mercoledì 14 ottobre 2026

Il quarto tempo. Venti mesi da scrittore (scriptura)

 

Il potere del canto è nato da un “lutto”. Nell’estate del 2019 la schiena mi ha presentato il conto: ernie, protrusioni, artrosi. Sono convinto che in quel dolore, che mi spezzava in due, ci fossero sia la perdita di una persona carissima sia l’inenarrabile delusione politica dell’anno precedente. L’ortopedico mi consigliò di dimenticare il pallone. Può sembrare strano, ma il calcio era per me l’illusione di un pezzo di giovinezza perpetuata, e la sua fine mi è parsa uno spartiacque. Passavo le giornate steso tra letto e divano, a leggere fumetti. Non credo sia un caso che l’intuizione del romanzo sia arrivata a settembre, mentre elaboravo il lutto della mia infanzia da “calciatore”. Il tempo che prima andava agli allenamenti e alle partite, giocate o sognate, è diventato tempo per immaginare. Scrivevo con uno stupore e un piacere che forse non avevo mai provato, e ci mettevo dentro tutte le mie passioni, lacerti di biografia, conoscenze: l’“alto” della poesia accanto al “basso” del fumetto supereroistico, come sognavo da ragazzo. «Non importa se resterà nel cassetto», annotavo nel diario. Agli inizi di novembre la prima stesura era finita; a dicembre usciva a puntate proprio su questo blog, con bizzarre illustrazioni che oggi appaiono giurassiche, per quanto fantasiose.

Poi vennero le riscritture, e le ferite: una stroncatura amica; un quarto posto al Premio “De Sanctis”, che rifiutai con un certo sdegno; un editore piccolo piccolo che mi rispose che era ridicolo presentare un romanzo senza dialoghi. Io ribattei che venivo dalla lettura di Yehoshua (peccato di superbia, lo ammetto): centinaia di pagine senza dialoghi. Fui costretto, frustrato, a rivedere, e ancora rivedere. Nel tempo il romanzo ha subito modifiche anche strutturali. Un centinaio (non scherzo!) di tentativi a vuoto con gli editori e sette anni dopo, questa folle storia è diventata carta: con Finalmente libri (e mai nome di editore mi è parso più appropriato!).

Scrivo ininterrottamente dal 1983: diari, poesie, brevi saggi. Qualche volta ho tentato il racconto, ma senza mai crederci davvero, lasciando nel cassetto risultati deludenti. L’unico racconto giovanile sopravvissuto, Soglie, necrofilo e disturbante, l’ho ripescato l’anno scorso per un’antologia horror. Nel 2022 Antonio Martone mi estorse una prova, Questa ruota è in fiamme, che divenne una meta-narrazione sulla difficoltà di scrivere un racconto sulla guerra.

Nella primavera del 2025 la chiusa dell’ingegno si è aperta. Ho lasciato gli impegni scolastici che andavano oltre l’insegnamento e mi sono ritrovato con molto tempo libero. Soprattutto, ho trovato storie che non sapevo di avere. Ho cominciato a chiamare questa stagione il mio “quarto tempo”: la scuola non era più al centro della mia vita, mia figlia era a Roma, le giornate avevano preso un ritmo del tutto nuovo.

Mi sembrava di aver aperto la grotta di Montecristo. Racconti, romanzi storici, fantascienza, gialli, fiabe. Nulla dies sine linea. E poi i concorsi, a decine, a centinaia, con furia garibaldina e con errori grossolani, come mandare due volte lo stesso testo allo stesso premio. Nel fiume di storie c’è anche molta fanghiglia. Ne sono perfettamente consapevole.

Mi affidavo a una vecchia legge hegeliana: oltre una certa soglia la quantità si muta in qualità. Credo che qualcosa sia accaduto: tre romanzi pubblicati, un quarto in uscita a dicembre, decine di premi e riconoscimenti, di cui dirò.

Un amico caro, leggendo un mio racconto, mi ha chiesto: «Sì, è scritto bene, ma dove sei tu?». Oggi forse so rispondergli. Quanto è accaduto, e sta accadendo, mi sta cambiando in profondità. La poesia resta uno sguardo sul mondo, e continua a esserci; ma le si affianca altro: il piacere di indagare le vite degli altri, o altre vite possibili, di esplorare il mondo tanto nella sua consistenza reale quanto nelle sue possibilità. Al centro non c’è più l’io che guarda, e il modo in cui guarda, ma il reale nella sua infinita ricchezza.

Qualcuno potrà pensare che la scelta della narrativa sia legata anche all’ambizione. Ne ho già scritto, non ci torno. Il mio destino, lo so ogni volta che ripenso alla mia intera esistenza, è accettare sentieri marginali, strade poco battute. Non so dove porteranno. So soltanto che non ho mai imitato nessuno, e non comincerò ora. Ciò che conta è restare fedele all’opera. Questo chiedo al Signore del Canto, da cui vengono le parole e le storie.

Oggi, a quasi venti mesi da quando la chiusa si è aperta, se qualcuno mi chiedesse perché scrivo, risponderei con un’altra domanda: perché un pittore dipinge? Quando mi sveglio so che devo scrivere. E durante il giorno vivo immaginando storie. Ogni luogo, ogni incontro, ogni situazione mi sembra poter generare qualcosa che merita di essere raccontato.

So bene, ne ho scritto e ci tornerò, che probabilmente tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’IA: ancella e talvolta guida, sostegno nei momenti di stanchezza, mi permette di concentrarmi sull’atto creativo, sull’idea, liberando tempo ed energie. Eppure, al netto di pochissime eccezioni, quel che ho prodotto in questi mesi è mio, intimamente mio. Vi ho trasfuso passioni e ossessioni.

Ah, i premi letterari… Nei dodici anni tra il 2013 e il 2024 avevo raccolto sei riconoscimenti in tutto, due dei quali primi premi. Tra il 2025 e l’ottobre del 2026 sono diventati circa sessantacinque: diciassette primi posti e una ventina tra secondi e terzi, per più di trenta podi, a cui si aggiungono menzioni, premi speciali e finali. Il 2026 non è ancora finito e i riconoscimenti sono già il doppio di quelli del 2025. A gennaio avevo ottanta concorsi aperti; a giugno, più di cento in attesa di esito.

Il dato più sorprendente riguarda la forma. Più di metà dei riconoscimenti, e tredici primi premi su diciassette, sono arrivati con il racconto, un genere che fino al 2025 avevo appena sfiorato. I romanzi ne contano una quindicina, la poesia una dozzina; il resto è saggistica e scritture d’occasione. In meno di due anni, quindici racconti sono finiti in antologie. E i premi in denaro, qualche migliaio di euro, hanno pagato le iscrizioni ad altri concorsi: il circolo virtuoso che speravo, senza gravare sulla famiglia.

I numeri, però, dicono poco. Partecipare ai concorsi è prima di tutto un atto di umiltà: per uno vinto, ce ne sono venti in cui passo inosservato. Ci si sottopone a un giudizio spesso severo o percepito come ingiusto. Quante volte, in questi mesi, mi sono sentito bruciare dalla rabbia? E si impara a relativizzare: ho vinto con racconti su cui non avrei scommesso una lira e sono stato bocciato con quelli a cui tenevo di più. Lo sguardo degli altri si accetta, senza snaturarsi. Soprattutto, i premi aiutano a sfuggire alla trappola dell’autoreferenzialità, sempre in agguato nei piccoli centri, dove è facile proclamarsi artisti. E sono una palestra: mi spingono dove, senza stimoli esterni, non oserei.

A questo primo giro di boa, alla vigilia della prima presentazione in città del secondo romanzo (che in realtà è il primo scritto e, contando anche Legame doppio, il terzo pubblicato…), so di essere un apprendista. So anche che in ogni cosa della mia vita ho riversato intera l’energia che mi abita, insieme “erotica” (in senso platonico), poetica e spirituale. Navigo a vista nel mio “quarto tempo”, sapendo che non tutto dipende da me e che molto, delle strade future, potrebbe deciderlo la Fortuna. Ma, se verrà a cercarmi, mi troverà qui, alla scrivania, a scrivere, scegliere, limare parole e frasi.

