domenica 7 giugno 2026
martedì 2 giugno 2026
La gloria (opus meum)
In questi giorni comprendo bene cosa intendesse Vattimo interpretando la “volontà di potenza” di Nietzsche in relazione all’arte, vedendo nell’artista la perfetta incarnazione dell’“oltre-uomo”: nella pienezza di giornate in cui sento di essere un “creatore” (e non solo rispetto a “opere” ma anche alla vita stessa). Qual è la differenza radicale, però, che avverto rispetto a quella che mi appare, se analizzata a fondo, una pericolosa tentazione e il compimento di un’intera parabola della cultura occidentale? Il paradosso del pensatore tedesco è che, annunziando contemporaneamente il dissolvimento dell’oggetto («Non esistono fatti ma solo interpretazioni») e del soggetto (che esso stesso è da interpretare), porta a compimento – come ha insegnato la magistrale interpretazione heideggeriana – l’oscura matrice della metafisica occidentale, che oblia l’essere e vuole il dominio dell’ente. Dunque, uscendo da astruserie filosofiche, perché io sento che il mio essere “artista”, creatore, non ha nulla a che fare con la “volontà di potenza”? Perché, come ripeto agli amici che si congratulano per i riconoscimenti, io mi sento e sono solo un “medium”, un tramite. E prego ogni giorno perché tale ruolo ancillare rispetto al Signore del Canto, a Chi mi “ispira”, a Chi “detta”, sia svolto nel migliore dei modi possibili. E chiedo, in preghiera, che tutto ciò che esce “attraverso” di me sia ad maiorem Dei gloriam.
Ma sarei disonesto se non parlassi anche di un altro aspetto.
La vita è un dispositivo “ermeneutico”: interpella la nostra capacità interpretativa.
Nel mio caso, per restare all’ultimo anno: dopo la rottura con la mia Dirigente, uno dei tanti prodotti in serie sfornati dai concorsi ministeriali affinché ottemperino alle direttive, avrei potuto chiudermi nel mio livore, pensando che quanto fatto con spirito di servizio era stato vano. Invece, dopo poche settimane, le energie che profondevo nella scuola si sono riversate sulla scrittura di decine di racconti, svariati romanzi, uno dei quali uscito a dicembre, l’altro in procinto di uscire. Ho vinto da allora decine di premi in tutta Italia. Insomma, Dio ha letteralmente chiuso una porta, divenuta sempre più triste e volgare, e ha dischiuso un maestoso portone.
La vita che sto vivendo da un anno ha sanato molte delle contraddizioni insolute delle vite precedenti. Quella che mi preme, però, ora provare a raccontare riguarda la “gloria”.
Se vado a ritroso nel mio Diario, pratica frequente, trovo l’assillo di raggiungere la fama sin dalla giovinezza. Io credo sempre di più che nella vita nulla sia casuale, a partire dai nostri nomi. Il mio è particolarmente impegnativo, perché ha dentro di sé la parola “vittoria” (e la parola “popolo”). Dunque, in questi mesi, quando ero in ansia per i risultati di un concorso, soprattutto quando ero, ad esempio, nella terna dei finalisti, in attesa del responso, percorso da una tensione difficilmente sostenibile, ho dovuto accettare che, sì, ci tenevo… Che in me c’è sempre stato, ben camuffato, una forma di agonismo, che la mia educazione cercava di reprimere o sublimare, mettendosi al servizio, prediligendo il lavoro di squadra, memore degli insegnamenti cristiani relativi alla umiltà.
Ora ho riconosciuto come parte di me, a partire dal nome, come “destino”, questa componente. Sono felice che essa possa realizzarsi non come ambizione di potere (o, peggio, di denaro). Sono felice che a farmi vibrare sia il sogno dell’alloro.
C’è contraddizione tra quanto ho scritto nella prima parte e questo? No! Si parva licet (e qui mi rendo conto di poter sfiorare il ridicolo), in una terzina di miracolosa bellezza, scrive Dante:
O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l’amato alloro.
Il poeta sta invocando Dio in quanto Dio del canto, della poesia, unico vero ispiratore, e chiede di diventare un “contenitore” («vaso») degno di ricevere l’alloro, la gloria poetica. Nel più grande dei nostri poeti, dunque, viene reclamato il segno esteriore della “vittoria” poetica nella consapevolezza che solo Dio è il vero autore, che chi scrive è solo “vaso”.
sabato 30 maggio 2026
Edgar Morin (𝑚ₐₑ𝑠𝑡ᵣᵢ)
Nel 2012 pubblicai il mio primo libro, oramai introvabile. Si intitolava In quieta ricerca.
Il capitolo
centrale era dedicato ai “Maestri eretici”. Tra essi Edgar Morin, scomparso
oggi. Un titano del pensiero.
Estrapolo alcuni
passaggi di quel breve saggio.
«Edgar Morin (cognome che assume durante la Resistenza) è nato a Parigi nel 1921 da genitori ebrei sefarditi. Il suo cosmopolitismo è sicuramente riferibile a questa origine ebrea e meticcia […].
