giovedì 16 aprile 2026

fede [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]

 

Marco aveva trentatré anni quando, in un mattino d’inverno, freddo e trasparente, decise di entrare in chiesa. Non lo fece per fede né per nostalgia ma per stanchezza. Una stanchezza profonda, che non aveva più nome né origine. Era una fatica dell’anima, come se ogni giorno si affacciasse a una finestra da cui non riusciva più a vedere nulla.

La porta si aprì con un cigolio. Un suono sommesso, quasi pudico. Marco entrò con passo esitante. Nell’aria stagnava odore di incenso e polvere antica. Sedette in fondo, su una panca screpolata, con il cappotto ancora addosso.

Il sacerdote celebrava la messa con gesti lenti, come chi conosce il valore di ogni pausa. C’erano pochi fedeli: una donna anziana che mormorava il rosario, un uomo in giacca lisa che fissava il pavimento, una coppia che si teneva per mano senza parlarsi. Marco non ascoltava davvero le parole. Ma qualcosa, nel tono sommesso del celebrante, nella cadenza ritmica della liturgia, lo colpì. Era come se il tempo, per un istante, si fosse slegato dalla sua corsa cieca e avesse ricominciato a respirare secondo un altro ritmo: più lento, più umano, più vero.

Sentì il cuore rallentare. Non era pace, non ancora. Ma un principio di quiete. Come quando, dopo una lunga salita, ci si ferma a riprendere fiato. E in quel fiato – un po’ più profondo, un po’ più caldo – si intuisce che si può ancora andare avanti. 

Mentre il sacerdote alzava l’ostia e il silenzio si faceva più denso, Marco sentì che qualcosa dentro di lui si incrinava. Un guscio invisibile, un’armatura fatta di ironia, di sospetto, di disillusione. Il cigolio della porta, l’odore di cera, il gesto lento delle mani consacranti avevano aperto un varco. E in quel varco, il tempo ricominciava a farsi preghiera. 

Uscì in silenzio, col cuore tremante. Quella sera, di fronte allo schermo del computer, Marco esitò. Non accese il modem. Cercò Maria. Le parlò. E solo dopo, nel silenzio della stanza, capì che la messa del mattino aveva agito in lui come una fenditura nella roccia: la luce non aveva ancora invaso tutto ma qualcosa si era incrinato.

Da quel giorno cominciò a cercare “spazi sacri” nel quotidiano. Si svegliava presto, pregava con parole confuse, spesso mutile. Lavorava con più attenzione. Mangiava con gratitudine. Tentava di amare Maria con meno inquietudine. Ma sapeva di essere instabile, fragile, scisso.


fallimento [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]

 

Marco aveva ventotto anni e un senso sordo di sconfitta che gli occupava il petto come una nebbia interna. Da un anno era sposato con Maria.

In attesa della sistemazione lavorativa, vivevano nella mansarda della grande casa di campagna, con il padre di lui e Assunta, la tata che viveva da tempo immemore insieme a loro. Tutto era ancora provvisorio. Solo i libri — quelli di Marco — sembravano avere un ordine e un senso.

Faceva supplenze saltuarie in una scuola paritaria. Ogni mese era una scommessa. Ogni domenica sera un conto alla rovescia. Gli studenti lo guardavano con un misto di rispetto e pietà: non era uno di quei professori vecchi e noiosi, nemmeno uno da ammirare. Aveva occhi stanchi e vestiti sempre un po’ sgualciti.

Il padre, fino a pochi mesi prima, era ancora “il Commendatore”. Proprietario di più aziende, uomo affabile in pubblico, temuto e stimato. Poi, tutto era crollato. L’ultima lettera della banca aveva sigillato la catastrofe. Dichiarazione di fallimento. Case ipotecate. Conti bloccati. Una vita intera ridotta a faldoni ingialliti in mano a un curatore fallimentare.

Quando Marco gli aveva chiesto, con la voce incerta:

«Ma papà… com’è potuto succedere?»

lui si era limitato a scuotere la testa, come se la domanda fosse una colpa.

