L’universo aveva iniziato a espandersi il lunedì, secondo il bollettino.
Elia lo seppe dal notiziario del mattino, mentre versava il caffè. Un grafico semplice mostrava una curva in salita.
«Fenomeno lieve ma irreversibile» spiegava la voce. «Nessun allarme.»
Aprì la finestra. Il palazzo di fronte sembrava alla stessa distanza di sempre. Forse un poco più lontano. O forse era suggestione.
Andò al lavoro. In metropolitana le persone parlavano dell’espansione come di un aggiornamento stagionale.
«Si adegueranno le infrastrutture» diceva un uomo con la cravatta allentata.
«È già tutto previsto» rispondeva una donna con le cuffie.
Elia ascoltava. Non riusciva a capire in che modo l’universo che si allargava potesse essere previsto.
In ufficio, il responsabile distribuì un promemoria: Protocollo di adattamento allo scostamento cosmico. Le scrivanie sarebbero state distanziate progressivamente. Le riunioni ridotte.
«Nulla cambia nella sostanza» disse il responsabile. «Solo le proporzioni.»
Elia guardò la stanza. Gli sembrò che le pareti fossero appena più distanti.
A pranzo uscì in strada. Le insegne oscillavano. Le ombre parevano leggermente più lunghe del dovuto.
Chiamò sua madre.
«Hai sentito?» chiese.
«Sì. È sempre stato così. Solo che ora lo misurano.»
«E non ti preoccupa?»
«Di cosa dovrei preoccuparmi?»
Elia non seppe rispondere.
La sera, tornando a casa, notò che il corridoio del suo palazzo sembrava più lungo. Le scale più ripide. Il pianerottolo più vuoto.
Accese la televisione.
Un esperto spiegava che l’espansione non avrebbe avuto effetti percepibili sulla vita quotidiana.
«Si tratta di variazioni infinitesimali» disse con un sorriso sereno.
Elia si sedette sul divano. Sentiva una distanza crescente tra lui e le cose. Non misurabile. Non verificabile.
Aprì il frigo. La luce interna sembrò impiegare un istante in più ad accendersi.
Forse era stanchezza.
Nei giorni seguenti le strade si fecero leggermente più larghe. Le conversazioni più rarefatte. Gli abbracci più brevi.
Nessuno sembrava turbato.
Un collega gli disse: «È solo l’universo che fa il suo lavoro.»
Elia annuì.
Provò a immaginare il punto da cui tutto si allargava. Non riuscì a collocarlo.
Si chiese se l’espansione fosse fuori di lui o dentro.
Se l’universo si dilatava, dove restava il centro?
Guardò le mani. Erano lì. Il tavolo era lì. La stanza pure.
Eppure qualcosa si era spostato di pochi millimetri.
Non sapeva nominare quella sensazione. Non era paura. Non era meraviglia.
Era la percezione che le coordinate stessero scivolando senza rumore, e che nessuno volesse ammetterlo.
La televisione annunciò che l’espansione era ormai stabile.
Elia spense.
Rimase seduto nel soggiorno leggermente più ampio.
Non capiva se fosse lui a diventare più piccolo o il resto a diventare più lontano.
Capiva solo che l’universo poteva allargarsi senza chiedere il suo consenso.
E che lui non aveva alcuno strumento per stabilire se stesse ancora al centro o già ai margini di qualcosa che continuava a chiamarsi realtà.

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