La scuola era l’unico edificio rimasto in piedi nel quartiere nord.
Il resto era polvere, lamiere piegate, muri aperti come ferite. Dopo l’Evento, le mappe avevano smesso di essere aggiornate. Restavano solo coordinate approssimative e zone segnate in rosso.
Elia attraversò la strada tra carcasse di auto fuse al suolo. Il cielo non era più blu né grigio. Era di un colore indefinito, uniforme, come una superficie senza profondità.
Sull’ingresso della scuola qualcuno aveva scritto con vernice scura: “Qui si ricomincia.”
Spinse il portone.
Dentro, i corridoi erano intatti. I vetri delle aule incrinati ma ancora al loro posto. Sui muri restavano cartelloni con alfabeti, formule, mappe di un mondo che non coincideva più con ciò che stava fuori.
In fondo al corridoio, una luce.
Entrò in un’aula.
Una decina di persone sedeva ai banchi. Non bambini. Adulti. Alcuni con maschere filtranti abbassate sul collo, altri con mani sporche di cenere.
Una donna scriveva alla lavagna: “Acqua. Terra. Fuoco. Aria.”
«Stiamo ripassando gli elementi» disse senza voltarsi.
«Perché?» chiese Elia.
«Per non dimenticare che esistevano prima delle centrali.»
Si sedette in fondo. Nessuno gli chiese chi fosse. Nessuno compilò moduli.
«Abbiamo perso le reti» continuò la donna. «Abbiamo perso i sistemi di previsione. Abbiamo perso le scorte.»
Fece una pausa.
«Non dobbiamo perdere le parole.»
Un uomo alzò la mano. «Le parole non fermano la fame.»
«No» rispose lei. «Ma la fame senza parole diventa solo lotta.»
Elia ascoltava. Fuori, il vento sollevava polvere radioattiva in vortici lenti. Dentro, qualcuno distribuiva fogli ricavati da vecchi registri amministrativi.
«Che cosa insegnate?» chiese Elia.
La donna lo guardò per la prima volta. «Insegniamo a distinguere.»
«Distinguere cosa?»
«Ciò che possiamo ancora fare da ciò che non tornerà.»
Silenzio.
Elia avvertì lo stesso smarrimento che lo aveva attraversato nei giorni precedenti. Non era più disallineamento rispetto a un sistema troppo ordinato. Era disorientamento davanti al vuoto.
«E il futuro?» domandò.
La donna cancellò la lavagna con un gesto lento. «Il futuro non è una previsione. È una pratica.»
Uno dei vetri esplose all’improvviso sotto la pressione del vento. Nessuno urlò. Qualcuno si alzò per coprire l’apertura con un pannello di legno.
Elia rimase seduto.
Forse l’apocalisse non era la fine del mondo ma la fine della sua interpretazione.
Forse bisognava imparare di nuovo a nominare ciò che restava.
Guardò la parola ancora leggibile nell’angolo della lavagna, non cancellata del tutto.
Aria.
Si chiese se bastasse respirare per sentirsi ancora dentro qualcosa che meritasse di essere chiamato mondo.












