Arriva un tempo nella vita in cui si accetta di essere ciò che si è, dismettendo i tentativi, anche nobilissimi, di «cambiare». Io credo di aver raggiunto quel tempo. Non so se sia saggezza o rassegnazione. In ogni caso, so di essere sempre stato, nel profondo, un «moralista». Probabilmente in tutte le possibili accezioni del termine, comprese quelle meno belle: la tendenza a giudicare, a misurare la distanza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo, a pretendere dagli altri una coerenza che spesso noi stessi non possediamo.
Ebbene, da «moralista», prima che la probabile morte renda più difficile parlare dell’argomento, sento di dover dire qualcosa su Vittorio Sgarbi. Mentre scrivo è ricoverato in terapia intensiva al Gemelli, per un’insufficienza respiratoria, in condizioni definite dai medici «critiche ma stabili».
Una premessa è necessaria. La compassione deve essere provata per tutti i viventi, soprattutto quando soffrono. Non c’è nulla, nella malattia di un uomo, che possa suscitare compiacimento. E tuttavia Sgarbi ha ambito per tutta la vita a diventare un personaggio pubblico, un’icona del proprio tempo, e in questo è certamente riuscito. È di quell’icona che voglio parlare. Da «moralista», appunto.
Il ricordo è vaghissimo. Biblioteca «Mellusi» di Benevento, forse nella prima metà degli anni Novanta. Attendemmo oltre un’ora prima che arrivasse. Doveva presentare un libro, credo, ma il ricordo è troppo lontano perché possa esserne certo. Ricordo invece bene l’attesa.
Anni dopo — o forse prima, anche qui la memoria non mi soccorre — un grande studioso, sempre ospite a Benevento, arrivò in ritardo a causa del treno. Si scusò sinceramente e disse una frase che non ho mai dimenticato: «La puntualità è una forma di carità». Non ricordo invece che Sgarbi si sia scusato per quell’enorme ritardo. Stupidi noi, col senno di poi, ad aspettarlo. Eravamo, io per primo, dentro la fascinazione dell’aura televisiva. Chi compariva sullo schermo godeva di una specie di diritto supplementare sul tempo degli altri.
Vittorio Sgarbi è un uomo colto, probabilmente coltissimo, dotato di una preparazione straordinaria nel proprio campo e di idee forti sull’arte. Negarlo sarebbe sciocco. Il punto, per me, è un altro.
Penso alla distanza che separa una figura pubblica come Giulio Carlo Argan, negli anni Settanta e Ottanta — compresa la clamorosa cantonata dei falsi di Livorno — da quella del critico ferrarese. Non mi interessa stabilire chi fosse “migliore”. Mi interessa ciò che le due figure raccontano dei rispettivi tempi. In mezzo c’è un passaggio decisivo: dal «noi» all’«io», dalla dimensione politica alla costruzione del personaggio, dalla funzione pubblica dell’intellettuale al mercato dell’attenzione.
Sgarbi è diventato una delle icone di un tempo nel quale occorre promuovere se stessi a qualunque costo. Bisogna esserci, essere riconoscibili, occupare la scena. Il turpiloquio, l’offesa personale, l’alterco, perfino quelle piccole forme di aggressività più teatrali che realmente violente diventano strumenti del personaggio. Non incidenti, dunque, ma parte della rappresentazione. La sua aggressività verbale e il ricorso frequente all’insulto sono del resto elementi ampiamente associati alla sua lunghissima presenza mediatica.
Il punto che ancora oggi mi interessa è che tutto questo, anche grazie alla televisione di quegli anni e a figure decisive come Maurizio Costanzo, sia stato presentato e consumato come cultura. Sgarbi è stato, a mio avviso, uno dei corifei di una nuova egemonia sottoculturale: non perché fosse poco colto — sarebbe paradossale sostenerlo — ma perché una cultura enorme veniva messa al servizio dello spettacolo dell’io.
Anche l’arte, attraverso quel dispositivo televisivo, cambiava funzione. Diventava spesso estetica «anestetica»: la «grande bellezza» come deodorante e addobbo floreale posto sopra un mondo complesso. Un quadro da ammirare, una chiesa da scoprire, un artista dimenticato da riportare alla luce. Tutte cose preziose. Eppure raramente l’arte diventava ciò che per me dovrebbe essere prima di tutto: «stile», modo di abitare il mondo, disciplina dello sguardo e, in qualche misura, della vita.
Qui sta probabilmente il mio moralismo.
Perché il nostro tempo, credo, non ha un particolare bisogno di uomini colti o eruditi. Di persone capaci di accumulare informazioni ne abbiamo moltissime, e ne avremo sempre di più. Abbiamo persone che conoscono lingue, libri, quadri, teorie; oggi abbiamo perfino macchine capaci di raccogliere e collegare in pochi secondi quantità di conoscenze che nessun essere umano potrebbe possedere.
Ciò che continua a essere raro è la sapienza.
Scriveva Eliot nel 1934: «Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo? Dov’è la saggezza che abbiamo perduto sapendo? Dov'è la sapienza che abbiamo perduto nell'informazione?»
Il saper vivere. Il comprendere quale uso fare di ciò che si conosce. Il riconoscere il limite. Il rispettare il tempo degli altri. Il sapere quando parlare e quando tacere. Il non trasformare ogni relazione in un palcoscenico. Il non credere che l’intelligenza conceda un salvacondotto morale.
Oggi vedere Vittorio Sgarbi gravemente malato, dopo una vita vissuta spesso nella rappresentazione dell’eccesso e della trasgressione, e assistere contemporaneamente alle dolorose tensioni familiari rese pubbliche, produce in me un sentimento difficile da nominare. Le parole pronunciate dalla figlia Evelina negli ultimi mesi testimoniano una vicenda familiare lacerante, della quale, dall’esterno, possiamo conoscere soltanto frammenti. Sarebbe ingiusto trasformare la malattia in una sentenza o vedere nella sofferenza fisica la punizione per una vita.
Il «contrappasso», se esiste, è altrove. È nell’immagine di un uomo che ha costruito una parte enorme della propria esistenza pubblica sulla potenza della parola, sull’esuberanza dell’io, sulla capacità di occupare lo spazio, e che ora ci ricorda, proprio attraverso la propria fragilità, quanto poco tutto questo possa contro il limite che ci accomuna.
Anni fa Marco Guzzi mi disse una cosa che mi è rimasta dentro: gli dèi ti ricompensano sempre per i sacrifici che offri loro.
Credo che sia questo, alla fine, il punto. Occorre scegliere con molta attenzione gli dèi ai quali sacrifichiamo la nostra vita.
Che il Signore ci consenta una fine dignitosa.

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