lunedì 30 marzo 2026

"Platone. Una storia d'amore" di Matteo Nucci (IV)

 


Che ne è della dottrina centrale del platonismo “scolastico”, la teoria delle Idee o delle Forme (ma Eidos in greco significa, appunto, forma nella sua radice indoeuropea che evoca il vedere)?

Secondo il Platone di Nucci, il nucleo essenziale della “teoria delle idee” è il seguente: «L’Idea, la Forma, nella sua perfezione, è un modello di comportamento. L’Idea somma è l’Idea del Bene. Non ha altro senso nessuna questione». Il resto è sofistica, anche all’interno dell’Accademia. Insomma, l’unico platonico è stato Platone, per parafrasare Nietzsche, tradito dai suoi discepoli che hanno reso spesso la “lettera” morta, dimenticando lo “spirito” della teoria, che solo vivifica. 

E, dunque, risulta fondamentale l’ultima lezione di Platone, non scritta ma detta a viva voce per illustrare il “mistero” dell’Uno e della Diade, il contenuto delle cosiddette “dottrine non scritte”.

La dottrina “segreta” sull’amore di Platone non è quella di Diotima e di Socrate ma quella di un nemico di un feroce critico del suo antico maestro (Aristofane): l’androgino è il mito attraverso cui viene detto la Diade che si fa Uno

La voce di Platone diventa, dunque, alla fine, voce “sacra”. È la voce il cuore dell’amore. Egli compie il suo percorso destinale, la sua individuazione, integrando la sua Ombra (Jung).

L’ultimo messaggio di Platone, raccolto solo dallo Straniero e da Aristotele, è un messaggio “fusionale”. Parla dell’«amore di una madre, l’amore in cui sono nato, l’amore irrecuperabile e che invece da qualche parte c’è, oltre di me, oltre il tempo, oltre lo spazio. L’amore assoluto a cui farò ritorno». Idea fascinosa (che anche io ho coltivato per decenni). Il “sentimento oceanico”, la perfezione della placenta. 

Quello che il neoplatonismo, in straordinarie e fascinose varianti (per dire da Plotino e Dionigi a Bruno), mistiche o panteistiche, declinerà nel corso dei millenni, giungendo fino ad oggi. Per esempio in una canzone degli U2 o di Franco Battiato. 

Alla fine, scopriamo che questa intuizione mistica deve avere un pendant senza la quale rischia di diventare pedante e astratta. 

L’uomo che per tutta la vita ha oscillato tra anabasi verso l’alto e catabasi verso il basso, l’uomo accusato di non ridere mai, è l’uomo che legge per tutta la vita di nascosto libri che non ci aspetteremmo (quelli, appunto, di Aristofane, secondo un aneddoto tramandato da Olimpiodoro).

Uno dei tanti meriti di Nucci è far emergere, in maniera discreta e non gridata, un po’ alla volta, la genialità e la bellezza di un luogo come l’Accademia, sede di una ricerca vera, aperta a tutti i cercatori di verità. Se una goccia di tale bellezza potesse entrare nelle nostre scuole, ridotte da burocrati europei e Dirigenti a luoghi di “leggi” morte e senza eros… 

Nucci è un esperto, meglio, un appassionato cultore del Medi-terraneo e della sua straordinaria storia culturale che l’Europa “carolingia”, franco-tedesca, purtroppo l’Europa dell’Unione Europea a trazione nordica e “protestante”, ci ha fatto dimenticare. 

Ci sono pagine bellissime sul sole egizio e ateniese.

Il libro è un implicito invito a riprendere, nel trentennale della sua uscita, il progetto lanciato da un altro maestro e amico, Franco Cassano, più volte venuto a Benevento, di un pensiero “meridiano”. Di una politica “meridiana”. Se non ora, quando un altro mondo sta nascendo, come sempre, nel fuoco e nel ferro, quando?

Mi auguro che tutti coloro che accetteranno la sfida escano, come me, dalla lettura migliori, più complessi, più completi. Che la parola-seme trovi un terreno fertile nell'anima. 

Io ne ho avuto grande giovamento: come insegnante, come marito innamorato, come uomo (4. fine)

* * *

Il testo riscrive quanto detto nel corso della presentazione del libro presso la Libreria Guida di Benevento.


01. Annuario (🆅🅸🆃🅴 🅰 🆂🅲🆄🅾🅻🅰)

 


A maggio la scuola cambia odore. Non è solo l’aria più calda: è una sospensione che entra nelle aule, rallenta le voci, allunga i minuti tra una campanella e l’altra. Le interrogazioni hanno un tono diverso, come se non servissero più a misurare ma a congedare.

Quando arrivano gli annuari, la classe si accende. Mani che si cercano, risate, pagine sfogliate in fretta. Elisa resta un momento indietro. Osserva. Poi prende la sua copia.

La copertina è liscia, appena lucida. Dentro, i volti. Gite, corridoi, foto di gruppo. Si cerca. C’è sempre, quasi mai al centro. Di lato. In seconda fila. Come nella vita quotidiana: presente, senza occupare spazio.

Ha abitato la scuola così. Entrava, si sedeva, ascoltava. Interrogazioni precise, temi restituiti con segni rossi che non venivano letti ad alta voce. Ricreazioni passate con un libro aperto, più per evitare che per scelta. Nessun episodio netto, nessuna esclusione dichiarata. Solo una distanza tenuta con cura.

Sfoglia ancora. Pensa: «Sono passata senza lasciare traccia».

Marta le si avvicina con una penna in mano.

«Mi scrivi qualcosa?»

Elisa esita un attimo, poi annuisce. Quando Marta le restituisce il libro, c’è già una frase.

«Hai sempre avuto un’intelligenza luminosa. Ti ho osservata più di quanto immagini.»

Resta ferma. Rilegge. La frase non ha enfasi, non chiede risposta. È lì.

Alza lo sguardo. Intorno, gli altri stanno facendo lo stesso. Scambi rapidi, penne che passano di mano. Si alza. Va da Luca.

«Anche a me?»

Luca sorride, come se la richiesta fosse naturale.

«Avevi un’aria distante. Pensavo non ti interessassimo. Ho capito tardi che eri discreta.»

Poi Giulia.

«Non ti ho mai cercata. Eppure ti ascoltavo. Mi restavano le tue parole.»

