È cominciato il primo corpo a corpo con i libri e i fumetti accumulati in un quarto di secolo. Ed è stata, ancora una volta, una grande emozione.
In questo trasloco c’è qualcosa di definitivo. È il distacco dalla “casa madre”, la recisione di un cordone ombelicale che per venticinque anni mi ha
tenuto legato alla mansarda di San
Cumano. Ogni scatolone chiuso è un filo che si spezza.
Allo stesso tempo è stato un attraversamento.
Scaffale dopo scaffale ho ripercorso oltre quarant’anni
di innamoramenti letterari, passioni travolgenti, sbandate. Mentre la mano
sfilava i volumi, l’occhio già selezionava: questo resta con me, questo andrà a
un amico, quest’altro a un alunno, a un ex alunno, a una biblioteca o a un ente
pubblico.
Rivedere tutta insieme la mia biblioteca, mentre veniva inscatolata, mi
ha mostrato la sua forma. Siamo appena a un terzo dell’opera e abbiamo già
superato i duecento colli di libri:
mia moglie è sgomenta. In quella forma ho riconosciuto i miei “sentieri interrotti”. I numerosi testi di critica letteraria si fermano
alla fine degli anni Novanta, con rarissime acquisizioni successive. La poesia invece è cresciuta in modo
costante e omogeneo. La filosofia
occupa la parte di gran lunga maggiore. Intorno ci sono la religione, la
storia, la politica, l’economia, la pittura, il cinema, i classici antichi e un
po’ di teatro. Molti ripiani sono “d’autore”: Heidegger, Hannah Arendt,
Fortini, Dante, Schopenhauer, Platone, Guzzi, Nietzsche. Una biblioteca, vista
così, è una mappa di ciò che si è amato, di ciò che si è abbandonato e di ciò
che non si è mai smesso di cercare.
Poi ho aperto alcuni libri e vi ho ritrovato i segni del tempo. Ci sono le sottolineature,
spesso maniacali, degli anni dell’università, venute dopo l’anarchia senza
metodo del liceo, i marginalia.
Per fortuna su molti libri avevo annotato la data d’acquisto. Su altri c’è anche quella della lettura o della
rilettura, talvolta con un breve giudizio sul valore del libro. Sono piccole
sentenze che oggi rileggo con indulgenza o con sorpresa, come se le avesse
scritte un altro. Eppure le ho scritte io.
Benedetta mia madre, che ci ha insegnato a mettere le date sui libri. È grazie a lei che ho ritrovato il primo libro che ricordo di aver comprato: avevo nove anni. Lo comprai al Collegio De La Salle, quello il cui portone ora si apre su Piazza Arechi e che ospita il Conservatorio (pubblico la foto per chi non lo conoscesse). Lo frequentai dalla primina alla quarta elementare. Poi il collegio chiuse e io vissi un anno spaventoso al Convitto Nazionale: è difficile entrare in un gruppo nuovo quando il ciclo sta per finire.
Un giorno i Fratelli ci dissero che potevamo comprare un libro su un banchetto sistemato all’ingresso. Io vivevo in una casa piena di libri, e li odiavo. Leggevo solo i fumetti della Corno e albi come Geppo o Nonna Abelarda. Scelsi obtorto collo. Probabilmente i soldi li portammo il giorno dopo, perché non ricordo di aver mai girato con del denaro. Avevo soltanto qualche spicciolo per la merenda, che durante la ricreazione portava un signore in una sportula profumatissima: calzoni fritti e graffe con lo zucchero. Presi un volume dedicato alle armi e ai guerrieri antichi. Fu una fascinazione originaria, che spiega anche la mia passione per i supereroi. Ancora oggi, a guardarlo, mi vengono i brividi.Su molti libri, ancora, c’è l’ex libris, una passione ereditata da
mia sorella Rosa. All’inizio era
soltanto un timbro con nome e cognome. Poi quel segno di proprietà si è
raffinato, rubando ai grandi. Uno di questi è Freud, che sul suo ex libris aveva voluto Edipo davanti
alla Sfinge. In ognuno essi trovo qualcosa
che mi rappresenta nel tempo, nel mio divenire.
Mi rendo conto che c’è ancora molto, moltissimo da fare. E non solo a
livello di “basse opere”, per citare Fortini, che sono sempre assai istruttive.
Già la cernita tra ciò che sarà donato e
ciò che mi accompagnerà nei prossimi anni, se Dio li concede, è
profondamente emblematica. Lo sarà ancora di più l’organizzazione di ciò che resterà. I criteri non potranno più
essere soltanto quelli del “genere”: poesia, religione, filosofia, et cetera.
Molti koan che i maestri mi
hanno affidato si compiono in questa stagione della vita. Uno, in questo caso,
è decisivo: bisogna leggere multum,
non multa, molto ma non molte cose. La formula ci è arrivata da Plinio
il Giovane, ma l’insegnamento l’ho ricevuto da Seneca, che a Lucilio raccomandava di tornare sempre agli autori
già provati, anziché disperdersi nella folla dei libri.
Voglio vivere l’autunno e l’inverno della vita con “li miei autori”,
parafrasando indegnamente Dante: gli scrittori che mi hanno plasmato. Non ho
più velleità di ampliamento. So che difficilmente leggerò Lacan. Ho capito che Céline
non mi piace, dopo averlo sfidato due o tre volte. E il primo Bloch, per quanto
mi affascini, per me resta praticamente incomprensibile.
Ci sono state però acquisizioni importanti, novità non da poco. Penso al
ruolo che Lévinas riveste ora nella mia visione del mondo. Penso a come la
riconoscenza verso Heidegger non mi abbia impedito di coglierne sempre più
lucidamente i limiti. E non sono soltanto quelli noti, politico-ideologici, ma
anche squisitamente filosofici.
Morirò con i “miei” poeti, pur continuando a curiosare: Anne Carson, per
esempio, bisogna leggerla, e non solo sulle meritorie riviste che la ospitano.
Leggerò sempre più narrativa, soprattutto italiana, con l’occhio di chi vuole
carpire il mestiere.
Ma, insomma, resterò quello che
una vita intera ha ormai strutturato.
Sono felice e leggero. Entusiasta.
















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