venerdì 1 maggio 2026

καιρός [𝖘𝖈𝖗𝖎𝖕𝖙𝖚𝖗𝖆]

 


Un punto di svolta? Non lo so. Ma l’impressione è che, sì, l’evento di ieri, la notizia di aver vinto il Premio Milo (promosso dall'ENPA) datami direttamente da Costanza Rizzacasa d’Orsogna, segni una nuova tappa della mia storia di scrittore “giovane”.

Ho iniziato a scrivere narrativa, dopo alcuni timidissimi tentativi e un romanzo nato nella sofferenza fisica, seriamente solo nel marzo dello scorso anno, venuto meno il mio impegno a scuola nella funzione di secondo collaboratore.

Da allora, ho scritto oltre un centinaio di racconti e svariati romanzi.

Ho ricevuto diversi riconoscimenti più o meno importanti.

Ma il Premio Milo è un’altra cosa: per le competenze di chi lo promuove, per il tema che pone all’attenzione dei lettori, per i lettori stessi.

Ricordo con precisione fotografica quando, nel Mulino Pacifico (era il gennaio del 2019), in una sala raccolta, leggendo le poesie della mia seconda raccolta (Nel chiaro mondo), teorizzai di essere felicemente un “poeta di provincia”, dissi che mi faceva star bene sapere che gran parte dei volti presenti in sala erano legati in qualche modo a pezzi della mia vita. E sono state consequenziali anche le scelte editoriali, che non si sono mai poste il problema di raggiungere un pubblico diverso dalla mia comunità di riferimento (o di radicamento).

Dallo scorso anno, si è modificato qualcosa: la partecipazione, che ha suscitato la (giusta!) ironia di molti, a decine di concorsi i più vari (romanzo edito, romanzo inedito, poesia edita, poesia inedita, raccolte edite, raccolte inedite, addirittura teatro negli ultimissimi giorni) l’ho vissuta come un doveroso tirocinio, trovando sconveniente che un sessantenne partecipasse a scuole di scrittura. Lo dico senza falsa modestia: pur avendo scritto dai miei vent’anni, so di essere un apprendista della narrazione.

Per questo il Premio Milo è un punto di svolta: è come se avessi superato la prova alla fine del primo anno di studio. E l’insegnante non è una persona qualunque, ma una scrittrice il cui curriculum fa tremare le vene ai polsi per un “provinciale” come me.

Quale l’ambizione del secondo anno di apprendistato (in cui realisticamente uscirà sicuramente un altro romanzo e ci sarà qualche altro riconoscimento sempre gradito come “miliario” lungo la strada)? Direi – ecco quel che volevo fissare scrivendo queste riflessioni – aprirmi sempre di più ad un orizzonte “nazionale” ma rimanendo profondamente radicato nella mia provincia, nella comunità che sento mia.

Quando mi fermano gli amici per strada per dirmi che stanno seguendo quel che faccio sento nelle loro parole una sorta di orgoglio “campanilistico”, come se mi dicessero: siamo felici che tu rappresenti la nostra città fuori, altrove (da Milano a Belluno, da Verona a Fasano). E io ne gioisco con loro: perché traggo forza da questa terra cui appartengo con tutto me stesso.

In una poesia inedita (e assai brutta) di tanti anni fa, scrissi:

 Amo le tue pianure coltivate a tabacco,

l’erba medica, le spighe di grano,

la voce delle strade accoglienti...

 E il riferimento al tabacco la denota cronologicamente…

In un’altra (e cito a memoria perché non la ritrovo): «Conosco tutte le tue pietre».

Insomma, non vorrei diventare uno scrittore sradicato che migra di non-luogo in non-luogo. Sento il bisogno di poter parlare “oltre” le mura “longobarde” e, nel contempo, quello di parlare ai volti della sera del 2019, nel buio della sala, con la musica di Schmelzer e le parole di Char distribuite in sala, in piccole, calde librerie o addirittura in cenacoli per pochi intimi. Forse è parte delleredità illichiana pensarmi sempre dentro una rete “amicale”. Come, per fare un esempio, le amiche e docenti che mi invitano ogni anno al Guacci, facendo uno straordinario lavoro di preparazione allincontro con i loro ragazzi.

Non so se ci riuscirò, ma sicuramente ci proverò. Sperando di non smarrirmi.

Avverto pericolose tentazioni nell’avventura che sto vivendo: quella, in particolare, di dimenticare che quanto scrive non mi appartiene. Io sono solo un tramite. E devo cercare di esserlo nella maniera più pura possibile: prego ogni giorno il Signore per questo. Mi pare la sintesi di decenni di sperimentazioni spirituali tese ad abbattere l’ego, culminate nella scoperta – etica – che è il volto dell’Altro a decentrarci e che un eccesso di “mistica” può fortificare quell’Io esigente che volevamo abbattere. È il mondo nella sua complessità che ci rende capaci di “estasi”, di uscire da noi.

Raccontando la storia di Argo e Luca, di Alfonsina e Caterina, del femminicida, del necrofilo, di Rosa e Thomas, sto disimparando quell’auscultazione ossessiva dei miei moti interiori che ha nutrito per quasi quarant’anni la mia scrittura poetica. E, infatti, la poesia stessa sta cambiando in questa stagione importante della mia vita.

Ascoltare, in particolare, il mondo animale è uno dei grandi temi di ciò che vado scrivendo. Da questo punto di vista Onore al cane che guida luomo che guida il cane ha opere “sorelle” nate in questi mesi febbrili.

