giovedì 23 aprile 2026

malattia [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]

 


Marco aveva diciannove anni e non si fidava più di niente.

Camminava come chi ha già visto troppo, anche se la vita, in fondo, non gli aveva ancora mostrato niente. Si svegliava presto, spesso prima della sveglia, con la sensazione che il giorno fosse un esperimento già fallito. Ma si alzava lo stesso. Lavava la faccia, si vestiva, beveva il caffè in piedi. Poi usciva. Non per fare qualcosa. Solo per non restare.

Le strade della città gli erano diventate familiari senza mai essergli amiche. I marciapiedi consumati, le edicole che aprivano a fatica, i tram ancora semivuoti: tutto aveva un che di stanco, come se anche il mondo, in qualche modo, si trascinasse. Camminava piano, con le mani in tasca, osservando la vita da dietro un vetro appannato. Non cercava niente. Non aspettava nessuno.

Non aveva smesso di pensare, ma aveva smesso di credere nei pensieri.

Erano diventati un brusio di fondo, una radiolina accesa in una stanza vuota. Li scriveva ancora, talvolta, su un quaderno nero con l’elastico: frasi brevi, schegge, note mentali. Non cercava più uno stile. Non cercava lettori. Scriveva come un medico annota i sintomi, come un sopravvissuto incide sul muro i giorni passati. Ogni pagina era un sismografo muto: registrava scosse interiori che nessuno, fuori, avrebbe mai percepito.

“Non sento nulla,” scrisse una volta. “Ma so che sentirei, se solo mi fosse concesso un gesto gratuito.”

Rilesse quella frase molte volte. La sottolineò. Poi ci fece un cerchio attorno, come si fa con qualcosa che potrebbe diventare importante, ma non si sa ancora perché.

Un gesto gratuito. Una carezza non chiesta. Una parola vera detta senza ritorno. Un bacio non per possedere, ma per dare forma a un dolore. Forse era questo che intendeva. Forse non lo sapeva nemmeno lui.

Era diventato bravo a non aspettarsi nulla. A non chiedere. A non esporsi. Aveva imparato che il cuore si spezza più spesso per le attese che per le perdite. Così non aspettava più. E quando qualcuno lo guardava, abbassava gli occhi. Quando qualcuno parlava, ascoltava, ma si teneva al margine. E quando camminava con altri, lasciava che scegliessero la strada, purché non fosse la sua.

Certe sere tornava nella stanza dell’affitto con i muri spogli e l’odore persistente di muffa. Si toglieva le scarpe lentamente, con gesti misurati, come se togliersi quel peso potesse alleggerirgli anche il cuore. Poi restava seduto sul letto, in silenzio, a guardare la finestra chiusa. Aveva imparato a vivere così: in superficie. Senza tagli netti, senza salti. Solo una lunga, lenta, opaca resistenza.

Il gesto gratuito non arrivava. Ma ogni tanto, senza che lo sapesse, una poesia lo toccava. Un verso di Rilke, la cadenza di una frase di Pavese, una vecchia canzone alla radio. E allora si scopriva a piangere, senza rabbia. Come se il corpo, per un attimo, ricordasse quello che la mente aveva disimparato.

Era ancora vivo. Anche se aveva smesso di crederci.

All’università Marco studiava Lettere.

Non con entusiasmo, ma con una specie di devozione stanca. Leggeva molto, annotava con ordine, prendeva la parola solo quando costretto. Non sgomitava per dire la sua, non alzava la voce nei seminari, non si sedeva mai in prima fila. Aveva scelto quella facoltà come si sceglie un rifugio: non per vocazione ma per esclusione, come si entra in chiesa in un giorno di pioggia.

La letteratura lo rassicurava. Era il solo linguaggio che ancora non lo tradiva. I personaggi dei romanzi soffrivano come lui, ma avevano dignità. I poeti avevano attraversato il vuoto senza riderci sopra. E anche se non riusciva più a credere davvero in nulla, almeno lì, tra le pagine, il dolore aveva ancora una forma. E la forma, a volte, consola più della speranza.


mercoledì 22 aprile 2026

4. Mondi diversi [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]


Con Riccardo parlava di ciò che stava facendo in aula. Raccontava episodi minimi. Una domanda inattesa. Una lettura stonata. Non cercava risposte. Riccardo ascoltava. Non interveniva. A volte chiedeva chiarimenti. Irene rispondeva con esempi concreti. Non traduceva la letteratura in termini scientifici.

A volte portava un foglio. Non sempre lo stesso. Appunti presi durante la lezione. Parole isolate. Una sequenza di versi. Lo appoggiava sul tavolo. Lo lasciava lì. Riccardo lo guardava senza leggerlo tutto. Si fermava su una parola. Chiedeva perché fosse stata scelta. Irene indicava il punto nel testo. Non aggiungeva altro.

Quando un passaggio non funzionava, Irene non lo spiegava. Diceva che si sentiva nella lettura. Ripeteva il verso. Cambiava l’ordine delle parole. Si fermava. Riccardo ascoltava la variazione. Non cercava una regola. Registrava la differenza.

