“Creatore” era il nome inciso sulla sua spada.
Elia lo scoprì dopo averla lavata nel fiume. Il sangue si sciolse nell’acqua e lasciò affiorare lettere sottili lungo la lama. Non ricordava di aver scelto quell’incisione. L’arma gli era stata consegnata dal capitano la notte prima della battaglia. «È adatta a te» aveva detto.
Alla luce del mattino la parola appariva netta.
Creatore.
Elia sedette sulla riva. Il campo dietro di lui era silenzioso: fuochi spenti, tende abbattute, corpi già rimossi. Restava l’odore ferroso nell’aria.
Osservò le proprie mani. Non tremavano.
«Io non creo» disse piano.
Aveva combattuto. Aveva colpito. Aveva aperto varchi tra gli scudi. Ripensò all’istante in cui l’avversario aveva esitato. Non era stata una profezia. Era stato un gesto suo.
Guardò la lama controluce. L’incisione non era decorativa. Era tracciata con precisione, come un titolo.
Chi aveva deciso quel nome. Il fabbro. Il capitano. O qualcuno che vedeva in lui ciò che lui non vedeva.
Tornò verso l’accampamento. Un soldato giovane lo fermò.
«Dicono che ieri hai cambiato l’esito dello scontro.»
«Non da solo.»
«Senza di te la linea avrebbe ceduto.»
Elia non rispose.
Si allontanò dalle tende e raggiunse un masso isolato. Con la punta della lama incise sulla pietra la stessa parola.
“Creatore”.
La guardò a lungo. Non sentiva potere. Sentiva distanza.
Sollevò la spada e colpì la roccia. L’urto cancellò metà dell’incisione. Sulla lama rimase un graffio obliquo che attraversava le lettere.
Ora la parola non era più integra.
Elia comprese che nessuna guerra lo avrebbe liberato dalla responsabilità dei suoi colpi.
Se aveva creato qualcosa, era stato uno squilibrio. Un prima e un dopo.
Restò a osservare la lama segnata.
Non sapeva se avrebbe continuato a combattere.
Sapeva solo che il nome inciso non coincideva con ciò che era.
E che nessuna spada avrebbe potuto spiegare chi muove davvero la mano.













