mercoledì 8 aprile 2026

10. Disincanto (🆅🅸🆃🅴 🅰 🆂🅲🆄🅾🅻🅰)

 


La collega si fermò sulla soglia dell’aula 3B senza entrare. Con tono piano gli disse che era schizofrenico. Non come offesa, come diagnosi. Aveva assistito a un suo intervento al museo, dove aveva parlato di Eros, di paideia, di educazione come mancanza che genera desiderio. Poi lo vedeva a scuola, impegnato nella stesura del Piano dell’Offerta Formativa, nel linguaggio delle competenze, nell’adeguamento agli standard. Due registri inconciliabili. Gli chiese se non vedesse la frattura.

Lui la vedeva. La viveva da tempo. Di notte pensava e scriveva una scuola fondata sul desiderio, di giorno lavorava dentro un sistema ordinato, procedurale, senza attrito. Indicò una griglia di valutazione: un dispositivo per colmare vuoti di senso. Non si difese. Disse che cercava una terza via, usando quegli strumenti per formare “teste ben fatte”, secondo l’idea della complessità. Avvertì però che quella risposta copriva qualcosa. Non era una menzogna costruita, piuttosto un’illusione che si sosteneva da sola. La collega liquidò Morin come un illuso e se ne andò, lasciando la questione aperta.

In classe sospese il programma. Provò a riaprire uno spazio: Socrate come figura che non trasmette contenuti, ma apre una faglia da cui nasce il desiderio. Parlò dell’utilità dell’inutile, della matematica come ordine ideale, della lingua come incontro con l’altro, del greco come distanza dal presente. Gli studenti reagirono in modo incerto, tra attenzione e stanchezza. Tentò di allineare prassi e idee, anche nei collegi docenti, dove le sue parole cadevano nel silenzio. Capiva sempre più che il cambiamento non nasce da sforzi individuali, richiede una consapevolezza condivisa e pratiche nuove costruite insieme.

Gli anni passarono senza svolte. Arrivò un disincanto lento. Davanti al registro elettronico, tra voti e assenze, si scoprì svuotato. Uno studente, soprannominato “Vite storta”, gli fece notare la stanchezza. Lui rispose che la vecchiaia comincia dal disincanto. Confessò di aver creduto che riformare i saperi potesse incidere sulla società. Intanto la scuola era diventata un’azienda, guidata da un automatismo che richiede esecutori.

Riprese un libro sull’educazione del cuore e osservò che la scuola preferisce rifugiarsi nell’oggettività dei voti per evitare il confronto con le soggettività degli studenti. Alla domanda se la scuola avesse fallito, rispose che diventa un sepolcro quando non è vita vivente. Firmò il registro. Rimase con una speranza ridotta a preghiera: continuare ad attendere l’inatteso, lavorando con i giovani affidati al caso, immaginando una scuola futura come utopia senza luogo, ormai fragile, quasi disperata


martedì 7 aprile 2026

Dopo... I

 


Mi capita spesso, soprattutto nei giorni cupi e luttuosi come questo, di immaginare i luoghi della mia vita come saranno in un mondo in cui l'uomo sarà scomparso.

9. Certe notti (🆅🅸🆃🅴 🅰 🆂🅲🆄🅾🅻🅰)

 


Durante il viaggio d’istruzione in Grecia, la classe visse una sera che cambiò il tono dell’intera esperienza. Era la terza notte. L’albergo era quieto solo in apparenza, mentre tra alcuni studenti covava da tempo una tensione irrisolta.

Marco, agitato, propose a Davide: «La invitiamo qui. Le parlo. Le chiedo scusa».

Davide annuì: «Ok. Ma viene con Giulia».

Quando Francesca e Giulia bussarono, l’atmosfera era già tesa. Marco cercò di iniziare: parole incerte, frasi interrotte. Francesca lo incalzò subito:

«Allora? Che volevi dirmi?»

«Volevo chiarire… non volevo offenderti».

«Hai detto a tutti che io sono una…»

«Non è vero!»

«Hai lasciato intendere. È lo stesso».

La voce di lei si alzò, quella di lui tremò. Giulia provò a intervenire, senza riuscire a tenere insieme il confronto. A quel punto Davide si fece avanti:

«Aspettate. Prima che andiate via, sentite anche me».

Si avvicinò alla porta e la chiuse a chiave.

Francesca si immobilizzò. «Ma sei fuori? Apri subito!»

«Stai tranquilla. Nessuno ti fa niente. Se uscite adesso non chiarite mai più».


Fu in quel momento che tutto cambiò. Francesca non rispose più con rabbia, ma con paura. Cominciò a urlare, a colpire la porta. «Apri! Apri subito!» Il grido si propagò nel corridoio, richiamando studenti e docenti.


Quando la porta si aprì, la ragazza uscì tremando, quasi crollando tra le braccia della professoressa.


La notte si trasformò in una lunga sequenza di colloqui. Marco fu il primo a cedere. Seduto, con lo sguardo basso, disse: «Io… non volevo arrivare a questo. Volevo solo parlare».

«Ma hai accettato che la porta venisse chiusa», gli fece notare la docente.

Marco esitò, poi si incrinò: «Ho avuto paura. Non sapevo che fare. Mio padre dice sempre che non bisogna mostrarsi deboli… che un uomo deve farsi rispettare. Io non sono così. Io voglio solo… respirare».


Più tardi, davanti a Francesca, si inginocchiò: «Scusa».

Lei lo guardò a lungo, poi disse piano: «Non voglio vendetta. Voglio solo che nessuno mi impedisca di uscire da una stanza».


Diverso fu l’incontro con Davide. Restò seduto, le braccia incrociate.

«Volevo che chiarissero. Tutto qui», disse.

«Hai tolto a qualcuno la libertà di uscire», rispose la professoressa.

Lui scrollò le spalle: «Non ho fatto male a nessuno».

«Sai chiedere scusa?»

Silenzio. Poi un sorriso breve, chiuso. «Non ne vedo il motivo».

Attorno a loro, la classe attraversava la notte in modi diversi: paura, nervosismo, risate vuote. I docenti vegliavano, passando di stanza in stanza, cercando di contenere qualcosa che andava oltre l’episodio.