Alcuni racconti tornavano. Non identici. Lo stesso episodio con dettagli diversi. Uno studente che aveva interrotto la lettura. Un silenzio più lungo del previsto. Irene non segnalava la ripetizione. Continuava. Il fatto restava aperto.

Riccardo a volte riportava un dato del laboratorio. Non per confronto. Per continuità di discorso. Diceva che un modello aveva perso coerenza dopo pochi secondi. Irene chiedeva quanto fosse durato prima. Riccardo rispondeva con un numero. Irene annuiva. Non traeva conclusioni.

Non cercavano corrispondenze tra i due ambiti. Le conversazioni restavano su un piano concreto. Un verso letto male. Un segnale che si interrompe. Una sequenza che non si tiene. Gli esempi si affiancavano. Non si univano.

Quando Irene parlava di un autore, indicava un punto preciso. Un verbo. Una costruzione. Non generalizzava. Riccardo chiedeva se quel punto cambiasse il testo. Irene diceva di sì. Non spiegava in che modo. Riprendeva da capo.

A volte il discorso si interrompeva. Non per esaurimento. Perché non c’era altro da aggiungere. Restavano seduti. Il foglio sul tavolo. Il computer acceso. Nessuno dei due riprendeva subito.

In alcune serate Irene leggeva ad alta voce. Non tutto. Pochi versi. Si fermava a metà. Chiudeva il libro. Riccardo non chiedeva di continuare. La lettura restava lì.

Il giorno dopo Irene tornava sull’episodio in aula. Non lo collegava alla sera prima. Lo descriveva di nuovo. Con altre parole. Riccardo riconosceva la scena. Non lo diceva.

Le conversazioni non producevano sintesi. Restavano distribuite nel tempo.

Quando entrava nel laboratorio, guardava gli schermi senza soffermarsi. Le macchine non la intimidivano. Non la incuriosivano troppo. Si sedeva dove c’era spazio. Aspettava. Riccardo continuava a lavorare. Ogni tanto le mostrava un grafico sulle zone di attivazione neurale. Lei annuiva. Chiedeva cosa misurasse. Lui rispondeva in modo semplice, descrivendo latenze e soglie. Per Irene, quei grafici erano solo un’altra forma di sintassi.

La sera, a casa, Irene lasciava i libri sul tavolo. Non li riponeva subito. Preparava la cena. Riccardo rientrava più tardi. Mangiarono spesso in silenzio. Non per stanchezza. Per continuità. Dopo, lei tornava ai testi. Riccardo al computer. Le stanze restavano separate. Il silenzio tra loro era un dato fisico, una condizione di stabilità simile a quella cercata nei test di persistenza senza input.

Irene non parlava del futuro. Non faceva piani a lungo termine. Il lavoro le occupava il tempo necessario. Quando un corso finiva, ne iniziava un altro. Senza bilanci. Senza passaggi rituali.

La sua presenza si definiva per permanenza. Non occupava spazio in modo vistoso. Chi le stava vicino se ne accorgeva nel tempo. Non subito. Era una presenza trasparente, un tunnel dell’ego che non percepiva se stesso, ma permetteva l’esperienza del mondo circostante.


macerie [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]

 
Marco aveva quarantun anni anni quando, per l’ennesima volta, un discusso imprenditore — di quelli che fanno della parola uno strumento d’offesa o di dominio — vinse le elezioni. Non era la prima volta. Non sarebbe stata l’ultima. Ma quella volta, qualcosa si ruppe in modo definitivo. Non solo in lui. In un’intera generazione. Una stanchezza antica tornava a galla

Nei giorni successivi non aprì i giornali. Li lasciava impilati sul mobile dell’ingresso, come fossero carte di un gioco truccato. Evitava i talk show, che parevano più interessati allo share che alla verità. Spegneva la radio quando partiva la sigla del notiziario, come se ogni parola fosse un rumore in più nel già troppo pieno.

Camminava piano, per le stesse strade di sempre ma come smarrito. Aveva smarrito il senso. Aveva la sensazione di essere un sopravvissuto a un naufragio che nessuno voleva riconoscere. Le persone intorno continuavano a vivere, a parlare del tempo, delle bollette, della spesa. I bar erano pieni, le scuole aperte, le automobili in coda come ogni mattina. Ma per Marco, tutto aveva un suono ovattato, irreale, come nelle ore successive a un trauma.

Non era dolore, non ancora. Era una stanchezza sorda, una disillusione minerale, che si depositava dentro come polvere fine. Più della sconfitta, lo feriva la rassegnazione. Quel “si sapeva”, quel “sono tutti uguali”, quel “tanto non cambia nulla” pronunciati con leggerezza, come se la democrazia fosse una recita, un fastidio, una superstizione di chi crede ancora nel potere della parola.

Marco si sentiva fuori luogo. Come se quella crisi fosse giusta, necessaria. Ma troppo profonda per essere detta. Una verità che, una volta vista, non si può più ignorare. E allora taceva. Non discuteva più. Non provava a convincere. Osservava. Ascoltava. Registrava.

Iniziava a capire che certe ferite non si curano con slogan. Che occorre imparare di nuovo a guardare: i volti, i legami, le radici spezzate.

