, simile a quello del telespettatore distratto che cambia continuamente canale senza interessarsi a nulla. Da adulti questo lusso non è più concesso. Bisogna selezionare ciò che realmente fa bene, con rigore, e lasciare il resto. L’essenzialità non è povertà: è concentrazione. La farfalla che si posa su ogni fiore assaggia tutto e non trattiene nulla. Tagliarsi i ponti alle spalle significa togliersi la possibilità di tornare indietro, e quindi costringersi ad andare avanti davvero. È la lezione del mio maestro, Fortini: scegliere una volta per sempre.

7. Tutto comincia da un’espressione che mi torna in mente in questi giorni: “al tempo giusto”. Provo soddisfazione quando faccio le cose al loro momento, che si tratti di schedare libri o di affrontare un compito penoso. E se questo criterio valesse per l’intera vita, e per la morte? Morire troppo presto è lasciare un abbozzo; morire troppo tardi è sopravvivere a se stessi, assistere al proprio declino. Il tempo giusto è quello in cui la forma è compiuta. Lasciare pochi nemici (nessuno è impossibile), essere ricordati da una o due generazioni come esempio, in una sfera precisa dell’agire umano. Non chiedo di più. Ma anche questo poco richiede che ogni giorno sia vissuto al suo tempo.

8. Mi ero illuso che ci fosse una via “pratica”: risolvere le questioni lasciate aperte, pagare i debiti, allontanare mio padre dalla casa, e con questo chiudere la partita. Ma i padri non si congedano con un atto notarile. Restano dentro, nei gesti, nelle paure, nel modo di chinare la testa davanti all’autorità. E le madri restano come un grembo accogliente da cui è difficile staccarsi, anche quando non ci sono più. Fare i conti con loro non significa vincerli né cancellarli: significa riconoscerli, per poter finalmente guardare le persone negli occhi, senza paura, con un atteggiamento di conquista nei confronti della vita. Siamo nati per fecondare il mondo e per creare città, per grandi opere. Non per restare figli.

9. L’Io è un abitudinario. Conosce le sue strade, i suoi piaceri, le sue difese, e chiama libertà la ripetizione di ciò che gli è familiare. Per questo non basta volerlo cambiare: ogni proposito nasce già dentro i suoi confini. Bisogna sorprenderlo. Fare cose che non si sono mai fatte, deludere le aspettative che abbiamo su noi stessi, attivare energie che oggi si scaricano a terra perché alcuni collegamenti si sono spezzati. Anche nella poesia, forse: dare sfogo a quella vena lirica e dionisiaca che ho sempre represso. L’illusione è che si possa farlo senza grandi rinunce. Ma come spiazzare l’Io senza togliergli qualcosa che gli appare essenziale? Non coartandosi, insegna De Mello, ma comprendendo così a fondo la necessità di un altro modo di essere che esso finisca per apparirci naturale.

10. Non sappiamo quasi mai che cosa lasciamo negli altri. Una lettera scritta di getto e dimenticata, una lezione fatta in un giorno qualunque, una parola detta senza pensarci: per noi sono già passate, per qualcuno sono diventate un punto fermo. Lo scopriamo per caso, a una festa, quando una persona ci cita frasi che non ricordiamo di aver scritto. È come nel film di Capra, La vita è meravigliosa: bisognerebbe poter vedere il mondo senza di noi per capire quanto vi abbiamo inciso. Questa ignoranza è una forma di umiltà imposta. Ci protegge dall’orgoglio, ma ci espone allo sconforto, nei giorni in cui ci sentiamo dei falliti. Allora conviene ricordarlo: qualche anima, forse, l’abbiamo già conquistata, senza saperlo. Ed è questo che resta.


sabato 31 ottobre 2026

Aforismi in cammino (1996)

 

1. La felicità è sempre una scelta. Non esisteranno mai condizioni oggettive che ci consentano di essere felici senza riserve. Ci saranno sempre motivi di angoscia, preoccupazioni, sofferenze dentro e fuori di noi. Essere felici non significa ignorarle, ma non permettere che occupino l’intero spazio della nostra esistenza. Non abbiamo un’altra vita da attendere, e non possiamo sacrificare questa a una felicità che immaginiamo possibile soltanto domani.

