1. Per anni ho creduto che bisognasse sapere prima dove porta una strada, per decidere se percorrerla. Chiusura e rinunzia nascevano da questo calcolo prudente. Ma l’esperienza non è un investimento: è un seme. Si parte per una prova (un esame in una città lontana, un incontro che sembra marginale) e da quella prova nascono conoscenze, letture, occasioni che nessun piano avrebbe contemplato. Non conta allora l’esito immediato, che può anche essere uno schiaffo. Conta l’aver accettato di uscire. Chi resta fermo per paura di sbagliare non sbaglia, è vero, ma nemmeno germoglia. Accettare con gioia una prova significa accettare che la vita sia più grande delle nostre previsioni.
2. Ogni giorno costruiamo una piccola armatura: gli impegni, le telefonate, la televisione, il calcolo delle cose da fare. Ci serve per non sentire troppo. Poi arriva una notizia di sera, una voce che piange al telefono, e la corazza si rivela di carta. Non è la morte in astratto a scuoterci (su quella abbiamo letto tutto) ma la morte di qualcuno che aveva un volto, che ci ha aiutato. Allora si torna ai versi, quasi a cercare conforto: «E la morte non avrà più dominio». Non per credere che sia vero, forse, ma per ricordare che altri uomini hanno attraversato lo stesso sgomento e ne hanno fatto parola.
3. Il grande errore non resta isolato: diventa una lente. Da quel momento ogni gesto di chi l’ha commesso viene letto alla sua luce, e anche le piccole goffaggini, che prima avremmo perdonato sorridendo, appaiono come conferme. È una legge crudele, ma la scopro anche in me. Guardo mio padre a tavola e lo trovo sempre più ridicolo; so che in parte è lui a rendersi tale, ma so anche che sono io ad aspettarmelo. Gli intimi sono i giudici più severi, perché hanno più da perdonare. E così chi ha sbagliato molto deve dimostrare il doppio, proprio quando ha meno forza per farlo. Forse è questa la vera pena dell’errore: non le sue conseguenze, ma lo sguardo degli altri che cambia per sempre.
4. Il pensiero che calcola è potente: misura, prevede, domina. Da Bacone in poi l’Occidente ha imparato a guardare il mondo come un insieme di oggetti da indagare e usare. Ma ciò che si lascia misurare non è tutto ciò che è. L’albero contato dal forestale non è l’albero sotto cui ci si siede; l’uomo ridotto a funzione non ha più volto. Il calcolo non è falso: è parziale, e la sua parzialità diventa cecità quando pretende di essere l’unico sguardo possibile. C’è un altro pensare, che non cerca il dominio ma l’ascolto. Non un contenuto nuovo, ma un modo di essere: fare spazio, attendere, lasciare che le cose si mostrino. È questo che mi sembra di aver capito, finalmente, dopo anni di lotta con Heidegger.
5. Ortega lo ha scritto con una chiarezza che mi ferisce. Il fanciullo può volere tutto perché non ha ancora dovuto rinunciare a nulla: ogni strada gli sembra aperta, ogni possibilità intatta. L’adulto sa invece che ogni sì porta con sé molti no. Io continuo a rinviare: il comunismo e la new age, l’impegno e la contemplazione, il piacere violento e la fedeltà. Chiamo apertura il mio eclettismo, ma forse è solo paura di perdere qualcosa. Restare fanciulli a trent’anni non è innocenza: è un’infanzia scaduta, che lascia il mondo davanti a sé solo perché non osa entrarci. Scegliere significa accettare di diventare qualcuno, e quindi di non essere più tutto il resto.
6. L’adolescente ama tutto incondizionatamente: ogni disco, ogni film, ogni libro, ogni spettacolo. È un amore generoso ma senza profondità, simile a quello del telespettatore distratto che cambia continuamente canale senza interessarsi a nulla. Da adulti questo lusso non è più concesso. Bisogna selezionare ciò che realmente fa bene, con rigore, e lasciare il resto. L’essenzialità non è povertà: è concentrazione. La farfalla che si posa su ogni fiore assaggia tutto e non trattiene nulla. Tagliarsi i ponti alle spalle significa togliersi la possibilità di tornare indietro, e quindi costringersi ad andare avanti davvero. È la lezione del mio maestro, Fortini: scegliere una volta per sempre.
7. Tutto comincia da un’espressione che mi torna in mente in questi giorni: “al tempo giusto”. Provo soddisfazione quando faccio le cose al loro momento, che si tratti di schedare libri o di affrontare un compito penoso. E se questo criterio valesse per l’intera vita, e per la morte? Morire troppo presto è lasciare un abbozzo; morire troppo tardi è sopravvivere a se stessi, assistere al proprio declino. Il tempo giusto è quello in cui la forma è compiuta. Lasciare pochi nemici (nessuno è impossibile), essere ricordati da una o due generazioni come esempio, in una sfera precisa dell’agire umano. Non chiedo di più. Ma anche questo poco richiede che ogni giorno sia vissuto al suo tempo.
8. Mi ero illuso che ci fosse una via “pratica”: risolvere le questioni lasciate aperte, pagare i debiti, allontanare mio padre dalla casa, e con questo chiudere la partita. Ma i padri non si congedano con un atto notarile. Restano dentro, nei gesti, nelle paure, nel modo di chinare la testa davanti all’autorità. E le madri restano come un grembo accogliente da cui è difficile staccarsi, anche quando non ci sono più. Fare i conti con loro non significa vincerli né cancellarli: significa riconoscerli, per poter finalmente guardare le persone negli occhi, senza paura, con un atteggiamento di conquista nei confronti della vita. Siamo nati per fecondare il mondo e per creare città, per grandi opere. Non per restare figli.
9. L’Io è un abitudinario. Conosce le sue strade, i suoi piaceri, le sue difese, e chiama libertà la ripetizione di ciò che gli è familiare. Per questo non basta volerlo cambiare: ogni proposito nasce già dentro i suoi confini. Bisogna sorprenderlo. Fare cose che non si sono mai fatte, deludere le aspettative che abbiamo su noi stessi, attivare energie che oggi si scaricano a terra perché alcuni collegamenti si sono spezzati. Anche nella poesia, forse: dare sfogo a quella vena lirica e dionisiaca che ho sempre represso. L’illusione è che si possa farlo senza grandi rinunce. Ma come spiazzare l’Io senza togliergli qualcosa che gli appare essenziale? Non coartandosi, insegna De Mello, ma comprendendo così a fondo la necessità di un altro modo di essere che esso finisca per apparirci naturale.
10. Non sappiamo quasi mai che cosa lasciamo negli altri. Una lettera scritta di getto e dimenticata, una lezione fatta in un giorno qualunque, una parola detta senza pensarci: per noi sono già passate, per qualcuno sono diventate un punto fermo. Lo scopriamo per caso, a una festa, quando una persona ci cita frasi che non ricordiamo di aver scritto. È come nel film di Capra, La vita è meravigliosa: bisognerebbe poter vedere il mondo senza di noi per capire quanto vi abbiamo inciso. Questa ignoranza è una forma di umiltà imposta. Ci protegge dall’orgoglio, ma ci espone allo sconforto, nei giorni in cui ci sentiamo dei falliti. Allora conviene ricordarlo: qualche anima, forse, l’abbiamo già conquistata, senza saperlo. Ed è questo che resta.