Sapeva che un tempo era finito. E non per colpa di un solo uomo. Non bastava più l’alibi del leader sbagliato, del tradimento interno, dell’avversario sleale. Era finito dentro ognuno, come finisce un amore che non sa più rigenerarsi. Era finito anche in lui, anche se faticava ad ammetterlo. Finito per stanchezza, per quella usura lenta che corrode le passioni più pure. Finito per ripetizione, perché troppe volte aveva ascoltato le stesse parole dette da volti diversi, come formule svuotate di fede. Finito per inadeguatezza, perché i bisogni mutano, e le risposte non possono restare ferme, inchiodate a un secolo che non c’è più.

Era un tempo che si era consumato senza rumore, come certe liturgie che si continuano per inerzia, senza più anima. Una stagione che aveva dato molto, ma che non aveva saputo imparare a trasformarsi.

Un ciclo storico concluso. Come un rito che perde il senso, un’assemblea che si scioglie per assenza di domande. Come una preghiera che non sale più, perché chi la pronuncia non ci crede fino in fondo, o ha smesso di attendere risposta.


martedì 21 aprile 2026

3. Irene [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

Irene arrivava in facoltà prima dell’inizio delle lezioni. Non entrava subito in aula. Passava dall’ufficio. Appoggiava la borsa sulla sedia. Tirava fuori i libri del giorno. Li disponeva sul tavolo senza ordine fisso. Alcuni erano segnati a matita. Altri restavano intatti.

Insegnava letteratura italiana contemporanea. Il programma cambiava spesso. Non seguiva un percorso cronologico. Preferiva nuclei ristretti. Un autore per volta. A volte una sola raccolta. Le interessavano le variazioni minime. Una parola che ricorre. Una scelta sintattica ripetuta. Una rinuncia.

La poesia occupava una parte centrale del corso. Non la presentava come genere separato. La trattava come lavoro sulla lingua, un processo simile alla scomposizione modulare dei segnali che Riccardo eseguiva in laboratorio. Irene cercava schemi ricorrenti: la gerarchia di una frase, la struttura di un verso. Chiedeva agli studenti di leggere ad alta voce. Fermava la lettura su un verso. Non spiegava subito. Lasciava che il silenzio facesse il suo corso. Poi riprendeva da una parola concreta. Un nome. Un verbo.

Non parlava di emozioni. Parlava di scelte. Di tagli. Di riprese. Quando citava un autore, lo faceva con precisione. Indicava l’anno. La raccolta. Il contesto editoriale. Evitava generalizzazioni. Ogni testo restava lì, nella sua forma. Irene non cercava il simbolo, ma l’evidenza della struttura linguistica, il modo in cui il testo appariva nella coscienza del lettore.

Le sue lezioni avevano un ritmo costante. Nessuna conclusione netta. Spesso interrompeva a metà. Diceva che avrebbero continuato la settimana successiva. Gli studenti prendevano appunti. Alcuni si perdevano. Lei non correggeva. Non richiamava all’attenzione. Continuava. Il suo metodo ignorava la teleologia; la fine della lezione era una cessazione, non un compimento.

Nel pomeriggio riceveva. Gli studenti entravano uno alla volta. Portavano tesi ancora vaghe. Irene ascoltava. Chiedeva di ridurre il campo. Di scegliere un testo solo. A volte suggeriva di togliere una parte già scritta. Diceva che non era una perdita. Era un lavoro di sottrazione, simile a quando Riccardo scartava i dati che non sostenevano la coerenza globale del sistema.

Fuori dall’università leggeva ancora. Non per lavoro. Aveva quaderni piccoli. Scriveva poco. Frasi isolate. Appunti di lettura. Non li rileggeva spesso. Restavano lì. Non cercava una forma compiuta. Questi frammenti costituivano la base della sua memoria autobiografica, quella stessa densità di dati che Lorenzo avrebbe poi cercato di stabilizzare nel modello digitale.



insieme [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]


Marco aveva ventisette anni quando si sposò.

Il giorno delle nozze, ad agosto, la campagna bruciava sotto un sole di piombo. Le colline intorno a casa sembravano respirare lente, coperte da una polvere dorata che il vento alzava e ricollocava come un velo. I fichi maturi cadevano a terra con un tonfo molle, e l’aria profumava di mosto e terra secca. Marco si guardava allo specchio con mani che tremavano lievemente. Si era rasato con cura, come suo padre gli aveva insegnato da ragazzo. Aveva scelto una camicia bianca, semplice, e una giacca di lino chiaro che gli cadeva un po’ larga sulle spalle. Non volle cravatta.

Nel piano di sotto, Assunta trafficava in cucina da ore. Aveva preparato la colazione come ogni mattina, senza commenti ma con quel silenzio denso che sapeva più di mille parole. Gli aveva lasciato una tazzina accanto alla finestra aperta, e un tovagliolo piegato come si fa con i bambini, con cura. Quando lui scese per prenderla, lo guardò un attimo soltanto e disse: «Vai.»

Il padre, invece, lo attendeva in giardino. Indossava un vestito scuro, inusuale per lui. Lo salutò con un cenno asciutto, senza abbracci. “Andiamo?” disse soltanto. E Marco annuì. Salirono in macchina, e nessuno dei due parlò per tutto il tragitto. Solo al semaforo, prima della chiesa, il padre mormorò: «Tua madre sarebbe stata felice.»

