
Ritorno su vecchie grafiche, fatte con strumenti che definire artigianali o giurassici è un eufemismo. Per decenni ho usato uno strumento che si chiamava Photo Express, scoperto con il primo pc comprato (e sto parlando più o meno della metà degli anni Novanta, quando il modem gracchiava come un animale ferito e le immagini si caricavano a strisce, dall'alto verso il basso, con la lentezza di una rivelazione...). Filtri ingenui, cornici che oggi farebbero sorridere un bambino delle elementari. Eppure lì dentro ho imparato a comporre, a tagliare, a scegliere. Mi fa tenerezza vederlo ancora tra i miei strumenti preferiti, sapendo che è destinato a diventare poco più di un nome, segno di un tempo, travolto dalla potenza soverchiante del progresso tecnologico, che ci mette in mano mirabilie (oserei dire meraviglie, pensando alla sua traduzione inglese...). Mirabilie che non chiedono più apprendistato né pazienza né errore.
Prima dell'estate ho rivisto il blog (anch'esso splendidamente giurassico). È stato un intervento conservativo, più da restauratore che da chirurgo estetico: ho tolto la polvere e ho lasciato le rughe. Chi mi legge sa che non sono mai stato un laudator temporis acti. Incuriosito dalle nuove tecnologie, le ho sperimentate con passione, spesso con l’entusiasmo un po’ ingenuo del neofita (e ne porto ancora le cicatrici). Mai come ora, però, capisco cosa volesse dire Benjamin quando descriveva l'Angelus Novus di Klee. L'angelo ha il volto rivolto al passato, gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali dispiegate. Là dove noi vediamo una catena di eventi, lui vede un'unica catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine. Vorrebbe trattenersi, destare i morti, ricomporre l'infranto. Ma dal paradiso spira una tempesta che gli si è impigliata nelle ali e lo spinge irresistibilmente verso il futuro, a cui volge le spalle. Quella tempesta, scriveva Benjamin, è ciò che chiamiamo progresso.
Il mio tempo, quello in cui ho agito, quello in cui si ascoltava la mia musica, si vedevano i miei film, si leggevano i miei libri, si discuteva fino a notte fonda di cose che sembravano decisive... ebbene, questo tempo è finito, è un cumulo di macerie o un museo nel migliore dei casi. Un museo, peraltro, che pochi visitano, con le didascalie sbiadite e i custodi assopiti. Il futuro, però, mi ghermisce, mi trascina. Non posso oppormi. Ma io guardo sempre di più a quel passato. Quando penso a racconti e romanzi da scrivere, li voglio negli anni Ottanta o addirittura prima: niente telefoni in tasca, le cabine a gettoni, le lettere che arrivavano (quando arrivavano) dopo giorni, le attese che erano già una forma di racconto. Non credo sia nostalgia. Ci vorrebbe una parola nuova per definire questo sentimento. Come lo fu la parola nostalgia quando fu coniata.
Ecco, quando me ne vado solitario la mattina, prima di entrare in una scuola abitata da adolescenti che guardo con affetto ma da un'infinita distanza (loro così nativi di questo presente, io così straniero, pur parlando, almeno in apparenza, la stessa lingua), entro nelle chiese della mia giovinezza e prego con parole prive di tradizione, che sgorgano da un cuore non tormentato ma contraddittorio. Guardo pietre e palazzi con tenerezza, come si guardano i volti di vecchi amici invecchiati, che si riconoscono a fatica e che pure si riconoscono. Mi sento postumo. A questa città, a questo paese, a questa civiltà non più mia. In fondo, a me stesso. Sono un altro Nicola. Come se già avessi lo sguardo di Lester Burnham, il protagonista di American Beauty, dopo che è stato ucciso. È lo sguardo di chi, ormai fuori dal tempo, riesce finalmente a vedere la bellezza del mondo e prova soltanto gratitudine per ogni istante della sua «stupida, piccola vita».
E mai come ora, dunque, sento mia questa frase di uno dei poeti che vorrò conservare nella biblioteca della mia vecchiaia, ridotta, essenziale, come vorrei fosse questa vita postuma (pochi libri: quelli che resistono alle riletture). «Accumula e poi distribuisci». Ora (perché la poesia noi la ascoltiamo senza capirla, pur sapendo che ci sta dicendo qualcosa di essenziale, anzi, di vitale, poi la vita ci fa vivere delle esperienze che potrebbero farcela capire se maturiamo la corretta postura, l’ascolto profondo), ora posso capire quel koan che mi è stato affidato probabilmente sulle scale della Sapienza. Fu quando Biancamaria Frabotta mi parlò per la prima volta di Char e io andai in una libreria vicino Piazza della Repubblica e comprai Le vicinanze di Van Gogh senza capire neanche una parola, neanche un verso. Lo lessi e lo rilessi, con l’ostinazione di chi sente che una porta chiusa è comunque una porta. Quarant'anni dopo, quell'incontro destinale, con Bianca, con Char, si compie in una Benevento devastata da un male inestirpabile, dove tutto sembra doversi ripetere in un osceno, eterno ritorno che mi lascia affranto e sgomento (ma qui l'eterno ritorno ha il passo stanco della farsa).
Allora non posso che ripetermi: «Accumula e poi distribuisci. Sii la parte più utile e meno appariscente dell'universo». Accumulare: letture, incontri, ferite, silenzi, i volti di chi non c'è più. Distribuire: senza calcolo, senza firma, come il seminatore che sa che non vedrà il raccolto. Il che potrebbe sembrare ossimorico in questo luogo/non-luogo di pornografie egolatriche e ostentazione del sé, dove si accumula solo per esibire e si distribuisce solo per essere visti. E forse lo è. Ma l’auspicio è che, come il messaggio nella bottiglia di cui parla Celan (nel discorso di Brema), queste parole, affidate al mare nella speranza non sempre fiduciosa che approdino da qualche parte, magari a una terra del cuore, possano diventare per uno sconosciuto l'inizio di una ricerca, di un viaggio. Come lo fu, per me, quel libro incomprensibile comprato quarant'anni fa.
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