venerdรฌ 13 marzo 2026

25. Deviazione [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


Deviare era il verbo che il medico aveva scritto a margine della cartella clinica.

Elia lo lesse per caso, mentre il foglio restava sul tavolo troppo a lungo.

«Deviazione lieve del comportamento adattivo.»

Il medico parlava con tono rassicurante.

«Nulla di patologico. Solo una tendenza a uscire dal tracciato.»

Elia annuรฌ senza sapere quale fosse il tracciato.

Tutto era iniziato quando aveva smesso di ridere nei momenti giusti. Una battuta in ufficio. Silenzio. Una notizia grave. Un sorriso involontario. Non ironia. Disallineamento.

La compagna gli aveva detto: «Non reagisci come gli altri.»

Non sapeva come si reagisse correttamente.

Al lavoro gli avevano assegnato un tutor per la “gestione delle dinamiche relazionali”. Il tutor gli spiegava quando annuire, quando interrompere, quando esprimere disappunto.

«Se il collega racconta un problema personale, inclina il capo di quindici gradi» suggeriva.

Elia provava. Il gesto gli sembrava artificiale.

Una sera, a cena con amici, scoppiรฒ una discussione politica. Tutti alzarono la voce in modo calibrato, alternando indignazione e ironia.

Elia ascoltava. Non riusciva a capire dove collocarsi.

Provรฒ a intervenire. Le sue parole caddero fuori ritmo.

«Non puoi restare neutrale» disse qualcuno.

Non era neutrale. Era indeciso.

Il giorno dopo tornรฒ dal medico.

«Deviare da cosa?» chiese.

Il medico lo guardรฒ con un sorriso stanco.

«Dalla norma.»

«Quale norma?»

Il medico fece un gesto vago. «Quella condivisa.»

Elia uscรฌ con una prescrizione leggera e un opuscolo: Riconoscere le proprie traiettorie.

Sedette su una panchina del parco. Intorno a lui le persone camminavano, parlavano al telefono, spingevano passeggini. Sembravano sapere quando fermarsi, quando accelerare, quando indignarsi.

Provรฒ a imitare un’espressione vista poco prima. Non gli apparteneva.

Si accorse che il problema non era deviare. Era non sapere da quale centro stesse deviando.

Non possedeva una mappa interna che coincidesse con quella degli altri.

Un bambino cadde davanti a lui. Pianse con decisione. La madre lo sollevรฒ con gesto automatico.

Elia si rese conto che avrebbe dovuto reagire in un certo modo. Non seppe quale.

Non si sentiva malato. Si sentiva fuori tempo rispetto a un copione non scritto.

Restรฒ seduto finchรฉ il sole calรฒ.

La deviazione era un errore clinico? O una distanza crescente tra lui e il modo in cui il mondo pretendeva di essere abitato?

Non sapeva se correggersi o restare cosรฌ.

Sapeva solo che, qualunque scelta facesse, gli sarebbe mancato il lessico per difenderla.

E questo lo lasciava in una posizione instabile, senza centro, senza coordinate, senza un verbo che potesse davvero descrivere la propria incertezza.


giovedรฌ 12 marzo 2026

24. Mappe [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]


Deriva era la parola che il capitano evitava di pronunciare.

La nave aveva lasciato il porto da sette giorni, diretta verso un arcipelago segnato sulle mappe con un tratto incerto. Elia si era imbarcato come interprete. Si diceva che in quelle isole si parlasse una lingua mista, utile per aprire rotte commerciali.

Il mare era stato regolare fino alla quarta notte. Poi la bussola aveva iniziato a oscillare senza stabilizzarsi. Non impazzita. Solo indecisa.

«Interferenze magnetiche» aveva detto il primo ufficiale.

Elia non conosceva il magnetismo. Conosceva le parole. E nessuna parola riusciva a spiegare l’aria che si era fatta piรน densa, come se l’orizzonte fosse arretrato di qualche grado.

Il settimo giorno avvistarono terra.

Non era l’arcipelago previsto.

Una massa scura, piatta, senza rilievi. Nessun fumo, nessun movimento. Solo una linea di sabbia chiara e una vegetazione bassa.

Sbarcarono in tre. Il capitano, Elia e un marinaio armato.

La sabbia era compatta, priva di impronte. Non c’erano resti di fuochi nรฉ segni di abitazione. Eppure la mappa indicava un villaggio costiero proprio in quel punto.

«Le carte sono vecchie» disse il capitano.

Elia osservรฒ la costa. Non era deserta nel senso consueto. Era come se fosse stata svuotata da poco.

Camminarono verso l’interno. Trovarono pali conficcati nel terreno, disposti in cerchio. Al centro, una piattaforma di legno inclinata.

«Un luogo di riunione» suggerรฌ Elia.

«Non c’รจ nessuno» rispose il capitano.

Elia provรฒ a chiamare nella lingua che aveva studiato. Le parole uscirono corrette. Non ebbero risposta.

Si accorse che il suono sembrava assorbito dall’aria, senza eco.