Venerdì, salvo imprevisti, sarò a Roma. Al Campidoglio. Scriverlo mi emoziona. La sfida è, come detto, pur riconoscendo che è legittimo, umanissimo emozionarsi (e inorgoglirsi per i riconoscimenti), custodire la purezza dell’ispirazione, ripulire ogni giorno le tubature dell’Io dai suo desideri umani, troppo umani, per schiudersi all’Altro (umano e non), all’ascolto e alla sua trasfigurazione nella scrittura: come mi ripeto ogni mattina in preghiera, rimanere fedele allopera. Perché se la scrittura ha un senso è quello di ridarci una vita potenziata ma da restituire subito dopo alla vita. Ecco l’altra grande tentazione, pericolosissima: vivere in un mondo di parole “perfetto” (anche quando descrive l’orrore). Lo scrittore quando scrive è come Dio… «Eritis sicut Deus» dice il serpente ad Adamo e Eva. Bisogna ogni volta, dunque, tornare alla vita. E per me questo accade prima di tutto nella dimensione domestica: mia moglie e mia figlia, che pure sono supporto preziosissimo in questa stagione, sono la mia “messa a terra” (il copyright è del mio maestro Marco Guzzi). Evitano ascesi luciferine. Un eccesso di luce acceca. Come i miei alunni nella quotidianità spesso prosaica, talvolta capace di sprigionare lampi di inaudita bellezza, ma in ogni caso vita vera, in cui Io viene deposto, esposto, spesso irriso, umiliato.

Non so come chiudere queste riflessioni. 

Lo faccio ringraziando Dio di tutti i doni che sto ricevendo. 

Che ne sia degno.

P.S.

A completare questo momento di sintesi dellanno alle spalle, la notizia uscita dopo la pubblicazione del post del secondo posto del premio Nero su Bianco per lopera edita.



12. La proposta [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

Irene iniziò le sessioni al mattino. La stanza venne preparata con pochi elementi. Una sedia stabile. Un tavolo libero. I dispositivi disposti in modo fisso. Riccardo seguiva protocolli derivati dalla Whole Brain Emulation. Non cercava l’intero contenuto neurale. Isolava configurazioni ricorrenti. Strutture di moduli funzionali.

Il primo obiettivo riguardava la memoria episodica. Irene doveva richiamare sequenze temporali. Eventi semplici. Ordini di azioni. Spostamenti nello spazio. Riccardo osservava i log. Le registrazioni mostravano picchi di attività sincronizzata. Pattern che emergevano e si stabilizzavano per intervalli brevi.

Quando l’integrazione tra i moduli della memoria e il workspace globale risultava sufficiente, Riccardo salvava il segmento. Non registrava tutto. Selezionava finestre coerenti. Utilizzava parametri di coerenza fenomenica, seguendo criteri simili a quelli proposti da Thomas Metzinger. Il sistema doveva produrre un modello del mondo in cui un centro operativo fosse identificabile.

Irene eseguiva i compiti senza commentare. Risposte brevi. Richiami puntuali. A volte interrompeva. Riprendeva dopo pochi secondi. Riccardo non interveniva. Attendeva che la sequenza si riformasse.

Le sessioni erano divise in blocchi. Durate limitate. Pause regolari. Durante le pause Irene restava seduta. Non parlava. Beveva acqua. Guardava il tavolo. Riccardo controllava i dati. Segnava variazioni. Confrontava le tracce con quelle dei giorni precedenti.

Alcuni pattern si ripetevano. Altri cambiavano. La stabilità non era costante. Riccardo adattava i parametri. Riduceva la complessità dei compiti. Introduceva richiami più brevi. Sequenze meno articolate.

Il sistema accumulava segmenti. Archivi separati. Indicizzati per tipo di contenuto e per livello di integrazione. Nessuna sintesi finale. Solo raccolta e verifica.

Irene continuava a partecipare. Senza dichiarazioni. Le sessioni si susseguivano. Questo bastava.Le sessioni vennero integrate con test di persistenza. Riccardo cercava di capire se i pattern estratti da Irene potessero reggere in assenza di input sensoriali diretti. Voleva evitare il collasso del modello in risposte locali. Se il pattern degradava dopo pochi millisecondi, la sessione veniva scartata. Non c’era spazio per il recupero parziale.

Irene chiedeva poco. Osservava i grafici sul monitor di Riccardo. Vedeva linee che indicavano soglie di attivazione. Non chiedeva cosa rappresentassero quelle fluttuazioni. Riccardo non forniva descrizioni. Si limitava a regolare la latenza dei segnali.

Il lavoro si spostò sulla simulazione della continuità. In alcuni documenti del progetto, questo passaggio era definito come la creazione di un "tunnel dell’ego" artificiale. Si trattava di costruire un’interfaccia trasparente: il sistema doveva operare senza percepire il proprio meccanismo di simulazione. Riccardo lavorava sui vincoli negativi. Eliminava le risonanze che producevano instabilità nel modello del sé.

A metà del mese, Irene ridusse il tempo di partecipazione. La stanchezza fisica rendeva i segnali neurali meno puliti. Il rumore di fondo aumentava. Riccardo non forzava le sessioni. Annotava il degrado della qualità del dato.

Il progetto procedeva per accumulo di file. Ogni cartella conteneva una versione diversa della stessa architettura funzionale. Alcune versioni mantenevano la coerenza per minuti. Altre fallivano subito dopo l’avvio. Riccardo non cercava una spiegazione per i fallimenti. Cambiava i parametri. Ripeteva il test.

