Nicola Sguera (il blog)
lunedì 27 aprile 2026
8. Cambiamenti [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]
domenica 26 aprile 2026
7. Prime avvisaglie [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]
Irene cominciò a stancarsi prima del solito. Non lo notò subito. Le giornate restavano piene. Le lezioni si tenevano. I ricevimenti continuavano. Preparava le lezioni la sera. Rileggeva i testi. Scriveva appunti brevi. Tutto sembrava procedere.
Solo alla sera,
rientrando, si sedeva senza togliersi il cappotto. Restava così per qualche
minuto. Non faceva nulla. Guardava davanti a sé. Poi si alzava. Appoggiava la
borsa. Andava in cucina. Riprendeva.
Il gesto si
ripeté. Non ogni giorno. Abbastanza spesso da diventare riconoscibile. Non lo
registrò come un cambiamento. Rimase un passaggio tra due fasi. Entrare.
Fermarsi. Riprendere.
Saltò una
lezione. Avvisò via mail. Scrisse poche righe. Nessuna spiegazione. Nessuna
formula di scuse. Tornò in aula la settimana dopo. Riprese dal punto in cui
aveva interrotto. Gli studenti non chiesero nulla. Lei nemmeno.
La preparazione
richiese più tempo. Le pagine scorrevano più lentamente. Tornava sugli stessi
passaggi. Segnava meno. Alcuni appunti restavano incompleti. Non li rivedeva.
Ridusse i
ricevimenti. Spostò alcuni incontri. Ne cancellò altri. Usò frasi brevi.
Comunicazioni essenziali. Non aprì conversazioni.
A casa lasciava
oggetti nei punti di passaggio. La borsa su una sedia. Il cappotto sul tavolo.
Un libro aperto senza segnalibro. Tornava a prenderli dopo. Non sempre nello
stesso giorno.
Riccardo osservò
la sequenza. Non la interruppe. Si adattò ai tempi. Anticipò alcuni gesti.
Preparò la cena prima. Lasciò spazio sul tavolo. Non chiese.
La stanchezza
non si dichiarava. Si distribuiva nella giornata. Modificava la durata delle
azioni. Non impediva. Riduceva.
Cominciò a
rimandare visite. Esami di controllo fissati da tempo. Appuntamenti presi e poi
spostati. Diceva che non era il momento. Diceva che aveva altro. Riccardo ascoltava.
Non insisteva. Annotava mentalmente le date mancate. Non le ricordava ad alta
voce.
Il corpo
cambiava in modo poco evidente. Dimagrì lentamente. I vestiti cadevano in modo
diverso. Il viso perse tono. Niente di netto. Nessun segno che imponesse attenzione.
Chi la vedeva ogni giorno non se ne accorgeva. Chi la incontrava di rado faceva
un commento rapido. Diceva che sembrava stanca. Irene annuiva. Cambiava
argomento.
Non controllava.
Non cercava conferme. Lo specchio restava uno strumento occasionale. L’immagine
rimaneva compatibile con quella di prima. Le variazioni non si imponevano.
Restavano distribuite, senza un punto che le rendesse evidenti.
In aula restava
in piedi meno a lungo. Si sedeva dietro la cattedra. Continuava a leggere.
Apriva il libro. Seguiva il testo con il dito. La voce era la stessa. Solo più
bassa. Non cercava di compensare. Quando doveva interrompersi, lo faceva senza
spiegazioni. Riprendeva poco dopo.
Gli studenti
registravano la variazione senza formularla. Il ritmo della lezione cambiava.
Le pause diventavano più frequenti. Nessuno le commentava. Si adattavano.
Scrivevano, aspettavano, riprendevano insieme a lei.
Irene ridusse
gli spostamenti. Evitava le scale quando possibile. Portava con sé meno cose.
Il tempo tra un’attività e l’altra si allungava. Non lo misurava. Si adeguava.
La sera
rientrava prima. Si fermava nel soggiorno, senza accendere subito le luci.
Restava seduta. Le mani ferme. Non cercava distrazioni. Non leggeva. Non usava
il telefono.
Segnali di vita [TᖇᗩᑕᑕE ᗪI ᑕᗩᗰᗰIᑎO]
Nel quarto tempo della mia vita, alla soglia dei sessant’anni,
malgrado la sopravvivenza di ampie zone infantili e adolescenti nella mia
psiche, ritengo di aver maturato non tanto certezze teoretiche, rispetto alle
quali, al contrario, ho imparato a sospendere il giudizio, quanto quelle che
Kant considererebbe indicazioni pratiche della ragione che guidano il mio
agire.
La più importante tra esse è che la vita, nella sua
interezza, è una “macchina di senso”.
Cerco di spiegarmi.
Credo che sia possibile dividere l’umanità in due grandi
famiglie “filosofiche”: coloro che ritengono il mondo privo di senso, congerie
casuale di accadimenti, figli legittimi di Democrito ed Epicuro, e chi, invece,
ritiene il mondo dotato di sensatezza e scopo.
Io appartengo, al principio dell’ultima stagione della mia
vita, a questa seconda famiglia, dopo essermi sentito a lungo parte della
prima.
Come indirizza tale appartenenza il nostro agire? Conferendo
“significato” ad ogni accadimento. Si badi: credere nel “senso” non significa
ritenere che tutto sia predestinato. Niente di più lontano dall’idea di
necessità. Significa, invece, che ad ogni vicenda che ci capita siamo chiamati
ad interpretare come se tale vicenda fosse un’indicazione stradale,
chiedendoci: «Che cosa mi sta dicendo la vita? Dove vuole che mi diriga?». Non
c’è un esito prestabilito: qui interviene la nostra libera scelta.
È possibile, dunque, rivedere ex post tutti gli snodi
fondamentali della nostra esistenza alla luce delle scelte che abbiamo fatto
rispetto a quanto ci è accaduto.
Si può dare senso a tutto? Non lo so… Non so se quanto ho
elaborato in questi anni reggerebbe ad una catastrofe estrema. In ogni caso, è
evidente che tale “fede” presuppone che questa vita sia solo un segmento, e non
necessariamente il più significativo, di un’esistenza più ampia e misteriosa,
rispetto a cui anche “catastrofi” spaventose, lutti inauditi potrebbero assumere
un senso.
