Eppure, anche quella presenza — così intensa, così
innocente — non riusciva più a colmare il vuoto che si era aperto tra lui e
Maria. Un vuoto che non era fatto di litigi o parole cattive ma di distanze
sottili: sguardi che si sfioravano senza incontrarsi, carezze mancate, gesti
automatici, conversazioni sempre più pratiche e sempre meno vere. La sera,
quando la bambina dormiva e il silenzio si faceva più denso, Marco avvertiva
tutto il peso di quella assenza reciproca. Avevano smesso di parlarsi davvero.
Ogni tentativo finiva per urtare contro il risentimento accumulato, contro il
bisogno di essere capiti che si trasformava subito in accusa.
C’erano giorni in cui Marco si chiedeva se l’amore
potesse finire senza rumore, come una candela lasciata consumare da sola in una
stanza vuota. Non c’erano state grandi colpe né tradimenti né fughe. Solo la
fatica, il logorio, il senso di estraneità. Era come se avessero smesso di
camminare insieme, pur continuando a condividere la stessa direzione apparente.
E questo, forse, era ancora più doloroso: il sapere di essere ancora lì ma per
inerzia.

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