Nel cassetto, intanto, aspettano otto romanzi e quattro raccolte di racconti. C’è un tribuno della Rivoluzione francese che sogna l’eguaglianza e la paga con la vita. C’è un’allieva ebrea con il suo maestro, divisi da un abisso che la storia ha scavato e nessun amore riesce a colmare. C’è un ragazzo senza nome che deve guadagnarsene uno attraversando il mondo, e un insegnante inquieto risucchiato dal gorgo delle domande di sempre. C’è una donna nigeriana che la cronaca aveva ridotto a poche righe e a cui ho provato a restituire una voce. E c’è il futuro: un uomo comune rapito dalle stelle, una nave in cerca di un nuovo pianeta che scopre di non essere sola, una ragazzina che nel 2062, tra api e libri, impara a rifondare una comunità dopo la catastrofe. I racconti, invece, compongono un abbecedario ironico e affettuoso della scuola italiana, il mosaico di una vita ricomposta tessera dopo tessera, un’interrogazione sulle infinite forme del vivente, una sequenza di mondi impossibili attraversati da un unico personaggio. Rileggendo, mi accorgo che tornano sempre le stesse ossessioni: gli sconfitti gravidi di futuro, l’educazione, il vivente oltre la logica del dominio, la responsabilità di chi resta. Cambiano le epoche e i generi

Verrà presto anche il tempo di riflessioni più serie e rigorose sul senso dello scrivere oggi, nella fine dell’Occidente e tra le apocalissi temute. Ma non adesso.


martedì 13 ottobre 2026

𝑌𝑢̄𝑔𝑒𝑛 di Antonio Vassallo: i versi di un'anima in frantumi (ποίησις)

Non so quale sia l’ultima recensione che ho scritto. Che brutta parola: recensione. Praticai questo genere ai tempi de “la rosa necessaria”, negli anni Novanta, e in seguito solo sporadicamente. La vita ha spinto altrove la navicella del mio ingegno. Vi ritorno per un libro, Yūgen, che mi ha colpito per due motivi. Il primo è lo stupore nello scoprire che l’autore, Antonio Vassallo, è anche un poeta. Lo conoscevo come valente docente di storia e filosofia e come sodale nell’esperienza dell’ANPI e della sua Officina, che ho avuto l’onore di coordinare per un po’. Il secondo è la qualità del libro, non a caso pubblicato da una serissima casa editrice, per quanto, come si usa dire, di nicchia (PeQuod).

Il libro si apre con una densa Prefazione di Dolores Morra, amica fraterna dell’Autore, con il quale condivide diverse passioni letterarie e filosofiche (ad esempio, e non lo dico a caso, quella per Cioran). È interessante che Dolores tenda a proiettare nelle poesie dell’amico la propria percezione estatica della realtà. Altri lettori potrebbero invece cogliervi soprattutto il negativo che sembra tracimare, anzi stillare, per usare un verbo caro al poeta, da quasi ogni pagina, fatte salve le ultimissime e poche altre. Il mondo di Dolores è luminoso e floreale. Quello di Antonio è chiaroscurale, se non vocato all’eclisse. L’eclisse è anche il titolo di una poesia esistenzialmente “programmatica”, che con un riuscito correlativo oggettivo ci dice che cosa la vita sia e quale smarrimento la connoti. D’altronde lo stesso titolo del libro, nato dalla passione di Vassallo per l’Oriente, evoca il chiaroscuro, come spiega l’“incerta” introduzione. Qui l’Autore ci illumina anche sul “percorso” che il libro disegna, un percorso di movimento. Il paradossale “Commiato” che costituisce la prima sezione è già, evidentemente, un andar via. Seguono viaggi mentali e reali nelle quattro direzioni cardinali: l’Occidente di “Espero”, il Meridione di “Sulle tracce del Sud”, il Nord di “Trondheim”, l’Oriente di “Mushin”. Al movimento di fuga iniziale fa da pendant il nóstos finale. È un ritorno verso il luogo da abitare, la propria valle, riscoperta dopo le fughe oniriche. Ed è soprattutto un ritorno verso una patria di affetti che consentono all’io di dimorare e di ancorarsi all’esistenza, senza svanire in un mondo d’ombre.

Accennavo a Cioran. Al grande scrittore rumeno-francese, autore di un unico libro variato in molteplici modi, Antonio ha dedicato la sua tesi di laurea, e la cosa mi pare degna di attenzione. Anch’io sono passato, nei primi anni universitari, attraverso quella fascinazione, stilistica ben prima che filosofica. Con il tempo, però, ho colto i limiti (di pensiero e di prassi) dell’autore de La tentazione di esistere. Trovo suggestivo che una generazione successiva alla mia, di cui Vassallo e la Morra sono autorevoli esponenti, voglia portare con sé nelle proprie lotte politiche per la giustizia un autore non solo politicamente controverso ma anche esponente di un nichilismo così radicale da non lasciare alcuno spazio a utopie o a prassi di trasformazione del mondo. 

Questa contraddizione, feconda nel caso della poesia, la ritrovo anche nel libro. Alla fine di una lettura appassionata, mi pare che l’Autore sia ben consapevole dello sforzo necessario a tenere insieme due poli. Da un lato c’è una natura originaria vocata alla solitudine, “diagonale”, a disagio nello spazio relazionale, anelante a una pienezza d’essere che coincida con il vuoto e con l’attimo abitato consapevolmente. Dall’altro c’è la tensione verso l’incontro con l’assolutamente Altro, anticipato dal ciclo “amoroso” che chiude “Espero”. Questo Altro assume il volto di una donna, scelta come compagna e dotata del magico potere di conferire realtà a chi vive in una dimensione intermedia, tra luce e ombra, tra esistenza e irrealtà. L’incontro è contraddittorio e destinale, e mai potrà approdare alla fusione della Diade nell’Uno, all’equilibrio pitagorico e armonico. Eppure ne sono nati quattro figli, come i punti cardinali. Ogni volta hanno fatto rinascere colui che aveva dato loro la vita: sono padri e madri del proprio padre.

Il libro ha una seconda chiusura, fuori quadro, in forma di “Appendice”. È la poesia dedicata alla madre, creatura tutta luminosa al contrario del figlio, capace di radicare il proprio sguardo in quell’eterno a cui il figlio “umbratile” non può credere.

Consiglio inoltre caldamente una lettura attenta delle note. Oltre a offrire una prosa bella e densa, ci dicono molto sul libro, sulle occasioni da cui nascono i testi e sull’Autore.

Se ora redigiamo la tabula absentiae, mi pare di poter dire che manchi quasi del tutto il mondo degli uomini. I tre poli che strutturano il libro sono, in ordine di estensione, il mondo interiore, il mondo naturale e il mondo degli affetti. Tutto il resto è sfondo o pura assenza. Chi non conoscesse la data di pubblicazione non saprebbe dire se il libro sia stato scritto negli anni Dieci o Venti di questo secolo o del precedente. Ci tornerò. Sia chiaro: non è una critica ma una semplice constatazione, che muove dalla mia esperienza di scrittore. Mi chiedo, e lo chiedo ad Antonio, quale tipo di “agire” si possa edificare su una simile postura esistenziale. Rispondo io, provvisoriamente: un’azione priva di certezze, precaria come l’io da cui promana. È un io che ha costantemente bisogno dell’altro per vedere confermata la propria identità evanescente. Siamo nel pieno della dissoluzione di quei fondamenti di cui il Novecento è stato instancabile minatore. E, aggiungo, probabilmente è un bene. Per questo mi fanno sorridere coloro che reclamano, anche qui a Benevento, una poesia “d’impegno civile”. Lungo la parabola in cui ha avuto un senso, quella poesia ha presupposto tre cose. La prima è un’ideologia solida, “moderna”, ormai improponibile. La seconda è è una identità stabile. La terza una comunità alla quale si sentiva di appartenere, anch’essa dissoltasi nel tempo “liquido”. Una comunità di fatto del tutto assente nel libro di Vassallo, fatta eccezione per l’atto dovuto ai propri allievi. Ma anche in questo caso restiamo nella sfera degli affetti quasi familiari: gli allievi sono figli adottivi.

Ci sarebbe altro da scrivere, e non è detto che non lo faccia. Memore di essermi laureato in Letteratura italiana contemporanea, mi consento qualche notazione formale, anche critica.

La dote sorgiva di Antonio è la musicalità dei versi. Questi non hanno mai una misura omogenea, benché il “versicolo” tenda a prendere il sopravvento. Immagino che con il tempo troverà un andamento perfettamente consono al suo respiro poetico.

Mi pare che i poeti esplicitamente evocati, in epigrafe o nel testo, siano cinque: Quasimodo, Apollinaire, Ungaretti, Caproni e Cappello. Quest’ultimo compare ben due volte ed è uno dei maestri segreti della generazione a cui appartiene Antonio Vassallo. Se dovessi situare il libro in un paesaggio poetico, lo collocherei in una brumosa brughiera neocrepuscolare, sebbene in alcune composizioni facciano non di rado capolino le desolazioni carsiche di derivazione ungarettiana.