* * *
Il disegno è mio, risalente al 1983 e probabilmente legato al viaggio in Sardegna. La colorazione è artificiale.
pandemia [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]
Marco aveva cinquantatré anni nei giorni in cui il
mondo, all’improvviso, sembrò arrestarsi. Le strade deserte, il silenzio
innaturale delle città, l’eco inquieta delle sirene che attraversavano la
notte. Ma soprattutto il senso di attesa e impotenza che si impadronì di tutti.
Come un tempo dilatato all’inverosimile, in cui ogni gesto – anche il più
semplice, come toccarsi il volto o aprire una finestra – sembrava carico di
un’intensità nuova, drammatica.
Si era chiuso in casa con la famiglia, seguendo con
diligenza ogni direttiva, ogni ordinanza. Aveva disinfettato le maniglie,
evitato le uscite, controllato compulsivamente le scorte in dispensa. Ma
dentro, qualcosa si agitava. Non era solo la paura – per sé, per gli altri, –
ma un senso più profondo di smarrimento, come se quel virus avesse scrostato la
patina delle abitudini, rivelando sotto una nudità spirituale che da tempo
cercava di ignorare.
Non si trattava solo di affrontare l’emergenza
sanitaria, ma di guardare in faccia il vuoto che la frenesia dei giorni aveva
sempre coperto. Ogni rumore sembrava amplificato. Ogni silenzio, una domanda.
Ogni giorno, un altare improvvisato per sacrificare il proprio orgoglio, le
proprie certezze, il proprio tempo. La casa diventò una cella e un santuario,
un luogo di costrizione ma anche di rivelazione. La routine crollata, gli orari
stravolti, le pareti come specchi che riflettevano la verità: non eravamo
pronti. Non lo eravamo mai stati.
Eppure, in quella sospensione surreale, iniziò anche
una metamorfosi. Marco tornò a guardare le cose lente, essenziali: la luce che
filtrava al mattino tra le tende, la voce di sua figlia che leggeva ad alta
voce, la preghiera recitata insieme, ogni sera, con voce incerta. Fu un ritorno
all’essenziale.
Anche la scuola si era fermata. O meglio: era
passata sullo schermo. Le videolezioni, i registri elettronici, le circolari
continue — come se bastasse mantenere in vita l’apparato burocratico per poter
dire che tutto era sotto controllo. Marco si era adattato in fretta, da bravo
insegnante coscienzioso: microfono, connessione, sfondo neutro, condivisione
dello schermo. Ma dietro quello sforzo organizzativo, dietro l’efficienza
apparente, vedeva altro. Vedeva volti stanchi, spesso oscurati. Vedeva lo
sguardo perso dei ragazzi, quando c’era. Sentiva l’imbarazzo del silenzio che
si prolungava dopo ogni domanda. E capiva che non era solo stanchezza: era
smarrimento. Era solitudine.
C’erano studenti che seguivano le lezioni dal letto,
altri che restavano zitti per ore, col microfono disattivato, immersi in chissà
quali pensieri. C’era chi non accendeva mai la videocamera, e chi la spegneva
di colpo, come per fuggire. Marco intuiva dietro ogni gesto un grido non
espresso. Il disagio di chi non aveva una stanza propria, di chi divideva un
unico dispositivo con fratelli e genitori, di chi viveva in case piccole, piene
di rumori e di tensione.
E si accorse, per la prima volta con tale
chiarezza, che la scuola non era solo trasmissione di contenuti ma una trama
invisibile fatta di gesti, di sguardi, di presenze. Era un corpo collettivo,
una comunità viva, che aveva bisogno di vicinanza, di contatto, di respiro. E
ora quel corpo era stato smembrato, disperso in tante isole solitarie.
Ogni mattina, davanti allo schermo, Marco si sentiva
un attore in un teatro vuoto. Continuava a parlare, a spiegare, a fare il suo
dovere. Dentro avvertiva un’inadeguatezza radicale. Come se ogni parola
detta online avesse perso una parte del suo peso specifico. L’aula vera, con i
suoi rumori, i suoi odori, le sue irregolarità, gli mancava come un organo
amputato. E con essa, gli mancavano anche gli imprevisti, gli occhi che si
illuminano, i silenzi carichi, le domande improvvise. Tutto ciò che rende viva
la scuola.
sabato 25 aprile 2026
06. Senza forma [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]
La domenica uscivano. Camminavano. Facevano la spesa. Sceglievano sempre lo stesso mercato. Conoscevano i banchi. Non parlavano con i venditori. Compravano ciò che serviva. Niente di più. Tornavano a casa. Sistemavano. Il pomeriggio passava senza programma.
A volte uno
leggeva. L’altro faceva altro. Stavano nella stessa stanza. Non interagivano.
La presenza non richiedeva scambi continui. Bastava che l’altro fosse lì.
Non avevano
rituali evidenti. Nessun giorno dedicato. Nessuna abitudine dichiarata. Le cose
accadevano perché erano già iniziate. Quando qualcosa cambiava, il cambiamento
restava implicito. Non veniva discusso subito. A volte non veniva discusso
affatto.
Dormivano nello
stesso letto. Condividevano lo spazio. Non parlavano prima di addormentarsi. A
volte Irene leggeva. Riccardo spegneva la luce. Il silenzio non aveva funzione.
Non serviva a chiarire. Restava. Era parte dell’assetto.
Le discussioni
erano rare. Quando avvenivano, riguardavano dettagli. Un appuntamento mancato.
Un oggetto spostato. Un orario cambiato senza dirlo. Non si allargavano. Si
chiudevano da sole. Nessuno teneva il conto. Nessuno tornava sopra.
La loro
relazione non aveva una forma dichiarata. Non veniva definita. Era una pratica.
Giorni che si susseguivano. Presenze che si sovrapponevano. L’effetto emergeva
nel tempo. Non in un momento preciso.