La sera, in casa, il silenzio era costante. Irene riposava. Riccardo non riapriva i file della giornata. Aspettava il mattino successivo. Il laboratorio restava spento fino alle sette. Ogni ciclo di esecuzione era isolato dal precedente. Non c’erano conclusioni provvisorie. Solo sequenze di dati verificate.


giovedì 30 aprile 2026

Fuori registro ✿༺ (𝒫𝑅𝐸𝑀𝐼 𝐸 𝑅𝐼𝒞𝒪𝒩𝒪𝒮𝒞𝐼𝑀𝐸𝒩𝒯𝐼) ༻✿

 

L’ho detto durante la premiazione: per me il valore aggiunto di un premio letterario è la sollecitazione a cimentarmi con temi che probabilmente non affronterei. In questo caso, il racconto “scolastico” è nato proprio dal tema del bando. È il secondo racconto ambientato a scuola che viene premiato (e pubblicato). Ne sono lieto.

Spero un giorno di pubblicarli tutti insieme (il titolo provvisorio è Abbecedario per il nuovo millennio): quelli che irridono i personaggi grotteschi che popolano la scuola, tronfi dei loro linguaggi burocratici o del loro micro-potere, quelli che raccontano la possibilità di resistere, malgrado tutto, preservando l’umano, utilizzando le fessure che si aprono in un apparato sempre più disconnesso dal senso generale delle esistenze.

Mi auguro che il racconto abbia anche la funzione di amuleto portafortuna.

11. Un’altra vita [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

Nei giorni seguenti comunicarono la notizia a pochi. A nessuno in modo diretto. Irene parlava di una malattia. Riccardo parlava di cure in corso. Nessuno fece domande troppo precise. Le conversazioni si chiudevano presto. Non venivano riprese.

In casa cambiarono alcune abitudini. Orari dei pasti. Spesa più frequente. Farmaci sul tavolo della cucina. Una scatola nuova accanto al frigorifero. Un calendario con date segnate. Alcune cancellate. Nessuna frase di commento. Nessun tentativo di rassicurazione.

Il frigorifero si riempì in modo diverso. Porzioni più piccole. Contenitori chiusi. Cibi pronti. Piatti semplici. Riccardo iniziò a cucinare più spesso. Preparazioni brevi. Tempi ridotti. Irene mangiava lentamente. A volte si fermava. Riprendeva dopo.

I farmaci restavano visibili. Non venivano spostati. Le confezioni si aprivano e si richiudevano sul tavolo. I blister si svuotavano. Le istruzioni rimanevano accanto. Alcune dosi venivano segnate. Altre ricordate senza supporti.

Il calendario occupava uno spazio centrale. Date cerchiate. Orari annotati. Sigle. Frecce tra un giorno e l’altro. Alcuni appuntamenti venivano spostati. Una linea li cancellava. Accanto compariva una nuova data. La sequenza si riorganizzava.

Le stanze cambiarono uso. Il soggiorno divenne un punto di passaggio e di sosta breve. La luce restava accesa anche nel pomeriggio. Le finestre aperte per poco tempo.

Irene continuò a insegnare. Seduta. Con pause più frequenti. Portava con sé una bottiglia d’acqua. A volte la appoggiava sulla cattedra. A volte la teneva in mano. La lezione restava concentrata sui testi. Non faceva riferimenti indiretti. Non modificava i contenuti. Non accennava a cambiamenti futuri.

Gli studenti si adattarono al nuovo ritmo. Le pause diventavano parte della lezione. Nessuno le segnalava. Il silenzio riempiva gli intervalli. Poi la voce riprendeva. Allo stesso punto.

Irene ridusse gli spostamenti tra le aule. Chiese cambi minimi. Alcuni corsi vennero accorpati nello stesso spazio. L’organizzazione si adeguò senza discussioni.

A casa, la sera, restavano seduti più a lungo senza parlare. Il televisore spento. I telefoni lontani. Il calendario visibile. I farmaci sul tavolo. Le date già segnate.

La diagnosi non produsse una svolta immediata. Non cambiò il tono delle giornate. Introdusse una serie di vincoli. Orari. Spostamenti. Attese. Il resto restava in sospeso. Non veniva nominato. 

mercoledì 29 aprile 2026

10. Le analisi [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

Gli esami furono fissati nei giorni successivi. Tac. Analisi. Prelievi. Attese in sale diverse. Spostamenti continui. Numeri da prendere. Schermi da seguire. Nomi chiamati. Irene si presentava agli orari indicati. Si sedeva. Aspettava. Entrava. Usciva.

Le procedure si ripetevano. Documenti da mostrare. Moduli da firmare. Indicazioni brevi. Tempi non dichiarati. Alcuni esami richiedevano preparazione. Digiuno. Acqua da bere. Attese più lunghe. Irene seguiva le istruzioni. Non aggiungeva domande.

Riccardo la accompagnava. Restava nelle sale d’attesa. Talvolta entrava fino alla soglia. Poi si fermava. Occupava una sedia. Si alzava quando veniva chiamato il nome di Irene. Non sempre coincideva con l’orario previsto.

Tra un esame e l’altro uscivano. Camminavano per brevi tratti. Si fermavano in un bar. Un caffè. Poche parole. Poi di nuovo verso l’ospedale. Stessi ingressi. Stessi corridoi. Percorsi che diventavano familiari.

Irene manteneva gli impegni essenziali. Le lezioni già fissate. Alcuni ricevimenti. Ridusse il resto. Avvisò in facoltà. Scrisse che avrebbe recuperato. Nessuno obiettò. Nessuno chiese dettagli.