La mattina dopo, a colazione, il silenzio era compatto. Francesca restava immobile, lo sguardo fisso. Marco non alzava la testa. Giulia tracciava linee su un tovagliolino. Davide passava tra i tavoli con passo sicuro, senza trovare più sguardi.

Il viaggio proseguì, ma con un ritmo diverso. Le parole si fecero più caute, le risate meno spontanee. Quella notte rimase sospesa tra tutti, come una soglia attraversata senza sapere ancora cosa significasse davvero.

lunedì 6 aprile 2026

8. Bandiera rossa (🆅🅸🆃🅴 🅰 🆂🅲🆄🅾🅻🅰)

 


Dicembre era sempre stato per Miriam un mese ambiguo. Gli altri lo attendevano con l’euforia del Natale, delle luci, delle vacanze. Lei lo viveva come un accumulo di rumore: voci, abbracci convenzionali, retorica. Un’unica eccezione: la cogestione.

Quel tempo sospeso, in cui gli studenti prendevano parola, la attirava. Non per la confusione, che le risultava insopportabile, quanto per la possibilità di proporre contenuti, idee, passioni. Per pochi giorni la scuola sembrava aprirsi, lasciare spazio a ciò che di solito restava ai margini.

Il liceo cambiava volto. Aule trasformate in cinema, radio improvvisate, tornei, laboratori, letture. Odori mescolati nei corridoi. I professori in disparte, tra caffè e vigilanza formale. Miriam osservava con una distanza vigile. Felpa nera, scritta sbiadita, capelli raccolti senza cura. Il corpo ancora incerto, lo sguardo già fermo.

Aveva proposto un corso: Breve storia del comunismo reale.

Nella descrizione aveva scritto «un viaggio appassionato». Non critico, non neutro. Per lei la storia esigeva coinvolgimento.

Preparò tutto con rigore: cronologie, citazioni, immagini, dispense. Dalla Russia zarista ai gulag, passando per rivoluzioni, esperimenti sociali, fallimenti. Accanto alla violenza, i tentativi di costruire comunità: scuole popolari, circoli, radio. Portò anche una bandiera rossa del nonno, cucita nel dopoguerra. Non come oggetto nostalgico, piuttosto come continuità.

Il 20 dicembre arrivò. Freddo limpido. Miriam si svegliò presto, si vestì con una cura insolita. In aula sistemò tutto: libri, bandiera, titolo alla lavagna — Rivoluzione e disincanto.

Alle nove c’erano pochi studenti, quasi tutti del primo anno. Distratti, stanchi, altrove. Una domanda:

«È obbligatorio restare?»

Rispose di no. Iniziò.

Provò a costruire un racconto: contesto, figure, tensioni. Cercò uno scambio. Non accadde. Qualcuno rideva, qualcuno uscì, qualcuno attendeva altro. Quando lesse una lettera di Rosa Luxemburg, la voce si incrinò. Non trovava ascolto. Non opposizione, neppure rifiuto. Solo assenza.

Alla fine, una frase: «Sono qui perché gli altri corsi erano pieni.»

Capì. Non inutilità, piuttosto scarto. Come un discorso fuori luogo. Concluse in fretta. Raccolse i materiali, ripiegò la bandiera con lentezza.

Accese il computer. Aprì il registro elettronico. Scorse fino a «Richiesta ritiro scolastico». Il modulo apparve.

Motivazione.

Scrisse: «Non c’è spazio per me.»

Dentro quella frase stavano anni: tentativi di parola non raccolti, silenzi interpretati male, passione percepita come eccentricità. Aveva creduto che lo studio bastasse, che la cura nel preparare fosse riconosciuta, che la serietà trovasse risposta. Quel giorno vide una sproporzione: tra ciò che sentiva e ciò che veniva accolto.

La scuola le apparve come un luogo incapace di ascolto. Non ostile, piuttosto indifferente. Una sequenza di mancanze minime, ripetute.

Restò a guardare il cursore lampeggiare. Non inviò.

Si alzò, si osservò allo specchio. Non si vide inadeguata. Si vide stanca, presente.

Pensò che la questione non fosse solo personale. Forse non era lei a non trovare spazio. Forse era l’istituzione a non riuscire più a essere luogo.

Chiuse il registro. Aprì un file.

Titolo: «Atto di ritiro da un sistema che non mi vuole.»

Scrisse poche righe: non una resa, una presa di posizione. Non accettava l’invisibilità. Le idee, anche senza pubblico, restavano valide. Continuava a considerarle semi.

Stampò il foglio, lo piegò, lo mise nello zaino.

Il giorno dopo lo lasciò sulla cattedra della vicepreside. Uscì senza voltarsi.

Nello zaino, la bandiera del nonno.

E una frase appuntata: «Chi lotta può perdere. Chi non lotta ha già perso.»


domenica 5 aprile 2026

7. Amor vincit omnia (🆅🅸🆃🅴 🅰 🆂🅲🆄🅾🅻🅰)

 


Il professor Guido Faggioli, sessantunenne, aveva costruito la propria vita nella filosofia, intesa come forma di esistenza prima che come disciplina accademica. Dopo decenni di studio, in particolare su Spinoza, Kant e gli stoici, aveva trovato in Schopenhauer il suo riferimento più profondo, al quale aveva dedicato un saggio e lunghi anni di riflessione solitaria. La sua esistenza si era sviluppata secondo un ordine razionale: una famiglia stabile, una carriera rispettata in un liceo classico, una reputazione fondata su rigore e coerenza. Era una figura stimata, distante da ogni ricerca di consenso, interprete di un equilibrio costruito sul controllo delle passioni.

Questo assetto si incrinò con l’arrivo di Serena Zampieri, supplente di latino e greco. La sua presenza colpì subito Guido per l’intensità e la cura con cui si offriva allo sguardo altrui. Ogni dettaglio — abiti, trucco, gesti — appariva come costruzione consapevole di visibilità. Non si trattava di una bellezza canonica ma di una forza di attrazione legata alla padronanza della propria immagine. Guido la osservò inizialmente con distacco, quasi come un fenomeno da interpretare; poi l’attenzione divenne costante, fino a trasformarsi in una tensione che non riusciva più a nominare.

