Ho apprezzato Alessandro Di Battista quando ero attivista del M5S. L’ho apprezzato anche dopo esserne uscito, per le sue scelte coraggiose e non scontate. Ho visto in lui un ragazzo voglioso di capire il mondo e di imparare, senza vivere di rendita. Il contrario del suo “gemello”, Luigi Di Maio, che ai miei occhi oggi incarna il peggio. Non l’ho apprezzato, si badi, perché abbia maturato idee “di sinistra”, qualunque cosa questa parola voglia o possa dire in tempi così confusi. L’ho apprezzato, ripeto, perché si è messo a esplorare il mondo, a vivere gli affetti familiari, a scrivere.
Ieri, ospite in televisione, ha raccontato di essere stato operato a Cuba per un tumore al cervello e di dover ora affrontare le cure. Ha elogiato i medici cubani, che, ha detto, gli hanno salvato la vita.
Il motivo per cui sento di dover scrivere, però, sta in ciò che ha detto dopo, quando ha preso le distanze dalla retorica del “guerriero” che combatte contro il male. Ho visto un uomo forte, che non ha paura di mostrare la propria creaturalità, la propria finitudine.
Il nostro è un tempo che esalta il combattente. Non sono immune da quel fascino: fa parte della mia storia. Ma riconosco che oggi le musiche marziali che accompagnano il lancio dei tornei calcistici, le frasi roboanti degli speaker, tutto l'armamentario dell'imbonimento televisivo, finiscono per diventare una ridicola esaltazione dello “spirto guerrier” di foscoliana memoria. Il culmine fu il servizio fotografico di Zelensky su «Vogue», in piena guerra, qualche anno fa. Stendiamo un velo pietoso.
Viviamo in un tempo osceno, nel senso più letterale: un tempo in cui si mette in scena tutto, e anche la malattia serve a fare share o a raccogliere like. Alessandro ha invece testimoniato una saggezza rara alla sua età.
Il nostro tempo rimuove ostinatamente il pensiero della morte, perché stona con la sguaiataggine imperante: i festini permanenti a cui la vita sembra condannata se si vuole essere in linea con lo spirito del tempo, le tavole imbandite, le vacanze esotiche, eterni adolescenti che ostentano corpi scolpiti, seni sodi. In un tempo del genere è comparso, “nudo”, un ragazzo bello, scelto a suo tempo forse anche per la sua ottima presenza televisiva, con i capelli rasati e la parola ferma e sincera, senza cercare le lacrime degli spettatori. È stata una boccata di verità, una bellezza capace di bucare lo schermo. È durata un attimo, destinato a essere cancellato, sepolto, rimosso dalle pubblicità piene di bambini perfetti e di uomini e donne sorridenti, che cancellano la nostra finitudine.
Per questo, oltre che per la coerenza dimostrata in questi anni, voglio ringraziare Alessandro Di Battista, anche se non leggerà mai queste parole. Gli auguro di guarire e di conservare sempre quella bellezza interiore che, sola, permette di affrontare le prove della vita.

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