sabato 28 marzo 2026

39. Sogno [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


Dispersione: la casa gli dava questa impressione. Come se impercettibilmente le molecole che costituivano mattoni, assi di legno, rame e ferro battuto si stessero allentando per poi diffondersi nell’aria.

La casa non aveva un ingresso riconoscibile.

Elia vi entrรฒ da un lato che non ricordava di aver scelto. Le pareti erano bianche, troppo bianche. Ogni stanza conteneva un oggetto solo, disposto con una precisione che impediva di avvicinarsi davvero.

Nella prima stanza trovรฒ un secchio di rame. Non c’era acqua dentro. Guardando meglio, si accorse che non aveva fondo. La sollevรฒ appena: pesava come se fosse pieno. La lasciรฒ dov’era.

Nella stanza successiva, un volto enorme dipinto sul muro. La bocca era spalancata. Quando Elia si spostava, gli occhi non lo seguivano: era il contrario, era lui a finire sempre davanti a quello sguardo.

Proseguรฌ.

Un gatto attraversรฒ il corridoio, lento. Non entrรฒ in nessuna stanza. Non uscรฌ da nessuna stanza. A metร  del passaggio si fermรฒ e lo guardรฒ, poi si dissolse contro la parete.

Elia cercรฒ una porta per tornare indietro. Non la trovรฒ.

In una sala piรน ampia, una struttura di legno occupava il centro. Era una casa dentro la casa, piรน piccola, inclinata su un lato. Bussรฒ. Nessuno rispose. Provรฒ a spingerla: non si mosse. Ebbe la sensazione che, se fosse riuscito ad aprirla, avrebbe trovato un’altra stanza identica a quella in cui si trovava.

Non insistette.

Piรน avanti incontrรฒ un uomo seduto su una sedia troppo alta. Indossava un mantello che gli scendeva oltre i piedi. Il volto era nascosto da un cappuccio rigido, come scolpito.

«Scambi?» disse l’uomo.

Elia non capรฌ.

L’uomo tese una mano vuota.

«Non ho nulla», rispose Elia.

L’uomo rimase immobile. Poi abbassรฒ la mano e voltรฒ lentamente la testa verso il muro, come se qualcosa lo avesse chiamato da lรฌ.

Elia si allontanรฒ.

Le stanze cominciarono a ripetersi. Il secchio tornรฒ ma inclinato. Il mascherone era piรน piccolo. Il gatto passรฒ di nuovo, questa volta senza fermarsi.

In fondo al corridoio, una figura in piedi accanto a una finestra.

Era un cavallo. Non un animale vivo: una figura rigida, come intagliata, con gli occhi fissi e le zampe immobili. Eppure occupava lo spazio con una presenza che impediva il passaggio.

Elia esitรฒ.

Il cavallo non si mosse. Non si sarebbe mosso. Capรฌ che non era un ostacolo: era una soglia.

Passรฒ accanto, trattenendo il respiro.

Dall’altra parte, la casa cambiava.

Le stanze erano piรน strette, le pareti piรน vicine. Le porte si aprivano su altre porte, senza interruzione. Ogni volta che attraversava una soglia, aveva la sensazione di averne mancata una.

Sentรฌ una voce, ma non proveniva da un punto preciso.

«Passo o sto.»

Si fermรฒ. La voce non si ripetรฉ. Proseguรฌ.

Alla fine del corridoio c’era un uomo in uniforme. Stava immobile, con un fucile puntato verso il pavimento. Non sembrava attendere, nรฉ vigilare. Era giร  lรฌ da prima.

Elia rallentรฒ.

L’uomo sollevรฒ il fucile con un gesto netto.

Elia aprรฌ la bocca per parlare, ma non trovรฒ parole che avessero senso in quel luogo.

Non sentรฌ dolore. Cadde senza rumore.


venerdรฌ 27 marzo 2026

"Platone. Una storia d'amore" di Matteo Nucci (I)

 

«Spesso ci si dimentica di dare a ciรฒ che ascoltiamo o leggiamo l’attenzione che รจ necessario dare». 

Ho dedicato a questo libro diversi giorni e anche pezzi di notti e di albe. Con trasporto “erotico”, immersivamente, empaticamente.

L’essenziale ama nascondersi. ฮบฯฯฯ€ฯ„ฮตฯƒฮธฮฑฮน ฯ†ฮนฮปฮตแฟ–.

Mi sono trasferito nel libro: «sono entrato in un’altra dimensione».

«Chi non legge, a settant’anni avrร  vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrร  vissuto cinquemila anni: c’era quando Dantes evase dal carcere di If, quando Jean Valjean salvรฒ Cosette, quando Aristocle di Aristone non ebbe il coraggio di osare e cavalcare verso la sua vittoria. Perchรฉ la lettura รจ un’immortalitร  all’indietro». Parole giustamente celebri.

Altre vite da vivere, dunque, sempre con “eroico furore”. 

Questo fanno i grandi libri di narrativa, come il Platone di Nucci, nato come idea negli anni d’universitร , folgorati da un grande studioso di Platone (Gabriele Giannantoni) e da un inimicus Platonis d’eccezione (Friedrich Nietzsche), amante della tragedia, scritto in cinque anni, supervisionato da un eccellente studioso di filosofia (Riccardo Chiaradonna). 

Alla fine della lettura del libro si esce non piรน eruditi ma piรน complessi, piรน interrogativi, piรน inclini, nella dissipazione dei giorni, a porci domande essenziali.

Perchรฉ la filosofia, come ha ribadito in libri luminosi Pierre Hadot, รจ un modo di vivere, non una teoria.

Non proverรฒ neanche ad accennare a tutti i temi del libro, ai suoi easter egg.

Platone รจ il piรน grande filosofo di tutti i tempi. E lo dico anch’io da inimicus Platonis… Uno dei padri dell’Occidente. 

