venerdì 13 marzo 2026

25. Deviazione [🅡🅐🅒🅒🅞🅝🅣🅘 🅜🅘🅝🅘🅜🅘]

 


Deviare era il verbo che il medico aveva scritto a margine della cartella clinica.

Elia lo lesse per caso, mentre il foglio restava sul tavolo troppo a lungo.

«Deviazione lieve del comportamento adattivo.»

Il medico parlava con tono rassicurante.

«Nulla di patologico. Solo una tendenza a uscire dal tracciato.»

Elia annuì senza sapere quale fosse il tracciato.

Tutto era iniziato quando aveva smesso di ridere nei momenti giusti. Una battuta in ufficio. Silenzio. Una notizia grave. Un sorriso involontario. Non ironia. Disallineamento.

La compagna gli aveva detto: «Non reagisci come gli altri.»

Non sapeva come si reagisse correttamente.

Al lavoro gli avevano assegnato un tutor per la “gestione delle dinamiche relazionali”. Il tutor gli spiegava quando annuire, quando interrompere, quando esprimere disappunto.

«Se il collega racconta un problema personale, inclina il capo di quindici gradi» suggeriva.

Elia provava. Il gesto gli sembrava artificiale.

Una sera, a cena con amici, scoppiò una discussione politica. Tutti alzarono la voce in modo calibrato, alternando indignazione e ironia.

Elia ascoltava. Non riusciva a capire dove collocarsi.

Provò a intervenire. Le sue parole caddero fuori ritmo.

«Non puoi restare neutrale» disse qualcuno.

Non era neutrale. Era indeciso.

Il giorno dopo tornò dal medico.

«Deviare da cosa?» chiese.

Il medico lo guardò con un sorriso stanco.

«Dalla norma.»

«Quale norma?»

Il medico fece un gesto vago. «Quella condivisa.»

Elia uscì con una prescrizione leggera e un opuscolo: Riconoscere le proprie traiettorie.

Sedette su una panchina del parco. Intorno a lui le persone camminavano, parlavano al telefono, spingevano passeggini. Sembravano sapere quando fermarsi, quando accelerare, quando indignarsi.

Provò a imitare un’espressione vista poco prima. Non gli apparteneva.

Si accorse che il problema non era deviare. Era non sapere da quale centro stesse deviando.

Non possedeva una mappa interna che coincidesse con quella degli altri.

Un bambino cadde davanti a lui. Pianse con decisione. La madre lo sollevò con gesto automatico.

Elia si rese conto che avrebbe dovuto reagire in un certo modo. Non seppe quale.

Non si sentiva malato. Si sentiva fuori tempo rispetto a un copione non scritto.

Restò seduto finché il sole calò.

La deviazione era un errore clinico? O una distanza crescente tra lui e il modo in cui il mondo pretendeva di essere abitato?

Non sapeva se correggersi o restare così.

Sapeva solo che, qualunque scelta facesse, gli sarebbe mancato il lessico per difenderla.

E questo lo lasciava in una posizione instabile, senza centro, senza coordinate, senza un verbo che potesse davvero descrivere la propria incertezza.


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