“Mondo” era il nome della macchina.
Il professor Elia Arkwright lo pronunciava con orgoglio, accarezzando la cupola di vetro che conteneva ingranaggi, bobine e tubi luminosi. L’aveva costruita nel laboratorio sotterraneo della Nuova Accademia, utilizzando rottami recuperati dopo l’Evento.
«Signori» annunciò davanti a un pubblico di notabili e investitori «oggi non vi presento un’invenzione. Vi presento una soluzione.»
La macchina vibrava con un ronzio costante. Sotto la cupola, piccole scintille correvano tra le spirali di rame.
«Il Mondo ricostruisce ambienti perduti» spiegò. «Simula condizioni climatiche, ecosistemi, equilibri sociali. Possiamo studiare gli errori del passato senza ripeterli.»
Un uomo con cilindro e bastone si sporse in avanti. «E può garantire stabilità?»
«Può garantire previsione.»
Elia attivò la leva principale.
La cupola si illuminò. All’interno apparve un paesaggio in miniatura: alberi, un fiume che scorreva, minuscole figure che si muovevano lungo sentieri.
«Ogni variabile è controllabile» disse. «Possiamo aumentare le precipitazioni, ridurre il consumo, correggere comportamenti.»
Regolò una manopola.
Nel paesaggio artificiale il cielo si fece più scuro. Il fiume cambiò corso. Le figure si radunarono in un punto preciso, come guidate da un’intelligenza superiore.
Un mormorio percorse la sala.
«E se la macchina sbagliasse?» chiese una voce dal fondo.
Elia si irrigidì. «Il Mondo non sbaglia. Calcola.»
«E chi decide i parametri?»
La domanda restò sospesa.
Elia osservò il paesaggio dentro la cupola. Le figure si muovevano con precisione crescente. Nessuna deviazione. Nessuna incertezza.
Provò a ridurre una variabile imprevista. Girò una leva secondaria che non aveva ancora testato pubblicamente.
Per un istante, nulla accadde.
Poi una delle minuscole figure si fermò. Non seguì il flusso previsto. Restò immobile, mentre le altre proseguivano.
Elia avvicinò il volto al vetro.
La figura sembrava guardare verso l’alto. Verso di lui.
Un crepitio attraversò le bobine. L’immagine tremò.
«È normale?» chiese l’uomo con il cilindro.
Elia non rispose subito. Avvertì un disagio sottile, come se la macchina non stesse solo simulando un mondo, ma riflettendo qualcosa.
La figura solitaria fece un passo fuori dal sentiero tracciato. Le altre continuarono senza accorgersene.
Il ronzio si fece irregolare.
Elia comprese che ogni invenzione porta con sé una domanda che l’ingegnere non controlla.
Se il mondo può essere riprodotto, può anche sottrarsi.
La cupola vibrò più forte.
E il professor Arkwright non si chiese come riparare la macchina, ma chi avesse progettato il suo creatore.












