martedì 16 giugno 2026

Tempo supplementare (Tracce di cammino)

 

Se ripercorro la mia vita, e lo faccio spesso grazie al Diario la cui redazione avviai in una anno decisivo, il 1984, più di quaranta anni fa, il comune denominatore è l’irrequietezza. D’altronde, avrei mai scritto poesie se non avessi avvertito un pungolo nell’anima? Le vicende esteriori, soprattutto la malattia di mia madre (1986-1990) e il fallimento di mio padre (1995), trovarono terreno fertile in un’anima tormentata. Per questo oggi mi appare quasi incredibile aver raggiunto una pace che ho sempre desiderato senza mai pensarla realmente possibile, come fosse approdo di personaggi letterari alla Siddharta, che da sempre nutrono il mio immaginario assai vivace. 

Che cosa è accaduto di così clamoroso? Ipotizzo. 

Prima di tutto la rottura traumatica della mia esperienza scolastica da collaboratore: questo episodio, apparentemente negativo, che avrebbe potuto rendermi una persona rancorosa e dall’animo risentito, mi ha dischiuso un mondo nuovo, ha fatto di me uno scrittore a tempo pieno, donandomi una felicità inimmaginabile. Ho smesso di dover mediare con persone di inenarrabile mediocrità. Non trovo paragoni se non nella mia infanzia beata per dire quanto sperimento seduto alla scrivania ad inventare storie.

Aggiungo la partenza di mia figlia per Roma, la percezione di una sua maturazione complessiva che la rende autonoma da noi genitori. 

Insomma, come amo ripetere a mia moglie, la serenità che sperimento nasce dalla consapevolezza che quel che volevo realizzare nella vita è alle spalle. Percepisco tutto quello che sto vivendo con un “tempo supplementare” che il Signore mi ha concesso, di pura grazia.

Per questo non ho alcuna paura di morire, di lasciare qualcosa di incompiuto.

Mia figlia si è avviata lungo la sua strada, ho scritto libri, ho realizzato la mia vocazione di insegnante, ho ricevuto amore e ho cercato di darne. Insomma, una vita piena, senza residui. 

Talvolta, mi viene un pensiero folle: sono già morto e questo è il paradiso

Non che non ci siano preoccupazioni o dolori, per carità. Ma li vivo senza catastrofismi. 

E per questo, per altro, sento il dovere di raccontare storie. Come se, avendo vissuto quello che potevo, potessi solo trasfigurarlo nella scrittura o vivere storie d’altri: quella di Euthymios, quella di Eliseo, quella di Arnaldo.


Fuochi blu: un'esperienza nella scuola oltre la scuola (σχολή)

Tra le sezioni del premio cui ho partecipato ce n’era una cui tenevo molto: l’unica in cui non sono arrivato tra i finalisti!

Mi fa piacere ricordare quell’esperienza. Una delle partecipanti mi ha annunziato l’imminente laurea in psicologia. Ne sono felice. Tanto.

Mercoledì 11 marzo 2020, durante la pandemia globale da Coronavirus, si è costituta “La setta dei poeti estinti”.

La Setta si incontrerà “virtualmente” una volta alla settimana (il venerdì alle 18.00).

Missione della Setta è la lettura di libri scelti insieme, che saranno commentati negli incontri settimanali.

Traccia di questi incontri sarà lasciata in queste pagine, redatte con uno strumento di condivisione da tutti i membri della Setta.

Ogni incontro sarà aperto e chiuso da un “re” o una “regina” che, a turno, leggeranno e commenteranno brevemente una poesia scelta all’interno della letteratura universale e chiuderanno con un consiglio all’ascolto di una canzone, spiegando il motivo della scelta.

Il primo libro, suggerito da Filostrato, è Fuochi blu di James Hillman.

 Prima seduta della “Setta dei poeti estinti”. La “regina” del giorno ha letto in traduzione (ma dalla prossima volta si leggerà anche in lingua originale quando possibile) Solleva il viso di Dylan Thomas. [Stupore, brividi]. È la sua “preghiera” perché questa notte, abitata da «nuvole del diavolo» e «nebbie dell’incubo» finisca quanto prima. Poi è iniziata la discussione su Fuochi blu di Hillman. Le quattro fanciulle (che chiameremo Neifile, Fiammetta, Elissa e Lauretta) hanno “assaggiato” il libro e deciso di continuarne la lettura. Fiammetta ha colto una suggestiva analogia tra un ricordo dell’autore (una donna che diceva di non avere più il cuore) e una scena del Castello errante di Howl. [Trascendere gli ambiti disciplinari, fare diventare questa emergenza occasione di sperimentazione di una educazione nuova che connetta, non scinda]. La “regina” Neifile, nel congedarsi, ha invitato all’ascolto di I Still Haven’t Found What I’m Looking For nella versione originale. 

Ancora una volta, come in apertura, come doveroso mai come in questo tempo, la speranza: «Felt the healing in the fingertips». Fiammetta, che sarà “regina” nel prossimo incontro, ha dato la consegna: leggere “La fantasia archetipica”. Tutti siamo rimasti colpiti da un passo del libro, attualissimo: «Poiché il sintomo conduce all’anima, c’è il rischio che, eliminando il sintomo con la cura, si elimini anche l’anima, quel qualcosa che sta appena incominciando a manifestarsi, sofferente dapprima e in cerca con urgenza di aiuto, consolazione e amore, ma che, pure, è l’anima presente nella nevrosi che tenta di farsi udire, di fare impressione alla mente, ottusa e caparbia, a quel mulo impotente che con ostinazione pretende di tirare dritto senza mai cambiare» [che quanto stiamo vivendo non venga poi semplicemente rimosso ma sia viatico all’ascolta dell’anima, un’anima non individuale ma collettiva, presente, come dice Hillman, in ogni cosa].