Le giornate si riempirono di appuntamenti. Orari da rispettare. Code. Fogli da firmare. Irene arrivava sempre puntuale. Riccardo la accompagnava. A volte restava. A volte usciva. Tornava all’orario stabilito.

Il risultato arrivò in una mattina piovosa. L’aria era fredda. L’ospedale sembrava più affollato. Lo lessero insieme. Seduti. Il medico parlò di localizzazione. Di estensione. Di tempi. Usava un lessico preciso. Evitava perifrasi. Disse che le possibilità erano poche. Indicò una percentuale. La disse una volta sola. Non la ripeté.

Irene chiese cosa sarebbe cambiato subito. Il medico rispose in termini pratici. Cure. Effetti collaterali. Controlli frequenti. Possibili ricoveri. Riccardo ascoltava. Memorizzava. Non interveniva. Guardava Irene mentre faceva domande. Notò che non stringeva le mani.

Uscirono. Attraversarono il corridoio in silenzio. Si fermarono al bar dell’ospedale. Presero due caffè. Irene bevve lentamente. Riccardo no. Tenendo la tazzina tra le mani. Non parlarono per qualche minuto. Poi Irene disse che avrebbe finito il corso. Disse che mancavano poche settimane. Riccardo annuì. Non chiese come. Non chiese se fosse possibile.


martedì 28 aprile 2026

La funicolare [𝓇𝒶𝒸𝒸ℴ𝓃𝓉𝒾]

 


Giorgio cammina lungo i vicoli in salita. Non ha fretta: gli piace sfiorare, con lo sguardo, i panni stesi tra una finestra e l’altra, i balconi fioriti in ritardo, i mosaici sparsi di luce che lasciano le insegne sul selciato ancora umido. La stazione della funicolare arriva come un varco: un rettangolo di ombra e lampade pallide, vetri con la condensa a bordo e un banco di biglietteria che riflette il suo profilo in miniatura.

Saluta con un cenno la donna del bar. Lei gli restituisce un sorriso di consuetudine, asciugandosi le mani nel grembiule. Resta sempre lì, a quell’ora, come una custode di bordo. Davanti a lei, la macchina del caffè borbotta.

Il vagone attende, basso e composto. La fune, tesa e lucida, sparisce nel nero del tunnel e da lì fa ritorno in una curva che sembra conoscere ogni segreto di attrito. Giorgio appoggia una mano sul corrimano freddo e sente un fremito passargli dalla pelle alle ossa: la memoria di tutti i viaggi compiuti, la solita promessa di salire, scendere, e poi ancora.

Vede le ruote dentellate davanti a lui: flange scure, bordi smussati, il metallo lucidato all’ombra dei lampioni. Il binario curveggia, fissato alle traverse di legno con bulloni di ferro arrugginito, con ogni traversa che odora ancora di olio.

Nessuno parla. Un ragazzo controlla il telefono; un uomo in cappotto tiene tra le braccia una piantina avvolta nella carta. C’è pure un vecchio con un giornale piegato in quattro. Giorgio si siede e posa lo sguardo sul vetro: fuori, la luce ha perso colore. Tutto promette l’arrivo d’un’ora, e allo stesso tempo tutto si attarda.

Lo strappo è lieve. Il vagone si mette in movimento. Giorgio sente il corpo allinearsi a quella forza invisibile.

Nel passaggio dalla luce al buio, la mente, per un istante, diventa cieca. Poi ricomincia a vedere: una scala di servizio che s’infila in obliquo, una lampadina che pulsa, una parete con vecchie affissioni lacerate. In quella semioscurità, Giorgio pensa spesso al nome degli inferi. “Erebo”, dice mentalmente, per provare il suono. Non ha niente di terribile: sembra piuttosto una cavità piena d’aria.

Giorgio sa che, in fondo a ogni tunnel, c’è un varco di luce che non appartiene né al giorno che finisce né a quello che inizia. Lui vive per quell’istante: ci viene ogni sera a bordo, come fosse un appuntamento.

* * *

Il racconto integrale si trova in Liguria terra di emozioni. Secondo premio letterario, Termanini, 2026.

Mi sono divertito a "mettere in prosa" con molte licenze un capolavoro poetico di Giorgio Caproni.

9. La visita [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

La visita durò più del previsto. Irene entrò da sola. Riccardo rimase fuori. Seduto. Aveva lasciato il cappotto piegato sulle ginocchia. Guardava le persone passare. Alcune parlavano a voce bassa. Altre fissavano il vuoto. Qualcuno entrava. Qualcuno usciva. Il tempo si allungava senza misura precisa. Non c’era un orologio visibile.

Riccardo cambiò posizione più volte. Incrociò le mani. Le sciolse. Guardò il telefono. Non c’erano messaggi. Rimase seduto. Il corridoio era sempre uguale. Stesso colore. Stesse sedie. La porta dello studio restava chiusa.

Provò a contare i passaggi. Persone che si alzavano. Nomi pronunciati. Porte che si aprivano. Non mantenne la sequenza. La perse dopo pochi minuti. Riprese a guardare davanti a sé.

Una donna si sedette accanto a lui. Appoggiò una borsa ai piedi. Non parlarono. Dopo un tempo indefinito fu chiamata. Si alzò. Lasciò la sedia libera. Lo spazio tornò identico.

Riccardo spostò il cappotto. Lo piegò di nuovo. Controllò il telefono. Nessuna notifica. Lo rimise in tasca. Appoggiò i gomiti sulle ginocchia. Le mani davanti al viso. Rimase così.