«La tradizione filosofica europea รจ che essa consiste in una serie di note a piรจ di pagina a Platone».

Platone ha formulato quasi tutte le grandi domande della metafisica occidentale, ha definito l’orizzonte della filosofia stessa. 

Il libro รจ difficile, come un viaggio dell’anima. Ma vale la pena fare il viaggio perchรฉ «sono difficili le cose belle». 

Nucci รจ uno scrittore “greco”. Sarebbe complesso da spiegarlo. Diciamo che vive nella tensione tra l’effimero e l’eterno, una tensione che deve rimanere irrisolta. Ovviamente. Per questo รจ lontanissimo dalla sensibilitร  “cristiana”, che tale tensione risolve. 

Che cos’รจ questo libro? Biografia ma anche autobiografia, Bildungsroman, ovviamente, romanzo storico ma anche prosimetro, con un gusto mai ostentato per la sperimentazione nell’uso dell’indiretto libero, di una forma razionalizzata di stream of consciousness, dei dialoghi immaginari, delle stesse vicende narrate a distanza di tempo, con l’inserto di lettere. 

Soprattutto รจ l’inveramento di un’intuizione del giovane Nietzsche: Platone รจ talmente complesso, abissalmente complesso, che si puรฒ solo scriverne una biografia. Dunque, una clamorosa ambizione quella di Nucci.

Poichรฉ la matrice del libro รจ nietzschiana, รจ evidente che in esso abbia tanta parte il sapere tragico. Credo di poter affermare che questo libro sia un ossimorico omaggio “tragico” al platonismo. Il Platone di Nucci diviene ciรฒ che รจ  attraverso enormi patimenti: ฯ€ฮฌฮธฮตฮน ฮผฮฌฮธฮฟฯ‚, come insegna l’Agamennone di Eschilo.

Ne emerge un Platone diverso da quello dei libri scolastici e universitari. Prima di tutto perchรฉ non vediamo un blocco monolitico ma un processo. Nucci ha il merito di farci vedere un uomo, con le sue contraddizioni, le sue svolte, le sue cadute, divenire un individuo capace di fondare una civiltร . Il Platone di Nucci modifica le sue prospettive sul mondo. 

Non vedremo solo il maestro di Aristotele ma la guida di due grandi filosofe, sconosciute ai piรน; non solo l’uomo capace di praticare autocontrollo delle passioni ma il melanconico afflitto da lunghe fasi di oscuritร , l’uomo che solo attraverso le tenebre arriva alla luce; non solo l’autore dei dialoghi ma colui che nelle opere letterarie  ha fatto ascoltare la sua vera voce di cigno.

Non a caso Nucci valorizza dei dialoghi platonici i “margini”, le pieghe, ad esempio gli incipit, o le digressioni o le descrizioni o i personaggi minori, come se Platone andasse letto non per quel che dice esplicitamente ma a partire da “sintomi” (in senso psicoanalitico) o lapsus. Bisogna cercare Platone oltre il Platone della vulgata, sotto il Platone scolastico, nonostante il Platone accademico. Perchรฉ Platone, per Nucci, รจ prima di tutto (e per sempre) un immenso scrittore, che trasfonde la sua ambizione giovanile nella filosofia, e diviene colui che sa comporre tragedia e commedia, vero poeta tragico che รจ anche poeta comico. E che รจ usa la scrittura come “terapia” o come “esorcismo” contro il dolore esistenziale (1. continua)

* * *

Il testo riscrive quanto detto nel corso della presentazione del libro presso la Libreria Guida di Benevento.



38. Apertura [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


L’esposizione non avveniva alla luce.

Elia lo comprese quando la membrana si aprรฌ senza rumore e lo lasciรฒ scorrere all’esterno. Non c’erano occhi nรฉ aria nรฉ direzioni come le aveva apprese. Solo una superficie densa, attraversata da impulsi.

Non possedeva un corpo definito. Era una trama mobile, capace di aderire e staccarsi. All’interno della colonia, ogni contatto produceva scambio. All’esterno, il contatto restava senza risposta.

Provรฒ a estendersi.

La sostanza attorno a lui non reagรฌ. Non respinse. Non accolse.

Registrรฒ variazioni minime, insufficienti a stabilire un orientamento.

Rientrรฒ parzialmente nella membrana. Gli altri continuavano a muoversi secondo sequenze condivise. Trasmissioni rapide, segnali coerenti.

Elia non riusciva a tradurre ciรฒ che aveva incontrato. Provรฒ a comunicare.

Emise una serie di impulsi, replicando schemi noti. La colonia rispose con correzioni. Allineamento richiesto. Riduzione dello scarto.

Elia interruppe.

Non sapeva piรน se l’errore fosse nell’esterno o nella sua capacitร  di interpretarlo.

Tornรฒ verso l’apertura.

Questa volta avanzรฒ piรน lentamente, riducendo la propria estensione. Cercรฒ di percepire senza reagire.

Qualcosa cambiรฒ.

Non un segnale. Una resistenza leggera, come una zona in cui la trasmissione perdeva intensitร .

Elia si fermรฒ.

Non aveva categorie per descrivere quel punto. Non era un limite. Non era un vuoto.

Era una variazione che non entrava nei codici. Provรฒ a sostarvi.

La sua struttura iniziรฒ a modificarsi, non per adattamento, ma per mancanza di istruzioni. Alcune parti si contrassero, altre si dispersero.

Avvertรฌ la possibilitร  di non rientrare.

Dalla colonia arrivรฒ un richiamo piรน netto. Sequenze correttive. Ritorno consigliato.

Eli non si mosse. 

Capรฌ che l’esposizione era restare dove non esistevano equivalenze.

Non poteva tradurre. Non poteva integrare. Poteva solo permanere in uno stato che non riconosceva.

Tentรฒ di definire ciรฒ che stava accadendo. Ogni definizione si dissolse prima di formarsi.