Non c’era stato
un passaggio riconoscibile. Nessuna decisione isolabile. Nessun gesto che potesse
essere indicato come origine. Le abitudini avevano preso il posto delle
intenzioni. Le giornate avevano costruito una continuità che non chiedeva
conferme.
Quando qualcuno
chiedeva da quanto stessero insieme, rispondevano in modo vago. Non per difesa.
La risposta non era pronta. La relazione non era iniziata in un punto netto.
Non aveva un prima chiaro. Continuava. Questo bastava.
Le domande
restavano spesso senza sviluppo. Non venivano riprese tra loro. Non si
trasformavano in conversazioni. Rimanevano esterne, come se riguardassero un
oggetto che non avevano mai deciso di nominare.
Si vedevano ogni
giorno, oppure quasi. Condividevano orari, spostamenti, pause. Alcuni gesti si
erano stabilizzati. Preparare il caffè, lasciare una luce accesa, occupare sempre
lo stesso lato del tavolo. Non erano segni intenzionali. Si ripetevano.
Non avevano
stabilito cosa aspettarsi. Non avevano escluso alternative. Non avevano
definito limiti. La relazione non si fondava su accordi espliciti. Si reggeva
sulla continuità delle presenze.
Quando uno dei
due si assentava, la casa cambiava ritmo. Non in modo evidente. Le stanze
rimanevano le stesse. Gli oggetti non si spostavano. Mancava una sequenza di
gesti. Si avvertiva nella durata delle cose, nei tempi morti, nella mancanza di
alcune azioni.
Il caffè restava
nella moka più a lungo. Nessuno lo versava subito. La tazza rimaneva pulita nel
pensile. Il tavolo non veniva liberato alla stessa ora. I piatti si
accumulavano senza ordine. Non era disordine. Era una sospensione.
La luce si
accendeva più tardi. A volte non veniva accesa affatto. Una stanza restava in
ombra. Non per scelta. Per omissione. Le porte restavano aperte o chiuse senza
un criterio riconoscibile.
Chi restava in
casa occupava meno spazio. Usava meno oggetti. Si spostava lungo percorsi
ridotti. Alcuni gesti venivano tralasciati. Non per decisione. Non si
presentavano.
Il letto
rimaneva metà vuoto. Le coperte non venivano sistemate allo stesso modo. Un
lato restava intatto. L’altro veniva rifatto senza precisione. La differenza
non veniva corretta.
Quando l’altro tornava, la sequenza riprendeva. Non tutta insieme. Alcuni gesti tornavano subito. Altri dopo. Non c’era un momento di riallineamento. La continuità si ricostruiva per gradi.
morte [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]
Marco aveva ventitré anni quando sua madre morì.
Quattro anni di malattia, di speranze a scadenza, di
silenzi sgretolati nei corridoi d’ospedale. Ogni visita era un esercizio di
finzione: parlare di cose lievi, fingere che tutto potesse tornare normale,
mentre il corpo si piegava, la voce si faceva sottile come carta velina, e gli
occhi – quegli occhi sempre vigili – cominciavano a spegnersi lentamente, come
lumi lasciati al vento.
Era morta di notte, in un reparto dove l’aria sapeva
di disinfettante e di resa. Marco era arrivato mezz’ora dopo. L’avevano
chiamato sul telefono fisso, la voce di una caposala gentile, allenata a
comunicare la morte senza ferire troppo. “Ci dispiace… è successo poco fa…” Non
c’era più niente da dire, eppure continuava a parlare dentro di sé.
La salma era stata già portata giù, nella camera
mortuaria. Lì Marco la guardò per l’ultima volta. Il viso scavato ma sereno, le
mani composte come in una preghiera senza parole. Nessun grido. Solo quel nodo
fermo tra gola e petto. Non toccò il corpo. Rimase a distanza, come si fa con
ciò che fa troppo male. Si sentiva al tempo stesso orfano e colpevole. Le
ultime settimane era andato meno, preso dagli esami, dalla stanchezza, dalla
paura. Ora avrebbe dato qualsiasi cosa per sedersi ancora accanto a lei, anche
in silenzio.
Uscì dall’ospedale che era ancora buio. Il padre non
parlava. Nessuno parlava. In macchina, durante il viaggio verso casa, Marco
fissava il finestrino: i fanali riflessi nei vetri, le case addormentate, i
crocifissi accesi nei tabacchi. Si sentiva svuotato, come se il lutto fosse una
pioggia sottile che non riusciva a bagnarlo davvero. Ogni tanto si chiedeva se
stava reagendo “bene”. Ma cosa voleva dire, esattamente?
Il giorno del funerale la chiesa era piena. Troppa
gente. Colleghi, ex allievi della madre, studenti, amici di famiglia. Alcuni
erano arrivati da lontano, si erano presi un giorno di ferie, avevano portato
fiori e parole accorate. C’erano quelli che l’avevano amata, sinceramente, e
quelli che amavano solo l’idea di esserci. Marco li guardava entrare uno a uno,
con sguardi bassi e volti contriti, e provava un senso crescente di vertigine.
Volti che non vedeva da anni, che ora piangevano
come se le fossero stati accanto ogni giorno. Come se avessero condiviso le
notti insonni, le visite in ospedale, i pomeriggi in cui lei non parlava più,
ma ascoltava tutto con gli occhi. Quel cordoglio gli sembrava eccessivo,
persino falso. Come se la morte avesse risvegliato in ognuno un bisogno
personale di piangere, e sua madre fosse diventata il pretesto. Un modo per
purificarsi, forse. Per lavarsi le mani in lacrime che non avevano conosciuto
la pazienza, la fatica, la carne malata. Marco si sentiva invaso, usurpato.
Avrebbe voluto gridare che il dolore non si condivide a caso, non si indossa
come un abito da cerimonia. Avrebbe voluto dire: “Non è vostra. Non vi
appartiene.” Ma taceva. Taceva e respirava piano, come per non scoppiare.
Durante la messa sedeva in prima fila, accanto al
padre che sembrava una statua: immobile, lo sguardo perso in un punto
imprecisato dell’altare. Marco lo osservava di sbieco, cercando un appiglio, un
gesto di cedimento che lo aiutasse a sentirsi meno solo. Ma suo padre era una
diga o forse una nave alla deriva.
