Tenterò una ricognizione delle trasformazioni della mia città, Benevento. So di non avere strumenti adeguati, ma spero che il tentativo possa stimolare approfondimenti più competenti. Aggiungo che il Liceo Classico è un pessimo osservatorio da questo punto di vista, perché è frequentato, credo al 99%, da sanniti “doc” (le virgolette sono ironiche, spero si capisca, ma è meglio evitare equivoci). Probabilmente queste trasformazioni sono in atto da decenni altrove, ma Benevento è sembra talvolta la cittadina della Zona del Crepuscolo in cui arriva Dylan Dog (di cui si celebra in questi giorni importante anniversario, per me fumetto di formazione). I mutamenti andrebbero saluti con entusiasmo e guidati, affinché migliorino l’esistente.
L’occasione mi è data da una folgorazione
casuale. Passando davanti a quello che fino allo scorso anno era un negozio
a suo modo storico, nella via dove abito, ho visto due donne africane che
sostavano all’ingresso. Pochi giorni dopo ho scoperto, per caso, che quei locali sono diventati un’abitazione.
Non mi soffermo sulla trasformazione di un quartiere che per decenni ha avuto
una spiccata vocazione commerciale, centrata sul mercato ortofrutticolo e su
decine di piccoli negozi. Non mi soffermo nemmeno su come stia diventando un
quartiere al servizio dell’Università, che negli ultimi anni è stata un
soggetto assai dinamico nella storia culturale, economica e urbanistica della
città. Altri possono e devono farlo assai meglio di me. Mi interessa, invece,
partire da questo episodio, a suo modo suggestivo, per tentare una mappatura imprecisa ma urgente della
presenza straniera a Benevento.
Senza, lo ripeto, strumenti adeguati (ci vorrebbe l’abilità di un Luigi Ruscello nel maneggiare tabelle e
dati), mi pare di poter dire che ci sono gruppi
“etnici” che si distinguono per vocazione lavorativa e per grado di
integrazione. Metto la parola tra molte virgolette, ovviamente: ha un valore
meramente strumentale.
I cinesi, ad esempio, sono
legati per lo più a due diverse tipologie di attività: ci sono i ragazzi che studiano al Conservatorio e i proprietari di negozi. I primi si vedono
sul Corso, sempre eleganti e alla moda, e spesso prendono casa in affitto da
quelle parti. In entrambi i casi, almeno da quel che posso osservare, la volontà di integrazione pare ridotta al
minimo. Ho visto pochissime volte un cinese in compagnia di un autoctono.
Anche la lingua, malgrado gli anni trascorsi in Italia, mi pare che molti la
imparino pochissimo, forse perché non interessa loro. Possiamo dire che si
tratta, in buona parte, di una borghesia
medio-alta, benestante.
Negli ultimi anni è aumentata notevolmente la componente nordafricana, talvolta al centro di vicende assai
sgradevoli. Colpisce soprattutto la presenza di alcuni gruppi organizzati (per
esempio in piazza Roma), dagli atteggiamenti a volte provocatori, che possono
sfociare nello scontro verbale o fisico con i locali. Dal punto di vista
economico, credo di poter dire che per lo più si indirizzino a lavori manuali, per scelta o,
purtroppo, per necessità. Per alcuni dei più giovani è realistico il rischio di entrare nelle reti dello spaccio
locale, allettati dalla prospettiva di guadagni facili. L’aspetto più
interessante è l’alto livello di
socializzazione, soprattutto tra i maschi giovani e le ragazze beneventane.
Ricordo che questa estate, quando andai a Pietracatella per un premio, rimasi colpito
da una bellissima coppia giovane: lui maghrebino, lei del posto, con due
bambini splendidi. Credo che sarà un fenomeno sempre più diffuso anche nella
nostra città. È interessante anche vedere sempre più spesso ragazze,
chiaramente di fede islamica, girare con l’hijab.
Ci sono poi africani della più
varia provenienza. Capita di trovarne alcuni a chiedere l’elemosina davanti a un supermercato, magari mentre
parlano al cellulare, evidentemente con la madrepatria. Oppure li si vede in squadre di muratori e carpentieri,
impegnati nelle molte opere che hanno profondamente trasformato il volto della
città (ci sarà tempo per scriverne: c’è una Benevento prima di Mastella e una
dopo). Non ne sono sicuro, ma credo che il loro livello di integrazione sia in
generale basso. Stavolta, a differenza dei cinesi, non per scelta loro, ma per
la diffidenza dei locali. Ci sono virtuose eccezioni. Penso a chi, come Corrado Ciervo, getta ponti, sia da
docente sia da musicista. Ma, ripeto, mi paiono eccezioni che non intaccano il
“comune sentire”. Il dato più interessante è l’alta natalità che spesso li
caratterizza. La mattina vedo una donna giunonica con un piccolo nel fagotto
sulle spalle, due bambini attaccati alle gambe e la carrozzina da spingere. La
benedico nelle mie preghiere. E mi dico che tra qualche anno questa città sarà
loro: l’invasione gioiosa profetizzata da Pasolini. Lo dico senza
idealizzazioni. Semplicemente, la nostra è una civiltà agonizzante, per motivi
complessi da analizzare (ci proverò, un giorno!).
I bengalesi e i pakistani sono un’altra categoria
ancora. Molti si sono specializzati in alcune attività, come il lavaggio delle
auto o i lavori agricoli (sarebbe interessante un’inchiesta su dove abitino e
come vivano). A questo proposito, mi ha colpito come la bici elettrica, di cui scrivevo svariati lustri fa, sia diventata
nell’uso ben altro da quello che immaginavo. Oggi è lo strumento di lavoro dei
rider e del proletariato post-industriale, oppure un rapido mezzo di
spostamento e di fuga per i piccoli spacciatori. Anche in questo caso mi pare
che il territorio opponga una forte resistenza all’integrazione e che si
creino, inevitabilmente, piccole comunità autoreferenziali. Ah, dimenticavo... Ho saputo che alcuni di loro, con quanto guadagnato in anni di duro lavoro a lavar macchine, hanno aperto un negozio da parrucchieri al Rione Libertà, la zona più popolosa della città. Una trasformazione non da poco, da seguire con attenzione.
C’è infine il numero crescente di badanti, per lo più donne provenienti
dall’Ucraina e dalla Romania (e sicuramente dimentico
qualcosa di importante). Si prendono cura dei nostri anziani e non di rado
diventano compagne o mogli di uomini celibi o separati. Probabilmente, con le
loro rimesse, aiutano le famiglie e i figli rimasti nella loro sfortunata
patria.
Considero queste riflessioni, come detto, una sollecitazione per chi ha
strumenti migliori dei miei.
A me rimangono pochi anni per vedere trasformarsi questa città. Un tempo
pensavo che il mio retaggio sarebbe continuato. Mi diedi alla politica anche
perché mi vergognavo che mia figlia trovasse quella Benevento (parlo degli anni
Dieci del nuovo millennio). Ora so che, realisticamente, questa non sarà la sua
città, che non si svolgerà qui la sua vita professionale. Eppure mi immagino
spirito che si aggira nei suoi vicoli e guarda le sue pietre, che ho amato
anche quando erano offese. Nella vita postuma che già sto vivendo, dunque, mi
piace tentare di capire dove stia andando e che cosa voglia essere. Sono certo
che gli innesti di nuove culture, di nuove fedi, di nuove lingue la
trasformeranno radicalmente, la stanno già trasformando, e che sia doveroso
cogliere questi cambiamenti.



















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