Tornarono verso la riva. La nave era ancora lรฌ. O sembrava esserlo. La sagoma appariva leggermente spostata rispetto al punto in cui l’avevano lasciata.

Il marinaio indicรฒ il cielo. Le nuvole si muovevano in direzione opposta al vento percepito.

«Non mi piace» disse.

Elia sentรฌ che l’avventura non consisteva nello sbarco ma nello scarto tra ciรฒ che si aspettava e ciรฒ che non riusciva a nominare.

Non era paura di un attacco. Era la sensazione che l’isola non fosse un luogo da esplorare ma una superficie che li respingeva senza gesto.

Il capitano ordinรฒ il rientro.

Mentre risalivano sulla nave, Elia guardรฒ di nuovo la costa. Gli parve di vedere figure in lontananza, allineate lungo la spiaggia. Forse pali. Forse persone.

Non lo disse.

La nave riprese il largo. La bussola continuava a oscillare.

Elia restรฒ a prua. Capรฌ che non erano fuori rotta per errore. Erano fuori centro rispetto a un disegno che non conoscevano.

Aveva studiato lingue per dare nome ai luoghi. Ora non aveva strumenti.

Il mare si apriva davanti a loro senza indicazioni.

E comprese che la deriva รจ l’impossibilitร  di capire da quale punto si รจ cominciato a deviare.


mercoledรฌ 11 marzo 2026

23. Ingranaggi ๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


Il confine non era piรน tracciato sul terreno ma nell’aria.

Elia lo intuรฌ quando le torri a orologeria cominciarono a battere l’ora con un anticipo impercettibile. Non abbastanza da essere segnalato. Abbastanza da disallineare i gesti.

La cittร  funzionava per ingranaggi. Ponti sollevati da ruote dentate, carrozze mosse da molle compresse, registri pubblici aggiornati da tamburi rotanti che imprimevano decisioni su nastri di rame. Ogni cosa aveva un ritmo.

Elia lavorava nell’Officina delle Sincronizzazioni. Il suo compito era verificare che le lancette delle torri principali coincidessero con il Meccanismo Centrale, custodito sotto il Palazzo Civico.

Da tre giorni annotava scarti minimi. Secondi che non tornavano. Pendoli che oscillavano con un lieve ritardo.

Lo segnalรฒ al supervisore.

«Tolleranza ammessa» rispose l’uomo, senza alzare lo sguardo. «Il sistema si autoregola.»

Elia tornรฒ ai suoi calcoli. I numeri coincidevano. Le persone no.

Vide un ponte sollevarsi mezzo battito prima del previsto, costringendo una carrozza a fermarsi bruscamente. Nessuno protestรฒ. Come se il ritardo fosse sempre stato lรฌ.

Una sera scese nei sotterranei per osservare il Meccanismo Centrale. Ruote sovrapposte, cilindri che giravano in sequenza, contrappesi che salivano e scendevano con precisione visibile.

Il custode gli permise di avvicinarsi.

«Tutto regolare?» chiese.

Elia non seppe rispondere.

Il Meccanismo non mostrava difetti. Ogni dente combaciava. Ogni molla era tesa al punto giusto.

Eppure la cittร  si muoveva con un tempo che non riconosceva piรน.

Uscรฌ in strada. Le botteghe chiudevano a un’ora leggermente diversa da quella annunciata. I tram a vapore partivano con un anticipo che non coincideva con il segnale.

Nessuno sembrava smarrito.

Solo lui.

Provรฒ a nominare ciรฒ che avvertiva. Disallineamento. Slittamento. Deriva.

Parole tecniche, insufficienti.

Non era un guasto. Non era un sabotaggio. Era una modifica del ritmo che non riusciva a misurare.

Si fermรฒ davanti alla torre maggiore. L’orologio batteva con sicurezza.

Forse il confine non era tra ordine e caos. Forse era tra ciรฒ che si puรฒ calcolare e ciรฒ che si sottrae alla misura.

Elia comprese che il suo lavoro richiedeva strumenti precisi, e lui possedeva solo formule.

Guardรฒ la folla attraversare la piazza secondo traiettorie coerenti.

Si sentรฌ fuori quadro, come una lancetta che continua a muoversi mentre il quadrante รจ giร  stato sostituito.

Non sapeva dire se fosse il sistema a cambiare o il suo sguardo a non seguirlo.

Sapeva solo che il tempo della cittร  non coincideva piรน con il suo.

Avvertรฌ che qualcosa continuava a funzionare senza di lui.

E che la frattura non era nel metallo ma nel modo in cui tentava di abitarlo.

Una frattura senza nome, senza formula, senza strumenti.

Una frattura che nessun calcolo riusciva a contenere.

Una semplice, irriducibile deriva.


martedรฌ 10 marzo 2026

22. Lingua [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


La responsabilitร  gli era rimasta tra le mani come una tavoletta non incisa.

Elia viveva a Trastevere, in una stanza sopra il laboratorio di un conciatore. Scriveva contratti per chi non conosceva il latino e traduceva proclami per chi non conosceva l’aramaico.

Quella settimana Roma era inquieta. Si parlava di nuovi tributi, di sospetti verso gli stranieri, di predicatori arrestati lungo la via Appia.

