domenica 29 marzo 2026

"Platone. Una storia d'amore" di Matteo Nucci (III)

 


Non si dà amore senza morte. Eros senza Thanatos, coppia resa celebre nella klimtiana finis Austrie: le morti (il padre, Callicle, Crizia, Socrate, il fratello Glaucone, Adimanto, Dione…) sono importanti quanto gli amori. Sono le due strutture profonde della psiche/psychè. La sessualità priva di inibizioni pare essere in alcuni momenti l’unico rimedio all’abisso vertiginoso in cui veniamo risucchiati dalla morte delle persone che amiamo.

Io credo che questo sia il vero tema che carsicamente percorre tutto il libro. È possibile sconfiggere la morte?

Ma la soluzione non è l’immortalità pensata dai pitagorici o dagli egizi. «Siamo immortali. Siamo eterni nella nostra parola che vola e penetra anime e nelle anime germoglia». Siamo immortali perché un seme cadrà nell’anima, grazie al libro di Nucci, e, innamorandosi di Platone, lo farà vivere e rivivere. 

Viviamo tutti in strutture: che ci opprimono e ci proteggono nel contempo. 

Perittione, la madre severa di Aristocle/Platone, è una sorta di super-io che condanna quasi fino alla fine Platone ad essere “figlio”, a rimanere bambino, tra divieti, obblighi familiari (perché la famiglia di Platone era una delle più importanti dell’Atene tra tra il V e il IV secolo) e pulsioni irrefrenabili. 

La sua parabola umana, la sua demenza senile, ha, dunque, un alto valore simbolico. «Così finisce il dominio del mondo». Quindi, chiunque pretenda di dominare la dimensione pulsionale è destinato a fallire, a diventare stupido. 

Il padre Aristone, amatissimo. Azzardo: il ricadere da un amore all’altro nasconde il segreto desiderio incestuoso quello di “riunirsi” al padre? Alkis, Teeteto, Euphronios, Dione, Dionisio il Giovane sono maschere proteiformi di Aristone, unico vero, inconfessabile oggetto del desiderio di Platone?

Ma anche le figure a tutto tondo della sorella Potone, dei fratelli Glaucone e Adimanto, questi ultimi immortalati nei dialoghi.

In questo mi pare romanzo “mediterraneo”. Difficile immaginare il peso di padre, madre, sorella e due fratelli maggiori in un contesto “nordico” o americano, ad esempio. Aristocle rimane, anche da adulto, il “piccolo” di famiglia, l’ultimo arrivato. Questo spiega la sua fragilità caratteriale, il «video bona proboque, deteriora sequor».

Il Platone di Nucci cambia spesso idea. Prende decisioni importanti, spesso legate ad una “rivelazione”. Il suo percorso appare coerente ma anche pieno di accelerazioni improvvise.

Platone (non il suo Maestro), dunque, è atopos, non collocabile da nessuna parte, inclassificabile, capace di spiazzare i nostri tentativi di inquadrarlo in maniera univoca. 

Il Platone di Nucci è un uomo che mantiene la calma mentre la passione gli attraversa le viscere. Ma che ha incredibili esplosioni di rabbia. 

Il corpo è fondamentale nel romanzo: la dieta, lo sport, le tecniche di rilassamento, il metodo misterioso per sublimare il desiderio erotico così affine a certi aspetti del tantrismo, per aggiogare il “cavallo nero”. Ma ci sono interessanti virate verso un Platone “sciamano”…  

Contro ogni “amore platonico”, costrutto del Rinascimento cristiano.

Il libro si può attraversare per miti. Ce ne sono tanti.

Quello fondamentale, una geniale intuizione narrativa, è certo quello della biga alata, contenuto nel Fedro. Nucci lo rende vita reale solo dopo trasfigurata in letteratura e filosofia, a dire la struttura triadica dell’anima che innova le quattro grandi concezioni presenti nella cultura greca (quella omerica, quella orfico-pitagorica, cui si lega, quella atomistica e quella socratica). E il cavallo nero, Melanchros, diviene la stessa anima concupiscibile del filosofo, persa nell’incantesimo dei sensi. Si badi: il cavallo nero è il preferito del Platone di Nucci. Il mito racconterebbe, dunque, non sarebbe che autobiografia psicologica.

I temi prima evocati, che possono apparire giustapposti, si rivelano alla fine un’unica, grande questione: la tirannide non è quella della politica (dei Trenta o di Dionisio I) ma quella del desiderio. Riflettendo sulla “città giusta” Platone sta riflettendo sulla possibilità/impossibilità per l’uomo di tenere in equilibrio le parti che lo compongono (corpo e anima, e nell’anime la parte razionale, quella irascibile e quella concupiscibile). Il vero tiranno che Platone ha cercato per tutta la vita era Alkis, il suo amante traditore e voluttuoso.

Poiché il desiderio è inesauribile, l’unico modo per “vincerlo” è trasfigurarlo: in amore

Il Platone di Nucci non esisterebbe senza le donne: la madre, la sorella Potone, Timandra, sacerdotessa che sarà trasfigurata in Diotima (fondendosi con l’Aspasia periclea e con Potone), le allieve dell’Accademia solo per citare le principali. Non esseri “amorosi” ma per lo più maestre. Fini psicologhe o psicagoghe. 

Possiamo entrare nel libro attraverso molte strade: i luoghi, che Nucci conosce benissimo avendovi vissuto (Colono o la strada di Alkis, ad esempio, e poi Egina, l’Egitto, Siracusa, Taranto, Sparta…), gli animali (i cavalli, le cavallette, gli scorpioni e le tartarughe, i cigni, i gatti), gli odori (come quello della mimosa o delle zagare o degli olii per la pelle), i colori (come il giallo falbo). Insomma, questo libro è una complessa macchina sensoriale, e un “navigatore” filosofico (in Atene e nel Mediterraneo).

Oppure potremmo metterci ad estrarne aforismi, gioielli quasi nascosti, incisi gnomico-sapienziali che potrebbero essere letti anche autonomamente. 

Oppure potremmo seguire un percorso “mitico” (in particolare quello di Elena o quello di Edipo, ma ce ne sono tanti importanti).

Oppure potremmo isolare i sogni, tanti. E il libro è chiuso in un cerchio onirico: il sogno di Aristone sulla nascita di Platone con i cigno e il sogno di Platone in limine mortis in cui lui stesso è un cigno (3. continua).

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Il testo riscrive quanto detto nel corso della presentazione del libro presso la Libreria Guida di Benevento.



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