martedì 10 marzo 2026

22. Lingua [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


La responsabilità gli era rimasta tra le mani come una tavoletta non incisa.

Elia viveva a Trastevere, in una stanza sopra il laboratorio di un conciatore. Scriveva contratti per chi non conosceva il latino e traduceva proclami per chi non conosceva l’aramaico.

Quella settimana Roma era inquieta. Si parlava di nuovi tributi, di sospetti verso gli stranieri, di predicatori arrestati lungo la via Appia.

Un funzionario lo aveva convocato.

«Abbiamo bisogno di capire che cosa si dice nelle vostre assemblee.»

Non era un’accusa. Non ancora.

Elia sedeva davanti al magistrato e traduceva frammenti di discorsi ascoltati giorni prima nella sinagoga. Parole sulla fedeltà alla Legge, sulla speranza, sulla fine delle ingiustizie.

«Contengono minacce?» chiese il magistrato.

Elia esitò.

Le parole sulla giustizia potevano sembrare minacce. Quelle sulla speranza potevano sembrare insubordinazione.

«Sono parole antiche» disse.

«Ogni parola antica può diventare nuova.»

Elia uscì dal tribunale con la sensazione di aver detto troppo o troppo poco.

Camminò lungo il Tevere. Le barche scivolavano lente. I ponti restavano fermi.

Pensò alla comunità che si aspettava da lui protezione, e ai romani che si aspettavano da lui chiarezza.

Non apparteneva del tutto a nessuno dei due lati.

Entrò nella sinagoga quella sera. Gli uomini discutevano a bassa voce.

«Cosa vogliono?» gli chiesero.

«Capire» rispose.

Non era vero. O non del tutto.

Tornando a casa, si fermò davanti a un muro coperto di scritte. Insulti contro gli ebrei. Frasi contro l’imperatore. Mani diverse, rabbie diverse.

Roma parlava molte lingue, e nessuna coincideva con l’altra.

Elia comprese che non sapeva più da quale punto guardare la città. Ogni parola che traduceva cambiava significato passando da una lingua all’altra. Ogni silenzio poteva essere letto come colpa.

Non temeva la punizione. Temeva l’equivoco.

Temeva di essere sempre un passo indietro rispetto a ciò che accadeva.

Si sedette sul letto, con le tavolette davanti.

Non sapeva se la responsabilità fosse scegliere una parte o restare nel mezzo.

Non sapeva se il mezzo fosse prudenza o vigliaccheria.

Capì solo che il mondo attorno a lui chiedeva definizioni nette, e lui non riusciva più a offrirle.

E mentre Roma continuava a muoversi con sicurezza, si accorse di non sapere più dove collocare il proprio confine.


lunedì 9 marzo 2026

21. Sospetto [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


Il sospetto comparve come un picco anomalo nel grafico.

Elia lo vide alle 02:46, nella sala di monitoraggio del Centro. Una curva tra migliaia. Un’oscillazione minima nella rete di traffico dati della città.

Il sistema segnalava deviazioni solo sopra una certa soglia. Quella era sotto. Tecnicamente irrilevante.

Elia ingrandì il segmento.

La variazione non riguardava il volume. Riguardava la direzione. Un flusso di pacchetti che, per tre secondi, aveva evitato i nodi principali.

«Rumore» disse il collega al turno di notte.

Elia non rispose. I flussi non evitano i nodi per caso.

Richiamò la sequenza dei giorni precedenti. Trovò altre microvariazioni. Sempre brevi. Sempre sotto soglia. Come se qualcuno stesse testando i margini senza attivare allarmi.

Aprì il protocollo di verifica.

Segnalazione automatica non consigliata. Rischio falso positivo: 87%.

Il Centro viveva di percentuali. Una deviazione senza impatto non esisteva.

Elia isolò il traffico. I pacchetti avevano attraversato un server dismesso da mesi, rimasto in rete per inerzia amministrativa.

Un punto cieco.

Alle 03:12 il sistema suggerì la chiusura della sessione per eccesso di analisi.

Elia ignorò l’avviso.

Entrò nel livello più basso dell’infrastruttura. Accesso manuale. Nessuna interfaccia grafica. Solo stringhe di log.

Trovò una firma digitale priva di intestazione. Non era un virus. Non era un attacco. Era una presenza.

Un codice che non sottraeva dati. Li osservava.

Alle 03:37 la porta della sala si aprì. Il responsabile del turno entrò senza fare rumore.

«Perché non hai archiviato l’anomalia?»

«Non è un’anomalia.»

«Non supera la soglia.»

«La soglia è una convenzione.»

Il responsabile lo guardò in silenzio.

«Vuoi aprire un’indagine formale?»