Il sacerdote parlò a lungo. Pronunciò il nome della
madre con solennità, elencò le sue virtù, la dedizione, la forza, la fede.
Parlò del “dono della prova”, della “grazia nella sofferenza”. Disse che la sua
era stata una vita “spesa per gli altri”. Marco annuiva, ma dentro di sé si
contraeva. Sua madre era stata molte cose. Forte, sì. Ma anche fragile,
arrabbiata, ironica, stanca, luminosa. Aveva avuto paura. Aveva amato la vita.
Aveva anche pianto nel silenzio della cucina, quando pensava che nessuno la
vedesse. Nessuna delle parole pronunciate bastava. Tutto suonava distante,
scolorito.
venerdì 24 aprile 2026
L'odore del mondo [𝓇𝒶𝒸𝒸ℴ𝓃𝓉𝒾]
Aprì il sacchetto con i denti perché le dita tremavano. Tirò fuori un panino avvolto nella carta lucida e lo spezzò in due. Una metà se la infilò in tasca, l’altra la appoggiò sul muretto, vicino all’erba bassa che cresce ai piedi dell’Arco. Il pane sapeva di lievito acido.
Non passava quasi nessuno a
quell’ora. Lui restò fermo con il sacchetto in mano e lo sguardo inchiodato
alle venature del marmo. Fu colpito da una formella: l’imperatore con la mano
tesa sopra la folla. Pensò che forse stava offrendo un’elemosina: a loro, ai
piccoli in basso, scolpiti appena, le teste ovali, senza occhi. Un tempo lo
sapeva di certo, perché qualcuno — nelle ore che a scuola non passavano mai —
gliel’aveva spiegato. Ora, però, tutto si confondeva, come un vecchio film
proiettato su un muro sporco con le figure che tremano e si dissolvono, di
quelli che talvolta aveva visto nel suo quartiere di periferia in estate.
Aveva i capelli sporchi e un
giubbotto grigio sformato. La barba gli pizzicava la gola quando inghiottiva.
La mensa della Caritas apriva a
mezzogiorno. Fino ad allora camminava. Andava verso la chiesa. A volte entrava,
quando trovava la porta socchiusa. Si sedeva in fondo, al buio. L’odore qui era
diverso: polvere antica e calcare.
I colori erano quasi scomparsi:
solo tracce di ocra e di rosso ferroso, un frammento d’azzurro che pareva
muffa. Le figure, ridotte a silhouette, si sfaldavano nel calcare. Di un volto
restava l’ombra del naso, di una mano il contorno incerto. Gli parve che anche
lui, sotto quella volta corrosa, stesse scolorendo allo stesso modo: un
affresco a cui la vita aveva tolto il colore. Alla fine resta il muro nudo,
dopo che anche gli ultimi frammenti irrelati e insensati sono spariti.
La misericordia di Dio è infinita,
ma ha una pessima memoria. Così gli venne da pensare.
Aveva smesso di chiedere carità
ai passanti. In realtà non aveva mai cominciato. Sollevare la mano gli era
parso innaturale, come fosse il vecchio con il cane di un film in bianco e nero
visto da bambino in televisione. Preferiva, dunque, aspettare che i cestini
dell’ortofrutta rilasciassero gli scarti, o passare tardi vicino ai
distributori della stazione. Guardava i viaggiatori mettere le lattine nei
cestini. Ma non frugava in pubblico. Aspettava che calasse la sera. Qualche
anima generosa gli infilava in tasca cinque euro ogni tanto mentre era
appisolato su una panchina sulle panchine prospicienti la Villa Comunale.
Il corpo puzzava di alcool secco.
Lo sapeva e cercava di stare all’aperto. A volte si fermava sotto i portici, ma
l’odore lo seguiva, gli saliva dalle mani, dai vestiti, perfino dal respiro.
Non c’era modo di lavarlo via. E poi le docce gli facevano paura: la puzza di
piedi vecchi, il sapone condiviso, la condensa sugli specchi. La pelle nuda
davanti a sconosciuti: un’umiliazione che non riusciva ancora a sopportare. Il
vino gli aveva cambiato la pelle. Quando passava vicino a qualcuno, sentiva le
persone scostarsi appena, un gesto minimo ma netto, come si fa con la
sporcizia. Allora si allontanava anche lui, per evitare di leggere negli occhi
degli altri la conferma di ciò che era diventato. Restava fuori, dove il vento
mescolava gli odori e poteva illudersi di non avere più il suo.
La mattina seguente un addetto
del Comune lavava con la lancia il marciapiede vicino all’arco. L’acqua
sprigionava un odore di cloro e muffa che gli entrò nel naso. Gli ricordò il
magazzino dei detersivi del supermercato dove aveva lavorato sei anni. Poi il
conto andato fuori, il prelievo con la carta fino all’ultimo euro, la slot nel
bar con la moquette appiccicosa. Quando tornava al lavoro con la testa piena di
luci, sbagliava, perdeva le bolle.
Alla mensa, il profumo del sugo
copriva tutto. L’ingresso sapeva di umido e detersivo economico. Si metteva in
fila con gli altri. Nessuno parlava. Quando passava il vassoio gli venivano in
mente le mense scolastiche dei figli.
(in Bestiario delle città nascoste, Calligrafe mappe di stile, 2026)
miracolo [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]
Marco aveva trentasette anni quando sua figlia venne
alla luce. Non fu un parto normale né un inizio semplice. Ma fu l’inizio. O,
forse, il compimento.
Erano mesi che viveva sospeso tra l’attesa e la
preghiera. Ogni mattina si svegliava con un pensiero solo: resistere fino alla
fine. Maria era a Roma da settimane, seguita da medici esperti e accompagnata
da un’amica instancabile. Virginia, la figlia attesa, cresceva in un ventre già
provato, fragile ma capace di miracolo. Marco, rimasto in città per lavorare,
viveva come in una liturgia privata: lezioni, correzioni, messe del mattino,
digiuni. E ogni sera, la preghiera. L’unico momento in cui riusciva davvero a
tornare a sé.
