Leggo di una docente che decide di anticipare la pensione perché non si sente più a suo agio in questa scuola. Non avrei mai pensato che potesse succedere anche a me.
Sia chiaro: trascorro ancora momenti belli in classe con gli allievi, pur avendo praticamente azzerato la mia presenza a scuola, riducendola agli obblighi contrattuali, dopo il tramonto del sogno di creare una piccola comunità con una storia condivisa.
Non riesco mai a capire, a posteriori, se i
miei sogni siano generosi o semplicemente stupidi. Come con il M5S.
Dicevo: non pensavo potesse capitarmi di iniziare a sentire
uno scollamento profondo con un mondo che ha definito le mie aspirazioni di
studente liceale e universitario. Per me l’immissione in ruolo fu l’approdo a
una terra promessa, dopo un deserto di precariato lavorativo — durato quasi
dieci anni — che un giorno racconterò.
Certo, la rottura dello scorso anno — con le dimissioni da
collaboratore — ha contribuito alla maturazione di questo stato d’animo nuovo,
ma da sola non sarebbe bastata. Ho provato a mettere in ordine i pensieri sulla
scuola. Ne è uscito un breve saggio, molto impressionistico, che però è
piaciuto e ha ricevuto premio di una certa importanza.
Quest’anno sto avendo conferme di quanto pensato. Non credo
si tratti soltanto di “senilità”, di vecchiaia. Sicuramente, la distanza con i
miei allievi si è fatta siderale. È difficilissimo trovare terreni comuni di
confronto. Il problema, però, è più profondo. Diceva la collega che ha
anticipato la pensione: i giovani vogliono professori “pop”, come quelli che
trovano in rete.
Mi veniva in mente un paragone che spero non sia azzardato:
i docenti consapevoli — non tutti lo sono, e molti vivono burocraticamente il
proprio lavoro da che mondo è mondo — devono affrontare lo stesso stress di un
ragazzo costretto a confrontarsi con gli attori perfetti dell’industria
cinematografica, o di una ragazza chiamata a reggere il paragone con modelle,
influencer, starlet.
Insomma, nella società dello spettacolo è inevitabile che
anche i processi educativi vengano spinti a rendersi appetibili secondo gli standard comunemente condivisi, semplificando
i processi mentali, riducendo la fatica che dovrebbe sempre accompagnare un
sapere che voglia essere profondo.
Infatti quest’anno, forse per la prima volta, ho vissuto in
una mia classe la sensazione angosciante di trovarmi davanti ragazzi in buona
parte passivi, con la testa perennemente rivolta allo smartphone, totalmente
disconnessi dalla realtà in cui si trovavano, interessati quasi esclusivamente
al “voto” e alla valutazione finale. E mi sono sentito impotente.
D’altronde, mi dico poi, cosa aspettarsi da ragazzi
cresciuti dentro un’egemonia “sottoculturale”, che amano Christian De Sica e ignorano chi fosse suo padre, educati a credere soltanto nel
successo individuale, nel denaro, nel trionfo dell’esteriorità? Non è colpa
loro! È colpa di chi questo mondo lo ha costruito o lo subisce passivamente. E sia chiaro che non mi sento innocente di questo sfacelo.
Penso istintivamente a una poesia di Pier Paolo Pasolini, che il mio amico Tullio Calzone amava citare negli anni della nostra formazione.
Leggevo in classe la conclusione de Le città invisibili. Per me Calvino è scoperta della vecchiaia. Per anni ho biasimato la sua resa. Ora quelle parole paiono anche a me una soluzione possibile.
Non sono affranto. Sgomento sì, in certi momenti. Perché io credevo…
Post scriptum
Tutto è perduto? No. Esistono gli interstizi che salvano le relazioni interpersonali dal Moloch burocratico che è diventata la scuola, grazie al volenteroso lavoro di management e middle-management selezionato proprio secondo i parametri del sistema. E esistono, allo stesso modo feritoie (mai parola fu più appropriata!) di senso in cui creare rapporti veri con i ragazzi (quando, appunto, sono feriti), cercando di mettersi al servizio dello splendore che, malgrado tutto, si portano dentro, spesso senza neanche esserne consapevoli.


Nessun commento:
Posta un commento