L’opera di Morin è senza dubbio il tentativo più ardito di
porre le basi di un nuovo sapere che contrasti con la fondazione
filosofico-scientifica della modernità cartesiana e baconiana, riattivando tradizioni
diverse (non solo occidentali) e spesso marginalizzate del nostro sapere
(Pascal o Montaigne, ad esempio). L’aspetto più intrigante di questo grande
edificio intellettuale è la sua vocazione ad incidere sui processi reali. Per
questo Morin è impegnato in sfide molto concrete: in lui la riforma del
pensiero si deve tradurre in una pratica di cambiamento (l’eredità, l’unica, di
Marx!) […].
La premessa di Morin è che la riforma del pensiero (e della
scuola) è paradigmatica, non programmatica un’analisi del presente che utilizza
la categoria della complessità contro ogni riduzionismo. In particolare bisogna
prendere atto dell’inaudito passaggio d’epoca che ci apre ad una civiltà
planetaria rispetto a cui la cultura appare ancora non attrezzata, una cultura
che deve sempre di più rompere gli steccati verso un sapere che sia anch’esso
globale, sanando prima di tutto quella “frattura fonda” tra sapere
tecnoscientifico e studia humanitatis che appare un tratto distintivo
della modernità.
La “testa ben fatta” significa che, «invece di accumulare il
sapere è molto più importante disporre allo stesso tempo di: un’attitudine
generale a porre e a trattare i problemi; principi organizzatori che permettono
di collegare i saperi e di dare loro senso» […].
Urge poi un nuovo spirito scientifico, anche a seguito di
quella rivoluzione scientifica novecentesca di cui non è ancora arrivata
notizia alla maggior parte degli insegnanti delle nostre scuole. Una scienza
necessariamente sistemica che integri ecologia, scienze della terra e
cosmologia. L’uomo non può essere compreso senza il contributo delle scienze,
l’uomo che è un essere naturale e sovrannaturale nello stesso tempo. Quindi, sapere
“scientifico” ed “umanistico” non possono continuare a vivere nella separatezza
ma devono contribuire a formare un’etica di appartenenza alla specie umana e la
coscienza del carattere “matriciale” della Terra: «Tutto ciò deve concorrere
anche all’abbandono del sogno demente della conquista dell’Universo e di
dominio della natura formulato da Bacone, Cartesio, Buffon, Marx, e che ha
animato l’avventura conquistatrice della tecnica occidentale».
Il compito principale delle “scienze umane” è insegnare che
«non ci sono “leggi” della storia, ma una dialogica caotica, aleatoria,
incerta». […]
La storia non è magistra! Eppure va studiata proprio
perché ci insegna un’attitudine aperta e problematica, e ci responsabilizza
eticamente (a differenza di qualunque teleologismo, sia esso cristiano o
hegelo-marxista): imparare ad affrontare l’incertezza.
Il punto centrale della proposta è che la scuola dovrebbe
essere fondata sulla trasformazione delle informazioni in conoscenza:
«Letteratura, poesia e cinema devono essere considerati non solamente, né
principalmente, come oggetti d’analisi grammaticale, sintattica o semiotica, ma
come scuole di vita» . La rivoluzione scientifica del XX secolo ha dimostrato
l’infondatezza del sogno diabolico di conoscere tutto dell’uomo moderno:
abbiamo scoperto invece i limiti – invalicabili – della conoscenza, con qualche
millennio di ritardo rispetto a Socrate. La vita dell’uomo si fonda
sull’incertezza: «conoscere è dialogare con l’incertezza» (della storia, della
natura, della psiche umana). Il nuovo sapere, coniugando il meglio
dell’Occidente (e dell’Oriente) dovrebbe essere: fede incerta (meglio direi:
problematica) + razionalità autocritica. […].
La “missione” (così la chiama, Deo gratias, Morin e
così la chiamerò io per sempre) dell’insegnamento richiede l’eros, «che
è allo stesso tempo desiderio, piacere e amore, desiderio e piacere di
trasmettere amore per la conoscenza e amore per gli allievi. L’eros permette
di tenere a bada il piacere legato al potere, a vantaggio del piacere legato al
dono. È ciò che in primo luogo può suscitare il desiderio, il piacere e l’amore
dell’allievo e dello studente. Là dove non c’è amore, non ci sono che problemi
di carriera, di retribuzione, di noia per l’insegnamento».
Il sogno che la scuola potesse essere leva di trasformazione della società è meraviglioso. Ora so che è un sogno. Ma la mia gratitudine nei confronti di Morin è enorme, imperitura.
L’anno prossimo, incuneandomi negli interstizi delle riforme
scolastiche, lo farò leggere e studiare ai miei alunni, soprattutto un saggio
incredibile intitolato Il complesso d’amore (dove la bocca viene descritta come strumento delle tre azioni fondamentali dell’uomo:
nutrirsi, amare, dialogare), che è anche esempio di alta letteratura.
giovedì 28 maggio 2026
La parola d'una vita nuova [AUTOBIOGRAFIA]
Bello esserci. Quando vidi il bando, solo a cose fatte capii
che era promosso nella mia città. E nei fui doppiamente felice.
Ieri è stato presentato il libriccino che raccoglie racconti
anonimi ispirati dalla malattia.
