La mia amica Sandra Mastroianni mi ha fatto dono di una lettura assai profonda di uno dei “racconti minimi” (Passo). Glie ne sono infinitamente grato.
* * *
Il sentiero sembra avere uno
scopo, ossia portare a un passo, ma nella realtà conduce a una parete e non c’è
alcuna “porta” naturale (o esiste solo su un livello onirico?).
Questo richiama alla mia mente
l’idea che il mondo non contenga un significato intrinseco. Non c’è una
direzione garantita. Il fatto che “sembri” esserci è un’illusione costruita
dall’abitudine o dalla tradizione.
Il linguaggio reiterato crea
possibilità, ma non realtà.
La parola “Passo” è incisa
ovunque, ma nomina qualcosa che non esiste ancora, crea un’aspettativa, orienta
il comportamento senza generarlo.
Qui il racconto mi suggerisce una
tensione fondamentale di un linguaggio che non descrive solo il mondo, ma lo
anticipa; tuttavia non basta a realizzarlo.
La parola è una promessa vuota
finché non viene incarnata da un’azione.
Quando l’uomo dice:
“Quelli che passano”
sta indicando che non c’è
un’autorità superiore, non c’è un “progetto” originario, ma il vero senso nasce
da chi attraversa, cioè dagli esseri umani stessi.
Questo senso è fragile, perché è
basato su ripetizione: “tutti arrivano lì”, non su compimento: “nessuno passa
davvero”.
È una verità in sospeso, mai
verificata.
Il finale rivela un “salto”
esistenziale quando Elia arriva al punto cruciale. Egli capisce che il passaggio
non esiste.
A questo punto ha due
possibilità: o tornare indietro (ma il sentiero è sparito), oppure fare un
passo senza fondamento.
Questo, per me, è il cuore
esistenzialista del racconto: l’azione autentica non può basarsi su certezze,
perché è un salto nel vuoto, senza garanzia, senza prova, senza modello.
Il “passo” diventa allora un atto
di creazione, non di scoperta.
Il fatto che Elia resti fermo è
fondamentale.
Non è ignoranza, è
consapevolezza.
E questa consapevolezza produce
paralisi.
Perché? Perché ha capito che non
esiste una scelta giusta già data: ogni scelta sarà arbitraria e, proprio per
questo, totalmente sua.
Questa è l’angoscia filosofica:
non paura di qualcosa, ma del fatto che nulla ti obbliga davvero.
Il racconto si conclude con quello
che, per definizione, l’uomo non può spiegare: un paradosso.
Il passo esiste solo se qualcuno
lo compie, ma nessuno può compierlo senza credere che esista.
Quindi la realtà dipende da un
atto che nessuno riesce a iniziare.
È una riflessione potente sull’origine
delle possibilità, sul ruolo del primo gesto, sulla difficoltà di essere il
primo.
Il racconto mi ha fatto sorgere
un pensiero profondo.
L’essere umano vive in un mondo
privo di passaggi dati, ma pieno di nomi che li promettono. La libertà consiste
nel creare quei passaggi con le proprie azioni, ma proprio questa libertà
genera paralisi, perché non ha alcun fondamento su cui poggiarsi.
È libertà e paura di vivere la
libertà fuse assieme nello stesso breve racconto; è l’umanità dotata di libero arbitrio.
Sandra Mastroianni

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