sabato 3 ottobre 2026

Confusione [OGGI]

 

La presentazione di un libro, probabilmente interessante, di una giornalista e scrittrice che ho scoperto essere un volto televisivo con un grande seguito social. Una prima riflessione: malgrado sia ancora in qualche modo informato sul mondo, l’astinenza dalla televisione fa di me un analfabeta mediatico. A dire il vero, in un orario assai improbabile per una persona che – come Noodles nel film di Leone – va a letto presto, ero lì, in un luogo pieno di persone amiche di altre epoche della mia vita, per salutare un amico con cui ci si vede raramente. Percepivo lo stridente contrasto tra la mia stanchezza “anziana”, il desiderio di poter abbracciare il cuscino, e la vitalità di chi mi circondava, desideroso di parlare, di bere amabilmente, di condividere esperienze. Mi rendo davvero conto di aver imboccato l’ultimo miglio, per quanto lungo possa essere, per quanto possa ancora durare. È il tempo della mia “senilità”. Ho iniziato ad ascoltare le riflessioni che prendevano spunto dal libro, che – lo ripeto, e non pro forma – probabilmente è ben scritto e nato dall’esperienza. Diciamo che lo sto usando per parlare di me. Avevo l’impressione che le parole fossero dette perché dovevano essere dette, come se non nascessero da una necessità impellente. Parole condivisibili, per quanto mi riguarda. Avvertivo, però, uno scollamento che mi creava disagio. Forse ho visto troppe persone – e non sto affatto dicendo che accadrà anche all’ospite in questione – dimenticare le parole che avevano pronunziato, non dico “tradirle”. E forse io stesso sono parte di questa grande schiera di apostati a propria insaputa. Ho una grande confusione in testa. È forse questo che voglio comunicare scrivendo nelle primissime ore del giorno, quando la città dorme e si sente solo il rumore degli operatori che svuotano i contenitori dell’umido, mentre dal mio PC escono note malinconiche di liuto? O forse voglio cercare di dire, goffamente, che oramai tutto è perduto, almeno per me, che in fondo, nella catastrofe morale che la mia città ha palesato, al di là degli esiti giudiziari, non vedo la premessa per una rinascita, ma solo lo stanco ripetersi di una storia antica e inemendabile? La certezza che molti dei moralisti di oggi saranno i corrotti di domani? «Ecco l’antica radice, dunque, del “qualunquismo”», mi dice una voce che so mia, so nutrita di letture e azioni nate dalla fiducia nella possibilità di mutare il mondo rendendolo più giusto. Chiedo perdono a questa voce, a questa parte di me, che c’è ancora, ma sempre più stanca, sempre più disillusa.

La giovane scrittrice evoca la necessità di un partito che incarni il bisogno di giustizia sociale. Io sorrido amaramente pensando a tutte le esperienze politiche che ho attraversato, al panorama abbastanza desolante del nostro paese, dell’Europa, del mondo. E mi sento schiacciato. Dico a me stesso: non mi riguarda più. Ho fatto quel che potevo, sbagliando sicuramente. Ora non ne ho le forze. L’antichissima sapienza dell’Ecclesiaste torna a spirare prepotentemente con il suo “vento” in me: omnia vanitas. Il giro si sta compiendo? Sto tornando quel ragazzo che leggeva Schopenhauer e scopriva la rapinosa lettura di Cioran a vent’anni? No. So che non è così. O forse spero che non sia così.

La scrittrice viene sollecitata a parlare del ruolo della poesia nel suo lavoro, e lei – che la pratica e ne ha inserito frammenti in un libro a metà tra narrazione e saggistica – fa affermazioni che un tempo mi avrebbero indotto a balzare in piedi e intervenire in maniera vibrante: la poesia deve tornare a farsi impegnata, come lo era quella di Brecht. Sfoglio il libro mentre parla, e vedo molti frammenti di Emily Dickinson incastonati nella prosa. No, mi sento di dire alla giovane scrittrice, che sicuramente avrà successo nella vita e potrebbe guardare con sufficienza a questi consigli di un provinciale fuori tempo: la poesia è una pluralità di cose tutte importanti, oserei dire vitali per la sopravvivenza non dell’umanità ma dell’umano. Inchiodarla a un “dovere” significa cadere nell’illusione che basti scrivere poesia “impegnata” per cambiare il mondo. Il poeta, segreto legislatore del mondo, come voleva Shelley, lavora a un livello diverso: la sua parola spesso si dispiega, si fa “rosa necessaria”, ma può anche restare nella reclusione volontaria di una stanza di Amherst, nel Massachusetts.

Misuro, in ogni uscita pubblica, ogni volta più complessa per il tipo di problemi che solleva in me, quanto le mie contraddizioni stiano raggiungendo un punto di non ritorno, abitabili solo attraverso il racconto che ne faccio. Capisco sempre meglio la scelta di chi vive dedicandosi con cura meticolosa a ciò che ama. D’altronde, è quello che Borges (l’altra voce: «era un reazionario». È vero) ha scritto in una poesia celebre (e assai diffusa nella rete babelica: chissà cosa ne avrebbe pensato). S’intitola I giusti. Penso che la mia vita, per quel che conti e per quanto me ne resti, stia andando, giorno dopo giorno, verso quella forma di impegno: coltivare gli affetti più intimi, fare bene il mio lavoro senza pensare che cambierà qualcosa in un contesto troppo corrotto, custodire la sacralità della parola, cercare frammenti di bellezza e bene in un mondo che mi appare sempre più insensato – il piccolo mondo in cui sono sempre vissuto, il grande mondo dei conflitti e dei massacri.

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