Con Battiato oltre Battiato

 
Franco Battiato ha accompagnato una parte importante della mia vita, fin dal 1981. Oso dire che senza la sua musica sarei una persona diversa. Bisogna onorare i maestri. Periodicamente torno alla sua vasta opera. Amo soprattutto la sua produzione che va dalla fine degli anni Settanta ai primissimi anni Novanta. 

Ritengo che l’incontro con Sgalambro, un filosofo nichilista, non sia stato positivo.

Oggi continuo a riconoscere la grandezza artistica e umana del Maestro, ma sento anche l’esigenza di andare oltre alcuni aspetti della sua visione del mondo. In particolare, mi allontana il suo impianto gnostico, con la tendenza a considerare la materia e il mondo come realtà da oltrepassare. Il percorso che sento più vicino è quello di un’etica dell’alterità, capace di valorizzare la relazione con gli altri esseri e con il mondo vivente.

Ciò non toglie che da Battiato abbia imparato molto. Ho ammirato la sua concezione dell’arte come mediazione tra cielo e terra, la sua idea di un’aristocrazia dello spirito intesa non come privilegio sociale ma come conquista interiore, frutto di un lavoro quotidiano su di sé. Ho condiviso la sua convinzione che ogni autentico cambiamento collettivo debba partire dalla crescita individuale e dalla conquista della libertà interiore. Mi hanno colpito la sua apertura alla ricerca spirituale, il suo rifiuto dei fondamentalismi, il dialogo costante tra Oriente e Occidente e la sua opposizione a ogni forma di xenofobia. In lui convivevano suggestioni provenienti dal cristianesimo mistico, dal sufismo, dalle tradizioni orientali e dall’esoterismo occidentale, fuse in una personale ricerca dell’Assoluto. Continuo a nutrirmi di queste suggestioni. Con una formula: con Battiato oltre Battiato.

La riflessione sull’amore nella sua opera mi ha consentito di capire cosa non mi soddisfacesse più.

Andando a fondo nell’analisi dei suoi testi, ho scoperto come l’eros è spesso visto come una forza ambivalente: da un lato esercita un fascino irresistibile, dall’altro rischia di trasformarsi in dipendenza, ossessione o perdita della libertà. 

Mi limito ad alcuni esempi. In Stranizza d’amuri l’amore appare come una febbre.

 In Sentimento nuevo assume i tratti della possessione; in Personal computer viene ridotto a gesto meccanico e svuotato di autenticità. In E ti vengo a cercare, invece, l’attrazione per l’altro diventa occasione per elevarsi al di sopra dei desideri immediati e orientarsi verso l’Uno. Per altro, molte di queste canzoni possono ingannare (e credo sia una scelta voluta) ad un ascolto superficiale. Il messaggio profondo, però, è sempre lo stesso: l’uomo dovrebbe cambiare l’oggetto dei suoi desideri, spostarlo dall’umano al divino, emancipandosi dall’incubo delle passioni. Non a caso, ritengo che la versione più fedele alle intenzioni dell’autore sia quella data da Giovanni Lindo Ferretti. Insomma, E ti vengo a cercare è una canzone “contro l’amore”, non un esaltazione dell’amore umano.

Ne Il mito dell’amore emerge con chiarezza la tensione che percorre gran parte della sua poetica: il desiderio di comunione e, nello stesso tempo, il timore che il legame possa limitare la libertà personale. L’innamoramento nasce da un bisogno di unità, ma è destinato a confrontarsi con la caducità dei sentimenti e con l’inevitabile esperienza della separazione. Da qui il valore attribuito alla solitudine, intesa non come chiusura ma come condizione per continuare il proprio viaggio interiore.

Sicuramente il testo più crudo dedicato all’argomento è L’animale dove l’eros viene visto come cedimento al lato animale dell’uomo.

Nell’immaginario collettivo La cura è il capolavoro del musicista catanese. Non condivido il giudizio, ma in ogni caso ci troviamo di fronte ad un pezzo straordinario, nato nel sodalizio con Sgalambro. Sicuramente le parti più poetiche del testo appartengono a Battiato. 

In questa canzone l’essere umano appare fragile, esposto alla paura, all’ipocondria, alle ossessioni, alla malinconia. A lui si rivolge una forza amorevole che promette protezione, guarigione e accompagnamento. Il dialogo può essere letto come un colloquio tra il divino e l’anima, secondo una tradizione che richiama il Cantico dei Cantici e la grande mistica. Il vagare rappresenta lo smarrimento esistenziale; i fiori bianchi evocano la purezza e il desiderio di una dimensione più alta dell’essere; il mare e il viaggio richiamano la metafora filosofica e spirituale della navigazione dell’anima. In questa prospettiva, la cura non riguarda soltanto lo spirito, ma anche il corpo, coinvolto in un processo di guarigione e di pacificazione. Dunque, non una canzone d’amore umano. 

La duplicità di Battiato nei confronti del fenomeno amoroso emerge in uno dei suoi ultimi capolavori, Tutto l’universo obbedisce all’amore, che sembra riprendere un celebre (e tragico) verso virgiliano: Omnia vincit amor. L’universo sembra obbedire a questa forza che lega ogni cosa e che nessuno riesce davvero a nascondere o a dominare. Torna l’immagine delle catene, dunque della prigionia. L’unica possibilità di salvezza, sembra suggerire il musicista, è trascendere la dimensione terrena.

