Scrivere di sé può essere (ed è quasi sempre) uno sfogo narcisistico. In alcuni casi, e spero che questo sia uno di quelli, è invece un modo per fare chiarezza sui passaggi che intramano la vita e per lasciare ciò che, con Dag Hammarskjöld, amo chiamare “tracce di cammino” (Vägmärken).
Il 16 ottobre presenterò il mio nuovo libro. È un romanzo, uscito a breve distanza dal primo (Euthymios), al quale seguirà a brevissimo un romanzo storico (Il viandante e il fuoco).
So bene che si tratta di un “eccesso”, dovuto a fattori non tutti dipendenti da me, e prometto moderazione per il futuro, malgrado il demone buono della scrittura si sia ormai impadronito di me e mi reclami. Dovrò imparare a distinguere la necessità soggettiva di inventare storie da quella, oggettiva, di condividerle attraverso quell’atto impegnativo che è la pubblicazione di un libro.
La presentazione si terrà in una libreria a cui sono legato, dove ho già
presentato altri libri e tenuto incontri: un luogo accogliente, amico. In
passato, per le prime presentazioni ho sempre scelto spazi ampi. Faccio un
esercizio di memoria, utile anzitutto a me, perché sono tanti gli anni che mi
separano dalla prima pubblicazione: l’allora De Simone per In quieta ricerca;
l’auditorium del De La Salle per il primo libro di versi, Per aspera; e
poi il Mulino Pacifico (Nel chiaro mondo), di nuovo il De La Salle (Pensiero
insorgente), il Teatro Comunale (Spes contra spem), Palazzo Paolo V
(Di nuvole e parole) e l’ex De Simone, oggi tornato Teatro De La Salle,
per il primo romanzo (Euthymios). Unica eccezione, Extravagantes,
presentato a Casa Naima, una piccola e valorosa libreria che oggi, purtroppo,
si è trasferita altrove. Insomma, dal 2012 al 2025, tranne una volta, ho scelto
deliberatamente luoghi di grande capienza. Quei momenti mi sembravano il
coronamento del mio lavoro. Mi percepivo come uno scrittore “di provincia”,
dentro una comunità alla quale il mio lavoro era rivolto, e volevo che quella comunità potesse esserci tutta. Lo dissi con
chiarezza nel gennaio del 2018 (che si sarebbe rivelato un annus horribilis),
presentando la mia seconda raccolta di versi in un Mulino Pacifico assai
diverso da quello attuale: rivendicai allora la mia dimensione “provinciale”,
il piacere di parlare a volti amici, ciascuno legato a un pezzo della mia
biografia.
Perché questa premessa così lunga e apparentemente contorta? Perché
nell’ultimo anno e mezzo è cambiato tutto. Come ho scritto altrove, la fine
della centralità della scuola nella mia vita ha dischiuso orizzonti di pratiche
e di senso che non avrei mai immaginato. Non solo mi sono immerso nella
scrittura (per altro, la scrittura narrativa pochissimo praticata fino ad allora) in un modo per me impensabile, ma al tempo stesso ho sentito il
bisogno di andare oltre il territorio nel quale continuo a sentirmi
profondamente radicato. Per questo mi sono messo alla ricerca di editori che
potessero garantire ai miei libri una circolazione più ampia (serbando però
imperitura gratitudine a chi mi ha accompagnato dal 2012 al 2024). Per questo
ho cominciato a partecipare sistematicamente a decine di concorsi letterari, con risultati sicuramente insperati.
Che cosa c’entra tutto questo con la presentazione di ottobre? Sto cercando di spiegare come, insieme al mio sguardo sul mondo e al rapporto quotidiano con la scrittura, sia cambiato anche il senso delle mie apparizioni in pubblico. Aggiungo che ad aprile, nella lezione su Illich tenuta per la Società Filosofica Italiana, ho annunciato che sarebbe stato per molto tempo il mio ultimo intervento di quel genere.
Dunque sarò felicissimo e grato di incontrare
gli amici, come in passato, e di parlare con loro del mio libro. Ma non sarà
più un “compimento”. Il libro dovrà cercare altri lettori, a me sconosciuti,
oltre gli amati confini della mia terra: dovrà essere un messaggio nella
bottiglia, non più il sigillo di un patto con una comunità. So che a molti potrà
sembrare un’ambizione mal riposta, e probabilmente destinata a grami risultati.
Ma sento, nonostante l’età non più giovane, di doverci provare lo stesso. E, si
badi, non perché la dimensione in cui mi sono mosso per tanti anni mi stia
stretta, ma perché credo di poter crescere nella scrittura solo accettando il
confronto con realtà non “amiche”.
Mi piacerebbe però, in quella che per me è una grande sfida (perché
mettersi in gioco alle soglie dei sessant’anni, rischiando lo scacco, non è
semplice), sentire il sostegno di quella che continuo a percepire come la mia
comunità, alla quale ho dedicato quasi trent’anni di impegno culturale, civile
e politico, con passione e slancio. In una poesia della fine degli anni
Novanta, rimasta per sempre incompiuta, scrivevo rivolgendomi alla città:
Amo le tue pianure coltivate a tabacco,
l’erba medica, le spighe di grano,
la voce delle strade accoglienti...
Versi interessanti, peraltro, anche dal punto di vista sociologico ed economico: il tabacco è sparito dai campi (ed è un bene, anche se il profumo delle foglie essiccate vorrei ritrovarlo nell’aldilà…) e le strade sono diventate sempre meno accoglienti. Ma, insomma, io amo questa città, pur conoscendone tutti i limiti. So che mia figlia vivrà altrove, so che il mio retaggio qui finirà con me. Non fa niente. Non potrei vivere in nessun’altra parte del mondo.
Dunque guarderò i volti amici, parlerò del mio libro, continuerò a
scrivere messaggi e a lanciare bottiglie in un mare più vasto.







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