Un punto di svolta? Non lo so. Ma l’impressione è che, sì, l’evento
di ieri, la notizia di aver vinto il Premio Milo (promosso dall'ENPA) datami direttamente da Costanza Rizzacasa d’Orsogna, segni una nuova tappa della mia storia di scrittore “giovane”.
Ho iniziato a scrivere narrativa, dopo alcuni timidissimi
tentativi e un romanzo nato nella sofferenza fisica, seriamente solo nel marzo
dello scorso anno, venuto meno il mio impegno a scuola nella funzione di
secondo collaboratore.
Da allora, ho scritto oltre un centinaio di racconti e
svariati romanzi.
Ho ricevuto diversi riconoscimenti più o meno importanti.
Ma il Premio Milo è un’altra cosa: per le competenze di chi
lo promuove, per il tema che pone all’attenzione dei lettori, per i lettori
stessi.
Ricordo con precisione fotografica quando, nel Mulino
Pacifico (era il gennaio del 2019), in una sala raccolta, leggendo le poesie
della mia seconda raccolta (Nel chiaro mondo), teorizzai di essere felicemente
un “poeta di provincia”, dissi che mi faceva star bene sapere che gran parte
dei volti presenti in sala erano legati in qualche modo a pezzi della mia vita.
E sono state consequenziali anche le scelte editoriali, che non si sono mai
poste il problema di raggiungere un pubblico diverso dalla mia comunità di
riferimento (o di radicamento).
Dallo scorso anno, si è modificato qualcosa: la partecipazione,
che ha suscitato la (giusta!) ironia di molti, a decine di concorsi i più vari
(romanzo edito, romanzo inedito, poesia edita, poesia inedita, raccolte edite,
raccolte inedite, addirittura teatro negli ultimissimi giorni) l’ho vissuta
come un doveroso tirocinio, trovando sconveniente che un sessantenne
partecipasse a scuole di scrittura. Lo dico senza falsa modestia: pur avendo
scritto dai miei vent’anni, so di essere un apprendista della narrazione.
Per questo il Premio Milo è un punto di svolta: è come se
avessi superato la prova alla fine del primo anno di studio. E l’insegnante non
è una persona qualunque, ma una scrittrice il cui curriculum fa tremare le vene
ai polsi per un “provinciale” come me.
Quale l’ambizione del secondo anno di apprendistato (in cui
realisticamente uscirà sicuramente un altro romanzo e ci sarà qualche altro
riconoscimento sempre gradito come “miliario” lungo la strada)? Direi – ecco quel
che volevo fissare scrivendo queste riflessioni – aprirmi sempre di più ad un
orizzonte “nazionale” ma rimanendo profondamente radicato nella mia
provincia, nella comunità che sento mia.
Quando mi fermano gli amici per strada per dirmi che stanno
seguendo quel che faccio sento nelle loro parole una sorta di orgoglio “campanilistico”,
come se mi dicessero: siamo felici che tu rappresenti la nostra città fuori,
altrove (da Milano a Belluno, da Verona a Fasano). E io ne gioisco con loro:
perché traggo forza da questa terra cui appartengo con tutto me stesso.
In una poesia inedita (e assai brutta) di tanti anni fa,
scrissi:
l’erba medica, le spighe di grano,
la voce delle strade accoglienti...
In un’altra (e cito a memoria perché non la ritrovo): «Conosco
tutte le tue pietre».
Insomma, non vorrei diventare uno scrittore sradicato che migra di non-luogo in non-luogo. Sento il bisogno di poter parlare “oltre” le mura “longobarde” e, nel contempo, quello di parlare ai volti della sera del 2019, nel buio della sala, con la musica di Schmelzer e le parole di Char distribuite in sala, in piccole, calde librerie o addirittura in cenacoli per pochi intimi. Forse è parte dell’eredità illichiana pensarmi sempre dentro una rete “amicale”. Come, per fare un esempio, le amiche e docenti che mi invitano ogni anno al Guacci, facendo uno straordinario lavoro di preparazione all’incontro con i loro ragazzi.
Non so se ci riuscirò, ma sicuramente ci proverò. Sperando
di non smarrirmi.
Avverto pericolose tentazioni nell’avventura che sto
vivendo: quella, in particolare, di dimenticare che quanto scrive non mi
appartiene. Io sono solo un tramite. E devo cercare di esserlo nella maniera
più pura possibile: prego ogni giorno il Signore per questo. Mi pare la sintesi
di decenni di sperimentazioni spirituali tese ad abbattere l’ego, culminate
nella scoperta – etica – che è il volto dell’Altro a decentrarci e che un
eccesso di “mistica” può fortificare quell’Io esigente che volevamo abbattere. È
il mondo nella sua complessità che ci rende capaci di “estasi”, di uscire da
noi.
Raccontando la storia di Argo e Luca, di Alfonsina e
Caterina, del femminicida, del necrofilo, di Rosa e Thomas, sto
disimparando quell’auscultazione ossessiva dei miei moti interiori che ha
nutrito per quasi quarant’anni la mia scrittura poetica. E, infatti, la poesia
stessa sta cambiando in questa stagione importante della mia vita.
Ascoltare, in
particolare, il mondo animale è uno dei grandi temi di ciò che vado scrivendo.
Da questo punto di vista Onore al cane che guida l’uomo che guida il cane ha
opere “sorelle” nate in questi mesi febbrili.
Venerdì, salvo imprevisti, sarò a Roma. Al Campidoglio.
Scriverlo mi emoziona. La sfida è, come detto, pur riconoscendo che è
legittimo, umanissimo emozionarsi (e inorgoglirsi per i riconoscimenti),
custodire la purezza dell’ispirazione, ripulire ogni giorno le tubature dell’Io
dai suo desideri umani, troppo umani, per schiudersi all’Altro (umano e non),
all’ascolto e alla sua trasfigurazione nella scrittura: come mi ripeto ogni mattina in preghiera, rimanere fedele all’opera. Perché se la scrittura
ha un senso è quello di ridarci una vita potenziata ma da restituire subito dopo alla vita.
Ecco l’altra grande tentazione, pericolosissima: vivere in un mondo di parole “perfetto”
(anche quando descrive l’orrore). Lo scrittore quando scrive è come Dio… «Eritis
sicut Deus» dice il serpente ad Adamo e Eva. Bisogna ogni volta, dunque,
tornare alla vita. E per me questo accade prima di tutto nella dimensione
domestica: mia moglie e mia figlia, che pure sono supporto preziosissimo in questa
stagione, sono la mia “messa a terra” (il copyright è del mio maestro Marco
Guzzi). Evitano ascesi luciferine. Un eccesso di luce acceca. Come i miei alunni nella quotidianità spesso prosaica, talvolta capace
di sprigionare lampi di inaudita bellezza, ma in ogni caso vita vera, in cui Io
viene deposto, esposto, spesso irriso, umiliato.
Non so come chiudere queste riflessioni.
Lo faccio ringraziando Dio di tutti i doni che sto ricevendo.
Che ne sia degno.
P.S.
A completare questo momento di sintesi dell’anno alle spalle, la notizia uscita dopo la pubblicazione del post del secondo posto del premio Nero su Bianco per l’opera edita.

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