
Marco aveva quarantun anni anni quando, per
l’ennesima volta, un discusso imprenditore — di quelli che fanno della parola
uno strumento d’offesa o di dominio — vinse le elezioni. Non era la prima
volta. Non sarebbe stata l’ultima. Ma quella volta, qualcosa si ruppe in modo
definitivo. Non solo in lui. In un’intera generazione. Una stanchezza antica
tornava a galla
Nei giorni successivi non aprì i giornali. Li
lasciava impilati sul mobile dell’ingresso, come fossero carte di un gioco
truccato. Evitava i talk show, che parevano più interessati allo share che alla
verità. Spegneva la radio quando partiva la sigla del notiziario, come se ogni
parola fosse un rumore in più nel già troppo pieno.
Camminava piano, per le stesse strade di sempre ma
come smarrito. Aveva smarrito il senso. Aveva la sensazione di essere un
sopravvissuto a un naufragio che nessuno voleva riconoscere. Le persone intorno
continuavano a vivere, a parlare del tempo, delle bollette, della spesa. I bar
erano pieni, le scuole aperte, le automobili in coda come ogni mattina. Ma per
Marco, tutto aveva un suono ovattato, irreale, come nelle ore successive a un
trauma.
Non era dolore, non ancora. Era una stanchezza
sorda, una disillusione minerale, che si depositava dentro come polvere fine.
Più della sconfitta, lo feriva la rassegnazione. Quel “si sapeva”, quel “sono
tutti uguali”, quel “tanto non cambia nulla” pronunciati con leggerezza, come
se la democrazia fosse una recita, un fastidio, una superstizione di chi crede
ancora nel potere della parola.
Marco si sentiva fuori luogo. Come se quella crisi
fosse giusta, necessaria. Ma troppo profonda per essere detta. Una verità che,
una volta vista, non si può più ignorare. E allora taceva. Non discuteva più.
Non provava a convincere. Osservava. Ascoltava. Registrava.
Iniziava a capire che certe ferite non si curano con
slogan. Che occorre imparare di nuovo a guardare: i volti, i legami, le radici
spezzate.
Sapeva che un tempo era finito. E non per colpa di
un solo uomo. Non bastava più l’alibi del leader sbagliato, del tradimento
interno, dell’avversario sleale. Era finito dentro ognuno, come finisce un
amore che non sa più rigenerarsi. Era finito anche in lui, anche se faticava ad
ammetterlo. Finito per stanchezza, per quella usura lenta che corrode le
passioni più pure. Finito per ripetizione, perché troppe volte aveva ascoltato
le stesse parole dette da volti diversi, come formule svuotate di fede. Finito
per inadeguatezza, perché i bisogni mutano, e le risposte non possono restare
ferme, inchiodate a un secolo che non c’è più.
Era un tempo che si era consumato senza rumore, come
certe liturgie che si continuano per inerzia, senza più anima. Una stagione che
aveva dato molto, ma che non aveva saputo imparare a trasformarsi.
Un ciclo storico concluso. Come un rito che perde il
senso, un’assemblea che si scioglie per assenza di domande. Come una preghiera
che non sale più, perché chi la pronuncia non ci crede fino in fondo, o ha
smesso di attendere risposta.