Se non conoscessimo il mestiere di Antonio, difficilmente lo intuiremmo dai testi. Plotino vi è citato una sola volta, il Platone delle “dottrine segrete” sull’Uno e la Diade è soltanto evocato e la dialettica hegeliana è richiamata con ironia. L’Oriente, invece, è costantemente presente con la sua alterità radicale di pratica e di pensiero, e appare come l’unica possibilità di equilibrio per un “viandante” inquieto. Da questo punto di vista, la scelta del titolo mi sembra assai felice.

Quattro notazioni critiche.

Rivedrei l’uso dei puntini sospensivi. Ma qui probabilmente si entra nel campo del gusto personale.

Lavorerei sull’uso troppo spinto dell’anastrofe, soprattutto nella consuetudine di anteporre l’aggettivo al sostantivo, e dell’anafora.

L’aggettivazione appare spesso ridondante, barocca oserei dire. Cifra originale e ben riuscita è invece l’inserto di castoni lessicali colti e rari.

Infine, terrei sotto controllo la tendenza a collocare il verbo quasi sempre alla fine della frase.

Chiudo con l’auspicio che la predilezione per l’ombra e il silenzio non ostacoli, ma al contrario nutra, la scrittura poetica di Antonio. Mi auguro che egli continui mirabilmente a cercare un precarissimo equilibrio nell’esistenza e a offrire il suo prezioso contributo, pur senza fondamento, a un mondo dolorante. Quel mondo, nel suo libro, si rispecchia soltanto attraverso il prisma infranto del suo io. Solo lo sguardo dell’altro e dell’Altro possono restituirci l’unità irremediabilmente perduta.




lunedì 12 ottobre 2026

Per la poesia (ποίησις)

 

Lungi da me tentare una ricognizione della poesia nel Sannio. Se mai ho avuto una simile velleità, l’ho abbandonata da un pezzo.

No. Però due eventi quasi contemporanei mi spingono a tornare su un argomento che mi è assai caro: la presentazione di un’iniziativa e l’uscita di un libro.

L’iniziativa è promossa, tra gli altri, da un mio ex alunno, brillante e sfaticato, poi sbocciato alle storie e ai versi grazie a uno di quei miracoli che rendono il lavoro dell’insegnante davvero unico. Giulio Miele, cui ho voluto dedicare una poesia poi confluita nel mio ultimo libro di versi a stampa, si sta formando a Napoli. 

È una delle capitali culturali d’Italia, da sempre generosa di poeti e con i poeti. Ha esordito con un libro assai maturo per la sua età . Ora vuole provare a creare un luogo di studio e di pratica della poesia. La notizia mi ha riempito il cuore di gioia. Un plauso va anche a chi ospiterà l’iniziativa, al di là di quanto, sul piano personale, ci separa da molti anni.

Il libro è invece Yūgen di Antonio Vassallo (impreziosito da una Prefazione assai empatica di Dolores Morra, che probabilmente scrive poesie ma è, soprattutto, poesia). Non l’ho ancora letto per intero, e vorrei tornarci. 

Che cosa ha di speciale? Anzitutto conosco l’autore, collega valente e amatissimo dagli studenti, ma non sapevo che coltivasse la poesia: di qui lo stupore nello scoprirlo. Poi c’è l’editore, PeQuod, che già garantisce, a un primo livello, la qualità del lavoro. Infine ci sono gli interrogativi posti da un libro di versi radicato in un “sapere dell’anima” ad alta vocazione esistenziale, virato al cupo, ma scritto da chi si spende attivamente per un mondo diverso. È di questo che vorrei parlare più distesamente. Insomma, il rapporto tra scrittura e politica, per dirla con uno slogan facile.

Fino all’anno scorso avevo pensato di poter riprendere la mia attività di “divulgatore” di un genere negletto, facendo rifiorire con nuovi nomi ciò che negli anni Novanta fu “la rosa necessaria”. Di qui l’iniziativa della Stanza per la poesia e la prima edizione dell’Atlante delle Nuvole, condivisa con amici cari e di valore. Poi la mia vita è cambiata, e con essa le priorità: Calliope ha scalzato Euterpe, se non altro nel tempo che dedico all’una e all’altra. Non mi va più di dover occuparmi di questioni pratiche, organizzative. Non mi va più neanche di dover discutere con decisori politici, per quanto stimabili e animati dalle migliori intenzioni. Così ho lasciato quegli impegni, insieme a tutti gli altri, per dedicarmi interamente alla scrittura, soprattutto narrativa. Spero sempre che altri raccolgano il testimone. Per me si apre un tempo di dedizione assoluta, oserei dire religiosa, all’opera (a prescindere dai risultati che potrebbero essere assolutamente deludenti).

Ciò nondimeno guardo con immensa simpatia a chi tiene accesa la fiaccola. I poeti, amo ripetere con Shelley, sono «i legislatori non riconosciuti del mondo». Il libro che presenterò in questi giorni, Il potere del canto, è in fondo un omaggio a loro: i poeti immensi e quelli sconosciuti. Alla loro funzione vitale. Da questo punto di vista, il Nobel ad Anne Carson è una bellissima notizia.

Che fioriscano dieci, cento, mille iniziative intorno ai versi, anche per pochi, purché intense: senza cellulari, senza ansie da prestazione, senza esibizionismi. Per nutrirsi.


domenica 11 ottobre 2026

Una città che cambia (Benevento-Italia)

 

Tenterò una ricognizione delle trasformazioni della mia città, Benevento. So di non avere strumenti adeguati, ma spero che il tentativo possa stimolare approfondimenti più competenti. Aggiungo che il Liceo Classico è un pessimo osservatorio da questo punto di vista, perché è frequentato, credo al 99%, da sanniti “doc” (le virgolette sono ironiche, spero si capisca, ma è meglio evitare equivoci). Probabilmente queste trasformazioni sono in atto da decenni altrove, ma Benevento è sembra talvolta la cittadina della Zona del Crepuscolo in cui arriva Dylan Dog (di cui si celebra in questi giorni importante anniversario, per me fumetto di formazione). I mutamenti andrebbero saluti con entusiasmo e guidati, affinché migliorino l’esistente.

L’occasione mi è data da una folgorazione casuale. Passando davanti a quello che fino allo scorso anno era un negozio a suo modo storico, nella via dove abito, ho visto due donne africane che sostavano all’ingresso. Pochi giorni dopo ho scoperto, per caso, che quei locali sono diventati un’abitazione. Non mi soffermo sulla trasformazione di un quartiere che per decenni ha avuto una spiccata vocazione commerciale, centrata sul mercato ortofrutticolo e su decine di piccoli negozi. Non mi soffermo nemmeno su come stia diventando un quartiere al servizio dell’Università, che negli ultimi anni è stata un soggetto assai dinamico nella storia culturale, economica e urbanistica della città. Altri possono e devono farlo assai meglio di me. Mi interessa, invece, partire da questo episodio, a suo modo suggestivo, per tentare una mappatura imprecisa ma urgente della presenza straniera a Benevento.

Senza, lo ripeto, strumenti adeguati (ci vorrebbe l’abilità di un Luigi Ruscello nel maneggiare tabelle e dati), mi pare di poter dire che ci sono gruppi “etnici” che si distinguono per vocazione lavorativa e per grado di integrazione. Metto la parola tra molte virgolette, ovviamente: ha un valore meramente strumentale.

I cinesi, ad esempio, sono legati per lo più a due diverse tipologie di attività: ci sono i ragazzi che studiano al Conservatorio e i proprietari di negozi. I primi si vedono sul Corso, sempre eleganti e alla moda, e spesso prendono casa in affitto da quelle parti. In entrambi i casi, almeno da quel che posso osservare, la volontà di integrazione pare ridotta al minimo. Ho visto pochissime volte un cinese in compagnia di un autoctono. Anche la lingua, malgrado gli anni trascorsi in Italia, mi pare che molti la imparino pochissimo, forse perché non interessa loro. Possiamo dire che si tratta, in buona parte, di una borghesia medio-alta, benestante.