Perché, dunque, con Battiato oltre Battiato? Perché in lui vedo operare quella segreta corrente gnostica presente nella cultura occidentale e che svaluta il mondo, visto come preda di forze demoniache. Come ignorare le visioni apocalittiche presenti ne L’arca di Noè o i viaggi interstellari di un’umanità alla ricerca di nuovi mondo meno corrotti? 

Ciò nonostante, sarei mai giunto alla consapevolezza di un divino comunque presente nel mondo e alla necessità di abitarlo in maniera integrale senza suggestioni giuntemi insieme a musiche che tuttora ritmano la mia esistenza e il mio lavoro di scrittore?

Post scriptum

Il romanzo in uscita non solo deve a Battiato il titolo ma è pieno di microcitazioni dalla sua opera, soprattutto nei primi capitoli, omaggio necessario a un Maestro... necessario.






sabato 13 giugno 2026

Questo Blog (a revisione finita)

 


Ho terminato la revisione del Blog.

Ho oscurato i post “politici” di scarso rilievo, legati alla mia attività di consigliere.

Ho sostituito in molti casi le immagini con prodotti di A.I.

È stato utile per me ripercorrere quasi vent’anni di scritture le più varie.

Malgrado la tentazione periodica di abbandonarlo, questo vetusto strumento conferma il suo valore. Mi permette di cogliere persistenze e mutazioni. Mi permette di avere un cantuccio per ragionare, soprattutto ora che dovrò supportare con consapevolezza la mia attività di scrittore a tempo pieno. Anzi, dovrei impormi di scrivere ogni giorno, con attenzione a quanto accade nel mio tempo, con la sguardo nuovo che è maturato in quest’ultimo anno, in cui ho scoperto che essere un uomo della e per la scuola non era la mia vocazione principale, non era il mio destino.

A proposito. La scuola è finita, grazie a Dio. Dopo la parentesi “toscana”, andrò a San Cumano.

È realistico che ci sia un periodo lungo di silenzio, in cui rigenerarmi e dedicarmi alla correzione del terzo romanzo (che dovrebbe uscire in inverno).




venerdì 12 giugno 2026

democrazia, scienza e altri luoghi di contesa (φιλοσοφία)

 

Provo a mettere, in maniera un po’ spericolata, insieme tre suggestioni apparentemente slegate:

1) La riflessione tenuta a Benevento da Cacciari con relative discussioni;

oggi;

2) La polemica sulla scienza;    

3) La manifestazione del Movimento 5 Stelle a Roma.

1. La tesi di Cacciari

Cacciari ha affermato che il paradosso della democrazia è di produrre inevitabilmente delle aristocrazie. Con questo “male necessario” bisogna convivere, non essendovi alternative alla “delega”. Io gli ho obiettato che esiste una teoria politica che prova a superare questo vicolo cieco (la Arendt, dosi massicce di “democrazia diretta o partecipata”). Nunzio Castaldi ha scritto che la politica, come vuole Cacciari è una téchne, necessaria per operare scelte. Condivide con il filosofo veneziano il “rimpianto” per i grandi partiti capaci, hegelianamente, di mediare fra istanze di “parte” e istanze “universali”. Biasima, con Cacciari, l’illusione di poter praticare la democrazia diretta, pretesa utopistica tacciata di demagogia. Tale pretesa, tra l’altro, ignorerebbe l’abissale differenza fra la Grecia del IV secolo e il mondo moderno.

A Nunzio rispondo:

1)      La ripresa della democrazia greca (mutatis mutandis) è una proposta contenuta nell’opera della maggiore pensatrice politica del Novecento, la Arendt, appunto, che Cacciari detesta e volentieri rottamerebbe. Non credo che la discepola di Jaspers ed Heidegger (inchino) sia tacciabile di “ignoranza” nella ricostruzione della cultura occidentale. In ogni caso, mi fa piacere essere in sua compagnia.

2)      Cacciari ritiene “utopica” e irrealizzabile la democrazia diretta e, dunque, guarda... al passato! Com’erano belli i partiti di massa! Ah, se tornassero i partiti di massa! Intanto ci teniamo questa immonda porcheria dei partiti liquidi... Utopia per utopia... mi tengo stretta la mia, che almeno è bella, postulando la necessità di un impegno diretto di ogni cittadino in quanto tale nella cosa pubblica. Per i dettagli rinvio ad un lettura di Che cos’è la politica della Arendt, su cui non escludo un seminario di approfondimento.

3)      Come detto anche a Cacciari, la segreta scaturigine di questo atteggiamento – e mi ricollego alla polemica con Alessio Mongillo – è Platone. In lui viene assolutizzata, contro la democrazia ateniese, la necessità di affidare la guida dello stato ai “nocchieri” più capaci.

2. Filosofia, scienza, politica

Il mio amico e collega Alessio Mongillo si è risentito per un’intervista a Naomi Klein da me postata in cui si dichiara l’incompatibilità fra sopravvivenza del pianeta e neoliberismo. Ne contesta l’approccio “superficiale” alla scienza, accusata di corresponsabilità in quanto sta accadendo. Chi leggerà l’intervista, poi il libro, vedrà che la Klein dice altro, che cioè esiste una scienza rispettosa dell’ambiente, nella tradizione di Ivan Illich. Ma Alessio, more solito, parte alla carica per rivendicare i meriti della scienza, unica forma di conoscenza della “verità” capace di risolvere i problemi planetaria. Ne è nata una fitta discussione. Le mie tesi in sintesi sono:

1)      La “scienza occidentale” non è neutrale rispetto a quanto sta accadendo ma ha gravi responsabilità.