2. Non esiste un luogo della requie, una condizione definitiva nella quale tutti i problemi siano risolti. Superata una difficoltà, ne incontreremo un’altra. Il paradiso che cerchiamo oltre le nostre preoccupazioni potrebbe trovarsi proprio nel mezzo del disastro, se imparassimo a riconoscerlo. Non si tratta di rassegnarsi, ma di non consegnare agli avvenimenti il potere di decidere interamente della nostra felicità.

3. Ho creduto a lungo che la verità abitasse un luogo nascosto, raggiungibile soltanto attraverso un percorso solitario. Ora penso che non esista una verità assoluta custodita nell’interiorità di qualcuno, ma che essa nasca dall’incontro tra uomini che guardano il mondo da posizioni diverse. Nessuno possiede da solo il mondo, e nessuno può pretendere di comprenderlo sottraendosi allo sguardo degli altri.

4. Per molto tempo ho abitato dentro me stesso, trasformando la coscienza in un tribunale nel quale si scontravano desideri, convinzioni e sensi di colpa. Ora penso che siamo soprattutto ciò che facciamo, le azioni attraverso le quali entriamo nel mondo e ci esponiamo al giudizio degli altri. Non esiste un io autentico nascosto dietro la vita: è nella vita che dobbiamo cercarlo.

5. Non basta amare qualcuno per renderlo parte della nostra esistenza. Bisogna permettere che la sua presenza modifichi le nostre abitudini, le nostre scelte, perfino l’immagine che abbiamo di noi stessi. Un amore che non ci cambia rischia di essere soltanto una forma più raffinata di attaccamento alla nostra persona.

6. Non posso pensare al perfezionamento di me stesso come a un percorso che mi allontani dalla vita reale, dalle persone e dai luoghi ai quali appartengo. Sarebbe come pretendere che una colomba imparasse a volare liberandosi dell’aria che la sostiene. La vita non è un ostacolo da superare per raggiungere una condizione superiore: è la materia stessa attraverso la quale possiamo trasformarci.

7. Dovremmo imparare a non accontentarci dei simulacri della vita. Alle immagini preferire i corpi, alle fantasie gli incontri, alla rappresentazione delle emozioni la fatica di provarle realmente. Non perché l’immaginazione sia una colpa, ma perché rischiamo di consumare le nostre energie desiderando ciò che non viviamo, mentre ciò che potremmo vivere ci passa accanto inosservato.

8. Educare non significa trasmettere agli altri le nostre convinzioni, per quanto le riteniamo giuste, ma aiutarli a pensare autonomamente. Il buon maestro non misura il proprio successo dal numero di allievi che gli danno ragione, ma dalla capacità che hanno conquistato di contraddirlo. Ogni insegnamento che pretende di essere definitivo tradisce il compito stesso dell’educazione.

9. È facile avere idee generose sul destino dell’umanità e comportarsi ingiustamente con le persone che dipendono da noi. La prima verifica delle nostre convinzioni politiche avviene nei rapporti quotidiani, soprattutto quando possediamo un vantaggio economico, culturale o sociale. La giustizia che invochiamo per il mondo deve cominciare dove il nostro potere potrebbe permetterci di essere ingiusti.

10. La televisione ci conduce senza intervalli dalla tragedia di un popolo alla nudità di un corpo, dal dolore di un uomo alla comicità più insulsa. Tutto diventa equivalente, perché nulla ci chiede davvero di entrare nella situazione che osserviamo. La nostra compassione ha limiti che non vogliamo riconoscere, e l’accumularsi delle immagini rischia di renderci indifferenti proprio a quella sofferenza che pretende di mostrarci.


venerdì 30 ottobre 2026

Aforismi in cammino (1995)

1. Ci sono famiglie che si scoprono tali solo nelle catastrofi. La mattina calco la terra dove sono diventato me stesso, e mi dico che non mi appartiene più.

2. È la vita a cambiarci: il valore delle cose lo scopriamo solo quando rischiamo di perderle.

3. Bisogna accettare la lenta costruzione della propria vita, che non avrà mai fine, e sconfiggere per sempre il mito di un’azione che la trasformi d’un colpo.

4. Abbiamo una sola vita, e c’è chi la lascia andare via senza neanche accorgersene, pensando a ciò che non ha e a ciò che non è.