Marco scrive poco.

«Non ti conosco. Mi mancherai.»

Pagina dopo pagina, il quadro si sposta. Il silenzio non era vuoto. Era uno spazio in cui altri avevano guardato senza forzare. Non assenza, piuttosto una forma diversa di presenza.

Elisa torna al banco. Le mani non sono più ferme come prima. Rilegge tutto, dall’inizio. Le frasi non coincidono, non costruiscono un’immagine unica. Restano parziali. Eppure insistono nello stesso punto: è stata vista.

Capisce che aveva anticipato un giudizio e ci aveva costruito intorno un’abitudine. Aveva chiamato protezione ciò che era anche rinuncia. Intorno, qualcuno aspettava un segno minimo.

La campanella suona. Nessuno si alza subito. C’è ancora tempo per un’ultima dedica, un nome scritto storto, una data.

Elisa chiude l’annuario con attenzione. Non lo stringe come un oggetto fragile, lo tiene come qualcosa che pesa il giusto. Uscendo, la luce dell’atrio cade sulla copertina.

Si ferma accanto a Giulia.

«Domani prendiamo un caffè?»

Giulia non chiede spiegazioni.

«Sì».


domenica 29 marzo 2026

"Platone. Una storia d'amore" di Matteo Nucci (III)

 


Non si dà amore senza morte. Eros senza Thanatos, coppia resa celebre nella klimtiana finis Austrie: le morti (il padre, Callicle, Crizia, Socrate, il fratello Glaucone, Adimanto, Dione…) sono importanti quanto gli amori. Sono le due strutture profonde della psiche/psychè. La sessualità priva di inibizioni pare essere in alcuni momenti l’unico rimedio all’abisso vertiginoso in cui veniamo risucchiati dalla morte delle persone che amiamo.

Io credo che questo sia il vero tema che carsicamente percorre tutto il libro. È possibile sconfiggere la morte?

Ma la soluzione non è l’immortalità pensata dai pitagorici o dagli egizi. «Siamo immortali. Siamo eterni nella nostra parola che vola e penetra anime e nelle anime germoglia». Siamo immortali perché un seme cadrà nell’anima, grazie al libro di Nucci, e, innamorandosi di Platone, lo farà vivere e rivivere. 

Viviamo tutti in strutture: che ci opprimono e ci proteggono nel contempo. 

Perittione, la madre severa di Aristocle/Platone, è una sorta di super-io che condanna quasi fino alla fine Platone ad essere “figlio”, a rimanere bambino, tra divieti, obblighi familiari (perché la famiglia di Platone era una delle più importanti dell’Atene tra tra il V e il IV secolo) e pulsioni irrefrenabili. 

La sua parabola umana, la sua demenza senile, ha, dunque, un alto valore simbolico. «Così finisce il dominio del mondo». Quindi, chiunque pretenda di dominare la dimensione pulsionale è destinato a fallire, a diventare stupido. 

Il padre Aristone, amatissimo. Azzardo: il ricadere da un amore all’altro nasconde il segreto desiderio incestuoso quello di “riunirsi” al padre? Alkis, Teeteto, Euphronios, Dione, Dionisio il Giovane sono maschere proteiformi di Aristone, unico vero, inconfessabile oggetto del desiderio di Platone?

Ma anche le figure a tutto tondo della sorella Potone, dei fratelli Glaucone e Adimanto, questi ultimi immortalati nei dialoghi.

In questo mi pare romanzo “mediterraneo”. Difficile immaginare il peso di padre, madre, sorella e due fratelli maggiori in un contesto “nordico” o americano, ad esempio. Aristocle rimane, anche da adulto, il “piccolo” di famiglia, l’ultimo arrivato. Questo spiega la sua fragilità caratteriale, il «video bona proboque, deteriora sequor».

Il Platone di Nucci cambia spesso idea. Prende decisioni importanti, spesso legate ad una “rivelazione”. Il suo percorso appare coerente ma anche pieno di accelerazioni improvvise.

Platone (non il suo Maestro), dunque, è atopos, non collocabile da nessuna parte, inclassificabile, capace di spiazzare i nostri tentativi di inquadrarlo in maniera univoca. 

Il Platone di Nucci è un uomo che mantiene la calma mentre la passione gli attraversa le viscere. Ma che ha incredibili esplosioni di rabbia. 

Il corpo è fondamentale nel romanzo: la dieta, lo sport, le tecniche di rilassamento, il metodo misterioso per sublimare il desiderio erotico così affine a certi aspetti del tantrismo, per aggiogare il “cavallo nero”. Ma ci sono interessanti virate verso un Platone “sciamano”…  

Contro ogni “amore platonico”, costrutto del Rinascimento cristiano.

Il libro si può attraversare per miti. Ce ne sono tanti.

Quello fondamentale, una geniale intuizione narrativa, è certo quello della biga alata, contenuto nel Fedro. Nucci lo rende vita reale solo dopo trasfigurata in letteratura e filosofia, a dire la struttura triadica dell’anima che innova le quattro grandi concezioni presenti nella cultura greca (quella omerica, quella orfico-pitagorica, cui si lega, quella atomistica e quella socratica). E il cavallo nero, Melanchros, diviene la stessa anima concupiscibile del filosofo, persa nell’incantesimo dei sensi. Si badi: il cavallo nero è il preferito del Platone di Nucci. Il mito racconterebbe, dunque, non sarebbe che autobiografia psicologica.

I temi prima evocati, che possono apparire giustapposti, si rivelano alla fine un’unica, grande questione: la tirannide non è quella della politica (dei Trenta o di Dionisio I) ma quella del desiderio. Riflettendo sulla “città giusta” Platone sta riflettendo sulla possibilità/impossibilità per l’uomo di tenere in equilibrio le parti che lo compongono (corpo e anima, e nell’anime la parte razionale, quella irascibile e quella concupiscibile). Il vero tiranno che Platone ha cercato per tutta la vita era Alkis, il suo amante traditore e voluttuoso.

Poiché il desiderio è inesauribile, l’unico modo per “vincerlo” è trasfigurarlo: in amore

Il Platone di Nucci non esisterebbe senza le donne: la madre, la sorella Potone, Timandra, sacerdotessa che sarà trasfigurata in Diotima (fondendosi con l’Aspasia periclea e con Potone), le allieve dell’Accademia solo per citare le principali. Non esseri “amorosi” ma per lo più maestre. Fini psicologhe o psicagoghe. 