Marco sentì una fitta allo stomaco. Guardò il cielo immobile sopra le case basse, poi si volse verso la navata, già aperta e piena di voci basse.

Maria lo aspettava. Aveva un vestito semplice, raccolto nei fianchi, e il velo le cadeva appena sulle spalle. Sembrava quasi una figura uscita da un quadro antico, con quegli occhi grandi, profondi.

Quando si avvicinò a lei, Marco sentì che tutto il passato – la madre perduta, i silenzi paterni, i fallimenti, le domande senza risposta – non spariva, ma trovava un posto. Un luogo da abitare insieme.

Maria lo attendeva in chiesa, vestita di bianco, con uno sguardo che cercava qualcosa oltre quel giorno: un futuro condiviso, un punto fermo nella precarietà. Non c’erano musiche fastose, né pose teatrali. Solo parole scelte, lette a mezza voce, e una raccolta di poesie d’amore regalata agli invitati al posto della bomboniera. “I versi restano”, aveva detto Marco. “I confetti no.”

Durante il pranzo, Marco cercava lo sguardo della madre, ma lei non c’era più. Ne sentiva l’assenza come si sente la mancanza di un respiro nella notte, quando tutto tace e ci si accorge che manca il battito più profondo. Ogni volta che si voltava verso il tavolo degli invitati più stretti, il cuore gli si stringeva. Avrebbe voluto vederla lì, seduta con compostezza, con il suo sorriso appena accennato e quello sguardo che diceva sempre più delle parole.


lunedì 20 aprile 2026

2. Coscienza [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

 

Nei documenti interni la parola “coscienza” appariva di rado. Era considerata imprecisa. Riccardo parlava di accesso globale, di integrazione temporale, di continuità fenomenica simulata. Ogni termine aveva un correlato misurabile. Ogni ipotesi doveva fallire in modo chiaro.

Il laboratorio non aveva finestre grandi. La luce dall’alto restava costante. Dentro, il tempo non seguiva il giorno. Era suddiviso in cicli di esecuzione. Ogni ciclo testava una variazione: un ritardo diverso, una soglia modificata, una diversa gerarchia di moduli. I cicli che non producevano stati stabili venivano scartati. Non lasciavano traccia.

Gli altri ricercatori arrivavano più tardi. Ognuno controllava il proprio segmento: memoria, linguaggio, integrazione sensoriale simulata. Riccardo passava tra le postazioni. Chiedeva numeri. Chiedeva durate di stabilità. Chiedeva quante iterazioni il modello reggesse prima di degradare. Non chiedeva interpretazioni.

Il progetto aveva un nome tecnico. Un acronimo legato alla Whole Brain Emulation funzionale, senza riferimento al cervello reale. Era nato da una serie di tentativi falliti: modelli che producevano linguaggio senza continuità, sistemi che mantenevano memoria senza capacità di accesso globale, architetture stabili che però non mostravano alcuna forma di esperienza unificata.

Riccardo non parlava del senso ultimo del progetto. Per metodo. Il senso emergeva solo se il sistema funzionava. Quando una simulazione reggeva per ore senza input, lo si sapeva. Quando collassava dopo pochi minuti, non servivano spiegazioni.

A metà mattina si fermava. Caffè dalla macchinetta del corridoio. Tornava alla scrivania. Rileggeva le annotazioni. Alcune venivano cancellate. Altre restavano come vincoli negativi: ciò che non doveva essere ripetuto.

I grafici non erano risultati. Erano strumenti di controllo. Linee di attività. Picchi di sincronizzazione. Zone di disaccoppiamento. Un ritardo di pochi millisecondi poteva spezzare l’integrazione. Un anticipo poteva produrre instabilità globale. Riccardo lavorava su quei margini.

Il laboratorio non era silenzioso. Ventole, segnali di sistema, passi nei corridoi. Riccardo non li registrava più. Il corpo si adattava. Le mani ripetevano gesti noti. Scriveva a mano solo ciò che riguardava decisioni irreversibili.

Non pensava al risultato finale. Pensava al prossimo test di persistenza. Ogni giorno aveva un obiettivo ridotto: aumentare di pochi secondi la durata di uno stato coerente, evitare il collasso di un modulo, mantenere attivo un pattern autobiografico simulato senza degradazione.

Verso sera il laboratorio si svuotava. Riccardo restava ancora. Avviava le simulazioni notturne. Impostava limiti precisi. Salvava.

Prima di uscire spegneva le luci una stanza alla volta. Il sistema restava in esecuzione. Senza di lui.

Fuori l’aria era diversa. Riccardo lo notava ogni sera. Camminava verso casa. Il progetto restava lì. Non lo seguiva. Sarebbe ripreso il giorno dopo. Nello stesso punto instabile.

impegno [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]

 
Marco aveva quarantanove anni quando venne eletto consigliere comunale. Non era mai stato un politico di professione. Non conosceva le alchimie delle correnti né le geometrie dei compromessi. Non aveva maestri da compiacere né rendite da proteggere. La sua vita era sempre stata altrove: tra le aule scolastiche, nei libri, nei silenzi meditativi del pensiero, nei piccoli gesti quotidiani che pochi notano ma che costruiscono — lentamente — una coerenza. Aveva accettato la candidatura quasi con riluttanza, dopo settimane di riflessioni solitarie e notti insonni. Era stato spinto più dalla coscienza che dall’ambizione, più dal senso di responsabilità che dal desiderio di visibilità.