5. Il disprezzo dei ricchi per le cose nasce dalla certezza che il denaro ricompra tutto. Io ho dovuto conoscere la rovina per imparare il valore delle cose, anche delle più umili.

6. Ai funerali, tutti sono dilettanti rispetto alla morte. Io la conosco: le dedico un pensiero ogni giorno.

7. L’ansia che insegue se stessa: domandare risposte senza aver formulato domande rigorose, volere scopi senza la forza e il coraggio di trovarli.

8. Mi sento erede di chi non c’è più: germoglio di chi mi ha preceduto, seme di chi ancora non conosco. Essere germoglio e seme nello stesso tempo.

9. Dio chiama davvero i meno adatti a svolgere certi compiti.

10. Scrivo dal cuore della tempesta, sperando di rileggere un giorno queste pagine come un naufrago guarda il mare alla cui morsa è sfuggito.


giovedì 29 ottobre 2026

Aforismi in cammino (1994)

 

1. Debbo smetterla di essere un neofita della vita.

2. Vedi, mio Dio, io ti invoco come un uomo pieno di fede, e tu continui a tormentarmi con il tuo silenzio.

3. Ho puntellato le mie rovine con frammenti di opere e azioni: impalcature per un palazzo che altrimenti cadrebbe al primo soffio di vento.

4. Quale angoscia sopravviene in chi muore sentendo gli altri fare progetti, e sapendosi escluso dal futuro?

5. Debbo imparare l’attesa: i risultati si vedono sempre sui tempi lunghi.

6. Solo chi accetta il caos lo può dominare.

7. Spesso, nell’ansia della novità, non ci accorgiamo che quello che abbiamo è tutto ciò di cui abbiamo bisogno.

8. Che cos’è una buona vita? Una vita a cui noi abbiamo dato forma, non altro.

9. Bisogna nutrirsi di bellezza, nell’attesa fiduciosa dell’incontro tra le cose lette, viste, ascoltate e la nostra viva esistenza.

10. Non si può vivere come un prigioniero che conta i giorni della sua prigionia: non possiamo contare i giorni che ci separano dalla felicità.


mercoledì 28 ottobre 2026

Aforismi in cammino (1993)

 

1. La vita cambia e noi non ce ne accorgiamo.

2. Dopo una lunga lontananza si ha quasi paura di rivedersi.

3. Forse dovrei iniziare a scrivere aforismi sul serio: ho sempre amato la scrittura breve e incisiva, senza fronzoli.

4. Insegnare mi ha messo di fronte a tutti i miei limiti.

5. Io sono un marito, un poeta, un insegnante. Perché non cerco di essere quello che sono?

6. Perché gioco con la mia vita, col rischio di ritrovarmi morente con un pugno di polvere nelle mani?

7. Fedeltà, anche nei pensieri. Studio. Dedizione.

8. Passano gli anni ma i dolori sono sempre gli stessi.

9. Uno pensa con amarezza di perdere nel tempo la sua sensibilità, e poi si ritrova a piangere come a diciassette anni per un cane.

10. Saprò morire quando verrà il mio giorno? O, come tutti gli altri, sarò morto?


martedì 27 ottobre 2026

Un incontro "meraviglioso" [𝑰𝒍 𝒑𝒐𝒕𝒆𝒓𝒆 𝒅𝒆𝒍 𝒄𝒂𝒏𝒕𝒐]

 

Il 26 ottobre 2026 si è svolto a Palazzo Paolo V il primo incontro con gli studenti della nuova edizione, la quarta, di Benevento LibrAria, una rassegna di incontri con gli autori curata da Maria Cristina Donnarumma. 

Per me, come ho detto, abituato ai ragazzi e al palco, è stata una prima volta perché mai aveva parlato da un palco solo a ragazzi, che mi hanno stupito con una qualità altissima delle domande sul libro, merito anche della sapiente guida delle loro docenti, tra le quali mi piace ricordare Angela Belperio, Marilena Della Pietra, Giovanna Lizza, Giovanna Lombardi e Cristiana Miceli, che ho definito altrove “alleate sostanziali”. A loro e a ad Antonella Tartaglia Polcini il mio ringraziamento sentito e sincero. 

