Nell’agosto del 2025 si inaugurò la stagione, ancora in atto, “dei premi”.
Il primo, che non andai a ritirare di persona, delegando ad una cara amica, era relativo alla scuola. Il testo (Frammenti di un discorso educativo) era assemblaggio di varie riflessioni, poi confluite nel mio secondo libro di saggi, Pensiero in sorgente, integrato con una conclusione molto diversa nella spirito, frutto anche del disincanto maturato nella rumorosa rottura avvenuta nella mia scuola, che mi aveva spinto alle dimissioni da collaboratore nel febbraio precedente.
Ne scrisse (del Premio) magnificamente Daniela Piesco.
Mi fa piacere pubblicare la conclusione del saggio sul mio blog, che sta diventando preziosa repository di quanto difficilmente troverà carta, e su cui sto giorno per giorno operando correzioni formali, utilizzando A.I. per nuove copertine.
* * *
Con Morin mi sono illuso che una “riforma dei saperi” fosse precondizione necessaria ad una riforma della società. Quella illusione mi è servita ad essere un docente migliore. Mi ha motivato ogni mattina nel mio lavoro in classe, nei miei studi.
«Le illusioni, figlie della speranza e madri della felicità, sono per l’uomo
non solo necessarie, ma vitali» (Leopardi).
Oggi
celebro “la strage delle illusioni”. Non so se è perché sono semplicemente più
vecchio. La vecchiaia inizia dal disincanto. O forse è solo lucidità.
Il quarto
di secolo alle spalle, che inizia per l’Italia con la riforma Berlinguer, ma ideologicamente
è annunziato dal Libro Bianco di
Delors (1993), ha visto sì una trasformazione radicale della scuola italiana ma
ispirata sostanzialmente ad un modello aziendale e ad un principio competitivo.
Questa trasformazione, la più profonda dai tempi della riforma Gentile, non ha
avuto una coloritura politica. È stata portata avanti da governi di
centro-sinistra e di centro-destra. D’altronde, nel trionfo del pensiero unico,
del “pilota automatico”, è difficile pensare che si potessero fronteggiare
paradigmi che non fossero solo apparentemente confliggenti. Dunque, secondo gli auspici del cattolico e socialista
Delors, il sistema scuola è stato spinto vigorosamente a farsi funzionale alle
esigenze economiche della società europea perché essa potesse competere nel
mondo globalizzato.
È tempo
di bilanci. Questa inesausta spinta riformatrice della e nella scuola ha
sortito effetti positivi o negativi? A mio parere del tutto negativi, anzi
nefasti, ma perfettamente in linea con le attese e con il pensiero dominante.
La scuola non deve produrre teste “ben fatte” (Montaigne, Morin), capaci di pensiero critico,
autonome (come nel celebre adagio kantiano sull’illuminismo). Si badi: non sto
dicendo che la scuola di prima facesse questo, ma sicuramente era strutturata in
modo che – per eterogenesi dei fini – quasi sempre producesse tale effetto, pur
non essendo preposta scientemente a farlo. Ma d’altronde, e vengo al punto centrale,
nell’epoca in cui trionfa una razionalità “strumentale” potrebbe accadere
diversamente? I grandi pensatori del XX secolo ci insegnano che uno dei portati
del nichilismo è il trionfo della tecnica (in tutti gli ambiti, ivi compresi,
dunque, i luoghi che dovrebbero essere preposti alla paideia).
Per anni
ho coltivato l’illusione (lo ripeto, dolcissima) che la scuola sia uno spazio
miracolosamente separato, che possa, autonomamente, dotarsi di strumenti con
cui cambiare il mondo. Non è, invece, essa parte integrante di una società
oramai sovranazionale che necessita di bravi esecutori di ordini e consumatori
capaci di ottemperare i rituali quotidiani della religione neoliberista e iper-capitalista?
D’altronde, questa Unione Europea non è un gigantesco dispositivo di
spoliticizzazione (come ci insegna Wolfgang Streeck)?
Dunque,
ricordato che la scuola a causa del processo riformatore ha mutato pelle ed è
divenuta funzionale ad esigenze calate dall’alto (senza alcun coinvolgimento
reale degli operatori della scuola, per altro), stante il mantra “l’Europa lo
vuole”, e che essa in ogni caso non è luogo separato ma parte integrante di una
realtà socio-economica, a mio avviso il cambiamento che molti auspicano (a
patto che esso non sia semplicemente corretta gestione dell’esistente ma sua
reale trasformazione in direzione della giustizia sociale e della democrazia
partecipativa in un mondo sempre più iniquo e post-democratico) potrà avvenire
solo se a cambiare sia l’intera società.
La qual
cosa mi pare assai improbabile se la strada spianataci innanzi è quella del warfare…Di una competizione che dal
piano economico si sta velocemente spostando a quello militare.
Resterò,
dunque, nella scuola per comunicare ai miei allievi il disincanto? Per essere
l’ennesimo corifeo del nichilismo? Mi rimane un piccolo residuo salvifico.
Cerco rifugio nelle luminose pagine di Walter Benjamin: «la storia è oggetto di
una costruzione il cui luogo non è il tempo omogeneo e vuoto, ma quello pieno
di “attualità”».
Allora, spes contra spem, attendo l’inatteso, un
cambiamento non pensato dai tecnocrati, la cui ottusità molti di noi hanno potuto toccare con mano (importante che necessarie dimostrazioni e sensate esperienze convergano nel fare la scienza con cui affrontiamo la realtà). E lavorerò perché esso accada,
testimoniando altre possibilità nella nostra quotidianità e tornando ad un duro
lavoro di comprensione del nostro tempo, nutrito dalla giovinezza delle vite
affidatemi dal caso.
Che la
scuola avvenire, dunque, sia utopia. O, meglio, atopia.
* * *
Post scriptum
Uso il termine atopia in maniera estensiva, ovviamente.
Il Socrate platonico viene definito a-topos, fuori luogo. Voglio sperare che quella stranezza possa essere residuo resistenze anche della σχολή.
Qualche anno fa, pensammo con un gruppo di persone (Amerigo Ciervo, Matteo De Longis, Luigi Santamaria) una rivista on-line che avrebbe dovuto avere quel nome.