Quando gli chiesero di candidarsi, si schermì. Disse che non era fatto per la politica. Che non aveva la pazienza delle trattative né il tono giusto per i comizi. Ma poi pensò alla città. Alla sua città, amata e ferita, colma di bellezza abbandonata e di promesse disattese. Pensò alle battaglie per il verde pubblico, ai fiumi inquinati, agli anziani dimenticati, alle periferie ingrigite. Pensò a sua figlia: voleva davvero lasciarle una città disastrata? E capì che non poteva restare a guardare.

Così, una volta dentro, si era gettato nella nuova avventura con la serietà che gli era propria. Non per recitare un ruolo, ma per restare fedele a se stesso. Era lì per capire, per agire, per servire. Ogni dossier lo studiava con attenzione maniacale, ogni delibera la leggeva fino all’ultima postilla. Andava nei quartieri a parlare con la gente. Scriveva lettere ai dirigenti, presentava interrogazioni, difendeva la trasparenza. Spesso da solo. Senza la protezione dei numeri, senza l’eco degli applausi.

Sapeva di non poter cambiare tutto. Ma non per questo rinunciava a cambiare qualcosa. Un marciapiede rifatto, una fontana ripulita, un permesso negato a un’impresa arrogante: erano piccole vittorie, ma per lui avevano il sapore del dovere compiuto. Quando tornava a casa la sera, stanco e silenzioso, sapeva che nessuno gli avrebbe dedicato un articolo. Ma sapeva anche che nessuno avrebbe potuto accusarlo di aver tradito la sua coscienza.

Sedeva nei banchi dell’opposizione. Per lui “opposizione” non significava ostilità preconcetta ma vigilanza, responsabilità, parola scomoda. Imparò presto a conoscere i problemi della città — quelli grandi, certo, ma anche quelli minimi, invisibili ai più: la fermata dell’autobus dove mancava la pensilina, la scuola media con il tetto che perdeva acqua, l’anziana che non riusciva a ottenere una risposta dall’ufficio tecnico. Andava, ascoltava, prendeva appunti. Cercava soluzioni. Spesso da solo.

Non delegava, non rinviava, non faceva finta di nulla. Non si rifugiava dietro le scuse, non parlava per slogan, non scaricava le responsabilità sugli altri. Se un cittadino lo fermava per strada e gli raccontava di un marciapiede dissestato, di un lampione guasto, di una perdita d’acqua che da mesi nessuno veniva a riparare, lui prendeva appunti. Tornava sul posto il giorno dopo, da solo, con il taccuino in tasca e lo sguardo attento. Non perché si illudesse di poter fare tutto, ma perché credeva che il primo dovere di chi amministra — anche solo da consigliere all’opposizione — fosse esserci.


domenica 19 aprile 2026

1. Il laboratorio [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

Il laboratorio apriva alle sette. Le luci si accendevano in sequenza. Prima i corridoi, poi le stanze interne. I cluster entravano in modalità di carico progressivo. Le simulazioni notturne erano terminate da pochi minuti.

Riccardo arrivava poco dopo. Usava sempre la stessa porta. Posava la borsa sotto il tavolo centrale. Accendeva il terminale. Guardava i log: perdita di coerenza in due modelli, deriva temporale in un terzo, nessun arresto.

Il lavoro non iniziava con un’idea. Iniziava con il controllo degli errori. File di activity replay incompleti. Pattern di firing non più agganciati alle finestre di integrazione. Allineamenti saltati tra il livello sinaptico simulato e il livello funzionale superiore. Riccardo correggeva. A volte eliminava intere sessioni. Non conservava tutto. I dati che non permettevano una ricostruzione dinamica venivano scartati.

Il progetto occupava più stanze perché non lavorava su un solo livello. Una sala era dedicata alla ricostruzione funzionale della memoria autobiografica: sequenze di attivazione estratte da registrazioni neurali e ricombinate in reti artificiali. In un’altra si lavorava sulla simulazione del workspace globale: modelli che tentavano di mantenere simultaneamente attivi più contenuti senza collassare in risposte locali. In una terza stanza scorrevano i test di persistenza senza input, prove in cui il sistema doveva continuare a produrre stati coerenti anche in assenza di stimoli esterni.

Le apparecchiature cambiavano posto. Cavi aggiunti, cavi rimossi. Non c’era un assetto definitivo. Ogni modifica rispondeva a un fallimento precedente. Gli schemi alle pareti mostravano flussi di informazione, non anatomie. Frecce, soglie, tempi di latenza. Venivano cancellati quando non spiegavano più il comportamento del modello.

Riccardo lavorava su sequenze temporali distribuite. Non cercava di emulare un cervello neurone per neurone. Quel tentativo era già stato scartato anni prima. Troppo costoso. Troppo fragile. Si concentrava sulla continuità funzionale: verificare se un insieme di pattern, correttamente sincronizzati, potesse sostenere una dinamica stabile simile a quella di una mente vigile.