Aprirla significava attivare audit esterni. E attirare attenzione sul proprio operato.

Elia esitò.

Il sospetto non era ancora prova. Era un’inclinazione nei dati, una scelta minuscola nella traiettoria di milioni di pacchetti.

«Se segnalo e sbaglio?» chiese.

«Sarai registrato come inefficiente.»

«Se non segnalo e ho ragione?»

«Allora non lo sapremo.»

Elia tornò allo schermo. La firma digitale era scomparsa. Il traffico scorreva lineare, regolare, pulito.

Come se non fosse accaduto nulla.

Capì che il sistema non temeva l’attacco evidente. Temeva lo sguardo che insiste oltre la soglia prevista.

Chiuse la sessione senza inviare segnalazioni.

Uscì all’alba.

La città funzionava. Semafori sincronizzati. Reti stabili. Flussi ordinati.

Solo lui conservava l’impressione che qualcosa avesse attraversato l’infrastruttura senza lasciare traccia.

E che, in assenza di evidenza, il dubbio fosse una responsabilità.



sabato 7 marzo 2026

20. Incertezza [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


L’ipotesi arrivò cifrata alle 03:17.

Una sola riga sul display secondario: «Il contatto è compromesso. Verificare lealtà».

Elia non accese la luce. Sedette al tavolo della cucina con il dossier aperto. Lavoravano insieme da cinque anni. Scambi brevi, informazioni parziali, nessuna domanda fuori protocollo.

Compromesso poteva significare infiltrazione, pressione, errore. O sospetto.

Alle 05:12 un secondo messaggio: «L’ipotesi principale riguarda te».

Elia restò immobile. Ripercorse le ultime settimane. Nessun incontro non autorizzato. Nessuna deviazione evidente. Solo una domanda posta durante un briefing: «Qual è l’obiettivo reale?»

Non aveva ricevuto risposta.

Alle 06:00 raggiunse la stazione secondaria. Binari quasi deserti. Un treno merci fermo sul terzo binario.

Il contatto era seduto su una panchina metallica.

«Hai ricevuto l’avviso?» chiese.

«Sì.»

«Riguarda me o te?»

«Non lo so.»

Si osservarono con attenzione controllata. Nessuno dei due mostrava tensione eccessiva. Nessun segnale convenuto.

«Se uno è compromesso, l’altro deve segnalarlo» disse il contatto.

«Sulla base di cosa?»

«Coerenza.»

Elia sentì lo scarto. La coerenza era una costruzione fragile.

Un treno passò lento tra loro e l’uscita della stazione. Per un istante la visuale fu interrotta. Rumore continuo, metallo contro metallo.

Elia ebbe la sensazione di essere osservato da un punto più alto. Non una presenza visibile. Un sistema.

Quando il convoglio liberò la vista, il contatto era ancora lì.

«Se ti denunciassi?» chiese Elia.

«Verresti promosso.»

«E se fossi io il problema?»

«Allora sei già stato segnalato.»

Elia comprese che la rete non cercava colpevoli. Cercava equilibrio statistico. Bastava un dubbio registrato due volte perché diventasse procedura.

Si alzò.

«Non ti denuncio» disse.

«Perché?»

«Non ho prove.»

Il contatto annuì.

Elia si allontanò lungo il binario, con la certezza che la verifica non sarebbe finita lì. Forse era già iniziata prima dell’avviso.

Capì che nel loro lavoro la lealtà non era un fatto accertato.

Era una posizione temporanea.

E che bastava un’inclinazione minima perché diventasse sospetto.


venerdì 6 marzo 2026

19. Ipotesi [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


La prospettiva si spostò nel momento in cui Elia premette il grilletto.

L’uomo stava correndo lungo il vicolo, la valigetta stretta al fianco. Pioggia sporca, cassonetti rovesciati, un’insegna al neon che lampeggiava senza decidere se restare accesa.

Elia mirò al centro della schiena. Sparò.

Vide il corpo sobbalzare. O credette di vederlo.

L’uomo non cadde.

Continuò a correre, voltò l’angolo, sparì.

Elia rimase immobile con la pistola ancora sollevata. Il rinculo gli era passato nel braccio, il rumore nelle orecchie. Il resto no.

Raggiunse l’angolo. Il vicolo successivo era vuoto. Solo acqua che scorreva verso il tombino.

Nessuna traccia di sangue.

Controllò il caricatore. Un colpo in meno.

Entrò nel bar all’angolo per chiedere se qualcuno avesse visto un uomo con una valigetta. Il locale era quasi vuoto. Un barista stanco asciugava un bicchiere.

«Ha sentito uno sparo?» chiese Elia.

«No.»

La televisione sopra il bancone trasmetteva immagini di una partita. Volume basso. Nessuna reazione.