Virginia venne al mondo con un cesareo programmato.
Marco era lì. Aveva fatto in tempo a raggiungerle, arrivando con il cuore in
gola e una preghiera silenziosa che non riusciva a mettere in parole. Era nel
corridoio, con il camice verde e le mani umide, quando la voce dei medici si
fece concitata. Un attimo prima, il silenzio teso dell’attesa. Un attimo dopo,
il fragore trattenuto dell’allarme.
La bambina era nata. Ma qualcosa non andava.
La vita, così a lungo attesa, così tenacemente voluta,
mostrò subito la sua ferita. Non ci fu tempo per la gioia né per la meraviglia.
Solo sguardi gravi, movimenti rapidi, termini tecnici sussurrati. Una
malformazione invisibile, sfuggita alle decine di ecografie, agli esami, alle
speranze. Una fenditura nascosta nel tratto vitale tra bocca e stomaco.
L’esofago di Virginia era interrotto. Non comunicava. Una diagnosi che Marco
non aveva mai sentito pronunciare prima, ma che gli si incise nella memoria
come un marchio.
Lo chiamarono davanti alla lastra. Il neonatologo,
con tono fermo ma compassionevole, gli mostrò la radiografia. «Dovremo operare
subito. È una condizione rara ma nota. Riusciamo a intervenire in tempo, ma…» —
lasciò in sospeso la frase, come se non esistesse modo elegante di dire ci sono
rischi, e non piccoli.
Marco ascoltava, ma era come se il suo corpo fosse
altrove. Il cuore batteva a vuoto, la bocca era secca. In un attimo, si trovò
proiettato in un mondo che non conosceva: fatto di incubatrici, aghi, termini
medici, orari di visite, protocolli di terapia intensiva. E sopra tutto, la
fragilità del corpo di sua figlia, così piccola, così immobile, così
incredibilmente viva nel suo lottare silenzioso.
Quando vide Virginia per la prima volta, era stesa
sotto una coperta termica, attaccata a tubi e monitor, gli occhi chiusi in uno
stato che sembrava un sonno profondo. Non poteva toccarla. Poteva solo
guardarla. E pregare.
Fu lì che capì cosa significava davvero essere
padre: firmare un foglio che autorizzava un altro uomo ad aprire il corpo di
tua figlia per salvarla, con tutti i rischi, i margini d’errore, le incognite
che questo comportava. Era il primo gesto d’amore assoluto, il primo atto di
una responsabilità che superava il linguaggio, il tempo, la paura.
E mentre lo firmava, con la mano che tremava e gli
occhi che bruciavano, pensò: Signore, se mi hai chiamato a questo, aiutami a
restare saldo. Fammi essere degno del dono che mi hai fatto.
Da quel momento, ogni gesto fu affidato alla scienza
e alla grazia. Marco firmò il consenso per l’intervento — il primo gesto da
padre, disse tra sé, mentre la mano tremava. Maria seppe la verità solo il
giorno dopo. L’accettò con una serenità che Marco non avrebbe mai sospettato, e
che riconobbe come fede.
La notte, solo, Marco pregava i salmi. Quelli dell’angoscia
e della fiducia. “In te mi rifugio, Signore…”. Ogni parola diventava carne,
ogni versetto un grido. Piangeva poco, ma dentro si sgretolava. Non era mai
stato così padre. Non era mai stato così figlio. Ricordava la morte della
propria madre, la caduta di suo padre nella malattia. Ora la prova toccava a
lui: essere saldo, esserci. Non per sé. Ma per una figlia che ancora non
conosceva la sua voce.
giovedì 23 aprile 2026
Il tiranno nel suo labirinto [𝓇𝒶𝒸𝒸ℴ𝓃𝓉𝒾]
Il soffitto è troppo alto, o forse sono io che mi sto rimpicciolendo per lasciare spazio a Loro. Le pareti trasudano il ronzio di mille orecchie incollate alla pietra. Non è una stanza, è un cranio. E io sono il pensiero che lo divora.
Il pavimento? Un groviglio di vene nere. Dicono siano mappe, ma io so la verità: sono i binari su cui scorre il disastro. Non indicano luoghi, perché i luoghi sono stati aboliti dalla mia onnipotenza. Indicano frequenze di collasso. Ogni linea è un nervo scoperto del mondo che io calpesto, avanti e indietro, per sentire il dolore delle province lontane sotto i miei talloni.
Sul tavolo – l’altare del mio delirio geometrico – ci sono i feticci. Ossa di santi morti per mano mia, vetri che hanno riflesso sguardi che ho spento, monete che non comprano nulla se non il silenzio. Li sposto. Un millimetro a sinistra e sento il crepitio delle ossa di un’intera generazione che si spezza oltre l’orizzonte. Mi hanno detto che funziona così. Chi me l’ha detto? Le voci che ho giustiziato? Forse.
Una pedina rossa cade. Sento l’odore della carne bruciata che sale dalle valli.
Due monete si toccano. Sento il freddo metallico dei pugnali che firmano la pace nelle schiene dei traditori.
Un osso a nord. Il ventre della terra si secca, le madri masticano terra, e io rido perché il mio gesto ha fame.
Un vetro rovesciato. La frontiera evapora. Non c’è più un "dentro" o un "fuori", c’è solo la mia mano che si estende all’infinito.
Non guardo fuori. Fuori è l’orrore dell’incoerenza. Io cerco la Continuità. Io sono l’unico punto fermo in un universo che vomita caos. Se le mie mani si fermassero, il sole cadrebbe come un frutto marcio.
A volte sento gli Occhi. Milioni di pupille che si schiudono nella polvere, nelle fessure del legno, sotto le mie unghie. Mi osservano, implorano un nesso causale. Vogliono un perché. Io gli do sequenze. Gli do il mio arbitrio travestito da destino. Ho creato sistemi e poi li ho trucidati. Le regole sono gabbie per i deboli; io preferisco la variazione assassina. Il mio errore è l’intenzione. Se sbaglio, è il mondo che ha fallito nel seguirmi.