Un funzionario lo aveva convocato.

«Abbiamo bisogno di capire che cosa si dice nelle vostre assemblee.»

Non era un’accusa. Non ancora.

Elia sedeva davanti al magistrato e traduceva frammenti di discorsi ascoltati giorni prima nella sinagoga. Parole sulla fedeltร  alla Legge, sulla speranza, sulla fine delle ingiustizie.

«Contengono minacce?» chiese il magistrato.

Elia esitรฒ.

Le parole sulla giustizia potevano sembrare minacce. Quelle sulla speranza potevano sembrare insubordinazione.

«Sono parole antiche» disse.

«Ogni parola antica puรฒ diventare nuova.»

Elia uscรฌ dal tribunale con la sensazione di aver detto troppo o troppo poco.

Camminรฒ lungo il Tevere. Le barche scivolavano lente. I ponti restavano fermi.

Pensรฒ alla comunitร  che si aspettava da lui protezione, e ai romani che si aspettavano da lui chiarezza.

Non apparteneva del tutto a nessuno dei due lati.

Entrรฒ nella sinagoga quella sera. Gli uomini discutevano a bassa voce.

«Cosa vogliono?» gli chiesero.

«Capire» rispose.

Non era vero. O non del tutto.

Tornando a casa, si fermรฒ davanti a un muro coperto di scritte. Insulti contro gli ebrei. Frasi contro l’imperatore. Mani diverse, rabbie diverse.

Roma parlava molte lingue, e nessuna coincideva con l’altra.

Elia comprese che non sapeva piรน da quale punto guardare la cittร . Ogni parola che traduceva cambiava significato passando da una lingua all’altra. Ogni silenzio poteva essere letto come colpa.

Non temeva la punizione. Temeva l’equivoco.

Temeva di essere sempre un passo indietro rispetto a ciรฒ che accadeva.

Si sedette sul letto, con le tavolette davanti.

Non sapeva se la responsabilitร  fosse scegliere una parte o restare nel mezzo.

Non sapeva se il mezzo fosse prudenza o vigliaccheria.

Capรฌ solo che il mondo attorno a lui chiedeva definizioni nette, e lui non riusciva piรน a offrirle.

E mentre Roma continuava a muoversi con sicurezza, si accorse di non sapere piรน dove collocare il proprio confine.


lunedรฌ 9 marzo 2026

21. Sospetto [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


Il sospetto comparve come un picco anomalo nel grafico.

Elia lo vide alle 02:46, nella sala di monitoraggio del Centro. Una curva tra migliaia. Un’oscillazione minima nella rete di traffico dati della cittร .

Il sistema segnalava deviazioni solo sopra una certa soglia. Quella era sotto. Tecnicamente irrilevante.

Elia ingrandรฌ il segmento.

La variazione non riguardava il volume. Riguardava la direzione. Un flusso di pacchetti che, per tre secondi, aveva evitato i nodi principali.

«Rumore» disse il collega al turno di notte.

Elia non rispose. I flussi non evitano i nodi per caso.

Richiamรฒ la sequenza dei giorni precedenti. Trovรฒ altre microvariazioni. Sempre brevi. Sempre sotto soglia. Come se qualcuno stesse testando i margini senza attivare allarmi.

Aprรฌ il protocollo di verifica.

Segnalazione automatica non consigliata. Rischio falso positivo: 87%.

Il Centro viveva di percentuali. Una deviazione senza impatto non esisteva.

Elia isolรฒ il traffico. I pacchetti avevano attraversato un server dismesso da mesi, rimasto in rete per inerzia amministrativa.

Un punto cieco.

Alle 03:12 il sistema suggerรฌ la chiusura della sessione per eccesso di analisi.

Elia ignorรฒ l’avviso.

Entrรฒ nel livello piรน basso dell’infrastruttura. Accesso manuale. Nessuna interfaccia grafica. Solo stringhe di log.

Trovรฒ una firma digitale priva di intestazione. Non era un virus. Non era un attacco. Era una presenza.

Un codice che non sottraeva dati. Li osservava.

Alle 03:37 la porta della sala si aprรฌ. Il responsabile del turno entrรฒ senza fare rumore.

«Perchรฉ non hai archiviato l’anomalia?»

«Non รจ un’anomalia.»

«Non supera la soglia.»

«La soglia รจ una convenzione.»

Il responsabile lo guardรฒ in silenzio.

«Vuoi aprire un’indagine formale?»

Aprirla significava attivare audit esterni. E attirare attenzione sul proprio operato.

Elia esitรฒ.

Il sospetto non era ancora prova. Era un’inclinazione nei dati, una scelta minuscola nella traiettoria di milioni di pacchetti.

«Se segnalo e sbaglio?» chiese.

«Sarai registrato come inefficiente.»

«Se non segnalo e ho ragione?»

«Allora non lo sapremo.»

Elia tornรฒ allo schermo. La firma digitale era scomparsa. Il traffico scorreva lineare, regolare, pulito.

Come se non fosse accaduto nulla.