La porta si aprì una volta. Non era Irene. Si richiuse. Il corridoio riprese il suo ritmo minimo. Un rumore distante. Passi che non si fermavano. Voci basse.

Il tempo non forniva segnali. Non indicava avanzamenti. Restava sospeso tra un gesto e l’altro. Riccardo rimase seduto. Aspettò.

Quando la porta si aprì di nuovo, Irene uscì. Si fermò un istante sulla soglia. Riccardo si alzò. La guardò. Non chiese.

Lei aveva un foglio in mano. Lo teneva senza guardarlo. Fece pochi passi. Riccardo prese il cappotto. Le si avvicinò. Uscirono insieme nel corridoio. La porta si chiuse alle loro spalle.

Non dissero nulla. Camminarono fino all’uscita. Il tempo riprese a scorrere secondo i passi.

Quando Irene uscì, il medico la seguì fino alla porta. Disse poche frasi. Indicò un corridoio laterale. Propose altri esami. Parlava con tono regolare. Non alzava la voce. Non la abbassava. Irene ascoltava. Chiedeva chiarimenti su parole precise. Non prendeva appunti. Riccardo restava un passo indietro. Guardava le mani del medico mentre parlava.

Il corridoio laterale era più stretto. Porte numerate. Un carrello fermo contro il muro. Un’infermiera passò senza fermarsi. Il medico indicò una stanza. Consegnò un foglio. Irene lo prese. Lo piegò una volta. Lo tenne tra le dita. Il medico concluse. Tornò indietro. La porta si richiuse.

Uscirono dall’edificio. Si fermarono sul marciapiede. Irene aprì il foglio. Lo lesse in silenzio. Riccardo guardava il traffico. Lei richiuse il foglio. Lo rimise in tasca. Ripresero a camminare.


lunedì 27 aprile 2026

Il fuoco purifica ogni cosa [𝓇𝒶𝒸𝒸ℴ𝓃𝓉𝒾]



Il fumo denso pizzicava gli occhi, offuscando i contorni, ma non abbastanza da nascondere la scena. Un’acre nube nera si addensava, soffocando l’aria, mescolandosi al ferro pesante del sangue e all’odore dolciastro della carne bruciata che iniziava a salire dalle profondità dell’appartamento. Un corpo giaceva scomposto nel corridoio, un mucchio informe di vestiti e membra contorte. Il cranio fracassato, la gola un’apertura scarlatta. Un danno collaterale. Poco oltre, un’altra macchia scura sul pavimento. Non si può fare una frittata senza rompere le uova.

L’uomo ansimava, il suo respiro un sibilo rauco. Non era affanno, non era paura. Era una fase di purificazione. Un rituale. Il suo corpo non sentiva la stanchezza, solo una tensione sottile, un’energia fredda e calcolatrice. Il coltello a lama lunga gli pesava ancora in mano, la lama sporca e lucida che rifletteva fiocamente i bagliori rossastri dell’incendio che iniziava a divampare. La spranga, invece, era stata lasciata cadere in un angolo, il suo peso non più necessario, il suo compito assolto.

Aveva ripulito. Aveva purificato. Era questa la parola che continuava a ronzargli in testa, a mo’ di mantra, proveniente da una voce interiore che per troppo tempo era stata soffocata. Per anni, aveva sopportato. Quei rumori incessanti, assordanti, capaci di trapanare il cranio. Quelle intrusioni nella quiete, negli spazi, nel mondo così meticolosamente costruito e difeso. Quella sporcizia morale che sentiva impregnare le pareti, portata da presenze sgradite, da vite che considerava indegne di abitare la sua stessa aria. Ora era finita. Tutti i tormenti, tutte le piccole e grandi umiliazioni percepite, tutte le notti insonni passate a rimuginare sul “troppo è troppo”.

E la sua mente, per un attimo, assaporò una rigenerante sensazione di giustizia. Non la giustizia delle leggi o della morale comune ma la sua, privata, assoluta: il debito saldato con sangue e fuoco. Una strana pace, mai sperimentata negli ultimi anni, gli avvolgeva i sensi, una quiete che solo l’annientamento totale di ciò che detestava poteva offrirgli. Era come se, in quel momento, avesse finalmente riportato l’ordine in un mondo impazzito, architetto della distruzione che aveva rimesso a posto ogni cosa.

* * *

Il racconto integrale, ispirato al delitto di Erba, si può leggere in Fattacci.





