lunedì 30 marzo 2026

01. Annuario (πŸ†…πŸ…ΈπŸ†ƒπŸ…΄ πŸ…° πŸ†‚πŸ…²πŸ†„πŸ…ΎπŸ…»πŸ…°)

 


A maggio la scuola cambia odore. Non Γ¨ solo l’aria piΓΉ calda: Γ¨ una sospensione che entra nelle aule, rallenta le voci, allunga i minuti tra una campanella e l’altra. Le interrogazioni hanno un tono diverso, come se non servissero piΓΉ a misurare ma a congedare.

Quando arrivano gli annuari, la classe si accende. Mani che si cercano, risate, pagine sfogliate in fretta. Elisa resta un momento indietro. Osserva. Poi prende la sua copia.

La copertina Γ¨ liscia, appena lucida. Dentro, i volti. Gite, corridoi, foto di gruppo. Si cerca. C’Γ¨ sempre, quasi mai al centro. Di lato. In seconda fila. Come nella vita quotidiana: presente, senza occupare spazio.

Ha abitato la scuola così. Entrava, si sedeva, ascoltava. Interrogazioni precise, temi restituiti con segni rossi che non venivano letti ad alta voce. Ricreazioni passate con un libro aperto, più per evitare che per scelta. Nessun episodio netto, nessuna esclusione dichiarata. Solo una distanza tenuta con cura.

Sfoglia ancora. Pensa: «Sono passata senza lasciare traccia».

Marta le si avvicina con una penna in mano.

«Mi scrivi qualcosa?»

Elisa esita un attimo, poi annuisce. Quando Marta le restituisce il libro, c’Γ¨ giΓ  una frase.

«Hai sempre avuto un’intelligenza luminosa. Ti ho osservata piΓΉ di quanto immagini.»

Resta ferma. Rilegge. La frase non ha enfasi, non chiede risposta. È lì.

Alza lo sguardo. Intorno, gli altri stanno facendo lo stesso. Scambi rapidi, penne che passano di mano. Si alza. Va da Luca.

«Anche a me?»

Luca sorride, come se la richiesta fosse naturale.

«Avevi un’aria distante. Pensavo non ti interessassimo. Ho capito tardi che eri discreta.»

Poi Giulia.

«Non ti ho mai cercata. Eppure ti ascoltavo. Mi restavano le tue parole.»

Marco scrive poco.

«Non ti conosco. Mi mancherai.»

Pagina dopo pagina, il quadro si sposta. Il silenzio non era vuoto. Era uno spazio in cui altri avevano guardato senza forzare. Non assenza, piuttosto una forma diversa di presenza.

Elisa torna al banco. Le mani non sono piΓΉ ferme come prima. Rilegge tutto, dall’inizio. Le frasi non coincidono, non costruiscono un’immagine unica. Restano parziali. Eppure insistono nello stesso punto: Γ¨ stata vista.

Capisce che aveva anticipato un giudizio e ci aveva costruito intorno un’abitudine. Aveva chiamato protezione ciΓ² che era anche rinuncia. Intorno, qualcuno aspettava un segno minimo.

La campanella suona. Nessuno si alza subito. C’Γ¨ ancora tempo per un’ultima dedica, un nome scritto storto, una data.

Elisa chiude l’annuario con attenzione. Non lo stringe come un oggetto fragile, lo tiene come qualcosa che pesa il giusto. Uscendo, la luce dell’atrio cade sulla copertina.

Si ferma accanto a Giulia.

«Domani prendiamo un caffΓ¨?»

Giulia non chiede spiegazioni.

«SΓ¬».


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