venerdì 16 gennaio 2026

Risposte a 𝗦𝘁𝗲𝗳𝗮𝗻𝗼 𝗖𝗮𝗿𝘁𝗮 su 𝘌𝘶𝘵𝘩𝘺𝘮𝘪𝘰𝘴 [Εὐθύμιος]

 

Caro Stefano,
tenevo molto al tuo parere sulla mia prima opera narrativa. Non per una forma di legittimazione, quanto per la storia che ci lega. Abbiamo attraversato insieme l’università a Roma, nella seconda metà degli anni Ottanta. Anni di studio serio, di letture condivise, di un apprendistato che passava anche dalle conversazioni fuori aula. In particolare, l’incontro con una maestra rara, capace di trasmettere amore per la poesia e, prima ancora, di insegnarci a leggere davvero, soprattutto la poesia.
Per questo il tuo giudizio mi è caro. Lo è per il tono, per l’attenzione con cui individui alcuni nuclei del romanzo, che definisci un viaggio «nei luoghi dell’anima». Una formula che riconosco, perché nasce da una lettura non frettolosa. Coglie il passo interiore del racconto, senza forzarlo.
Hai descritto con precisione il protagonista. Ne riconosci l’empatia, insieme a quello sguardo complessivo sulla persona che potremmo chiamare “olistico”, senza caricarlo di etichette. È un punto centrale del libro. Mi ha fatto piacere che tu abbia colto anche il legame di amicizia tra Euthymios e Yeshua. Durante la scrittura era un asse decisivo. Non un artificio narrativo, piuttosto qualcosa che affiora da alcune pagine evangeliche, penso all’episodio di Lazzaro. L’amicizia, quando è reale, fonda una vita che può dirsi degna. Lo sappiamo entrambi, per esperienza diretta.
Ho provato a immaginare due persone molto diverse, entrambe costrette dall’incontro a uscire dai propri assetti consueti. Da ciò che ciascuno dava per scontato. Non una fusione, piuttosto un’interrogazione reciproca. Entrambi vengono chiamati dall’altro, senza che questo cancelli le differenze. In questo, forse, sta la mia scelta più personale.
Sì, ho cercato di fare del protagonista un cercatore onesto della verità. Non un eroe, non un modello. Qualcuno che procede con gli strumenti che ha, accettando limiti e contraddizioni. Mi auguro che in questa figura possa riconoscersi anche una parte dell’umanità smarrita dei nostri giorni inquieti, senza che il testo pretenda di offrire soluzioni.
Sapevo che le pagine dedicate a Deborah ti avrebbero parlato. Non aggiungo altro. Ci sono cose che, tra persone che si conoscono da molti anni e hanno condiviso momenti luminosi e passaggi dolorosi, non hanno bisogno di essere esposte. Restano tra le righe.
Hai ragione anche sulla morte di Euthymios. È serena. Così dovrebbe essere la fine di chi ha fatto ciò che poteva e ciò che doveva, senza risparmiarsi, senza chiedere sconti.
Lo dico spesso, anche altrove: sapere che i miei amici più cari mi sono accanto in questa fioritura inattesa mi sostiene e mi conferma in una vocazione, per quanto scoperta tardivamente. 


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