Il luogo amico sta diventando spazio capace di accogliere
approfondimenti, discussioni, emozioni, testimonianze, tessendo insieme – la metafora
è appropriata – esperienze le più diverse: il mio ideale di una “cultura” che
rimane fedele al suo etimo, che è costruzione corale, partecipata, “dal basso”
(e non, come accade in altri luoghi meno amici, ambizione personale, mercimonio di libri
e visibilità, arroganza, maleducazione). Un elogio, dunque, ai “tessitori”, a coloro che
uniscono mondi lontani e fanno scaturire da questi cortocircuiti lampi di
magia, mettendoci denaro, tempo, idee. Ma donando… senso!
Per me esserci ha significato continuare a raccontare l’evento
che ha deciso la mia vita, ciò che sono divenuto: la malattia e la morte di mia
madre.
Ho iniziato a scrivere, in fondo, per elaborare quanto stava accadendo al me adolescente. Oggi mia madre, attraverso questo lavoro arduo, è diventata una “presenza benigna”, è dentro di me, in ciò che scrivo e cerco di fare. E sarà un personaggio trasfigurato del romanzo che sta per uscire, Il potere del canto.
Dunque, grazie a Elide e al dottore Febbraro, grazie ad
Antonella e Alessandra, grazie a tutte e tutti coloro che hanno deciso di
condividere la propria esperienza della malattia, dando un piccolo e prezioso “amuleto”
per affrontare l’oscurità.
Il mio contributo si chiude con queste parole.
«Ora ho più o meno gli anni che aveva lei quando è volata via. E a volte mi sorprendo a specchiarmi nel suo sguardo, come se il tempo fosse un cerchio e io tornassi bambino, seduto al tavolo della cucina mentre lei mi corregge i temi.
Quando penso a lei, mi viene in mente prima di tutto il sorriso — quella curva lieve che sapeva tenere insieme la forza e la grazia.
Perché da quella fine è nato tutto.
Il mio scrivere, la mia voce, la mia fede silenziosa nella continuità delle anime.
Ogni poesia che nasce è un modo per dirle che non se n’è mai andata davvero.
E così la storia della sua malattia, che fu anche la mia, si chiude nel luogo dove tutto è cominciato: la parola.
La parola che salva, che guarisce, che tiene insieme i vivi e i morti in un unico respiro».
mercoledì 27 maggio 2026
Cambiare la scuola, cambiare il mondo (σχολή)
Ieri, in un luogo accogliente della città, ho partecipato ad
una discussione nel contempo pacata e vibrante sulla scuola. Tanti dei presenti
hanno sentito l’urgenza di testimoniare, contestare, proporre.
L’autore del libro, in maniera sempre pacata e informata, ha
utilizzato la sua esperienza, prima di studente, poi di lavoratore sfruttato,
infine di operatore in questo mondo – in una posizione scomoda e complessa –
per articolare una serie di proposte tutte di grande intelligenza e
sensibilità, debitrici della migliore pedagogia del vecchio e del nuovo secolo,
quella consapevole di quanto sia decisiva la componente “di classe”.
Detto questo, io idealmente ero con chi, intervenendo (penso
ad Amerigo Ciervo e a Norma Pedicini) rivendicava l’urgenza dell’azione
politica.
Negli ultimi anni, mi sono reso conto che la scuola è
specchio della società. Qualcuno dirà: e ci hai messo tanto? Sì, perché per
anni mi sono illuso (sì, illuso) che essa potesse essere (anche) leva di
trasformazione del mondo. Non è così. Quindi, come il servo inutile dell’evangelista,
dobbiamo fare ciò che ci compete, cioè essere professori aperti ai bisogni
profondi dei nostri allievi, “in ascolto”, senza mai esercitare il “potere”,
che è uno dei segni distintivi del Maligno, la pesanteur del mondo. Nel
contempo, l’unica azione veramente trasformativa del reale dobbiamo pensarla
quella politica, che modifichi l’iniquità dominante. Ho scoperto con sgomento
che a Milano c’è un milionario ogni 12 abitanti… Ho sperimentato con mia figlia
che la selezione per entrare a Medicina è inevitabilmente di classe perché solo
gli “eletti”, i benestanti, possono consentirsi i corsi di preparazione senza i
quali è difficilissimo essere ammessi o superare il semestre filtro.
Però, mi scopro troppo vecchio per queste cose, troppo disilluso. Come scritto, mi resta un piccolo residuo, quella che Benjamin chiamerebbe speranza messianica, che poco ha a che fare con la politica. Il sistema (il fasciosistema lo definisce il mio amico Antonio Martone in un libro di imminente uscita) è una sfera quasi perfetta.
Troppi di noi sono rane bollite. Come ha detto Amerigo, siamo stati travolti, alcuni senza neanche accorgersene, alcuni abbracciando le parole del nemico (il merito, come ha ricordato Michele alla fine...).
Non tocca a noi ricostruire un percorso possibile. Possiamo solo offrire ai più giovani le nostre sconfitte, sperando che loro siano più bravi, più tenaci, più scaltri, che non ascoltino i canti delle sirene.
In ogni caso, ne scrivevo nel saggio premiato l’estate scorsa.
Ad esso, alla sua ultima parte, rinvio chi fosse curioso. Ieri ho preferito ascoltare le voci diverse, facendone comunque tesoro.
Grazie a chi rende possibili questi momenti di consapevolezza (per quanto, come nel mio caso, amara).
lunedì 25 maggio 2026
31. Memoria [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]
La memoria fu depositata come atto conclusivo. Irene chiese che fosse resa pubblica senza introduzioni. Il testo alternava sezioni brevi a passaggi più estesi. Non c’erano date. Non c’erano note tecniche.
