mercoledรฌ 15 aprile 2026

crepa [๐Ÿ…ƒ๐Ÿ„ด๐Ÿ…‚๐Ÿ…‚๐Ÿ„ด๐Ÿ…๐Ÿ„ด]

Marco aveva cinquantun anni e, da qualche tempo, sentiva la casa come un luogo che scricchiolava. Non c’erano crolli, non ancora. Ma le crepe si allargavano, sottili e pervicaci, nei muri della relazione. Ogni gesto, ogni parola quotidiana, sembrava poggiata su un pavimento instabile, pronto a cedere al minimo peso. Viveva con Maria e con Virginia, la figlia avuta in un tempo di grazia che ora gli sembrava remoto, quasi appartenesse a un'altra vita. La bambina aveva appena due anni. Era luce pura, vitalitร , futuro. Con la sua voce squillante, le domande buffe, gli abbracci senza motivo, riusciva ancora a strappare a Marco un sorriso autentico, a ricordargli che la tenerezza non รจ mai sprecata.

Eppure, anche quella presenza — cosรฌ intensa, cosรฌ innocente — non riusciva piรน a colmare il vuoto che si era aperto tra lui e Maria. Un vuoto che non era fatto di litigi o parole cattive ma di distanze sottili: sguardi che si sfioravano senza incontrarsi, carezze mancate, gesti automatici, conversazioni sempre piรน pratiche e sempre meno vere. La sera, quando la bambina dormiva e il silenzio si faceva piรน denso, Marco avvertiva tutto il peso di quella assenza reciproca. Avevano smesso di parlarsi davvero. Ogni tentativo finiva per urtare contro il risentimento accumulato, contro il bisogno di essere capiti che si trasformava subito in accusa.

C’erano giorni in cui Marco si chiedeva se l’amore potesse finire senza rumore, come una candela lasciata consumare da sola in una stanza vuota. Non c’erano state grandi colpe nรฉ tradimenti nรฉ fughe. Solo la fatica, il logorio, il senso di estraneitร . Era come se avessero smesso di camminare insieme, pur continuando a condividere la stessa direzione apparente. E questo, forse, era ancora piรน doloroso: il sapere di essere ancora lรฌ ma per inerzia.


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