La colonia intensificรฒ il richiamo.

Elia iniziรฒ a ritirarsi. Attraversรฒ la membrana.

All’interno, tutto riprese coerenza. Gli impulsi tornarono leggibili. Le sequenze stabili.

Provรฒ a registrare l’esperienza. Non trovรฒ segni adeguati.

Rimase in quiete, mentre gli altri continuavano a scambiare senza interruzioni.

Capรฌ che ciรฒ che aveva incontrato non era un oggetto nรฉ un evento.

Era una condizione che non poteva essere condivisa.

E che, proprio per questo, non avrebbe avuto luogo nella memoria comune.

Restรฒ aderente alla colonia, senza piรน tentare di spiegare.

Con la percezione che fuori non ci fosse un altro spazio ma una zona in cui la comprensione smetteva di funzionare, lasciando aperta una forma di pura dispersione.


giovedรฌ 26 marzo 2026

37. Sentenza [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]


L’attraversamento del caso non seguiva una linea unica.

Elia sedeva in aula da ore. Il fascicolo era spesso, diviso in sezioni incompatibili. Una donna accusata di aver sottratto farmaci dall’ospedale pubblico. I registri indicavano prelievi irregolari. Le testimonianze dei colleghi parlavano di turni coperti, di silenzi condivisi.

Nel quartiere, invece, la chiamavano per nome.

«Ci ha salvati» aveva detto un uomo durante l’udienza. «Non avevamo accesso.»

I farmaci erano stati distribuiti senza autorizzazione, a pazienti fuori protocollo. Nessuna ricevuta. Nessuna tracciabilitร .

La legge era chiara.

Elia la conosceva a memoria. Poteva citarla senza consultare il codice.

Eppure, leggendo gli atti, avvertiva uno scarto. Non tra colpa e innocenza. Tra norma e ciรฒ che non rientrava nella norma.

Il pubblico ministero aveva costruito un’imputazione lineare. Appropriazione indebita. Violazione di procedure. Rischio sanitario.

La difesa parlava di necessitร . Di vuoti amministrativi. Di vite non contabilizzate.

Elia prendeva appunti. Parole precise. Articoli. Rimandi.

Nessuna parola riusciva a contenere il caso.

Durante la pausa uscรฌ nel corridoio. Le voci degli avvocati si sovrapponevano. Tutti sembravano sapere da quale lato stare.

Lui no.

Rientrรฒ in aula.

La donna lo guardรฒ per la prima volta. Non aveva aria di sfida ma una sorta di fiduciosa attesa.

Elia abbassรฒ lo sguardo.

Non cercava di capire se avesse fatto bene o male. Cercava un punto da cui giudicare.

Non lo trovava.

Se avesse applicato la norma, avrebbe condannato un comportamento che aveva prodotto effetti utili.

Se avesse assolto, avrebbe legittimato una violazione che altri avrebbero potuto usare senza limite.

Ogni decisione apriva conseguenze che non poteva prevedere.

Sentรฌ che il suo ruolo richiedeva una sicurezza che non possedeva.

Non era ignoranza del diritto.

Era mancanza di strumenti per tenere insieme ciรฒ che il caso teneva separato.

Rilesse l’ultima deposizione.

«Non potevo fare altrimenti.»

Non potevo.

Elia si chiese se quella frase descrivesse una necessitร  o una scelta.

Si rese conto che non sapeva distinguere.

Il cancelliere gli porse il codice. Elia non lo aprรฌ.

Per un istante comprese che il giudizio non era l’applicazione di una regola, ma un attraversamento di zone in cui la regola perdeva presa.

E che lui, in quelle zone, non aveva orientamento.

Si alzรฒ.

La sentenza andava pronunciata.

La voce uscรฌ ferma. Dentro, nessuna fermezza.

Mentre leggeva, ebbe la percezione che le parole non chiudessero il caso. Lo spostassero soltanto.

E che la sua decisione non fosse un punto di arrivo, ma un passaggio esposto, privo di garanzie.

Quando terminรฒ, il silenzio dell’aula non portรฒ sollievo.

Elia capรฌ che non aveva risolto nulla.

Aveva soltanto dato forma temporanea a qualcosa che restava aperto, instabile, sottratto a ogni definizione stabile.

Qualcosa che avrebbe continuato a muoversi oltre la sentenza.

Una zona senza appigli chiamata esposizione.


mercoledรฌ 25 marzo 2026

"Un fuoco grande. Bianca Garufi" di Marialaura Simeone

 


รˆ stata una lettura insieme leggera e concentrata, capace di scorrere e, nello stesso tempo, di depositarsi.

Un fuoco grande. Bianca Garufi di Marialaura Simeone elude le classificazioni consuete: biografia, saggio critico, autobiografia, prosimetro. Le attraversa, le contamina, le tiene in tensione. La scrittura ospita due istanze riconoscibili, che qui si possono nominare “apollinea” e “dionisiaca”: la prima orientata al logos, alla ricostruzione, alla chiarezza argomentativa; la seconda piรน esposta al flusso, al simbolo, alla risonanza poetica.

Un merito evidente dell’opera consiste nel riportare al centro Bianca Garufi, figura di forte intensitร  rimasta a lungo in una zona d’ombra. La sua vicenda si intreccia con quella di Cesare Pavese, di cui fu interlocutrice intellettuale e compagna, e con il quale scrisse Fuoco grande. Il libro restituisce una personalitร  complessa: partecipe della Resistenza romana, redattrice Einaudi negli anni cruciali del dopoguerra, traduttrice, scrittrice, poetessa, analista junghiana, tramite per la diffusione del pensiero di James Hillman in Italia. Una presenza che chiede di essere nominata, riletta, sottratta alla marginalitร  editoriale e critica.