Classe 4 A Linguistico

1. Eliseo non possiede una forza fisica straordinaria né poteri magici nel senso comune del termine. Come mai lei ha scelto di attribuire tanta importanza alla parola, facendone un superpotere? (Mattia Varricchio)

2. Da appassionato di fumetti le chiedo di soddisfare una mia curiosità. Da quali eroi Marvel in particolare ha tratto maggiore ispirazione per il romanzo? (Mattia Varricchio)

3. Molti scrittori raccontano che, a un certo punto, i loro personaggi sembrano “prendere vita” e seguire una strada propria. È successo anche con Eliseo? Ci sono stati momenti in cui ha pensato di modificare questo personaggio? E, se lei potesse incontrarlo come una persona reale, quale domanda gli rivolgerebbe? (Annachiara Zollo)

4. Ha mai immaginato un sequel, un prequel o uno spin-off di questa storia? (Remo Ardolino)

5. Cosa pensa dell’uso dell’intelligenza artificiale nella scrittura dei libri? (Remo Ardolino)

6. Quanto di lei si nasconde tra le pagine di questo libro? E, se aveva l’intenzione di trasmetterne uno, qual è il messaggio più importante che vorrebbe lasciare ai lettori? (Claudia Gigante)

7. Come è nata l’idea del potere di Eliseo? Si ispira a desideri, riflessioni o fantasie che ha avuto personalmente oppure è frutto esclusivamente dell’invenzione narrativa? (Angelica Pellegrini)

8. Eliseo acquisisce il potere di guarire gli altri dopo aver sperimentato il dolore di non aver potuto salvare sua madre. C’è un legame simbolico tra questi due aspetti del personaggio? Il suo potere rappresenta forse il desiderio umano di poter rimediare a ciò che, nella realtà, non possiamo aggiustare? (Carmen Arganese)

Due domande su Gaia

1. Secondo lei, Gaia sente di essere stata abbandonata da Eliseo oppure capisce che lui è diventato prigioniero della sua stessa missione? E, soprattutto, capire le ragioni di qualcuno rende meno doloroso essere lasciati?

2. Quando ha detto che le piacerebbe sapere che cosa ne pensa Gaia e che cosa farà dopo la rottura, mi è sembrato che lei stesso avvertisse il bisogno di continuare ad ascoltarla. Che cosa crede che Gaia avrebbe da dirle, oggi, se potesse parlarle?

Riflessioni degli studenti della IV CL del Liceo «G. Guacci»

1. Da dove nasce l’esigenza di dedicare un’opera al «potere del canto»? Qual è stato il momento preciso che le ha fatto capire di voler scrivere questo libro?

2. Spesso si pensa al canto come all’atto di produrre un suono, ma per cantare davvero occorre prima saper ascoltare. Che ruolo gioca il concetto di “ascolto” e di “silenzio” nella sua riflessione?

3. Che cosa si augura che il lettore si porti a casa dopo aver terminato la lettura di questo libro? In particolare, quale messaggio vorrebbe lanciare alle giovani generazioni? (Federica Delli Veneri)

4. Leggendo la storia di Eliseo, mi sono chiesta se, alla fine, questo potere così grande sia davvero una fortuna oppure, alla fine, una condanna, considerato che ogni sua scelta può avere conseguenze che non è in grado di prevedere.

5. Perché Eliseo decide di guarire il ladro, anche se avrebbe potuto lasciarlo ferito dopo quello che gli aveva fatto? Volevo capire se per lui aiutare gli altri significa farlo sempre, indipendentemente da chi si trova davanti.

6. Eliseo, lasciando Gaia per dedicarsi alla sua missione, ha davvero fatto la scelta giusta o magari ha rinunciato a qualcosa che in realtà avrebbe potuto dargli forza? (Marika De Rienzo)

7. Nella sezione dedicata ai ringraziamenti, ci ha confidato di aver preso ispirazione da fumetti supereroistici, citando anche la Marvel. Abbiamo visto il cambiamento di Eliseo da giovane studente confuso e provato, fino a diventare un eroe preparato a ogni evenienza fisica e mentale pur di fare del bene. Dunque, la mia domanda è: quale messaggio vuole che venga trasmesso tramite il personaggio principale a un pubblico principalmente composto da studenti come lo era Eliseo?

8. Il titolo del suo libro è un omaggio alle sue grandi passioni, la poesia e i fumetti di supereroi. Mi chiedevo: come mai ha scelto di focalizzare il potere sul “canto”, visto che la fonte concreta dei poteri risiede nei testi antichi e nell’uso della “Voce”?