8. Cambiamenti [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]


Riccardo notò alcuni cambiamenti. Non li organizzò in un quadro. Osservava singoli dettagli. Il modo in cui Irene appoggiava gli oggetti. Il tempo necessario per rispondere. La frequenza dei silenzi. Non formulò una domanda.
Un pomeriggio tornò a casa prima. Non avvisò. Si sdraiò sul divano. Non dormì. Guardò il soffitto. Seguì una crepa per qualche minuto. Riccardo arrivò più tardi. La trovò così. Le chiese se stesse bene. Irene rispose di sì. Non aggiunse altro. Riccardo non fece domande.
Cominciò a dimenticare piccoli oggetti. Le chiavi. Il telefono. Una volta tornò indietro due volte. Non fece commenti. Riccardo li notava. Non li segnalava. Li lasciava dove li trovava.
Una sera, mentre cucinava, si fermò. Appoggiò le mani al tavolo. Restò ferma. Riccardo le chiese se volesse sedersi. Irene scosse la testa. Riprese. Finì la cena. Mangiarono in silenzio. I piatti rimasero nel lavello più a lungo del solito.
A volte Irene si addormentava sul divano. Con la luce accesa. Riccardo la svegliava piano. Le diceva di andare a letto. Irene si alzava. Non protestava. Camminava lentamente. Come se misurasse i passi.
Decisero di fissare una visita. Non fu una decisione solenne. Non venne annunciata. Fu detta a metà frase. Irene stava parlando d’altro. Poi disse che forse era il caso. Propose una data. Riccardo annuì. Segnò sul telefono. Nessuno dei due commentò.
Fino a quel momento nulla era stato nominato. Nessuna parola specifica. Nessuna ipotesi. Le giornate continuavano. Il lavoro occupava ancora spazio. Le abitudini reggevano. Solo alcune si assottigliavano. Altre cadevano senza rumore.
La riduzione non seguiva un ordine. Alcuni gesti restavano intatti. Altri si interrompevano e non venivano ripresi. Le giornate mantenevano una struttura riconoscibile. Le durate cambiavano. Gli intervalli si allargavano.
L’appuntamento arrivò. Uscirono insieme. Camminarono verso l’ospedale. Non parlarono molto. Attraversarono le stesse strade di sempre. L’edificio era quello conosciuto. Lo avevano già attraversato per altri motivi. Entrarono. Attesero. Irene guardava davanti a sé. Riccardo controllava l’orologio. Nessuno dei due disse nulla che non fosse necessario.
La sala d’attesa era quasi piena. Sedie disposte in file. Un televisore acceso senza volume. Numeri che comparivano su un display. Irene si sedette. Appoggiò le mani sulle ginocchia. Rimase ferma. Riccardo si sedette accanto. Le ginocchia rivolte in avanti. Le mani intrecciate.
Il tempo non era misurato. Si articolava in chiamate. In movimenti minimi. Una porta che si apriva. Un nome pronunciato. Passi nel corridoio. Poi di nuovo attesa.
Vissero insieme quel tempo strano, quell’interregno tra due vite completamente diverse: un prima che ci dà sempre l’illusione dell’eternità e un dopo che vive sotto lo scacco del tempo scarso. In mezzo una catastrofe che non ci aspettiamo mai, quasi che la natura avesse dotato l’uomo dello speciale potere di dimenticare la sua fragilità per consentire che pianifichi il futuro. Come se dovesse vivere per sempre. 


domenica 26 aprile 2026

7. Prime avvisaglie [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

Irene cominciò a stancarsi prima del solito. Non lo notò subito. Le giornate restavano piene. Le lezioni si tenevano. I ricevimenti continuavano. Preparava le lezioni la sera. Rileggeva i testi. Scriveva appunti brevi. Tutto sembrava procedere.

Solo alla sera, rientrando, si sedeva senza togliersi il cappotto. Restava così per qualche minuto. Non faceva nulla. Guardava davanti a sé. Poi si alzava. Appoggiava la borsa. Andava in cucina. Riprendeva.

Il gesto si ripeté. Non ogni giorno. Abbastanza spesso da diventare riconoscibile. Non lo registrò come un cambiamento. Rimase un passaggio tra due fasi. Entrare. Fermarsi. Riprendere.

Saltò una lezione. Avvisò via mail. Scrisse poche righe. Nessuna spiegazione. Nessuna formula di scuse. Tornò in aula la settimana dopo. Riprese dal punto in cui aveva interrotto. Gli studenti non chiesero nulla. Lei nemmeno.

La preparazione richiese più tempo. Le pagine scorrevano più lentamente. Tornava sugli stessi passaggi. Segnava meno. Alcuni appunti restavano incompleti. Non li rivedeva.

Ridusse i ricevimenti. Spostò alcuni incontri. Ne cancellò altri. Usò frasi brevi. Comunicazioni essenziali. Non aprì conversazioni.

A casa lasciava oggetti nei punti di passaggio. La borsa su una sedia. Il cappotto sul tavolo. Un libro aperto senza segnalibro. Tornava a prenderli dopo. Non sempre nello stesso giorno.

Riccardo osservò la sequenza. Non la interruppe. Si adattò ai tempi. Anticipò alcuni gesti. Preparò la cena prima. Lasciò spazio sul tavolo. Non chiese.

La stanchezza non si dichiarava. Si distribuiva nella giornata. Modificava la durata delle azioni. Non impediva. Riduceva.

Cominciò a rimandare visite. Esami di controllo fissati da tempo. Appuntamenti presi e poi spostati. Diceva che non era il momento. Diceva che aveva altro. Riccardo ascoltava. Non insisteva. Annotava mentalmente le date mancate. Non le ricordava ad alta voce.

Il corpo cambiava in modo poco evidente. Dimagrì lentamente. I vestiti cadevano in modo diverso. Il viso perse tono. Niente di netto. Nessun segno che imponesse attenzione. Chi la vedeva ogni giorno non se ne accorgeva. Chi la incontrava di rado faceva un commento rapido. Diceva che sembrava stanca. Irene annuiva. Cambiava argomento.

Non controllava. Non cercava conferme. Lo specchio restava uno strumento occasionale. L’immagine rimaneva compatibile con quella di prima. Le variazioni non si imponevano. Restavano distribuite, senza un punto che le rendesse evidenti.

In aula restava in piedi meno a lungo. Si sedeva dietro la cattedra. Continuava a leggere. Apriva il libro. Seguiva il testo con il dito. La voce era la stessa. Solo più bassa. Non cercava di compensare. Quando doveva interrompersi, lo faceva senza spiegazioni. Riprendeva poco dopo.

