martedì 22 settembre 2026

Una confessione (a margine della polemica) [AUTOBIOGRAFIA]

 

Sono intervenuto su una questione posta da Antonio Medici, che poi ha sentito il bisogno di tornarci per dei chiarimenti. A commento di essi, Teresa Ferragamo ha dato il suo punto di vista che contiene – a mio avviso – alcuni elementi di verità, che ho sperimentato quando ho fatto vita di “gruppo” (in ambito politico, ad esempio, o religioso). Scrive: «Molte persone si sentono fragili senza il gruppo (il clan, il branco, la claque)». A questa modalità di essere la Ferragamo contrappone la “libertà” dell’individuo, dell’Unico, direbbe Stirner. C’è una parte di me, in questa stagione della vita, in cui ho riletto pezzi de Il lupo della steppa di Hesse, mio libro di formazione, che condivide. Con una differenza: io non credo che in questo atteggiamento, anzi, in questa esigenza, ci si sia una “superiorità”. Non credo che far parte per sé sia necessariamente meglio che essere “gregari”. Anzi, credo, lo ripeto, che il bisogno di aggregazione, in un tempo “liquido”, “atomizzante”, sia un bisogno profondo cui quella cosa che chiamiamo “cultura” (chiedo venia per troppe virgolette, un mio antico e inemendabile vezzo) deve dare una risposta alta, anche a partire dalle modalità di aggregazione. 

La Ferragamo scrive del bisogno di «appartenere» (e ne coglie le scaturigini nell’ambizione di apparire, di avere un ruolo sociale). Proviamo a separare i due aspetti, a fare un esercizio di complessità in un tempo in cui tutti amiamo semplificare: il bisogno di “appartenere” è connaturato all’essere umano. Ce lo ha insegnato in un libro aureo come La prima radice la Weil. Quanto più la nostra civiltà tende a trasformarci in monadi che socializzano solo nella finzione della Rete o nei non-luoghi, tanto più l’umano che sopravvive in noi reclama relazioni incarnate. Da questo punto di vista, rivendico il ruolo di tutte quelle realtà che tengono vivo questo bisogno profondo. E, si badi, parlo anche di realtà che non frequento ma di cui riconosco il valore, con uno sforzo di onestà intellettuale che vada al di là delle idiosincrasie o di ruggini personali più o meno recenti.

Arrivo al punto che mi ha spinto a intervenire, inusualmente, di nuovo.

Scrive Teresa: «È amaro constatare come siano proprio gli “intellettuali” a chiudere gli spazi, praticamente si parlano addosso o tra loro. A volte mi chiedo a cosa serva la cultura, la conoscenza se costruisce cancelli anziché spalancare porte».

Non so se io parlasse anche di me e delle riflessioni. Do per assunto che lo abbia fatto. E ben venga. Una polemica civile, anche dura, è preferibile alla logica dei “circoli”, di quello che ho definito, con parola in uso, “amichettismo”. 

In realtà, la critica della Ferragamo – lo confesso – è un pretesto per tentare una ricostruzione e chiarire a me stesso lo stato dell’arte. Potrà sembrare un esercizio narcisistico, ma chi avrà la curiosità di guardarsi questo blog scoprirà che spesso ho messo il cuore “a nudo” in momenti di transizione della mia vita.

