Marco
aveva diciannove anni e non si fidava più di niente.
Camminava
come chi ha già visto troppo, anche se la vita, in fondo, non gli aveva ancora
mostrato niente. Si svegliava presto, spesso prima della sveglia, con la
sensazione che il giorno fosse un esperimento già fallito. Ma si alzava lo
stesso. Lavava la faccia, si vestiva, beveva il caffè in piedi. Poi usciva. Non
per fare qualcosa. Solo per non restare.
Le
strade della città gli erano diventate familiari senza mai essergli amiche. I
marciapiedi consumati, le edicole che aprivano a fatica, i tram ancora
semivuoti: tutto aveva un che di stanco, come se anche il mondo, in qualche
modo, si trascinasse. Camminava piano, con le mani in tasca, osservando la vita
da dietro un vetro appannato. Non cercava niente. Non aspettava nessuno.
Non
aveva smesso di pensare, ma aveva smesso di credere nei pensieri.
Erano
diventati un brusio di fondo, una radiolina accesa in una stanza vuota. Li
scriveva ancora, talvolta, su un quaderno nero con l’elastico: frasi brevi,
schegge, note mentali. Non cercava più uno stile. Non cercava lettori. Scriveva
come un medico annota i sintomi, come un sopravvissuto incide sul muro i giorni
passati. Ogni pagina era un sismografo muto: registrava scosse interiori che
nessuno, fuori, avrebbe mai percepito.
“Non
sento nulla,” scrisse una volta. “Ma so che sentirei, se solo mi fosse concesso
un gesto gratuito.”
Rilesse
quella frase molte volte. La sottolineò. Poi ci fece un cerchio attorno, come
si fa con qualcosa che potrebbe diventare importante, ma non si sa ancora
perché.
Un
gesto gratuito. Una carezza non chiesta. Una parola vera detta senza ritorno.
Un bacio non per possedere, ma per dare forma a un dolore. Forse era questo che
intendeva. Forse non lo sapeva nemmeno lui.
Era
diventato bravo a non aspettarsi nulla. A non chiedere. A non esporsi. Aveva
imparato che il cuore si spezza più spesso per le attese che per le perdite.
Così non aspettava più. E quando qualcuno lo guardava, abbassava gli occhi.
Quando qualcuno parlava, ascoltava, ma si teneva al margine. E quando camminava
con altri, lasciava che scegliessero la strada, purché non fosse la sua.
Certe
sere tornava nella stanza dell’affitto con i muri spogli e l’odore persistente
di muffa. Si toglieva le scarpe lentamente, con gesti misurati, come se
togliersi quel peso potesse alleggerirgli anche il cuore. Poi restava seduto
sul letto, in silenzio, a guardare la finestra chiusa. Aveva imparato a vivere
così: in superficie. Senza tagli netti, senza salti. Solo una lunga, lenta,
opaca resistenza.
Il
gesto gratuito non arrivava. Ma ogni tanto, senza che lo sapesse, una poesia lo
toccava. Un verso di Rilke, la cadenza di una frase di Pavese, una vecchia
canzone alla radio. E allora si scopriva a piangere, senza rabbia. Come se il
corpo, per un attimo, ricordasse quello che la mente aveva disimparato.
Era
ancora vivo. Anche se aveva smesso di crederci.
All’università
Marco studiava Lettere.
Non
con entusiasmo, ma con una specie di devozione stanca. Leggeva molto, annotava
con ordine, prendeva la parola solo quando costretto. Non sgomitava per dire la
sua, non alzava la voce nei seminari, non si sedeva mai in prima fila. Aveva
scelto quella facoltà come si sceglie un rifugio: non per vocazione ma per
esclusione, come si entra in chiesa in un giorno di pioggia.
La
letteratura lo rassicurava. Era il solo linguaggio che ancora non lo tradiva. I
personaggi dei romanzi soffrivano come lui, ma avevano dignità. I poeti avevano
attraversato il vuoto senza riderci sopra. E anche se non riusciva più a
credere davvero in nulla, almeno lì, tra le pagine, il dolore aveva ancora una
forma. E la forma, a volte, consola più della speranza.