Negli ultimi anni è aumentata notevolmente la componente nordafricana, talvolta al centro di vicende assai sgradevoli. Colpisce soprattutto la presenza di alcuni gruppi organizzati (per esempio in piazza Roma), dagli atteggiamenti a volte provocatori, che possono sfociare nello scontro verbale o fisico con i locali. Dal punto di vista economico, credo di poter dire che per lo più si indirizzino a lavori manuali, per scelta o, purtroppo, per necessità. Per alcuni dei più giovani è realistico il rischio di entrare nelle reti dello spaccio locale, allettati dalla prospettiva di guadagni facili. L’aspetto più interessante è l’alto livello di socializzazione, soprattutto tra i maschi giovani e le ragazze beneventane. Ricordo che questa estate, quando andai a Pietracatella per un premio, rimasi colpito da una bellissima coppia giovane: lui maghrebino, lei del posto, con due bambini splendidi. Credo che sarà un fenomeno sempre più diffuso anche nella nostra città. È interessante anche vedere sempre più spesso ragazze, chiaramente di fede islamica, girare con l’hijab.

Ci sono poi africani della più varia provenienza. Capita di trovarne alcuni a chiedere l’elemosina davanti a un supermercato, magari mentre parlano al cellulare, evidentemente con la madrepatria. Oppure li si vede in squadre di muratori e carpentieri, impegnati nelle molte opere che hanno profondamente trasformato il volto della città (ci sarà tempo per scriverne: c’è una Benevento prima di Mastella e una dopo). Non ne sono sicuro, ma credo che il loro livello di integrazione sia in generale basso. Stavolta, a differenza dei cinesi, non per scelta loro, ma per la diffidenza dei locali. Ci sono virtuose eccezioni. Penso a chi, come Corrado Ciervo, getta ponti, sia da docente sia da musicista. Ma, ripeto, mi paiono eccezioni che non intaccano il “comune sentire”. Il dato più interessante è l’alta natalità che spesso li caratterizza. La mattina vedo una donna giunonica con un piccolo nel fagotto sulle spalle, due bambini attaccati alle gambe e la carrozzina da spingere. La benedico nelle mie preghiere. E mi dico che tra qualche anno questa città sarà loro: l’invasione gioiosa profetizzata da Pasolini. Lo dico senza idealizzazioni. Semplicemente, la nostra è una civiltà agonizzante, per motivi complessi da analizzare (ci proverò, un giorno!).

I bengalesi e i pakistani sono un’altra categoria ancora. Molti si sono specializzati in alcune attività, come il lavaggio delle auto o i lavori agricoli (sarebbe interessante un’inchiesta su dove abitino e come vivano). A questo proposito, mi ha colpito come la bici elettrica, di cui scrivevo svariati lustri fa, sia diventata nell’uso ben altro da quello che immaginavo. Oggi è lo strumento di lavoro dei rider e del proletariato post-industriale, oppure un rapido mezzo di spostamento e di fuga per i piccoli spacciatori. Anche in questo caso mi pare che il territorio opponga una forte resistenza all’integrazione e che si creino, inevitabilmente, piccole comunità autoreferenziali. Ah, dimenticavo... Ho saputo che alcuni di loro, con quanto guadagnato in anni di duro lavoro a lavar macchine, hanno aperto un negozio da parrucchieri al Rione Libertà, la zona più popolosa della città. Una trasformazione non da poco, da seguire con attenzione. 

C’è infine il numero crescente di badanti, per lo più donne provenienti dall’Ucraina e dalla Romania (e sicuramente dimentico qualcosa di importante). Si prendono cura dei nostri anziani e non di rado diventano compagne o mogli di uomini celibi o separati. Probabilmente, con le loro rimesse, aiutano le famiglie e i figli rimasti nella loro sfortunata patria.

Considero queste riflessioni, come detto, una sollecitazione per chi ha strumenti migliori dei miei.

A me rimangono pochi anni per vedere trasformarsi questa città. Un tempo pensavo che il mio retaggio sarebbe continuato. Mi diedi alla politica anche perché mi vergognavo che mia figlia trovasse quella Benevento (parlo degli anni Dieci del nuovo millennio). Ora so che, realisticamente, questa non sarà la sua città, che non si svolgerà qui la sua vita professionale. Eppure mi immagino spirito che si aggira nei suoi vicoli e guarda le sue pietre, che ho amato anche quando erano offese. Nella vita postuma che già sto vivendo, dunque, mi piace tentare di capire dove stia andando e che cosa voglia essere. Sono certo che gli innesti di nuove culture, di nuove fedi, di nuove lingue la trasformeranno radicalmente, la stanno già trasformando, e che sia doveroso cogliere questi cambiamenti.


sabato 10 ottobre 2026

Biblioteca in transizione [AUTOBIOGRAFIA]

 

È cominciato il primo corpo a corpo con i libri e i fumetti accumulati in un quarto di secolo. Ed è stata, ancora una volta, una grande emozione.

In questo trasloco c’è qualcosa di definitivo. È il distacco dalla “casa madre”, la recisione di un cordone ombelicale che per venticinque anni mi ha tenuto legato alla mansarda di San Cumano. Ogni scatolone chiuso è un filo che si spezza.

Allo stesso tempo è stato un attraversamento. Scaffale dopo scaffale ho ripercorso oltre quarant’anni di innamoramenti letterari, passioni travolgenti, sbandate. Mentre la mano sfilava i volumi, l’occhio già selezionava: questo resta con me, questo andrà a un amico, quest’altro a un alunno, a un ex alunno, a una biblioteca o a un ente pubblico.

Rivedere tutta insieme la mia biblioteca, mentre veniva inscatolata, mi ha mostrato la sua forma. Siamo appena a un terzo dell’opera e abbiamo già superato i duecento colli di libri: mia moglie è sgomenta. In quella forma ho riconosciuto i miei “sentieri interrotti”. I numerosi testi di critica letteraria si fermano alla fine degli anni Novanta, con rarissime acquisizioni successive. La poesia invece è cresciuta in modo costante e omogeneo. La filosofia occupa la parte di gran lunga maggiore. Intorno ci sono la religione, la storia, la politica, l’economia, la pittura, il cinema, i classici antichi e un po’ di teatro. Molti ripiani sono “d’autore”: Heidegger, Hannah Arendt, Fortini, Dante, Schopenhauer, Platone, Guzzi, Nietzsche. Una biblioteca, vista così, è una mappa di ciò che si è amato, di ciò che si è abbandonato e di ciò che non si è mai smesso di cercare.

Poi ho aperto alcuni libri e vi ho ritrovato i segni del tempo. Ci sono le sottolineature, spesso maniacali, degli anni dell’università, venute dopo l’anarchia senza metodo del liceo, i marginalia.

Per fortuna su molti libri avevo annotato la data d’acquisto. Su altri c’è anche quella della lettura o della rilettura, talvolta con un breve giudizio sul valore del libro. Sono piccole sentenze che oggi rileggo con indulgenza o con sorpresa, come se le avesse scritte un altro. Eppure le ho scritte io. 

Benedetta mia madre, che ci ha insegnato a mettere le date sui libri. È grazie a lei che ho ritrovato il primo libro che ricordo di aver comprato: avevo nove anni. Lo comprai al Collegio De La Salle, quello il cui portone ora si apre su Piazza Arechi e che ospita il Conservatorio (pubblico la foto per chi non lo conoscesse). Lo frequentai dalla primina alla quarta elementare. Poi il collegio chiuse e io vissi un anno spaventoso al Convitto Nazionale: è difficile entrare in un gruppo nuovo quando il ciclo sta per finire.

Un giorno i Fratelli ci dissero che potevamo comprare un libro su un banchetto sistemato all’ingresso. Io vivevo in una casa piena di libri, e li odiavo. Leggevo solo i fumetti della Corno e albi come Geppo o Nonna Abelarda. Scelsi obtorto collo. Probabilmente i soldi li portammo il giorno dopo, perché non ricordo di aver mai girato con del denaro. Avevo soltanto qualche spicciolo per la merenda, che durante la ricreazione portava un signore in una sportula profumatissima: calzoni fritti e graffe con lo zucchero. Presi un volume dedicato alle armi e ai guerrieri antichi. Fu una fascinazione originaria, che spiega anche la mia passione per i supereroi. Ancora oggi, a guardarlo, mi vengono i brividi.

Su molti libri, ancora, c’è l’ex libris, una passione ereditata da mia sorella Rosa. All’inizio era soltanto un timbro con nome e cognome. Poi quel segno di proprietà si è raffinato, rubando ai grandi. Uno di questi è Freud, che sul suo ex libris aveva voluto Edipo davanti alla Sfinge. In ognuno essi trovo qualcosa che mi rappresenta nel tempo, nel mio divenire.