9. Ho una domanda un po’ fuori dalle righe, ma, spero, gradita: qual è il suo rituale di scrittura? Ci sono luoghi, orari o contesti particolari in cui sente che la sua creatività si attiva di più?

10. Perché la “Voce” ha scelto proprio Eliseo? (Chiara Mostacciuolo)

11. Come ha selezionato i testi poetici presenti nel manoscritto misterioso? Ci sono autori che per lei hanno, anche nella realtà, un “potere magico”?

12. Qual è stato il potere più difficile da descrivere e da inserire nella storia?

13. Per definire le guide che hanno aiutato Eliseo durante tutta la storia, si è ispirato a guide reali che hanno segnato la sua vita e la sua carriera? (Martha Checola)

14. Perché ha scelto proprio il potere della poesia come strumento capace di trasformare la realtà? Secondo lei, le parole possono davvero cambiare il mondo, anche senza poteri soprannaturali?

15. Le scelte che Eliseo compie per suo padre sollevano una questione importante: fino a che punto siamo disposti a spingerci per salvare o aiutare una persona che amiamo? Secondo lei, il gesto di Eliseo può essere interpretato anche come un atto di fede, non necessariamente intesa soltanto in senso religioso, ma come fiducia nella possibilità di andare oltre i propri limiti? E, se dovesse collegare questo alla sua visione personale della fede, quale significato più profondo vorrebbe che il lettore ne cogliesse?

16. Secondo lei, qual è il confine tra il desiderio di aiutare gli altri e la responsabilità di non interferire nelle loro vite? (Greta Silvestri)

17. Eliseo mostra interesse e ammirazione verso l’emergere di Internet e delle “biblioteche infinite”. Nonostante ciò, mantiene un legame profondo con la scrittura a mano. Qual è, invece, il suo rapporto con le nuove tecnologie e come pensa stiano cambiando il nostro modo di raccontare storie? (Grazia Anzalone)

18. La prematura perdita della madre di Eliseo, modello di vita e pietra angolare per il protagonista, si tramuta da iniziale sconforto e perdizione a dono capace di rimetterlo al mondo: un potere del canto, sostantivo da lei scelto proprio per sottolineare il valore taumaturgico dell’atto, utilizzato da Eliseo responsabilmente come strumento di salvezza del mondo stesso e mezzo di giovamento, carità, beneficenza. La mia riflessione allora è: quale prezzo comporta diventare custode di una forza che va oltre la comprensione umana ed è sempre lecito intervenire, per mezzo di essa, anche se a fin di bene, nella vita degli altri? (Christian Festa)

Altre domande su Eliseo, poesia e scrittura

1. Nel libro si nota un cambiamento fortissimo: dopo la morte della madre, Eliseo passa da una fede devota a un vero e proprio rancore verso Dio, arrivando quasi a odiarlo perché non è intervenuto a salvarla. Però il senso del sacro non sparisce del tutto, si sposta nella poesia e nei versi. Voleva mostrare come, quando crolla la fede religiosa tradizionale, la parola e la letteratura diventano l’unica forma di salvezza rimasta?

2. Eliseo cresce a metà tra la grande letteratura e i fumetti di supereroi. Come mai ha scelto di unire questi due mondi apparentemente così lontani?

3. Il nome Eliseo richiama subito il profeta biblico e i miracoli. È stata una scelta fatta fin dall’inizio per indicare il suo destino, oppure il nome è arrivato dopo aver pensato alla sua storia?

4. Nel libro ha descritto con cura l’angolo in cui Eliseo si dedica al canto. C’è qualcosa del suo spazio personale di scrittura in quel luogo?

5. Si rivede in Eliseo o attraverso di lui ha realizzato dei desideri o delle esperienze che avrebbe voluto vivere alla sua età?

6. Nel suo romanzo emerge la figura di Giorgio Caproni. Come mai ha sentito l’esigenza di inserire proprio questo poeta e quale significato ha il suo incontro con Eliseo?