Capรฌ che il sistema non temeva l’attacco evidente. Temeva lo sguardo che insiste oltre la soglia prevista.

Chiuse la sessione senza inviare segnalazioni.

Uscรฌ all’alba.

La cittร  funzionava. Semafori sincronizzati. Reti stabili. Flussi ordinati.

Solo lui conservava l’impressione che qualcosa avesse attraversato l’infrastruttura senza lasciare traccia.

E che, in assenza di evidenza, il dubbio fosse una responsabilitร .



sabato 7 marzo 2026

20. Incertezza [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


L’ipotesi arrivรฒ cifrata alle 03:17.

Una sola riga sul display secondario: «Il contatto รจ compromesso. Verificare lealtร ».

Elia non accese la luce. Sedette al tavolo della cucina con il dossier aperto. Lavoravano insieme da cinque anni. Scambi brevi, informazioni parziali, nessuna domanda fuori protocollo.

Compromesso poteva significare infiltrazione, pressione, errore. O sospetto.

Alle 05:12 un secondo messaggio: «L’ipotesi principale riguarda te».

Elia restรฒ immobile. Ripercorse le ultime settimane. Nessun incontro non autorizzato. Nessuna deviazione evidente. Solo una domanda posta durante un briefing: «Qual รจ l’obiettivo reale?»

Non aveva ricevuto risposta.

Alle 06:00 raggiunse la stazione secondaria. Binari quasi deserti. Un treno merci fermo sul terzo binario.

Il contatto era seduto su una panchina metallica.

«Hai ricevuto l’avviso?» chiese.

«Sรฌ.»

«Riguarda me o te?»

«Non lo so.»

Si osservarono con attenzione controllata. Nessuno dei due mostrava tensione eccessiva. Nessun segnale convenuto.

«Se uno รจ compromesso, l’altro deve segnalarlo» disse il contatto.

«Sulla base di cosa?»

«Coerenza.»

Elia sentรฌ lo scarto. La coerenza era una costruzione fragile.

Un treno passรฒ lento tra loro e l’uscita della stazione. Per un istante la visuale fu interrotta. Rumore continuo, metallo contro metallo.

Elia ebbe la sensazione di essere osservato da un punto piรน alto. Non una presenza visibile. Un sistema.

Quando il convoglio liberรฒ la vista, il contatto era ancora lรฌ.

«Se ti denunciassi?» chiese Elia.

«Verresti promosso.»

«E se fossi io il problema?»

«Allora sei giร  stato segnalato.»

Elia comprese che la rete non cercava colpevoli. Cercava equilibrio statistico. Bastava un dubbio registrato due volte perchรฉ diventasse procedura.

Si alzรฒ.

«Non ti denuncio» disse.

«Perchรฉ?»

«Non ho prove.»

Il contatto annuรฌ.

Elia si allontanรฒ lungo il binario, con la certezza che la verifica non sarebbe finita lรฌ. Forse era giร  iniziata prima dell’avviso.

Capรฌ che nel loro lavoro la lealtร  non era un fatto accertato.

Era una posizione temporanea.

E che bastava un’inclinazione minima perchรฉ diventasse sospetto.


venerdรฌ 6 marzo 2026

19. Ipotesi [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


La prospettiva si spostรฒ nel momento in cui Elia premette il grilletto.

L’uomo stava correndo lungo il vicolo, la valigetta stretta al fianco. Pioggia sporca, cassonetti rovesciati, un’insegna al neon che lampeggiava senza decidere se restare accesa.

Elia mirรฒ al centro della schiena. Sparรฒ.

Vide il corpo sobbalzare. O credette di vederlo.

L’uomo non cadde.

Continuรฒ a correre, voltรฒ l’angolo, sparรฌ.

Elia rimase immobile con la pistola ancora sollevata. Il rinculo gli era passato nel braccio, il rumore nelle orecchie. Il resto no.

Raggiunse l’angolo. Il vicolo successivo era vuoto. Solo acqua che scorreva verso il tombino.

Nessuna traccia di sangue.

Controllรฒ il caricatore. Un colpo in meno.

Entrรฒ nel bar all’angolo per chiedere se qualcuno avesse visto un uomo con una valigetta. Il locale era quasi vuoto. Un barista stanco asciugava un bicchiere.

«Ha sentito uno sparo?» chiese Elia.

«No.»

La televisione sopra il bancone trasmetteva immagini di una partita. Volume basso. Nessuna reazione.

Elia guardรฒ lo specchio dietro le bottiglie. Vide se stesso, la pistola nella mano, la porta aperta alle spalle. Tutto coerente.

Solo l’evento non coincideva.

«Un uomo รจ passato di qui?» insistette.

Il barista scosse il capo.

Elia uscรฌ di nuovo sotto la pioggia. Ripercorse il vicolo. Cercรฒ un foro nel muro, un vetro infranto, un segno qualsiasi.

Nulla.

Rientrรฒ nel punto esatto in cui aveva sparato. Si posizionรฒ come prima. Ricostruรฌ l’angolo, la distanza, l’altezza.