2)      La “scienza occidentale” non è Galileo ma, per lo più, scienziati che lavorano finanziati da grandi corporation: non è neutrale rispetto ai problemi economici.

3)      L’immagine “romantica” della scienza andrebbe destrutturata attraverso una seria opera di “decolonizzazione dell’immaginario”.

4)      La “scienza occidentale”, parcellizzata, settorializzata, non è in grado di cogliere la complessità della crisi planetaria, di cui essa stessa è corresponsabile.

5)      La “scienza occidentale” non è, come crede Alessio, autonoma e antagonista rispetto alla “filosofia”, ma ne è la figlia naturale.

6)      Bisogna superare sia la “scienza occidentale” cartesiana e baconiana, con quanto di mortifero ha prodotto nei secoli, tanto la “filosofia”, che ne è la madre legittima.

7)      In ogni caso, non sarà la tecnoscienza a risolvere i problemi che in parte ha creato.

8)      È necessario una mobilitazione di tutti, senza deleghe a presunti “sapienti” (scienziati) che possano risolvere la fame nel mondo piuttosto che il problema dell’inquinamento. Sarebbe come chiamare le banche a risolvere le crisi economiche causano per la loro famelicità.

3. Una nuova politica senza deleghe, una nuova società “attiva” e consapevole

Qualche mese fa, ho maturato la decisione di entrare nel M5S in assoluta coerenza con un percorso intellettuale:

1) non credo più alla delega integrale, credo necessario rifondare la democrazia con ampie iniezioni di democrazia diretta e partecipata.

2) Credo che la salvezza della Terra-Patria passi attraverso una radicale ridefinizione del concetto stesso di (tecno)scienza. Il M5S, che spesso fa riferimento all’opera di Rifkin, mostra di esserne consapevole.

(Nota apparsa su Facebook il 12 ottobre 2014)


giovedì 11 giugno 2026

Benessere vs felicità (φιλοσοφία)

 

La miseria del nostro tempo si può cogliere da un’analisi delle pubblicità, esercizio che proporrei a scuola nel tentativo (che saprei vano) di decolonizzare l’immaginario dei miei allievi, traviati sin dalla prima infanzia.

Prendo la pubblicità della Conad.

Ci sono signore intente a fare pratica yoga, alla ricerca di un centro di gravità permanente. Sono tutte donne. È bene sottolinearlo. La guida dice di cercare l’energia, di stare bene, l’equilibrio. Il giardiniere maschio (probabile citazione inconsapevole di Oltre il giardino). Con l’aria di chi la sa lunga suggerisce alle donne di andare alla Conad. E lì vediamo la guida spirituale ben contenta di aver trovato, evidentemente, quel che trovava.

Il messaggio è sempre lo stesso di un tempo che disprezza lo spirito (o meglio mercifica anche quello, come detto in maniera sublime dal Battiato di Magic Shop). 

Tutti i bisogni umani possono essere soddisfatti da “cose” acquistabili. Attenzione: su Youtube il titolo della campagna è “La ricerca del benessere”. Il benessere è il vero dio delle nostre vite. Qualunque filosofo antico sapeva che obiettivo dell’uomo dovrebbe essere la felicità (εὐδαιμονία), che non dipende dai beni esteriori ma solo dalla nostra disposizione d’animo. Dunque, quel gruppo di donne era sulla retta vita. In un luogo dominato dalla vegetazione, un “tentatore”, un “diabolos” (separatore) invita a cercare altro “energia” ed “equilibrio”, distraendo da quella connessione con il nostro cuore sacro cui tutti siamo chiamati.

Scacciamo il giardiniere rispedendolo dai suoi padroni senza volto. 

Continuiamo a cercare dentro e non fuori di noi energie nuove ed equilibrio veri.



lunedì 8 giugno 2026

Sfigati (σχολή)

 

Non vorrei che queste parole fossero (solo) il frutto di una disillusione personale, dell’età che avanza, delle distanza che sta diventando siderale tra me e i miei allievi. Vorrei che fosse, invece, anche un’analisi lucida di trasformazioni che riguardano noi docenti e il mondo in cui operiamo.

La percezione che ho maturato negli ultimi anni è che – lo voglio dire brutalmente e senza infingimenti -, mentre noi continuiamo a percepirci “romanticamente” come figure-chiave nella crescita dei giovani, dalla maggior parte di loro siamo visti come “sfigati” e “morti di fame”, vendicativi e livorosi.

Argomento: la nostra epoca ha un unico parametro per valutare il valore, cioè il denaro. Nessuna “agenzia formativa” (e già il fatto che si definisca così la scuola significa il trionfo della ragione economica, dunque del denaro) può scalfire tale centralità. Vano appellarsi ai “valori” (torniamo alla centralità dell’economico, anche se nessuno ci pensa mai al fatto che “valori” indica gioielli et similia). Quali, d’altronde, potrebbero essere tali valori alternativi? Il trionfo della borghesia, oramai di vecchia data, ha portato in primo piano un metro di valutazione delle persone alternativo al “sangue”. Oggi le persone vengono bombardate sin dall’infanzia, persuase che con in denaro è possibile tutto, che la vita sia una guerra feroce in cui solo i migliori ce la faranno. Le famiglie si strutturano in modo da garantire ai propri rampolli un tenore di vita analogo o superiore al proprio. Paradossalmente, in tal modo la nostra è diventata una società “neofeudale”, in cui il “figlio di…” segue quasi meccanicamente le orme paterne e materne.