Si sentiva stanco, Marco. Non per le ore di lezione né per i turni serali a dare ripetizioni. Per quel continuo senso di precarietà che ormai gli entrava nei sogni.

Il padre era seduto in cucina, con la tazzina vuota davanti e gli occhiali ancora appoggiati sulla fronte, come se non avesse avuto il coraggio di vederlo davvero. Aveva il volto affilato dal disonore e dalla stanchezza, ma lo sguardo, per un istante, fu duro. Come se, nonostante tutto, volesse ancora comandare.

Marco sedette in silenzio.

«Lo sai che abbiamo perso tutto?» disse piano, senza tono d’accusa. «Anche la casa. L’hai ipotecata senza dirci nulla.»

Il padre fece un gesto vago, come a scacciare un insetto invisibile.

«Era per salvare l’azienda.»

«Non hai salvato niente,» rispose Marco. «Hai solo allungato l’agonia. E mentito. A noi. A tutti.»

Il padre tacque. Poi, con voce ruvida:

«Non potevate capire.»

«No,» disse Marco, «non potevamo capire perché non hai mai voluto che capissimo. Ci hai trattati da bambini. E ora siamo qui, adulti a nostra insaputa, a pagare i tuoi debiti. I tuoi silenzi. Le tue ambiguità.»

Il padre si passò la mano sugli occhi. La voce gli tremava.

«Credi che io non soffra?»

Marco si piegò in avanti. Aveva le mani strette tra le ginocchia.

Il bacio imperfetto [𝓇𝒶𝒸𝒸ℴ𝓃𝓉𝒾]


Il giardino è un’isola di tempo sospeso, cinto da un muro basso di pietra locale che sembra trattenere, al suo interno, le ombre che vi si intrecciano. È uno spazio misurato, dominato dalla presenza esuberante della buganvillea. I suoi rami si arrampicano vigorosi, formando una volta intricata che filtra la luce del sole, trasformandola in una cascata di sfumature fucsia e viola che inondano l'aria ferma. La terra, compatta e accogliente, si offre alla curiosità tattile di una bambina, una creatura che vi trascorre interi pomeriggi in un rito ancestrale: scava solchi, raccoglie sassi lisci. Lei conosce ogni minima irregolarità del vialetto ghiaioso, ogni venatura rugosa del tronco nodoso contro cui si abbandona quando la stanchezza la richiama a sé. È il suo regno misurato che contiene e definisce l'intero mondo conosciuto.

Indossa un vestito a quadretti bianchi e neri. Il colletto bianco, inamidato e immacolato, incornicia il collo sottile. Le maniche, appena arricciate sulle spalle, formano onde ferme. Sulla testa, un fiocco ampio e rigido trattiene a stento i capelli ricci, una massa ribelle che sfugge ai lati con una vitalità ostinata, quasi una dichiarazione d'indipendenza. Le sue mani sono ancora morbide, tonde, segnate dalle fossette infantili sulle nocche; eppure, quando le posa sulla giacca dell’uomo, il suo tocco acquista una solennità che non appartiene al suo tempo, ma che presagisce quello che verrà.

Lei non sa nulla del grande, brutale mondo che si sta plasmando nel ferro e nel fuoco fuori da quel luogo incantato. È ignara che, oltre quel confine protetto, la Spagna sta bruciando in una guerra civile lacerante, un conflitto che sta trasformando la storia in una carneficina. Non sa che i suoi stessi connazionali, ebri di canti marziali e retorica, hanno varcato i mari per occupare una lontana terra africana, portando con sé l’illusione di un impero.

Lui è seduto su una panchina di ferro battuto.

Nella mano sinistra si scorgono una sigaretta, probabilmente una Macedonia, con la sua fragranza asciutta, e la fede. L’uomo non sa che, secondo antichissime credenze, il cerchio d’oro, posto sull’anulare sinistro come a segnare e stringere la vena che si dice conduca al cuore, custodisce un vincolo.