Osservava la distribuzione delle attivazioni. La loro durata. Il punto in cui una rete smetteva di integrare e iniziava a rispondere in modo frammentario. Quando un insieme di segnali restava coerente oltre una soglia critica, lo segnava come stato persistente. Quando la coerenza crollava, annotava il tempo di dispersione. Nessun giudizio. Solo misure.



fulmine [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]

 
Marco aveva trent’anni quando un fulmine si abbatté — non metaforicamente, stavolta — sulla loro casa. Era piena notte, e il temporale infuriava sopra la città come una guerra antica. La pioggia scrosciava contro i vetri, il vento piegava le persiane, ma, fino a quel momento, era sembrato più che un normale sfogo atmosferico.

Poi, all’improvviso, la prima esplosione.

Un boato secco, netto, simile al colpo di un’arma da fuoco sparata nel silenzio. Uno di quei rumori che il corpo riconosce prima della mente, e che resta impresso nella memoria come un’eco fisica. Marco aprì gli occhi di scatto. Un odore acre, di plastica bruciata e rame fuso, gli entrò nelle narici come un veleno. Il buio era rotto solo da un bagliore azzurrastro, e sul muro vide, per un istante, una lunga striscia nera sopra la cassetta elettrica. Sembrava una ferita aperta sulla pelle della casa.

Eppure, inspiegabilmente, si voltò dall’altra parte. Era troppo stanco per avere paura. Troppo saturo per reagire. Dormì. Dormì con quell’odore nelle narici, con la consapevolezza opaca di un pericolo già accaduto, come se il mondo, anche stavolta, potesse aspettare ancora un paio d’ore.

Il giorno dopo si svegliò in un silenzio diverso, innaturale. La luce dell’abat-jour non si accese. Il display del forno era spento. Il frigorifero non brontolava. Era come se qualcosa di invisibile avesse cancellato ogni forma di vita elettrica. Marco si alzò, si vestì senza fretta, ancora impastato di sonno e di odore bruciato. Scese in cucina, provò ad accendere il televisore. Nulla. Provò con il videoregistratore, con lo stabilizzatore, con la caldaia. Uno a uno, gli oggetti tacevano. Era come se il fulmine avesse tracciato un sentiero preciso, distruggendo ciò che gli era più necessario.

Poi cominciò la conta. Il televisore: bruciato. Due videoregistratori: morti. L’antenna e la sua centralina: fusi. Due stabilizzatori: carbonizzati. Forse anche la scheda madre della caldaia, quella nuova, costosa, appena installata. Un disastro silenzioso, invisibile ma reale. Un nemico che si era infilato tra le mura domestiche e aveva inferto colpi chirurgici, lasciando solo le cose apparentemente integre. Apparentemente.

Marco si sedette sul divano con in mano il telecomando inutile. Lo guardava come si guarda un relitto. E capì. Capì che quel fulmine non era stato solo un evento atmosferico. Era una sintesi perfetta del suo tempo: un punto esclamativo nel caos, una scarica che aveva reso visibile ciò che covava da mesi. La precarietà. Il disordine. La stanchezza. La sensazione di non farcela più. Ma soprattutto, l’impossibilità di trovare un colpevole esterno. Era solo sfortuna?


sabato 18 aprile 2026

fedeltà [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]


Marco aveva cinque o sei anni quando iniziò a porsi domande su Assunta.

Non la chiamava mai “tata” né “domestica”. Era Assunta.

Era lì da prima che lui nascesse. Quando sua madre l’aveva presa in casa, era una ventenne con una valigia di cartone. Veniva da un paese di collina, senza ferrovia né cinema, dove le donne si svegliavano con le galline e portavano il lutto per tutta la vita. Era arrivata con gli abiti buoni della festa, le scarpe troppo grandi — donate da una cugina sposata a un carabiniere — e uno sguardo che non chiedeva nulla.

Dormiva in una stanza piccola, tra i tubi dell’acqua calda e l’odore del detersivo. Le pareti erano piene di fotografie sbiadite: fratelli emigrati, sorelle con abiti stranieri, bambini di altri che non aveva mai visto crescere. Ogni foto aveva una scritta a penna sul retro — “Zurigo, 1967”, “Barcellona, Natale”, “Con i cugini davanti alla fabbrica” — come se ogni immagine fosse un pezzo d’anima dispersa tra le nevi del Nord o i cantieri del Mediterraneo.

Erano figli di un Sud che aveva sradicato intere famiglie per mandarle a reggere le impalcature del miracolo economico altrove. Assunta era rimasta. Senza scuola, senza marito, senza altro destino che quello di accudire figli non suoi, preparare minestre, stirare camicie, pulire fughe tra le piastrelle.

Non c’erano domeniche per lei né vacanze né fotografie sue nella casa. C’era il rumore del batticarne la domenica mattina, il profumo del basilico raccolto all’alba. Era come l'acqua nei tubi: necessaria, invisibile.

Eppure, nessuno in casa era cresciuto senza lei.