Mi rendo conto che c’è ancora molto, moltissimo da fare. E non solo a livello di “basse opere”, per citare Fortini, che sono sempre assai istruttive. Già la cernita tra ciò che sarà donato e ciò che mi accompagnerà nei prossimi anni, se Dio li concede, è profondamente emblematica. Lo sarà ancora di più l’organizzazione di ciò che resterà. I criteri non potranno più essere soltanto quelli del “genere”: poesia, religione, filosofia, et cetera.

Molti koan che i maestri mi hanno affidato si compiono in questa stagione della vita. Uno, in questo caso, è decisivo: bisogna leggere multum, non multa, molto ma non molte cose. La formula ci è arrivata da Plinio il Giovane, ma l’insegnamento l’ho ricevuto da Seneca, che a Lucilio raccomandava di tornare sempre agli autori già provati, anziché disperdersi nella folla dei libri.

Voglio vivere l’autunno e l’inverno della vita con “li miei autori”, parafrasando indegnamente Dante: gli scrittori che mi hanno plasmato. Non ho più velleità di ampliamento. So che difficilmente leggerò Lacan. Ho capito che Céline non mi piace, dopo averlo sfidato due o tre volte. E il primo Bloch, per quanto mi affascini, per me resta praticamente incomprensibile.

Ci sono state però acquisizioni importanti, novità non da poco. Penso al ruolo che Lévinas riveste ora nella mia visione del mondo. Penso a come la riconoscenza verso Heidegger non mi abbia impedito di coglierne sempre più lucidamente i limiti. E non sono soltanto quelli noti, politico-ideologici, ma anche squisitamente filosofici.

Morirò con i “miei” poeti, pur continuando a curiosare: Anne Carson, per esempio, bisogna leggerla, e non solo sulle meritorie riviste che la ospitano. Leggerò sempre più narrativa, soprattutto italiana, con l’occhio di chi vuole carpire il mestiere.

Ma, insomma, resterò quello che una vita intera ha ormai strutturato.

Sono felice e leggero. Entusiasta.


venerdì 9 ottobre 2026

Libri liberi [AUTOBIOGRAFIA]

 

Confesso una grande emozione: domani comincia il trasferimento della mia biblioteca in città.

Nel 2001 traslocai, dopo i primi anni di matrimonio, in un’antica casa della famiglia di mia moglie, rimasta per decenni inagibile a causa del terremoto. Non era molto grande e non poteva accogliere i libri che avevo già accumulato, che si erano aggiunti a quelli ereditati da mia madre. Fu quasi naturale lasciarli lì, nella mansarda di San Cumano. E in venticinque anni, stanza dopo stanza, la casa di campagna si è riempita di libri, manuali scolastici, fumetti, cd, poster, giornali e riviste. Strati di una vita, depositati come sedimenti.

Come spesso accade, un limite si è trasformato in una nuova competenza. Non potendo avere i libri a portata di mano, ho dovuto supplire con i loro corrispettivi digitali. Non solo ho messo insieme una notevolissima biblioteca digitale, tutta archiviata in un grande hard disk esterno, ma ho anche imparato a studiare e a leggere su pdf ed epub, sullo schermo dell’e-reader. Ho scoperto che si può sottolineare senza matita e portare con sé centinaia di volumi in pochi grammi. Ho capito però anche che cosa manca: il peso di un libro tra le mani, la carta che invecchia, la memoria di una pagina ritrovata per la sua posizione sullo scaffale.

Ora, dopo un quarto di secolo, tutto ciò che si è accumulato lassù può finalmente venire in città. Lo aspetta uno spazio nuovo, decisamente più piccolo dell’intero ultimo piano che lo ha ospitato tanto a lungo.

Così, quasi che due linee partite da lontano arrivassero a intersecarsi, ho preso una decisione. Mia figlia ha scelto di dedicarsi ad altro nella vita, senza seguire le orme paterne né quelle materne, e non ha senso conservare tutto in attesa di qualcuno che raccolga il testimone. Una parte corposa di ciò che ho custodito gelosamente per anni sarà quindi donata a biblioteche, amici, alunni ed ex alunni. Terrò con me soltanto i testi davvero utili a ciò che ho deciso di fare nel tempo che mi resta: scrivere.

Mi emoziona pensare che non dovrò più prendere la macchina e andare in campagna per recuperare un libro che voglio leggere su carta o mostrare ai miei alunni. I libri torneranno vicini, parte della vita di ogni giorno, e smetteranno di essere un deposito lontano da raggiungere.

Quello che darò via mi piace pensarlo, da una parte, come un gesto di liberazione dal feticismo e dal possesso; dall’altra, come una seminagione i cui frutti non vedrò. Perché i libri possono cambiare le vite solo se vengono “esperiti”, se diventano vita vivente e non mera erudizione o motivo di vanto. 


giovedì 8 ottobre 2026

AI e scrittura (𝑠𝑐𝑟𝑖𝑝𝑡𝑢𝑟𝑎)

Torno su una questione che pare all’ordine del giorno, già accennata in post precedenti nel colloquio con una delle persone più acute e nascoste del nostro Sannio letterario: l’uso “creativo” dell’AI.

Parlo senza aver fatto approfondimenti teorici, sulla scorta di qualche intervento letto che mi ha colpito e dell’eco rumorosa delle vicende francesi. Dunque, diciamo che tutto quello che scriverò è provvisorio e nasce da un anno di uso continuativo dello “strumento”.
Parto dai maestri: l’AI è uno strumento che potenzia le facoltà dell’uomo o le surroga? Mi rifaccio, evidentemente, a uno dei miei riferimenti “eretici”, quell’Ivan Illich di cui (assai meritoriamente) si sta stampando in Italia l’opera completa. Come noto, in La convivialità (1973) Illich distingue tra strumenti conviviali e strumenti manipolatori. I primi – la bicicletta, gli attrezzi dell’artigiano, il libro – restano al servizio di chi li usa: ne ampliano l’autonomia e la creatività, possono essere adoperati da chiunque, per fini liberamente scelti. I secondi, superata una certa soglia critica, rovesciano il rapporto: è l’uomo a mettersi al servizio dello strumento, che genera dipendenza, espropria saperi e competenze, impone un “monopolio radicale” (non si può più spostarsi senza l’automobile, imparare senza la scuola, curarsi senza il medico) e diventa controproducente, finendo per ostacolare proprio i fini per cui era nato. Il problema, per Illich, non è dunque la tecnica in sé, ma il limite: lo strumento è buono finché accresce ciò che una persona sa fare da sé, cattivo quando glielo sottrae.
Io direi che ci troviamo di fronte a uno strumento che presenta entrambe le possibilità: l’AI può integrare, sostenere, affiancare la guida umana, oppure sostituirla del tutto. Conviviale o manipolatoria, dunque, a seconda dell’uso che se ne fa.
Io ho sperimentato entrambe le opzioni. Ho utilizzato ChatGPT, Gemini e, dall’estate, Claude (tutte in versioni a pagamento) per rivedere i miei testi, per fare ricerche, per prospettarmi soluzioni nei momenti di stallo creativo; e le ho utilizzate per esperimenti di scrittura semi-automatica, in cui mi limitavo a pochi input, poi sviluppati autonomamente dalla macchina (e pubblicati sul blog).
Per i romanzi è stato preziosissimo poter guadagnare tempo sulle ricerche, anche bibliografiche, sempre seguite dalla lettura dei testi (non sostituibile), quasi sempre in formato digitale, grazie alla sterminata biblioteca elettronica accumulata in vent’anni di ricerche in rete. A breve tornerò padrone a tempo pieno della mia biblioteca cartacea. Avrò allora a disposizione tre strumenti potenti per alimentare la piena narrativa che mi attraversa. Purtroppo, per gli amici…
Come noto, in Francia è esploso il caso Thélyson Orélien. Scrittore quebecchese di origine haitiana, fin qui noto soprattutto come poeta, Orélien è l’autore di C’était ça ou mourir, uno dei successi della rentrée: decine di migliaia di copie vendute, traduzioni in una ventina di lingue, l’ingresso nelle prime selezioni di Goncourt, Renaudot, Femina e Médicis, il Prix du Roman Fnac. Il 21 settembre un account anonimo su X ha sostenuto che il romanzo fosse stato scritto “quasi integralmente” con l’AI; le verifiche condotte da alcune testate con il software di rilevamento Pangram hanno restituito percentuali altissime di testo attribuito alla macchina: oltre il 95%, in alcune prove il 100%. L’autore ha respinto le accuse, rivendicando una scrittura radicata nella tradizione haitiana e caraibica e denunciando un pregiudizio razzista; l’editore, Grasset, ha parlato di fake news e ribadito piena fiducia in lui. Resta il fatto che nessun rilevatore può dimostrare come un testo sia stato scritto: misura una probabilità statistica sul risultato, non ricostruisce il processo. Ma la domanda è ormai sul tavolo, ed è dovere di chiunque scriva meditare e prendere posizione.
Ho letto un pezzo assai condivisibile su Pangea. L’ho fatto sintetizzare da un’AI. Posto qui i risultati.