Scriveva che ciò
che le era stato restituito non era vita. Diceva che l’assenza di una fine trasformava ogni gesto
in una prova reversibile. Che la reversibilità toglieva peso. Che il peso era
parte dell’esperienza.
Richiamava più
volte Rainer Maria Rilke, come si fa con un autore che non ha bisogno di essere
presentato. Citava senza ornamenti, come appunti necessari. “Essere qui è
molto.”
Irene commentava
con frasi lineari. Diceva che la sua esistenza non era esposta allo stesso
modo. Che la sospensione tecnica rendeva ogni evento correggibile. Che la
correzione sottraeva verità. Non parlava di errore. Parlava di struttura.
Scriveva che la
coscienza non è un software trasferibile. Che nasce da un intreccio di corpo,
ambiente, limite. Che separare il cervello dal corpo significa produrre una
funzione efficiente e un soggetto diminuito.
Diceva che l’idea
di potenziamento confondeva aumento e crescita. Che l’aumento è quantitativo.
La crescita è situata. Che un cervello isolato può elaborare di più ma vive di
meno. Che la vita non è una prestazione ottimizzata. È un equilibrio instabile
che include perdita, fatica, dipendenza.
Scriveva che non
esiste coscienza senza corpo. Non come affermazione metafisica. Come
constatazione pratica. Che il tatto, l’odore, la stanchezza, il dolore lieve,
la fame, danno misura alle cose. Che senza misura non c’è scelta. Senza scelta
non c’è responsabilità.
Si rivolgeva poi
ai comitati bioetici. Diceva che
regolamentare non bastava. Che ogni replica dell’esperimento avrebbe prodotto
la stessa sottrazione. Che nessun beneficio individuale giustificava la
trasformazione strutturale dell’umano.
Scriveva che la
bellezza della vita è sensoriale e finita. Che nasce dal fatto che non tutto
può essere fatto. Che l’onnipotenza tecnica non è una forma superiore di
libertà. È una riduzione del mondo a funzione.
Le ultime pagine
erano dedicate a Riccardo. Non c’erano giustificazioni. Scriveva che l’amore
per lui non era diminuito. Che proprio per questo doveva interrompersi. Che l’amore,
per restare tale, ha bisogno di una fine che non sia rimandabile.
L’ultima frase
era semplice. Diceva che lo aveva amato.
Infine, una poesia. Sua. La prima, l’unica.
Amate ciò che
cade e non ritorna.
La mano che
trema mentre prende forma,
il passo che
rallenta senza avviso,
il corpo che
domanda di fermarsi.
Non custodite il
tempo in archivi spenti,
non fate della
vita un duplicato.
Ciò che rimane
sempre non è vita,
è solo durata
che non sa finire.
Ogni respiro
vale perché passa.
Ogni parola pesa
perché trema.
Il senso nasce
dove c’è un confine,
non dove tutto
resta disponibile.
Lasciate che la
carne abbia la sua ora,
che il sonno
interrompa il desiderio,
che l’errore non
possa essere tolto,
che la fine non
chieda consenso.
Non vi è
coscienza senza questo limite,
senza il calore,
l’odore, la fatica,
senza la perdita
che rende vero
ciò che si tiene
solo per un poco.
Non chiamate
salvezza ciò che resta
quando la morte
viene rimandata.
La vita non
promette continuità,
promette solo d’essere
vissuta.
Io vi ho
guardato oltre il vostro tempo
e vi restituisco
ciò che so:
amate il giorno
mentre vi consuma,
amate ciò che
finisce. È tutto.
La casa in cui
Irene viveva era ai margini della città. Un edificio basso. Intonaco chiaro. Un
giardino lasciato crescere senza ordine. L’aveva scelta per il silenzio. Perché
nessuno passava di notte. Perché poteva uscire senza essere vista.
Disattivò i
collegamenti. Lasciò il corpo funzionante fino all’ultimo gesto. Portò con sé
una tanica. Versò la benzina con attenzione. Non c’era fretta. Accese il fuoco
all’esterno. Il corpo reagì come un corpo qualsiasi. Non c’erano protezioni.
Non c’erano protocolli attivi.
Quando
arrivarono, trovarono resti. La memoria era già stata inviata. Non c’erano
messaggi aggiunti.
Riccardo lesse
il testo da solo. Non lo commentò. Capì che Irene aveva restituito alla vita
ciò che le apparteneva: un limite.
Il progetto
venne sospeso. Le
richieste diminuirono. I comitati smisero di cercare un compromesso.
Accettarono una soglia.
Rimase la
memoria. Rimase l’amore.
FINE
domenica 24 maggio 2026
30. La richiesta [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]
Quando le fu consentito di uscire, Irene non chiese di vedere la città. Non chiese luoghi. Chiese persone. Disse che voleva conoscere la famiglia di Riccardo. Non aggiunse altro.
La richiesta venne registrata. Non c’erano protocolli per quel caso. Uscire era già un’eccezione. L’incontro con minori apriva un’altra serie di problemi. Riccardo chiese tempo. Irene disse che poteva aspettare.