Era lei che teneva il bambino quando piangeva e i genitori erano troppo stanchi. Lei che puliva il sangue del primo ginocchio sbucciato, che scaldava il latte con la foglia d’alloro per calmare la tosse, che teneva il broncio quando i ragazzi facevano tardi ma si scioglieva a ogni bacio distratto.

Marco, da piccolo, credeva che Assunta fosse immortale. Una figura del presepe che restava sempre uguale, tra la madonna col bambino e il pastore col mantello. Solo più vera. Più presente.

Un giorno, al catechismo, disse alla suora che lui aveva due mamme. E quando la suora chiese: “Come due?”, Marco rispose:

— Una è mia madre. L’altra è quella che mi lava.

Assunta non seppe mai di quella frase. Ma se l’avesse saputa, non avrebbe riso.

L’amore non aveva nome. Aveva mani, gesti, odori.

Assunta era analfabeta. Non aveva mai messo piede in una scuola. Firmava con una croce e guardava con soggezione ogni documento ufficiale, come se potesse nascondere un inganno. Aveva imparato a memoria preghiere, proverbi, prescrizioni di saggezza popolare. Aveva un sapere non scritto, fatto di gesti, di ritmi, di stagioni.

Parlava una lingua sua, un miscuglio di dialetto arcaico, parole inventate, detti presi chissà dove, che faceva ridere Marco e le sue sorelle. Ma non era una risata di scherno. Era una risata che nasceva dal riconoscimento: quella lingua, pur diversa, era diventata loro. Un grammelot familiare, irripetibile fuori da casa. Tra i loro giochi preferiti trovare le esatte parole corrispondenti nell’italiano “dotto” di quella lingua che forse esisteva solo tra quelle quattro mura.

A tavola, le sorelle la imitavano, ridendo, una parodia affettuosa, mai crudele. Marco, invece, ascoltava con una specie di reverenza. Gli sembrava che in quella lingua si conservasse il suono dell’origine, qualcosa di sacro e infantile, come le litanie del Rosario cui spesso era costretto a partecipare.


venerdì 17 aprile 2026

Questa ruota è in fiamme [𝓇𝒶𝒸𝒸ℴ𝓃𝓉𝒾]

 


Sembrava un ordinario pomeriggio d’un tempo assuefatto alla catastrofe, ma un messaggio era destinato a scuoterlo. «Dobbiamo costruire una raccolta di racconti ispirati alla guerra. Ho pensato anche a te». La mia risposta interlocutoria (prendere tempo è da sempre il mio modo per sopravvivere): «Grazie! Ma ne sono all’altezza?»

Il criceto inizia a correre. Era un po’ che si era impigrito, creandosi una comfort zone, una sana dialettica pacificatrice in cui poter essere, ad esempio, un pacifista utopista ma anche un teorico della realpolitik. Povero criceto, degno figlio di “guerre umanitarie” e “capitalismi ben temperati”! Non immaginava come quella richiesta, apparentemente innocua, l’avrebbe strappato alla sua quiete. La ruota amata, odiata, gira. Guardo per l’ennesima volta la foto di una madre morta con i suoi due figli in un tentativo vano di fuga mentre tutto intorno c’è solo terra desolata, città di rovine. Mi sono costretto a guardarla in questi giorni, anche se ogni fibra del mio essere voleva voltarsi, fingere che fosse il fotogramma di un film. Mi ha riportato allo sgomento degli anni Novanta. Una donna anziana, già morta, a terra con accanto i resti della spesa, presa a calci da un soldato (l’ho conservata nel mio archivio cartaceo, senza avere più il coraggio di riprenderla). In quel feroce esperimento europeo che fu la guerra jugoslava, e che pare riemergere come un fantasma della nostra coscienza sporca in queste settimane. Dal disordinato ripostiglio della memoria escono fuori brandelli del mio tema di maturità sulla violenza (1985, era in corso la guerra Iran-Iraq, Hussein era il fedele vassallo dell’Occidente contro il medioevo sciita), costruito montando frammenti rubati a Fromm, che raccontava con dovizia di particolari raccapriccianti come il necrofilo venga affascinato da tutto ciò che è morto. Hitler, secondo molti testimoni, amava passeggiare tra i cadaveri in putrefazione. Una possibile declinazione, non propriamente filosofica, dell’essere-per-la-morte che avrebbe nutrito la stagione più tanatocentrica della storia umana.

  La nostra, mi dico, è tutta una società necrofila. Anche chi guarda (ci deve essere un sottile compiacimento nel contemplare l’orrore, altrimenti, come per i Greci, dovrebbe diventare “osceno” nel senso letterale) partecipa di questa pulsione umana, troppo umana.

* * *

Il racconto integrale si trova in Illegittima offesa (a cura di Antonio Martone), De Frede Editore, 2022).

Il titolo traduce una celebre canzone Dylan e Rick Danko, resa celebre dalla Bad: This Wheel's on Fire.

L'immagine della ruota in fiamme è un elemento centrale della visione profetica descritta nel libro di Ezechiele.


giovedì 16 aprile 2026

fede [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]

 

Marco aveva trentatré anni quando, in un mattino d’inverno, freddo e trasparente, decise di entrare in chiesa. Non lo fece per fede né per nostalgia ma per stanchezza. Una stanchezza profonda, che non aveva più nome né origine. Era una fatica dell’anima, come se ogni giorno si affacciasse a una finestra da cui non riusciva più a vedere nulla.