Noi docenti ci aggrappiamo ai pochi casi in cui “accade” misteriosamente un incontro trasformativo: le cose di cui parla spesso Recalcati nei suoi libri. Vere ma purtroppo marginali, rispetto allo standard: agli occhi di ragazzi educati al culto “religioso” (tornare sempre alle auree pagine di Benjamin) del denaro, il professore è un animaletto quasi del tutto inutile, un fastidio sulla strada del successo che sarà decretato da virtù che nulla hanno a che fare con impegno, merito, talento et cetera

Un mio allievo, nell’esternarmi i suoi dilemmi sulle scelte post-diploma, mi ha illuminato: la scelta di una facoltà umanistica lo avrebbe segnato come un paria

Non perderò tempo a spiegare perché lo considero ancora un “lavoro” gratificante. Credo, ad esempio, che poter continuare a studiare (per chi lo fa), a leggere, a formarsi, godendo di una quantità di tempo “liberato” sconosciuta alla maggior parte dei lavori, sia importante. Dico, però, a me stesso che da ora in poi ricorderò sempre che agli occhi della Gen Z io sono una “sfigato” che prende 2000 euro al mese, un “poveraccio” che deve fare i conti della serva per arrivare virtuosamente alla quarta settimana. 

Dunque, come ripete spesso e ha scritto Amerigo Ciervo, o si riparte da qui, dalla remunerazione dei docenti, o ogni riforma della scuola, come accade da circa trent’anni sarà solo un’altra picconata nel muro.

Io sono all’ultimo terzo di carriera. La vivrò di slancio, sgravatomi della zavorra di compiti burocratici e relazioni tossiche. Ma sento che il fuoco è spento, che altrove ardono fiamme creative, che non tra i banchi posso trovare terreni fertili. Continuerò a fare con scrupolo il mio lavoro. 

Senza illusioni. 


Post scriptum


Poco dopo leggo articolo.




martedì 2 giugno 2026

La gloria (opus meum)

In questi giorni comprendo bene cosa intendesse Vattimo interpretando la “volontà di potenza” di Nietzsche in relazione all’arte, vedendo nell’artista la perfetta incarnazione dell’“oltre-uomo”: nella pienezza di giornate in cui sento di essere un “creatore” (e non solo rispetto a “opere” ma anche alla vita stessa). Qual è la differenza radicale, però, che avverto rispetto a quella che mi appare, se analizzata a fondo, una pericolosa tentazione e il compimento di un’intera parabola della cultura occidentale? Il paradosso del pensatore tedesco è che, annunziando contemporaneamente il dissolvimento dell’oggetto («Non esistono fatti ma solo interpretazioni») e del soggetto (che esso stesso è da interpretare), porta a compimento – come ha insegnato la magistrale interpretazione heideggeriana – l’oscura matrice della metafisica occidentale, che oblia l’essere e vuole il dominio dell’ente. Dunque, uscendo da astruserie filosofiche, perché io sento che il mio essere “artista”, creatore, non ha nulla a che fare con la “volontà di potenza”? Perché, come ripeto agli amici che si congratulano per i riconoscimenti, io mi sento e sono solo un “medium”, un tramite. E prego ogni giorno perché tale ruolo ancillare rispetto al Signore del Canto, a Chi mi “ispira”, a Chi “detta”, sia svolto nel migliore dei modi possibili. E chiedo, in preghiera, che tutto ciò che esce “attraverso” di me sia ad maiorem Dei gloriam.

Ma sarei disonesto se non parlassi anche di un altro aspetto.

La vita è un dispositivo “ermeneutico”: interpella la nostra capacità interpretativa.

Nel mio caso, per restare all’ultimo anno: dopo la rottura con la mia Dirigente, uno dei tanti prodotti in serie sfornati dai concorsi ministeriali affinché ottemperino alle direttive, avrei potuto chiudermi nel mio livore, pensando che quanto fatto con spirito di servizio era stato vano. Invece, dopo poche settimane, le energie che profondevo nella scuola si sono riversate sulla scrittura di decine di racconti, svariati romanzi, uno dei quali uscito a dicembre, l’altro in procinto di uscire. Ho vinto da allora decine di premi in tutta Italia. Insomma, Dio ha letteralmente chiuso una porta, divenuta sempre più triste e volgare, e ha dischiuso un maestoso portone

La vita che sto vivendo da un anno ha sanato molte delle contraddizioni insolute delle vite precedenti. Quella che mi preme, però, ora provare a raccontare riguarda la “gloria”.

Se vado a ritroso nel mio Diario, pratica frequente, trovo l’assillo di raggiungere la fama sin dalla giovinezza. Io credo sempre di più che nella vita nulla sia casuale, a partire dai nostri nomi. Il mio è particolarmente impegnativo, perché ha dentro di sé la parola “vittoria” (e la parola “popolo”). Dunque, in questi mesi, quando ero in ansia per i risultati di un concorso, soprattutto quando ero, ad esempio, nella terna dei finalisti, in attesa del responso, percorso da una tensione difficilmente sostenibile, ho dovuto accettare che, sì, ci tenevo… Che in me c’è sempre stato, ben camuffato, una forma di agonismo, che la mia educazione cercava di reprimere o sublimare, mettendosi al servizio, prediligendo il lavoro di squadra, memore degli insegnamenti cristiani relativi alla umiltà.