Possiamo entrare nel libro attraverso molte strade: i luoghi, che Nucci conosce benissimo avendovi vissuto (Colono o la strada di Alkis, ad esempio, e poi Egina, l’Egitto, Siracusa, Taranto, Sparta…), gli animali (i cavalli, le cavallette, gli scorpioni e le tartarughe, i cigni, i gatti), gli odori (come quello della mimosa o delle zagare o degli olii per la pelle), i colori (come il giallo falbo). Insomma, questo libro è una complessa macchina sensoriale, e un “navigatore” filosofico (in Atene e nel Mediterraneo).

Oppure potremmo metterci ad estrarne aforismi, gioielli quasi nascosti, incisi gnomico-sapienziali che potrebbero essere letti anche autonomamente. 

Oppure potremmo seguire un percorso “mitico” (in particolare quello di Elena o quello di Edipo, ma ce ne sono tanti importanti).

Oppure potremmo isolare i sogni, tanti. E il libro è chiuso in un cerchio onirico: il sogno di Aristone sulla nascita di Platone con i cigno e il sogno di Platone in limine mortis in cui lui stesso è un cigno (3. continua).

* * *

Il testo riscrive quanto detto nel corso della presentazione del libro presso la Libreria Guida di Benevento.



40. Stelle [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


Il tempo non scorreva più in modo continuo. Elia se ne accorse quando iniziò a contare senza arrivare allo stesso punto.

Provò a stabilire una misura. Non funzionò. I minuti si allungavano o si contraevano senza un criterio visibile. Anche il proprio profilo negli specchi cambiava di poco, come se qualcuno lo riscrivesse durante i giorni.

A scuola aveva imparato a ordinare il mondo. Ogni cosa aveva una causa, un senso, un possibile destino. Ora le parole restavano, prive di appoggio.

Si osservava la mano mentre compiva un gesto semplice. Non era certo che fosse naturale. Non sapeva più distinguere ciò che apparteneva a lui da ciò che gli veniva assegnato.

Aveva la sensazione di essere entrato in un sistema che non riconosceva. Non ne vedeva il creatore, solo effetti.

Lo sguardo degli altri non coincideva con il suo. Parlavano di fatti condivisi, di una stessa realtà. Elia ascoltava versioni coerenti tra loro. Ogni versione escludeva la precedente senza contraddirla.

Formulò un’ipotesi. Che il mondo si mantenesse stabile solo a condizione di essere raccontato nello stesso modo.

Subito nacque il sospetto che anche lui stesse partecipando a quella stabilizzazione.

Sentì una forma di responsabilità senza oggetto.

Camminava mantenendo un certo passo, cercando un confine tra ciò che percepiva e ciò che gli veniva detto. Il confine non restava fermo. Si spostava.

Entrò in una fase di deriva. Ogni tentativo di deviare produceva solo nuove coincidenze con percorsi già tracciati.

L’incertezza non era un errore. Era lo stato normale.

Restò in attesa di un segnale che non arrivava.

Tra lui e le cose si apriva una distanza crescente. Non fisica. Una forma di estraneità che non riusciva a ridurre.

Guardò il cielo. L’universo appariva stabile. O così gli avevano insegnato.

Avvertì una lenta smemoratezza. Non dimenticava i fatti. Perdeva il modo di collegarli.

Ogni attraversamento di spazio o pensiero non conduceva a un luogo distinto. Solo a una diversa prospettiva dello stesso scarto.

Si sentì in esposizione, come se ogni tentativo di capire lo rendesse più visibile a qualcosa che non riusciva a definire.

Attorno cresceva una dispersione di segni, voci, indicazioni.

Il rumore aumentava. Elia restò fermo. Ma non sapeva se fosse fermo davvero.

Alzò lo sguardo ancora una volta. Non cercava orientamento.

Cercava qualcosa che non richiedesse interpretazione. Qualcosa che non dipendesse da lui.

Vide solo stelle.


sabato 28 marzo 2026

"Platone. Una storia d'amore" di Matteo Nucci (II)

 


Il Platone di Nucci è in qualche modo una creazione fantastica. Esattamente con il Socrate di Platone, che nulla avrebbe a che fare con il Socrate “storico” (un’altra questione abissale che non possiamo neanche accennare). 

E, nel Platone di Nucci, potremmo dire che Socrate diventa solo un punto di partenza e una sfida. Ma altri sono i maestri veramente decisivi, anche sconosciuti: Aristone, il maestro di ginnastica che gli diede il soprannome per le sue larghe spalle e lo educò ad essere un “atleta dello spirito”, amante delle sfide per vincerle., Cratilo, Teodoro, gli anonimi sacerdoti egizi, Timandra, Archita. 

Il Platone di Nucci non è riducibile a “sistema”. La sua è un’opera dinamica, in divenire, proteiforme, malgrado alcuni nuclei che fungono da punti di riferimenti. 

Per questo, malgrado i 34 dialoghi siano evocati tutti, solo alcuni occupano uno spazio decisivo. 

Il libro straordinario di Nucci ha un’ambizione enorme, attraverso un gioco raffinato che intreccia la complessità interna all’opera di Platone con uno sguardo “altro”, straniero: quello del narratore. Dunque, alla fine, il platonismo ne emergerebbe non come volontà di aggiogare il tempo, sottomettere la morte, conquistare l’eterno (attraverso la dottrina dell’anima immortale e delle forme) ma come “abbandono” all’effimero che l’uomo è, che dura un giorno. L’unica eternità concessaci è quella della parola. Platone è immortale perché ne continuiamo a parlare e scrivere: «finchè il Sole / risplenderà su le sciagure umane», sull’Atene massacrata dall’Europa nel 2010 o su Gaza oggi.

Il Platone di Nucci persegue il sogno di far vincere Socrate tradendolo, nutrendosi di ancestrale sapienza egizia, di pitagorismo

A mio avviso questo romanzo trionfa nella sua sfida perché compie una geniale scelta narratologica, affidando il racconto ad un personaggio misterioso ed esso stesso proteiforme, cangiante, un narratore testimone non onnisciente che affida al lector in fabula  compiti importanti.

