Marco aveva cinque o sei anni quando iniziò a porsi domande su Assunta.
Non
la chiamava mai “tata” né “domestica”. Era Assunta.
Era
lì da prima che lui nascesse. Quando sua madre l’aveva presa in casa, era una
ventenne con una valigia di cartone. Veniva da un paese di collina, senza
ferrovia né cinema, dove le donne si svegliavano con le galline e portavano il
lutto per tutta la vita. Era arrivata con gli abiti buoni della festa, le
scarpe troppo grandi — donate da una cugina sposata a un carabiniere — e uno
sguardo che non chiedeva nulla.
Dormiva
in una stanza piccola, tra i tubi dell’acqua calda e l’odore del detersivo. Le
pareti erano piene di fotografie sbiadite: fratelli emigrati, sorelle con abiti
stranieri, bambini di altri che non aveva mai visto crescere. Ogni foto aveva
una scritta a penna sul retro — “Zurigo, 1967”, “Barcellona, Natale”, “Con i
cugini davanti alla fabbrica” — come se ogni immagine fosse un pezzo d’anima
dispersa tra le nevi del Nord o i cantieri del Mediterraneo.
Erano
figli di un Sud che aveva sradicato intere famiglie per mandarle a reggere le
impalcature del miracolo economico altrove. Assunta era rimasta. Senza scuola,
senza marito, senza altro destino che quello di accudire figli non suoi,
preparare minestre, stirare camicie, pulire fughe tra le piastrelle.
Non
c’erano domeniche per lei né vacanze né fotografie sue nella casa. C’era il
rumore del batticarne la domenica mattina, il profumo del basilico raccolto
all’alba. Era come l'acqua nei tubi: necessaria, invisibile.
Eppure,
nessuno in casa era cresciuto senza lei.
Era
lei che teneva il bambino quando piangeva e i genitori erano troppo stanchi.
Lei che puliva il sangue del primo ginocchio sbucciato, che scaldava il latte
con la foglia d’alloro per calmare la tosse, che teneva il broncio quando i
ragazzi facevano tardi ma si scioglieva a ogni bacio distratto.
Marco,
da piccolo, credeva che Assunta fosse immortale. Una figura del presepe che
restava sempre uguale, tra la madonna col bambino e il pastore col mantello. Solo
più vera. Più presente.
Un
giorno, al catechismo, disse alla suora che lui aveva due mamme. E quando la
suora chiese: “Come due?”, Marco rispose:
—
Una è mia madre. L’altra è quella che mi lava.
Assunta
non seppe mai di quella frase. Ma se l’avesse saputa, non avrebbe riso.
L’amore
non aveva nome. Aveva mani, gesti, odori.
Assunta
era analfabeta. Non aveva mai messo piede in una scuola. Firmava con una croce
e guardava con soggezione ogni documento ufficiale, come se potesse nascondere
un inganno. Aveva imparato a memoria preghiere, proverbi, prescrizioni di
saggezza popolare. Aveva un sapere non scritto, fatto di gesti, di ritmi, di
stagioni.
Parlava
una lingua sua, un miscuglio di dialetto arcaico, parole inventate, detti presi
chissà dove, che faceva ridere Marco e le sue sorelle. Ma non era una risata di
scherno. Era una risata che nasceva dal riconoscimento: quella lingua, pur
diversa, era diventata loro. Un grammelot familiare, irripetibile fuori da
casa. Tra i loro giochi preferiti trovare le esatte parole corrispondenti
nell’italiano “dotto” di quella lingua che forse esisteva solo tra quelle
quattro mura.
A
tavola, le sorelle la imitavano, ridendo, una parodia affettuosa, mai crudele.
Marco, invece, ascoltava con una specie di reverenza. Gli sembrava che in
quella lingua si conservasse il suono dell’origine, qualcosa di sacro e
infantile, come le litanie del Rosario cui spesso era costretto a partecipare.

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