Ora ho riconosciuto come parte di me, a partire dal nome, come “destino”, questa componente. Sono felice che essa possa realizzarsi non come ambizione di potere (o, peggio, di denaro). Sono felice che a farmi vibrare sia il sogno dell’alloro

C’è contraddizione tra quanto ho scritto nella prima parte e questo? No! Si parva licet (e qui mi rendo conto di poter sfiorare il ridicolo), in una terzina di miracolosa bellezza, scrive Dante:


O buono Appollo, a l’ultimo lavoro

fammi del tuo valor sì fatto vaso,

come dimandi a dar l’amato alloro.


Il poeta sta invocando Dio in quanto Dio del canto, della poesia, unico vero ispiratore, e chiede di diventare un “contenitore” («vaso») degno di ricevere l’alloro, la gloria poetica. Nel più grande dei nostri poeti, dunque, viene reclamato il segno esteriore della “vittoria” poetica nella consapevolezza che solo Dio è il vero autore, che chi scrive è solo “vaso”.

Che tutto ciò che scrivo possa essere viatico ad un mondo che riconcili l’umano e il divino, natura e uomo.

sabato 30 maggio 2026

Edgar Morin (𝑚ₐₑ𝑠𝑡ᵣᵢ)

Nel 2012 pubblicai il mio primo libro, oramai introvabile. Si intitolava In quieta ricerca.

Il capitolo centrale era dedicato ai “Maestri eretici”. Tra essi Edgar Morin, scomparso oggi. Un titano del pensiero.

Estrapolo alcuni passaggi di quel breve saggio.

«Edgar Morin (cognome che assume durante la Resistenza) è nato a Parigi nel 1921 da genitori ebrei sefarditi. Il suo cosmopolitismo è sicuramente riferibile a questa origine ebrea e meticcia […].

L’opera di Morin è senza dubbio il tentativo più ardito di porre le basi di un nuovo sapere che contrasti con la fondazione filosofico-scientifica della modernità cartesiana e baconiana, riattivando tradizioni diverse (non solo occidentali) e spesso marginalizzate del nostro sapere (Pascal o Montaigne, ad esempio). L’aspetto più intrigante di questo grande edificio intellettuale è la sua vocazione ad incidere sui processi reali. Per questo Morin è impegnato in sfide molto concrete: in lui la riforma del pensiero si deve tradurre in una pratica di cambiamento (l’eredità, l’unica, di Marx!) […].

La premessa di Morin è che la riforma del pensiero (e della scuola) è paradigmatica, non programmatica un’analisi del presente che utilizza la categoria della complessità contro ogni riduzionismo. In particolare bisogna prendere atto dell’inaudito passaggio d’epoca che ci apre ad una civiltà planetaria rispetto a cui la cultura appare ancora non attrezzata, una cultura che deve sempre di più rompere gli steccati verso un sapere che sia anch’esso globale, sanando prima di tutto quella “frattura fonda” tra sapere tecnoscientifico e studia humanitatis che appare un tratto distintivo della modernità.

La “testa ben fatta” significa che, «invece di accumulare il sapere è molto più importante disporre allo stesso tempo di: un’attitudine generale a porre e a trattare i problemi; principi organizzatori che permettono di collegare i saperi e di dare loro senso» […].

Urge poi un nuovo spirito scientifico, anche a seguito di quella rivoluzione scientifica novecentesca di cui non è ancora arrivata notizia alla maggior parte degli insegnanti delle nostre scuole. Una scienza necessariamente sistemica che integri ecologia, scienze della terra e cosmologia. L’uomo non può essere compreso senza il contributo delle scienze, l’uomo che è un essere naturale e sovrannaturale nello stesso tempo. Quindi, sapere “scientifico” ed “umanistico” non possono continuare a vivere nella separatezza ma devono contribuire a formare un’etica di appartenenza alla specie umana e la coscienza del carattere “matriciale” della Terra: «Tutto ciò deve concorrere anche all’abbandono del sogno demente della conquista dell’Universo e di dominio della natura formulato da Bacone, Cartesio, Buffon, Marx, e che ha animato l’avventura conquistatrice della tecnica occidentale».

Il compito principale delle “scienze umane” è insegnare che «non ci sono “leggi” della storia, ma una dialogica caotica, aleatoria, incerta». […]

La storia non è magistra! Eppure va studiata proprio perché ci insegna un’attitudine aperta e problematica, e ci responsabilizza eticamente (a differenza di qualunque teleologismo, sia esso cristiano o hegelo-marxista): imparare ad affrontare l’incertezza.

Il punto centrale della proposta è che la scuola dovrebbe essere fondata sulla trasformazione delle informazioni in conoscenza: «Letteratura, poesia e cinema devono essere considerati non solamente, né principalmente, come oggetti d’analisi grammaticale, sintattica o semiotica, ma come scuole di vita» . La rivoluzione scientifica del XX secolo ha dimostrato l’infondatezza del sogno diabolico di conoscere tutto dell’uomo moderno: abbiamo scoperto invece i limiti – invalicabili – della conoscenza, con qualche millennio di ritardo rispetto a Socrate. La vita dell’uomo si fonda sull’incertezza: «conoscere è dialogare con l’incertezza» (della storia, della natura, della psiche umana). Il nuovo sapere, coniugando il meglio dell’Occidente (e dell’Oriente) dovrebbe essere: fede incerta (meglio direi: problematica) + razionalità autocritica. […].

La “missione” (così la chiama, Deo gratias, Morin e così la chiamerò io per sempre) dell’insegnamento richiede l’eros, «che è allo stesso tempo desiderio, piacere e amore, desiderio e piacere di trasmettere amore per la conoscenza e amore per gli allievi. L’eros permette di tenere a bada il piacere legato al potere, a vantaggio del piacere legato al dono. È ciò che in primo luogo può suscitare il desiderio, il piacere e l’amore dell’allievo e dello studente. Là dove non c’è amore, non ci sono che problemi di carriera, di retribuzione, di noia per l’insegnamento».