Alcune pagine assumono un valore programmatico: la richiesta di attenzione per autrici rimaste ai margini, pur dotate di statura piena. Qui si riconosce con nettezza il polo apollineo della Simeone, impegnata da tempo in un lavoro di riemersione e di restituzione. La dimensione piรน incisiva del libro si colloca altrove, nel confronto con una duplicitร  interna che non cerca sintesi. Marialaura e Lala si affiancano, si osservano, si sfiorano, senza convergere in un punto unico. La scrittura registra questa distanza, la mantiene operante.

Il “regno delle Madri” viene evocato, circoscritto, avvicinato. L’accesso resta obliquo, come se la parola, pur spinta verso una zona limite, decidesse di sostare sul bordo. L’incompiutezza si rivela allora come forma attiva: non lacuna, piuttosto campo aperto, tensione che non si risolve. Il libro custodisce questo nucleo opaco, lo rende visibile senza esaurirlo, lasciandolo come possibile sviluppo ulteriore.

Nelle pagine piรน riuscite (e sono tante) Lala si intreccia con Bianca Garufi, fino a una quasi sovrapposizione. Il discorso si addentra nei territori del mito, della psicologia del profondo, dell’astrologia, dei tarocchi. Non come repertorio ornamentale, piuttosto come strumenti conoscitivi, dispositivi simbolici che ampliano la lettura dell’esperienza. La materia viene trattata con una serietร  che rifiuta sia l’atteggiamento liquidatorio sia la fascinazione superficiale.

Resta, con forza, l’impressione di una parola che scava e produce eco. La pagina bianca diventa spazio necessario perchรฉ il senso si espanda, si propaghi, ritorni. Il libro costruisce cosรฌ un ritmo di avanzamento e sospensione, di esposizione e risonanza.

Ciรฒ che rimane, in chi legge, รจ un riconoscimento del rischio assunto: entrare in una zona dove identitร , memoria, immaginario non si dispongono in ordine lineare. Un gesto di esposizione che non cerca protezioni e che affida alla scrittura il compito di tenere insieme le fratture senza ridurle.

Lala Simeone รจ una persona coraggiosa per la quale ho provato istintivamente grande stima per le scelte  che pertengono un’altra dimensione simbolica, qui (volutamente?) assente, quella del Padre. 

Ora posso ammirarne il coraggio di scrittrice che, finalmente, fatti i conti con alcuni nodi della propria esistenza, riconciliatasi con il proprio daimon, ha sciolto gli ormeggi e si lancia nel mare aperto della creazione. 


36. Terra incognita [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]


Il gesto gli restรฒ in mano quando la costa sparรฌ dietro la linea dell’acqua: Elia non seppe piรน a chi rivolgerlo. Aveva salutato senza convinzione, come si fa con qualcosa che non si pensa di perdere davvero. Poi la nave aveva preso vento e il mondo conosciuto si era ritirato in poche ore, senza lasciare appigli.

Nei giorni successivi imparรฒ a orientarsi in negativo. Le carte si interrompevano prima del punto in cui si trovavano. I nomi finivano, restavano margini bianchi. Il pilota parlava di correnti che nessuno aveva descritto. La bussola oscillava con una lentezza che metteva inquietudine. Elia sentiva insieme due spinte: una lo tirava indietro, verso ciรฒ che poteva essere detto; l’altra lo teneva fermo a prua, dove l’acqua apriva sempre qualcosa che non aveva ancora for-ma.

La prima terra apparve come una macchia scura, bassa. Non era nelle mappe. Non aveva un nome che potesse essere pronunciato a bordo. Sbarcarono all’alba, senza proclami. La sabbia era piรน fine di quanto avesse visto altrove. L’aria aveva un odore che non riusciva a scomporre. Ogni cosa sembrava vicina e insieme sottratta, come se lo spazio non bastasse a contenerla.

Elia avanzรฒ oltre gli altri. Non per coraggio, pensรฒ, ma perchรฉ restare indietro gli risultava piรน difficile. Ogni movimento produceva un leggero scarto: il suono dei piedi non coincideva con il ritmo del corpo, la luce non cadeva come si aspettava. Guardava gli alberi e non trovava categorie che li contenessero. Provรฒ a nominare, a ricondurre. Le parole si fermavano prima dell’oggetto.

Si accorse che quel vuoto non era solo mancanza. C’era un brivido netto, una specie di apertura. Non doveva rispondere a nessuna abitudine. Poteva guardare senza dover riconoscere. Questa libertร  lo attirava con la stessa forza con cui lo disorientava.

Dal limite della vegetazione uscรฌ una figura. Non si avvicinรฒ. Restรฒ a una certa lontananza, come se la misura fosse giร  stabilita. Elia alzรฒ la mano, ripetendo il gesto con cui si era congedato dal porto. Gli parve inadatto, eppure non ne aveva altri. La figura fece qualcosa di diverso, un movimento breve, preciso, che non corrispondeva a nulla che conoscesse.

Elia sentรฌ il desiderio di capire e, nello stesso tempo, la resistenza a ridurre quel luogo a qual-cosa di giร  noto. Ripetรฉ il proprio gesto. Non funzionรฒ. Provรฒ a imitarne uno altrui. Ne uscรฌ un movimento incerto, senza peso. Restarono cosรฌ, separati da una linea che non era solo di terra.

Alle spalle, la nave sembrava giร  lontana, come se appartenesse a un altro ordine. Davanti, la vegetazione non prometteva nulla che potesse essere previsto. Elia rimase tra le due direzioni, con il corpo leggermente inclinato in avanti e la mente che cercava di tornare indietro. Non riuscรฌ a scegliere. Avanzรฒ.

Non seppe dire se fosse entrato o se stesse perdendo il punto da cui era partito. In quell’avanzare c’era lo sgomento di non avere strumenti e una forma di esattezza che non aveva mai provato. Come se il mondo non gli chiedesse di essere riconosciuto, ma soltanto percorso, e il suo stare lรฌ non fosse altro che un attraversamento.


martedรฌ 24 marzo 2026

35. Passo [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


“Passo” era scritto sulla pietra, appena oltre il tornante.