Indossa un abito tagliato con la precisione di un chirurgo. La cravatta nera, è annodata con una compostezza ossessiva. C’è, nel modo in cui si presenta al mondo, una difesa disperata. Sulla tasca della giacca, proprio sopra il fazzoletto piegato a regola d’arte, un piccolo nastrino nero è cucito con discrezione. Non reclama sguardi, non chiede pietà, eppure in quel nero trattiene un’assenza che pesa.

La bambina non conosce il nome delle assenze, non sa dare un volto al vuoto. Eppure, ne avverte la densità; percepisce una piega amara nel volto dell’uomo che non collima con il sorriso forzato che lui tenta di offrirle. Gli si avvicina con un movimento deciso, la stessa premura con cui raccoglierebbe un insetto ferito per proteggerlo dal mondo. Inclina il capo, cerca la sua guancia. È un bacio imperfetto, un contatto che è più un appoggio, un soffio di vita contro una roccia fredda. Il fiocco nei capelli sfiora il bavero. Le sue piccole dita si chiudono a pugno sul tessuto della giacca, proprio là dove, sotto lo strato di stoffa e di dolore, il cuore batte ancora, ostinatamente, in cerca di un ritmo perduto.

Lui sembra quasi sorpreso, la guarda con una tenerezza. Solo chi possiede lo sguardo di chi ha già sofferto potrebbe cogliere la frattura sottile che lo attraversa. La bambina non sa distinguere il lutto dalla stanchezza, la mancanza dal silenzio. Sa soltanto, con una certezza primordiale, che quell’uomo ha un bisogno disperato di lei in quel momento. E lei si offre, si dona intera, con la generosità assoluta e spietata dell’infanzia.

Nel giardino, per un istante, tutto rimane uguale: le foglie, la ghiaia, il muro di cinta. La scena è un frammento di tempo che si crede eterno. Eppure, sotto la crosta di quel pomeriggio, scorre già una corrente sotterranea che la bambina non può nominare. Non sa che la compostezza dell’abito è un argine che sta per cedere. Non sa che la vita, anche dentro uno spazio protetto sa essere terribile.

Verrà un tempo in cui le sirene squarceranno il cielo, e la città diverrà un ammasso di macerie fumanti. L’Italia porterà addosso le ferite aperte della guerra, e quella città del Sud, colpita senza pietà dai bombardamenti del 1943, conterà le proprie rovine, i propri morti. In quel tempo oscuro, la bambina del giardino imparerà che la superficie, per quanto perfetta, può incrinarsi senza rumore, lasciando filtrare l’abisso. 

Non sa ancora – in quel momento di tenerezza colto miracolosamente dallo scatto probabilmente di una Ferrania Rondine - che quell’uomo elegante, suo padre, con il lutto appuntato al petto, le spezzerà il cuore andandosene, abbandonandola per sempre, e proprio in quel gesto di rifiuto forgerà la donna fragile e meravigliosa che sarà.

Mia madre.

* * *

Primo premio Concorso #Phototelling: raccontami una foto.


«Il bacio imperfetto incarna a pieno il tema del concorso. La superficie è una foto semplice, che rappresenta un momento quotidiano: una bambina che dà un bacio al padre. L’autore costruisce un racconto in cui la foto e la storia sono perfettamente in simbiosi tra di loro. La foto, ovvero la superficie, viene scavata a fondo dalla scrittura, rivelando il significato nascosto dei semplici gesti catturati nell’istantanea. Il racconto è connotato da una potente capacità descrittiva, che immerge il lettore nella storia. Le emozioni dei personaggi sono tracciate vividamente, nonostante la brevità del racconto. Anche il paesaggio circostante , sebbene non sia stato catturato nella foto, viene descritto efficacemente ed assume un forte significato simbolico».


 


mercoledì 15 aprile 2026

crepa [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]

Marco aveva cinquantun anni e, da qualche tempo, sentiva la casa come un luogo che scricchiolava. Non c’erano crolli, non ancora. Ma le crepe si allargavano, sottili e pervicaci, nei muri della relazione. Ogni gesto, ogni parola quotidiana, sembrava poggiata su un pavimento instabile, pronto a cedere al minimo peso. Viveva con Maria e con Virginia, la figlia avuta in un tempo di grazia che ora gli sembrava remoto, quasi appartenesse a un'altra vita. La bambina aveva appena due anni. Era luce pura, vitalità, futuro. Con la sua voce squillante, le domande buffe, gli abbracci senza motivo, riusciva ancora a strappare a Marco un sorriso autentico, a ricordargli che la tenerezza non è mai sprecata.