Se i dialoghi platonici sono macchine per indurre il pensiero autonomo, non proposte compiute di “senso”, perché non dovrebbe essere altrettanto la biografia romanzata di chi li scrisse?

Dunque, amore e distanza nello stesso tempo dall’oggetto della propria scrittura.

Lo Straniero è divorato dalla passione per la scrittura. È proiezione autobiografica dell’Autore . Così pensa, ad esempio, Franco Ferrari. Aggiungerei, però, che Nucci è anche un po’ Platone. 

La scelta del narratore interno consente a Nucci di “giudicare” Platone.

Io l’ho trovato un mirabile artificio per “costruirsi” un Platone proprio, senza pagare dazio ad una (presunta) fedeltà storica che rischia di impoverire una creazione romanzesca

Lo Straniero è portatore di una visione che esalta le emozioni e la lotta, eraclitea

Lo Straniero nega alla radice l’essenza eleatica del platonismo: «È, ma non è». 

Il narratore si radica nella fragilità delle cose umane, il cui valore, la cui bellezza è inversamente proporzionale alla loro durata. Ciò che conta conta proprio per la sua caducità.

Lo Straniero, in ogni caso, ci viene detto che simboleggia tutti coloro che imparano da Platone senza essere platonici. 

Ci sono tre eventi genetici nella biografia del Platone di Nucci:

1. Il mancato successo in una gara;

2. La morte del padre;

3. Il giorno in cui non riesce a parlare nel processo a Socrate.

E ci sono tre nuclei fondamentali della sua vita/pensiero

1. la tensione tra mondo dei sensi e mondo intelligibile;

2. la rifondazione di una politica “giusta”;

3. l’eros come forza demoniaca/demonica. 

Apparentemente queste tre cose non riescono a trovare una sintesi soddisfacente o vanno incontro a clamorosi scacchi.

Il progetto politico naufraga nei tre inutili soggiorni a Siracusa presso Dionisio I, Dionisio II e nel tentativo breve di Dione. 

Platone stesso abbandona l’utopia della Politeia per dedicarsi ad un’opera assai diversa politicamente, le Leggi. 

Kallipolis, la città bella e buona, è come le idee. Non può esistere nel mondo.

Mi pare di cogliere nel contempo una “resistenza” in Nucci e una “resa”: come se convivessero la disillusione del militante che ha voluto cambiare il mondo, sporcandosi le mani, l’invito a scendere sempre nella caverna per salvare tutti, e la “resa” alla complessità di un mondo che appare tetragono alle nostre ingegnerie sociali.

Eros è la parola chiave del romanzo, riprodotta a mo’ di parola magica (come abraxas) sulla copertina. 

Inutile dire che nell’Atene del tempo erano culturalmente accettati e addirittura normati bisessualità e pederastia, come apprendiamo analiticamente nei primi due discorsi del Simposio, l’opera perfetta di Platone, che vuole più di ogni altro dialogo, suscitare il desiderio, la philia, verso il sapere.

Il Simposio è libro sull’amore e sulla filosofia. Sulla filosofia come amore. Sull’amore come filosofia. Sulla filosofia come desiderio di sapere che rende impossibile ogni possesso del sapere.

Ma anche sul desiderio che ci tormenta e che fa del Platone di Nucci un uomo sofferente, prigioniero di una contraddizione tra l’alto e il basso, l’anima e il corpo, che non riesce mai a risolvere. Fino a quando – meravigliosa epifania del libro – non si comprende che esso non va represso: «Il desiderio non deve spegnersi, né deve essere sostituito. Solo deve trasformarsi» .

Solo l’amore produce conoscenza. Questo è il vero messaggio del libro che “assolutizza” il contenuto del Simposio.

Non c’è conoscenza senza eros. Trasmettiamo solo quando “amiamo”. Per questo la scuola dei e delle burocrati è fallimentare. Brutta e cattiva (2. continua)


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Il testo riscrive quanto detto nel corso della presentazione del libro presso la Libreria Guida di Benevento.


39. Sogno [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


Dispersione: la casa gli dava questa impressione. Come se impercettibilmente le molecole che costituivano mattoni, assi di legno, rame e ferro battuto si stessero allentando per poi diffondersi nell’aria.

La casa non aveva un ingresso riconoscibile.

Elia vi entrò da un lato che non ricordava di aver scelto. Le pareti erano bianche, troppo bianche. Ogni stanza conteneva un oggetto solo, disposto con una precisione che impediva di avvicinarsi davvero.

Nella prima stanza trovò un secchio di rame. Non c’era acqua dentro. Guardando meglio, si accorse che non aveva fondo. La sollevò appena: pesava come se fosse pieno. La lasciò dov’era.

Nella stanza successiva, un volto enorme dipinto sul muro. La bocca era spalancata. Quando Elia si spostava, gli occhi non lo seguivano: era il contrario, era lui a finire sempre davanti a quello sguardo.

Proseguì.

Un gatto attraversò il corridoio, lento. Non entrò in nessuna stanza. Non uscì da nessuna stanza. A metà del passaggio si fermò e lo guardò, poi si dissolse contro la parete.

Elia cercò una porta per tornare indietro. Non la trovò.

In una sala più ampia, una struttura di legno occupava il centro. Era una casa dentro la casa, più piccola, inclinata su un lato. Bussò. Nessuno rispose. Provò a spingerla: non si mosse. Ebbe la sensazione che, se fosse riuscito ad aprirla, avrebbe trovato un’altra stanza identica a quella in cui si trovava.

Non insistette.

Più avanti incontrò un uomo seduto su una sedia troppo alta. Indossava un mantello che gli scendeva oltre i piedi. Il volto era nascosto da un cappuccio rigido, come scolpito.

«Scambi?» disse l’uomo.

Elia non capì.

L’uomo tese una mano vuota.

«Non ho nulla», rispose Elia.

L’uomo rimase immobile. Poi abbassò la mano e voltò lentamente la testa verso il muro, come se qualcosa lo avesse chiamato da lì.

Elia si allontanò.

Le stanze cominciarono a ripetersi. Il secchio tornò ma inclinato. Il mascherone era più piccolo. Il gatto passò di nuovo, questa volta senza fermarsi.

In fondo al corridoio, una figura in piedi accanto a una finestra.