In lui riemerse il desiderio, non come impulso giovanile ma come perturbazione fuori tempo. Il corpo reagì, lo sguardo cercò, il pensiero si orientò verso di lei con insistenza. Questa riattivazione lo destabilizzò, perché contraddiceva l’immagine che aveva costruito di sé: quella di un uomo oltre le illusioni dell’eros. Cominciò a curare il proprio aspetto, a osservarsi con severità, a percepire con lucidità il segno del tempo sul proprio corpo.

La tensione si tradusse presto in scrittura. Prima appunti brevi, poi lettere sempre più elaborate, nelle quali il linguaggio filosofico si intrecciava con una confessione emotiva. Guido cercò di mantenere una forma elevata, una misura stilistica che contenesse l’eccesso. La scrittura divenne lo spazio in cui il desiderio trovò espressione e giustificazione. A un certo punto, la soglia si ruppe: compose versi, li raccolse in un testo dattiloscritto e li lasciò in un luogo accessibile.

Il gesto rese pubblica una passione che fino a quel momento era rimasta filtrata dalla parola. Una studentessa trovò una bozza e la diffuse; nel giro di poco tempo Guido divenne oggetto di ironie e pettegolezzi. I colleghi presero le distanze, la dirigente lo convocò, la sua autorevolezza si incrinò. Anche la vita familiare ne fu colpita: il silenzio sostituì ogni forma di confronto.

Serena intervenne una sola volta. Gli parlò con chiarezza, riconoscendo l’intensità delle sue parole ma rifiutando il ruolo che lui le aveva attribuito. Disse di non voler essere né simbolo né salvezza, e di non accettare di essere trasformata in una figura funzionale al suo smarrimento. Le sue parole segnarono una separazione netta tra la realtà e la costruzione immaginaria di Guido.

Rimasto solo, il professore tornò ai propri studi e ritrovò una frase di Schopenhauer sull’inganno dell’amore come espressione della volontà della specie. A margine annotò una domanda che incrinava la teoria: «Ma cosa accade quando la specie ha finito con me? E io amo ancora?».

Nei mesi successivi chiese il pensionamento anticipato. Ridusse progressivamente i contatti, uscì sempre meno, limitandosi a passeggiate serali. La sua figura si ritirò dal contesto sociale, lasciando intravedere il paradosso di un pensiero che, nel momento della prova, non era riuscito a contenere la forza dell’esperienza.


sabato 4 aprile 2026

La morte di Yeshua (Εὐθύμιος)

 


Mi accasciai sotto la croce, guardato con disprezzo dai soldati, che mi lasciarono fare e dai pochi curiosi che erano saliti sul colle. Non c’era nessuno dei suoi discepoli. Compresi che questo momento avevo sognato a Kos tanti anni prima, che questa era la croce cui ero destinato. 

Yeshua aveva la testa appoggiata sulla spalla, stordito dal dolore e della cicuta. Ma ad un certo punto riuscì a gridare:

«Venga il tuo Regno».

Dopo mezz’ora spirò, mentre gli altri due disgraziati rimasero ad agonizzare per ore aspettando la morte per asfissia. 

Quando sentii che non respirava più ebbi il coraggio di guardare. Mi accorsi che sulla cima del palo c’era la tavoletta con il crimine di cui si era macchiato: «Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum». La prima riga era quella del potere, del dominio. Per questo nella lingua dei vessatori. Affinché però tutti capissero c’era anche la traduzione nella mia lingua, che era quella di tutto il Mediterraneo oramai da secoli, compresa da funzionari amministrativi locali, stranieri e pellegrini, mercanti. Infine, perché non ci fossero dubbi, l’accusa era formulata nella lingua giudaica. Perché nessuno potesse dire di non sapere di quale crimine si fosse macchiato lo sventurato. Dunque, Yeshua veniva crocefisso perché ribelle al potere imperiale, essendosi proclamato “re dei Iudaei”. 


6. Occupazione (🆅🅸🆃🅴 🅰 🆂🅲🆄🅾🅻🅰)

 


Tutto ebbe inizio con un’assemblea di novembre. Fu una di quelle convocazioni urgenti, segnate dal solito ordine del giorno generico, che all’inizio parve solo la replica stanca di un copione già scritto. Eppure, tra il freddo dei termosifoni che arrancavano e il disagio per una palestra chiusa da anni, qualcosa di profondo era cambiato nell’aria. Non fu solo una questione di logistica o di circolari burocratiche; fu il rifiuto collettivo di sentirsi ospiti in un luogo che avrebbero dovuto abitare. Quando Sara pronunciò quella frase — "Siamo stanchi di fingere che basti sopportare" — la discussione smise di essere un rito e divenne una scelta.

Per tre giorni si susseguirono scontri verbali, dubbi e riflessioni. C’era chi temeva l’isolamento e chi invocava un gesto radicale per svegliare un corpo docente ormai rassegnato. La decisione finale maturò la sera del quinto giorno, sotto una pioggia battente e le luci tremolanti dei distributori automatici. Non ci furono applausi né urla, ma solo un accordo segreto e solenne tra una ventina di ragazzi. In quel silenzio carico di aspettativa, l’occupazione ebbe inizio.

I primi giorni trasformarono l’istituto in un organismo vibrante e inedito. Un lucchetto alla ferramenta e un lenzuolo bianco sancirono la nascita della "scuola come bene comune". All'interno, il grigiore ministeriale fu travolto da un’agitazione gioiosa: le aule di scienze divennero cineforum, quelle di matematica spazi di poesia e i laboratori linguistici si trasformarono in radio libere. Si discussero temi universali — dalla geopolitica agli algoritmi — e perfino i più timidi trovarono il coraggio di leggere i propri versi davanti a un silenzio rispettoso. Fu un momento di vita autentica, nonostante il disprezzo di molti professori e le minacce legali del preside.

Tuttavia, con il passare delle notti, la resistenza fisica iniziò a cedere. Il numero degli occupanti si assottigliò drasticamente finché, nel cuore di una notte gelida, rimasero solo in tre: Elia, che sognava di filmare i sogni interrotti; Rami, che disegnava la scuola come una bestia stanca; e Sara, che scriveva per provare a scaldare un mondo ibernato. Fu in quel momento di massima solitudine che l’utopia si spezzò brutalmente.