Nella teca – la mia camera delle torture testuali – i fogli vibrano.
"Chi dispone le distanze dispone i corpi". Sì, lo sento! I corpi sono atomi che io allontano per non farli urlare troppo forte.
"La moltiplicazione degli effetti protegge la causa". Io sono la Causa Incognita. Se genero abbastanza dolore, abbastanza nebbia, abbastanza movimenti casuali, nessuno troverà mai il centro. Nessuno troverà me.
Cade la notte, ma la luce è un coltello fisso. Accelero. Le mie mani non sono più mie, sono ragni impazziti che tessono il nulla. Cerco il Punto Necessario, il punto in cui il mio respiro coincide con il battito del patibolo. Non c'è. Allora distruggo tutto.
Le pedine a terra. Il vuoto. Il tavolo è un deserto bianco che mi sfida. Se il mondo è una menzogna che io ho raccontato a me stesso, posso smettere di respirare e vederlo svanire. Ma no. Prendo il ferro. Incido il legno. Ferite. Tagli paralleli che non portano a nulla se non alla mia Volontà Pura. Carne di quercia che urla sotto la mia lama. Qualcosa, nel buio del continente, si è appena spezzato. Lo sento nel midollo.
Guardo le mie mani. Strumenti separati. Una si muove, l’altra finge di essere morta. C’è una resistenza. La chiamo Legge, ma è solo la mia stanchezza che si maschera da Dio.
Apro la teca, strappo i verbali del mio dominio. Il foglio cade come un’ala mozzata. Non succede nulla.
Esito. Un istante di terrore: e se fossi solo?
Ma l'esitazione è un parassita che schiaccio subito. Riprendo a disporre l’aria. Traccio geometrie invisibili nel vuoto. Se il mondo non c’è più, lo costringerò a esistere nel perimetro dei miei gesti paranoici.
Il potere non è possedere le cose, è eliminare ogni ostacolo tra il mio capriccio e la loro distruzione. La forma è tutto. Non ho bisogno della realtà. La realtà è un testimone scomodo che ho già provveduto a far sparire. Rimango io. La continuità. Il controllo. Il silenzio che preme contro le mie tempie, aspettando il prossimo, fatale, impercettibile movimento delle mie dita.
5. Vita comune [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]
Vivevano nello stesso appartamento da alcuni anni. Non ricordavano più quando avevano deciso di farlo. All’inizio c’erano state due case. Poi una sola. Senza passaggi formali. La scelta non era stata discussa a lungo. Era accaduta. La casa era lì, disponibile, abbastanza vicina all’università, abbastanza vicina al laboratorio. Bastava.
Le stanze erano poche. Un soggiorno stretto, attraversato dalla luce solo in alcune ore del giorno. Una cucina separata, con un tavolo che non permetteva di sedersi uno di fronte all’altro senza spostare qualcosa. Una camera. Un bagno. L’arredo essenziale. Mobili presi in momenti diversi, senza un disegno. Nessun oggetto scelto insieme dall’inizio. Alcuni erano arrivati prima di Irene. Altri prima di Riccardo. Nessuno era stato sostituito per accordo o per coerenza.
Le cose si erano accumulate senza un criterio comune. Una libreria troppo piena, con libri disposti in doppia fila. Tazze diverse, mai in numero pari. Sedie non uguali, una più bassa delle altre. Un tappeto sottile, consumato in un punto preciso, vicino alla porta della cucina. C’era un ordine sufficiente a rendere possibile muoversi, non abbastanza da dare un’impressione stabile.
Ogni oggetto conservava una provenienza. Non era stato necessario raccontarla. Rimaneva implicita, come un dato non richiesto. Irene riconosceva ciò che era entrato con Riccardo. Riccardo riconosceva ciò che apparteneva a Irene. Le cose non si erano fuse. Erano rimaste accostate.
Anche gli spazi seguivano una divisione non dichiarata. Alcuni ripiani erano occupati sempre dagli stessi oggetti. Alcuni cassetti non venivano aperti da entrambi. Non c’erano regole esplicite, eppure le abitudini avevano stabilito dei limiti. Nessuno li metteva in discussione.
La casa funzionava. Permetteva di vivere, studiare, lavorare. Non richiedeva decisioni frequenti. Non obbligava a scegliere. Era sufficiente così.
La mattina si alzavano a orari diversi. Irene usciva prima. Preparava il caffè. Usava sempre la stessa tazza. La lasciava nel lavello. Riccardo la trovava più tardi. Non la spostava subito. Faceva colazione in piedi. Controllava il telefono. Guardava l’orologio. Usciva.
A volte Irene lasciava un foglio sul tavolo. Appunti per una lezione. Titoli. Nomi. Riccardo non li leggeva. Li spostava se serviva spazio. Li rimetteva nello stesso punto. Irene non faceva caso all’ordine. Ritrovava le cose senza cercarle davvero.
La sera rientravano quasi sempre entrambi. Non alla stessa ora. Irene cucinava piatti semplici. Pasta. Verdure. Riso. Riccardo mangiava ciò che trovava. A volte cenavano insieme. A volte uno finiva prima. Non si aspettavano. Non si scusavano. Non chiedevano spiegazioni.
Il tavolo restava apparecchiato anche dopo. Piatti da lavare. Bicchieri mezzi pieni. Nessuno si affrettava. Le cose venivano fatte quando serviva. Non c’era un turno stabilito. Non c’erano conti.
Parlavano poco del lavoro dell’altro. Per rispetto del campo. Irene raccontava episodi minimi. Uno studente che aveva letto male un verso. Una domanda fuori tema. Riccardo ascoltava. Non cercava parallelismi. Non riportava al laboratorio.
Irene non chiedeva dettagli tecnici. Chiedeva se la giornata era stata lunga. Riccardo rispondeva con un sì o con un no. A volte aggiungeva “normale”. Questo bastava.