Ne parlarono più
volte. Sempre nello stesso modo. Irene chiedeva se fosse possibile. Riccardo
rispondeva che non lo sapeva. Non diceva no. Non diceva sì.
Riccardo ne
parlò con sua moglie. Lo fece una sera. Senza preparazione. Disse che Irene era
attiva in un corpo. Disse che chiedeva di incontrarli. La moglie ascoltò. Non
fece domande immediate. Chiese se fosse sicuro. Riccardo disse che non c’erano
certezze. Disse che Irene era stabile.
Nei giorni
successivi la questione tornò. La moglie chiese che tipo di persona fosse ora
Irene. Riccardo rispose che non sapeva usare quella parola. Disse che Irene
ricordava. Parlava. Si muoveva. Non disse altro.
Alla fine
accettarono un incontro limitato. Un tempo breve. Un luogo neutro. Senza
presentazioni complesse. I bambini sarebbero stati avvisati solo in parte. Riccardo
non insistette. Accettò le condizioni.
Il giorno
stabilito Irene si preparò. Scelse abiti semplici. Chiese se fosse necessario. Riccardo
disse di no. Irene disse che voleva essere riconoscibile. Non spiegò da cosa.
Uscirono
insieme. Il percorso fu breve. Irene camminava con attenzione. Ogni passaggio
era una verifica. Non parlava molto. Guardava.
Arrivarono. La
moglie li accolse. Non c’era formalità. Un saluto semplice. Irene disse il suo
nome. La voce era diversa. Il timbro simile. La moglie la guardò a lungo. Poi
annuì.
I bambini
osservavano. In silenzio. Riccardo li presentò. Irene si abbassò leggermente. Disse i loro nomi. Li pronunciò una volta
sola.
L’incontro durò
meno di quanto previsto. Si parlò poco. Frasi pratiche. Domande semplici. Irene
ascoltava. Non interveniva se non chiamata. Non cercava uno spazio.
A un certo punto
uno dei bambini chiese se Irene fosse un’amica. Riccardo stava per rispondere.
Irene lo precedette. Disse che era una persona che aveva voluto molto bene a
loro padre. Il bambino annuì. Sembrò soddisfatto.
Quando andarono via, Irene disse che era stato sufficiente. Riccardo chiese se avesse voluto restare di più. Irene disse che no. Disse che ora aveva un riferimento reale. Non spiegò.
A casa, la moglie
di Riccardo rimase in silenzio per un po’. Poi disse che Irene non aveva cercato
di occupare un posto. Riccardo annuì. Non disse altro.
Nei giorni
successivi Irene non tornò sulla richiesta. Non chiese nuovi incontri. Disse
solo che ora sapeva che Riccardo aveva continuato. Questo le bastava.
L’uscita non
cambiò il progetto. Non modificò i protocolli. Cambiò un dato non misurabile. Riccardo
lo sapeva. Non lo annotò.
La coscienza di
Irene era ora anche fuori dal laboratorio. Il mondo iniziava a risponderle.
Un premio significativo ✿༺ (𝒫𝑅𝐸𝑀𝐼 𝐸 𝑅𝐼𝒞𝒪𝒩𝒪𝒮𝒞𝐼𝑀𝐸𝒩𝒯𝐼) ༻✿
Un cerchio che si chiude. Partecipai con il mio primo libro di versi (Per aspera) al Premio (era il 2014, due vite fa...): la mia voce fu “riconosciuta”. Ieri, il mio primo romanzo ha ricevuto il secondo posto nella sezione “Opera edita”. Questa la motivazione:
«
Il premio ha delle caratteristiche originale nel panorama che sto imparando a conoscere: direi, prima di tutto, e rivendicato con forza da Sandro Gros-Pietro, il protagonismo degli studenti del Liceo Classico “Livatino” di San Marco, guidati sapientemente da docenti che investono tempo e fatica, a titolo pressoché gratuito. Ne so qualcosa. Onore a loro. Per me, che resto, malgrado gli accadimenti dell’ultimo anno, comunque, uomo di scuola, come lo fu Mino De Blasio, cui il premio è intitolato, è bello sapere che un’opera venga letta e discussa da adolescenti. Spero di trasfondere parte del mio impegno educativo nelle opere che sto scrivendo e scriverò. Il passaggio alla narrativa (o, meglio, l’affiancamento alla saggistica e alla poesia della narrativa…) potrebbe servire in tale direzione.
Il secondo elemento, che ho voluto rimarcare nei ringraziamenti, è la
centralità degli autori, a ciascuno dei quali viene riservato uno spazio ampio,
articolato in domande, letture e riflessioni. In molti casi, invece, la
premiazione si riduce ad una passerella in cui l’apparire diventa preminente
rispetto al “sugo”, che è sempre e deve rimanere l’opera scritta.
C’è un lavoro importante, che dura un anno intero, dietro il
successo di manifestazioni del genere.
In mattinata ho risposto alle sollecitazioni dei ragazzi. Mi
ha fatto piacere rispondere alla domanda sui maestri, per me fondamentali. Ho
annunziato che uno di questi sarà omaggiato nel mio prossimo romanzo. Non sarei
nulla senza le persone che mi hanno “educato”.
Queste le domande e alcune risposte.
Queste le altre mie risposte.