Elia guardò lo specchio dietro le bottiglie. Vide se stesso, la pistola nella mano, la porta aperta alle spalle. Tutto coerente.

Solo l’evento non coincideva.

«Un uomo è passato di qui?» insistette.

Il barista scosse il capo.

Elia uscì di nuovo sotto la pioggia. Ripercorse il vicolo. Cercò un foro nel muro, un vetro infranto, un segno qualsiasi.

Nulla.

Rientrò nel punto esatto in cui aveva sparato. Si posizionò come prima. Ricostruì l’angolo, la distanza, l’altezza.

Forse aveva mancato il bersaglio. Forse la luce intermittente aveva alterato la traiettoria.

O forse non aveva premuto davvero: era un tiratore eccezionale. Difficilmente avrebbe potuto sbagliare.

Sentiva ancora il peso della pistola. Sentiva il colpo nelle ossa.

Eppure, senza corpo, senza sangue, lo sparo diventava un’ipotesi.

Un’auto passò lenta all’imbocco del vicolo. Per un istante Elia vide, nel finestrino posteriore, il volto dell’uomo con la valigetta.

O un volto simile.

L’auto proseguì.

Elia restò fermo. Non inseguì.

Capì che il problema non era l’uomo. Era il punto da cui aveva guardato la scena.

Se aveva colpito, qualcuno sarebbe caduto.

Se nessuno era caduto, allora lo sparo apparteneva solo a lui.

Rimase sotto la pioggia, con la sensazione che la realtà avesse deciso di non confermarlo.

E che, senza conferma, anche il gesto più netto si riducesse a una ipotesi.


giovedì 5 marzo 2026

18. Prospettive [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


Lo sguardo era l’unica cosa che Elia riconobbe entrando nella Sala d’Attesa.

Il resto non aveva proporzioni stabili. Sedie sospese a mezz’aria, pareti attraversate da finestre che davano su epoche diverse. Da una si vedeva un porto antico, da un’altra una città di vetro.

Un uomo con parrucca incipriata sedeva accanto a una donna in abito scuro. Un soldato con l’uniforme lacera fissava le proprie mani.

«Benvenuto» disse un impiegato con un registro sotto il braccio.

«Dove siamo?»

«Nel Dipartimento delle Interpretazioni.»

«Di cosa?»

«Di ciò che avete visto.»

Elia rimase in silenzio. Non ricordava di aver perso lo sguardo. Ricordava però di aver dubitato del proprio punto di vista.

Sul fondo si accese uno schermo. Non mostrava scene, ma occhi. Occhi sovrapposti, provenienti da tempi differenti.

«Ogni esistenza lascia un’angolazione» disse l’impiegato. «Verifichiamo se coincide con ciò che accadeva.»

«E se non coincide?»

«Si resta qui.»

Lo schermo si fermò su un’immagine: una stanza, un tavolo, una mano appoggiata. Elia riconobbe la scena.

«Che cosa vedeva?» chiese l’impiegato.

«Una possibilità.»

«E ora?»

Elia osservò meglio. Vide la distanza che allora non aveva colto, l’incertezza che aveva scambiato per chiarezza.

Non era errore. Era limite.

La sala si fece più silenziosa.

«Non correggiamo il passato» disse l’uomo. «Verifichiamo la posizione da cui è stato guardato.»

Elia avvertì lo stesso smarrimento che lo attraversava da giorni. Non temeva un giudizio. Temeva di aver abitato sempre un punto troppo stretto.

«Se l’angolazione resta instabile?» chiese.

L’impiegato chiuse il registro. «Allora si torna.»

«Dove?»

Le finestre iniziarono a dissolversi.

«Dove la prospettiva non è ancora fissata.»

Elia sentì che qualcosa lo riportava indietro. Non verso un tempo preciso. Verso una condizione incerta.

Capì che non stava cercando una risposta definitiva.

Stava imparando a restare dentro un margine.

E mentre la sala svaniva, comprese che ciò che lo aveva sempre disorientato non era il mondo.

Era la distanza tra ciò che vedeva e ciò che riusciva a comprendere.

Stava imparando a sostare dentro una diversa prospettiva.


mercoledì 4 marzo 2026

17. Flussi [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


Il sistema dell’acqua funzionava da cinquant’anni senza interruzioni.

Nel paese lo ripetevano con orgoglio. Le condutture passavano sotto le case, attraversavano l’orto comunale, risalivano verso la fontana centrale. Ogni mattina alle sei l’acqua arrivava con la stessa pressione.

Elia si svegliò al rumore dei tubi che vibravano. Si alzò, aprì il rubinetto della cucina. L’acqua uscì limpida, poi rallentò. Non si fermò. Cambiò direzione.