Mi sento di condividere esattamente questa posizione. Aggiungendo un aneddoto. Lo scrittore deve concentrarsi sempre di più sul linguaggio. Come il pittore con la fotografia, viene esonerato da compiti che può svolgere, probabilmente meglio di lui, la macchina.
Quando Magnus – al secolo Roberto Raviola, uno dei più autori del fumetto italiano – si trovò alle prese con il “Texone” La valle del terrore, su testi di Claudio Nizzi, ci mise sette anni: tavole lavorate con una cura maniacale, quasi da incisore, mentre lettori ed editore disperavano di vederle finite. C’era però un soggetto che il Maestro detestava disegnare: i cavalli. E in un western, si sa, i cavalli non si possono evitare. Chiamò allora al suo fianco Giovanni Romanini, vecchio sodale fin dai tempi di Kriminal e Satanik, che disegnò i cavalli e lo aiutò a completare le tavole. L’albo uscì nel 1996, dopo la morte di Magnus, ed è considerato da tutti un capolavoro. Nessuno ha mai pensato di negarne la paternità a Magnus.
Del resto, la storia dell’arte è piena di “cavalli” disegnati da altri. Nelle botteghe rinascimentali il maestro concepiva l’opera e ne eseguiva le parti decisive, lasciando ad allievi e collaboratori fondi, panneggi, dettagli: nel Battesimo di Cristo del Verrocchio, uno degli angeli è attribuito al giovane Leonardo. Rubens dirigeva ad Anversa una vera e propria officina e affidava animali e nature morte a specialisti come Frans Snyders, fiori e paesaggi a Jan Brueghel il Vecchio. E nel fumetto la divisione del lavoro è la regola: sceneggiatori, matitisti, inchiostratori, letteristi, coloristi; negli Studios Hergé assistenti come Bob de Moor e Roger Leloup disegnavano sfondi, automobili e aerei delle avventure di Tintin, senza che nessuno abbia mai dubitato che Tintin fosse di Hergé.
Insomma, e se l’AI, come già accaduto in altri ambiti, ci esonerasse dai lavori monotoni o noiosi, liberando la creatività? Chi avrebbe avuto da ridire se quei cavalli li avesse disegnati una macchina addestrata a disegnarli come… Magnus? È, in fondo, la promessa conviviale di cui parlava Illich: uno strumento che toglie fatica senza togliere l’autore. Il punto non è chi disegna i cavalli, ma chi decide la storia, l’inquadratura, lo sguardo.
È affidata esclusivamente all’etica individuale l’individuazione del confine oltre il quale l’opera non è più “nostra”. Ai “puristi”, le cui obiezioni ascolto con assoluto rispetto, chiedo: un film è opera “autoriale”? L’Odissea è opera di Nolan, anche se egli si è servito di centinaia, se non di migliaia di persone, per lo più sconosciute al grande pubblico, e di tecnologie sofisticatissime? Insomma, forse l’AI proietta lo scrittore in una dimensione nuova, che lo responsabilizza ancora di più, mettendogli a disposizione qualcosa che in altre arti (la musica e le arti visive con l’elettronica, ad esempio) esiste già da tempo.

*

P.S.

Questo pezzo è stato scritto come un canovaccio con istruzioni per l’AI del tipo: “fai sintesi delle tesi di Illich”, “sintetizza la recente vicenda francese”, “migliora questa parte e ampliala con riferimenti”. Mi ha messo a richiesta anche i grassetti... L’ho poi affidato a Claude, scrivendogli (ma non credo possa – ancora? – cogliere l’ironia: De te fabula narrat.
Mi sento integralmente l’autore di questa riflessione.
Sarò felice di ospitare le riflessioni di chiunque voglia esprimersi in materia.

martedì 6 ottobre 2026

Congedo (Benevento-Italia... Europa-Mondo)

 

Vorrei poter dire che la mia città è stata sconvolta dalle recenti vicende giudiziarie. Temo, invece, che il livello di assuefazione alla corruzione, acclarata o ancora da accertare, abbia raggiunto una soglia irreversibile. Certo, potrebbe essere il riflesso di una persona che ha iniziato ad avere una consapevolezza politica tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, che guardò con entusiasmo al repulisti promosso dalla magistratura milanese, credendo nelle tabulae rasae, e trovandosi puntualmente disilluso, “tradito” (ove mai questa parola avesse dimora in campo politico), nella commistione probabilmente sbagliata di morale e politica. Ecco, probabilmente sono io a essere sbagliato, io che mi sono illuso che un’altra politica fosse possibile, che ci fossero nuovi inizi, e non lo stanco tornare di corruzione e ambizioni personali.

Dunque, scrivo per ribadire una secessione definitiva da ogni forma di impegno. La voce del popolo potrebbe dire, non a torto: «e chi se ne importa, sono scelte tue». Vero, sacrosanto. Ma in questo congedo, per cui chiedo cerimoniosamente scusa, mi permetto – ricordando l’impegno pregresso che mi dà quanto meno diritto a dire una parola conclusiva – di suggerire a chi vuole promettere nuovi inizi un sano realismo. I moralizzatori di oggi facciano un serio esame di coscienza e sappiano che nelle file in cui militeranno ci saranno voltagabbana pronti a saltare sul carro del vincitore, avidi pronti a lasciarsi corrompere, ambiziosi che saliranno sulle loro spalle per issarsi su scranni ambiti. E che in fondo, forse, loro stessi, con le loro voci stentoree, i loro accorati appelli, stanno nutrendo solo il loro ego, che ha bisogno di palchi e platee. Avremmo bisogno di santi...

E, a proposito di santi, torno alla mia amata Simone. Alla sua riflessione lucidissima sui partiti come macchine aliene dalla verità, come ogni macchina creata per essere esclusivamente efficiente in base a una razionalità strumentale: «I partiti sono organismi pubblicamente, ufficialmente costituiti in maniera tale da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia».

Nessuna salvezza. Almeno non che mi riguardi più. 

So che le mie riflessioni appariranno qualunquiste (a me piacerebbe dire “impolitiche”…), ma è questo che mi rimane di una quarantina d’anni di passione: una cenere che non riguarda solo la mia ininfluente città ma l’Italia, dove un generale rozzo e nostalgico è capace di catalizzare l’attenzione di molti, l’Europa che vuole rimettere in moto l’economia con la guerra, il mondo dove folli e genocidi guidano Stati importanti. 

La voce responsabile sussurra, poi grida: «Allora non abbandonare il campo. Devi esserci anche tu. I hope someday you’ll join us...»

Mi tornano in mente i versi indignati di un grande poeta.

E con lui mi congedo.

 

Ora che più forte sento

stridere il freno, vi lascio

davvero, amici. Addio.

Di questo, sono certo: io

son giunto alla disperazione

calma, senza sgomento.

Scendo. Buon proseguimento.


domenica 4 ottobre 2026

Messaggi nella bottiglia dalla propria isola (Tracce di cammino)

 

Scrivere di sé può essere (ed è quasi sempre) uno sfogo narcisistico. In alcuni casi, e spero che questo sia uno di quelli, è invece un modo per fare chiarezza sui passaggi che intramano la vita e per lasciare ciò che, con Dag Hammarskjöld, amo chiamare “tracce di cammino” (Vägmärken).

Il 16 ottobre presenterò il mio nuovo libro. È un romanzo, uscito a breve distanza dal primo (Euthymios), al quale seguirà a brevissimo un romanzo storico (Il viandante e il fuoco). 

So bene che si tratta di un “eccesso”, dovuto a fattori non tutti dipendenti da me, e prometto moderazione per il futuro, malgrado il demone buono della scrittura si sia ormai impadronito di me e mi reclami. Dovrò imparare a distinguere la necessità soggettiva di inventare storie da quella, oggettiva, di condividerle attraverso quell’atto impegnativo che è la pubblicazione di un libro.

