Senso era la parola che frate Elia non riusciva più a pensare durante l’ufficio dell’alba.
Il monastero di San Verano sorgeva su un’altura battuta dal vento. Le pietre erano fredde anche d’estate. I fratelli si alzavano quando il cielo era ancora nero, entravano in coro, salmodiavano secondo la Regola.
Elia conosceva ogni versetto. La voce gli usciva corretta, disciplinata. Eppure, da qualche settimana, le parole gli apparivano come scale appoggiate al vuoto.
«Ti vedo stanco» disse il priore una mattina, mentre attraversavano il chiostro.
«Non è stanchezza, padre.»
«Tentazione, allora?»
Elia esitò. «È come se il mondo fosse diventato opaco. Recito, obbedisco, trascrivo. Non capisco più a che cosa rimandi ciò che facciamo.»
Il priore si fermò sotto l’arco centrale. «La fede non è comprensione.»
«Lo so. Ma non è nemmeno ripetizione.»
Il vento attraversò il cortile, sollevando foglie secche contro le arcate. In lontananza si vedevano i campi brulli, un villaggio raccolto attorno alla torre.
«Dubiti di Dio?» chiese il priore.
«Dubito della mia capacità di riconoscerlo.»
La risposta non era prevista.
Nei giorni seguenti Elia copiò manoscritti nello scriptorium. Le lettere gotiche scorrevano ordinate sulla pergamena. “In principio erat Verbum.” Scrisse la frase con attenzione. La guardò a lungo. Se il principio era una parola, perché ora le parole gli sembravano insufficienti?
Una sera, mentre i fratelli cenavano in silenzio, udì bussare al portone. Un viandante chiedeva rifugio. Era infreddolito, sporco di fango.
Elia lo condusse in cucina.
«Perché vi fermate qui?» domandò il viandante.
«Per cercare Dio.»
L’uomo lo osservò con un sorriso stanco. «E l’avete trovato?»
Elia non seppe rispondere.
Quella notte salì sulla torre campanaria. Il cielo medievale non era misurato da strumenti, solo da stelle. Guardò la campagna immersa nell’oscurità. Pensò ai contadini, alle malattie, alle guerre che attraversavano le terre senza ordine visibile.
Forse il senso non era nascosto nelle formule né custodito nei codici miniati. Forse era nella domanda stessa, nel vuoto che costringeva a cercare.
All’alba tornò in coro. Le voci si alzarono insieme.
Quando arrivò al versetto finale, non cercò di comprendere. Restò dentro l’atto di pronunciare.
E per un istante brevissimo lo smarrimento non fu negazione ma apertura verso il mistero.












