giovedì 3 settembre 2026

𝐃𝐨𝐧𝐚𝐭𝐨 𝐁𝐚𝐫𝐨𝐧𝐞 su 𝘌𝘶𝘵𝘩𝘺𝘮𝘪𝘰𝘴 [Εὐθύμιος]

Caro Nicola,

ho letto il tuo Euthymios ed ho voluto condividere con te le mie impressioni. Non ho voluto scrivere una recensione, ma solo esprimere le sensazioni e le emozioni che la lettura del tuo libro hanno provocato. Conoscendoti da tanti anni, credo che esse siano ciò che ti interessa. Lascio ad altri più qualificati di me i giudizi critico-letterari sul testo: io posso solo dirti che mi ha appassionato e coinvolto profondamente.

Notai Euthymios durante un compito in classe di matematica: la mia attenzione fu attratta dai caldi colori di un tramonto nel deserto che sfumano in un cielo stellato. Lo presi tra le mani e ne lessi qualche pagina: pochi paragrafi pescati a caso in parti diverse del testo. Fui incuriosito e stupito da quello che lessi: avevo ritrovato da un lato le atmosfere del W. Smith di Alle fonti del Nilo e dall'altro alcune frasi che risvegliavano in me ricordi profondi.

Mi ripromisi di acquistarlo, ma, a volte, la pigrizia impedisce di realizzare i propri desideri. Dopo qualche mese il libro mi è stato regalato, per cui ho potuto leggerlo integralmente.

Dopo aver letto il libro l'impressione iniziale è stata confermata solo in parte: le attinenze di Euthymios con Alle fonti del Nilo sono apparse molto meno evidenti, ma non per questo il libro ha perso fascino ed interesse. Anzi, ne ha guadagnato e parecchio, almeno dal mio punto di vista.

Mano mano che procedevo nella lettura mi immedesimavo sempre più nel protagonista del romanzo. Euthymios mi è parso sin da subito un uomo di scienza nel senso che ha individuato L. Russo nella sua opera La rivoluzione dimenticata.

Il protagonista si dimostra permeato fino al midollo da quella che è stata la cultura della scuola alessandrina tra il terzo ed il secondo secolo A.C.. E' l'epoca di Archimede, Eratostene, Euclide, Erofilo e tantissimi altri esponenti di quella che, con L. Russo, io definisco "Prima rivoluzione scientifica". E' l'epoca del metodo ipotetico deduttivo, l'epoca in cui l'Uomo comincia a progettare sulla base delle sue conoscenze scientifiche e tecniche. E' l'epoca della razionalità contrapposta all'irrazionalità.

La personalità di Euthymios ha molti punti di contatto con la mia esperienza di vita. Sono stato educato ed ho vissuto nel culto della ragione e, per i casi della vita, ho cercato di trasmettere questo culto a centinaia e centinaia di giovani menti durante il mio quarantennale lavoro di docente.

Come Euthymios sono nato alla periferia dell'Impero, in un piccolo villaggio del Sannio. Nella mia fanciullezza ho avuto la mia "aya" nelle vesti di un'insegnante della scuola pubblica: la maestra Scalamandrè che prese a cuore la mia prima formazione e che ha gettato i semi che poi sono germogliati nel corso degli anni.

Come Euthymios, ad un certo punto, decisi di lasciare i luoghi natii per completare la mia formazione altrove e come nel caso di Euthymios non trovai il conforto immediato di mio padre: egli avrebbe voluto che continuassi la sua attività. Anche mio padre, però, ha accettato e benedetto, alla fine, la mia scelta.

Come Euthymios alla fine ho deciso di vivere ancora alla periferia dell'Impero. Ebbi la possibilità di volare lontano: appena dopo la laurea fui chiamato, senza che io ne avessi fatto richiesta, dall'Italsider. Ero atteso a Genova per un colloquio di lavoro, eventuale assunzione. Non mi presentai mai a quell'appuntamento.

Come il protagonista ho deciso di trascorrere la mia vita alla periferia dell'Impero e, nonostante ciò, come Euthymios ho avuto la possibilità di incrociare la mia mente con quella di altre menti che mi hanno consentito di crescere socialmente e culturalmente.

La cosa che maggiormente mi ha intrigato è stato il fatto che quello analizzato nel romanzo poteva essere tranquillamente l'incontro tra un uomo contemporaneo con una delle figure che maggiormente hanno inciso nella storia dell'umanità.

La mia immedesimazione in Euthymios si è completata nel momento in cui egli incontra Gesù di Nazareth. La ragione, il logos, che si confronta con il divino! Un uomo moderno, quasi contemporaneo, razionale, pragmatico incontra un uomo del tutto diverso che impernia la sua esistenza sulla Fede. Man mano che Euthymios cambia il suo atteggiamento a contatto con Gesù, man mano che la sua mente razionale si confronta con una mente molto meno raffinata, ma permeata dalla fede in un Regno fondato su principi che la ragione deve accettare perché principi universali, io vedevo scorrere la mia vita.