Gli studenti registravano la variazione senza formularla. Il ritmo della lezione cambiava. Le pause diventavano più frequenti. Nessuno le commentava. Si adattavano. Scrivevano, aspettavano, riprendevano insieme a lei.

Irene ridusse gli spostamenti. Evitava le scale quando possibile. Portava con sé meno cose. Il tempo tra un’attività e l’altra si allungava. Non lo misurava. Si adeguava.

La sera rientrava prima. Si fermava nel soggiorno, senza accendere subito le luci. Restava seduta. Le mani ferme. Non cercava distrazioni. Non leggeva. Non usava il telefono.


Segnali di vita [TᖇᗩᑕᑕE ᗪI ᑕᗩᗰᗰIᑎO]

 

Nel quarto tempo della mia vita, alla soglia dei sessant’anni, malgrado la sopravvivenza di ampie zone infantili e adolescenti nella mia psiche, ritengo di aver maturato non tanto certezze teoretiche, rispetto alle quali, al contrario, ho imparato a sospendere il giudizio, quanto quelle che Kant considererebbe indicazioni pratiche della ragione che guidano il mio agire.

La più importante tra esse è che la vita, nella sua interezza, è una “macchina di senso”.

Cerco di spiegarmi.

Credo che sia possibile dividere l’umanità in due grandi famiglie “filosofiche”: coloro che ritengono il mondo privo di senso, congerie casuale di accadimenti, figli legittimi di Democrito ed Epicuro, e chi, invece, ritiene il mondo dotato di sensatezza e scopo.

Io appartengo, al principio dell’ultima stagione della mia vita, a questa seconda famiglia, dopo essermi sentito a lungo parte della prima.

Come indirizza tale appartenenza il nostro agire? Conferendo “significato” ad ogni accadimento. Si badi: credere nel “senso” non significa ritenere che tutto sia predestinato. Niente di più lontano dall’idea di necessità. Significa, invece, che ad ogni vicenda che ci capita siamo chiamati ad interpretare come se tale vicenda fosse un’indicazione stradale, chiedendoci: «Che cosa mi sta dicendo la vita? Dove vuole che mi diriga?». Non c’è un esito prestabilito: qui interviene la nostra libera scelta.

È possibile, dunque, rivedere ex post tutti gli snodi fondamentali della nostra esistenza alla luce delle scelte che abbiamo fatto rispetto a quanto ci è accaduto.

Si può dare senso a tutto? Non lo so… Non so se quanto ho elaborato in questi anni reggerebbe ad una catastrofe estrema. In ogni caso, è evidente che tale “fede” presuppone che questa vita sia solo un segmento, e non necessariamente il più significativo, di un’esistenza più ampia e misteriosa, rispetto a cui anche “catastrofi” spaventose, lutti inauditi potrebbero assumere un senso.

* * *

Il disegno è mio, risalente al 1983 e probabilmente legato al viaggio in Sardegna. La colorazione è artificiale.

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Marco aveva cinquantatré anni nei giorni in cui il mondo, all’improvviso, sembrò arrestarsi. Le strade deserte, il silenzio innaturale delle città, l’eco inquieta delle sirene che attraversavano la notte. Ma soprattutto il senso di attesa e impotenza che si impadronì di tutti. Come un tempo dilatato all’inverosimile, in cui ogni gesto – anche il più semplice, come toccarsi il volto o aprire una finestra – sembrava carico di un’intensità nuova, drammatica.

Si era chiuso in casa con la famiglia, seguendo con diligenza ogni direttiva, ogni ordinanza. Aveva disinfettato le maniglie, evitato le uscite, controllato compulsivamente le scorte in dispensa. Ma dentro, qualcosa si agitava. Non era solo la paura – per sé, per gli altri, – ma un senso più profondo di smarrimento, come se quel virus avesse scrostato la patina delle abitudini, rivelando sotto una nudità spirituale che da tempo cercava di ignorare.

Non si trattava solo di affrontare l’emergenza sanitaria, ma di guardare in faccia il vuoto che la frenesia dei giorni aveva sempre coperto. Ogni rumore sembrava amplificato. Ogni silenzio, una domanda. Ogni giorno, un altare improvvisato per sacrificare il proprio orgoglio, le proprie certezze, il proprio tempo. La casa diventò una cella e un santuario, un luogo di costrizione ma anche di rivelazione. La routine crollata, gli orari stravolti, le pareti come specchi che riflettevano la verità: non eravamo pronti. Non lo eravamo mai stati.

Eppure, in quella sospensione surreale, iniziò anche una metamorfosi. Marco tornò a guardare le cose lente, essenziali: la luce che filtrava al mattino tra le tende, la voce di sua figlia che leggeva ad alta voce, la preghiera recitata insieme, ogni sera, con voce incerta. Fu un ritorno all’essenziale.

Anche la scuola si era fermata. O meglio: era passata sullo schermo. Le videolezioni, i registri elettronici, le circolari continue — come se bastasse mantenere in vita l’apparato burocratico per poter dire che tutto era sotto controllo. Marco si era adattato in fretta, da bravo insegnante coscienzioso: microfono, connessione, sfondo neutro, condivisione dello schermo. Ma dietro quello sforzo organizzativo, dietro l’efficienza apparente, vedeva altro. Vedeva volti stanchi, spesso oscurati. Vedeva lo sguardo perso dei ragazzi, quando c’era. Sentiva l’imbarazzo del silenzio che si prolungava dopo ogni domanda. E capiva che non era solo stanchezza: era smarrimento. Era solitudine.