Elia lo lesse quando la nebbia si aprรฌ per un momento. La parola era incisa con mano incerta. Non indicava una direzione. Non spiegava nulla.

Il sentiero saliva tra rocce scure. Piรน in alto, la strada si stringeva fino a diventare una fenditura tra due pareti. Non c’erano torri di guardia nรฉ stendardi. Solo vento.

Elia avanzรฒ.

Dopo pochi metri il terreno cambiรฒ consistenza. La ghiaia lasciรฒ posto a lastre piatte, consumate al centro. Segni di passaggio antico. Molti piedi. Sempre nello stesso punto.

Si fermรฒ.

Dal lato opposto della gola arrivava un suono metallico. Non un combattimento. Il battere regolare di qualcosa contro la pietra.

Proseguรฌ con cautela.

Dietro la curva trovรฒ un uomo seduto su uno sgabello basso. Aveva un martello e uno scalpello. Stava incidendo la stessa parola sulla roccia.

Passo.

L’uomo non si voltรฒ.

«Da quanto tempo lavori qui?» chiese Elia.

«Da quando hanno deciso di aprire il valico.»

«Chi?»

Il martello colpรฌ ancora la pietra.

«Quelli che passano.»

Elia osservรฒ il tratto di strada dietro l’uomo. Non proseguiva. Finiva contro una parete liscia.

«Questo non รจ un valico.»

«Lo diventerร .»

«Quando?»

L’uomo fece una pausa. Soffiรฒ via la polvere di pietra.

«Quando qualcuno riuscirร  ad attraversarlo.»

Elia guardรฒ di nuovo il sentiero alle sue spalle. La nebbia lo aveva giร  coperto.

«Nessuno รจ passato?» chiese.

«Molti.»

«E dove sono andati?»

L’uomo indicรฒ la parete davanti a loro.

«Lรฌ.»

Elia si avvicinรฒ. La roccia era segnata da graffi, urti, tentativi. Nessuna apertura.

Tornรฒ indietro di un passo.

«Perchรฉ continui a incidere quella parola?»

«Perchรฉ qualcuno deve pur segnare il punto.»

Il martello riprese a battere.

Passo.

Passo.

Passo.

Elia restรฒ fermo a osservare il muro. Non vedeva varchi. Non vedeva tracce di chi avrebbe attraversato.

Eppure il sentiero portava lรฌ con una precisione che non lasciava alternative.

Capรฌ che non si trovava davanti a una porta chiusa. Si trovava nel luogo in cui molti avevano deciso che una porta doveva esistere.

Il vento attraversรฒ la gola.

Alle sue spalle non c’era piรน il sentiero.

Davanti, la parete continuava a ricevere colpi regolari.

Elia si accorse di non sapere se il passo fosse quello inciso sulla pietra, quello che aveva fatto per arrivare fin lรฌ, o quello che avrebbe dovuto fare adesso senza sapere dove posarlo.

Restรฒ fermo, con il piede sospeso sopra la roccia, senza riuscire a trasformare l’esitazione in un gesto.


lunedรฌ 23 marzo 2026

34. Lezione [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]


“Naturale” era la parola che Elia pronunciava mentre scriveva alla lavagna.

La traccia del gesso restava netta, la voce scorreva con sicurezza. «รˆ naturale nell’uomo cercare il fondamento del proprio agire.»

Lo aveva detto molte volte. Poi si fermรฒ.

Si voltรฒ verso la classe. Gli studenti erano seduti, alcuni con lo sguardo fisso su di lui, altri su schermi che si accendevano e si spegnevano con movimenti rapidi delle dita. Quando Elia taceva, un brusio sottile attraversava l’aula, come un riflesso involontario.

«Che cosa intendiamo per naturale?» chiese.

Un ragazzo rispose: «Quello che viene spontaneo.»

Spontaneo.

Elia annuรฌ. Ripetรฉ la parola come se fosse nuova. Spontaneo rispetto a cosa?

Riprese la spiegazione. Parlรฒ di causa, di fine, di ordine. Le frasi si disponevano con coerenza. Dentro, qualcosa non si allineava.

Le parole uscivano come formule memorizzate. Non le sentiva piรน aderire alla realtร .

Gli studenti ascoltavano a tratti. Poi, appena la sua attenzione calava, le dita tornavano a scorrere sugli schermi. Sorrisi improvvisi, risate trattenute, commenti su immagini che lui non vedeva.

Elia ebbe l’impressione di non possedere piรน gli strumenti per tradurre quel codice.

Si chiese se qualcuno lo stesse seguendo o se stesse solo riempiendo un vuoto con parole antiche.

Uno studente domandรฒ: «Ma a cosa serve saperlo?»

Elia stava per rispondere, poi esitรฒ.

Ripensรฒ alle lezioni che ascoltava alla loro etร . Gli sembravano necessarie, inevitabili.

Ora avvertiva uno scarto. Non era disprezzo per i ragazzi. Era la sensazione che il tempo avesse cambiato asse senza avvisarlo.

Concluse la lezione con una domanda aperta.

«Che cosa vi appare naturale nella vostra vita?»

Silenzio.

Poi una risposta vaga, seguita dalla campanella.

I ragazzi uscirono rapidamente, giร  immersi in conversazioni che lo attraversavano senza includerlo.

Elia restรฒ solo.

Guardรฒ la parola alla lavagna.

Non sapeva piรน se la stesse difendendo o ripetendo per inerzia. Non sapeva se il suo linguaggio avesse ancora presa sul mondo o se fosse diventato un rito.

Non era la classe a essere altrove. Era lui a non riconoscere il punto in cui si trovava.

