giovedì 8 gennaio 2026

Risposte di Teresa Simeone su "Euthymios" [𝒐𝒑𝒖𝒔 𝒎𝒆𝒖𝒎]

 

Carissimo Nicola, intanto grazie a te per avermi voluto coinvolgere nelle presentazioni di questo tuo, straordinariamente vivo, romanzo e di aver analizzato, con la medesima onestà cristallina che attribuisci a me, una lettura che mi apriva, mentre mi immergevo in essa, sempre più ampi e intriganti spiragli.

Rispondo solo alla domanda che mi fai verso la fine di questa risposta aperta, leale, priva di quelle ambiguità che pure potrebbero essere attivate per evitare territori pericolosi, col linguaggio raffinato che ti contraddistingue, e libera da sbavature di umana polemica e dalla tentazione di reazioni “caustiche”.

La verità è che ci conosciamo bene, nel profondo, e ci ri-conosciamo. Tante volte abbiamo interloquito, senza mistificazioni, con verità di pensieri, forse anche con crudezza, sempre con rispetto intellettuale. In tutta franchezza, questa purezza critica mi riesce con pochi: la maggior parte delle persone si risentirebbe di tanta sincerità. Non tu, col quale abbiamo sempre dibattuto senza che la nostra amicizia ne fosse, neppure in minima parte, scalfita. Non è comune tale veridicità di discussione. Ti ringrazio dalla più intima cellula del mio essere. 

Tu ribadisci che la posizione di Euthimyos-Nicola è una sintesi e non potrei mai dissentire; personalmente continuo a pensare, però, che sia un’evoluzione, il che dalla mia prospettiva è prova di maturità e di crescita. Noi continuiamo a modificarci, lo facciamo senza rinnegare quello che eravamo prima, ma consapevoli che aspetti della nostra personalità sono necessariamente destinati a essere condizionati dalle situazioni che si aprono, nuove e potenti, davanti a noi. Anch’io ho preso coscienza di cambiamenti che ho vissuto come debolezze fino a quando ho capito che invece sono segni di flessibilità e capacità non di adattarsi, ma di non rispondere in maniera graniticamente immodificabile, con le stesse idee, a contesti nuovi. In questo senso ho salutato con piacere soprattutto la confessione, apertis verbis, di amore per la filosofia che hai sempre avuto, concordo, altrimenti non avresti, tu che potevi fare diversamente, scegliere di insegnarla ma che per spirito critico forse contestavi con troppo vigore.   

Per quanto riguarda la rivendicazione dell’agnosticismo come filosoficamente rilevante, mi rendo conto che può sembrare dichiarativa più che interrogativa la mia posizione. Kant alla fine si apre alla possibilità dell’esistenza di Dio, ma come postulato e nell’ambito della ragion pratica (in quello della ragione teoretica rimane saldamente fermo su posizioni agnostiche) e la nostra cara Weil sicuramente è credente, sia pure in forma non confessionale. Il fatto è che siamo intimamente e intellettualmente tormentati dalla domanda sul divino le cui risposte possono essere diverse ma tutte, alla fine, razionalmente deboli: lo è la fede, lo è l’ateismo, lo è l’agnosticismo. 

Più che come posizione intermedia tra teismo e ateismo, lo intendo come postura epistemologica che tematizza i limiti strutturali della ragione umana rispetto alla questione del divino, svolgendo una funzione critica sia nei confronti del dogmatismo teologico sia del naturalismo ateo, nel senso che non esprime soltanto, come pure ho scritto, una sospensione occasionale del giudizio, né un compromesso pragmatico tra opzioni metafisiche contrapposte, ma una forma specifica di consapevolezza che ridefinisce, in qualche modo, il senso stesso delle domande religiose.

L’agnosticismo non nega il senso della domanda religiosa; ne rifiuta la trasformazione in un problema che può avere soluzione mediante procedure dimostrative o confutative definite.

Personalmente lo concepisco come una forma di responsabilità filosofica: esso preserva il rigore critico senza dissolvere la portata esistenziale delle questioni ultime, mantenendo aperto uno spazio di interrogazione in cui il pensiero riconosce i propri limiti senza rinunciare alla propria vocazione riflessiva. In questo senso, la tentazione di cedere al mistero, pur umana, mi sembra un modo per dare una risposta che non può non essere consolatoria più che speculativamente sostenibile. Non mi nascondo, tuttavia, e di questo sono dolorosamente cosciente, che la risposta agnostica può sembrare opportunistica, un escamotage per non prendere posizione e muoversi in un limbo in cui si evita l’impegno di una risposta. Che, invece, scusami il gioco linguistico, è proprio quella dell’impossibilità di una risposta. In ogni caso, anche conservando l’apertura sulla presenza nell’universo del divino, mi risulta difficile, molto difficile, pensare ad esso in modo antropomorfico. Questo dal punto di vista filosofico; da quello umano, ovviamente, tutto rimane possibile.

Apprezzo, perciò, il tuo appello, poetico e affascinante, di restare nella pietà del domandare insieme a quello di restare nella bellezza e nell’onestà del dialogo, caro Nicola, e li rilancio con animo commosso e mente chiara.


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