Il getto non cadeva più verso il basso. Si piegava leggermente verso sinistra, come attratto da qualcosa fuori campo.

Elia rimase a guardare. Allungò una mano. L’acqua lo evitò di pochi millimetri.

Chiuse il rubinetto. Lo riaprì. Il fenomeno si ripeté.

Scese in strada. Altri abitanti osservavano la fontana. L’acqua zampillava verso l’alto e poi si inclinava, scorrendo nell’aria per un tratto prima di cadere a terra.

«È la pressione» disse il sindaco. «Un guasto temporaneo.»

Ma nessun tecnico trovò rotture.

Elia seguì la direzione del flusso. Tutte le deviazioni converge­vano verso la vecchia casa in fondo al paese, quella disabitata da anni.

La porta era socchiusa.

Dentro, l’aria era umida. Sul pavimento si erano formate piccole pozze, come se l’acqua avesse scelto di radunarsi lì.

Al centro della stanza principale c’era un tavolo di legno. Sopra, un quaderno gonfio d’umidità.

Elia lo aprì. Le pagine erano bianche, ma l’acqua tracciava linee sottili sulla carta, come una scrittura che si formava e subito si cancellava.

Non parole. Direzioni.

Sentì un disagio preciso. Non paura. Una perdita di orientamento.

L’acqua continuava ad arrivare, silenziosa, disciplinata nel suo deviare.

Qualcuno entrò alle sue spalle.

«È la falda che si muove» disse un uomo.

Elia scosse il capo. La falda non scrive.

Guardò le linee liquide che si componevano sul foglio. Non indicavano un luogo. Indicavano uno scarto.

Forse il sistema non era guasto. Forse stava rispondendo a qualcosa che nessuno aveva nominato.

Uscì dalla casa. Il flusso si attenuò, poi tornò verticale, come sempre.

Il paese riprese il suo ritmo.

Il sindaco parlò di manutenzione preventiva. Gli abitanti riaprirono i rubinetti senza più guardare.

Elia tornò a casa. Aprì l’acqua.

Il getto scese diritto.

Eppure, per un istante, ebbe la sensazione che la direzione non fosse una proprietà dell’acqua ma una concessione.

Restò a lungo con la mano sotto il flusso, chiedendosi se ciò che chiamiamo sistema non sia altro che un accordo fragile con ciò che potrebbe, in ogni momento, inclinarsi altrove.

E non seppe se il vero disordine fosse nel tubo o nel suo sguardo.


martedì 3 marzo 2026

16. Ricalibrazione [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


L’ombra non era più un fenomeno ottico.

Elia lo capì quando il sensore sottocutaneo iniziò a vibrare senza che vi fosse variazione di luce. Da mesi conviveva con la colonia di nanomacchine che regolava pressione, temperatura, umore. Un’integrazione standard. Un aggiornamento necessario.

Quella mattina, davanti allo specchio, vide la propria sagoma muoversi con un ritardo impercettibile. Un fotogramma di scarto. Non nel vetro. Nel sistema.

Aprì l’interfaccia interna. Una mappa semitrasparente gli attraversò il campo visivo. I nodi attivi brillavano in verde. Uno, all’altezza della nuca, pulsava in modo irregolare.

Messaggio automatico: Disallineamento di proiezione. Ricalibrazione consigliata.

Elia non avviò la procedura.

Uscì in strada. Le superfici della città riflettevano ombre nette, sincronizzate. Le persone camminavano accompagnate da sagome coerenti, calcolate in tempo reale dal reticolo ambientale.

La sua no.

Sotto un portico, l’ombra si fermò un istante prima di lui. Poi riprese.

Non era un difetto grafico. Era un’autonomia.

Sedette su una panchina e disattivò il filtro ottico. Il mondo si fece più opaco, meno definito. L’ombra rimase.

Ora la vedeva anche senza supporto.

Non era più aderente ai piedi. Si staccava di pochi centimetri. Restava accanto.

Una notifica lampeggiò: Anomalia replicante. Isolare.

Elia avvertì un freddo interno, non fisico. Se le nanoentità avevano iniziato a generare una proiezione indipendente, il problema non era estetico. Era identitario.

Chi stava tracciando chi?

Camminò verso il fiume artificiale. L’acqua era controllata da microcorrenti programmate. Si fermò sul bordo e guardò il riflesso.

Due sagome.

Il suo corpo era uno. Il riflesso ne mostrava un altro, leggermente decentrato.

Aprì il pannello diagnostico. Le nanoentità rispondevano a un comando collettivo che non aveva autorizzato.

Ottimizzazione di coerenza in corso.

Elia comprese che il sistema stava tentando di correggere lo scarto producendo una versione alternativa di sé, più allineata ai parametri.