L’irruzione non ebbe nulla di politico. Quattro uomini incappucciati forzarono l’ingresso e, con una violenza cieca e metodica, iniziarono a devastare ogni cosa. Non cercarono il confronto, ma il danno: spaccarono i server, rubarono i computer e presero a calci la fragile bellezza che i ragazzi avevano costruito. In dieci minuti di puro terrore, Elia fu colpito, Rami umiliato e Sara costretta a nascondersi, mentre il sogno di una scuola "liberata" andava in frantumi insieme alle vetrate.

Il mattino seguente, l’istituzione riprese il controllo con la violenza della retorica. Il preside, davanti ai giornalisti, parlò di "devastazione" e di "illegalità", riducendo l’intera esperienza a un fallimento criminale. La narrazione ufficiale cancellò i corsi di pensiero critico e le chitarre, sostituendoli con termini come "sicurezza" e "ripristino dei danni". Nessuno degli adulti si fermò ad ascoltare ciò che era realmente accaduto in quei giorni.

Le conseguenze umane furono indelebili. Elia non tornò più in classe, sentendosi violato nell'anima; Rami smise di disegnare e si chiuse in un silenzio volto alla pura sopravvivenza. Solo Sara trovò la forza di un’ultima sfida. Durante un’assemblea finale, lesse un testo che rimase come un testamento: rivendicò che non erano stati ingenui, ma vivi, e che i veri mostri non facevano parte dei loro sogni, ma erano entrati dopo, a luci spente, per riportare l'ordine del vuoto.

venerdì 3 aprile 2026

05. Ambizione (🆅🅸🆃🅴 🅰 🆂🅲🆄🅾🅻🅰)

 


Silvia Moretti, insegnante di scienze, viveva la scuola come un territorio da conquistare. Ogni mattina arrivava per prima, impeccabile, trasformando la puntualità in una forma di affermazione. Nei corridoi vuoti il suo passo risuonava come un segnale: presenza, controllo, dominio. All’esterno appariva una donna ordinata, affidabile, sostenuta da un matrimonio tranquillo con un avvocato gentile e discreto, più figura decorativa che compagno reale.

Dentro, però, cresceva un’ambizione insistente. Non desiderava solo avanzare di ruolo: voleva essere riconosciuta, temuta, necessaria. Insegnava con rigore, spingendo gli studenti a eccellere, usando i loro risultati come prova del proprio valore. Ogni mancato riconoscimento diventava una ferita. Il concorso per dirigente rappresentava un limite che non riusciva ad attraversare: l’inglese e l’informatica la esponevano a una fragilità che non poteva accettare. Costruì allora una giustificazione: meglio restare tra gli studenti, lontana dalla burocrazia. Una difesa lucida, che nascondeva un senso di inadeguatezza.

Tentò la via della collaborazione con i dirigenti, offrendo disponibilità totale. Anche lì fallì. Ogni esclusione si accumulava, trasformando la frustrazione in rancore. Non poteva mostrarlo apertamente. La sua immagine lo impediva. Così la tensione trovò un’altra strada.

Cominciò a scrivere lettere anonime.

Era un’attività notturna, metodica. Attendeva che il marito dormisse, poi si chiudeva nello studio. Usava una stampante mai collegata a internet, carta anonima, guanti. Variava caratteri, spaziature, lessico. Evitava parole riconoscibili, introduceva errori controllati. Ogni dettaglio era pensato per cancellare tracce.

Le lettere contenevano accuse insinuate, mai dirette: relazioni improprie, favoritismi, comportamenti ambigui. Colpiva dirigenti e colleghi che avevano ottenuto incarichi. Inseriva particolari verosimili, costruiva sospetti difficili da smentire. Firmava come genitore o docente interno. Inviava anche ad altre scuole, mirando alla reputazione pubblica. Era convinta di ristabilire un equilibrio.

Il clima nella scuola cambiò. Diffidenza, allusioni, tensione. Un docente, il professor Lupi, decise di intervenire. Si rivolse a un investigatore. L’indagine fu lenta. Un refuso ricorrente collegò le lettere a documenti di Silvia. Poi una busta smarrita rivelò un’impronta parziale. Infine, un capello rimasto incastrato nella chiusura fornì la prova decisiva.

Il dossier fu consegnato alle autorità. Messa di fronte alle evidenze, Silvia cedette. La scuola si costituì parte civile. Il processo evidenziò la sistematicità dell’azione. La condanna fu severa sul piano economico e morale.

Durante le udienze, il suo equilibrio si incrinò. Confuse il giudice con un preside, parlò di riunioni inesistenti. Il marito comprese allora di non aver mai visto davvero quella parte di lei. Anche i figli, tornati per assistere, la trovarono irriconoscibile.

Le perizie parlarono di una struttura delirante a sfondo persecutorio, aggravata dalla frustrazione. Fu riconosciuta colpevole, con capacità ridotta, e destinata a una struttura psichiatrica.

Lì, nessuno conosce la sua storia. Si fa chiamare Direttrice. Cammina nei corridoi con una penna rossa, annota nomi, corregge errori che solo lei vede.


giovedì 2 aprile 2026

4. Giorno a scuola (🆅🅸🆃🅴 🅰 🆂🅲🆄🅾🅻🅰)

 


Un grido metallico fende il sonno, non melodia, ma lama conficcata nel tepore delle coperte, squarciando l'ombra anche nelle mattine più ostili. Affondo nel cuscino, vana diga contro l'onda inesorabile del giorno che sorge. Il soffitto, un occhio bianco e vacuo, mi fissa. Devo. Alzarsi.

Restare prigioniera delle mura di casa? Impensabile. Sarebbe perdere frammenti di vita: una parola inattesa, un'illuminazione, un sorriso complice, il silenzio di un conforto, una direzione preziosa. O, peggio, l'ultima, decisiva spiegazione che condannerebbe a un naufragio solitario tra le pagine. Perché mai rifiutare il viaggio, se c'è chi ti accompagna nella conoscenza?

