sabato 18 aprile 2026

fedeltà [🅃🄴🅂🅂🄴🅁🄴]


Marco aveva cinque o sei anni quando iniziò a porsi domande su Assunta.

Non la chiamava mai “tata” né “domestica”. Era Assunta.

Era lì da prima che lui nascesse. Quando sua madre l’aveva presa in casa, era una ventenne con una valigia di cartone. Veniva da un paese di collina, senza ferrovia né cinema, dove le donne si svegliavano con le galline e portavano il lutto per tutta la vita. Era arrivata con gli abiti buoni della festa, le scarpe troppo grandi — donate da una cugina sposata a un carabiniere — e uno sguardo che non chiedeva nulla.

Dormiva in una stanza piccola, tra i tubi dell’acqua calda e l’odore del detersivo. Le pareti erano piene di fotografie sbiadite: fratelli emigrati, sorelle con abiti stranieri, bambini di altri che non aveva mai visto crescere. Ogni foto aveva una scritta a penna sul retro — “Zurigo, 1967”, “Barcellona, Natale”, “Con i cugini davanti alla fabbrica” — come se ogni immagine fosse un pezzo d’anima dispersa tra le nevi del Nord o i cantieri del Mediterraneo.

Erano figli di un Sud che aveva sradicato intere famiglie per mandarle a reggere le impalcature del miracolo economico altrove. Assunta era rimasta. Senza scuola, senza marito, senza altro destino che quello di accudire figli non suoi, preparare minestre, stirare camicie, pulire fughe tra le piastrelle.

Non c’erano domeniche per lei né vacanze né fotografie sue nella casa. C’era il rumore del batticarne la domenica mattina, il profumo del basilico raccolto all’alba. Era come l'acqua nei tubi: necessaria, invisibile.

Eppure, nessuno in casa era cresciuto senza lei.

Era lei che teneva il bambino quando piangeva e i genitori erano troppo stanchi. Lei che puliva il sangue del primo ginocchio sbucciato, che scaldava il latte con la foglia d’alloro per calmare la tosse, che teneva il broncio quando i ragazzi facevano tardi ma si scioglieva a ogni bacio distratto.

Marco, da piccolo, credeva che Assunta fosse immortale. Una figura del presepe che restava sempre uguale, tra la madonna col bambino e il pastore col mantello. Solo più vera. Più presente.

Un giorno, al catechismo, disse alla suora che lui aveva due mamme. E quando la suora chiese: “Come due?”, Marco rispose:

— Una è mia madre. L’altra è quella che mi lava.

Assunta non seppe mai di quella frase. Ma se l’avesse saputa, non avrebbe riso.

L’amore non aveva nome. Aveva mani, gesti, odori.

Assunta era analfabeta. Non aveva mai messo piede in una scuola. Firmava con una croce e guardava con soggezione ogni documento ufficiale, come se potesse nascondere un inganno. Aveva imparato a memoria preghiere, proverbi, prescrizioni di saggezza popolare. Aveva un sapere non scritto, fatto di gesti, di ritmi, di stagioni.

Parlava una lingua sua, un miscuglio di dialetto arcaico, parole inventate, detti presi chissà dove, che faceva ridere Marco e le sue sorelle. Ma non era una risata di scherno. Era una risata che nasceva dal riconoscimento: quella lingua, pur diversa, era diventata loro. Un grammelot familiare, irripetibile fuori da casa. Tra i loro giochi preferiti trovare le esatte parole corrispondenti nell’italiano “dotto” di quella lingua che forse esisteva solo tra quelle quattro mura.

A tavola, le sorelle la imitavano, ridendo, una parodia affettuosa, mai crudele. Marco, invece, ascoltava con una specie di reverenza. Gli sembrava che in quella lingua si conservasse il suono dell’origine, qualcosa di sacro e infantile, come le litanie del Rosario cui spesso era costretto a partecipare.


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