Nel corridoio le risate si allontanavano.

Camminรฒ verso l’uscita con la sensazione di abitare un’epoca che procedeva senza attendere il suo passo.


sabato 21 marzo 2026

33. Naufragio [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]


La smemoratezza arrivรฒ dopo il naufragio, come un dono imprevisto.

Elia si svegliรฒ sulla spiaggia con il sale sulle labbra e nessun nome da pronunciare. Ricordava il mare che si era alzato, il legno che cedeva, le voci spezzate. Poi sabbia.

Per giorni cercรฒ altri superstiti. Non trovรฒ nessuno.

L’isola non aveva sentieri nรฉ costruzioni. Solo una linea di palme, un’altura rocciosa, acqua dolce che scendeva da una fessura nella pietra.

All’inizio attese. Attese di sentire un richiamo, di dover rispondere a qualcuno, di essere chiamato per ruolo, per dovere, per errore.

Nessuno lo chiamรฒ. Con il passare dei giorni smise di contare.

Mangiava quando aveva fame. Dormiva quando la luce si spegneva. Si spogliava senza vergogna per attraversare l’acqua bassa. Si arrampicava sulle rocce per vedere cosa c’era oltre.

Non c’era oltre. L’isola bastava.

Elia scoprรฌ che non doveva essere coerente. Poteva costruire una capanna e abbandonarla il giorno dopo. Poteva esplorare la costa nord senza ragione. Poteva restare immobile a guardare il movimento delle onde.

Non doveva spiegare nulla.

A volte si sorprendeva a ridere senza motivo. Altre restava in silenzio per ore, ascoltando il vento tra le foglie.

Non ricordava piรน il suono della propria voce in mezzo ad altre.

Una mattina si rese conto che non stava piรน pensando a chi fosse stato prima. Non c’erano aspettative da deludere nรฉ ruoli da sostenere.

Si sentiva leggero. Forse per la prima volta.

Poi, un pomeriggio, mentre camminava lungo la riva sud, vide una linea scura all’orizzonte.

Una nave.

All’inizio non capรฌ cosa fosse. Il corpo lo capรฌ prima della mente: un ritorno possibile.

Si fermรฒ.

La nave avanzava lentamente, come se cercasse un approdo.

Elia avvertรฌ qualcosa che non era gioia.

Pensรฒ alla voce che avrebbe dovuto usare. Al nome che avrebbe dovuto pronunciare. Alle domande.

Chi sei. Da dove vieni. Che cosa รจ successo.

Non aveva risposte precise.

Non voleva averle.

Guardรฒ l’isola alle sue spalle. Le rocce, l’acqua, la capanna abbandonata.

Pensรฒ a dove potersi nascondere. Conosceva giร  una fenditura tra due massi, invisibile dalla riva.

Il cuore batteva forte, non per speranza. Per timore.

Se lo avessero trovato, lo avrebbero riportato dentro un ordine. Dentro una storia. Dentro un prima e un dopo.

Sulla spiaggia non era nessuno. E questo lo rendeva felice.

Capรฌ che la smemoratezza non era perdita. 

La nave si avvicinava.

Elia si voltรฒ e iniziรฒ a correre verso le rocce.

Non sapeva se stesse scegliendo la libertร  o la fuga.

Sapeva solo che non era pronto a tornare a essere qualcuno.

E che l’isola, con il suo silenzio senza giudizio, gli aveva insegnato una forma di felicitร  che nessun salvataggio avrebbe compreso.

Si nascose tra i massi. La nave gettรฒ l’ancora.

Elia trattenne il respiro.

Non era piรน certo che il mondo degli uomini fosse il suo luogo naturale.


venerdรฌ 20 marzo 2026

32. Memoria [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]



La versione ufficiale diceva che la cittร  non era cambiata.

Elia era sbarcato ad Amsterdam dopo mesi di viaggio. Canali ordinati, case strette e alte, finestre limpide come occhi vigili. Tutto sembrava esattamente come lo ricordava.

Eppure, camminando lungo il Singel, ebbe la sensazione di non riconoscere nessuno.

Un uomo lo salutรฒ con calore.

«Elia! Sei tornato.»

Elia sorrise per cortesia. Il volto dell’uomo non trovava posto nella memoria.

«Certo» rispose. «Sono tornato.»

L’altro parlava di affari lasciati in sospeso, di una cena promessa, di una lettera mai spedita.

Elia annuiva, cercando un dettaglio che facesse scattare il ricordo. Nulla.

Pensรฒ alla stanchezza del viaggio.

Raggiunse la casa che aveva affittato prima di partire. La porta si aprรฌ al primo colpo di chiave. All’interno, tutto era in ordine. Sul tavolo, una pipa che riconobbe come sua.

Dal piano superiore scese una donna.

«Credevo non tornassi piรน» disse.

Il tono era intimo, non esitante. Elia la guardรฒ.

Non la conosceva.

Ogni linea del volto gli era estranea. Eppure lei si avvicinรฒ con naturalezza, come chi ha condiviso giorni e notti.

«Il mare ti ha cambiato» osservรฒ.

Forse era vero.

«Abbiamo parlato ogni settimana» continuรฒ la donna. «Le tue lettere.»

Lettere. Elia ricordava di aver scritto durante il viaggio. Ma a chi? Chiese di vederne una.

La grafia era la sua. Le frasi parlavano di nostalgia, di ritorno, di promesse.

Non riconosceva l’uomo che le aveva scritte.

Uscรฌ di casa con il foglio in tasca.

Nei giorni seguenti incontrรฒ mercanti, vicini, membri della comunitร  ebraica. Tutti lo trattavano come una presenza familiare. Gli attribuivano opinioni, decisioni, affetti.

«Hai sempre sostenuto quella causa» disse un anziano.

Elia non ricordava quale causa.

Entrรฒ in una taverna sul Damrak. L’oste gli versรฒ birra senza chiedere.