La presentazione si terrà in una libreria a cui sono legato, dove ho già presentato altri libri e tenuto incontri: un luogo accogliente, amico. In passato, per le prime presentazioni ho sempre scelto spazi ampi. Faccio un esercizio di memoria, utile anzitutto a me, perché sono tanti gli anni che mi separano dalla prima pubblicazione: l’allora De Simone per In quieta ricerca; l’auditorium del De La Salle per il primo libro di versi, Per aspera; e poi il Mulino Pacifico (Nel chiaro mondo), di nuovo il De La Salle (Pensiero insorgente), il Teatro Comunale (Spes contra spem), Palazzo Paolo V (Di nuvole e parole) e l’ex De Simone, oggi tornato Teatro De La Salle, per il primo romanzo (Euthymios). Unica eccezione, Extravagantes, presentato a Casa Naima, una piccola e valorosa libreria che oggi, purtroppo, si è trasferita altrove. Insomma, dal 2012 al 2025, tranne una volta, ho scelto deliberatamente luoghi di grande capienza. Quei momenti mi sembravano il coronamento del mio lavoro. Mi percepivo come uno scrittore “di provincia”, dentro una comunità alla quale il mio lavoro era rivolto, e volevo che quella comunità potesse esserci tutta. Lo dissi con chiarezza nel gennaio del 2018 (che si sarebbe rivelato un annus horribilis), presentando la mia seconda raccolta di versi in un Mulino Pacifico assai diverso da quello attuale: rivendicai allora la mia dimensione “provinciale”, il piacere di parlare a volti amici, ciascuno legato a un pezzo della mia biografia.

Perché questa premessa così lunga e apparentemente contorta? Perché nell’ultimo anno e mezzo è cambiato tutto. Come ho scritto altrove, la fine della centralità della scuola nella mia vita ha dischiuso orizzonti di pratiche e di senso che non avrei mai immaginato. Non solo mi sono immerso nella scrittura (per altro, la scrittura narrativa pochissimo praticata fino ad allora) in un modo per me impensabile, ma al tempo stesso ho sentito il bisogno di andare oltre il territorio nel quale continuo a sentirmi profondamente radicato. Per questo mi sono messo alla ricerca di editori che potessero garantire ai miei libri una circolazione più ampia (serbando però imperitura gratitudine a chi mi ha accompagnato dal 2012 al 2024). Per questo ho cominciato a partecipare sistematicamente a decine di concorsi letterari, con risultati sicuramente insperati.

Che cosa c’entra tutto questo con la presentazione di ottobre? Sto cercando di spiegare come, insieme al mio sguardo sul mondo e al rapporto quotidiano con la scrittura, sia cambiato anche il senso delle mie apparizioni in pubblico. Aggiungo che ad aprile, nella lezione su Illich tenuta per la Società Filosofica Italiana, ho annunciato che sarebbe stato per molto tempo il mio ultimo intervento di quel genere. 

Dunque sarò felicissimo e grato di incontrare gli amici, come in passato, e di parlare con loro del mio libro. Ma non sarà più un “compimento”. Il libro dovrà cercare altri lettori, a me sconosciuti, oltre gli amati confini della mia terra: dovrà essere un messaggio nella bottiglia, non più il sigillo di un patto con una comunità. So che a molti potrà sembrare un’ambizione mal riposta, e probabilmente destinata a grami risultati. Ma sento, nonostante l’età non più giovane, di doverci provare lo stesso. E, si badi, non perché la dimensione in cui mi sono mosso per tanti anni mi stia stretta, ma perché credo di poter crescere nella scrittura solo accettando il confronto con realtà non “amiche”.

Mi piacerebbe però, in quella che per me è una grande sfida (perché mettersi in gioco alle soglie dei sessant’anni, rischiando lo scacco, non è semplice), sentire il sostegno di quella che continuo a percepire come la mia comunità, alla quale ho dedicato quasi trent’anni di impegno culturale, civile e politico, con passione e slancio. In una poesia della fine degli anni Novanta, rimasta per sempre incompiuta, scrivevo rivolgendomi alla città:

Amo le tue pianure coltivate a tabacco,

l’erba medica, le spighe di grano,

la voce delle strade accoglienti...

Versi interessanti, peraltro, anche dal punto di vista sociologico ed economico: il tabacco è sparito dai campi (ed è un bene, anche se il profumo delle foglie essiccate vorrei ritrovarlo nell’aldilà…) e le strade sono diventate sempre meno accoglienti. Ma, insomma, io amo questa città, pur conoscendone tutti i limiti. So che mia figlia vivrà altrove, so che il mio retaggio qui finirà con me. Non fa niente. Non potrei vivere in nessun’altra parte del mondo.

Dunque guarderò i volti amici, parlerò del mio libro,  continuerò a scrivere messaggi e a lanciare bottiglie in un mare più vasto.


sabato 3 ottobre 2026

Confusione [OGGI]

 

La presentazione di un libro, probabilmente interessante, di una giornalista e scrittrice che ho scoperto essere un volto televisivo con un grande seguito social. Una prima riflessione: malgrado sia ancora in qualche modo informato sul mondo, l’astinenza dalla televisione fa di me un analfabeta mediatico. A dire il vero, in un orario assai improbabile per una persona che – come Noodles nel film di Leone – va a letto presto, ero lì, in un luogo pieno di persone amiche di altre epoche della mia vita, per salutare un amico con cui ci si vede raramente. Percepivo lo stridente contrasto tra la mia stanchezza “anziana”, il desiderio di poter abbracciare il cuscino, e la vitalità di chi mi circondava, desideroso di parlare, di bere amabilmente, di condividere esperienze. Mi rendo davvero conto di aver imboccato l’ultimo miglio, per quanto lungo possa essere, per quanto possa ancora durare. È il tempo della mia “senilità”. Ho iniziato ad ascoltare le riflessioni che prendevano spunto dal libro, che – lo ripeto, e non pro forma – probabilmente è ben scritto e nato dall’esperienza. Diciamo che lo sto usando per parlare di me. Avevo l’impressione che le parole fossero dette perché dovevano essere dette, come se non nascessero da una necessità impellente. Parole condivisibili, per quanto mi riguarda. Avvertivo, però, uno scollamento che mi creava disagio. Forse ho visto troppe persone – e non sto affatto dicendo che accadrà anche all’ospite in questione – dimenticare le parole che avevano pronunziato, non dico “tradirle”. E forse io stesso sono parte di questa grande schiera di apostati a propria insaputa. Ho una grande confusione in testa. È forse questo che voglio comunicare scrivendo nelle primissime ore del giorno, quando la città dorme e si sente solo il rumore degli operatori che svuotano i contenitori dell’umido, mentre dal mio PC escono note malinconiche di liuto? O forse voglio cercare di dire, goffamente, che oramai tutto è perduto, almeno per me, che in fondo, nella catastrofe morale che la mia città ha palesato, al di là degli esiti giudiziari, non vedo la premessa per una rinascita, ma solo lo stanco ripetersi di una storia antica e inemendabile? La certezza che molti dei moralisti di oggi saranno i corrotti di domani? «Ecco l’antica radice, dunque, del “qualunquismo”», mi dice una voce che so mia, so nutrita di letture e azioni nate dalla fiducia nella possibilità di mutare il mondo rendendolo più giusto. Chiedo perdono a questa voce, a questa parte di me, che c’è ancora, ma sempre più stanca, sempre più disillusa.

La giovane scrittrice evoca la necessità di un partito che incarni il bisogno di giustizia sociale. Io sorrido amaramente pensando a tutte le esperienze politiche che ho attraversato, al panorama abbastanza desolante del nostro paese, dell’Europa, del mondo. E mi sento schiacciato. Dico a me stesso: non mi riguarda più. Ho fatto quel che potevo, sbagliando sicuramente. Ora non ne ho le forze. L’antichissima sapienza dell’Ecclesiaste torna a spirare prepotentemente con il suo “vento” in me: omnia vanitas. Il giro si sta compiendo? Sto tornando quel ragazzo che leggeva Schopenhauer e scopriva la rapinosa lettura di Cioran a vent’anni? No. So che non è così. O forse spero che non sia così.

