mercoledì 6 maggio 2026

Marika Pinto su "Euthymios" [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 


Leggere Euthymios quando l’autore è anche il proprio professore crea inevitabilmente una doppia prospettiva: quella della lettrice e quella della studentessa. Il risultato, almeno nel mio caso, è stato un’esperienza interessante ma non del tutto risolta, proprio perché il romanzo sembra muoversi in equilibrio tra rigore intellettuale e libertà narrativa.

La sensazione è che il romanzo non sia nato da un’intuizione improvvisa ma da una sedimentazione lunga, quasi “accademica”. Si percepisce che dietro c’è un pensiero costruito nel tempo, forse prima ancora come riflessione filosofica che come storia.

Il nodo più interessante, dalla mia posizione, è proprio questo: quanto il docente di storia e filosofia nutre il romanzo e quanto, invece, lo trattiene? In Euthymios la forma mentis del professore è chiaramente presente: nella precisione, nella cautela interpretativa, nella centralità delle domande. Tuttavia, in alcuni passaggi si avverte il desiderio di spiegare, di chiarire, più che di lasciar vivere la scena.

Questo si collega anche al rapporto con la tradizione. Il romanzo attraversa figure e momenti storicamente e simbolicamente enormi, e si percepisce una forte consapevolezza del loro peso. Tuttavia, questa attenzione non si traduce in una paura paralizzante di tradire la tradizione: al contrario, sembra che l’autore si muova con una certa libertà, permettendo alla narrazione di svilupparsi senza essere soffocata da un eccesso di prudenza. La fedeltà resta come sfondo, ma non limita davvero la forza narrativa, che riesce a emergere in modo autonomo e, nei momenti migliori, anche incisivo.

Molto riuscita, invece, è la scelta dello sguardo marginale. Euthymios, straniero e medico, è un punto di vista intelligente perché permette di osservare eventi noti senza darli per scontati. Questo risponde bene anche alla domanda su cosa possa trovare oggi un lettore moderno: proprio questo scarto, questa distanza, che rende familiare ciò che è lontano e, allo stesso tempo, problematizza ciò che crediamo di conoscere.

La costruzione mentale del protagonista è uno degli aspetti più convincenti. Non cade facilmente nell’anacronismo: la razionalità medica di Euthymios è coerente con il suo tempo, ma viene progressivamente messa in crisi. Qui emerge una delle linee più forti del romanzo: non tanto il limite della ragione, quanto la sua trasformazione. Non c’è un rifiuto della razionalità ma una sua apertura a ciò che non riesce a spiegare.

Il rapporto con Yeshua è il nodo centrale, ma non ciò che mi ha più entusiasmata del romanzo. La dimensione umana prevale su quella sacralizzata, e questo rende il tutto più accessibile e, paradossalmente, più potente. Tuttavia, questa stessa scelta porta con sé una conseguenza: il romanzo resta costantemente nel dubbio. Euthymios non arriva mai a una certezza piena, e questo sembra voluto. Il dubbio non è solo un tema, ma una condizione strutturale del testo.

Un altro elemento interessante è il ruolo dell’interiorità. I momenti più significativi non sono quelli “storici”, ma quelli in cui il protagonista rielabora ciò che ha vissuto. È lì che si gioca davvero il romanzo. Questo però può anche creare una certa distanza emotiva: il lettore è spesso più nella mente di Euthymios che dentro gli eventi.

La scelta della forma autobiografica rafforza questa dimensione intimista. Il vantaggio è una grande coerenza psicologica; il rischio è una limitazione dello sguardo: gli altri personaggi esistono solo in funzione del protagonista e risultano, a volte, meno vivi.

Alla fine, ciò che resta costante in Euthymios è proprio la sua tensione: tra sapere e non sapere, tra corpo e mistero, tra storia e interpretazione. È un personaggio che cambia, ma conserva una certa fedeltà al dubbio, alla ricerca.

In conclusione, Euthymios è un romanzo colto, stratificato, che pone domande più che dare risposte. Forse proprio per questo può risultare meno coinvolgente sul piano emotivo, ma resta stimolante su quello riflessivo. Le tre stelle nascono da qui: dal riconoscimento della profondità dell’opera, ma anche dalla presenza di alcuni nodi concettuali molto colti che, a tratti, risultano complessi da seguire. Questa densità intellettuale, pur essendo uno dei punti di forza del romanzo, rischia di rendere l’esperienza di lettura meno piena per chi non ha una preparazione adeguata.

* * *

Marika Pinto è una giovanissima studentessa con una grande passione per la lettura. La recensione del libro è apparsa sul suo profilo Goodreads.

Ho apprezzato moltissimo, oltre ad alcune considerazioni assai utili per me, lassoluta onestà intellettuale.  

Marika discuterà del libro con me allinterno del Festival del Libro di Ceppaloni.


Il romanzo sarà premiato a San Marco dei Cavoti il 23 maggio, classificatosi secondo per 
l’opera edita allinterno della XIV edizione di Nero su Bianco - Premio Letterario Mino De Blasio.




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