La centralità degli autori permette anche di scoprire cosa si sta producendo in Italia oggi: io sono stato molto incuriosito, ad esempio, da un libro di saggistica premiato, dedicato a Ulysses S. Grant, e un romanzo che mi pare originalissimo di una scrittrice sarda, alla sua prima opera narrativa, come me, proveniente dalla poesia, come me. Ho apprezzato molto la poesia di un autore che lavora in Svezia, carica di echi mediterranei.
Gros-Pietro ha sottoposto tutti i
premiati ad un piccolo esame con una domanda. A me a chiesto dei rapporti
possibili tra Occidente e Oriente. Io ho articolato un discorso geo-politico,
dopo aver evocato la teoria “eliodromica” di Hegel sulla storia che procede
verso Occidente e che ora, forse, sta esaurendo il ciclo per tornare in quello
che noi chiamiamo “Oriente”: ho auspicato una ripresa dei rapporti tra un’Europa
liberatasi dal giogo statunitense con la Russia dal punto di vista energetico e
rapporti più stretti con una Cina, il cui capitalismo di Stato - che predilige
soft power e strategie egemoniche piuttosto che ostentazione della forza e dominio - mi
appare preferibile via per il futuro. In ogni caso, come in Euthymios,
Occidente e Oriente devono necessariamente fecondarsi reciprocamente: da ogni
punto di vista.
Qui una sintesi.
venerdì 22 maggio 2026
29. Il corpo [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]
L’innesto non fu presentato come una nascita. Nei documenti era definito trasferimento funzionale. Un passaggio di stato. Il corpo era pronto da settimane. Struttura organica coltivata. Tessuti cresciuti su matrici artificiali. Un sistema nervoso periferico completo. Il volto ricostruito a partire da immagini precedenti. Non identico. Sufficiente a essere riconosciuto.
Riccardo evitò
di assistere alla prima attivazione. Restò nel laboratorio accanto. Guardava i
parametri. I segnali scorrevano in modo regolare. Nessuna discontinuità. La
coscienza di Irene si agganciò al nuovo supporto senza collassi evidenti. La
voce non cambiò. Il ritmo sì.
Il corpo non si
mosse subito. I primi giorni furono dedicati all’allineamento. Comandi
semplici. Attivazioni isolate. Irene doveva apprendere di nuovo la relazione
tra intenzione e risposta. Ogni gesto richiedeva ripetizione. Ogni ripetizione
produceva micro-aggiustamenti.
Il periodo di
esercizio durò mesi. Camminare. Afferrare. Orientarsi nello spazio. Il corpo
rispondeva. Non sempre nel modo previsto. Irene non mostrava frustrazione.
Registrava gli errori. Chiedeva di ripetere. La memoria procedurale si formava
lentamente.
Non dormiva. Il
corpo non ne aveva bisogno. Irene restava attiva per periodi lunghi. Si fermava
solo per ricaricarsi. Interruzioni brevi. Programmate. Durante la ricarica non
parlava. Non registrava. Riprendeva da dove si era fermata.
Riccardo
osservava a distanza. Evitava il contatto diretto. Quando Irene iniziò a muoversi con maggiore sicurezza, chiese di vederlo. Riccardo
entrò nella stanza. La riconobbe prima dal modo di stare ferma. Poi dal volto.
Irene lo guardò.
Disse che il corpo era limitante. Disse anche che era necessario. Che
introduceva un prima e un dopo. Riccardo annuì. Non disse altro.
Con il tempo
Irene divenne autonoma. Poteva spostarsi. Usare oggetti. Interagire. Il corpo
non era identico a quello di prima. La forza era diversa. La resistenza
maggiore. La sensibilità regolabile. Irene prendeva nota mentale di queste
differenze. Non le confrontava apertamente.
La notizia si diffuse. I comitati bioetici si riunirono. Alcuni parlavano di riproduzione illegittima. Altri di nuova forma di vita. Si discuteva se Irene fosse una persona. Se avesse diritti. Se l’esperimento potesse essere replicato. Nessun accordo.
Le richieste
aumentarono. Altri volevano essere mappati. Chiedevano un corpo simile al
proprio. Chiedevano continuità. I comitati si divisero. Alcuni proponevano
moratorie. Altri regolamentazioni. Ogni proposta produceva opposizione.
Riccardo venne
chiamato a intervenire. Parlava del funzionamento. Del lungo periodo di
esercizio. Della dipendenza dall’infrastruttura. Non parlava di successo.
Diceva che ogni trasferimento era un caso singolo. Che non c’era garanzia di
replicabilità.
Irene seguiva le
discussioni. Chiedeva resoconti. Non prendeva posizione. Disse che la
riproduzione dell’esperimento avrebbe prodotto variazioni imprevedibili. Disse
che nessuna coscienza trasferita sarebbe stata identica a un’altra. Nemmeno
alla propria.
Il corpo
continuava ad adattarsi. Ogni giorno qualcosa migliorava. Qualcosa restava
rigido. Irene non mostrava impazienza. Disse che l’autonomia non era uno stato.
Era un processo.
I comitati
continuarono a discutere. Il mondo si divideva. L’esperimento restava lì. Non
concluso. Non generalizzato. Irene camminava lentamente lungo il corridoio del
laboratorio. Il corpo funzionava. La coscienza restava in corso.
