
Marco aveva trent’anni quando un fulmine si abbatté
— non metaforicamente, stavolta — sulla loro casa. Era piena notte, e il
temporale infuriava sopra la città come una guerra antica. La pioggia
scrosciava contro i vetri, il vento piegava le persiane, ma, fino a quel
momento, era sembrato più che un normale sfogo atmosferico.
Poi, all’improvviso, la prima esplosione.
Un boato secco, netto, simile al colpo di un’arma da
fuoco sparata nel silenzio. Uno di quei rumori che il corpo riconosce prima
della mente, e che resta impresso nella memoria come un’eco fisica. Marco aprì
gli occhi di scatto. Un odore acre, di plastica bruciata e rame fuso, gli entrò
nelle narici come un veleno. Il buio era rotto solo da un bagliore azzurrastro,
e sul muro vide, per un istante, una lunga striscia nera sopra la cassetta
elettrica. Sembrava una ferita aperta sulla pelle della casa.
Eppure, inspiegabilmente, si voltò dall’altra parte.
Era troppo stanco per avere paura. Troppo saturo per reagire. Dormì. Dormì con
quell’odore nelle narici, con la consapevolezza opaca di un pericolo già
accaduto, come se il mondo, anche stavolta, potesse aspettare ancora un paio
d’ore.
Il giorno dopo si svegliò in un silenzio diverso,
innaturale. La luce dell’abat-jour non si accese. Il display del forno era
spento. Il frigorifero non brontolava. Era come se qualcosa di invisibile
avesse cancellato ogni forma di vita elettrica. Marco si alzò, si vestì senza
fretta, ancora impastato di sonno e di odore bruciato. Scese in cucina, provò ad
accendere il televisore. Nulla. Provò con il videoregistratore, con lo
stabilizzatore, con la caldaia. Uno a uno, gli oggetti tacevano. Era come se il
fulmine avesse tracciato un sentiero preciso, distruggendo ciò che gli era più
necessario.
Poi cominciò la conta. Il televisore: bruciato. Due
videoregistratori: morti. L’antenna e la sua centralina: fusi. Due
stabilizzatori: carbonizzati. Forse anche la scheda madre della caldaia, quella
nuova, costosa, appena installata. Un disastro silenzioso, invisibile ma reale.
Un nemico che si era infilato tra le mura domestiche e aveva inferto colpi
chirurgici, lasciando solo le cose apparentemente integre. Apparentemente.
Marco si sedette sul divano con in mano il
telecomando inutile. Lo guardava come si guarda un relitto. E capì. Capì che
quel fulmine non era stato solo un evento atmosferico. Era una sintesi perfetta
del suo tempo: un punto esclamativo nel caos, una scarica che aveva reso
visibile ciò che covava da mesi. La precarietà. Il disordine. La stanchezza. La
sensazione di non farcela più. Ma soprattutto, l’impossibilità di trovare un
colpevole esterno. Era solo sfortuna?
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