Sembrava un ordinario pomeriggio d’un tempo assuefatto alla catastrofe,
ma un messaggio era destinato a scuoterlo. «Dobbiamo costruire una raccolta di
racconti ispirati alla guerra. Ho pensato anche a te». La mia risposta
interlocutoria (prendere tempo è da sempre il mio modo per sopravvivere): «Grazie!
Ma ne sono all’altezza?»
Il criceto inizia a correre. Era un po’ che si era impigrito, creandosi
una confort zone, una sana dialettica pacificatrice in cui poter essere, ad
esempio, un pacifista utopista ma anche un teorico della realpolitik. Povero
criceto, degno figlio di “guerre umanitarie” e “capitalismi ben temperati”! Non
immaginava come quella richiesta, apparentemente innocua, l’avrebbe strappato
alla sua quiete. La ruota amata, odiata, gira. Guardo per l’ennesima volta la
foto di una madre morta con i suoi due figli in un tentativo vano di fuga
mentre tutto intorno c’è solo terra desolata, città di rovine. Mi sono
costretto a guardarla in questi giorni, anche se ogni fibra del mio essere
voleva voltarsi, fingere che fosse il fotogramma di un film. Mi ha riportato
allo sgomento degli anni Novanta. Una donna anziana, già morta, a terra con
accanto i resti della spesa, presa a calci da un soldato (l’ho conservata nel
mio archivio cartaceo, senza avere più il coraggio di riprenderla). In quel
feroce esperimento europeo che fu la guerra jugoslava, e che pare riemergere
come un fantasma della nostra coscienza sporca in queste settimane. Dal
disordinato ripostiglio della memoria escono fuori brandelli del mio tema di
maturità sulla violenza (1985, era in corso la guerra Iran-Iraq, Hussein era il
fedele vassallo dell’Occidente contro il medioevo sciita), costruito montando
frammenti rubati a Fromm, che raccontava con dovizia di particolari
raccapriccianti come il necrofilo venga affascinato da tutto ciò che è morto.
Hitler, secondo molti testimoni, amava passeggiare tra i cadaveri in
putrefazione. Una possibile declinazione, non propriamente filosofica,
dell’essere-per-la-morte che avrebbe nutrito la stagione più tanatocentrica
della storia umana.
La nostra, mi dico, è tutta una società
necrofila. Anche chi guarda (ci deve essere un sottile compiacimento nel contemplare
l’orrore, altrimenti, come per i Greci, dovrebbe diventare “osceno” nel senso
letterale) partecipa di questa pulsione umana, troppo umana.
* * *
Il racconto integrale si trova in Illegittima offesa (a cura di Antonio Martone), De Frede Editore, 2022).
Il titolo traduce una celebre canzone Dylan e Rick Danko, resa celebre dalla Bad: This Wheel's on Fire.
L'immagine della ruota in fiamme è un elemento centrale della visione profetica descritta nel libro di Ezechiele.

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