C’erano studenti che seguivano le lezioni dal letto, altri che restavano zitti per ore, col microfono disattivato, immersi in chissà quali pensieri. C’era chi non accendeva mai la videocamera, e chi la spegneva di colpo, come per fuggire. Marco intuiva dietro ogni gesto un grido non espresso. Il disagio di chi non aveva una stanza propria, di chi divideva un unico dispositivo con fratelli e genitori, di chi viveva in case piccole, piene di rumori e di tensione.

E si accorse, per la prima volta con tale chiarezza, che la scuola non era solo trasmissione di contenuti ma una trama invisibile fatta di gesti, di sguardi, di presenze. Era un corpo collettivo, una comunità viva, che aveva bisogno di vicinanza, di contatto, di respiro. E ora quel corpo era stato smembrato, disperso in tante isole solitarie.

Ogni mattina, davanti allo schermo, Marco si sentiva un attore in un teatro vuoto. Continuava a parlare, a spiegare, a fare il suo dovere. Dentro avvertiva un’inadeguatezza radicale. Come se ogni parola detta online avesse perso una parte del suo peso specifico. L’aula vera, con i suoi rumori, i suoi odori, le sue irregolarità, gli mancava come un organo amputato. E con essa, gli mancavano anche gli imprevisti, gli occhi che si illuminano, i silenzi carichi, le domande improvvise. Tutto ciò che rende viva la scuola.

sabato 25 aprile 2026

06. Senza forma [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]

La domenica uscivano. Camminavano. Facevano la spesa. Sceglievano sempre lo stesso mercato. Conoscevano i banchi. Non parlavano con i venditori. Compravano ciò che serviva. Niente di più. Tornavano a casa. Sistemavano. Il pomeriggio passava senza programma.

A volte uno leggeva. L’altro faceva altro. Stavano nella stessa stanza. Non interagivano. La presenza non richiedeva scambi continui. Bastava che l’altro fosse lì.

Non avevano rituali evidenti. Nessun giorno dedicato. Nessuna abitudine dichiarata. Le cose accadevano perché erano già iniziate. Quando qualcosa cambiava, il cambiamento restava implicito. Non veniva discusso subito. A volte non veniva discusso affatto.

Dormivano nello stesso letto. Condividevano lo spazio. Non parlavano prima di addormentarsi. A volte Irene leggeva. Riccardo spegneva la luce. Il silenzio non aveva funzione. Non serviva a chiarire. Restava. Era parte dell’assetto.

Le discussioni erano rare. Quando avvenivano, riguardavano dettagli. Un appuntamento mancato. Un oggetto spostato. Un orario cambiato senza dirlo. Non si allargavano. Si chiudevano da sole. Nessuno teneva il conto. Nessuno tornava sopra.

La loro relazione non aveva una forma dichiarata. Non veniva definita. Era una pratica. Giorni che si susseguivano. Presenze che si sovrapponevano. L’effetto emergeva nel tempo. Non in un momento preciso.

Non c’era stato un passaggio riconoscibile. Nessuna decisione isolabile. Nessun gesto che potesse essere indicato come origine. Le abitudini avevano preso il posto delle intenzioni. Le giornate avevano costruito una continuità che non chiedeva conferme.

Quando qualcuno chiedeva da quanto stessero insieme, rispondevano in modo vago. Non per difesa. La risposta non era pronta. La relazione non era iniziata in un punto netto. Non aveva un prima chiaro. Continuava. Questo bastava.

Le domande restavano spesso senza sviluppo. Non venivano riprese tra loro. Non si trasformavano in conversazioni. Rimanevano esterne, come se riguardassero un oggetto che non avevano mai deciso di nominare.

Si vedevano ogni giorno, oppure quasi. Condividevano orari, spostamenti, pause. Alcuni gesti si erano stabilizzati. Preparare il caffè, lasciare una luce accesa, occupare sempre lo stesso lato del tavolo. Non erano segni intenzionali. Si ripetevano.

Non avevano stabilito cosa aspettarsi. Non avevano escluso alternative. Non avevano definito limiti. La relazione non si fondava su accordi espliciti. Si reggeva sulla continuità delle presenze.

Quando uno dei due si assentava, la casa cambiava ritmo. Non in modo evidente. Le stanze rimanevano le stesse. Gli oggetti non si spostavano. Mancava una sequenza di gesti. Si avvertiva nella durata delle cose, nei tempi morti, nella mancanza di alcune azioni.

Il caffè restava nella moka più a lungo. Nessuno lo versava subito. La tazza rimaneva pulita nel pensile. Il tavolo non veniva liberato alla stessa ora. I piatti si accumulavano senza ordine. Non era disordine. Era una sospensione.

La luce si accendeva più tardi. A volte non veniva accesa affatto. Una stanza restava in ombra. Non per scelta. Per omissione. Le porte restavano aperte o chiuse senza un criterio riconoscibile.

Chi restava in casa occupava meno spazio. Usava meno oggetti. Si spostava lungo percorsi ridotti. Alcuni gesti venivano tralasciati. Non per decisione. Non si presentavano.

Il letto rimaneva metà vuoto. Le coperte non venivano sistemate allo stesso modo. Un lato restava intatto. L’altro veniva rifatto senza precisione. La differenza non veniva corretta.

Quando l’altro tornava, la sequenza riprendeva. Non tutta insieme. Alcuni gesti tornavano subito. Altri dopo. Non c’era un momento di riallineamento. La continuità si ricostruiva per gradi.