I libri di Irene occupavano più spazio. Tavoli, sedie, mensole. Anche il pavimento, in alcuni periodi. Non c’era un ordine stabile. Alcuni volumi restavano aperti per giorni. Segnati con biglietti. Con matite lasciate dentro. Riccardo li spostava solo quando serviva. Li richiudeva senza segnare la pagina. Irene non se ne accorgeva quasi mai. Quando se ne accorgeva, non diceva nulla.
Il computer di Riccardo era sempre acceso. Anche quando non lo usava. Schermo scuro. Una finestra di lavoro pronta. Irene passava davanti senza guardare. A volte si fermava. Chiedeva cosa stesse facendo. Riccardo rispondeva in modo pratico. Irene ascoltava. Non commentava. Non chiedeva di più.
malattia [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]
Marco
aveva diciannove anni e non si fidava più di niente.
Camminava
come chi ha già visto troppo, anche se la vita, in fondo, non gli aveva ancora
mostrato niente. Si svegliava presto, spesso prima della sveglia, con la
sensazione che il giorno fosse un esperimento già fallito. Ma si alzava lo
stesso. Lavava la faccia, si vestiva, beveva il caffè in piedi. Poi usciva. Non
per fare qualcosa. Solo per non restare.
Le
strade della città gli erano diventate familiari senza mai essergli amiche. I
marciapiedi consumati, le edicole che aprivano a fatica, i tram ancora
semivuoti: tutto aveva un che di stanco, come se anche il mondo, in qualche
modo, si trascinasse. Camminava piano, con le mani in tasca, osservando la vita
da dietro un vetro appannato. Non cercava niente. Non aspettava nessuno.
Non
aveva smesso di pensare, ma aveva smesso di credere nei pensieri.
Erano
diventati un brusio di fondo, una radiolina accesa in una stanza vuota. Li
scriveva ancora, talvolta, su un quaderno nero con l’elastico: frasi brevi,
schegge, note mentali. Non cercava più uno stile. Non cercava lettori. Scriveva
come un medico annota i sintomi, come un sopravvissuto incide sul muro i giorni
passati. Ogni pagina era un sismografo muto: registrava scosse interiori che
nessuno, fuori, avrebbe mai percepito.
“Non
sento nulla,” scrisse una volta. “Ma so che sentirei, se solo mi fosse concesso
un gesto gratuito.”
Rilesse
quella frase molte volte. La sottolineò. Poi ci fece un cerchio attorno, come
si fa con qualcosa che potrebbe diventare importante, ma non si sa ancora
perché.
Un
gesto gratuito. Una carezza non chiesta. Una parola vera detta senza ritorno.
Un bacio non per possedere, ma per dare forma a un dolore. Forse era questo che
intendeva. Forse non lo sapeva nemmeno lui.
Era
diventato bravo a non aspettarsi nulla. A non chiedere. A non esporsi. Aveva
imparato che il cuore si spezza più spesso per le attese che per le perdite.
Così non aspettava più. E quando qualcuno lo guardava, abbassava gli occhi.
Quando qualcuno parlava, ascoltava, ma si teneva al margine. E quando camminava
con altri, lasciava che scegliessero la strada, purché non fosse la sua.
Certe
sere tornava nella stanza dell’affitto con i muri spogli e l’odore persistente
di muffa. Si toglieva le scarpe lentamente, con gesti misurati, come se
togliersi quel peso potesse alleggerirgli anche il cuore. Poi restava seduto
sul letto, in silenzio, a guardare la finestra chiusa. Aveva imparato a vivere
così: in superficie. Senza tagli netti, senza salti. Solo una lunga, lenta,
opaca resistenza.
Il
gesto gratuito non arrivava. Ma ogni tanto, senza che lo sapesse, una poesia lo
toccava. Un verso di Rilke, la cadenza di una frase di Pavese, una vecchia
canzone alla radio. E allora si scopriva a piangere, senza rabbia. Come se il
corpo, per un attimo, ricordasse quello che la mente aveva disimparato.
Era
ancora vivo. Anche se aveva smesso di crederci.
All’università
Marco studiava Lettere.
Non
con entusiasmo, ma con una specie di devozione stanca. Leggeva molto, annotava
con ordine, prendeva la parola solo quando costretto. Non sgomitava per dire la
sua, non alzava la voce nei seminari, non si sedeva mai in prima fila. Aveva
scelto quella facoltà come si sceglie un rifugio: non per vocazione ma per
esclusione, come si entra in chiesa in un giorno di pioggia.
La
letteratura lo rassicurava. Era il solo linguaggio che ancora non lo tradiva. I
personaggi dei romanzi soffrivano come lui, ma avevano dignità. I poeti avevano
attraversato il vuoto senza riderci sopra. E anche se non riusciva più a
credere davvero in nulla, almeno lì, tra le pagine, il dolore aveva ancora una
forma. E la forma, a volte, consola più della speranza.
mercoledì 22 aprile 2026
4. Mondi diversi [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]
Con Riccardo parlava di ciò che stava facendo in aula. Raccontava episodi minimi. Una domanda inattesa. Una lettura stonata. Non cercava risposte. Riccardo ascoltava. Non interveniva. A volte chiedeva chiarimenti. Irene rispondeva con esempi concreti. Non traduceva la letteratura in termini scientifici.
A volte portava un foglio. Non sempre lo stesso. Appunti presi durante la lezione. Parole isolate. Una sequenza di versi. Lo appoggiava sul tavolo. Lo lasciava lì. Riccardo lo guardava senza leggerlo tutto. Si fermava su una parola. Chiedeva perché fosse stata scelta. Irene indicava il punto nel testo. Non aggiungeva altro.
Quando un passaggio non funzionava, Irene non lo spiegava. Diceva che si sentiva nella lettura. Ripeteva il verso. Cambiava l’ordine delle parole. Si fermava. Riccardo ascoltava la variazione. Non cercava una regola. Registrava la differenza.
Alcuni racconti tornavano. Non identici. Lo stesso episodio con dettagli diversi. Uno studente che aveva interrotto la lettura. Un silenzio più lungo del previsto. Irene non segnalava la ripetizione. Continuava. Il fatto restava aperto.
