lunedรฌ 16 febbraio 2026

01. Scarto [๐Ÿ…ก๐Ÿ…๐Ÿ…’๐Ÿ…’๐Ÿ…ž๐Ÿ…๐Ÿ…ฃ๐Ÿ…˜ ๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜๐Ÿ…๐Ÿ…˜๐Ÿ…œ๐Ÿ…˜]

 


All’alba del primo giorno dell’anno, Elia avvertรฌ che la trama della realtร  non coincideva piรน con il suo ordito. Non era un mutamento fragoroso, bensรฌ uno scarto infinitesimale, simile all’impercettibile pendenza di un quadro che ferisce l’occhio di chi solo ne conosce l’esatta quadratura.

La dimora conservava l’inerzia della sera trascorsa: i piatti adagiati nel lavello, la sedia scostata di pochi centimetri, il calendario vergine accanto al vecchio, quest’ultimo ancora custode di un tempo scaduto. Eppure, un sospetto lo pungeva: gli oggetti sembravano aver stretto un patto segreto, una congiura silenziosa ordita alle sue spalle.

Dalla radio sprigionavano voci festanti, bilanci e rutilanti promesse. Gli parvero idiomi familiari eppure arcaici, remoti; coglieva il senso di ogni singolo fonema, tuttavia la sintesi del discorso gli sfuggiva. Era come se il significato profondo si fosse ritratto di un passo, lasciando solo l’involucro delle parole.

Schiuse la finestra e l’aria, nitida e gelida, lo investรฌ. Il palazzo dirimpetto rifletteva un riverbero lattiginoso, quasi onirico. Si domandรฒ allora se avesse trascorso la vita a osservare senza guardare o se, per un sortilegio del nuovo anno, stesse iniziando a vedere con una luciditร  fin troppo ferina.

Sul tavolo giaceva il quaderno. Vi incise una riflessione: «Non scorgo piรน la direzione». Rimanendo a fissare quel solco d’inchiostro, lo percepรฌ come il lascito di uno sconosciuto.

Rievocรฒ il simposio della notte precedente: le risate, i calici levati e quel lemma — «normalitร » — sbandierato come un talismano contro l’ignoto. Vi aveva preso parte con ossequiosa cortesia; ora quella recita gli appariva artificiale, una messinscena di cui ignorava il canovaccio.

Si sedette, tentando di ancorarsi alle proprie certezze: il nome, il domicilio, l’impiego. Erano dati inoppugnabili, eppure esangui. Risultavano insufficienti a definirlo.

Oltre il vetro, il mondo seguiva il suo corso: una coppia procedeva con passo misurato, un autobus fendeva il silenzio con un fremito breve. Tutto ubbidiva alle leggi del consueto; era lui a sentirsi traslato di pochi millimetri rispetto al proprio asse.

Non era sgomento, bensรฌ una tenue, persistente sensazione di esilio: come se il mondo, nel volgere della notte, avesse varcato una soglia invisibile, lasciandolo un passo indietro, sulla sponda sbagliata del tempo.


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