Mi definii, sicuramente con superbia, nel 1993, “intellettuale” (con una t, chiarii, evocando Pasolini). Era una riunione di supporto a Pasquale Viespoli per il secondo turno delle elezioni comunali. Ero poco più di un ragazzo, che aveva perso la madre da tre anni (una perdita che probabilmente ancora oggi sto elaborando), laureatomi da un paio d’anni, alla ricerca di una “fatica”. Era già nata “la rosa necessaria” proprio in quel giro di mesi. Benevento era in fermento, c’era stata la prima occupazione (quella dell’ex Macello). Si sentiva da più parti il bisogno di un profondo cambiamento. Io, che scrivevo sul «Quaderno», diretto da Carlo Panella e pieno di intelligenze vivacissime, sentivo il bisogno di non rassegnarmi all’esistente. Volevo esattamente quello che Teresa reclama: una cultura che spalanca porte. Non lo so in che modo ho interpretato quel ruolo che mi ero assegnato, mescolando la politica con la poesia, l’organizzazione di eventi con gli interventi su questioni cittadine. Quel che so, è che sento personalmente finita quella stagione lunghissima della mia vita. Sento di non avere più né la forza né il desiderio di intervenire, di polemizzare, di organizzare, finanche di partecipare. Ecco, per chi fosse giunto fin qui, la confessione che - da cattolico quale sono sempre rimasto nel profondo – mi libera da un peso. Ed è condizione strana, perché ricordo come fosse ieri la decisione del giovane studente appena tornato da Roma che non vuole rassegnarsi alla provincia, a quella che percepiva come una cultura antiquata, fuori dalle grandi trasformazioni di cui aveva partecipato nella Capitale. Non sta a me giudicare quanto ho fatto. So solo di averlo fatto con l’onestà di cui sono capace. Il giudizio è sempre quello degli altri, almeno quello sulla nostra dimensione “pubblica”. Per il resto, per chi come me, ci spera, ci dovrebbe essere Dio.

Mi capiterà qualche volta di intervenire, come oggi, ma con uno spirito diverso dal passato. Ho dichiarato pubblicamente, dopo una lezione dedicata a Ivan Illich per la SFI, che sarebbe stato l’ultimo mio contributo di quel tipo. Mi sono dimesso da tutte le organizzazioni cui cercavo a fatica di dare un contributo. Ho dismesso la conduzione de “La stanza per la poesia” e la conduzione de “L’Atlante delle Nuvole”. Per onorare l’amicizia e il ricordo, sono nella giuria del Premio “Marco Di Meola”. Talvolta mi capiterà fare qualcosa in pubblico (a parte i miei libri), ma sarà sempre più raro e sarà sempre un sacrificio. Ora voglio solo scrivere. La scrittura narrativa mi consente di vivere vite che non ho vissuto, di poter raccontare visioni del mondo e punti di vista lontanissimi dal mio. Una fuga dal mondo? Potrebbe essere. Non lo nego. Sto cercando di capirlo. O l’unico, l’ultimo contributo che – all’avvio dell’autunno della vita, che non so quanto durerà – penso di poter dare. Senza avere più un orizzonte cittadino, come ho fatto quando ho voluto essere un “intellettuale”. Una hegeliana ricapitolazione quando si leva la nottola di Minerva sul fare della mia sera. Insomma, non mi resta che comprendere, attraverso la scrittura, non tanto ciò che sono stato io, cosa di minimo interesse, quanto cosa è stato il mondo di cui io sono stato parte. E penso di poterlo fare solo attraverso storie, narrazioni che custodiscano integre le contraddizioni.

E proprio perché mi sono “dimesso” da questo ruolo complicato di “attivista” che voglio rendere omaggio a tutti coloro che sono lì, proprio lì, «lì nel mezzo», dove si prendono le mazzate: a chi fa politica amministrando i territori e sporcandosi le mani, a chi tenta di creare legami sociali attraverso le associazioni, alle librerie che strutturano piccole comunità nella solitudine universale, nella guerra di tutti contro tutti, ai giornalisti. Mi ritrovo a commuovermi passando davanti alle chiese, dove mi fermo volentieri, pensando a quanto bello sia che esistano templi per Dio nel trionfo della ragione economica. Lo so: le motivazioni di chi fa politica spesso sono bieche, chi crea piccole comunità spesso le chiude, le fedi sono piene di orrori ed errori, i giornalisti spesso non sono esattamente liberi e indipendenti. Ancora contraddizioni che osservo da un punto di vista nuovo, non più alto ma profondamente diverso e, oserei dire, non giudicante o estremamente indulgente.

Spero sia chiaro ora a chi avrà avuto di leggere questo lunghissimo post, apparentemente divagante, perché ho deciso di chiedere asilo alla scrittura, cui ora torna beatamente: in essa le contraddizioni che vanno sciolte nella vita reale possono coesistere. Senza giudizio: accettando «gli infiniti volti del vivente», per citare un verso di Char che darà il titolo alla mia prima raccolta di racconti.


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