Riccardo a volte riportava un dato del laboratorio. Non per confronto. Per continuità di discorso. Diceva che un modello aveva perso coerenza dopo pochi secondi. Irene chiedeva quanto fosse durato prima. Riccardo rispondeva con un numero. Irene annuiva. Non traeva conclusioni.
Non cercavano corrispondenze tra i due ambiti. Le conversazioni restavano su un piano concreto. Un verso letto male. Un segnale che si interrompe. Una sequenza che non si tiene. Gli esempi si affiancavano. Non si univano.
Quando Irene parlava di un autore, indicava un punto preciso. Un verbo. Una costruzione. Non generalizzava. Riccardo chiedeva se quel punto cambiasse il testo. Irene diceva di sì. Non spiegava in che modo. Riprendeva da capo.
A volte il discorso si interrompeva. Non per esaurimento. Perché non c’era altro da aggiungere. Restavano seduti. Il foglio sul tavolo. Il computer acceso. Nessuno dei due riprendeva subito.
In alcune serate Irene leggeva ad alta voce. Non tutto. Pochi versi. Si fermava a metà. Chiudeva il libro. Riccardo non chiedeva di continuare. La lettura restava lì.
Il giorno dopo Irene tornava sull’episodio in aula. Non lo collegava alla sera prima. Lo descriveva di nuovo. Con altre parole. Riccardo riconosceva la scena. Non lo diceva.
Le conversazioni non producevano sintesi. Restavano distribuite nel tempo.
Quando entrava nel laboratorio, guardava gli schermi senza soffermarsi. Le macchine non la intimidivano. Non la incuriosivano troppo. Si sedeva dove c’era spazio. Aspettava. Riccardo continuava a lavorare. Ogni tanto le mostrava un grafico sulle zone di attivazione neurale. Lei annuiva. Chiedeva cosa misurasse. Lui rispondeva in modo semplice, descrivendo latenze e soglie. Per Irene, quei grafici erano solo un’altra forma di sintassi.
La sera, a casa, Irene lasciava i libri sul tavolo. Non li riponeva subito. Preparava la cena. Riccardo rientrava più tardi. Mangiarono spesso in silenzio. Non per stanchezza. Per continuità. Dopo, lei tornava ai testi. Riccardo al computer. Le stanze restavano separate. Il silenzio tra loro era un dato fisico, una condizione di stabilità simile a quella cercata nei test di persistenza senza input.
Irene non parlava del futuro. Non faceva piani a lungo termine. Il lavoro le occupava il tempo necessario. Quando un corso finiva, ne iniziava un altro. Senza bilanci. Senza passaggi rituali.
La sua presenza si definiva per permanenza. Non occupava spazio in modo vistoso. Chi le stava vicino se ne accorgeva nel tempo. Non subito. Era una presenza trasparente, un tunnel dell’ego che non percepiva se stesso, ma permetteva l’esperienza del mondo circostante.
macerie [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]

Marco aveva quarantun anni anni quando, per
l’ennesima volta, un discusso imprenditore — di quelli che fanno della parola
uno strumento d’offesa o di dominio — vinse le elezioni. Non era la prima
volta. Non sarebbe stata l’ultima. Ma quella volta, qualcosa si ruppe in modo
definitivo. Non solo in lui. In un’intera generazione. Una stanchezza antica
tornava a galla
Nei giorni successivi non aprì i giornali. Li
lasciava impilati sul mobile dell’ingresso, come fossero carte di un gioco
truccato. Evitava i talk show, che parevano più interessati allo share che alla
verità. Spegneva la radio quando partiva la sigla del notiziario, come se ogni
parola fosse un rumore in più nel già troppo pieno.
Camminava piano, per le stesse strade di sempre ma
come smarrito. Aveva smarrito il senso. Aveva la sensazione di essere un
sopravvissuto a un naufragio che nessuno voleva riconoscere. Le persone intorno
continuavano a vivere, a parlare del tempo, delle bollette, della spesa. I bar
erano pieni, le scuole aperte, le automobili in coda come ogni mattina. Ma per
Marco, tutto aveva un suono ovattato, irreale, come nelle ore successive a un
trauma.
Non era dolore, non ancora. Era una stanchezza
sorda, una disillusione minerale, che si depositava dentro come polvere fine.
Più della sconfitta, lo feriva la rassegnazione. Quel “si sapeva”, quel “sono
tutti uguali”, quel “tanto non cambia nulla” pronunciati con leggerezza, come
se la democrazia fosse una recita, un fastidio, una superstizione di chi crede
ancora nel potere della parola.
Marco si sentiva fuori luogo. Come se quella crisi
fosse giusta, necessaria. Ma troppo profonda per essere detta. Una verità che,
una volta vista, non si può più ignorare. E allora taceva. Non discuteva più.
Non provava a convincere. Osservava. Ascoltava. Registrava.
Iniziava a capire che certe ferite non si curano con
slogan. Che occorre imparare di nuovo a guardare: i volti, i legami, le radici
spezzate.
Sapeva che un tempo era finito. E non per colpa di
un solo uomo. Non bastava più l’alibi del leader sbagliato, del tradimento
interno, dell’avversario sleale. Era finito dentro ognuno, come finisce un
amore che non sa più rigenerarsi. Era finito anche in lui, anche se faticava ad
ammetterlo. Finito per stanchezza, per quella usura lenta che corrode le
passioni più pure. Finito per ripetizione, perché troppe volte aveva ascoltato
le stesse parole dette da volti diversi, come formule svuotate di fede. Finito
per inadeguatezza, perché i bisogni mutano, e le risposte non possono restare
ferme, inchiodate a un secolo che non c’è più.
Era un tempo che si era consumato senza rumore, come
certe liturgie che si continuano per inerzia, senza più anima. Una stagione che
aveva dato molto, ma che non aveva saputo imparare a trasformarsi.
Un ciclo storico concluso. Come un rito che perde il
senso, un’assemblea che si scioglie per assenza di domande. Come una preghiera
che non sale più, perché chi la pronuncia non ci crede fino in fondo, o ha
smesso di attendere risposta.