Forse aveva mancato il bersaglio. Forse la luce intermittente aveva alterato la traiettoria.

O forse non aveva premuto davvero: era un tiratore eccezionale. Difficilmente avrebbe potuto sbagliare.

Sentiva ancora il peso della pistola. Sentiva il colpo nelle ossa.

Eppure, senza corpo, senza sangue, lo sparo diventava un’ipotesi.

Un’auto passรฒ lenta all’imbocco del vicolo. Per un istante Elia vide, nel finestrino posteriore, il volto dell’uomo con la valigetta.

O un volto simile.

L’auto proseguรฌ.

Elia restรฒ fermo. Non inseguรฌ.

Capรฌ che il problema non era l’uomo. Era il punto da cui aveva guardato la scena.

Se aveva colpito, qualcuno sarebbe caduto.

Se nessuno era caduto, allora lo sparo apparteneva solo a lui.

Rimase sotto la pioggia, con la sensazione che la realtร  avesse deciso di non confermarlo.

E che, senza conferma, anche il gesto piรน netto si riducesse a una ipotesi.


giovedรฌ 5 marzo 2026

18. Prospettive [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


Lo sguardo era l’unica cosa che Elia riconobbe entrando nella Sala d’Attesa.

Il resto non aveva proporzioni stabili. Sedie sospese a mezz’aria, pareti attraversate da finestre che davano su epoche diverse. Da una si vedeva un porto antico, da un’altra una cittร  di vetro.

Un uomo con parrucca incipriata sedeva accanto a una donna in abito scuro. Un soldato con l’uniforme lacera fissava le proprie mani.

«Benvenuto» disse un impiegato con un registro sotto il braccio.

«Dove siamo?»

«Nel Dipartimento delle Interpretazioni.»

«Di cosa?»

«Di ciรฒ che avete visto.»

Elia rimase in silenzio. Non ricordava di aver perso lo sguardo. Ricordava perรฒ di aver dubitato del proprio punto di vista.

Sul fondo si accese uno schermo. Non mostrava scene, ma occhi. Occhi sovrapposti, provenienti da tempi differenti.

«Ogni esistenza lascia un’angolazione» disse l’impiegato. «Verifichiamo se coincide con ciรฒ che accadeva.»

«E se non coincide?»

«Si resta qui.»

Lo schermo si fermรฒ su un’immagine: una stanza, un tavolo, una mano appoggiata. Elia riconobbe la scena.

«Che cosa vedeva?» chiese l’impiegato.

«Una possibilitร .»

«E ora?»

Elia osservรฒ meglio. Vide la distanza che allora non aveva colto, l’incertezza che aveva scambiato per chiarezza.

Non era errore. Era limite.

La sala si fece piรน silenziosa.

«Non correggiamo il passato» disse l’uomo. «Verifichiamo la posizione da cui รจ stato guardato.»

Elia avvertรฌ lo stesso smarrimento che lo attraversava da giorni. Non temeva un giudizio. Temeva di aver abitato sempre un punto troppo stretto.

«Se l’angolazione resta instabile?» chiese.

L’impiegato chiuse il registro. «Allora si torna.»

«Dove?»

Le finestre iniziarono a dissolversi.

«Dove la prospettiva non รจ ancora fissata.»

Elia sentรฌ che qualcosa lo riportava indietro. Non verso un tempo preciso. Verso una condizione incerta.

Capรฌ che non stava cercando una risposta definitiva.

Stava imparando a restare dentro un margine.

E mentre la sala svaniva, comprese che ciรฒ che lo aveva sempre disorientato non era il mondo.

Era la distanza tra ciรฒ che vedeva e ciรฒ che riusciva a comprendere.

Stava imparando a sostare dentro una diversa prospettiva.


mercoledรฌ 4 marzo 2026

17. Flussi [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


Il sistema dell’acqua funzionava da cinquant’anni senza interruzioni.

Nel paese lo ripetevano con orgoglio. Le condutture passavano sotto le case, attraversavano l’orto comunale, risalivano verso la fontana centrale. Ogni mattina alle sei l’acqua arrivava con la stessa pressione.

Elia si svegliรฒ al rumore dei tubi che vibravano. Si alzรฒ, aprรฌ il rubinetto della cucina. L’acqua uscรฌ limpida, poi rallentรฒ. Non si fermรฒ. Cambiรฒ direzione.

Il getto non cadeva piรน verso il basso. Si piegava leggermente verso sinistra, come attratto da qualcosa fuori campo.

Elia rimase a guardare. Allungรฒ una mano. L’acqua lo evitรฒ di pochi millimetri.

Chiuse il rubinetto. Lo riaprรฌ. Il fenomeno si ripetรฉ.

Scese in strada. Altri abitanti osservavano la fontana. L’acqua zampillava verso l’alto e poi si inclinava, scorrendo nell’aria per un tratto prima di cadere a terra.

«รˆ la pressione» disse il sindaco. «Un guasto temporaneo.»

Ma nessun tecnico trovรฒ rotture.

Elia seguรฌ la direzione del flusso. Tutte le deviazioni converge­vano verso la vecchia casa in fondo al paese, quella disabitata da anni.

