Il sistema dell’acqua funzionava da cinquant’anni senza interruzioni.
Nel paese lo ripetevano con orgoglio. Le condutture passavano sotto le case, attraversavano l’orto comunale, risalivano verso la fontana centrale. Ogni mattina alle sei l’acqua arrivava con la stessa pressione.
Elia si svegliò al rumore dei tubi che vibravano. Si alzò, aprì il rubinetto della cucina. L’acqua uscì limpida, poi rallentò. Non si fermò. Cambiò direzione.
Il getto non cadeva più verso il basso. Si piegava leggermente verso sinistra, come attratto da qualcosa fuori campo.
Elia rimase a guardare. Allungò una mano. L’acqua lo evitò di pochi millimetri.
Chiuse il rubinetto. Lo riaprì. Il fenomeno si ripeté.
Scese in strada. Altri abitanti osservavano la fontana. L’acqua zampillava verso l’alto e poi si inclinava, scorrendo nell’aria per un tratto prima di cadere a terra.
«È la pressione» disse il sindaco. «Un guasto temporaneo.»
Ma nessun tecnico trovò rotture.
Elia seguì la direzione del flusso. Tutte le deviazioni convergevano verso la vecchia casa in fondo al paese, quella disabitata da anni.
La porta era socchiusa.
Dentro, l’aria era umida. Sul pavimento si erano formate piccole pozze, come se l’acqua avesse scelto di radunarsi lì.
Al centro della stanza principale c’era un tavolo di legno. Sopra, un quaderno gonfio d’umidità.
Elia lo aprì. Le pagine erano bianche, ma l’acqua tracciava linee sottili sulla carta, come una scrittura che si formava e subito si cancellava.
Non parole. Direzioni.
Sentì un disagio preciso. Non paura. Una perdita di orientamento.
L’acqua continuava ad arrivare, silenziosa, disciplinata nel suo deviare.
Qualcuno entrò alle sue spalle.
«È la falda che si muove» disse un uomo.
Elia scosse il capo. La falda non scrive.
Guardò le linee liquide che si componevano sul foglio. Non indicavano un luogo. Indicavano uno scarto.
Forse il sistema non era guasto. Forse stava rispondendo a qualcosa che nessuno aveva nominato.
Uscì dalla casa. Il flusso si attenuò, poi tornò verticale, come sempre.
Il paese riprese il suo ritmo.
Il sindaco parlò di manutenzione preventiva. Gli abitanti riaprirono i rubinetti senza più guardare.
Elia tornò a casa. Aprì l’acqua.
Il getto scese diritto.
Eppure, per un istante, ebbe la sensazione che la direzione non fosse una proprietà dell’acqua ma una concessione.
Restò a lungo con la mano sotto il flusso, chiedendosi se ciò che chiamiamo sistema non sia altro che un accordo fragile con ciò che potrebbe, in ogni momento, inclinarsi altrove.
E non seppe se il vero disordine fosse nel tubo o nel suo sguardo.

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