E poi… le mie amiche, fiumi in piena di storie, attendono la fine del racconto di ieri. Chissà quali segreti custodisce ancora la notte. E i miei professori… Loro sanno che sarò lì. 

In macchina, l'ansia si contrae nello stomaco. La mente può essere domata, ma il corpo, nel suo tremore, no. 

Ansimando, varco la soglia. La lezione, ovviamente, non è ancora un suono. I compagni, vortici d'energia, prima di sedimentarsi ai banchi. Le amiche, una provvidenziale fatalità, già lì, vibranti, la loro corsa di parole si arresta in un abbraccio. Il rito quotidiano, l'inizio. Il mio banco, in ultima fila, una fortezza davanti alla porta. Mi siedo, un rifugio nella familiarità. A volte rannicchiata, altre distesa, nella mia comfort zone. Il mio carattere, quieto, non disperde energie. Le conservo, una mania quasi, per ogni singola parola della lezione. Poi, il professore.

Un silenzio compatto avvolge la classe. Libri, astucci, quaderni. Tutti in attesa del proprio nome all'appello. Tutto così… normale! Normale. Con una lucidità disarmante, mi sento fortunata a vivere questa normalità. Siamo talmente privilegiati da permetterci il lusso di disprezzarla, a volte, la nostra quotidianità. 

Finalmente, la campanella della ricreazione. Non una sorpresa: dalla terza ora, ogni minuto un conto alla rovescia, la classe già un fremito. Ma i minuti della ricreazione sono ali, impercettibili, sempre troppo pochi. 

Tutto sembra un flusso, finché non realizzo: un'ora all'interrogazione. Guardo la compagna di banco, compagna di ogni interrogazione, e vedo il suo stesso sgomento. Il patto di inizio anno: tutte le interrogazioni, salvo interventi divini, lo stesso giorno, alla stessa ora, mano nella mano… o quasi. 

Insieme, attendiamo il nostro turno. È qui che l'ansia morde, forse il momento più atroce. Il cuore, un tamburo impazzito, il respiro un filo, le gambe tremano, il piede un battito ossessivo. 

So di sapere, ho studiato, ripetuto, potrei credere di sapere tutto, ma il vero dubbio è: riuscirò a dimostrarlo? Perché io spero, in quel momento, di esporre alla perfezione, di collegare gli argomenti, di ricordare e introdurre l'approfondimento del giorno prima. Mia madre spesso dice: l'ottimo è nemico del buono. Le amiche: sii meno dura con te stessa. 

Finalmente, il mio turno. L'ansia si dissolve nel momento esatto in cui la prima frase esce dalle labbra. Tutto passato. Sono a bordo di un treno, appena partito. Il professore, il macchinista. Mi guarda, mi ascolta. 

La mia parte preferita è scorgere l'espressione sui loro volti. Mi è capitato, specialmente con la professoressa d'italiano, solitamente pacata, senza giudizi, di intravedere l'accenno di un sorriso compiaciuto mentre parlo. In quel momento, sono al settimo cielo. 

A volte, nel tumulto interiore della mia quotidianità, un'inquietudine sottile si insinua: le mie emozioni, i miei "problemi" che così profondamente mi turbano o mi innalzano in un'estasi effimera, si rivelano, al cospetto delle grandi sfide del mondo, qualcosa di minuscolo, quasi un'ombra inconsistente, una scossa intima nel rumore del mondo. Non esiste un'esclusività della sofferenza o della gioia. Abbiamo il dovere, quasi sacro, di legittimare ogni emozione, di accoglierla senza riserve, di attraversarla senza lasciarci sopraffare. In fondo, anche un bambino che non riesce ad allacciarsi le scarpe, con la sua piccola, immane frustrazione, piange e si dispera. Non è certo un problema che scuote le fondamenta del mondo, ma nel suo microcosmo, in quell'universo racchiuso tra le sue mani incerte, quella è una sfida ostica, e la sua disperazione è autentica, non meno vera di quella di un adulto di fronte a una crisi esistenziale. Comprendere questo, accogliere la validità delle proprie piccole grandi battaglie, è il primo passo per non sentirsi effimeri, per dare peso alla propria esperienza, per affermare la propria presenza. 


mercoledì 1 aprile 2026

3. Funere mersit acerbo (🆅🅸🆃🅴 🅰 🆂🅲🆄🅾🅻🅰)

 


Il banco in terza fila, accanto alla finestra, era diventato un punto fermo che nessuno riusciva più a nominare davvero. Nei primi giorni dopo il ricovero, sembrava ancora attraversato da una presenza inquieta: qualcuno vi appoggiava il diario con esitazione, altri lo evitavano del tutto, come se il legno trattenesse il calore delle sue braccia. Poi il tempo aveva iniziato a fare il suo lavoro. La polvere sottile del gesso si era depositata sul piano, e la classe aveva ripreso il ritmo di sempre: interrogazioni, spiegazioni, sedie trascinate. L’assenza si era trasformata in abitudine.

Le notizie arrivavano a frammenti, riportate come bollettini incerti: qualcuno diceva che mangiava, qualcun altro che i valori erano stabili. Informazioni che servivano soprattutto a tranquillizzare chi restava, più che a descrivere davvero ciò che stava accadendo altrove. Anche i professori chiedevano sottovoce se ci fossero novità, ricevendo risposte vaghe prima di tornare alla lezione. Tutto continuava, come se la scuola fosse un meccanismo incapace di fermarsi.

La sera dell’uscita a teatro, la città era piena di luci. La piazza brillava sotto le luminarie, l’aria odorava di inverno e di caldarroste, e i ragazzi si muovevano dentro quell’atmosfera sospesa con una leggerezza quasi necessaria. Alessandro scherzava per nascondere l’emozione, il professore gli rispondeva sullo stesso tono, accettando per una volta di stare dentro quel gioco. Sembrava una sera normale.

Poi la notizia arrivò, netta, senza esitazioni: Filomena era morta.