Eppure, anche quella presenza — così intensa, così innocente — non riusciva più a colmare il vuoto che si era aperto tra lui e Maria. Un vuoto che non era fatto di litigi o parole cattive ma di distanze sottili: sguardi che si sfioravano senza incontrarsi, carezze mancate, gesti automatici, conversazioni sempre più pratiche e sempre meno vere. La sera, quando la bambina dormiva e il silenzio si faceva più denso, Marco avvertiva tutto il peso di quella assenza reciproca. Avevano smesso di parlarsi davvero. Ogni tentativo finiva per urtare contro il risentimento accumulato, contro il bisogno di essere capiti che si trasformava subito in accusa.

C’erano giorni in cui Marco si chiedeva se l’amore potesse finire senza rumore, come una candela lasciata consumare da sola in una stanza vuota. Non c’erano state grandi colpe né tradimenti né fughe. Solo la fatica, il logorio, il senso di estraneità. Era come se avessero smesso di camminare insieme, pur continuando a condividere la stessa direzione apparente. E questo, forse, era ancora più doloroso: il sapere di essere ancora lì ma per inerzia.


martedì 14 aprile 2026

bestie [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]

 

Marco aveva quarantotto anni quando decise che era maturo il tempo per rendere integralmente coerente la scelta fatta trent’anni prima.

Era il gennaio di un anno dispari, e la neve posava ora lieve sul parabrezza mentre lui, fermo in macchina davanti al supermercato, guardava le mani di un vecchio che sistemava le cassette della carne nel banco frigo. Quelle mani sembravano aver perso ogni ritegno. Trattavano le carni come oggetti. Come cose senza volto, senza sangue, senza grido.

Fu allora che sentì dentro una fitta — non allo stomaco ma al cuore. Come una vergogna che non era più evitabile. Aveva letto, studiato, riflettuto per anni. Ma continuava a mangiare formaggio, a ignorare le uova della gabbia 3. Aveva smesso di mangiare carne a diciassette anni, per pietà verso gli animali, senza modelli, per puro istinto, per empatia universale. Ma ora sentiva che non bastava più. Quella mezza coerenza era diventata ipocrisia.

Ricordò il primo grido ascoltato davvero — il maiale sotto casa, il sangue che si mescolava alla ghiaia, la lama che squarciava la pancia come fosse rito e non delitto. Da lì era nata la sua prima rivolta. Una rivolta muta, solitaria, non capita. Non aveva avuto maestri né guide. Solo Davide, un amico d’infanzia, che per un po’ gli era stato sodale in quella strana alleanza con gli ultimi, con i muti, con i vinti.

Il vegetarianesimo era stato, per anni, il suo modo di abitare la ferita. Ma ora non bastava più. La sua coscienza chiedeva un passo ulteriore. Un salto. Come un richiamo dalla parte più profonda della sua adolescenza, quella che aveva scritto frasi tremende nei diari: “Anche quando mangio spaghetti alla carbonara soffro. La sofferenza di ogni essere è la mia sofferenza, la morte di ogni essere è la mia morte.”

Tornò a casa e scrisse su un foglietto: “Da oggi, nessun essere senziente dovrà più soffrire per colpa mia”. Lo mise nel portafoglio, tra la foto sbiadita della madre e la tessera della biblioteca. Poi aprì la dispensa, e iniziò a leggere ogni etichetta come se fosse una sentenza.


lunedì 13 aprile 2026

amore [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]

 


Marco aveva vent’anni quando seppe che Manuela era morta. Glielo disse Maria, con quel suo tono equidistante, mai emotivo. Ma lei non poteva sapere cosa Manuela rappresentasse per Davide, e dunque anche per lui. Perché c’era stato un tempo in cui non si poteva pensare a Davide senza pensare a Manuela. Erano intrecciati, come quei rampicanti che si aggrappano al muro e sembrano parte della pietra stessa.