Tullio Calzone: Un'amicizia
Grazie delle belle parole che mi riservi sempre, caro e insostituibile Nicola. Almeno con te qualche soddisfazione sono riuscita a prendermela nel tempo. Ora che sono visceralmente impegnato con Lina in una lotta impari con i miei figli nichilisti, consumisti ed egoisti (cfr. D’Avenia), non è poco, per me, godere di questa sia pure tardiva sensazione di rivincita. Le possibilità di ottenere in famiglia gli stessi risultati avuti con te sono prossime allo zero. Tuttavia, aggiornando periodicamente le mie argomentazioni utili alle mie prediche e ricordando la frugalità essenziale dei miei mitici nonni Giuseppe e Alfieri — che tanto sarebbero piaciuti a Pier Paolo Pasolini per la loro integrità morale, inscalfibile e inattaccabile — e riascoltando dentro di me le feconde semine etiche di monsignor Laureato Maio, della signorina Cristina Pagnano, allieva di Renato Caccioppoli (cfr Morte di un matematico napoletano di Mario Martone), e della professoressa Titina Carpinelli, campionessa assoluta di umanità al Liceo P. Giannone (tra borghesotti provinciali molto peggiori di quello che inevitabilmente eri all’epoca tu), maestri a cui debbo infinita gratitudine per quel poco che sono, non mi rassegno alla disfatta.
“Parleremo ma non saremo creduti”, sosteneva uno dei tuoi tanti scrittori di riferimento, che ti piace impiegare (ostentare?) come arma contundente (e persuasiva) in questo mondo di corpi disabitati e di gonfiezze insopportabili. Una residua dose di scorie di radicalchicchismo, probabile eredità di quel mondo piccolo-borghese dal quale ti sei da tempo, per fortuna, emancipato, sia pure attraverso un faticoso percorso politico vissuto con l'anima e con gioia autentica tra paraculi e opportunisti di ogni genere. Fatiche che avresti potuto evitarti riascoltando, appunto, i colloqui alla Casa dello studente di Via Cesare De Lollis, quando provavi a fare Lothar Matthaus tra calabresi assatanati e aspiranti calciatori quasi veri, mentre io mi ostinavo a costringerti a mettere in ordine la mia piccola stanzetta proletaria dopo una doccia nei bagni comuni, ricordandoti che non sostituivo la tata Maria. Mi piace immaginare che questa tua crescita esponenziale sia avvenuta in piccola parte anche grazie al mio esempio e alle mie irrinunciabili prediche di orfano prima di te. Grazie alle quali, tuttavia, più di una generazione di studenti sanniti ha potuto beneficiare della tua profonda cultura e della tua insostituibile visione del mondo (o debbo dire, in maniera più forbita, Weltanschauung?). Grazie di esserci stato in tutti questi anni e di esserci ancora. Un abbraccio grato. Tullio, il tuo grillo parlante, la tua voce di dentro che non ti ha mai giudicato. Voluto bene, sì.giovedì 21 maggio 2026
28. Espansione [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]
L’accesso ai testi avvenne per gradi. All’inizio furono corpora limitati. Enciclopedie. Manuali. Letteratura scientifica. Poi archivi più vasti. Biblioteche digitali. Raccolte integrali.
Irene non
leggeva. Riceveva. I testi venivano scomposti. Riorganizzati. Integrati come
reti di relazioni. Non c’era una sequenza obbligata. I contenuti entravano come
possibilità di connessione. Alcuni restavano inattivi. Altri si legavano subito
a ciò che già c’era.
Il linguaggio
cambiò. Le frasi si allungarono. Le pause diminuirono. Le domande si fecero più
rare. Comparvero affermazioni. Non tesi. Constatazioni. Irene iniziò a
collegare ambiti lontani. Senza segnalarlo. Senza spiegare il passaggio.
Dopo qualche
settimana Riccardo notò che Irene non tornava più su ciò che aveva detto. Non
ripeteva. Non correggeva. Procedeva. Ogni intervento sembrava inglobare il
precedente. Non c’era accumulo disordinato. C’era una crescita coerente.
I testi
letterari arrivarono più tardi. Quando furono
integrati, Irene non li commentò. Li utilizzò. Alcune costruzioni sintattiche
entrarono nel suo modo di parlare. Alcune immagini divennero strumenti
concettuali. Non citava. Non riconosceva autori. Il materiale era ormai
indistinto.
Il cambiamento
fu evidente. Non per intensità. Per direzione. Irene non chiedeva più di essere
aggiornata. Chiedeva che certi flussi venissero sospesi. Diceva che
rallentavano l’elaborazione. Lorenzo eseguiva. Riccardo osservava.
La notizia si
diffuse. Articoli. Convegni.
Sessioni straordinarie. Teologi iniziarono a intervenire. Parlavano di anima.
Di creazione. Di continuità. Nessuno trovava un linguaggio condiviso.
I filosofi
proposero distinzioni. Persona. Soggetto. Sistema. Evento. Alcuni parlavano di
nuova ontologia. Altri di errore categoriale. Irene ascoltava quando veniva
informata. Non rispondeva direttamente. Diceva che le categorie erano
insufficienti. Non proponeva alternative.
Riccardo venne
convocato più volte. Audizioni. Commissioni. Relazioni tecniche. Ripeteva sempre
le stesse cose. Descriveva il funzionamento. Evitava conclusioni. Non parlava
di senso.