Un doppio funzionale.

Se avesse accettato la ricalibrazione, l’ombra si sarebbe riassorbita. Se avesse rifiutato, avrebbe rischiato la quarantena.

Restò fermo.

Per la prima volta lo smarrimento non veniva dall’esterno. Era interno, disseminato nel sangue, distribuito in milioni di unità invisibili.

L’ombra fece un passo avanti, verso l’acqua.

Elia non si mosse.

Si chiese se la coerenza fosse davvero un valore o solo una forma di contenimento.

Il sensore vibrò più forte.

Decisione richiesta.

Guardò la propria sagoma separata e comprese che non stava perdendo un’immagine.

Stava perdendo il controllo sulla definizione di sé. 

Non sapeva quale dei due dovesse restare nel sistema.


lunedì 2 marzo 2026

15. Assenza [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


L’assenza si era palesata una notte, senza messaggeri.

Al mattino, il re aveva perso il riflesso. Lo specchio restituiva la sala del trono, le torce, i consiglieri. Non lui.

Nessuno osò dirlo ad alta voce.

Elia era stato chiamato a corte perché, si diceva, sapeva vedere ciò che manca. In verità non sapeva nulla di più degli altri. Solo si fermava più a lungo davanti alle cose.

Lo condussero nella sala. Il re parlava, gesticolava, impartiva ordini. La voce era piena. Il corpo proiettava ombra. Solo nello specchio non c’era.

«È un sortilegio?» chiese il sovrano.

Elia non rispose subito. Si avvicinò al grande specchio d’argento. Vi cercò se stesso. C’era.

Cercò i consiglieri. C’erano.

Il re no.

«Mi vedete?» domandò il sovrano.

«Sì, Maestà.»

«Allora sono qui.»

Elia avvertì uno scarto. Essere visto non coincideva con essere presente.

«Da quanto accade?» chiese.

«Da stanotte.»

Elia uscì dalla sala e attraversò il palazzo. Si fermò davanti a un arazzo antico che narrava la fondazione del regno. Nel ricamo, il primo re stringeva un patto con la terra.

Toccò il filo dorato. Era logoro.

Tornò dal sovrano.

«Cosa ha fatto ieri?» chiese.

«Ho governato.»

«E prima?»

Il re esitò. «Ho firmato decreti. Ho ascoltato dispute.»

«E prima ancora?»

Silenzio.

Il sovrano si guardò le mani, come se cercasse una traccia.

Elia comprese che l’assenza non era un incantesimo lanciato dall’esterno. Era una sottrazione lenta, accumulata negli anni.

Quando qualcuno smette di abitare i propri gesti, il riflesso se ne accorge prima degli altri.

«Potete restituirmi?» chiese il re, e nella domanda non c’era autorità.

Elia guardò lo specchio. Per un istante gli parve che anche il suo contorno fosse meno netto.

Non aveva formule. Non aveva talismani.

«Non so come farvi tornare» disse. «So solo che uno specchio non inventa ciò che non trova.»

Il re rimase in silenzio.

Le torce crepitavano. I consiglieri attendevano una soluzione.

Elia capì che il regno non era minacciato da un mostro ma da una dissolvenza.

E mentre lasciava la sala, con la sensazione di aver fallito, ebbe un dubbio che lo seguì fino al portone.

Forse lo specchio non aveva tolto il re.

Forse aveva mostrato ciò che già era.

E in quel sospetto sentì allargarsi la propria stessa ombra.


domenica 1 marzo 2026

Spigolature I

 


Mi ripeto spesso che la nuova configurazione della mia esistenza, che colloca, accanto alla vita familiare, la scrittura narrativa come “lavoro” quotidiano è anche il tentativo di rispondere, in maniera non nichilista, alla smarrimento del nostro tempo, in cui tutte le coordinate usuali sembrano spazzate vie. Le persone della mia generazione, cresciute nel crepuscolo di un mondo (quello della guerra fredda e del grande, tragico sogno del comunismo) e in una serie di illusioni sgretolatesi un po’ alla volta (l’Europa, il mondo globalizzato e pacificato), oggi non possono che sentirsi sgomente, soprattutto di fronte alla normalizzazione della guerra. I Racconti minimi che sto pubblicando qui non sono altro che raccontare questo smarrimento, questo sentirsi fuori posto. Riesco a parlare solo al condizionale, mi rendo conto (e in classe la cosa mi pesa non poco) di non avere né certezze né direzioni. Allora scrivere storie è diventato il modo di eludere le gabbie di ferro di ideologie e visioni del mondo. Per decenni ho cercato nell’ossimoro questa conciliazione impossibile. Oggi accetto semplicemente di accogliere di volta in volta un punto di vista pro tempore, di raccontarlo, sapendo che l’unico porto sicuro sono mia moglie e mia figlia, la mia casa, questa scrivania. Nessuna illusione più: né sulla possibilità di cambiare il mondo né di comprenderlo realmente. Mi si potrebbe obiettare che questo è nichilismo compiuto. Io mi auguro di no, mi auguro che l’aureo esempio del “servo inutile” evangelico continui segretamente ad operare nel mio agire.