Era un cavallo. Non un animale vivo: una figura rigida, come intagliata, con gli occhi fissi e le zampe immobili. Eppure occupava lo spazio con una presenza che impediva il passaggio.

Elia esitò.

Il cavallo non si mosse. Non si sarebbe mosso. Capì che non era un ostacolo: era una soglia.

Passò accanto, trattenendo il respiro.

Dall’altra parte, la casa cambiava.

Le stanze erano più strette, le pareti più vicine. Le porte si aprivano su altre porte, senza interruzione. Ogni volta che attraversava una soglia, aveva la sensazione di averne mancata una.

Sentì una voce, ma non proveniva da un punto preciso.

«Passo o sto.»

Si fermò. La voce non si ripeté. Proseguì.

Alla fine del corridoio c’era un uomo in uniforme. Stava immobile, con un fucile puntato verso il pavimento. Non sembrava attendere, né vigilare. Era già lì da prima.

Elia rallentò.

L’uomo sollevò il fucile con un gesto netto.

Elia aprì la bocca per parlare, ma non trovò parole che avessero senso in quel luogo.

Non sentì dolore. Cadde senza rumore.


venerdì 27 marzo 2026

"Platone. Una storia d'amore" di Matteo Nucci (I)

 

«Spesso ci si dimentica di dare a ciò che ascoltiamo o leggiamo l’attenzione che è necessario dare». 

Ho dedicato a questo libro diversi giorni e anche pezzi di notti e di albe. Con trasporto “erotico”, immersivamente, empaticamente.

L’essenziale ama nascondersi. κρύπτεσθαι φιλεῖ.

Mi sono trasferito nel libro: «sono entrato in un’altra dimensione».

«Chi non legge, a settant’anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto cinquemila anni: c’era quando Dantes evase dal carcere di If, quando Jean Valjean salvò Cosette, quando Aristocle di Aristone non ebbe il coraggio di osare e cavalcare verso la sua vittoria. Perché la lettura è un’immortalità all’indietro». Parole giustamente celebri.

Altre vite da vivere, dunque, sempre con “eroico furore”. 

Questo fanno i grandi libri di narrativa, come il Platone di Nucci, nato come idea negli anni d’università, folgorati da un grande studioso di Platone (Gabriele Giannantoni) e da un inimicus Platonis d’eccezione (Friedrich Nietzsche), amante della tragedia, scritto in cinque anni, supervisionato da un eccellente studioso di filosofia (Riccardo Chiaradonna). 

Alla fine della lettura del libro si esce non più eruditi ma più complessi, più interrogativi, più inclini, nella dissipazione dei giorni, a porci domande essenziali.

Perché la filosofia, come ha ribadito in libri luminosi Pierre Hadot, è un modo di vivere, non una teoria.

Non proverò neanche ad accennare a tutti i temi del libro, ai suoi easter egg.

Platone è il più grande filosofo di tutti i tempi. E lo dico anch’io da inimicus Platonis… Uno dei padri dell’Occidente. 

«La tradizione filosofica europea è che essa consiste in una serie di note a piè di pagina a Platone».

Platone ha formulato quasi tutte le grandi domande della metafisica occidentale, ha definito l’orizzonte della filosofia stessa. 

Il libro è difficile, come un viaggio dell’anima. Ma vale la pena fare il viaggio perché «sono difficili le cose belle». 

Nucci è uno scrittore “greco”. Sarebbe complesso da spiegarlo. Diciamo che vive nella tensione tra l’effimero e l’eterno, una tensione che deve rimanere irrisolta. Ovviamente. Per questo è lontanissimo dalla sensibilità “cristiana”, che tale tensione risolve. 

Che cos’è questo libro? Biografia ma anche autobiografia, Bildungsroman, ovviamente, romanzo storico ma anche prosimetro, con un gusto mai ostentato per la sperimentazione nell’uso dell’indiretto libero, di una forma razionalizzata di stream of consciousness, dei dialoghi immaginari, delle stesse vicende narrate a distanza di tempo, con l’inserto di lettere. 

Soprattutto è l’inveramento di un’intuizione del giovane Nietzsche: Platone è talmente complesso, abissalmente complesso, che si può solo scriverne una biografia. Dunque, una clamorosa ambizione quella di Nucci.

Poiché la matrice del libro è nietzschiana, è evidente che in esso abbia tanta parte il sapere tragico. Credo di poter affermare che questo libro sia un ossimorico omaggio “tragico” al platonismo. Il Platone di Nucci diviene ciò che è  attraverso enormi patimenti: πάθει μάθος, come insegna l’Agamennone di Eschilo.

Ne emerge un Platone diverso da quello dei libri scolastici e universitari. Prima di tutto perché non vediamo un blocco monolitico ma un processo. Nucci ha il merito di farci vedere un uomo, con le sue contraddizioni, le sue svolte, le sue cadute, divenire un individuo capace di fondare una civiltà. Il Platone di Nucci modifica le sue prospettive sul mondo. 

Non vedremo solo il maestro di Aristotele ma la guida di due grandi filosofe, sconosciute ai più; non solo l’uomo capace di praticare autocontrollo delle passioni ma il melanconico afflitto da lunghe fasi di oscurità, l’uomo che solo attraverso le tenebre arriva alla luce; non solo l’autore dei dialoghi ma colui che nelle opere letterarie  ha fatto ascoltare la sua vera voce di cigno.

Non a caso Nucci valorizza dei dialoghi platonici i “margini”, le pieghe, ad esempio gli incipit, o le digressioni o le descrizioni o i personaggi minori, come se Platone andasse letto non per quel che dice esplicitamente ma a partire da “sintomi” (in senso psicoanalitico) o lapsus. Bisogna cercare Platone oltre il Platone della vulgata, sotto il Platone scolastico, nonostante il Platone accademico. Perché Platone, per Nucci, è prima di tutto (e per sempre) un immenso scrittore, che trasfonde la sua ambizione giovanile nella filosofia, e diviene colui che sa comporre tragedia e commedia, vero poeta tragico che è anche poeta comico. E che è usa la scrittura come “terapia” o come “esorcismo” contro il dolore esistenziale (1. continua)

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Il testo riscrive quanto detto nel corso della presentazione del libro presso la Libreria Guida di Benevento.



38. Apertura [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


L’esposizione non avveniva alla luce.