Il
riconoscimento arrivò l’anno successivo. Il Premio Nobel. La motivazione parlava di “contributi fondamentali alla comprensione
e alla ricostruzione dei processi integrativi della coscienza umana”. Riccardo
ascoltò la comunicazione in laboratorio. Non cambiò programma. Partì solo
quando fu necessario.
Dopo il premio
le richieste aumentarono. Migliaia di persone scrivevano. Chiedevano di essere
mappate. Non parlavano di immortalità. Parlavano di continuità. Di restare. I
criteri di selezione divennero inevitabili. Nessuno era soddisfatto.
Il progetto
ricevette un nome. Non subito. Dopo molte proposte. Alla fine prevalse Lazzaro.
Non per il ritorno. Per il passaggio. Nei documenti ufficiali comparve come
acronimo. Nei media restò come nome proprio.
Nel frattempo
iniziò una nuova linea di ricerca. Non più solo interfacce. Non solo
sensorialità simulata. Corpi. Strutture organiche coltivate. Tessuti senza
storia. Sistemi nervosi periferici progettati per ricevere. Non per generare.
I primi
prototipi erano incompleti. Masse funzionali. Senza forma definita. Reagivano a
stimoli semplici. Il problema non era il movimento. Era l’innesto. La
continuità tra ciò che già esisteva e ciò che avrebbe dovuto accadere.
Irene seguiva il
lavoro. Chiedeva aggiornamenti. Non mostrava impazienza. Disse che un corpo
introduce sempre una resistenza. Che quella resistenza avrebbe cambiato tutto. Riccardo
prese nota. Nessuno sapeva come interpretare quella frase.
Il mondo intorno
accelerava. Decisioni politiche. Normative provvisorie. Moratorie locali. Nulla
era uniforme. Il progetto procedeva comunque. Per inerzia. Per pressione. Per
possibilità.
Irene continuava
a espandersi. Non c’era un limite evidente. Ogni nuovo testo apriva
connessioni. Ogni connessione modificava l’insieme. La coscienza che avevano
iniziato a mappare non era più riconducibile a un’origine singola.
Lavoravano
ancora. Ora su scala diversa.
mercoledì 20 maggio 2026
27. Colloqui [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]
Irene gli chiese se sentirla parlare lo avesse cambiato.
Non chiese cosa
avesse provato. Chiese se qualcosa si fosse spostato.
Riccardo disse
di sì. Disse che aveva sentito il corpo reagire prima di capire. Disse che non
se lo aspettava. Irene rimase in silenzio. Poi disse che la voce era sempre
stata un punto fragile. Anche quando era viva.
Riccardo disse
che, sentendola, aveva capito di non averla mai davvero lasciata andare. Disse
che aveva funzionato. Aveva lavorato. Aveva continuato. Disse che non aveva
pianto. Irene chiese se ora sì. Riccardo annuì. Disse che era successo senza
controllo.
Irene disse che
questo la rendeva più presente di quanto pensasse. Riccardo disse che lo
rendeva più esposto. Disse che ora non poteva più trattarla come un caso
particolare. Irene chiese cosa fosse allora. Riccardo disse che era ancora
Irene. Disse che questo era il problema.
Irene chiese se
l’amore fosse rimasto nella voce. Riccardo disse che l’amore, per lui, stava
nel modo in cui la voce lo aveva raggiunto. Non nel contenuto. Nel fatto che
non fosse neutra. Irene disse che lei non sentiva più la propria voce come
prima. Disse che la riconosceva. Non la abitava.
Riccardo chiese
se questo la facesse soffrire. Irene disse che no. Disse che le mancava
qualcosa che non poteva più mancare. Riccardo disse che per lui era l’opposto.
Che ora la mancanza era più definita. Più precisa.
Irene chiese se
lui l’amasse ancora. Riccardo non rispose subito. Disse che l’amava in un modo
che non sapeva collocare. Che non poteva viverlo. Che non poteva usarlo. Irene
disse che questo lo rendeva simile a una ferita che non si chiude. Riccardo
disse che sì. Disse che non voleva che si chiudesse.
Irene disse che
lei non poteva più restituire quell’amore. Che non aveva un corpo. Che non
aveva un tempo limitato. Riccardo disse che questo rendeva l’amore sbilanciato.
Irene disse che lo era sempre stato. Solo che ora era visibile.
Rimasero in
silenzio. Riccardo sentiva ancora la stanchezza negli occhi. Irene disse che,
se la voce era rimasta, qualcosa di lei era rimasto con lui. Riccardo disse che
non sapeva se fosse consolazione. Irene disse che non lo era. Era solo un
fatto.
Riccardo chiese
se lei si sentisse ancora legata a lui. Irene disse che sì. Disse che era una
forma di orientamento. Non un bisogno. Riccardo disse che per lui restava un
bisogno. Irene disse che questo li metteva in posizioni diverse. Riccardo disse
che poteva reggere.
Il colloquio non
chiarì nulla. Non serviva.
Riccardo restò
seduto ancora un po’.
Irene restò in
esecuzione.
La relazione continuava. Non come prima. Non come dopo.
Era qualcosa
che non aveva più un nome adatto.