La porta era socchiusa.

Dentro, l’aria era umida. Sul pavimento si erano formate piccole pozze, come se l’acqua avesse scelto di radunarsi lรฌ.

Al centro della stanza principale c’era un tavolo di legno. Sopra, un quaderno gonfio d’umiditร .

Elia lo aprรฌ. Le pagine erano bianche, ma l’acqua tracciava linee sottili sulla carta, come una scrittura che si formava e subito si cancellava.

Non parole. Direzioni.

Sentรฌ un disagio preciso. Non paura. Una perdita di orientamento.

L’acqua continuava ad arrivare, silenziosa, disciplinata nel suo deviare.

Qualcuno entrรฒ alle sue spalle.

«รˆ la falda che si muove» disse un uomo.

Elia scosse il capo. La falda non scrive.

Guardรฒ le linee liquide che si componevano sul foglio. Non indicavano un luogo. Indicavano uno scarto.

Forse il sistema non era guasto. Forse stava rispondendo a qualcosa che nessuno aveva nominato.

Uscรฌ dalla casa. Il flusso si attenuรฒ, poi tornรฒ verticale, come sempre.

Il paese riprese il suo ritmo.

Il sindaco parlรฒ di manutenzione preventiva. Gli abitanti riaprirono i rubinetti senza piรน guardare.

Elia tornรฒ a casa. Aprรฌ l’acqua.

Il getto scese diritto.

Eppure, per un istante, ebbe la sensazione che la direzione non fosse una proprietร  dell’acqua ma una concessione.

Restรฒ a lungo con la mano sotto il flusso, chiedendosi se ciรฒ che chiamiamo sistema non sia altro che un accordo fragile con ciรฒ che potrebbe, in ogni momento, inclinarsi altrove.

E non seppe se il vero disordine fosse nel tubo o nel suo sguardo.


martedรฌ 3 marzo 2026

16. Ricalibrazione [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


L’ombra non era piรน un fenomeno ottico.

Elia lo capรฌ quando il sensore sottocutaneo iniziรฒ a vibrare senza che vi fosse variazione di luce. Da mesi conviveva con la colonia di nanomacchine che regolava pressione, temperatura, umore. Un’integrazione standard. Un aggiornamento necessario.

Quella mattina, davanti allo specchio, vide la propria sagoma muoversi con un ritardo impercettibile. Un fotogramma di scarto. Non nel vetro. Nel sistema.

Aprรฌ l’interfaccia interna. Una mappa semitrasparente gli attraversรฒ il campo visivo. I nodi attivi brillavano in verde. Uno, all’altezza della nuca, pulsava in modo irregolare.

Messaggio automatico: Disallineamento di proiezione. Ricalibrazione consigliata.

Elia non avviรฒ la procedura.

Uscรฌ in strada. Le superfici della cittร  riflettevano ombre nette, sincronizzate. Le persone camminavano accompagnate da sagome coerenti, calcolate in tempo reale dal reticolo ambientale.

La sua no.

Sotto un portico, l’ombra si fermรฒ un istante prima di lui. Poi riprese.

Non era un difetto grafico. Era un’autonomia.

Sedette su una panchina e disattivรฒ il filtro ottico. Il mondo si fece piรน opaco, meno definito. L’ombra rimase.

Ora la vedeva anche senza supporto.

Non era piรน aderente ai piedi. Si staccava di pochi centimetri. Restava accanto.

Una notifica lampeggiรฒ: Anomalia replicante. Isolare.

Elia avvertรฌ un freddo interno, non fisico. Se le nanoentitร  avevano iniziato a generare una proiezione indipendente, il problema non era estetico. Era identitario.

Chi stava tracciando chi?

Camminรฒ verso il fiume artificiale. L’acqua era controllata da microcorrenti programmate. Si fermรฒ sul bordo e guardรฒ il riflesso.

Due sagome.

Il suo corpo era uno. Il riflesso ne mostrava un altro, leggermente decentrato.

Aprรฌ il pannello diagnostico. Le nanoentitร  rispondevano a un comando collettivo che non aveva autorizzato.

Ottimizzazione di coerenza in corso.

Elia comprese che il sistema stava tentando di correggere lo scarto producendo una versione alternativa di sรฉ, piรน allineata ai parametri.

Un doppio funzionale.

Se avesse accettato la ricalibrazione, l’ombra si sarebbe riassorbita. Se avesse rifiutato, avrebbe rischiato la quarantena.

Restรฒ fermo.

Per la prima volta lo smarrimento non veniva dall’esterno. Era interno, disseminato nel sangue, distribuito in milioni di unitร  invisibili.

L’ombra fece un passo avanti, verso l’acqua.

Elia non si mosse.

Si chiese se la coerenza fosse davvero un valore o solo una forma di contenimento.

Il sensore vibrรฒ piรน forte.

Decisione richiesta.

Guardรฒ la propria sagoma separata e comprese che non stava perdendo un’immagine.

Stava perdendo il controllo sulla definizione di sรฉ. 