Elia lo comprese quando la membrana si aprì senza rumore e lo lasciò scorrere all’esterno. Non c’erano occhi né aria né direzioni come le aveva apprese. Solo una superficie densa, attraversata da impulsi.

Non possedeva un corpo definito. Era una trama mobile, capace di aderire e staccarsi. All’interno della colonia, ogni contatto produceva scambio. All’esterno, il contatto restava senza risposta.

Provò a estendersi.

La sostanza attorno a lui non reagì. Non respinse. Non accolse.

Registrò variazioni minime, insufficienti a stabilire un orientamento.

Rientrò parzialmente nella membrana. Gli altri continuavano a muoversi secondo sequenze condivise. Trasmissioni rapide, segnali coerenti.

Elia non riusciva a tradurre ciò che aveva incontrato. Provò a comunicare.

Emise una serie di impulsi, replicando schemi noti. La colonia rispose con correzioni. Allineamento richiesto. Riduzione dello scarto.

Elia interruppe.

Non sapeva più se l’errore fosse nell’esterno o nella sua capacità di interpretarlo.

Tornò verso l’apertura.

Questa volta avanzò più lentamente, riducendo la propria estensione. Cercò di percepire senza reagire.

Qualcosa cambiò.

Non un segnale. Una resistenza leggera, come una zona in cui la trasmissione perdeva intensità.

Elia si fermò.

Non aveva categorie per descrivere quel punto. Non era un limite. Non era un vuoto.

Era una variazione che non entrava nei codici. Provò a sostarvi.

La sua struttura iniziò a modificarsi, non per adattamento, ma per mancanza di istruzioni. Alcune parti si contrassero, altre si dispersero.

Avvertì la possibilità di non rientrare.

Dalla colonia arrivò un richiamo più netto. Sequenze correttive. Ritorno consigliato.

Eli non si mosse. 

Capì che l’esposizione era restare dove non esistevano equivalenze.

Non poteva tradurre. Non poteva integrare. Poteva solo permanere in uno stato che non riconosceva.

Tentò di definire ciò che stava accadendo. Ogni definizione si dissolse prima di formarsi.

La colonia intensificò il richiamo.

Elia iniziò a ritirarsi. Attraversò la membrana.

All’interno, tutto riprese coerenza. Gli impulsi tornarono leggibili. Le sequenze stabili.

Provò a registrare l’esperienza. Non trovò segni adeguati.

Rimase in quiete, mentre gli altri continuavano a scambiare senza interruzioni.

Capì che ciò che aveva incontrato non era un oggetto né un evento.

Era una condizione che non poteva essere condivisa.

E che, proprio per questo, non avrebbe avuto luogo nella memoria comune.

Restò aderente alla colonia, senza più tentare di spiegare.

Con la percezione che fuori non ci fosse un altro spazio ma una zona in cui la comprensione smetteva di funzionare, lasciando aperta una forma di pura dispersione.


giovedì 26 marzo 2026

37. Sentenza [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]


L’attraversamento del caso non seguiva una linea unica.

Elia sedeva in aula da ore. Il fascicolo era spesso, diviso in sezioni incompatibili. Una donna accusata di aver sottratto farmaci dall’ospedale pubblico. I registri indicavano prelievi irregolari. Le testimonianze dei colleghi parlavano di turni coperti, di silenzi condivisi.

Nel quartiere, invece, la chiamavano per nome.

«Ci ha salvati» aveva detto un uomo durante l’udienza. «Non avevamo accesso.»

I farmaci erano stati distribuiti senza autorizzazione, a pazienti fuori protocollo. Nessuna ricevuta. Nessuna tracciabilità.

La legge era chiara.

Elia la conosceva a memoria. Poteva citarla senza consultare il codice.

Eppure, leggendo gli atti, avvertiva uno scarto. Non tra colpa e innocenza. Tra norma e ciò che non rientrava nella norma.

Il pubblico ministero aveva costruito un’imputazione lineare. Appropriazione indebita. Violazione di procedure. Rischio sanitario.

La difesa parlava di necessità. Di vuoti amministrativi. Di vite non contabilizzate.

Elia prendeva appunti. Parole precise. Articoli. Rimandi.

Nessuna parola riusciva a contenere il caso.

Durante la pausa uscì nel corridoio. Le voci degli avvocati si sovrapponevano. Tutti sembravano sapere da quale lato stare.

Lui no.

Rientrò in aula.

La donna lo guardò per la prima volta. Non aveva aria di sfida ma una sorta di fiduciosa attesa.

Elia abbassò lo sguardo.

Non cercava di capire se avesse fatto bene o male. Cercava un punto da cui giudicare.

Non lo trovava.

Se avesse applicato la norma, avrebbe condannato un comportamento che aveva prodotto effetti utili.

Se avesse assolto, avrebbe legittimato una violazione che altri avrebbero potuto usare senza limite.

Ogni decisione apriva conseguenze che non poteva prevedere.

Sentì che il suo ruolo richiedeva una sicurezza che non possedeva.

Non era ignoranza del diritto.

Era mancanza di strumenti per tenere insieme ciò che il caso teneva separato.

Rilesse l’ultima deposizione.

«Non potevo fare altrimenti.»

Non potevo.

Elia si chiese se quella frase descrivesse una necessità o una scelta.

Si rese conto che non sapeva distinguere.

Il cancelliere gli porse il codice. Elia non lo aprì.

Per un istante comprese che il giudizio non era l’applicazione di una regola, ma un attraversamento di zone in cui la regola perdeva presa.

E che lui, in quelle zone, non aveva orientamento.

Si alzò.

La sentenza andava pronunciata.

La voce uscì ferma. Dentro, nessuna fermezza.

Mentre leggeva, ebbe la percezione che le parole non chiudessero il caso. Lo spostassero soltanto.

E che la sua decisione non fosse un punto di arrivo, ma un passaggio esposto, privo di garanzie.

Quando terminò, il silenzio dell’aula non portò sollievo.

Elia capì che non aveva risolto nulla.

Aveva soltanto dato forma temporanea a qualcosa che restava aperto, instabile, sottratto a ogni definizione stabile.

Qualcosa che avrebbe continuato a muoversi oltre la sentenza.

