Nata nel 1914 a Middelburg in Olanda, in una famiglia della
borghesia intellettuale ebraica, Etty Hillesum, laureatasi in giurisprudenza,
si iscrisse alla facoltà di lingue slave. Agostino, Rilke, Dostoevskij erano le
sue letture preferite. Ebbe un’intensa relazione con Julius Spier, allievo di
Jung, iniziatore della psicochirologia. Durante l’occupazione nazista
dell’Olanda, lavorò nell’ospedale del campo di smistamento di Westerbork
dall’agosto 1942 al settembre 1943 […].
Di lei e della sua esperienza sappiamo soprattutto dal
Diario e dalle Lettere […], parole «organicamente inserite in un grande silenzio»
(p. 116; Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, 1996), altissima testimonianza di
un amore per la vita che diventa, nella fedeltà, amore per Dio e per gli uomini
[…]: «Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è
Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta di pietre e
sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo» (p. 60).
Guidata da Spier, Etty imparò a nominare quella fonte che
portava nel cuore. Il Diario diventa gradualmente la storia di una resa gioiosa
davanti a Dio, scoperto come Amore […]. Etty matura un atteggiamento fiducioso
proprio nel momento in cui diventa lucidamente consapevole del destino di
distruzione cui lei e il suo popolo sono chiamati: «Ho una fiducia così grande:
non nel senso che tutto andrà sempre bene nella mia vita esteriore, ma nel
senso che anche quando le cose mi andranno male, io continuerò ad accettare questa
vita come una cosa buona». E aggiunge: «Mi meraviglio di quanto io mi stia già
orientando verso la prospettiva di un campo di lavoro» (p. 164). Non è rassegnazione, ma resa […]
all’ineluttabile, unita alla consapevolezza che nulla di essenziale si può
togliere a chi è entrato in connessione con la fonte stessa della vita. La resa
a Dio ha come conseguenza […] l’amore per il “nemico”, che in questo caso è,
coscientemente, il proprio carnefice. «È il momento di mettere in pratica il
detto: ama i tuoi nemici. E se lo diciamo noi, bisognerà pur credere che sia
possibile…» (p. 186).
[…] «Devo buttarmi e ributtarmi nella realtà, devo
confrontarmi con tutto ciò che incontro nel mio cammino, devo accogliere e
nutrire il mondo esterno col mio mondo interno e viceversa» (p. 53). […] «le numerose contraddizioni della vita
devono essere accettate […] tutte come sue parti integranti» (p. 58). […] «Per una fede in Dio e per una misera
fine» (p. 136). […]
La vena profonda del Diario è il rapporto col tempo.
Continuamente la Hillesum si sforza di abitare l’attimo […], e il dono è «il
piccolo pezzo d’eternità» (p. 86)
che scende su di noi. […] «Mi sento soltanto nelle braccia di Dio per dirla con
enfasi; e sia che ora mi trovi qui, a questa scrivania terribilmente cara e
familiare, o fra un mese in una nuda camera del ghetto o forse anche in un
campo di lavoro sorvegliato dalle SS, nelle braccia di Dio credo che mi sentirò
sempre. Forse mi potranno ridurre a pezzi fisicamente, ma di più non mi
potranno fare» (p. 167). È il
modello di una vita che integra in sé la morte: «se si esclude la morte non si
ha mai una vita completa» (p. 140; Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, 1996).
[…]
Il 7 settembre 1943 Etty, suo padre, sua madre e il fratello
furono caricati sul treno dei deportati diretto in Polonia. Salirono cantando.
Etty morì ad Auschwitz il 30 novembre 1943 […]: «Il gelsomino dietro casa è
completamente sciupato dalla pioggia e dalle tempeste di questi ultimi giorni,
i suoi fiori bianchi galleggiano qua e là sulle pozzanghere scure e melmose che
si sono formate sul tetto basso del garage. Ma da qualche parte dentro di me
esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre, e spande
il suo profumo tutt’intorno alla tua casa, mio Dio» (p. 170).
* * *
Alcuni passaggi tratti da La fede sorgiva: Il Diario di Etty Hillesum (si trova nel mio primo libro: In quieta ricerca, Percorsi editore, 2012).
La lettura della Hillesum è stata incontro decisivo della mia vita intellettuale e spirituale.


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