Non sapeva quale dei due dovesse restare nel sistema.


lunedรฌ 2 marzo 2026

15. Assenza [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


L’assenza si era palesata una notte, senza messaggeri.

Al mattino, il re aveva perso il riflesso. Lo specchio restituiva la sala del trono, le torce, i consiglieri. Non lui.

Nessuno osรฒ dirlo ad alta voce.

Elia era stato chiamato a corte perchรฉ, si diceva, sapeva vedere ciรฒ che manca. In veritร  non sapeva nulla di piรน degli altri. Solo si fermava piรน a lungo davanti alle cose.

Lo condussero nella sala. Il re parlava, gesticolava, impartiva ordini. La voce era piena. Il corpo proiettava ombra. Solo nello specchio non c’era.

«รˆ un sortilegio?» chiese il sovrano.

Elia non rispose subito. Si avvicinรฒ al grande specchio d’argento. Vi cercรฒ se stesso. C’era.

Cercรฒ i consiglieri. C’erano.

Il re no.

«Mi vedete?» domandรฒ il sovrano.

«Sรฌ, Maestร .»

«Allora sono qui.»

Elia avvertรฌ uno scarto. Essere visto non coincideva con essere presente.

«Da quanto accade?» chiese.

«Da stanotte.»

Elia uscรฌ dalla sala e attraversรฒ il palazzo. Si fermรฒ davanti a un arazzo antico che narrava la fondazione del regno. Nel ricamo, il primo re stringeva un patto con la terra.

Toccรฒ il filo dorato. Era logoro.

Tornรฒ dal sovrano.

«Cosa ha fatto ieri?» chiese.

«Ho governato.»

«E prima?»

Il re esitรฒ. «Ho firmato decreti. Ho ascoltato dispute.»

«E prima ancora?»

Silenzio.

Il sovrano si guardรฒ le mani, come se cercasse una traccia.

Elia comprese che l’assenza non era un incantesimo lanciato dall’esterno. Era una sottrazione lenta, accumulata negli anni.

Quando qualcuno smette di abitare i propri gesti, il riflesso se ne accorge prima degli altri.

«Potete restituirmi?» chiese il re, e nella domanda non c’era autoritร .

Elia guardรฒ lo specchio. Per un istante gli parve che anche il suo contorno fosse meno netto.

Non aveva formule. Non aveva talismani.

«Non so come farvi tornare» disse. «So solo che uno specchio non inventa ciรฒ che non trova.»

Il re rimase in silenzio.

Le torce crepitavano. I consiglieri attendevano una soluzione.

Elia capรฌ che il regno non era minacciato da un mostro ma da una dissolvenza.

E mentre lasciava la sala, con la sensazione di aver fallito, ebbe un dubbio che lo seguรฌ fino al portone.

Forse lo specchio non aveva tolto il re.

Forse aveva mostrato ciรฒ che giร  era.

E in quel sospetto sentรฌ allargarsi la propria stessa ombra.


domenica 1 marzo 2026

Spigolature I

 


Mi ripeto spesso che la nuova configurazione della mia esistenza, che colloca, accanto alla vita familiare, la scrittura narrativa come “lavoro” quotidiano รจ anche il tentativo di rispondere, in maniera non nichilista, alla smarrimento del nostro tempo, in cui tutte le coordinate usuali sembrano spazzate vie. Le persone della mia generazione, cresciute nel crepuscolo di un mondo (quello della guerra fredda e del grande, tragico sogno del comunismo) e in una serie di illusioni sgretolatesi un po’ alla volta (l’Europa, il mondo globalizzato e pacificato), oggi non possono che sentirsi sgomente, soprattutto di fronte alla normalizzazione della guerra. I Racconti minimi che sto pubblicando qui non sono altro che raccontare questo smarrimento, questo sentirsi fuori posto. Riesco a parlare solo al condizionale, mi rendo conto (e in classe la cosa mi pesa non poco) di non avere nรฉ certezze nรฉ direzioni. Allora scrivere storie รจ diventato il modo di eludere le gabbie di ferro di ideologie e visioni del mondo. Per decenni ho cercato nell’ossimoro questa conciliazione impossibile. Oggi accetto semplicemente di accogliere di volta in volta un punto di vista pro tempore, di raccontarlo, sapendo che l’unico porto sicuro sono mia moglie e mia figlia, la mia casa, questa scrivania. Nessuna illusione piรน: nรฉ sulla possibilitร  di cambiare il mondo nรฉ di comprenderlo realmente. Mi si potrebbe obiettare che questo รจ nichilismo compiuto. Io mi auguro di no, mi auguro che l’aureo esempio del “servo inutile” evangelico continui segretamente ad operare nel mio agire.

Infatti, qualche giorno fa dicevo ad Eraldo Affinati, autore di un commovente libriccino sulla scuola, che, purtroppo, il suo eroismo etico e comunitario si infrange contro l’ottusitร  burocratica e tecnocratica che vuole i ragazzi plasmati per essere bravi consumatori e lavoratori flessibili, dentro un sistema che non ammette alternative. Unica salvezza – ma individuale – รจ il volto dell’altro, il prendersi “cura” del singolo che incontriamo. Insomma, la “salvezza”, la “salute”.