Una zona senza appigli chiamata esposizione.


mercoledì 25 marzo 2026

"Un fuoco grande. Bianca Garufi" di Marialaura Simeone

 


È stata una lettura insieme leggera e concentrata, capace di scorrere e, nello stesso tempo, di depositarsi.

Un fuoco grande. Bianca Garufi di Marialaura Simeone elude le classificazioni consuete: biografia, saggio critico, autobiografia, prosimetro. Le attraversa, le contamina, le tiene in tensione. La scrittura ospita due istanze riconoscibili, che qui si possono nominare “apollinea” e “dionisiaca”: la prima orientata al logos, alla ricostruzione, alla chiarezza argomentativa; la seconda più esposta al flusso, al simbolo, alla risonanza poetica.

Un merito evidente dell’opera consiste nel riportare al centro Bianca Garufi, figura di forte intensità rimasta a lungo in una zona d’ombra. La sua vicenda si intreccia con quella di Cesare Pavese, di cui fu interlocutrice intellettuale e compagna, e con il quale scrisse Fuoco grande. Il libro restituisce una personalità complessa: partecipe della Resistenza romana, redattrice Einaudi negli anni cruciali del dopoguerra, traduttrice, scrittrice, poetessa, analista junghiana, tramite per la diffusione del pensiero di James Hillman in Italia. Una presenza che chiede di essere nominata, riletta, sottratta alla marginalità editoriale e critica.

Alcune pagine assumono un valore programmatico: la richiesta di attenzione per autrici rimaste ai margini, pur dotate di statura piena. Qui si riconosce con nettezza il polo apollineo della Simeone, impegnata da tempo in un lavoro di riemersione e di restituzione. La dimensione più incisiva del libro si colloca altrove, nel confronto con una duplicità interna che non cerca sintesi. Marialaura e Lala si affiancano, si osservano, si sfiorano, senza convergere in un punto unico. La scrittura registra questa distanza, la mantiene operante.

Il “regno delle Madri” viene evocato, circoscritto, avvicinato. L’accesso resta obliquo, come se la parola, pur spinta verso una zona limite, decidesse di sostare sul bordo. L’incompiutezza si rivela allora come forma attiva: non lacuna, piuttosto campo aperto, tensione che non si risolve. Il libro custodisce questo nucleo opaco, lo rende visibile senza esaurirlo, lasciandolo come possibile sviluppo ulteriore.

Nelle pagine più riuscite (e sono tante) Lala si intreccia con Bianca Garufi, fino a una quasi sovrapposizione. Il discorso si addentra nei territori del mito, della psicologia del profondo, dell’astrologia, dei tarocchi. Non come repertorio ornamentale, piuttosto come strumenti conoscitivi, dispositivi simbolici che ampliano la lettura dell’esperienza. La materia viene trattata con una serietà che rifiuta sia l’atteggiamento liquidatorio sia la fascinazione superficiale.

Resta, con forza, l’impressione di una parola che scava e produce eco. La pagina bianca diventa spazio necessario perché il senso si espanda, si propaghi, ritorni. Il libro costruisce così un ritmo di avanzamento e sospensione, di esposizione e risonanza.

Ciò che rimane, in chi legge, è un riconoscimento del rischio assunto: entrare in una zona dove identità, memoria, immaginario non si dispongono in ordine lineare. Un gesto di esposizione che non cerca protezioni e che affida alla scrittura il compito di tenere insieme le fratture senza ridurle.

Lala Simeone è una persona coraggiosa per la quale ho provato istintivamente grande stima per le scelte  che pertengono un’altra dimensione simbolica, qui (volutamente?) assente, quella del Padre. 

Ora posso ammirarne il coraggio di scrittrice che, finalmente, fatti i conti con alcuni nodi della propria esistenza, riconciliatasi con il proprio daimon, ha sciolto gli ormeggi e si lancia nel mare aperto della creazione. 


36. Terra incognita [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]


Il gesto gli restò in mano quando la costa sparì dietro la linea dell’acqua: Elia non seppe più a chi rivolgerlo. Aveva salutato senza convinzione, come si fa con qualcosa che non si pensa di perdere davvero. Poi la nave aveva preso vento e il mondo conosciuto si era ritirato in poche ore, senza lasciare appigli.

Nei giorni successivi imparò a orientarsi in negativo. Le carte si interrompevano prima del punto in cui si trovavano. I nomi finivano, restavano margini bianchi. Il pilota parlava di correnti che nessuno aveva descritto. La bussola oscillava con una lentezza che metteva inquietudine. Elia sentiva insieme due spinte: una lo tirava indietro, verso ciò che poteva essere detto; l’altra lo teneva fermo a prua, dove l’acqua apriva sempre qualcosa che non aveva ancora for-ma.

La prima terra apparve come una macchia scura, bassa. Non era nelle mappe. Non aveva un nome che potesse essere pronunciato a bordo. Sbarcarono all’alba, senza proclami. La sabbia era più fine di quanto avesse visto altrove. L’aria aveva un odore che non riusciva a scomporre. Ogni cosa sembrava vicina e insieme sottratta, come se lo spazio non bastasse a contenerla.

Elia avanzò oltre gli altri. Non per coraggio, pensò, ma perché restare indietro gli risultava più difficile. Ogni movimento produceva un leggero scarto: il suono dei piedi non coincideva con il ritmo del corpo, la luce non cadeva come si aspettava. Guardava gli alberi e non trovava categorie che li contenessero. Provò a nominare, a ricondurre. Le parole si fermavano prima dell’oggetto.

Si accorse che quel vuoto non era solo mancanza. C’era un brivido netto, una specie di apertura. Non doveva rispondere a nessuna abitudine. Poteva guardare senza dover riconoscere. Questa libertà lo attirava con la stessa forza con cui lo disorientava.

Dal limite della vegetazione uscì una figura. Non si avvicinò. Restò a una certa lontananza, come se la misura fosse già stabilita. Elia alzò la mano, ripetendo il gesto con cui si era congedato dal porto. Gli parve inadatto, eppure non ne aveva altri. La figura fece qualcosa di diverso, un movimento breve, preciso, che non corrispondeva a nulla che conoscesse.

Elia sentì il desiderio di capire e, nello stesso tempo, la resistenza a ridurre quel luogo a qual-cosa di già noto. Ripeté il proprio gesto. Non funzionò. Provò a imitarne uno altrui. Ne uscì un movimento incerto, senza peso. Restarono così, separati da una linea che non era solo di terra.