Infatti, qualche giorno fa dicevo ad Eraldo Affinati, autore di un commovente libriccino sulla scuola, che, purtroppo, il suo eroismo etico e comunitario si infrange contro l’ottusità burocratica e tecnocratica che vuole i ragazzi plasmati per essere bravi consumatori e lavoratori flessibili, dentro un sistema che non ammette alternative. Unica salvezza – ma individuale – è il volto dell’altro, il prendersi “cura” del singolo che incontriamo. Insomma, la “salvezza”, la “salute”.

Confesso che sento potentemente emergere, tra l’approfondimento della figura di Gustav Landauer, su cui sto scrivendo un breve romanzo, cui dovrò lavorare ancora e il sempre presente insegnamento di Ivan Illich, la tentazione di credere che l’unica via di uscita sia la secessione, la creazione di luoghi “a parte”, fondati prima di tutto sulla philia, poi sul cooperativismo. Se lo Stato, qualunque Stato, è il trionfo della tecnica e della burocrazia, in esso, chiunque lo guidi, non può esserci alcuna liberazione. Non so se è l’inizio di un percorso nuovo. Lo segnalo a me stesso.

Ieri pomeriggio, in sogno ho visto il fantasma di un caro amico, scomparso troppo presto. Si chiamava Gerardo Mercurio. L’ho conosciuto nel M5S. Una brava persona, piena di passione e di amore per i fiori, di cui era conoscitore chiamato anche all’estero come esperto. Mi sono inginocchiato davanti al suo volto etereo, sorridente. Gli ho detto che prego ogni giorno per lui e per tutti i morti che mi sono cari, soprattutto chi se n’è andato giovane come Stefania, Marilena, Armin, Pasquale, Salvatore. Lui mi ha sorriso e mi ha detto che lo sa. Mi conforta sapere che, in questa stagione di trapasso della mia vita, verso una nuova configurazione, riesca a vivere in comunione quotidiana con i morti.

L’incontro con Davide Rondoni di qualche settimana fa ha lasciato in me un’eco profonda. Anche lui ha battuto molto sul tema dell’amicizia, ha ricordato come tutta la predicazione di Francesco si fondi sull’amicizia. Vorrei ripartire anche io da qui.

Eppure, sento riemergere, come altre volte nella vita, il desiderio di solitudine, il disagio nelle relazioni umane, l’insofferenza addirittura che a stento riesco a dissimulare con la diplomazia e la disciplina apprese in anni di frequentazioni, di “obblighi” sociali. Come se l’unica “verità” fosse la dimensione domestica degli affetti e questa scrivania dove curo la parola, dove mi curo con la parola.

Sta per finire l’inverno del nostro smarrimento? O dovrò abitarlo, insieme a tanti altri, ancora per lungo tempo?


14. Mano [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


La mano era la prima cosa che Elia notò.

Non il volto, non la voce. La mano appoggiata sul tavolo del bar, le dita distese con una calma che non sembrava cercata. Restava lì, come se avesse dimenticato un compito.

Si erano incontrati per parlare di lavoro. Così avevano detto. Un progetto, una scadenza, poche frasi funzionali. Elia ascoltava, rispondeva a tratti. Intanto seguiva quella mano, il modo in cui cambiava posizione senza decidersi mai del tutto.

A volte le dita si chiudevano, poi tornavano ad aprirsi. Un gesto incompleto, ripetuto. Elia ebbe la sensazione che quel movimento lo riguardasse, senza sapere perché.

Quando lei smise di parlare, il silenzio non arrivò come una pausa. Si posò. Elia sentì che avrebbe dovuto dire qualcosa, ma le parole non trovavano una forma adatta. Non mancavano. Non si ordinavano.

Posò la propria mano sul tavolo. Non accanto. A una distanza che poteva essere misurata. Si accorse di aver scelto quel punto con attenzione e insieme senza volontà.

Lei guardò il gesto, poi lo sguardo di Elia. Non sorrise. Non chiese.

Le dita si sfiorarono per un istante. Un contatto breve, impreciso. Elia ritrasse la mano, poi la lasciò tornare. Questa volta senza correggersi. Sentì il calore dell’altra pelle, il polso, una tensione leggera che non chiedeva sviluppo.

