Da una considerazione di Antonio Medici quasi marginale sulla presentazione di un giovane poeta (Giulio Miele) in una libreria è nata una piccola discussione sul funzionamento della vita culturale beneventana. Il punto di partenza era la sensazione che le presentazioni di libri e, più in generale, molte iniziative culturali si svolgano all’interno di circuiti associativi abbastanza separati fra loro, ciascuno con il proprio pubblico, le proprie consuetudini e le proprie relazioni, con una circolazione limitata delle persone da un ambiente all’altro.
A questa osservazione è stato replicato (Elide Apice), promotrice dell’evento con APS, che le associazioni non sono necessariamente realtà chiuse: gli incontri sono pubblici, spesso frequentati anche da non soci e, almeno in alcuni casi, si cerca concretamente la collaborazione con altri gruppi. Il problema, semmai, starebbe proprio nella difficoltà di costruire queste collaborazioni, talvolta rifiutate in modo esplicito. Da qui anche la rivendicazione del valore di associazioni che lavorano con continuità, grazie all’impegno volontario di persone che dedicano tempo ed energie all’organizzazione culturale, e che non si riconoscono nella definizione riduttiva di «circoletti».
Un altro intervento (Luigi Grimaldi) ha spostato la discussione su un terreno più polemico, individuando nella vita culturale cittadina una forte componente autoreferenziale: competizione tra persone e gruppi, bisogno di riconoscimento, moltiplicazione di pubblicazioni e presentazioni, fino a mettere in dubbio la capacità di questo sistema di produrre opere e autori capaci di uscire realmente dalla dimensione locale.
Un po’ di premesse.
1. Non partecipo da diversi anni a discussioni pubbliche, ma mi pare che il tema meriti.
2. Ero presente all'evento (con grande piacere, essendo stato Giulio mio alunno al Liceo Classico).
3. Conosco tutte e tre le persone della discussione e ne ho sincera e grande stima. Non sono solo persone “colte”, ma amano il sapere, amano i libri. Quindi, mi sento spronato a prendere molto sul serio quello che scrivono e – si badi – non a tentarne sintesi ma a capire le ragioni di ognuno.
Prima tesi
Non ho gli strumenti di un sociologo, quindi le miei sono affermazioni che nascono dall’osservazione della (e dalla partecipazione alla) vita beneventana, piccolissimo osservatorio che non ci dice molto su altre realtà. Non ho altro. Ebbene, a me pare che negli ultimi anni le librerie abbiano subito una profonda mutazione, divenendo sempre di più luoghi di aggregazione in cui l’incontro con il libro è solo una delle attività. Questo risponde sicuramente ad un bisogno pratico da parte di chi gestisce la libreria (i soli libri non garantiscono introiti sufficienti), che porta a moltiplicare l’offerta di prodotti, sia ad un bisogno da parte di cui frequenta quel luogo. Le librerie riescono ad aggregare piccole comunità che condividono alcune pratiche e, diciamo, una “visione del mondo”. Quindi, nel confermare quanto dice Antonio, che mi era capitato di condividere in passato, io sottolineerei l’aspetto positivo di questa metamorfosi in un tempo di “autismo corale” (Arminio), di affollate solitudini digitali. Ogni pratica comunitaria è un atto di resistenza, che prescinde per certi versi anche dai contenuti di ciò che si socializza.
Seconda tesi
Luigi, che è un bravissimo giornalista e scrittore lui stesso, spostando leggermente il tiro, individua nei meccanismi che presiedono alla circolazione dei libri in città la causa di una letteratura mediocre nella sua autoreferenziale. Ha in parte ragione e in parte torto. La maggior parte delle attività di presentazione di libri riguardano autori che nulla hanno a che fare con Benevento. Queste librerie, quasi sempre con il lavoro volontario e gratuito di entusiasti lettori, consentono a chi vuole di conoscere una parte della produzione libraria italiana (quasi sempre narrativa: qui ci sarebbe da lavorare). Ha ragione, però, Luigi nell’invocare ambizioni più alte da parte di chi a Benevento voglia provare sul serio a fare letteratura. Gli ricordo, però, che – ad esempio – scrittrici come Isabella Pedicini e Maria Laura Simeone hanno già avuto riconoscimenti che vanno al di là dei circoli di provincia. E, proprio da questo punto di vista, l’attività delle librerie o – a mo’ di esempio - manifestazioni “pubbliche” come Benevento LibrAria, associazioni o fondazioni (mi viene in mente perché ne conosco l’attività della Fondazione “Gerardino Romano” a Telese) consentono al lettore o all’aspirante scrittore di ascoltare, di imparare, di avere modelli di riferimento per la propria attività.
Terza tesi (a margine)
Detto questo, e torno alle ragioni di Luigi, gioverebbe la capacità di discernere, di giudicare o quanto meno di provare un approccio critico al libro, soprattutto quando prodotto da un autore del luogo. E da questo punto di vista, per esempio, gioverebbe assai un giornalismo culturale che non si lasci intimidire dalla possibilità di criticare o addirittura stroncare un prodotto letterario, storico, saggistico (o artistico o musicale). Qui, secondo me, dico a Luigi, si annida il vero problema della provincia che rischia di diventare provincialismo. Anche se a ben vedere il problema non è solo “nostro” ma (l’amichettismo…) riguarda anche la “grande” editoria, la “grande” stampa.
Come sarebbe bello ricevere una stroncatura argomentata da parte di qualcuno che ha letto un libro seriamente, nata non da acrimonia personale ma dal gusto, dalla passione! Come sarebbe bello se i quotidiani e i portali di informazione utilizzassero la straordinaria passione dei gruppi di lettura che animano le librerie cittadine per discutere dei libri, anche degli scrittori sanniti (al cui novero mi ascrivo oramai), senza presupposti apologetici o agiografici ma con il gusto dello scandaglio critico, del giudizio puntuto. Quanto aiuterebbe questo a crescere chi scrive.
Quarta tesi
Anche io sono rimasto colpito dalla scarsa presenza di giovani alla presentazione del (bel) libro di Giulio (libro che ho definito felicemente generazionale). Pur non disdegnando tentativi in tal senso (io stesso in quella stessa libreria a metà ottobre presenterò mio secondo romanzo facendomi affiancare da un giovane cantante sannita, autore di un intenso cd sul lutto e la perdita), ritengo che i giovani abbiano il diritto (e il dovere) di costruire degli spazi di innovazione (e Giulio ci ha parlato in tal senso della sua bella esperienza napoletana), dove accada l’incontro con la tradizione (con i “vecchi”) ma secondo regole scelte da loro e non imposte dall’altro. Insomma, ogni generazione deve (anche) “uccidere” i padri e le madri, non solo “ereditarli”.
P.S.
Aggiungerei che la scelta di molte librerie di dotarsi di un caffè o altri servizi gastronomici indica la chiara percezione di voler essere luoghi di aggregazione che inevitabilmente selezionano tendenzialmente una utenza. Ma, ripeto, mi pare assolutamente positivo in un tempo di relazioni liquide con il nostro.