Alle spalle, la nave sembrava già lontana, come se appartenesse a un altro ordine. Davanti, la vegetazione non prometteva nulla che potesse essere previsto. Elia rimase tra le due direzioni, con il corpo leggermente inclinato in avanti e la mente che cercava di tornare indietro. Non riuscì a scegliere. Avanzò.

Non seppe dire se fosse entrato o se stesse perdendo il punto da cui era partito. In quell’avanzare c’era lo sgomento di non avere strumenti e una forma di esattezza che non aveva mai provato. Come se il mondo non gli chiedesse di essere riconosciuto, ma soltanto percorso, e il suo stare lì non fosse altro che un attraversamento.


martedì 24 marzo 2026

35. Passo [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


“Passo” era scritto sulla pietra, appena oltre il tornante.

Elia lo lesse quando la nebbia si aprì per un momento. La parola era incisa con mano incerta. Non indicava una direzione. Non spiegava nulla.

Il sentiero saliva tra rocce scure. Più in alto, la strada si stringeva fino a diventare una fenditura tra due pareti. Non c’erano torri di guardia né stendardi. Solo vento.

Elia avanzò.

Dopo pochi metri il terreno cambiò consistenza. La ghiaia lasciò posto a lastre piatte, consumate al centro. Segni di passaggio antico. Molti piedi. Sempre nello stesso punto.

Si fermò.

Dal lato opposto della gola arrivava un suono metallico. Non un combattimento. Il battere regolare di qualcosa contro la pietra.

Proseguì con cautela.

Dietro la curva trovò un uomo seduto su uno sgabello basso. Aveva un martello e uno scalpello. Stava incidendo la stessa parola sulla roccia.

Passo.

L’uomo non si voltò.

«Da quanto tempo lavori qui?» chiese Elia.

«Da quando hanno deciso di aprire il valico.»

«Chi?»

Il martello colpì ancora la pietra.

«Quelli che passano.»

Elia osservò il tratto di strada dietro l’uomo. Non proseguiva. Finiva contro una parete liscia.

«Questo non è un valico.»

«Lo diventerà.»

«Quando?»

L’uomo fece una pausa. Soffiò via la polvere di pietra.

«Quando qualcuno riuscirà ad attraversarlo.»

Elia guardò di nuovo il sentiero alle sue spalle. La nebbia lo aveva già coperto.

«Nessuno è passato?» chiese.

«Molti.»

«E dove sono andati?»

L’uomo indicò la parete davanti a loro.

«Lì.»

Elia si avvicinò. La roccia era segnata da graffi, urti, tentativi. Nessuna apertura.

Tornò indietro di un passo.

«Perché continui a incidere quella parola?»

«Perché qualcuno deve pur segnare il punto.»

Il martello riprese a battere.

Passo.

Passo.

Passo.

Elia restò fermo a osservare il muro. Non vedeva varchi. Non vedeva tracce di chi avrebbe attraversato.

Eppure il sentiero portava lì con una precisione che non lasciava alternative.

Capì che non si trovava davanti a una porta chiusa. Si trovava nel luogo in cui molti avevano deciso che una porta doveva esistere.

Il vento attraversò la gola.

Alle sue spalle non c’era più il sentiero.

Davanti, la parete continuava a ricevere colpi regolari.

Elia si accorse di non sapere se il passo fosse quello inciso sulla pietra, quello che aveva fatto per arrivare fin lì, o quello che avrebbe dovuto fare adesso senza sapere dove posarlo.

Restò fermo, con il piede sospeso sopra la roccia, senza riuscire a trasformare l’esitazione in un gesto.


lunedì 23 marzo 2026

34. Lezione [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]


“Naturale” era la parola che Elia pronunciava mentre scriveva alla lavagna.

La traccia del gesso restava netta, la voce scorreva con sicurezza. «È naturale nell’uomo cercare il fondamento del proprio agire.»

Lo aveva detto molte volte. Poi si fermò.

Si voltò verso la classe. Gli studenti erano seduti, alcuni con lo sguardo fisso su di lui, altri su schermi che si accendevano e si spegnevano con movimenti rapidi delle dita. Quando Elia taceva, un brusio sottile attraversava l’aula, come un riflesso involontario.

«Che cosa intendiamo per naturale?» chiese.

Un ragazzo rispose: «Quello che viene spontaneo.»

Spontaneo.

Elia annuì. Ripeté la parola come se fosse nuova. Spontaneo rispetto a cosa?

Riprese la spiegazione. Parlò di causa, di fine, di ordine. Le frasi si disponevano con coerenza. Dentro, qualcosa non si allineava.

Le parole uscivano come formule memorizzate. Non le sentiva più aderire alla realtà.

Gli studenti ascoltavano a tratti. Poi, appena la sua attenzione calava, le dita tornavano a scorrere sugli schermi. Sorrisi improvvisi, risate trattenute, commenti su immagini che lui non vedeva.

Elia ebbe l’impressione di non possedere più gli strumenti per tradurre quel codice.

Si chiese se qualcuno lo stesse seguendo o se stesse solo riempiendo un vuoto con parole antiche.

Uno studente domandò: «Ma a cosa serve saperlo?»

Elia stava per rispondere, poi esitò.

Ripensò alle lezioni che ascoltava alla loro età. Gli sembravano necessarie, inevitabili.

Ora avvertiva uno scarto. Non era disprezzo per i ragazzi. Era la sensazione che il tempo avesse cambiato asse senza avvisarlo.

Concluse la lezione con una domanda aperta.

«Che cosa vi appare naturale nella vostra vita?»

Silenzio.

Poi una risposta vaga, seguita dalla campanella.

I ragazzi uscirono rapidamente, già immersi in conversazioni che lo attraversavano senza includerlo.

Elia restò solo.

Guardò la parola alla lavagna.

Non sapeva più se la stesse difendendo o ripetendo per inerzia. Non sapeva se il suo linguaggio avesse ancora presa sul mondo o se fosse diventato un rito.

Non era la classe a essere altrove. Era lui a non riconoscere il punto in cui si trovava.

Nel corridoio le risate si allontanavano.

Camminò verso l’uscita con la sensazione di abitare un’epoca che procedeva senza attendere il suo passo.