7. Quali sono state le influenze o le letture che l’hanno guidata di più nella creazione del mondo di Eliseo?

lunedì 26 ottobre 2026

Caproni e Benevento (ποίησις)

Ne Il potere del canto il protagonista, Eliseo, viene folgorato da un poeta allora vivente (siamo alla fine degli anni Ottanta), che parla dei suoi versi. Nel romanzo ho trasfuso un’esperienza reale e bellissima. Per altro, ricordo che Caproni rise moltissimo quando una mia collega, poi divenuta giornalista, gli disse il nome per la dedica: Fausta Speranza. Nel tempo ho sempre pensato che il poeta livornese vide in quel nome la negazione di tutta la sua disillusa visione del mondo, fondata, potremmo dire, su un’“infausta disperazione”.

Malgrado nel romanzo non sia mai nominata, Benevento è la città originaria del protagonista. Ho disseminato una serie di spie, alcune cancellate in fase di editing (ad esempio, il primo capitolo si chiudeva con un’allusione alla città “magica”, sebbene tecnicamente Benevento non lo sia).

La spia più evidente è proprio legata all’incontro del protagonista con il poeta:

 «“Lo sa che credo di averla citata la sua città, di cui so poco, confesso, in una poesia che scrissi ricordando mio padre Attilio. Che bella coincidenza!” e rise di gusto.»

Andando a ritroso nei miei scritti, come mi capita spesso, per ricordare a me stesso chi sono o trovare qualcosa che sia degno di essere ripubblicato, trovo una paginetta in merito del 2014, che mi fa piacere pubblicare sul blog (uscì illo tempore su «Messaggio d’oggi»). Bastano le riflessioni finali di Biancamaria Frabotta a dare un senso a questa ripubblicazione, che illuminano sulla bellezza e la profondità  che un poeta può sprigionare quanto esercita il suo talento su un altro poeta.

Lo faccio oggi in cui incontrerò, e non nascondo emozione, classi di due Licei di Benevento per parlare del libro.

 

Ahi treno lungo e lento

(nero) fino a Benevento.

Mio padre piangeva sgomento

d’essere cosi vecchio.

 

Piangeva in treno, solo,

davanti a me, suo figliolo.

Che sole nello scompartimento

vuoto, fino a Benevento!

 

Io nulla gli avevo detto

standogli di rimpetto.

Per Bari proseguì solo:

lo lasciai li: io, suo figliolo.

 

Il testo, che apre la seconda sezione de Il Seme del Piangere (1959), risale al maggio del 1955, libro dominato dalle figure “parentali”, soprattutto la madre (nei celebri “Versi livornesi”).

La relazione padre/figlio è decisiva nella prima parte della poesia caproniana (basti pensare al mito di Enea recuperato ne “Il passaggio di Enea”, dove l’eroe troiano, «che in spalla / un passato che crolla tenta invano / di porre in salvo, e al rullo d’ un tamburo / ch’è uno schianto di mura, per la mano / ha ancora così gracile un futuro / da non reggersi ritto», diventa emblema di un intero transito epocale).

Qui la relazione si intreccia ad un altro tema-chiave del grande poeta livornese, quello del viaggio. Le tre quartine sono dominate dal senso di colpa, accentuato da una sonorità particolarmente cupa e chiusa, che contrasta con l’ariosità dei versi dedicati alla madre nella stessa raccolta.

Benevento (che probabilmente entra nella poesia solo per esigenze rimiche) viene incastonata tra il «lento» treno e lo «sgomento» del padre del poeta, dovuto alla consapevolezza della sua vecchiaia. Domina su tutto un senso di solitudine, malgrado il «sole», e di incomunicabilità.

Da me sollecitata sulla poesia, una delle massime studiose dell’opera di Caproni, Biancamaria Frabotta (curatrice, tra l’altro, della mostra romana per il centenario della nascita del poeta) mi ha scritto: «In questo lento treno che arranca verso il sud (quanti treni incamminati sui binari del destino nella poesia di Caproni!) mi sono sempre chiesta  se Giorgio fosse nella realtà  della memoria seduto accanto o davanti al padre Attilio in lacrime. Oppure se se lo immaginasse viaggiare da solo verso la destinazione finale. Chi è il fantasma dei due? Il padre? Il figlio? E Benevento segna forse la frontiera della loro destinazione? La poesia di Caproni è realista e trasparente. E tutto vi si può vedere. Ma nell’intrico delle rime e delle parentesi tutto sbiadisce, si annebbia, si perde».