La scrittrice viene sollecitata a parlare del ruolo della poesia nel suo lavoro, e lei – che la pratica e ne ha inserito frammenti in un libro a metà tra narrazione e saggistica – fa affermazioni che un tempo mi avrebbero indotto a balzare in piedi e intervenire in maniera vibrante: la poesia deve tornare a farsi impegnata, come lo era quella di Brecht. Sfoglio il libro mentre parla, e vedo molti frammenti di Emily Dickinson incastonati nella prosa. No, mi sento di dire alla giovane scrittrice, che sicuramente avrà successo nella vita e potrebbe guardare con sufficienza a questi consigli di un provinciale fuori tempo: la poesia è una pluralità di cose tutte importanti, oserei dire vitali per la sopravvivenza non dell’umanità ma dell’umano. Inchiodarla a un “dovere” significa cadere nell’illusione che basti scrivere poesia “impegnata” per cambiare il mondo. Il poeta, segreto legislatore del mondo, come voleva Shelley, lavora a un livello diverso: la sua parola spesso si dispiega, si fa “rosa necessaria”, ma può anche restare nella reclusione volontaria di una stanza di Amherst, nel Massachusetts.

Misuro, in ogni uscita pubblica, ogni volta più complessa per il tipo di problemi che solleva in me, quanto le mie contraddizioni stiano raggiungendo un punto di non ritorno, abitabili solo attraverso il racconto che ne faccio. Capisco sempre meglio la scelta di chi vive dedicandosi con cura meticolosa a ciò che ama. D’altronde, è quello che Borges (l’altra voce: «era un reazionario». È vero) ha scritto in una poesia celebre (e assai diffusa nella rete babelica: chissà cosa ne avrebbe pensato). S’intitola I giusti. Penso che la mia vita, per quel che conti e per quanto me ne resti, stia andando, giorno dopo giorno, verso quella forma di impegno: coltivare gli affetti più intimi, fare bene il mio lavoro senza pensare che cambierà qualcosa in un contesto troppo corrotto, custodire la sacralità della parola, cercare frammenti di bellezza e bene in un mondo che mi appare sempre più insensato – il piccolo mondo in cui sono sempre vissuto, il grande mondo dei conflitti e dei massacri.

venerdì 2 ottobre 2026

Contrappassi: Vittorio Sgarbi [OGGI]

 

Arriva un tempo nella vita in cui si accetta di essere ciò che si è, dismettendo i tentativi, anche nobilissimi, di «cambiare». Io credo di aver raggiunto quel tempo. Non so se sia saggezza o rassegnazione. In ogni caso, so di essere sempre stato, nel profondo, un «moralista». Probabilmente in tutte le possibili accezioni del termine, comprese quelle meno belle: la tendenza a giudicare, a misurare la distanza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo, a pretendere dagli altri una coerenza che spesso noi stessi non possediamo.

Ebbene, da «moralista», prima che la probabile morte renda più difficile parlare dell’argomento, sento di dover dire qualcosa su Vittorio Sgarbi. Mentre scrivo è ricoverato in terapia intensiva al Gemelli, per un’insufficienza respiratoria, in condizioni definite dai medici «critiche ma stabili».

Una premessa è necessaria. La compassione deve essere provata per tutti i viventi, soprattutto quando soffrono. Non c’è nulla, nella malattia di un uomo, che possa suscitare compiacimento. E tuttavia Sgarbi ha ambito per tutta la vita a diventare un personaggio pubblico, un’icona del proprio tempo, e in questo è certamente riuscito. È di quell’icona che voglio parlare. Da «moralista», appunto.

Il ricordo è vaghissimo. Biblioteca «Mellusi» di Benevento, forse nella prima metà degli anni Novanta. Attendemmo oltre un’ora prima che arrivasse. Doveva presentare un libro, credo, ma il ricordo è troppo lontano perché possa esserne certo. Ricordo invece bene l’attesa.

Anni dopo — o forse prima, anche qui la memoria non mi soccorre — un grande studioso, sempre ospite a Benevento, arrivò in ritardo a causa del treno. Si scusò sinceramente e disse una frase che non ho mai dimenticato: «La puntualità è una forma di carità». Non ricordo invece che Sgarbi si sia scusato per quell’enorme ritardo. Stupidi noi, col senno di poi, ad aspettarlo. Eravamo, io per primo, dentro la fascinazione dell’aura televisiva. Chi compariva sullo schermo godeva di una specie di diritto supplementare sul tempo degli altri.

Vittorio Sgarbi è un uomo colto, probabilmente coltissimo, dotato di una preparazione straordinaria nel proprio campo e di idee forti sull’arte. Negarlo sarebbe sciocco. Il punto, per me, è un altro.

Penso alla distanza che separa una figura pubblica come Giulio Carlo Argan, negli anni Settanta e Ottanta — compresa la clamorosa cantonata dei falsi di Livorno — da quella del critico ferrarese. Non mi interessa stabilire chi fosse “migliore”. Mi interessa ciò che le due figure raccontano dei rispettivi tempi. In mezzo c’è un passaggio decisivo: dal «noi» all’«io», dalla dimensione politica alla costruzione del personaggio, dalla funzione pubblica dell’intellettuale al mercato dell’attenzione.

Sgarbi è diventato una delle icone di un tempo nel quale occorre promuovere se stessi a qualunque costo. Bisogna esserci, essere riconoscibili, occupare la scena. Il turpiloquio, l’offesa personale, l’alterco, perfino quelle piccole forme di aggressività più teatrali che realmente violente diventano strumenti del personaggio. Non incidenti, dunque, ma parte della rappresentazione. La sua aggressività verbale e il ricorso frequente all’insulto sono del resto elementi ampiamente associati alla sua lunghissima presenza mediatica.

Il punto che ancora oggi mi interessa è che tutto questo, anche grazie alla televisione di quegli anni e a figure decisive come Maurizio Costanzo, sia stato presentato e consumato come cultura. Sgarbi è stato, a mio avviso, uno dei corifei di una nuova egemonia sottoculturale: non perché fosse poco colto — sarebbe paradossale sostenerlo — ma perché una cultura enorme veniva messa al servizio dello spettacolo dell’io.

Anche l’arte, attraverso quel dispositivo televisivo, cambiava funzione. Diventava spesso estetica «anestetica»: la «grande bellezza» come deodorante e addobbo floreale posto sopra un mondo complesso. Un quadro da ammirare, una chiesa da scoprire, un artista dimenticato da riportare alla luce. Tutte cose preziose. Eppure raramente l’arte diventava ciò che per me dovrebbe essere prima di tutto: «stile», modo di abitare il mondo, disciplina dello sguardo e, in qualche misura, della vita.

Qui sta probabilmente il mio moralismo.

Perché il nostro tempo, credo, non ha un particolare bisogno di uomini colti o eruditi. Di persone capaci di accumulare informazioni ne abbiamo moltissime, e ne avremo sempre di più. Abbiamo persone che conoscono lingue, libri, quadri, teorie; oggi abbiamo perfino macchine capaci di raccogliere e collegare in pochi secondi quantità di conoscenze che nessun essere umano potrebbe possedere.

Ciò che continua a essere raro è la sapienza.

Scriveva Eliot nel 1934: «Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo? Dov’è la saggezza che abbiamo perduto sapendo? Dov'è la sapienza che abbiamo perduto nell'informazione?»

Il saper vivere. Il comprendere quale uso fare di ciò che si conosce. Il riconoscere il limite. Il rispettare il tempo degli altri. Il sapere quando parlare e quando tacere. Il non trasformare ogni relazione in un palcoscenico. Il non credere che l’intelligenza conceda un salvacondotto morale.

Oggi vedere Vittorio Sgarbi gravemente malato, dopo una vita vissuta spesso nella rappresentazione dell’eccesso e della trasgressione, e assistere contemporaneamente alle dolorose tensioni familiari rese pubbliche, produce in me un sentimento difficile da nominare. Le parole pronunciate dalla figlia Evelina negli ultimi mesi testimoniano una vicenda familiare lacerante, della quale, dall’esterno, possiamo conoscere soltanto frammenti. Sarebbe ingiusto trasformare la malattia in una sentenza o vedere nella sofferenza fisica la punizione per una vita.

Il «contrappasso», se esiste, è altrove. È nell’immagine di un uomo che ha costruito una parte enorme della propria esistenza pubblica sulla potenza della parola, sull’esuberanza dell’io, sulla capacità di occupare lo spazio, e che ora ci ricorda, proprio attraverso la propria fragilità, quanto poco tutto questo possa contro il limite che ci accomuna.

Anni fa Marco Guzzi mi disse una cosa che mi è rimasta dentro: gli dèi ti ricompensano sempre per i sacrifici che offri loro.

Credo che sia questo, alla fine, il punto. Occorre scegliere con molta attenzione gli dèi ai quali sacrifichiamo la nostra vita.

Che il Signore ci consenta una fine dignitosa.