La porta si aprì con un cigolio. Un suono sommesso, quasi pudico. Marco entrò con passo esitante. Nell’aria stagnava odore di incenso e polvere antica. Sedette in fondo, su una panca screpolata, con il cappotto ancora addosso.

Il sacerdote celebrava la messa con gesti lenti, come chi conosce il valore di ogni pausa. C’erano pochi fedeli: una donna anziana che mormorava il rosario, un uomo in giacca lisa che fissava il pavimento, una coppia che si teneva per mano senza parlarsi. Marco non ascoltava davvero le parole. Ma qualcosa, nel tono sommesso del celebrante, nella cadenza ritmica della liturgia, lo colpì. Era come se il tempo, per un istante, si fosse slegato dalla sua corsa cieca e avesse ricominciato a respirare secondo un altro ritmo: più lento, più umano, più vero.

Sentì il cuore rallentare. Non era pace, non ancora. Ma un principio di quiete. Come quando, dopo una lunga salita, ci si ferma a riprendere fiato. E in quel fiato – un po’ più profondo, un po’ più caldo – si intuisce che si può ancora andare avanti. 

Mentre il sacerdote alzava l’ostia e il silenzio si faceva più denso, Marco sentì che qualcosa dentro di lui si incrinava. Un guscio invisibile, un’armatura fatta di ironia, di sospetto, di disillusione. Il cigolio della porta, l’odore di cera, il gesto lento delle mani consacranti avevano aperto un varco. E in quel varco, il tempo ricominciava a farsi preghiera. 

Uscì in silenzio, col cuore tremante. Quella sera, di fronte allo schermo del computer, Marco esitò. Non accese il modem. Cercò Maria. Le parlò. E solo dopo, nel silenzio della stanza, capì che la messa del mattino aveva agito in lui come una fenditura nella roccia: la luce non aveva ancora invaso tutto ma qualcosa si era incrinato.

Da quel giorno cominciò a cercare “spazi sacri” nel quotidiano. Si svegliava presto, pregava con parole confuse, spesso mutile. Lavorava con più attenzione. Mangiava con gratitudine. Tentava di amare Maria con meno inquietudine. Ma sapeva di essere instabile, fragile, scisso.


fallimento [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]

 

Marco aveva ventotto anni e un senso sordo di sconfitta che gli occupava il petto come una nebbia interna. Da un anno era sposato con Maria.

In attesa della sistemazione lavorativa, vivevano nella mansarda della grande casa di campagna, con il padre di lui e Assunta, la tata che viveva da tempo immemore insieme a loro. Tutto era ancora provvisorio. Solo i libri — quelli di Marco — sembravano avere un ordine e un senso.

Faceva supplenze saltuarie in una scuola paritaria. Ogni mese era una scommessa. Ogni domenica sera un conto alla rovescia. Gli studenti lo guardavano con un misto di rispetto e pietà: non era uno di quei professori vecchi e noiosi, nemmeno uno da ammirare. Aveva occhi stanchi e vestiti sempre un po’ sgualciti.

Il padre, fino a pochi mesi prima, era ancora “il Commendatore”. Proprietario di più aziende, uomo affabile in pubblico, temuto e stimato. Poi, tutto era crollato. L’ultima lettera della banca aveva sigillato la catastrofe. Dichiarazione di fallimento. Case ipotecate. Conti bloccati. Una vita intera ridotta a faldoni ingialliti in mano a un curatore fallimentare.

Quando Marco gli aveva chiesto, con la voce incerta:

«Ma papà… com’è potuto succedere?»

lui si era limitato a scuotere la testa, come se la domanda fosse una colpa.

Si sentiva stanco, Marco. Non per le ore di lezione né per i turni serali a dare ripetizioni. Per quel continuo senso di precarietà che ormai gli entrava nei sogni.

Il padre era seduto in cucina, con la tazzina vuota davanti e gli occhiali ancora appoggiati sulla fronte, come se non avesse avuto il coraggio di vederlo davvero. Aveva il volto affilato dal disonore e dalla stanchezza, ma lo sguardo, per un istante, fu duro. Come se, nonostante tutto, volesse ancora comandare.

Marco sedette in silenzio.

«Lo sai che abbiamo perso tutto?» disse piano, senza tono d’accusa. «Anche la casa. L’hai ipotecata senza dirci nulla.»

Il padre fece un gesto vago, come a scacciare un insetto invisibile.

«Era per salvare l’azienda.»

«Non hai salvato niente,» rispose Marco. «Hai solo allungato l’agonia. E mentito. A noi. A tutti.»

Il padre tacque. Poi, con voce ruvida:

«Non potevate capire.»

«No,» disse Marco, «non potevamo capire perché non hai mai voluto che capissimo. Ci hai trattati da bambini. E ora siamo qui, adulti a nostra insaputa, a pagare i tuoi debiti. I tuoi silenzi. Le tue ambiguità.»

Il padre si passò la mano sugli occhi. La voce gli tremava.

«Credi che io non soffra?»

Marco si piegò in avanti. Aveva le mani strette tra le ginocchia.