«La solita» disse.

Elia guardรฒ il boccale. Forse il problema non era negli altri. Forse era nella sua memoria.

Si fermรฒ davanti a uno specchio nella sala.

Il volto riflesso era il suo. O cosรฌ sembrava.

Si chiese se fosse partito davvero mesi prima o se avesse attraversato qualcosa che aveva sottratto i contorni alle persone.

Non era amnesia completa. Era uno scarto sottile. I nomi non si legavano ai volti. Le storie non coincidevano con la sua percezione.

La cittร  continuava a funzionare con precisione mercantile. Le navi entravano nel porto, le merci cambiavano mani.

Solo lui restava fuori centro.

Una sera tornรฒ a casa. La donna lo attendeva accanto alla finestra.

«Non mi guardi piรน come prima» disse.

Elia non seppe replicare. Forse non aveva mai saputo guardare.

Si sdraiรฒ senza parlare.

Capรฌ che non era la cittร  ad aver mutato fisionomia. Era la sua capacitร  di riconoscere ad essersi incrinata. E che nessuna mappa, nessun registro commerciale, nessuna lettera firmata con il suo nome avrebbe potuto restituirgli ciรฒ che mancava.

Rimase sveglio nel buio, ascoltando il respiro accanto. Cercava un appiglio, un segno certo.

Trovava soltanto una crescente, silenziosa smemoratezza.




giovedรฌ 19 marzo 2026

31. Discrepanza [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


La realtร  arrivava sempre dopo il secondo whisky.

Elia lo aveva imparato nelle notti umide di Glasgow, quando il fiume Clyde sembrava trattenere piรน segreti che acqua. Lavorava come consulente occasionale per uno studio legale che difendeva uomini giร  colpevoli nell’opinione pubblica.

Non era investigatore. Non era avvocato. Leggeva fascicoli e cercava incongruenze.

Quella sera il dossier riguardava un ragazzo trovato morto in un parcheggio multipiano. Accoltellato. Nessun testimone affidabile. Troppe versioni.

Il padre del ragazzo aveva chiesto che qualcuno “guardasse meglio”.

Elia sedette in un pub di Finnieston con le fotografie davanti. Pioggia contro i vetri, neon intermittenti, voci basse.

Il barista gli versรฒ il secondo whisky senza chiedere.

Le immagini mostravano il corpo disteso, la giacca aperta, un tatuaggio celtico sul polso. Attorno, ombre indistinte.

Il rapporto di polizia parlava di rissa. I giornali di regolamento di conti. I vicini di cattive compagnie.

Elia cercava una crepa.

Ne trovรฒ una nel tempo dichiarato della morte. Una discrepanza di venti minuti.

Chiamรฒ l’avvocato.

«Non cambia nulla» rispose l’uomo. «La giuria vuole una storia semplice.»

Semplice.

Elia uscรฌ dal pub e camminรฒ verso il parcheggio. Le rampe spirali salivano come un’idea che non trova sbocco.

Al terzo piano si fermรฒ.

Provรฒ a ricostruire la scena. Il freddo tagliava la pelle. Le luci al neon tremavano.

Immaginรฒ il ragazzo lรฌ, vivo. Immaginรฒ l’aggressore. Non riusciva a far combaciare le versioni.

Un uomo comparve dalla rampa superiore.

«Non รจ il posto per curiosi» disse con accento ruvido.

«Non sono curioso» rispose Elia. «Sto cercando di capire.»

L’uomo rise piano.

«Capire รจ un lusso.»

Si allontanรฒ senza aggiungere altro.

Elia restรฒ solo.

Guardรฒ la cittร  oltre il parapetto. Luci arancioni, pioggia fine, taxi in movimento.

Si chiese se la realtร  fosse l’insieme dei fatti o la versione che regge meglio davanti a una giuria.

Non aveva prove sufficienti per ribaltare il caso. Solo un’impressione che qualcosa non tornasse.

Tornรฒ al pub. Il barista lo osservรฒ senza parlare.

«Ha trovato quello che cercava?» chiese infine.

Elia scosse il capo.

Non sapeva se il ragazzo fosse stato vittima o parte di qualcosa di piรน grande. Non sapeva se la discrepanza nei minuti fosse decisiva o irrilevante.

Sapeva solo che ogni storia sembrava chiedere un colpevole piรน che una veritร .

E che lui, con i suoi dubbi, risultava fuori posto in una cittร  che preferiva conclusioni nette.

Finรฌ il whisky.

La pioggia continuava a cadere come se nulla fosse in discussione.

Elia capรฌ che la realtร  non era ciรฒ che accade ma ciรฒ che si riesce a sostenere.

E che il suo problema non era l’oscuritร  del caso. Era l’incapacitร  di credere fino in fondo a una sola versione.


mercoledรฌ 18 marzo 2026

30. Espansione [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]


L’universo aveva iniziato a espandersi il lunedรฌ, secondo il bollettino.

Elia lo seppe dal notiziario del mattino, mentre versava il caffรจ. Un grafico semplice mostrava una curva in salita.

«Fenomeno lieve ma irreversibile» spiegava la voce. «Nessun allarme.»

Aprรฌ la finestra. Il palazzo di fronte sembrava alla stessa distanza di sempre. Forse un poco piรน lontano. O forse era suggestione.

Andรฒ al lavoro. In metropolitana le persone parlavano dell’espansione come di un aggiornamento stagionale.

«Si adegueranno le infrastrutture» diceva un uomo con la cravatta allentata.

«รˆ giร  tutto previsto» rispondeva una donna con le cuffie.

Elia ascoltava. Non riusciva a capire in che modo l’universo che si allargava potesse essere previsto.

In ufficio, il responsabile distribuรฌ un promemoria: Protocollo di adattamento allo scostamento cosmico. Le scrivanie sarebbero state distanziate progressivamente. Le riunioni ridotte.