Marco non vide Manuela morire. Non la vide nel letto d’ospedale, con la pelle trasparente, i capelli ormai radi, gli occhi stanchi ma ancora pieni di quella dolce ironia che la rendeva diversa da ogni altra donna. Non la vide stringere la mano ai figli per l’ultima volta né dire a Davide, con voce appena udibile, che era stata felice, nonostante tutto. Non fu lì quando smise di respirare né quando i medici ne constatarono la morte. Non fu neanche alla camera ardente né alla messa né al cimitero. Non vide la bara, non toccò il legno, non ascoltò le parole di nessuno. Nulla.

Seppe della fine “un paio di giorni dopo”, e per lui fu come se il mondo si fosse preso gioco del tempo. Come se un pezzo intero della sua giovinezza — quel pezzo segreto che si era costruito sulle parole sussurrate da Davide, sulle attese, sui racconti — fosse stato strappato via senza avviso. Un lutto senza corpo, senza addii, senza abbracci. Una ferita che non sanguina ma resta aperta.

Anche Davide, che pure l’aveva amata come si ama solo una volta nella vita — con quella fede cieca e assoluta che solo i giovanissimi o i dannati riescono a provare — non aveva fatto in tempo. Era lontano. Forse a Napoli, per sostenere un esame che ormai non contava nulla. Per dimostrare a se stesso, o forse a Marco, o forse a suo padre, che la vita andava avanti. Che si poteva ancora progettare, studiare, presentarsi puntuali a un’aula, rispondere a una domanda, mettere una firma in calce a un verbale. Era partito con il cuore pieno di pensieri, aspettando un messaggio, un segno. Ma nessuno l’aveva avvisato. Nessuno. Né il marito di Manuela, che probabilmente aveva sempre finto di ignorare tutto. Né i figli, troppo giovani per capire. Né le poche amiche che sapevano e tacevano. Come se l’amore di Davide non avesse diritto nemmeno a un saluto.


domenica 12 aprile 2026

Munus [𝓇𝒶𝒸𝒸ℴ𝓃𝓉𝒾]

 

Da tempo, la mattina quando vado a scuola e la sera, appena coricato, prego per i miei morti. È un gesto che si affida alla ripetizione, a una fedeltà quotidiana che non pretende risposta. Il corpo conosce il tempo del gesto prima ancora del pensiero. Una soglia breve, attraversata due volte al giorno.

I nomi vengono da soli. Non li cerco. Si presentano. Tra gli amici, sempre per primi, Armin e Stefania. Tornano con naturalezza, senza sforzo, inseriti in una sequenza che non stabilisce gerarchie, solo prossimità. È un elenco senza ordine, tenuto insieme dalla presenza. I nomi non spiegano, non convocano ricordi precisi. 

La preghiera non illumina. Custodisce. Tiene aperto uno spazio in cui il tempo si raccoglie e si divide. Qualcosa passa, qualcosa tace. In quel silenzio, i morti non sono lontani. Abitano l’atto stesso del ricordare, una veglia breve, rinnovata, che non cerca consolazione. 

Stefania morì sulla soglia del matrimonio. Fu sepolta con l’abito bianco. Pensare a questa cosa mi commuove sempre. Fino alle lacrime. Anche dopo tanti anni. Era stata presenza discreta a casa nostra, negli anni trascorsi a scuola con mia sorella. Anche lei è rimasta lì, in un punto che non si attraversa. Un punto fermo, che continua a chiedere presenza.

Vorrei che queste parole fossero un pegno. Un munus. Non un risarcimento, perché nulla si risarcisce davvero. Un dono che obbliga, che espone, che riconosce un debito. Per Armin. Per la mia assenza di quel giorno funesto. Per dire che la sua passione, la sua musica, quella sera in pizzeria, quel gesto nell’aria davanti a un pianoforte immaginato non sono andati perduti. Sono rimasti affidati.