Ricordavo le parole del mio nonno materno e di suo fratello: due vecchi socialisti radicali che mettevano in dubbio, se non addirittura negavano, la natura divina del Nazareno. Rivedevo la fede ingenua e profonda di mia nonna che litigava con mio nonno per tante cose, ma anche su aspetti estremamente rivoluzionari per l'epoca: discutevano di Mondi, della forma della Terra e, si, della natura del Nazareno.

Il mio percorso di vita non è stato molto diverso da quello di Euthymios.

Mentre la mia famiglia materna era piuttosto atipica dal punto di vista religioso, quella paterna era profondamente religiosa e cattolica (nel senso tradizionale del termine): mia nonna era una zelatrice, mio nonno un benefattore antoniano, ho avuto ben due zie suore. Inutile dire che durante la mia prima infanzia, fui educato secondo i principi di un cristianesimo piuttosto conservatore e, sotto alcuni aspetti, bigotto.

Chierichetto durante e dopo il catechismo, mi sono progressivamente allontanato dall'ortodossia durante l'adolescenza.

La mia formazione, le mie letture, le mie esperienze di vita mi hanno portato ad una concezione della vita piuttosto lontana da quella che è la tradizione cristiana. Per me l'Universo è dominato dal Logos che assume le vesti delle leggi della fisica. Tutto ciò che accade, accade secondo un principio di causa-effetto ben preciso. Il mio Universo non è, però, deterministico, ma profondamente non lineare, caotico. Il caos che lo caratterizza, però, contiene un principio ordinatore che è regolato dalla fisica dei sistemi dinamici non lineari e dalle leggi della meccanica quantistica.

Non nascondo che in alcuni momenti rimpiango il mistero giudaico-cristiano della Creazione: è molto più semplice da accettare del Multiverso, della teoria delle stringhe e via cantando!

Come Euthymios ho difficoltà ad interpretare in senso letterale le Scritture anche se esse esercitano su di me un fascino magnetico. E come Euthymios apprezzo il messaggio che proviene dal Nuovo Testamento: come non condividere il richiamo di Gesù di Nazareth alla Giustizia, all'Umiltà, alla Moderazione, alla Fratellanza?

Come Euthymios sono costretto, però, a constatare che, a volte, anche coloro che si definiscono Cristiani, in realtà, tradiscono il messaggio evangelico con le loro scelte e con le loro azioni.

Non credo di essere un buon cristiano, nel senso classico del termine. Sono convinto di non essere un "povero di spirito", per cui, probabilmente, non entrerò nel regno dei cieli, così come un cammello non passerà attraverso la cruna di un ago. Manifestai anni fa il mio modo di pensare a mia zia suora. Zia Anna, questo era il suo nome, rimase molto impressionata dalle mie parole e, con calma e dolcezza infinita, mi disse che non era in grado di seguirmi nei miei ragionamenti: non ne aveva i mezzi. Si ripromise di farmi discutere di queste cose con un sacerdote che meglio di lei poteva aiutarmi a chiarire i dubbi che le avevo manifestato. Questa discussione però non si è mai svolta ed io rimango con i miei dubbi. Non credo, però, che essi possano essere chiariti da un sacerdote. Essi sono i dubbi che hanno sempre ossessionato gli esseri umani: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo.

Mi chiedo, come tanti che lo hanno fatto, lo fanno e lo faranno, se ciò che siamo finirà, semplicemente, con la fine della vita. La ragione mi dice di si, ma esiste qualcosa dentro di me che, come per Euthymios, lascia una porta socchiusa: la speranza che, alla fine, la pietra spezzata possa incontrare il suo complemento.

La speranza è il dono finale di Euthymios. La speranza è la sola ed unica arma che ci può salvare dalla disperazione di un istante che pone fine a tutto: ai sentimenti, alle gioie, ai dolori, agli affetti. La speranza catartica di un qualcosa che ci aspetta e ci consente di continuare a vivere, magari senza le imperfezioni che hanno caratterizzato la nostra vita.

E per finire un ultimo ricordo di mio nonno materno. Negli ultimi anni della sua lunga vita (è morto ad oltre novant'anni, restando fedele al suo materialismo, nel senso ontologico del termine) mi confidava le sue paure circa ciò che ci aspetta dopo la fine: lui non aveva neanche la speranza, avrebbe voluto che, all'ultimo momento, Qualcuno gli desse la possibilità di poter continuare a vivere non in questo Universo, ma in un altro Universo. Lui usava termini diversi, ma il concetto era lo stesso.

Mi sto avvicinando all'età di mio nonno e, purtroppo, mi rendo conto, ogni giorno che passa, che anche la speranza "fugge i sepolcri". 

* * *

Donato Barone è ingegnere. Ha insegnato, fino allo scorso anno, nelle scuole del Sannio. Io ho avuto il piacere di averlo collega al "Giannone", in uno scambio fecondo di saperi solo apparentemente lontani.

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