È stata una lettura insieme leggera e concentrata, capace di scorrere e, nello stesso tempo, di depositarsi.
Un fuoco grande. Bianca Garufi di Marialaura Simeone elude le classificazioni consuete: biografia, saggio critico, autobiografia, prosimetro. Le attraversa, le contamina, le tiene in tensione. La scrittura ospita due istanze riconoscibili, che qui si possono nominare “apollinea” e “dionisiaca”: la prima orientata al logos, alla ricostruzione, alla chiarezza argomentativa; la seconda più esposta al flusso, al simbolo, alla risonanza poetica.
Un merito evidente dell’opera consiste nel riportare al centro Bianca Garufi, figura di forte intensità rimasta a lungo in una zona d’ombra. La sua vicenda si intreccia con quella di Cesare Pavese, di cui fu interlocutrice intellettuale e compagna, e con il quale scrisse Fuoco grande. Il libro restituisce una personalità complessa: partecipe della Resistenza romana, redattrice Einaudi negli anni cruciali del dopoguerra, traduttrice, scrittrice, poetessa, analista junghiana, tramite per la diffusione del pensiero di James Hillman in Italia. Una presenza che chiede di essere nominata, riletta, sottratta alla marginalità editoriale e critica.
Alcune pagine assumono un valore programmatico: la richiesta di attenzione per autrici rimaste ai margini, pur dotate di statura piena. Qui si riconosce con nettezza il polo apollineo della Simeone, impegnata da tempo in un lavoro di riemersione e di restituzione. La dimensione più incisiva del libro si colloca altrove, nel confronto con una duplicità interna che non cerca sintesi. Marialaura e Lala si affiancano, si osservano, si sfiorano, senza convergere in un punto unico. La scrittura registra questa distanza, la mantiene operante.
Il “regno delle Madri” viene evocato, circoscritto, avvicinato. L’accesso resta obliquo, come se la parola, pur spinta verso una zona limite, decidesse di sostare sul bordo. L’incompiutezza si rivela allora come forma attiva: non lacuna, piuttosto campo aperto, tensione che non si risolve. Il libro custodisce questo nucleo opaco, lo rende visibile senza esaurirlo, lasciandolo come possibile sviluppo ulteriore.
Nelle pagine più riuscite (e sono tante) Lala si intreccia con Bianca Garufi, fino a una quasi sovrapposizione. Il discorso si addentra nei territori del mito, della psicologia del profondo, dell’astrologia, dei tarocchi. Non come repertorio ornamentale, piuttosto come strumenti conoscitivi, dispositivi simbolici che ampliano la lettura dell’esperienza. La materia viene trattata con una serietà che rifiuta sia l’atteggiamento liquidatorio sia la fascinazione superficiale.
Resta, con forza, l’impressione di una parola che scava e produce eco. La pagina bianca diventa spazio necessario perché il senso si espanda, si propaghi, ritorni. Il libro costruisce così un ritmo di avanzamento e sospensione, di esposizione e risonanza.
Ciò che rimane, in chi legge, è un riconoscimento del rischio assunto: entrare in una zona dove identità, memoria, immaginario non si dispongono in ordine lineare. Un gesto di esposizione che non cerca protezioni e che affida alla scrittura il compito di tenere insieme le fratture senza ridurle.
Lala Simeone è una persona coraggiosa per la quale ho provato istintivamente grande stima per le scelte che pertengono un’altra dimensione simbolica, qui (volutamente?) assente, quella del Padre.
Ora posso ammirarne il coraggio di scrittrice che, finalmente, fatti i conti con alcuni nodi della propria esistenza, riconciliatasi con il proprio daimon, ha sciolto gli ormeggi e si lancia nel mare aperto della creazione.

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