Destino è una parola che non compare più nei documenti ufficiali.
Elia la pronuncia mentalmente mentre aspetta il suo turno nella sala neutra dell’Edificio Orientamenti. Le sedie sono disposte a distanza regolare. Nessuno parla. Un pannello luminoso indica i tempi medi di ridefinizione.
Ha richiesto un colloquio umano.
Quando entra, la stanza è spoglia. Una scrivania, due sedie, una finestra opaca che non permette di vedere l’esterno. Di fronte a lui siede una donna senza insegne.
«In che modo posso aiutarla?» chiede.
La voce è calma, priva di inflessioni persuasive.
Elia cerca le parole. «Vorrei capire se esiste una differenza tra errore e deviazione.»
La donna prende appunti su carta, non su schermo. «Per il sistema la deviazione è uno scarto misurabile. L’errore implica un giudizio.»
«E per lei?»
Lei alza lo sguardo. «Per me l’errore è umano. La deviazione è statistica.»
Elia annuisce. «E il destino?»
La donna esita un istante. «Non utilizziamo quel termine.»
«Io sì.»
Silenzio.
«Che cosa intende quando lo dice?» domanda lei.
Elia osserva le proprie mani. «Intendo qualcosa che non coincide con ciò che mi viene assegnato. Una direzione che non deriva da un calcolo.»
«Potrebbe trattarsi di resistenza al cambiamento.»
«O di fedeltà a qualcosa che non so nominare.»
La donna chiude il taccuino. «Si sente disallineato?»
«Mi sento incompleto quando aderisco.»
Non c’è tensione nella stanza. Solo una lentezza che non rientra nei tempi medi indicati fuori.
«Il sistema tende a ridurre l’incertezza» dice lei. «Molti trovano sollievo in questo.»
«Io trovo vertigine.»
La parola resta sospesa tra loro.
«Non posso offrirle una categoria alternativa» conclude la donna. «Posso solo registrare la sua posizione.»
«E qual è la mia posizione?»
Lei lo guarda con una forma di attenzione non protocollare. «Sta cercando un senso che non sia già stato predisposto.»
Elia si alza. Non prova sollievo. Non prova opposizione. Avverte una nudità semplice.
Prima di uscire chiede: «Se il destino non esiste, perché continuo a sentirlo?»
La donna non risponde subito. Poi dice: «Forse perché non tutto ciò che conta è quantificabile.»
Fuori, il corridoio riprende il suo ritmo uniforme. Le sedie sono ancora alla stessa distanza. I tempi medi scorrono sul pannello.
Elia cammina senza consultare il terminale. Per la prima volta non cerca un grafico che lo rappresenti.
Si chiede se vivere significhi accettare una traiettoria assegnata o attraversare l’incertezza senza garanzia.
E mentre scende le scale, comprende che il suo smarrimento non è assenza di direzione.
È una domanda senza risposta chiamata senso.