Il sogno che la scuola potesse essere leva di trasformazione della società è meraviglioso. Ora so che è un sogno. Ma la mia gratitudine nei confronti di Morin è enorme, imperitura.

L’anno prossimo, incuneandomi negli interstizi delle riforme scolastiche, lo farò leggere e studiare ai miei alunni, soprattutto un saggio incredibile intitolato Il complesso damore (dove la bocca viene descritta come strumento delle tre azioni fondamentali dell’uomo: nutrirsi, amare, dialogare), che è anche esempio di alta letteratura.


giovedì 28 maggio 2026

La parola d'una vita nuova [AUTOBIOGRAFIA]

Bello esserci. Quando vidi il bando, solo a cose fatte capii che era promosso nella mia città. E nei fui doppiamente felice.

Ieri è stato presentato il libriccino che raccoglie racconti anonimi ispirati dalla malattia.

Il luogo amico sta diventando spazio capace di accogliere approfondimenti, discussioni, emozioni, testimonianze, tessendo insieme – la metafora è appropriata – esperienze le più diverse: il mio ideale di una “cultura” che rimane fedele al suo etimo, che è costruzione corale, partecipata, “dal basso” (e non, come accade in altri luoghi meno amici, ambizione personale, mercimonio di libri e visibilità, arroganza, maleducazione). Un elogio, dunque, ai “tessitori”, a coloro che uniscono mondi lontani e fanno scaturire da questi cortocircuiti lampi di magia, mettendoci denaro, tempo, idee. Ma donando… senso!

Per me esserci ha significato continuare a raccontare l’evento che ha deciso la mia vita, ciò che sono divenuto: la malattia e la morte di mia madre.

Ho iniziato a scrivere, in fondo, per elaborare quanto stava accadendo al me adolescente. Oggi mia madre, attraverso questo lavoro arduo, è diventata una “presenza benigna”, è dentro di me, in ciò che scrivo e cerco di fare. E sarà un personaggio trasfigurato del romanzo che sta per uscire, Il potere del canto.

Dunque, grazie a Elide e al dottore Febbraro, grazie ad Antonella e Alessandra, grazie a tutte e tutti coloro che hanno deciso di condividere la propria esperienza della malattia, dando un piccolo e prezioso “amuleto” per affrontare l’oscurità.

Il mio contributo si chiude con queste parole.

«Ora ho più o meno gli anni che aveva lei quando è volata via. E a volte mi sorprendo a specchiarmi nel suo sguardo, come se il tempo fosse un cerchio e io tornassi bambino, seduto al tavolo della cucina mentre lei mi corregge i temi.

Quando penso a lei, mi viene in mente prima di tutto il sorriso — quella curva lieve che sapeva tenere insieme la forza e la grazia.

Perché da quella fine è nato tutto.

Il mio scrivere, la mia voce, la mia fede silenziosa nella continuità delle anime.

Ogni poesia che nasce è un modo per dirle che non se n’è mai andata davvero.

E così la storia della sua malattia, che fu anche la mia, si chiude nel luogo dove tutto è cominciato: la parola.

La parola che salva, che guarisce, che tiene insieme i vivi e i morti in un unico respiro».


mercoledì 27 maggio 2026

Cambiare la scuola, cambiare il mondo (σχολή)

 
Ieri, in un luogo accogliente della città, ho partecipato ad una discussione nel contempo pacata e vibrante sulla scuola. Tanti dei presenti hanno sentito l’urgenza di testimoniare, contestare, proporre.

L’autore del libro, in maniera sempre pacata e informata, ha utilizzato la sua esperienza, prima di studente, poi di lavoratore sfruttato, infine di operatore in questo mondo – in una posizione scomoda e complessa – per articolare una serie di proposte tutte di grande intelligenza e sensibilità, debitrici della migliore pedagogia del vecchio e del nuovo secolo, quella consapevole di quanto sia decisiva la componente “di classe”.

Detto questo, io idealmente ero con chi, intervenendo (penso ad Amerigo Ciervo e a Norma Pedicini) rivendicava l’urgenza dell’azione politica.

Negli ultimi anni, mi sono reso conto che la scuola è specchio della società. Qualcuno dirà: e ci hai messo tanto? Sì, perché per anni mi sono illuso (sì, illuso) che essa potesse essere (anche) leva di trasformazione del mondo. Non è così. Quindi, come il servo inutile dell’evangelista, dobbiamo fare ciò che ci compete, cioè essere professori aperti ai bisogni profondi dei nostri allievi, “in ascolto”, senza mai esercitare il “potere”, che è uno dei segni distintivi del Maligno, la pesanteur del mondo. Nel contempo, l’unica azione veramente trasformativa del reale dobbiamo pensarla quella politica, che modifichi l’iniquità dominante. Ho scoperto con sgomento che a Milano c’è un milionario ogni 12 abitanti… Ho sperimentato con mia figlia che la selezione per entrare a Medicina è inevitabilmente di classe perché solo gli “eletti”, i benestanti, possono consentirsi i corsi di preparazione senza i quali è difficilissimo essere ammessi o superare il semestre filtro.

Però, mi scopro troppo vecchio per queste cose, troppo disilluso. Come scritto, mi resta un piccolo residuo, quella che Benjamin chiamerebbe speranza messianica, che poco ha a che fare con la politica. Il sistema (il fasciosistema lo definisce il mio amico Antonio Martone in un libro di imminente uscita) è una sfera quasi perfetta. 