Le parole spezzarono l’equilibrio in un istante. Le luci diventarono improvvisamente violente, il freddo penetrò più a fondo, la folla attorno continuò a scorrere come se nulla fosse. La classe si fermò, isolata dentro uno spazio che non coincideva più con quello degli altri. Rosanna si rannicchiò contro una colonna, chiedendo di essere lasciata sola. Gli altri restavano immobili, incapaci di reagire. Anche il professore tacque: non c’erano parole che potessero reggere quel passaggio.

La mattina seguente si ritrovarono davanti alla camera mortuaria. Non c’era bisogno di accordi: stare lontani sarebbe stato impossibile. Entrarono uno alla volta, come attraversando una soglia. Filomena era lì, immobile, vestita di bianco. Non sembrava addormentata. Era qualcosa di più distante, di definitivo. La madre ripeteva che voleva studiare, stringendo le braccia di chi le stava accanto, come se in quelle parole si concentrasse tutto il senso di ciò che era stato interrotto. Non chiedeva spiegazioni, rivendicava un futuro negato.

Il professore non riuscì a rispondere. Sentì quelle parole restargli addosso, come una domanda senza uscita. Uscì in fretta, quasi fuggendo, attraversò il corridoio e poi la strada, fino a ritrovarsi di nuovo nella piazza del giorno prima, ora spoglia. Si sedette e pianse, senza difese. Accanto a lui, poco dopo, arrivò Marco. Non disse nulla. Restò lì, in silenzio, con una mano sulla spalla: una presenza che non spiegava, non consolava, ma impediva di cadere del tutto.

Il ritorno in classe segnò un altro passaggio. Il banco non era più soltanto vuoto: era diventato un centro di gravità, un punto che attirava e respingeva insieme. Nessuno lo guardava apertamente, eppure tutto passava da lì. Era il primo giorno senza di lei, e tutti sapevano che sarebbe stato così per sempre.

Il professore provò a parlare, ma le parole si fermavano prima di uscire. Non poteva promettere che sarebbe andata meglio, non poteva offrire consolazioni. Aprì allora il libro di letteratura, cercando altrove una lingua più resistente. Lesse Leopardi, i versi sulla giovinezza spezzata. Non come spiegazione, ma come modo per stare davanti a quel vuoto senza fuggire.

Disse, a frammenti, che il dolore che provavano era una prova della loro umanità. Che l’assenza non si cancella, ma diventa una domanda che resta. Che forse l’unico modo per non perderla del tutto era portarla con sé, ogni giorno.

I giorni ripresero a scorrere, con una lentezza diversa. Il banco cambiò ancora significato: divenne un luogo di deposito silenzioso. Comparvero disegni, biglietti, parole lasciate a metà. Tentativi di dire ciò che non trovava voce. Filomena continuava a esistere nei gesti interrotti, negli sguardi che cercavano un confronto ormai impossibile, nelle abitudini che non si riuscivano a cancellare.

Ognuno reagiva a modo proprio. C’era chi si irrigidiva, chi si smarriva, chi si fermava a guardare quel punto vuoto come se potesse ancora restituire qualcosa. Era una forma di convivenza nuova, non scelta.

L’accettazione non arrivava. Arrivava solo la consapevolezza che avrebbero dovuto camminare con quel peso, come se avessero tutti uno zaino più carico degli altri. La vita continuava, spietata e bellissima, ma per la III B il mondo aveva cambiato colore: le luminarie della Piazza erano state spente, eppure quel riflesso giallo, misto al gelo di quella notte al teatro, sarebbe rimasto impresso sotto le palpebre di ognuno di loro per sempre.

* * *

Il nucleo di questo racconto appartiene al mio amico Luca Rando.


martedì 31 marzo 2026

"La carne, il sangue, il bosco" di Amerigo Ciervo

 


Premetto che ogni mia parola relativa ad Amerigo Ciervo è condizionata dal rapporto oramai ventennale che mi ha visto prima “discepolo” in un corso abilitante (con l’indimenticabile Diodoro Cocca), poi collega al “Giannone”, in una fase piena di idee condivise e un’innovazione sostanziale (che ha dotato, ad esempio, il Liceo de «Le api ingegnose»), e, dunque, amico, uno dei pochi della mia età adulta. Prima c’era la grande ammirazione per il musicista che aveva composto alcune canzoni da me amatissime, e di cui nel libro è raccontata la genesi. Inutile dire che sono le parti che più mi hanno emozionato, costituendo quelle melodie un pezzo importante della colonna sonora della mia vita.

Il volume di Amerigo Ciervo (La carne, il sangue, il bosco. Ciò che è vivo e ciò che è morto nella cultura popolare, Edizioni "La Cittadella") si configura come una raccolta stratificata di saggi che attraversano circa mezzo secolo di ricerca sul campo, riflessione teorica e pratica musicale. L’impianto non è unitario in senso sistematico, ma coerente per nuclei tematici: tradizione, ritualità, cultura popolare, trasmissione dei saperi. L’autore intreccia costantemente approccio storico, antropologico e filosofico, evitando sia la riduzione folklorica sia l’astrazione accademica.

Uno degli assi portanti del libro è la ridefinizione della nozione di “tradizione”. Ciervo la sottrae a ogni fissità: non patrimonio immobile né semplice eredità da conservare, ma processo dinamico, soggetto a trasformazioni, perdite e riattivazioni. La proposta interpretativa più efficace è quella della “tradizione come spirale”, che supera sia il modello lineare sia quello ciclico e consente di leggere le pratiche culturali come forme in continua rielaborazione . In questa prospettiva, la conservazione non coincide con la ripetizione, ma con una trasmissione che implica anche tradimento e metamorfosi.

Il libro si articola in tre ambiti principali.

La prima sezione analizza i rituali devozionali e le pratiche simboliche, letti come dispositivi di coesione comunitaria. Il rito viene interpretato non come residuo arcaico, ma come spazio attivo di costruzione di senso, con una funzione pedagogica ed etica. L’attenzione è rivolta soprattutto alla dimensione incarnata e collettiva del rito, che permette agli individui di riconoscersi come parte di un corpo sociale .