«Nulla cambia nella sostanza» disse il responsabile. «Solo le proporzioni.»

Elia guardรฒ la stanza. Gli sembrรฒ che le pareti fossero appena piรน distanti.

A pranzo uscรฌ in strada. Le insegne oscillavano. Le ombre parevano leggermente piรน lunghe del dovuto.

Chiamรฒ sua madre.

«Hai sentito?» chiese.

«Sรฌ. รˆ sempre stato cosรฌ. Solo che ora lo misurano.»

«E non ti preoccupa?»

«Di cosa dovrei preoccuparmi?»

Elia non seppe rispondere.

La sera, tornando a casa, notรฒ che il corridoio del suo palazzo sembrava piรน lungo. Le scale piรน ripide. Il pianerottolo piรน vuoto.

Accese la televisione.

Un esperto spiegava che l’espansione non avrebbe avuto effetti percepibili sulla vita quotidiana.

«Si tratta di variazioni infinitesimali» disse con un sorriso sereno.

Elia si sedette sul divano. Sentiva una distanza crescente tra lui e le cose. Non misurabile. Non verificabile.

Aprรฌ il frigo. La luce interna sembrรฒ impiegare un istante in piรน ad accendersi.

Forse era stanchezza.

Nei giorni seguenti le strade si fecero leggermente piรน larghe. Le conversazioni piรน rarefatte. Gli abbracci piรน brevi.

Nessuno sembrava turbato.

Un collega gli disse: «รˆ solo l’universo che fa il suo lavoro.»

Elia annuรฌ.

Provรฒ a immaginare il punto da cui tutto si allargava. Non riuscรฌ a collocarlo.

Si chiese se l’espansione fosse fuori di lui o dentro.

Se l’universo si dilatava, dove restava il centro?

Guardรฒ le mani. Erano lรฌ. Il tavolo era lรฌ. La stanza pure.

Eppure qualcosa si era spostato di pochi millimetri.

Non sapeva nominare quella sensazione. Non era paura. Non era meraviglia.

Era la percezione che le coordinate stessero scivolando senza rumore, e che nessuno volesse ammetterlo.

La televisione annunciรฒ che l’espansione era ormai stabile.

Elia spense.

Rimase seduto nel soggiorno leggermente piรน ampio.

Non capiva se fosse lui a diventare piรน piccolo o il resto a diventare piรน lontano.

Capiva solo che l’universo poteva allargarsi senza chiedere il suo consenso.

E che lui non aveva alcuno strumento per stabilire se stesse ancora al centro o giร  ai margini di qualcosa che continuava a chiamarsi realtร .


martedรฌ 17 marzo 2026

29. Prospettiva [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


L’estraneitร  non era nel palazzo ma nel modo in cui Elia lo attraversava.

Era arrivato a Firenze da pochi mesi, chiamato come copista presso la bottega di un umanista noto per le sue traduzioni dal greco. Sapeva l’ebraico, un poco di latino, abbastanza da essere utile e mai indispensabile.

La cittร  parlava una lingua rapida. Banchieri che discutevano di tassi e di salvezza dell’anima con lo stesso tono. Pittori che misuravano corpi con compassi sottili. Giovani che declamavano versi in piazza come se fossero sentenze.

Elia copiava manoscritti in una stanza alta, vicino a una finestra che dava su un cortile interno. Trascriveva parole sull’armonia del cosmo, sull’ordine delle proporzioni, sulla dignitร  dell’uomo.

Non capiva perchรฉ quelle frasi, cosรฌ sicure, gli producessero una lieve inquietudine.

Un pomeriggio l’umanista lo convocรฒ.

«Tu conosci le Scritture» disse. «Dimmi se questa traduzione rende il senso.»

Elia lesse il passo. Parlava di luce e di forma, di un mondo ordinato secondo numero.

«รˆ corretto» rispose.

«Corretto non basta» replicรฒ l’uomo. «Deve essere vero.»

Elia non seppe distinguere le due cose.

Nei giorni seguenti assistette a una disputa pubblica tra un frate e un filosofo. Si parlava di libero arbitrio, di grazia, di volontร .

Le parole si accavallavano. Gli argomenti si disponevano come colonne.

La folla annuiva a turno.

Elia ascoltava. Ogni posizione sembrava completa finchรฉ non interveniva la successiva.

Tornando verso la bottega, si fermรฒ davanti a un affresco in corso d’opera. Il pittore tracciava linee prospettiche per dare profonditร  alla scena.

«Senza centro non regge» disse l’artista, indicando il punto di fuga.

Elia guardรฒ la parete.

Si chiese quale fosse il punto di fuga della cittร .

Le proporzioni sembravano funzionare. I palazzi salivano con equilibrio. I conti tornavano.

Eppure, camminando tra quelle certezze, avvertiva di non appartenere del tutto a nessuna.

Non era abbastanza cristiano per i teologi. Non abbastanza greco per gli umanisti. Non abbastanza mercante per i banchieri.

Quando scriveva, la sua mano era precisa. Quando pensava, le categorie gli sfuggivano.

Una sera l’umanista gli mostrรฒ un nuovo trattato.

«L’uomo รจ misura di tutte le cose» lesse ad alta voce.

Elia annuรฌ, ma dentro sentรฌ uno scarto.

Misura rispetto a cosa?

Tornรฒ nella stanza dei manoscritti. La luce calava.

Guardรฒ le pagine allineate, le lettere regolari, la simmetria delle righe.

Tutto aveva una forma. Lui no.

Non sapeva se l’estraneitร  fosse un difetto o una condizione necessaria per vedere.

Sapeva solo che, in una cittร  che celebrava il centro, si muoveva come se mancasse il proprio.

E che le parole che copiava con tanta cura non riuscivano a offrirgli un punto stabile da cui guardare l’universo.