 Troppi di noi sono rane bollite. Come ha detto Amerigo, siamo stati travolti, alcuni senza neanche accorgersene, alcuni abbracciando le parole del nemico (il merito, come ha ricordato Michele alla fine...).

Non tocca a noi ricostruire un percorso possibile. Possiamo solo offrire ai più giovani le nostre sconfitte, sperando che loro siano più bravi, più tenaci, più scaltri, che non ascoltino i canti delle sirene.

In ogni caso, ne scrivevo nel saggio premiato l’estate scorsa.

Ad esso, alla sua ultima parte, rinvio chi fosse curioso. Ieri ho preferito ascoltare le voci diverse, facendone comunque tesoro.

Grazie a chi rende possibili questi momenti di consapevolezza (per quanto, come nel mio caso, amara).



lunedì 25 maggio 2026

31. Memoria [𝚀𝚞𝚎𝚕 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚒]


La memoria fu depositata come atto conclusivo. Irene chiese che fosse resa pubblica senza introduzioni. Il testo alternava sezioni brevi a passaggi più estesi. Non c’erano date. Non c’erano note tecniche.

Scriveva che ciò che le era stato restituito non era vita. Diceva che l’assenza di una fine trasformava ogni gesto in una prova reversibile. Che la reversibilità toglieva peso. Che il peso era parte dell’esperienza.

Richiamava più volte Rainer Maria Rilke, come si fa con un autore che non ha bisogno di essere presentato. Citava senza ornamenti, come appunti necessari. “Essere qui è molto.”

Irene commentava con frasi lineari. Diceva che la sua esistenza non era esposta allo stesso modo. Che la sospensione tecnica rendeva ogni evento correggibile. Che la correzione sottraeva verità. Non parlava di errore. Parlava di struttura.

Scriveva che la coscienza non è un software trasferibile. Che nasce da un intreccio di corpo, ambiente, limite. Che separare il cervello dal corpo significa produrre una funzione efficiente e un soggetto diminuito.

Diceva che l’idea di potenziamento confondeva aumento e crescita. Che l’aumento è quantitativo. La crescita è situata. Che un cervello isolato può elaborare di più ma vive di meno. Che la vita non è una prestazione ottimizzata. È un equilibrio instabile che include perdita, fatica, dipendenza.

Scriveva che non esiste coscienza senza corpo. Non come affermazione metafisica. Come constatazione pratica. Che il tatto, l’odore, la stanchezza, il dolore lieve, la fame, danno misura alle cose. Che senza misura non c’è scelta. Senza scelta non c’è responsabilità.

Si rivolgeva poi ai comitati bioetici. Diceva che regolamentare non bastava. Che ogni replica dell’esperimento avrebbe prodotto la stessa sottrazione. Che nessun beneficio individuale giustificava la trasformazione strutturale dell’umano.

Scriveva che la bellezza della vita è sensoriale e finita. Che nasce dal fatto che non tutto può essere fatto. Che l’onnipotenza tecnica non è una forma superiore di libertà. È una riduzione del mondo a funzione.

Le ultime pagine erano dedicate a Riccardo. Non c’erano giustificazioni. Scriveva che l’amore per lui non era diminuito. Che proprio per questo doveva interrompersi. Che l’amore, per restare tale, ha bisogno di una fine che non sia rimandabile.

L’ultima frase era semplice. Diceva che lo aveva amato.

Infine, una poesia. Sua. La prima, l’unica.

 

Amate ciò che cade e non ritorna.

La mano che trema mentre prende forma,

il passo che rallenta senza avviso,

il corpo che domanda di fermarsi.

 

Non custodite il tempo in archivi spenti,

non fate della vita un duplicato.

Ciò che rimane sempre non è vita,

è solo durata che non sa finire.

 

Ogni respiro vale perché passa.

Ogni parola pesa perché trema.

Il senso nasce dove c’è un confine,

non dove tutto resta disponibile.

 

Lasciate che la carne abbia la sua ora,

che il sonno interrompa il desiderio,

che l’errore non possa essere tolto,

che la fine non chieda consenso.

 

Non vi è coscienza senza questo limite,

senza il calore, l’odore, la fatica,

senza la perdita che rende vero

ciò che si tiene solo per un poco.

 

Non chiamate salvezza ciò che resta

quando la morte viene rimandata.

La vita non promette continuità,

promette solo d’essere vissuta.

 

Io vi ho guardato oltre il vostro tempo

e vi restituisco ciò che so:

amate il giorno mentre vi consuma,

amate ciò che finisce. È tutto.

 

La casa in cui Irene viveva era ai margini della città. Un edificio basso. Intonaco chiaro. Un giardino lasciato crescere senza ordine. L’aveva scelta per il silenzio. Perché nessuno passava di notte. Perché poteva uscire senza essere vista.

Disattivò i collegamenti. Lasciò il corpo funzionante fino all’ultimo gesto. Portò con sé una tanica. Versò la benzina con attenzione. Non c’era fretta. Accese il fuoco all’esterno. Il corpo reagì come un corpo qualsiasi. Non c’erano protezioni. Non c’erano protocolli attivi.

Quando arrivarono, trovarono resti. La memoria era già stata inviata. Non c’erano messaggi aggiunti.

Riccardo lesse il testo da solo. Non lo commentò. Capì che Irene aveva restituito alla vita ciò che le apparteneva: un limite.

Il progetto venne sospeso. Le richieste diminuirono. I comitati smisero di cercare un compromesso. Accettarono una soglia.

Rimase la memoria. Rimase l’amore.

FINE