Irene iniziรฒ le sessioni al mattino. La stanza venne preparata con pochi elementi. Una sedia stabile. Un tavolo libero. I dispositivi disposti in modo fisso. Riccardo seguiva protocolli derivati dalla Whole Brain Emulation. Non cercava l’intero contenuto neurale. Isolava configurazioni ricorrenti. Strutture di moduli funzionali.
Il primo obiettivo riguardava la memoria episodica. Irene doveva richiamare sequenze temporali. Eventi semplici. Ordini di azioni. Spostamenti nello spazio. Riccardo osservava i log. Le registrazioni mostravano picchi di attivitร sincronizzata. Pattern che emergevano e si stabilizzavano per intervalli brevi.
Quando l’integrazione tra i moduli della memoria e il workspace globale risultava sufficiente, Riccardo salvava il segmento. Non registrava tutto. Selezionava finestre coerenti. Utilizzava parametri di coerenza fenomenica, seguendo criteri simili a quelli proposti da Thomas Metzinger. Il sistema doveva produrre un modello del mondo in cui un centro operativo fosse identificabile.
Irene eseguiva i compiti senza commentare. Risposte brevi. Richiami puntuali. A volte interrompeva. Riprendeva dopo pochi secondi. Riccardo non interveniva. Attendeva che la sequenza si riformasse.
Le sessioni erano divise in blocchi. Durate limitate. Pause regolari. Durante le pause Irene restava seduta. Non parlava. Beveva acqua. Guardava il tavolo. Riccardo controllava i dati. Segnava variazioni. Confrontava le tracce con quelle dei giorni precedenti.
Alcuni pattern si ripetevano. Altri cambiavano. La stabilitร non era costante. Riccardo adattava i parametri. Riduceva la complessitร dei compiti. Introduceva richiami piรน brevi. Sequenze meno articolate.
Il sistema accumulava segmenti. Archivi separati. Indicizzati per tipo di contenuto e per livello di integrazione. Nessuna sintesi finale. Solo raccolta e verifica.
Irene continuava a partecipare. Senza dichiarazioni. Le sessioni si susseguivano. Questo bastava.Le sessioni vennero integrate con test di persistenza. Riccardo cercava di capire se i pattern estratti da Irene potessero reggere in assenza di input sensoriali diretti. Voleva evitare il collasso del modello in risposte locali. Se il pattern degradava dopo pochi millisecondi, la sessione veniva scartata. Non c’era spazio per il recupero parziale.
Irene chiedeva poco. Osservava i grafici sul monitor di Riccardo. Vedeva linee che indicavano soglie di attivazione. Non chiedeva cosa rappresentassero quelle fluttuazioni. Riccardo non forniva descrizioni. Si limitava a regolare la latenza dei segnali.
Il lavoro si spostรฒ sulla simulazione della continuitร . In alcuni documenti del progetto, questo passaggio era definito come la creazione di un "tunnel dell’ego" artificiale. Si trattava di costruire un’interfaccia trasparente: il sistema doveva operare senza percepire il proprio meccanismo di simulazione. Riccardo lavorava sui vincoli negativi. Eliminava le risonanze che producevano instabilitร nel modello del sรฉ.
A metร del mese, Irene ridusse il tempo di partecipazione. La stanchezza fisica rendeva i segnali neurali meno puliti. Il rumore di fondo aumentava. Riccardo non forzava le sessioni. Annotava il degrado della qualitร del dato.
Il progetto procedeva per accumulo di file. Ogni cartella conteneva una versione diversa della stessa architettura funzionale. Alcune versioni mantenevano la coerenza per minuti. Altre fallivano subito dopo l’avvio. Riccardo non cercava una spiegazione per i fallimenti. Cambiava i parametri. Ripeteva il test.
La sera, in casa, il silenzio era costante. Irene riposava. Riccardo non riapriva i file della giornata. Aspettava il mattino successivo. Il laboratorio restava spento fino alle sette. Ogni ciclo di esecuzione era isolato dal precedente. Non c’erano conclusioni provvisorie. Solo sequenze di dati verificate.

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