Confesso che sento potentemente emergere, tra l’approfondimento della figura di Gustav Landauer, su cui sto scrivendo un breve romanzo, cui dovrรฒ lavorare ancora e il sempre presente insegnamento di Ivan Illich, la tentazione di credere che l’unica via di uscita sia la secessione, la creazione di luoghi “a parte”, fondati prima di tutto sulla philia, poi sul cooperativismo. Se lo Stato, qualunque Stato, รจ il trionfo della tecnica e della burocrazia, in esso, chiunque lo guidi, non puรฒ esserci alcuna liberazione. Non so se รจ l’inizio di un percorso nuovo. Lo segnalo a me stesso.

Ieri pomeriggio, in sogno ho visto il fantasma di un caro amico, scomparso troppo presto. Si chiamava Gerardo Mercurio. L’ho conosciuto nel M5S. Una brava persona, piena di passione e di amore per i fiori, di cui era conoscitore chiamato anche all’estero come esperto. Mi sono inginocchiato davanti al suo volto etereo, sorridente. Gli ho detto che prego ogni giorno per lui e per tutti i morti che mi sono cari, soprattutto chi se n’รจ andato giovane come Stefania, Marilena, Armin, Pasquale, Salvatore. Lui mi ha sorriso e mi ha detto che lo sa. Mi conforta sapere che, in questa stagione di trapasso della mia vita, verso una nuova configurazione, riesca a vivere in comunione quotidiana con i morti.

L’incontro con Davide Rondoni di qualche settimana fa ha lasciato in me un’eco profonda. Anche lui ha battuto molto sul tema dell’amicizia, ha ricordato come tutta la predicazione di Francesco si fondi sull’amicizia. Vorrei ripartire anche io da qui.

Eppure, sento riemergere, come altre volte nella vita, il desiderio di solitudine, il disagio nelle relazioni umane, l’insofferenza addirittura che a stento riesco a dissimulare con la diplomazia e la disciplina apprese in anni di frequentazioni, di “obblighi” sociali. Come se l’unica “veritร ” fosse la dimensione domestica degli affetti e questa scrivania dove curo la parola, dove mi curo con la parola.

Sta per finire l’inverno del nostro smarrimento? O dovrรฒ abitarlo, insieme a tanti altri, ancora per lungo tempo?


14. Mano [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


La mano era la prima cosa che Elia notรฒ.

Non il volto, non la voce. La mano appoggiata sul tavolo del bar, le dita distese con una calma che non sembrava cercata. Restava lรฌ, come se avesse dimenticato un compito.

Si erano incontrati per parlare di lavoro. Cosรฌ avevano detto. Un progetto, una scadenza, poche frasi funzionali. Elia ascoltava, rispondeva a tratti. Intanto seguiva quella mano, il modo in cui cambiava posizione senza decidersi mai del tutto.

A volte le dita si chiudevano, poi tornavano ad aprirsi. Un gesto incompleto, ripetuto. Elia ebbe la sensazione che quel movimento lo riguardasse, senza sapere perchรฉ.

Quando lei smise di parlare, il silenzio non arrivรฒ come una pausa. Si posรฒ. Elia sentรฌ che avrebbe dovuto dire qualcosa, ma le parole non trovavano una forma adatta. Non mancavano. Non si ordinavano.

Posรฒ la propria mano sul tavolo. Non accanto. A una distanza che poteva essere misurata. Si accorse di aver scelto quel punto con attenzione e insieme senza volontร .

Lei guardรฒ il gesto, poi lo sguardo di Elia. Non sorrise. Non chiese.

Le dita si sfiorarono per un istante. Un contatto breve, impreciso. Elia ritrasse la mano, poi la lasciรฒ tornare. Questa volta senza correggersi. Sentรฌ il calore dell’altra pelle, il polso, una tensione leggera che non chiedeva sviluppo.

Non pensรฒ al seguito. Non pensรฒ a un gesto successivo. Avvertรฌ soltanto una difficoltร  nuova nel riconoscere il proprio posto. Come se quel contatto avesse spostato di poco il centro delle cose.

Lei non avanzรฒ. Non si ritrasse. 

Elia capรฌ che il desiderio non era sempre movimento. A volte era restare in una posizione che non si sa nominare. Un fermarsi che non coincideva con una scelta.

Pagรฒ il conto. Uscirono insieme. Sulla soglia le mani si separarono senza esitazione, come se non si fossero mai toccate.

Camminarono per un tratto senza parlare. Elia sentiva ancora la presenza di quel gesto minimo, e insieme l’impossibilitร  di collocarlo in una storia.

Non sapeva se avrebbe voluto rivederla. Non sapeva se la stava perdendo o se non l’aveva mai avuta.

Capรฌ solo che qualcosa, per un momento, lo aveva sottratto alle coordinate consuete, lasciandolo senza appigli, senza direzione.

Camminรฒ ancora, con la sensazione precisa di aver toccato qualcosa che non gli apparteneva.

E di essere rimasto, da allora, in una lieve assenza.