Dopo.... V

 


Mi capita spesso, soprattutto nei giorni cupi e luttuosi come questo, di immaginare i luoghi della mia vita come saranno in un mondo in cui l'uomo sarà scomparso.

sabato 11 aprile 2026

Dopo... IV

 


Mi capita spesso, soprattutto nei giorni cupi e luttuosi come questo, di immaginare i luoghi della mia vita come saranno in un mondo in cui l'uomo sarà scomparso.

venerdì 10 aprile 2026

Dopo... III

 


Mi capita spesso, soprattutto nei giorni cupi e luttuosi come questo, di immaginare i luoghi della mia vita come saranno in un mondo in cui l'uomo sarà scomparso.

giovedì 9 aprile 2026

Dopo... II

 

Mi capita spesso, soprattutto nei giorni cupi e luttuosi come questo, di immaginare i luoghi della mia vita come saranno in un mondo in cui l'uomo sarà scomparso.

mercoledì 8 aprile 2026

10. Disincanto (🆅🅸🆃🅴 🅰 🆂🅲🆄🅾🅻🅰)

 


La collega si fermò sulla soglia dell’aula 3B senza entrare. Con tono piano gli disse che era schizofrenico. Non come offesa, come diagnosi. Aveva assistito a un suo intervento al museo, dove aveva parlato di Eros, di paideia, di educazione come mancanza che genera desiderio. Poi lo vedeva a scuola, impegnato nella stesura del Piano dell’Offerta Formativa, nel linguaggio delle competenze, nell’adeguamento agli standard. Due registri inconciliabili. Gli chiese se non vedesse la frattura.

Lui la vedeva. La viveva da tempo. Di notte pensava e scriveva una scuola fondata sul desiderio, di giorno lavorava dentro un sistema ordinato, procedurale, senza attrito. Indicò una griglia di valutazione: un dispositivo per colmare vuoti di senso. Non si difese. Disse che cercava una terza via, usando quegli strumenti per formare “teste ben fatte”, secondo l’idea della complessità. Avvertì però che quella risposta copriva qualcosa. Non era una menzogna costruita, piuttosto un’illusione che si sosteneva da sola. La collega liquidò Morin come un illuso e se ne andò, lasciando la questione aperta.

In classe sospese il programma. Provò a riaprire uno spazio: Socrate come figura che non trasmette contenuti, ma apre una faglia da cui nasce il desiderio. Parlò dell’utilità dell’inutile, della matematica come ordine ideale, della lingua come incontro con l’altro, del greco come distanza dal presente. Gli studenti reagirono in modo incerto, tra attenzione e stanchezza. Tentò di allineare prassi e idee, anche nei collegi docenti, dove le sue parole cadevano nel silenzio. Capiva sempre più che il cambiamento non nasce da sforzi individuali, richiede una consapevolezza condivisa e pratiche nuove costruite insieme.

Gli anni passarono senza svolte. Arrivò un disincanto lento. Davanti al registro elettronico, tra voti e assenze, si scoprì svuotato. Uno studente, soprannominato “Vite storta”, gli fece notare la stanchezza. Lui rispose che la vecchiaia comincia dal disincanto. Confessò di aver creduto che riformare i saperi potesse incidere sulla società. Intanto la scuola era diventata un’azienda, guidata da un automatismo che richiede esecutori.

Riprese un libro sull’educazione del cuore e osservò che la scuola preferisce rifugiarsi nell’oggettività dei voti per evitare il confronto con le soggettività degli studenti. Alla domanda se la scuola avesse fallito, rispose che diventa un sepolcro quando non è vita vivente. Firmò il registro. Rimase con una speranza ridotta a preghiera: continuare ad attendere l’inatteso, lavorando con i giovani affidati al caso, immaginando una scuola futura come utopia senza luogo, ormai fragile, quasi disperata


martedì 7 aprile 2026

Dopo... I

 


Mi capita spesso, soprattutto nei giorni cupi e luttuosi come questo, di immaginare i luoghi della mia vita come saranno in un mondo in cui l'uomo sarà scomparso.