La seconda sezione è dedicata alla musica popolare e alle ricerche etnomusicologiche condotte nell’area sannita. Qui emergono temi come la zampogna, i canti di lavoro, la canzone politica e i processi di trasformazione dei repertori. Particolarmente significativa è la riflessione sulla folklorizzazione: Ciervo mostra come materiali originariamente situati in contesti specifici vengano progressivamente decontestualizzati e riutilizzati, spesso senza consapevolezza delle fonti. Ne deriva una posizione netta sull’esigenza di rigore nello studio e nella riproposizione dei materiali tradizionali.

La terza sezione raccoglie ritratti intellettuali e confronti con figure rilevanti della cultura popolare. Questi incontri funzionano come modelli interpretativi: documentazione scientifica, rielaborazione artistica e impegno politico-sociale vengono presentati come tre modalità complementari di rapporto con la tradizione .

Un elemento trasversale è la critica alla patrimonializzazione e alla spettacolarizzazione della cultura popolare. Ciervo contesta la riduzione delle tradizioni a oggetti turistici o identitari, insistendo invece sulla loro fragilità e sulla necessità di un uso consapevole. In questa linea si inserisce anche la riflessione sulla desacralizzazione contemporanea: la perdita dei codici simbolici condivisi viene letta come frattura culturale, visibile tanto nei rituali quanto nei comportamenti collettivi.

Dal punto di vista metodologico, il libro alterna analisi e memoria personale. L’esperienza diretta dell’autore – come ricercatore, musicista e operatore culturale – non è elemento decorativo, ma parte integrante del discorso. Questo produce un equilibrio tra testimonianza e interpretazione, evitando sia l’autobiografismo sia la neutralità artificiale.

Ho sempre ammirato in Amerigo due cose: la capacità di tenere insieme “alto” e “basso” e la fusione nel corpo della proposta saggistica di elementi di vita vissuta, in cui l’autobiografia non è mai autoreferenziale ma sempre radicata in una storia corale, nelle trasformazioni storiche e antropologiche del nostro paese. 

Questo libro, si intuisce e viene esplicitamente affermato, è la chiusura di un cerchio: esauritasi (e per me è stata consapevolezza amara) la storia de “i Musicalia”, che mi auguro venga in futuro collocata nel posto che merita all’interno della storia musicale italiana tout court, non solo quella della nicchia “folk” (e questo al di là di quel capolavoro oramai entrato nell’immaginario musicale che è Serenata), Amerigo ha voluto raccogliere studi già pubblicati o oggetto di interventi pubblici (che vanno dal 1984 ad oggi). 

Il volume è impreziosito dalla copertina di un antico sodale di Ciervo, Gaetano Cantone, che ha voluto mettere in primo piano un “battente”, poiché ai riti guardiensi è dedicato uno dei saggi più densi dove tutte le caratteristiche di uno studioso atipico, che rivendica sempre di essere “dentro” le esperienze descritte, mai da semplice spettatore post-moderno, sono visibili. E il grappolo di uva, perché il vino (anche nella sua allusività al sangue del titolo) è presente come filo (letteralmente) rosso nei vari saggi. Così come il bosco. 

Per me, dunque, La carne, il sangue, il bosco è un motivo ulteriore per amare la storia intellettuale di un maestro/amico. Per molti spero sia l’occasione per scoprire chi ha scelto la misura, la compostezza, evitando “amichettismo” e scorciatoie, e divenendo così punto di riferimento culturale e morale per giovani e meno giovani.


02. Circolari (🆅🅸🆃🅴 🅰 🆂🅲🆄🅾🅻🅰)

 

Il dirigente pubblicava circolari come altri respirano. Non le scriveva: le trovava. Le pescava da forum ministeriali, gruppi chiusi, vecchi PDF dimenticati. Le portava in ufficio, le faceva “emendare” dalla vice, “rifinire” dal collaboratore, “armonizzare” dalla segreteria. Poi firmava.

«Circolare n. 214 — Uso delle scale interne.

Si dispone che ogni gradino venga affrontato con passo consapevole, evitando slanci non conformi alla gravità istituzionale.»

La stampava su carta più spessa del normale. A volte le incorniciava. «Questa è venuta bene», diceva, accarezzando il vetro.

La scuola imparò presto a riconoscere il suo stile: preciso, minuzioso, inappellabile. Le circolari arrivavano a ondate.

«Circolare n. 231 — Gestione dello starnuto.

Lo starnuto, evento non programmato, dovrà essere contenuto entro un massimo di 1,5 secondi. Si raccomanda l’uso di fazzoletto conforme.»

«Circolare n. 248 — Modalità di richiesta della penna.

È fatto divieto di pronunciare “me la presti?” senza previa formulazione scritta del bisogno.»

«Circolare n. 259 — Regolazione delle sedie.

Il rumore prodotto dallo spostamento non dovrà superare i 30 decibel. In caso contrario, si procederà a richiamo formale della sedia.»

Gli studenti le collezionavano. I docenti le leggevano come si leggono gli oroscopi: con una certa ironia e una vaga apprensione. Il personale ATA sviluppò un sistema di smistamento rapido: le più innocue nel cassetto a sinistra, le più pericolose sul tavolo, le incomprensibili nel cassetto senza etichetta.

Il dirigente, invece, cresceva. Ogni circolare aggiungeva un tassello. Voleva coprire tutto.

«Circolare n. 301 — Uso dei corridoi in presenza di corridoi.

Si ribadisce che il corridoio è corridoio e va attraversato con intenzione lineare.»

«Circolare n. 317 — Sguardi non autorizzati.

È consentito guardare fuori dalla finestra per un massimo di 12 secondi. Oltre tale soglia, lo sguardo diventa evasivo.»

«Circolare n. 333 — Pausa pensiero.

Il pensiero libero è ammesso in forma breve, purché non interferisca con l’andamento ordinato delle ore.»

Quando una circolare gli sembrava particolarmente riuscita, la faceva stampare in grande formato. Cornice nera, passepartout crema. La appendeva nel corridoio principale, accanto alle foto delle classi.

Un giorno ne incorniciò una senza testo. Solo il titolo:

«Circolare n. 350 — …»

Sotto, il vuoto.

«È la più importante», disse. «Regola ciò che ancora non è stato regolato.»

Arrivò la pensione. Saluti, applausi, una targa. «Per il servizio reso». Portò via le sue cornici. Le sistemò in casa, lungo il corridoio. La prima notte non dormì. Si alzò alle tre, accese il computer.