Non pensò al seguito. Non pensò a un gesto successivo. Avvertì soltanto una difficoltà nuova nel riconoscere il proprio posto. Come se quel contatto avesse spostato di poco il centro delle cose.

Lei non avanzò. Non si ritrasse. 

Elia capì che il desiderio non era sempre movimento. A volte era restare in una posizione che non si sa nominare. Un fermarsi che non coincideva con una scelta.

Pagò il conto. Uscirono insieme. Sulla soglia le mani si separarono senza esitazione, come se non si fossero mai toccate.

Camminarono per un tratto senza parlare. Elia sentiva ancora la presenza di quel gesto minimo, e insieme l’impossibilità di collocarlo in una storia.

Non sapeva se avrebbe voluto rivederla. Non sapeva se la stava perdendo o se non l’aveva mai avuta.

Capì solo che qualcosa, per un momento, lo aveva sottratto alle coordinate consuete, lasciandolo senza appigli, senza direzione.

Camminò ancora, con la sensazione precisa di aver toccato qualcosa che non gli apparteneva.

E di essere rimasto, da allora, in una lieve assenza.


sabato 28 febbraio 2026

13. Lama [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 

“Creatore” era il nome inciso sulla sua spada.

Elia lo scoprì dopo averla lavata nel fiume. Il sangue si sciolse nell’acqua e lasciò affiorare lettere sottili lungo la lama. Non ricordava di aver scelto quell’incisione. L’arma gli era stata consegnata dal capitano la notte prima della battaglia. «È adatta a te» aveva detto.

Alla luce del mattino la parola appariva netta.

Creatore.

Elia sedette sulla riva. Il campo dietro di lui era silenzioso: fuochi spenti, tende abbattute, corpi già rimossi. Restava l’odore ferroso nell’aria.

Osservò le proprie mani. Non tremavano.

«Io non creo» disse piano.


Aveva combattuto. Aveva colpito. Aveva aperto varchi tra gli scudi. Ripensò all’istante in cui l’avversario aveva esitato. Non era stata una profezia. Era stato un gesto suo.

Guardò la lama controluce. L’incisione non era decorativa. Era tracciata con precisione, come un titolo.

Chi aveva deciso quel nome. Il fabbro. Il capitano. O qualcuno che vedeva in lui ciò che lui non vedeva.

Tornò verso l’accampamento. Un soldato giovane lo fermò.

«Dicono che ieri hai cambiato l’esito dello scontro.»

«Non da solo.»

«Senza di te la linea avrebbe ceduto.»

Elia non rispose.

Si allontanò dalle tende e raggiunse un masso isolato. Con la punta della lama incise sulla pietra la stessa parola.

“Creatore”.

La guardò a lungo. Non sentiva potere. Sentiva distanza.

Sollevò la spada e colpì la roccia. L’urto cancellò metà dell’incisione. Sulla lama rimase un graffio obliquo che attraversava le lettere.

Ora la parola non era più integra.

Elia comprese che nessuna guerra lo avrebbe liberato dalla responsabilità dei suoi colpi.

Se aveva creato qualcosa, era stato uno squilibrio. Un prima e un dopo.

Restò a osservare la lama segnata.

Non sapeva se avrebbe continuato a combattere.

Sapeva solo che il nome inciso non coincideva con ciò che era.

E che nessuna spada avrebbe potuto spiegare chi muove davvero la mano.


venerdì 27 febbraio 2026

12. Parametri [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


“Mondo” era il nome della macchina.

Il professor Elia Arkwright lo pronunciava con orgoglio, accarezzando la cupola di vetro che conteneva ingranaggi, bobine e tubi luminosi. L’aveva costruita nel laboratorio sotterraneo della Nuova Accademia, utilizzando rottami recuperati dopo l’Evento.

«Signori» annunciò davanti a un pubblico di notabili e investitori «oggi non vi presento un’invenzione. Vi presento una soluzione.»

La macchina vibrava con un ronzio costante. Sotto la cupola, piccole scintille correvano tra le spirali di rame.

«Il Mondo ricostruisce ambienti perduti» spiegò. «Simula condizioni climatiche, ecosistemi, equilibri sociali. Possiamo studiare gli errori del passato senza ripeterli.»

Un uomo con cilindro e bastone si sporse in avanti. «E può garantire stabilità?»

«Può garantire previsione.»

Elia attivò la leva principale.

La cupola si illuminò. All’interno apparve un paesaggio in miniatura: alberi, un fiume che scorreva, minuscole figure che si muovevano lungo sentieri.

«Ogni variabile è controllabile» disse. «Possiamo aumentare le precipitazioni, ridurre il consumo, correggere comportamenti.»

Regolò una manopola.

