domenica 15 marzo 2026

27. Buio [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


L’attesa aveva preso possesso dell’appartamento prima di lei.

Elia lo capì dal modo in cui il silenzio si addensava negli angoli, come una presenza discreta. Marta sarebbe arrivata alle venti. Erano le diciannove e dodici.

Aveva preparato due bicchieri, aperto una bottiglia di vino, spostato la sedia che cigolava. Ogni gesto sembrava anticipare qualcosa che non riusciva a definire.

Si erano conosciuti da poco. Un incontro breve, una conversazione interrotta da una risata non condivisa. Lei gli aveva scritto: “Vengo da te”.

Da allora l’attesa aveva cominciato a lavorare.

Elia camminava per la casa controllando dettagli minimi. Il riflesso sul tavolo. L’odore dei cuscini. Il suono del frigorifero.

Non temeva il giudizio. Temeva di non sapere come stare quando lei sarebbe entrata.

Alle diciannove e cinquanta il telefono vibrò.

“Sto salendo”.

Il cuore accelerò in modo eccessivo, come se l’incontro fosse una prova.

Quando bussò, Elia aprì subito.

Marta entrò senza esitazione. Cappotto scuro, capelli raccolti, sguardo diretto.

Si avvicinò. Lo baciò con decisione.

Il corpo di Elia rispose. Le mani cercarono il suo collo, la schiena, il tessuto del vestito.

Eppure, sotto il desiderio, restava uno scarto.

Non era timidezza. Non era inesperienza.

Era la sensazione che ogni gesto avesse un copione che lui non conosceva.

Marta lo guidò verso la camera. Spense la luce.

Nel buio, il respiro si fece più rapido. Le dita si intrecciarono. La pelle cercò altra pelle.

Elia sentiva il calore, la pressione, il ritmo.

Sentiva anche una distanza sottile, come se una parte di sé osservasse la scena senza riuscire a entrarvi del tutto.

«Ci sei?» sussurrò lei.

La domanda lo colpì.

Era lì. E non era certo di esserci.

«Sì» rispose.

La voce non lo convinse.

Il desiderio aumentò, si fece urgente. Marta lo strinse con forza, quasi a trattenere qualcosa che rischiava di sfuggire.

Elia provò a lasciarsi andare. A smettere di analizzare. A restare nel gesto.

Non ci riuscì del tutto.

Avvertiva che l’attesa non si era sciolta nell’incontro. Si era trasformata.

Non attendeva più lei. Attendeva di sentirsi intero.

Quando tutto si fermò, restarono sdraiati senza parlare.

Marta tracciò una linea sul suo petto con un dito.

«A cosa pensi?» chiese.

Elia cercò una parola che non suonasse evasiva.

Non la trovò.

Capì che il buio non era un rifugio. Era uno specchio.

E che l’attesa non riguardava l’arrivo di qualcuno.

Riguardava la possibilità di coincidere con se stesso nel momento in cui un altro lo tocca.

Marta si addormentò presto.

Elia restò sveglio, con il suo respiro accanto.

Sentiva il calore del corpo di lei.

Sentiva anche quella parte che restava indietro, come se l’incontro non bastasse a colmare la frattura.

Non sapeva se fosse paura di perdere o incapacità di appartenere.

Sapeva solo che, anche nell’abbraccio, rimaneva uno spazio che non riusciva ad attraversare.

Uno spazio che non era vuoto.

Era la sua stessa distanza.


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