«Circolare n. 1 — Uso del forno domestico.

Il forno dovrà essere preriscaldato con adeguata intenzione. È fatto divieto di aprirlo senza motivo.»

La stampò. La firmò. La appese in cucina.

Il giorno dopo:

«Circolare n. 2 — Impiego del phon.

Il getto d’aria non dovrà contraddire la direzione naturale dei capelli.»

«Circolare n. 3 — Relazioni con il gatto.

Il gatto è ente autonomo. È vietato convocarlo. È ammessa la negoziazione.»

«Circolare n. 4 — Posizionamento delle pantofole.

Le pantofole, a riposo, dovranno guardarsi.»

La casa si riempì. Cornici in cucina, in bagno, in camera. Sul frigorifero una circolare sui magneti. Sul comodino una sulle sveglie.

«Circolare n. 7 — Uso del sonno.

Il sonno dovrà essere assunto in posizione conforme al riposo.»

Cominciò a mandarle anche a se stesso, via email. Oggetto: “Si trasmette”. Corpo: “Si dispone”.

Un pomeriggio si sedette in salotto, guardò le pareti. Tutto era regolato. Il forno, il phon, il gatto, le pantofole. Anche il silenzio.

«Circolare n. 10 — Gestione del silenzio.

Il silenzio è consentito, purché non ecceda.»

La stampò. La incorniciò. La appese sopra il divano.

Si sedette. Lesse. Attese.

Il silenzio, disciplinato, non fece rumore. Poi, con un gesto lento, si alzò e aggiunse una nota a penna, in fondo:

«Eventuali eccezioni saranno oggetto di successiva circolare.»

Firmò. Guardò la firma come si guarda una prova.

Infine, spense la luce.

Non senza prima aver disposto:

«Circolare n. 11 — Spegnimento della luce.

La luce dovrà essere spenta con consapevolezza.»


lunedì 30 marzo 2026

"Platone. Una storia d'amore" di Matteo Nucci (IV)

 


Che ne è della dottrina centrale del platonismo “scolastico”, la teoria delle Idee o delle Forme (ma Eidos in greco significa, appunto, forma nella sua radice indoeuropea che evoca il vedere)?

Secondo il Platone di Nucci, il nucleo essenziale della “teoria delle idee” è il seguente: «L’Idea, la Forma, nella sua perfezione, è un modello di comportamento. L’Idea somma è l’Idea del Bene. Non ha altro senso nessuna questione». Il resto è sofistica, anche all’interno dell’Accademia. Insomma, l’unico platonico è stato Platone, per parafrasare Nietzsche, tradito dai suoi discepoli che hanno reso spesso la “lettera” morta, dimenticando lo “spirito” della teoria, che solo vivifica. 

E, dunque, risulta fondamentale l’ultima lezione di Platone, non scritta ma detta a viva voce per illustrare il “mistero” dell’Uno e della Diade, il contenuto delle cosiddette “dottrine non scritte”.

La dottrina “segreta” sull’amore di Platone non è quella di Diotima e di Socrate ma quella di un nemico di un feroce critico del suo antico maestro (Aristofane): l’androgino è il mito attraverso cui viene detto la Diade che si fa Uno

La voce di Platone diventa, dunque, alla fine, voce “sacra”. È la voce il cuore dell’amore. Egli compie il suo percorso destinale, la sua individuazione, integrando la sua Ombra (Jung).

L’ultimo messaggio di Platone, raccolto solo dallo Straniero e da Aristotele, è un messaggio “fusionale”. Parla dell’«amore di una madre, l’amore in cui sono nato, l’amore irrecuperabile e che invece da qualche parte c’è, oltre di me, oltre il tempo, oltre lo spazio. L’amore assoluto a cui farò ritorno». Idea fascinosa (che anche io ho coltivato per decenni). Il “sentimento oceanico”, la perfezione della placenta. 

Quello che il neoplatonismo, in straordinarie e fascinose varianti (per dire da Plotino e Dionigi a Bruno), mistiche o panteistiche, declinerà nel corso dei millenni, giungendo fino ad oggi. Per esempio in una canzone degli U2 o di Franco Battiato. 

Alla fine, scopriamo che questa intuizione mistica deve avere un pendant senza la quale rischia di diventare pedante e astratta. 

L’uomo che per tutta la vita ha oscillato tra anabasi verso l’alto e catabasi verso il basso, l’uomo accusato di non ridere mai, è l’uomo che legge per tutta la vita di nascosto libri che non ci aspetteremmo (quelli, appunto, di Aristofane, secondo un aneddoto tramandato da Olimpiodoro).

Uno dei tanti meriti di Nucci è far emergere, in maniera discreta e non gridata, un po’ alla volta, la genialità e la bellezza di un luogo come l’Accademia, sede di una ricerca vera, aperta a tutti i cercatori di verità. Se una goccia di tale bellezza potesse entrare nelle nostre scuole, ridotte da burocrati europei e Dirigenti a luoghi di “leggi” morte e senza eros… 

Nucci è un esperto, meglio, un appassionato cultore del Medi-terraneo e della sua straordinaria storia culturale che l’Europa “carolingia”, franco-tedesca, purtroppo l’Europa dell’Unione Europea a trazione nordica e “protestante”, ci ha fatto dimenticare. 

Ci sono pagine bellissime sul sole egizio e ateniese.

Il libro è un implicito invito a riprendere, nel trentennale della sua uscita, il progetto lanciato da un altro maestro e amico, Franco Cassano, più volte venuto a Benevento, di un pensiero “meridiano”. Di una politica “meridiana”. Se non ora, quando un altro mondo sta nascendo, come sempre, nel fuoco e nel ferro, quando?

Mi auguro che tutti coloro che accetteranno la sfida escano, come me, dalla lettura migliori, più complessi, più completi. Che la parola-seme trovi un terreno fertile nell'anima. 

Io ne ho avuto grande giovamento: come insegnante, come marito innamorato, come uomo (4. fine)

* * *

Il testo riscrive quanto detto nel corso della presentazione del libro presso la Libreria Guida di Benevento.