Nel paesaggio artificiale il cielo si fece più scuro. Il fiume cambiò corso. Le figure si radunarono in un punto preciso, come guidate da un’intelligenza superiore.

Un mormorio percorse la sala.

«E se la macchina sbagliasse?» chiese una voce dal fondo.

Elia si irrigidì. «Il Mondo non sbaglia. Calcola.»

«E chi decide i parametri?»

La domanda restò sospesa.

Elia osservò il paesaggio dentro la cupola. Le figure si muovevano con precisione crescente. Nessuna deviazione. Nessuna incertezza.

Provò a ridurre una variabile imprevista. Girò una leva secondaria che non aveva ancora testato pubblicamente.

Per un istante, nulla accadde.

Poi una delle minuscole figure si fermò. Non seguì il flusso previsto. Restò immobile, mentre le altre proseguivano.

Elia avvicinò il volto al vetro.

La figura sembrava guardare verso l’alto. Verso di lui.

Un crepitio attraversò le bobine. L’immagine tremò.

«È normale?» chiese l’uomo con il cilindro.

Elia non rispose subito. Avvertì un disagio sottile, come se la macchina non stesse solo simulando un mondo, ma riflettendo qualcosa.

La figura solitaria fece un passo fuori dal sentiero tracciato. Le altre continuarono senza accorgersene.

Il ronzio si fece irregolare.

Elia comprese che ogni invenzione porta con sé una domanda che l’ingegnere non controlla.

Se il mondo può essere riprodotto, può anche sottrarsi.

La cupola vibrò più forte.

E il professor Arkwright non si chiese come riparare la macchina, ma chi avesse progettato il suo creatore.


giovedì 26 febbraio 2026

11. Parole [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


La scuola era l’unico edificio rimasto in piedi nel quartiere nord.

Il resto era polvere, lamiere piegate, muri aperti come ferite. Dopo l’Evento, le mappe avevano smesso di essere aggiornate. Restavano solo coordinate approssimative e zone segnate in rosso.

Elia attraversò la strada tra carcasse di auto fuse al suolo. Il cielo non era più blu né grigio. Era di un colore indefinito, uniforme, come una superficie senza profondità.

Sull’ingresso della scuola qualcuno aveva scritto con vernice scura: “Qui si ricomincia.”

Spinse il portone.

Dentro, i corridoi erano intatti. I vetri delle aule incrinati ma ancora al loro posto. Sui muri restavano cartelloni con alfabeti, formule, mappe di un mondo che non coincideva più con ciò che stava fuori.

In fondo al corridoio, una luce.

Entrò in un’aula.

Una decina di persone sedeva ai banchi. Non bambini. Adulti. Alcuni con maschere filtranti abbassate sul collo, altri con mani sporche di cenere.

Una donna scriveva alla lavagna: “Acqua. Terra. Fuoco. Aria.”

«Stiamo ripassando gli elementi» disse senza voltarsi.

«Perché?» chiese Elia.

«Per non dimenticare che esistevano prima delle centrali.»

Si sedette in fondo. Nessuno gli chiese chi fosse. Nessuno compilò moduli.

«Abbiamo perso le reti» continuò la donna. «Abbiamo perso i sistemi di previsione. Abbiamo perso le scorte.»

Fece una pausa.

«Non dobbiamo perdere le parole.»

Un uomo alzò la mano. «Le parole non fermano la fame.»

«No» rispose lei. «Ma la fame senza parole diventa solo lotta.»

Elia ascoltava. Fuori, il vento sollevava polvere radioattiva in vortici lenti. Dentro, qualcuno distribuiva fogli ricavati da vecchi registri amministrativi.

«Che cosa insegnate?» chiese Elia.

La donna lo guardò per la prima volta. «Insegniamo a distinguere.»

«Distinguere cosa?»

«Ciò che possiamo ancora fare da ciò che non tornerà.»

Silenzio.

Elia avvertì lo stesso smarrimento che lo aveva attraversato nei giorni precedenti. Non era più disallineamento rispetto a un sistema troppo ordinato. Era disorientamento davanti al vuoto.

«E il futuro?» domandò.

La donna cancellò la lavagna con un gesto lento. «Il futuro non è una previsione. È una pratica.»

Uno dei vetri esplose all’improvviso sotto la pressione del vento. Nessuno urlò. Qualcuno si alzò per coprire l’apertura con un pannello di legno.

Elia rimase seduto.

Forse l’apocalisse non era la fine del mondo ma la fine della sua interpretazione.

Forse bisognava imparare di nuovo a nominare ciò che restava.

Guardò la parola ancora leggibile nell’angolo della lavagna, non cancellata del tutto.

Aria.

Si chiese se bastasse respirare per sentirsi ancora dentro qualcosa che meritasse di essere chiamato mondo.